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Konrad Lorenz

Come stupirsi che gli ecologi siano considerati dei “sognatori nostalgici” quando ammoniscono che l’oro e il denaro sono soltanto dei simboli e che le materie prime necessarie alla vita, come l’aria pura e l’acqua non inquinata, presto non si potranno più acquistare neppure per tutto l’oro del mondo?». 

 Così scriveva Konrad Lorenz (1903-1989),  scienziato naturalista e filosofo ecologista, ne “Il declino dell’uomo” (Piano B, 2017, pp. 229, € 16). Pubblicato nel 1983, pochi anni prima della sua scomparsa e dopo dieci anni dal celebre “Gli otto peccati della nostra società”, il testo, che è un po’ la summa della sua attività di studioso e di ricercatore, è di una stringente attualità. Nessuno dei pericoli denunciati da Lorenz, dall’inquinamento alla distruzione degli spazi vitali, dalla sovrappopolazione alla perdita delle qualità umane proprie dell’uomo, dall’eccesso di competizione all’abnorme crescita economica è stato debitamente affrontato o minimamente risolto. 

“Il declino dell’uomo” di Konrad Lorenz

Vicolo cieco

L’umanità sembra aver imboccato, anzi, un vicolo cieco e la crescita quantitativa sembra porre termine alla evoluzione creatrice che ha da sempre contrassegnato la storia della natura e dell’uomo. Lo scientismo, vale a dire l’opinione che sia reale solo quello che si può misurare o quantificare, negando quindi valore all’esperienza soggettiva ed interiore, alle emozioni, ai sentimenti, è la concezione del mondo oggi dominante che ha portato ad uno svuotamento di senso e a una progressiva disumanizzazione.  Ma, contrariamente a quanto farebbe pensare il titolo, “Il declino dell’uomo” non è il libro di un pessimista. Ci sono, malgrado tutto, ragioni per essere ottimisti:

«Non dobbiamo dimenticare quanto sia recente la nostra capacità di avvertire i pericoli di disumanizzazione che ci minacciano. L’esempio della mia stessa evoluzione scientifica dimostra che fino a poco tempo fa neppure uno studioso abituato a pensare in termini biologici aveva chiari in mente i pericoli che ci minacciano. Gli ammonimenti di William Vogt contro l’incauta distruzione delle condizioni di equilibrio ecologico non mi avevano affatto convinto (…) È stato in fondo soltanto il libro di Rachel Carson, The silent spring (Primavera silenziosa), a destare la mia attenzione, spingendomi a scendere in campo contro la tecnocrazia. (…) Tutto a un tratto vidi con chiarezza che la fede ingenua nel progresso, l’eccesso di organizzazione, l’agglomerarsi di grandi masse umane in spazi ristretti, si combinano fra loro, formando un circolo vizioso e rafforzandosi reciprocamente. Finalmente vidi come siano stretti i rapporti fra la scomparsa dei lati umani dell’uomo e l’autoannientamento del genere umano.»

D’altronde, dove deve prendere un giovane i suoi ideali? 

«Quando un giovane cresce in città, in un ambiente esclusivamente dedito a interessi materiali, industriali o finanziari, non c’è da stupirsi se egli non vede nel proprio padre, per quanto successo abbia avuto e per quanta carriera abbia fatto, un modello da imitare; tanto più se il giovane si rende conto che questi uomini di successo, costantemente sulla soglia dell’infarto, subiscono forti stress e non sono per nulla felici. (…) Un giovane che cresca nelle zone più popolate di una moderna metropoli ha poche occasioni per conoscere la bellezza e l’armonia della creazione organica. (…) C’è da stupirsi se diventa cinico e afferma che “la vita è senza senso”?».

Sennonché la sensibilità per la bellezza e l’armonia della natura ha bisogno d’essere educata. E rivolgendosi alle giovani generazioni, su cui riposa la sua (e nostra) speranza di un mutamento dei valori oggi dominanti (che si riassumono nella corsa al guadagno e al successo), ma forse anche agli educatori illuminati, Lorenz dà un consiglio da scolpire a caratteri cubitali: «la miglior scuola nella quale un giovane possa apprendere che l’universo è dotato di senso è la pratica diretta con la natura.» 

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/konrad-lorenz-e-il-declino-dell-uomo-senza-ecologia