storia

Da Quarto a Quarto

– Brevi cenni sui Mille di Giorgio Mastrorocco

Fra i 1089 partiti da Quarto e censiti nel terzo e ultimo elenco, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 12 novembre 1878, 443 erano lombardi, 160 veneti, 157 liguri, 80 toscani; 91 erano originari del Regno delle Due Sicilie, solo 30 i piemontesi ma ben 35 i volontari trentini e friulani. Gli analfabeti erano 48, il 4,5% del totale, rispetto alla media nazionale stimata allora al 78%. Fra i mestieri abbiamo 34 falegnami, 24 calzolai, 22 fornai e panettieri, 9 sarti, 14 barbieri e 14 osti: gli operai e artigiani erano complessivamente 283; gli “intellettuali” ovvero studenti, laureati e impiegati erano 253; militari e marinai erano 203. Dieci gli arruolati di religione ebraica. Sette i figli di nessuno. Quanto all’età, il più giovane, Bepin Marchetti, veniva da Treviso e aveva 11 anni; il più vecchio, Tommaso Parodi, genovese, era un ortolano di 69 anni. Dei circa 180 bergamaschi, il gruppo più numeroso, il 73%, aveva meno di 22 anni. L’11 novembre 1860 Cavour firma il decreto di scioglimento dell’Esercito Meridionale. Qualche giorno prima, il 6 novembre, dodicimila uomini in camicia rossa restano schierati tutto il giorno nel piazzale della Reggia di Caserta in attesa di Vittorio Emanuele II, che li doveva passare in rassegna. Il re non si presenta, quell’attesa sarà inutile. Inizia per i Mille e per tutti gli altri volontari un lungo e, nella maggior parte dei casi, amaro dopoguerra. Nel febbraio del 1861 viene imposto il divieto di indossare la camicia rossa; agli ufficiali garibaldini viene negato il diritto al saluto da parte della truppa regolare. A parte i 78 che morirono durante la spedizione, tra i volontari qualcuno ebbe fortuna: 37 entrarono in Parlamento, alcuni divennero importanti uomini di governo (Benedetto Cairoli, Francesco Crispi, Giovanni Nicotera, Agostino Depretis), 15 fecero carriera nel Regio Esercito e divennero generali. Alcuni divennero importanti imprenditori: Giuseppe Orlando costruttore navale dell’Ansaldo, il trentino Ergisto Bezzi trasforma i prati di Porta Ticinese, a Milano, in un modernissimo e redditizio distretto del sughero. Luigi Pianciani sarà due volte sindaco di Roma e la doterà nel 1873 del suo primo piano regolatore. Eugenio Torelli Viollier fu cofondatore nel 1876 e direttore, fino al 1898, del Corriere della Sera. Ma per tutti gli altri sarà durissima. Otto muoiono quasi subito di tubercolosi, 16 saranno i suicidi, 24 finiranno in manicomio – quattro nell’Istituto di Quarto, proprio da dove erano partiti. A decine emigreranno verso le Americhe e l’Argentina in particolare, con alterna fortuna: uno di essi, il trevisano Augusto Povoleri, si butta dalla nave durante la traversata e muore annegato. Bixio muore di colera a Sumatra. Meritano un cenno i bergamaschi che nel ’63 seguirono Francesco Nullo in Polonia a combattere contro i cosacchi dello zar: Nullo e Marchetti muoiono subito, una decina di altri finiranno in Siberia, a scontare anni terribili di prigionia, mentre le mogli continueranno per anni a chiedere pietà allo zar, in vacanza a Nizza. Piazza Garibaldi crediti non contrattuali 10 Il grossetano Giuseppe Bandi, il più simpatico e irriverente fra i memorialisti garibaldini muore nel 1894 pugnalato a morte da un anarchico. Il carrettiere bergamasco Pietro Artifoni, abilissimo con la carabina, finirà i suoi giorni a Seriate sparando ai gatti, di cui era goloso.

CERCHIO ITALIANO di Giorgio Mastrorocco*

La fotografia ingiallita del piroscafo Conte Biancamano è stata scattata nell’estate del 1930: sul ponte, in mezzo a cento connazionali, riconosco mia mamma Lina e la nonna. Stanno tornando in Italia dal Rhode Island, dove la famiglia era emigrata dopo la Grande Guerra, trovando lavoro in un calzaturificio; la crisi seguita al ’29 li ha ributtati tutti verso il Vecchio Continente. Dopo averla osservata distrattamente per tanti anni sul muro di casa dei miei, adesso quella foto mi fa compagnia accanto allo scrittoio. La piccola Lina aveva otto anni, troverà una nuova casa in Dalmazia, a Zara, grazie alla politica di rimpatrio del regime. A Zara diventa maestra ma poi scoppia un’altra guerra e il suo primo marito, ufficiale medico dell’Armir, scampato alla ritirata dalla Russia, finisce sotto le bombe angloamericane mentre lavora all’ospedale di Trento. Siamo nel ’43, a Zara non si può più stare, gli italiani vengono sfollati ma anche il nonno non ce la fa e resta sotto le macerie del rifugio, un’altra bomba inglese. Ciò che resta della famiglia si ritrova in Italia, sono gli anni più difficili. Mia madre subito dopo la guerra inizia a insegnare nelle scuole elementari di Afragola, più tardi conoscerà il mio babbo, da poco laureato in legge. Lui è di Vieste, il paese nel Gargano da dove, nel 1919, erano partiti i genitori di lei verso l’America: ha appena vinto il concorso per entrare nella Pubblica Sicurezza, è diventato Commissario. All’inizio degli anni ’50 risalgono la penisola: tappa a Roma, dove nasce il primo figlio, poi a Pavia dove ne mettono al mondo altri tre fra il ’55 e il ’58. A me tocca il ‘55, un numero che m’è sempre piaciuto. All’inizio degli anni ’60 ci trasferiamo a Bergamo, dove siamo cresciuti e abbiamo messo altre, provvisorie, radici. Fatti bene i conti, ci possiamo considerare il frutto di almeno cinque ondate migratorie. Perciò, quando Davide mi ha chiesto di aiutarlo a immaginare, scrivere e fare con lui il viaggio di Piazza Garibaldi, dopo il disorientamento iniziale (il cinema non è il mio mestiere…), ho accettato con entusiasmo: il film ci offriva l’occasione di chiudere storie che qualcuno aveva iniziato per noi tanto tempo fa… Prendete il Liceo Classico “Paolo Sarpi” di Bergamo, per esempio. E’ dove io e Davide ci siamo conosciuti da ginnasiali negli anni ‘70, ma è anche la scuola da cui partirono decine di studenti per raggiungere Garibaldi a Quarto. Oppure è successo che quando i sopralluoghi e altre ricerche mi hanno portato a Pavia, la città dei fratelli Cairoli, ho scoperto che la mia casa d’infanzia era a pochi passi da quella in cui abita da sempre Mino Milani, storico e biografo di Garibaldi, ma anche autore delle avventure a fumetti più belle per noi piccoli di allora…. In questi ultimi tre anni, sprofondato nelle memorie garibaldine e spesso in compagnia dei discendenti dei Mille, ho avuto la fortuna di rifare quell’epico viaggio per due volte e di prendermi qualche pausa dal mestiere bellissimo e faticoso che faccio da trent’anni, insegnante di storia e letteratura italiana. Si potesse fare un altro giro, lo rifarei. Si potesse ricominciare daccapo, mi ci ributterei.

* Sceneggiatore di Piazza Garibaldi, un film di Davide Ferrario

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storia

Leone Poluzzi

Il vetturale che sparò agli austriaci e che portò Garibaldi a Sermide
Leone Poluzzi aveva 34 anni nel 1848. Viveva a Sermide, ove prestava servizio quale titolare dei trasporti postali sulla via Sermide-Bondeno-Ferrara. IL 24 luglio di quell’anno fatidico una pattuglia di ricognizione composta da dodici ulani dell’esercito austriaco passò il Po a Ficarolo ed avanzò fino a Felonica. Da qui un  sottufficiale e due soldati vennero verso Sermide per consegnare al Comune un dispaccio finalizzato alla requisizione di alloggi per il grosso delle truppe in arrivo. Il drappello giunse davanti al palazzo del comune. I sermidesi alla vista dei soldati cominciarono a tumultuare e correre alle armi e senza attendere ordini da nessuno cominciarono a sparare. Leone Poluzzi fu il primo, mentre Secondo Pasquali ferì con un colpo di fucile il capo pattuglia dalla porta di casa Lanzoni, nei pressi della chiesa parrocchiale in contrada Borgovecchio. I militari furono costretti a ritirarsi precipitosamente. La conseguenza fu che il 29 luglio
Sermide fu messa a ferro e fuoco dalle truppe del Maresciallo Von Welden. Leone Poluzzi si diede alla fuga e riparò a Bondeno, “all’estero” nello Stato Pontificio, presso lo zio Gaetano dove restò anche successivamente all’Unità d’Italia.
Già titolare dell’appalto per il trasporto della posta, proseguì la stessa attività a Bondeno fra il paese e Ferrara e quindi integrò il servizio con quello di trasporto di persone. In tale veste il 6 settembre 1859 portò in visita da Bondeno a Sermide, mediante carrozza e due cavalli sul percorso di 14 chilometri, Giuseppe Garibaldi ed il suo accompagnatore Maggiore Zanardi (Ordine di missione dato dalla Commissione Municipale di Bondeno).
Si disse che Leone Poluzzi conoscesse Garibaldi e che lo avesse portato in salvo dal comacchiese, nascondendolo per proteggerlo durante la fuga dopo gli avvenimenti della Repubblica Romana del ’49.
Nel 1872, in occasione della rotta del Po, per il soccorso ed il trasporto degli alluvionati ed infermi, per l’opera umanitaria e per la fedeltà al lavoro si meritò l’onorificenza di Cavaliere. Leone morì a Bondeno l’8 maggio 1892. Le attività di trasporto di cose per conto terzi (vetturali) e di persone (vetturini), unitamente alla gestione dello stallo e di commercio di cavalli, furono portate avanti, sempre a Bondeno, dai figli, dal nipote e dal pronipote, evolvendosi nel tempo con l’aggiunta di servizi vari come la raccolta e il trasporto della corrispondenza per conto delle Poste e Telegrafi, il servizio di ambulanza per il trasporto degli infermi, i trasporti funebri del comune di Bondeno e infine l’autonoleggio di rimessa con conducente.
L’ultracentenaria attività della ditta “Poluzzi Leone & figli” è cessata nel 1997.

Imo Moi

Fonte: Sermidiana