Letteratura

Vece

vé-ce

Avvicendamento, mutazione, alternanza; carica, ruolo, incombenza

dal latino vicis, coi medesimi significati.

Be’, è una parola che si trova scritta su moltissimi moduli, si sente pronunciare all’inizio di orazioni, la vediamo sempre, discreta, nel nostro usatissimo invece. Sembra una parola da nulla e invece dà uno scorcio folgorante di un tratto millenario e caratteristico della nostra società. Quale?

Se si leggono i significati di ‘vece’, se ne trovano due principali: quello (più burocratico) di carica assegnata, ruolo, incombenza, e quello (più letterario) di avvicendamento, mutazione, alternanza. Così leggiamo il celebre ‘firma del genitore o di chi ne fa le veci’, sentiamo iniziare il discorso ‘Mi trovo qui non nelle veci di presidente, ma in quelle di comune cittadino…’, e l’istituzione conserva veci assegnate da leggi antiche. È anche l’uso che ci è più consueto.

Mentre la vece-trasformazione si trova per esempio in Foscolo, nei Sepolcri, quando parla di come gli umani iniziarono a proteggere dalle intemperie e dalle bestie i resti dei morti (che la Natura con successioni eterne destina ad altre forme): toglieano i vivi/ all’etere maligno ed alle fere/ i miserandi avanzi che Natura/ con veci eterne a’ sensi altri destina. Mentre Manzoni racconta di Napoleone, nel Cinque maggio, che con vece assidua,/ cadde, risorse e giacque, e D’Annunzio, nella raccolta ‘Maia’, scrive che gli ‘persuasero’ i sonni il gemitìo del siero/ giù dai vimini sospesi/ nella cascina, la vece/ delle spole nei telai/ notturna, il ruggir cupo/ dei forni accesi.

Sono significati che ‘vece’ si porta dietro fin dal vicis latino — termine da cui peraltro, come è facile intuire, sgorgano il vice, il vicario, la vicenda e… via dicendo.

L’avvicendamento è parte essenziale della natura del ruolo, e il ruolo scandisce la mutazione. Questo è ciò che ci racconta ‘vece’. L’ufficio e il turno, la mansione e lo scambio, l’investitura con l’alternanza, l’incombenza e la vicenda sono coppie di concetti diversi, certo; ma nella nostra esperienza e nella parte più profonda del nostro modo di pensare sfumano l’uno nell’altro.

‘Genitore o chi ne fa le veci’? C’è il ruolo ma c’è anche uno scambio su quel ruolo. ‘Mi trovo qui in vece di cittadino’? Sono scorso su questo posto. E la vece delle spole nei telai? Un su e giù, un cambio continuo, ma non è esso stesso un ufficio nel telaio, non si fa, forse, la spola? La vece è un posto, còlto in un suo carattere primo: il posto si cede.

Sono belle le parole che permettono pensieri chiari e distinti. Sono ancora più belle quelle che, maturate nei discorsi dei genitori, dei nonni, dei bisnonni e su avanti per cento generazioni e altre ancora, conservando intatti i loro significati ci spiegano il mondo non per tratti separati ma per tratti uniti: qui il ruolo e l’alternanza.

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