storia

Una “restaurazione del Califfato”?

Ma, in questo ingarbugliato contesto, che valore ha il califfato attribuito ad al-Baghdadi? Per rispondere, siamo obbligati a spiegar brevemente che cosa sia un califfo.

Nel 632, alla morte del Profeta che per un decennio aveva guidato gli arabi convertiti all’Islam secondo modalità di capo di un consiglio federale di tribù, in termini che ricordano molto quelli del governo di Mosè descritto nell’Esodo, i suoi compagni stabilirono di eleggere un khalîfa, cioè un successore alla guida dell’umma, la comunità musulmana. Il califfo assommava in sé i poteri esecutivi e giudiziari: non quelli legislativi, dal momento che la legge nell’Islam riposa sull’insegnamento coranico. I primi quattro califfi, detti râshidûn (“ben guidati”), furono scelti per elezione dai maggiorenti della comunità: non si poté però, fino da allora (siamo nel trentennio 632-661), impedire l’insorgere della fitna (i quattro caddero tutti uccisi, l’uno dopo l’altro), culminata nella scissione guidata da Ali, cugino e genero del Profeta, che fondò appunto la shî’a, il “partito”, che nella battaglia di Siffin del 658 si oppose al rivale Mu’âwiya. Nacque così lo sciismo, la “confessione” dell’Islam che si oppose a quella ortodossa, detta “sunnita” (da sunna, “regola”, condotta”). In sintesi, mentre i sunniti (distinti sul piano dottrinale in quattro scuole giuridiche) riconoscevano come fonti canoniche della fede sia il Corano sia la somma dei detti e dei fatti del Profeta tramandati in raccolte detti hadith, gli sciiti accettarono solo il Corano cui andarono aggiungendo più tardi gli insegnamenti dei loro îmam (“guide” dotate di particolare carisma), da Ali stesso in poi.

 

Franco Cardini

estratto da: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=48834

Annunci