scuola

Requiem per l’Università

Negli anni Settanta, quando ero studente presso la Facoltà (come si chiamava allora) di Scienze Politiche, il personale tecnico-amministrativo contava sì e no quattro o cinque addetti che riuscivano ad espletare le loro funzioni in modo esemplare. L’attuale Dipartimento omonimo presso il quale ora insegno, che è all’avanguardia sulla via del “progresso” telematico, annovera non meno di due dozzine di dipendenti i quali, malgrado la loro incondizionata dedizione e l’indiscutibile professionalità, arrancano con fatica per attendere agli infiniti adempimenti telematico-burocratici cui sono quotidianamente sottoposti, analogamente al corpo docente.

Sulla crisi dei sistemi d’istruzione superiore e universitaria esiste una robusta letteratura, sia italiana che straniera, e a essa non si può che rinviare chiunque abbia voglia di saperne di più. C’è tuttavia un aspetto cruciale sul quale questa letteratura non insite a sufficienza. I maggiori responsabili della catastrofe universitaria non sono né i governi, né la crisi economica che ha costretto a drastici tagli di bilancio; non lo sono nemmeno i burocrati in sé, che si limitano ad applicare norme che non hanno fatto loro e che non hanno interesse a giudicare; ancor meno responsabili sono gli studenti, i quali sono solo le vittime di un sistema perverso. I responsabili maggiori del collasso dell’Università – addolora dirlo – sono i docenti universitari che, salvo sporadiche e deboli proteste, non hanno mosso un dito per impedire la catastrofe aziendalistico-telematica dell’Università. Per qualche ragione difficile da comprendere, hanno passivamente assecondato il sistema, rendendosi complici del tracollo. Ammaliati dal fascino di un presunto “progresso” che fluttua nel cloud su ali telematiche; catturati dall’immagine di una certa efficienza aziendalistica incarnata dalla figura del manager, adempiono con zelo tutte le prescrizioni di una normativa il cui obiettivo ultimo, e neanche troppo nascosto, è lo smantellamento dell’Università.

Sergio Ferlito

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scuola, Società

Universitaly. La cultura in scatola

Universitaly di Federico Bertoni è un saggio politico. Il suo oggetto immediato è la metamorfosi inquietante dell’università pubblica in Italia; ma, come in ogni vero esercizio saggistico, l’oggetto è in realtà pretesto per un discorso più generale. Bertoni, mentre discute di università e di ricerca, sta in realtà costringendo il lettore a riflettere su una questione di fondo, inaggirabile benché ovunque elusa: se si manomettono le forme istituzionali di educazione pubblica di massa è la qualità stessa della nostra democrazia a essere a rischio. Questo è il nodo attorno a cui il saggio ruota. E il decalogo che chiude il volume – le dieci pratiche di resistenza a cui il testo invita – andrebbe letto come un piccolo manifesto portatile di disobbedienza civile. Ma andiamo con ordine.

Universitaly si apre con una domanda spiazzante: «perché un luogo di elaborazione e di trasmissione della conoscenza diventa uno straordinario concentrato di stupidità, in cui l’automazione frenetica delle pratiche svuota di significato le azioni quotidiane?». La risposta non è semplice e il testo prova ad articolarla in tre mosse. La prima si intitola esperienza. Federico Bertoni è professore di letterature comparate e teoria della letteratura all’Università di Bologna. È dunque un insider. Per spiegare come si insegna e come si fa ricerca oggi, il primo passo è quello di descrivere in presa diretta la vita quotidiana di un professore italiano. Bertoni si diverte a mostrare la follia della routinenella quale è imprigionato; ma il tono generale della scrittura è amaro. In questa prima parte del volume lo seguiamo mentre cerca di dribblare il sovraccarico di burocrazia, la mole di email senza fine, le richieste sempre più astruse degli organi di valutazione della ricerca, gli intimidatori comandi dei centri informatici, la scrittura a ritmo fordista di abstract, le lettere di presentazione per gli studenti, eccetera… Ma il lavoro del professore universitario non dovrebbe essere quello di fare ricerca e di insegnare? Sembrerebbe di no. È stato costruito, in meno di due decenni, un esorbitante apparato normativo che per funzionare richiede un lavoro continuo. Ed è precisamente questo il lavoro per cui viene selezionato oggi un professore universitario. Ricerca e docenza passano in secondo piano.

La seconda mossa del saggio si intitola narrazione e ha il compito mostrare al lettore i dispositivi che producono il discorso sull’università, vale a dire quella rappresentazione aggressivamente demolitoria del sistema pubblico alla quale da oltre due decenni siamo quotidianamente sottoposti. A iniziare dalle classifiche di rating mondiali: tutti sappiamo che il nostro sistema non eccelle in queste classifiche. Pochi però si interrogano sul senso di una comparazione che valuta realtà quasi incomparabili. È sensato analizzare allo stesso modo una piccola università privata come Harvard, che ha poco più di 15.000 studenti e che da sola ha un finanziamento pari al 40% dell’intero sistema pubblico italiano, con una università statale come, per esempio, quella di Bologna, dove gli studenti sono quasi 100.000 e le risorse finanziarie, rapportate alle sue dimensioni, sono decisamente scarse? E come mai, nonostante questa disastrosa posizione, l’emigrazione scientifica italiana ha assunto ovunque posizione di rilievo proprio perché molto ben preparata? Non è forse che i conti non tornano del tutto?

Il discorso sull’università ipnotizza però la discussione pubblica soprattutto con tre concetti: merito, eccellenza e valutazione. Sono tre termini tossici. Perché impediscono di ragionare seriamente sul significato politico di un’istruzione universitaria di massa. Bertoni giustamente ricorda che «la meritocrazia tende a premiare chi può accedere a grandi risorse, opportunità, orizzonti sociali e culturali, reti di relazioni. Non c’è bisogno di essere raccomandati dal potente di turno per essere favoriti nella competizione: basta nascere in una “buona” famiglia, crescere in un ambiente sereno, avere i mezzi per viaggiare o studiare le lingue, disporre di una grande biblioteca, rientrare in un sistema ramificato di scambi e di relazioni sociali». Ed è per questa ragione che «merito è solo un altro nome per privilegio». Il secondo termine tossico è eccellenza. Presentata come obiettivo da conquistare grazie al merito, l’eccellenza non è altro che una martellante strategia retorica. Si vuole compensare, in realtà, il senso profondo del fallimento istituzionale dello Stato, nascondendo cause e responsabilità politiche. L’ultimo concetto ipnotico è quello di valutazione: il dispositivo che deve certificare l’eccellenza. Queste sono, fra le pagine del libro, quelle più importanti, un vero e proprio microsaggio di retorica, di politica e di psicologia sociale. Bertoni interpreta la valutazione come un dispositivo di potere che impone, in chi lo subisce, una sorta di auto-coercizione volontaria con effetti pratici immediati: è dal buon funzionamento di questo dispositivo, infatti, che dipendono fondi di ricerca, acquisizioni e posti di lavoro.

L’ultima mossa del volume prende il nome di politica. Bertoni avanza un’analisi impietosa di come l’università si sia progressivamente trasformata in una consumer oriented corporation senza alcuna forma di opposizione da parte di un corpo docente per lo più irresponsabile perché incapace di difendere il nesso humboldtiano ricerca-educazione, ripensandolo all’altezza del presente. A questo quadro già di per sé sconfortante si aggiunga poi una dosa massiccia di esterofilia, aggravata, nel caso della ricerca umanistica, da un senso di inferiorità verso le scienze pure e il loro delirio di onnipotenza. Come se ne esce? Il libro si chiude con dieci azioni semplici e due libri. Anzitutto dieci piccole pratiche di resistenza quotidiana capaci di mantenere viva un’idea altra di università come istituzione in grado di «promuovere una buona qualità media dell’istruzione collettiva, di fondare il progresso del Paese nell’estensione dei diritti e delle opportunità sociali». Quindi la lezione di due libri di Luigi Meneghello: I piccoli maestri (1964) e Fiori italiani (1976). Entrambi insegnano cosa produce l’uso sbagliato dei libri: uno scollamento sempre più grave fra conoscenza astratta ed esperienza del mondo. Quanto una buona università dovrebbe con ogni forza scongiurare.

A margine, una riflessione. È possibile pensare la trasformazione attuale dell’università come risposta politica a un problema di fondo, che potremmo identificare nel nesso fra qualità dell’istruzione di massa e conflitto sociale potenziale? Uno studio degli archivi della Fulbright Commission, sugli anni Settanta italiani, potrebbe forse rivelare risposte inaspettate. In questi anni ci siamo tutti dimenticati che l’istruzione pubblica resta uno dei campi privilegiati della battaglia per l’egemonia.

Universitaly, La cultura in scatola, Laterza, 2016

di Daniele Balicco Alfabeta2

Arte

Convegno su Testori

GIOVANNI TESTORI CRITICO D’ARTE
giornata di studi nel ventennale della scomparsa

Mercoledì 15 maggio  2013, ore 16
Aula Magna di S. Cristina, piazzetta G.Morandi, 2 – Bologna

ingresso libero

Il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, in collaborazione con Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e Associazione Giovanni Testori (Milano), dedica una giornata di studi a GIOVANNI TESTORI, uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento. Il convegno, coordinato da Daniele Benati, vedrà a confronto cinque esperti e sarà un’occasione privilegiata per approfondire la personalità di Testori e in particolare la sua attività di critico d’arte.
Proprio all’Università di Bologna si avviò l’insegnamento di Roberto Longhi, grande storico dell’arte verso il quale Testori si sentì ben presto attratto, per l’esigenza di una relazione con l’opera d’arte diretta e che coinvolgesse la totalità della persona e, di conseguenza, di una critica che parlasse non solo agli specialisti, ma a qualunque uomo impegnato nel presente.

Il convegno si inserisce nell’ambito degli eventi in programma per il ventesimo anniversario della scomparsa di Giovanni Testori (1923 – 1993).

Mercoledì 15 maggio 2013, ore 16 nell’Aula Magna di S. Cristina
GIOVANNI TESTORI CRITICO D’ARTE
Giornata di studi a cura di Daniele Benati (vice-direttore del Dipartimento delle Arti); intervengono: Beatrice Buscaroli (docente di Storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Bologna; autrice di saggi e articoli su Testori per “Il Domenicale”, “Il Resto del Carlino”, “I Luoghi dell’Infinito”), Mattia Patti (ricercatore di Storia dell’Arte – Università di Pisa), Davide Dall’Ombra (direttore dell’Associazione Giovanni Testori, docente di Storia della critica d’arte – Università Cattolica di Milano), Claudio Spadoni (allievo di Francesco Arcangeli, già critico per “Il Resto del Carlino” e ora per QN), Davide Rondoni (direttore del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e della rivista “ClanDestino”).

Scrittore, drammaturgo, pittore, critico d’arte, poeta, regista, attore: difficile definire in una parola Giovanni Testori, uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento. Nato a Novate Milanese (MI) il 12 maggio 1923, già a 17 anni collabora ad alcune riviste dei Gruppi Universitari Fascisti con articoli di critica d’arte. Dal 1952 si avvicina a Roberto Longhi e dirige la rivista “Paragone”, pubblicando importanti scritti sull’arte lombardo-piemontese tra Cinquecento e Settecento. Del 1954 è la sua prima opera di narrativa: Il dio di Roserio. Seguirà poi il ciclo de “I Segreti di Milano” e l’esordio come drammaturgo al Piccolo Teatro di Milano, con La Maria Brasca nel 1960. Gli anni Sessanta sono segnati dal sodalizio con Luchino Visconti e dalla notorietà che Testori raggiunge presso il grande pubblico in campo teatrale. Nel frattempo si impone come promotore di mostre che, sulla scia degli studi inaugurati da Longhi, esplorano settori ancora poco noti dell’arte padana (dopo la collaborazione all’esposizione sui Pittori della realtà in Lombardia curata da Longhi nel 1953, nel 1955 organizza la Mostra del manierismo piemontese e lombardo del Seicento e nel 1959 quella torinese di Tanzio da Varallo). Crescono di pari passo i suoi interessi di critico militante nei confronti di Ennio Morlotti, erede del grande naturalismo ottocentesco, che lo portano a farsi appassionato esegeta di artisti come Ilario Fioravanti e Willy Varlin, per entusiasmarsi infine per alcuni giovani italiani, tedeschi e austriaci, da Giovanni Frangi e Aurelio Bertoni a Rainer Fetting e Klaus Karl Merkens, a Hubert Scheibl, Ludwig Meidner e Bernd Koberling, che devono a lui la notorietà. In tutte queste esperienze, non necessariamente fra esse correlate, egli cerca, soprattutto dopo il ricupero di una sentita religiosità seguito alla morte della madre (1977) e in sempre assoluta indipendenza di giudizio, una spiegazione ai misteri della vita e della morte. Dalla metà degli anni Settanta prende il posto di Pasolini come commentatore in prima pagina del “Corriere della Sera” e dal 1978 è responsabile della pagina artistica. Dopo tre anni di malattia, Testori muore il 16 marzo 1993, lasciando oltre 800 articoli oltre ai suoi celebri drammi, romanzi e studi critici.

INFO al pubblico: Dipartimento delle Arti – Complesso di Santa Cristina tel. 051.2097260 – http://www.dar.unibo.it

Beatrice Buscaroli, storica del’arte e curatrice, dal 2000 al 2010 ha insegnato Storia dell’Arte Contemporanea all’Università di Bologna-Ravenna. Commissario della Quadriennale di Roma nel 2004, ha co-curato il Padiglione Italia (con Luca Beatrice) alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia nel 2009. Ha curato mostre di argomento novecentesco, dal Futurismo ad Amedeo Modigliani, di cui ha pubblicato una monografia per Il Saggiatore. Insegna Storia dell’Arte Moderna e Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e tiene un corso di Museologia presso l’Università di Ravenna. Ha dedicato saggi e articoli alla figura di Giovanni Testori (su “Il Domenicale”, “Il Resto del Carlino” e “I Luoghi dell’Infinito”); ha tenuto una conferenza dedicata alla sua figura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna il 22 maggio 2012 e ha partecipato al recente convegno romano (19 aprile) dal titolo “Insurrezionali e Resurrezionali per Giovanni Testori”.

Direttore dell’Associazione Giovanni Testori (dal 2002) e responsabile dell’attività espositiva di Casa Testori a Novate Milanese (dal 2010), Davide Dall’Ombra è docente a contratto di Storia della Critica d’arte all’Università Cattolica di Milano (dal 2011) e referente per l’arte del quotidiano “Giornale del Popolo” di Lugano (dal 2009). Di Giovanni Testori ha curato una biografia (2000), la bibliografia completa (2007), nonché diverse mostre e interventi critici (2003-2013). Nel 2011 ha curato, con Giovanni Agosti, una mostra dedicata a Pier Paolo Pasolini.

Ricercatore di Storia dell’arte contemporanea dell’Università di Pisa, Mattia Patti collabora abitualmente con l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze ed è ricercatore associato dell’Istituto Nazionale di Ottica del CNR di Firenze. Si occupa di critica d’arte del novecento, di scultura contemporanea e di tecniche artistiche. Da alcuni anni lavora nel campo della diagnostica applicata allo studio delle opere d’arte, interessandosi in particolar modo di Radiografia X e di Riflettografia Infrarossa Multispettrale. È coordinatore nazionale del progetto “Tecniche pittoriche, critica delle varianti e problemi conservativi. Tra Futurismo e ritorno al classico” (1910-1922), finanziato dal MIUR nel quadro del programma “Futuro in ricerca 2012”.

Davide Rondoni ha pubblicato raccolte di poesie tra cui Apocalisse Amore (Mondadori, 2009), Il bar del tempo (Guanda, 1999). Articoli e saggi d’arte sono comparsi su riviste e cataloghi. Ha tradotto Baudelaire, Rimbaud, Péguy e poeti contemporanei. Dirige il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e la rivista “clanDestino”. È autore di narrativa, teatro e di programmi televisivi.

Allievo di Francesco Arcangeli all’Università di Bologna, Claudio Spadoni dal 1976 è stato docente di Storia dell’Arte e direttore dell’Accademia di belle Arti di Ravenna. Già critico de “Il Resto del Carlino” e ora di QN della Poligrafici (“Carlino”, “La Nazione”, “Il Giorno”), e collaboratore di diverse riviste specialistiche. Ha fatto parte della Commissione internazionale della Biennale di Venezia nell’edizione 1986, della Quadriennale del 1999 e del 2009 e di commissioni scientifiche di diverse Istituzioni. Dal 2002 è direttore del MAR – Museo d’arte della Città di Ravenna. Tra le sue pubblicazioni: “Momenti e problemi della vicenda artistica del 1° Novecento”, “L’arte in Italia nel secondo dopoguerra” e “L’informale”, “Leoncillo” (catalogo generale). Ha curato molte mostre per Musei e Gallerie Pubbliche in Italia e all’estero, fra le quali: “Roberto Longhi e il moderno. Da Renoir a de Staël”; “La Grande Stagione dell’acquerello inglese. Da Turner a Burne-Jones”; “Turner Monet Pollock. Dal Romanticismo all’Informale. Omaggio a Francesco Arcangeli”; “Testori e la grande pittura europea: miseria e splendore della carne: Caravaggio, Courbet, Giacometti, Bacon”.