scuola

Requiem per l’Università

Negli anni Settanta, quando ero studente presso la Facoltà (come si chiamava allora) di Scienze Politiche, il personale tecnico-amministrativo contava sì e no quattro o cinque addetti che riuscivano ad espletare le loro funzioni in modo esemplare. L’attuale Dipartimento omonimo presso il quale ora insegno, che è all’avanguardia sulla via del “progresso” telematico, annovera non meno di due dozzine di dipendenti i quali, malgrado la loro incondizionata dedizione e l’indiscutibile professionalità, arrancano con fatica per attendere agli infiniti adempimenti telematico-burocratici cui sono quotidianamente sottoposti, analogamente al corpo docente.

Sulla crisi dei sistemi d’istruzione superiore e universitaria esiste una robusta letteratura, sia italiana che straniera, e a essa non si può che rinviare chiunque abbia voglia di saperne di più. C’è tuttavia un aspetto cruciale sul quale questa letteratura non insite a sufficienza. I maggiori responsabili della catastrofe universitaria non sono né i governi, né la crisi economica che ha costretto a drastici tagli di bilancio; non lo sono nemmeno i burocrati in sé, che si limitano ad applicare norme che non hanno fatto loro e che non hanno interesse a giudicare; ancor meno responsabili sono gli studenti, i quali sono solo le vittime di un sistema perverso. I responsabili maggiori del collasso dell’Università – addolora dirlo – sono i docenti universitari che, salvo sporadiche e deboli proteste, non hanno mosso un dito per impedire la catastrofe aziendalistico-telematica dell’Università. Per qualche ragione difficile da comprendere, hanno passivamente assecondato il sistema, rendendosi complici del tracollo. Ammaliati dal fascino di un presunto “progresso” che fluttua nel cloud su ali telematiche; catturati dall’immagine di una certa efficienza aziendalistica incarnata dalla figura del manager, adempiono con zelo tutte le prescrizioni di una normativa il cui obiettivo ultimo, e neanche troppo nascosto, è lo smantellamento dell’Università.

Sergio Ferlito

https://www.roars.it/online/

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mostre, musei

Museo indiano di Bologna

i_volti_del_buddha-240x500Da tempo andiamo sostenendo in articoli, libri e anche interventi pubblici, che uno dei principali problemi del Patrimonio Italiano sia quello che si potrebbe giustamente chiamare il “Tesoro Sommerso”; ovvero, la quantità pressoché sterminata di reperti che rimane sistematicamente celata nei depositi dei nostri musei. Tale “patologia conservativa” affligge primariamente le raccolte di natura etnografica e orientale, con collezioni sovente di livello mondiale che giacciono nascoste in scatole o in qualche angolo di un seminterrato. A conferma di questa che, ci teniamo a dirlo, non è una opinione, bensì un fatto, constatabile se si effettua una panoramica delle nostre collezioni in questi ambiti, troviamo una interessante mostra in corso a Bologna fino al prossimo 28 aprile, il cui titolo stesso fornisce una prova di ciò poc’anzi affermato: I volti del Buddha dal perduto Museo Indiano di Bologna.

Trattasi di una esposizione a suo modo preziosa, visto che presenta al pubblico degli appassionati e degli esperti di arte orientale una parte delle collezioni del Museo Indiano cittadino, inaugurato nel Palazzo dell’Archiginnasio nel 1907, grazie alla compartecipazione delle autorità comunali e universitarie, e chiuso purtroppo nel 1935, in seguito alla morte del suo fondatore, Francesco Lorenzo Pullé (1850 – 1934). Da quel momento in poi, le raccolte volute da questo eminente studioso di sanscrito, nonché abile cartografo e attento collezionista, sono state disperse in vari musei del Capoluogo felsineo, finendo perlopiù proprio nei succitati depositi o addirittura altrove, come nel caso del Museo di Antropologia dell’Università di Padova, a cui Pullé volle destinare in segno di affetto alcuni pezzi orientali, avendo egli insegnato nell’ateneo di quella città.

Come era il Museo Indiano di Bologna

Il nome del Museo creato da Pullé lascerebbe immaginare la presenza di raccolte unicamente legate al panorama artistico e culturale dell’India, ma in effetti le collezioni di questo Istituto si componevano di materiali provenienti anche dalla Cina e dal Giappone, al momento conservati presso il Museo Civico Medievale (sede della mostra) e il complesso museale di Palazzo Poggi.

Nella esposizione, particolare rilievo è dato alla presenza di statue del Pantheon Buddhista Himalayano e Cinese, così come alla ricchissima collezione fotografica, che risulta essere la più cospicua e dettagliata raccolta di riproduzioni riferite all’arte del Gandhāra in Europa. Anzi, è giusto sottolineare che l’elemento di maggior importanza che caratterizza la raccolta orientale voluta da Pullé sta per l’appunto in questo fondo, come detto, unico nel suo genere. Esso si compone della documentazione fotografica da lui prodotta e selezionata tra il 1902 e il 1903, durante il suo viaggio in India e nel Sud Est Asiatico. Le fotografie risalgono in gran parte agli ultimi anni dell’Ottocento e ai primissimi del Novecento e sono attualmente custodite sempre presso il Museo Civico Medievale. Parliamo di oltre 700 stampe fotografiche, a cui si aggiungeva una considerevole raccolta di diapositive che disgraziatamente è poi andata perduta. Il Fondo Fotografico in tema archeologico di Pullé è un archivio di immenso valore, specie se si considera che sullo stesso argomento esistono poche altre collezioni fotografiche in giro per il mondo, facendo sì che questo nucleo di immagini sia una fonte di informazioni inestimabile per le ricerche di carattere storico-artistico riferite alla zona del Gandhāra. Per la precisione, gli scatti rappresentano le lastre scolpite e i reperti raccolti negli scavi svolti nella Valle del Peshawar, ora divisa tra Afghanistan e Pakistan.

I meriti di Pullé

Tornando a parlare nello specifico del fu Museo Indiano di Bologna –  noto anche come Museo d’Indologia e di Etnografia Indiana e Orientale –  esso vide la luce in occasione delle celebrazioni per il terzo centenario dalla morte di Ulisse Aldrovandi (1522 – 1605), fondatore delle Scienze Naturali, colui che coniò pure il termine “Geologia”. Nel 1900 Pullé, che ricopriva la carica di docente di Filologia Indoeuropea e Sanscrito presso l’Alma Mater, si era già guadagnato un certo prestigio tra gli orientalisti del Vecchio Continente, e questa sua consolidata reputazione gli permise di suggerire la fondazione di un museo dedicato ai popoli asiatici. l’Istituto venne inizialmente annesso al Gabinetto di Glottologia dell’Università, anche esso creato per iniziativa di Pullé, dando così la possibilità di mostrare al pubblico in modo permanente la collezione da lui acquistata nel suo viaggio di un anno, che lo portò prima in Vietnam, poi a Ceylon e infine nel Subcontinente Indiano. Il Museo Indiano nacque con l’intento di illustrare le culture orientali in generale, quindi non solamente quella indiana, a cui comunque Pullé era maggiormente legato per via dei suoi interessi accademici.

Il Museo si contraddistingueva per i rilevanti riferimenti alla evoluzione storico-geografica dell’arte religiosa sorta nel bacino culturale indiano, in seguito alla fioritura del Buddhismo, come testimonia il nucleo originario della collezione, composto comunque da oggetti in linea col gusto collezionistico dell’epoca. In aggiunta, con l’eccezione di un piccolo altorilievo in pietra proveniente da un monumento buddhista indiano a Sanchi (fine I secolo a. C. – inizi I secolo d. C.), Pullé si distinse per non aver prelevato dai luoghi da lui visitati reperti che altri, invece, separarono senza farsi troppi scrupoli dalle culture di origine. Una tendenza, questa, che come scriviamo da anni sta a indicare la netta differenza tra una museologia “di rapina”, tipica delle Nazioni occidentali, e quella italiana, la quale ha generalmente tentato di evitare saccheggi ed esportazioni illecite.

Sia come sia, gli arricchimenti successivi del Museo, a cominciare dall’acquisto di undici statue effettuato dal Comune nel 1908 e provenienti dalla raccolta Pellegrinelli e quasi tutte raffiguranti divinità del Pantheon Buddhista cinese e giapponese, stanno a confermare l’ambizione del professore di sanscrito nel voler creare una ampia raccolta a testimonianza della ricchezza artistica e culturale dell’Asia,  manifestando contemporaneamente una attenzione verso quelle che erano le tendenze allora prevalenti nella maggior parte dei salotti aristocratici europei, ove sovente comparivano pezzi – perlopiù porcellane – cinesi e giapponesi. A tal proposito, Pullé riuscì saggiamente a sollecitare che il Museo Indiano partecipasse dell’eredità Pepoli, con l’acquisizione di alcuni vasi di provenienza nipponica.

Sfortunatamente, la vicenda dell’Istituto voluto da Pullé si concluse, come detto, nel 1935, e due anni più tardi venne stilato l’atto per mezzo del quale le raccolte furono divise tra Comune, Università e Famiglia Pullé. Finì così il sogno di questo valente studioso di donare a Bologna una propria collezione d’arte orientale, fornendo inoltre un valido sostegno per lo studio dell’India presso il più antico ateneo del mondo. Il Museo di Pullé, nei suoi circa ventotto anni di attiva, si attestò come una risorsa culturale capace di intercettare la curiosità di molti cittadini bolognesi, i quali potevano ammirare nella Galleria di questa Istituzione oltre 60 quadri sulla storia della Cartografia dell’India, divulgando così delle suggestive testimonianze sulla morfologia di questo enorme Paese.

Ciononostante, la specificità della Collezione Pullé non sta nell’annoverare pezzi di pregio, come avviene, per converso, nel caso di altri musei italiani dedicati all’Oriente. Ad esempio, i temi dell’etnografia e della storia dell’arte religiosa indiana, in particolar modo legati alla devozione degli hindū, sono testimoniati da oggetti nell’ambito dell’artigianato locale di inizio XX secolo, segnando però in tal guisa i primi passi della scienza etnografica rivolta all’Oriente. Nondimeno, in mostra è presente una opera a suo modo decisamente rara e, a tratti, perfino “insolita”. Ci riferiamo al calco di una statua che rappresenta: Siddhārtha digiunante (1902 ca., gesso dipinto, originale in scisto verde), presumibilmente la sola copia oggi sopravvissuta. La raffigurazione realistica del futuro Buddha, e comunicante un pathos che ricorda quello della iconografia cristiana, fa di questa statua un prototipo di grande importanza per lo studio dell’arte buddhista dell’area indiana. Il calco, danneggiato già durante la permanenza di Pullé in Oriente, è stato ottimamente restaurato in previsione di questo evento, permettendo ora di potersi confrontare con quello che è, benché parliamo di una semplice copia, un unicum dal punto di vista scientifico. Del resto, lo stesso Pullé nel 1907 aveva pensato il suo Museo quale strumento di supporto: “[…] per lo studio della storia e delle arti nei rapporti commerciali e civili dell’Italia coll’Estremo Oriente”.

Riscoprire la grande Scuola Orientalistica Italiana del passato

Allargando il ragionamento alla storia degli studi asiatici in Italia, ci dispiace constatare che al nome di Francesco Lorenzo Pullé non sia quasi mai degnamente associato quello dell’indianista Angelo De Gubernatis (1840 – 1913), probabilmente il suo principale maestro, che viene citato davvero troppo poco nel Catalogo della mostra e sempre come “amico” e mai quale uno dei mentori di Pullé. Se non fosse stato per il lodevole processo di recupero promosso anni or sono da Maurizio Taddei, di De Gubernatis sarebbe andato perso il ricordo; eppure a lui si deve la creazione della raccolta indiana di Firenze; anche questo un “museo perduto”, considerato che tale importatissima collezione è tuttora chiusa al Piano Terra del Museo di Antropologia ed Etnologia della città toscana. Cogliamo pertanto la occasione per ricordare che dagli studi sull’Oriente di De Gubernatis si creò una mirabile “filiera”, che passò prima per Pullé, per giungere a Raffaele Pettazzoni (1883 – 1959), che fu il più abile tra i suoi allievi. Tre grandi studiosi italiani in buona parte obliati, sebbene in misura diversa. Ciò malgrado, con De Gubernatis Pullé non condivideva soltanto la passione per l’India e il sanscrito, ma parimenti un convinto patriottismo. Rammentiamo per chi non lo sapesse, che egli il 24 maggio 1915 si arruolò volontario come soldato semplice in Fanteria, all’età di ben sessantacinque anni, terminando la sua esperienza tra i ranghi militari nel 1920, col grado di tenente colonnello, ricevendo vari encomi per aver utilizzato le sue competenze cartografiche per l’Esercito.

Per concludere, riteniamo che la cosa più giusta sarebbe che la mostra di cui si è parlato servisse come impulso per ricreare il Museo Indiano voluto da Pullé, piuttosto che tenerlo “smembrato” in più sedi e con la maggior parte degli oggetti relegati nei depositi. Questa sarebbe da considerarsi una benemerita e lungimirante iniziativa, così da riscoprire un pezzo dell’orientalistica italiana, con i suoi tanti primati, sia dal punto di vista delle collezioni sparse sul nostro territorio, sia in quei personaggi che l’hanno resa grande, probabilmente la più blasonata d’Occidente, e tra costoro si sono senza dubbio guadagnati un posto De Gubernatis e Pullé.

http://www.barbadillo.it/81618-la-mostra-i-volti-del-buddha-dal-perduto-museo-indiano-di-bologna/

mostre, musei

Museo Europeo degli Studenti

Je ne veux pas mourir idiot

Museo Europeo degli Studenti – MEUS
Il Sessantotto dall’università al mondo
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In occasione del cinquantesimo anniversario del Sessantotto studentesco, il Museo Europeo degli Studenti ha dedicato a questo tema un percorso espositivo all’interno delle sue sale. Il filo conduttore della mostra è legato all’espansione planetaria del movimento che, oltre a diffondersi nello spazio geografico, funse da volano a una serie di proteste e rivendicazioni sviluppatesi in parallelo al di fuori dell’Università.

Il movimento, nato originariamente a metà degli anni Sessanta negli Stati Uniti in opposizione alle discriminazioni razziali e alla guerra in Vietnam, raggiunse la sua massima espansione nel 1968 nell’Europa occidentale, col suo apice nel Maggio francese.

Se le università furono indubbiamente il contesto di formazione del movimento, di fatto la contestazione fuoriuscì ben presto da campus e atenei per attraversare luoghi di lavoro, città, istituzioni culturali e altri spazi ancora. Documenti, libri, foto, audio e video presentati all’interno del percorso espositivo intendono rendere conto della straordinaria estensione territoriale raggiunta dalla contestazione, coinvolgendo svariati contesti sociali.

L’esposizione, curata da Maria Teresa Guerrini e Marica Tolomelli, è stata realizzata dal Sistema Museale di Ateneo in collaborazione con il Dipartimento di Storia Culture Civiltà e con l’Archivio Storico dell’Università di Bologna.

Orari di apertura
da mercoledì a venerdì: 10.00 – 13.00
sabato, domenica e festivi: 10.00 – 18.00

chiusure: 24 e 25 dicembre, 1 gennaio, 1 maggio

Biglietti
Intero: 5€
Card Musei Metropolitani: 3€

Gratuito: studenti Unibo; 0-6 anni

MEUS, Via Zamboni 33 Bologna

editoria

Fruit Exhibition

Torna a Bologna Fruit Exhibition, il market internazionale dell’editoria d’arte indipendente che raccoglie le più interessanti pubblicazioni cartacee e digitali che includono libri d’artista, cataloghi, progetti grafici, riviste, cartotecnica e zine.

La settima edizione di Fruit Exhibition sarà ospitata per la prima volta nella sede dello storico Palazzo Isolani, che si affaccia sulla suggestiva piazza Santo Stefano nota per le sue Sette Chiese. L’evento aperto al pubblico con una selezione di oltre 100 tra i migliori editori indipendenti italiani e stranieri, presenta un programma di conferenze, workshop, mostre e installazioni.

Fruit Exhibition, che nelle tre giornate della scorsa edizione ha attirato un pubblico di oltre 6.000 visitatori, si svolge anche quest’anno in concomitanza con Arte Fiera e Art City, nel fine settimana che ogni anno Bologna dedica all’arte contemporanea, garantendo un importante afflusso di appassionati di linguaggi visivi contemporanei.

 

Come omaggio alla capacità di sorridere degli imprevisti e dei piccoli e grandi paradossi della vita quotidiana, Fruit Exhibition dedica il focus di questa edizione allo humor. Perché in Italia per occuparsi di cultura (e di editoria) è sempre necessario un po’ di buon-umore, perché c’è bisogno di leggerezza, di colori shock, di stupore, di ironia, di satira e anche di humor nella sua accezione viscerale di fluido corporale, forza vitale che trascina al di là della forma e degli stili.

 

Novità di quest’anno, il premio FIP – Fruit Indie Publishing, promosso da Fruit Exhibition in collaborazione con la storica cartiera Favini, e rivolto ai migliori prototipi di libro artistico, progetti editoriali indipendenti e zines. Il concorso è gratuito e rivolto a tutti gli artisti e editori che presenteranno entro il 15 marzo 2019 un progetto editoriale inedito, in formato digitale, che indaghi il tema dello humor e si distingua per la ricerca tecnica e formale in relazione ai contenuti. Scopo del concorso è far emergere la diversità e la vivacità espressiva del settore editoriale indipendente, per incoraggiare e omaggiare tutti gli artisti e creativi che hanno scelto il libro o la rivista come forma d’espressione, in quanto media e oggetto d’arte tradizionale e al contempo d’avanguardia.

Cronòtopo la narrazione della biblioteca attraverso l’arte è invece il progetto che l’artista Cosimo Veneziano ha concepito per l’anniversario di Salaborsa, a partire da una sua residenza nella città di Bologna che l’ha portato a creare manifesti e segnalibri per la storica biblioteca bolognese e realizzare infine, una mostra che si terrà nei giorni di Fruit Exhibition. Le opere che verranno esposte in biblioteca sono l’esito del lavoro che l’artista ha fatto sul luogo, conservando un forte legame con esso e con la sua memoria collettiva.

 

Tra le attività a cui si potrà aderire nei giorni del festival non mancano i workshop, come Indie Paper con Edizioni del Frisco e Francesco Ciaponi incentrato sul fenomeno della rinascita dei magazine indipendenti per concludere con la progettazione e realizzazione di una zine o un magazine a tema libero e rigorosamente analogico; oppure Art Tattoo Shop con Erik Kessels e Chantal Rens dove i due artisti danesi inviteranno i partecipanti a creare e giocare con immagini e collage.

Fruit Exhibition è un progetto di Crudo con il sostegno del Comune di Bologna e di Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, e segnalato da ART CITY Bologna 2019.

 

Press office: Irene Guzman Craighero | press@fruitexhibition.com | ph. +39 349 1250956

Download press kit: www.fruitexhibition.com/press

Per ulteriori informazioni e per consultare il programma aggiornato visitare il sito www.fruitexhibition.com

festival

BilBolBul 2018

Ci siamo! È iniziata la settimana di BilBOlbul. Per non perdersi niente, ecco il secondo capitolo della guida al festival, con gli appuntamenti principali dei prossimi giorni.
Scopri il programma completo di BilBOlbul 2018
Cominciamo dai fondamentali: il centro del festival è la Biblioteca Salaborsa, dove trovi l’infopoint, il bookshop e lo spazio dediche.

Le dediche vanno prenotate, ci vuole un attimo: controlla il calendario (meglio il giorno stesso: può subire variazioni), passa all’infopoint e ritira il tagliando che ti dà accesso alle dediche.

Mentre sei all’infopoint, puoi acquistare la Carta amici del festival, che ti fa risparmiare il 10% sui libri del bookshop (e una marea di altre cose) e sostenere BilBOlbul.

Questa è anche la settimana del Black Friday, e un buon giorno per passare al bookshop è venerdì 23, quando tutti i libri saranno scontati del 10% (del 15% per chi ha la Carta Amici).

Pubblicazioni
BBB18 In corso d’opera
Metà guida al festival e metà rivista, BBB18 In corso d’opera contiene approfondimenti sugli autori ospiti e due interviste a Francesco Cattani e Francesca Ghermandi. Da sfogliare visitando le mostre.
Scopri di più
Jack Kirby. Mostri, uomini, dei
Da Jonathan Lethem a Paul Karasik, da Stefano Ricci a Roberto Recchioni: fumettisti, sceneggiatori e scrittori da tutto il mondo raccontano l’arte di Jack Kirby in un catalogo illustrato.
Scopri di più
Le mostre
Si comincia venerdì 23 con una doppia inaugurazione: Risorse umane di Francesco CattaniThe Dungeon Master di Mat Brinkman in Pinacoteca Nazionale di Bologna, alle 18.30.
Prima, però, inaugura Alla ricerca della tela infinita. Il progetto ERCcOMICS in Accademia di Belle Arti, giusto al civico accanto.

Sabato 24 è il momento di Jack Kirby: Mostri, uomini, dei inaugura alle 12 alla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna.
Alle 15 apre Mosca cieca di Amandine Meyer al Museo internazionale e biblioteca della musica;
alle 19 Il grifone d’oro di Gianluca Ascione al Cassero LGBT Center,  a cura di Canicola (preceduto da un incontro con Cristina Portolano) e alle 20 Mangiami bevimi di Emelie Östergren a Squadro Stamperia Galleria d’Arte.
Dopo, festa al Locomotiv.

Domenica 25 ci si riprende dalla festa e ci si trova all’albergo Al Cappello Rosso alle 19.30 per la tradizionale apertura delle BBB Room, quest’anno a opera di Amandine Meyer e Luca Di Sciullo.

Intanto, sono già visitabili Anatomia delle macerie di Guido Buzzelli in Accademia di Belle Arti (fino al 25 novembre) e Io sono Mare di Cristina Portolano al MAMbo (a cura di Canicola, fino al 2 dicembre).

Visite guidate
Organizziamo visite guidate per gruppi e classi alle mostre di Jack Kirby, Francesco Cattani, Mat Brinkman, Amandine Meyer e ERcCOMICS. Per info e prenotazioni, scrivi a bbbragazzi@bilbolbul.net
Gli incontri
BilBOlbul apre col botto con la lectio magistralis di David B. sul fantasticogiovedì 22 alle 15 in Accademia di Belle Arti. Da non perdere assolutamente.

Modi del fantastico

Ai modi del fantastico è dedicato il ciclo omonimo di incontri in collaborazione con l’Erasmus Mundus in Culture Letterarie Europee dell’Università di Bologna. Oltre a due ritratti d’autore, Francesco Cattani e Ruppert & Mulot, esploriamo le tante dimensioni del fantastico parlando di infanzia con Amandine Meyer ed Emelie Östergrendi architettura con Lucas Harari e Paolo Bacilieri e di scienza con Tuono Pettinato, Francesca Riccioni e gli autori di ERCcOMICS.

Grandi maestri

Oltre al convegno dedicato a Guido Buzzelli, altri due incontri su due grandi del fumetto americano: Join the Multiforce con Mat Brinkman e Ratigher, e Ho visto un re, ritratto di Jack Kirby a più voci – quelle di Paul Gravett, Giuseppe Camuncoli, Matteo Casali, Ratigher e Alessandro Tota.

Ping Pong – Autori a confronto

Ogni sera alle 21.30 la libreria Modo Infoshop ospita Ping Pong, un ciclo di incontri che mette a confronto coppie di autori e autrici: Francesca Ghermandi e Ivan Hurricane, Aniss El Hamouri e Anna Haifisch, e la doppia coppia Lise e Talami e Ruppert & Mulot.

BBB consiglia

Domenica 25 è il giorno di BBB consiglia, un ciclo di incontri con autori e autrici di alcuni dei migliori fumetti usciti di recente:
Sara Colaone e Luca De Santis presentano Ariston (Oblomov, 2018) con la storica delle donne Eleonora Landini;
Giacomo Nanni presenta Atto di Dio (Rizzoli, 2018) con Giorgio Vasta;
Luca Caimmi presenta Pinocchio (orecchio acerbo, 2018) con Antonio Faeti.

BilBOlbul in Cineteca
Dopo l’omaggio a Bonvi e alle sue Sturmtruppen (che prosegue a dicembre con una rassegna in Cineteca e con la grande mostra a Palazzo Fava, dal 7 dicembre), sabato alle 20 Gipi presenta Il ragazzo più felice del mondo con Gero Arnone al Cinema Lumière.

In programma in Cineteca anche due proiezioni per bambini, in collaborazione con Schermi e lavagne.

BBB bambini
Se vieni al festival con dei bambini, ti ricordiamo che sono ancora aperte le iscrizioni ai laboratori di Cristina Portolano, Luca Di Sciullo, Teresa Sdralevich e Clayton Junior.

Per info e iscrizioni, controlla qui il programma completo di BBB bambini, o scrivi una mail a bbbragazzi@bilbolbul.net.

Sembra lunghissimo, eppure questo è solo un assaggio dei tanti appuntamenti di BilBOlbul. Per scoprirli tutti, tieni d’occhio il sito o la pagina Facebook del festival.
editoria

Le origini del Mulino

Mostra documentaria dal titolo Le origini del Mulino (1951-1964)

In occasione dell’anniversario della morte di Giovanni Evangelisti, nel quadriloggiato della Biblioteca dell’Archiginnasio sarà liberamente visitabile la mostra, allestita dalla Fondazione Biblioteca del Mulino in collaborazione con la Biblioteca dell’Archiginnasio. L’esposizione ricostruisce attraverso vari documenti – foto, libri, riviste, carteggi – la vicenda di questa casa editrice e del gruppo che le è collegato, un pezzo importante della storia culturale, poilitica e sociale di Bologna e dell’Italia.
I documenti, provenienti dai 160 metri dell’archivio del Mulino, sono il primo risultato, condiviso con il pubblico, di un importante lavoro di riordino di tutto l’archivio al termine del quale sarà completamente fruibile.

La mostra è il migliore modo possibile di ricordare un uomo che, nei 44 anni del suo rapporto con il Mulino, ha contribuito in maniera determinante a forgiarne la storia. La sede è significativa perché all’Archiginnasio la vedova e i figli hanno donato la preziosa bilbioteca personale di Evangelisti. La donazione verrà ricordata in un incontro di inaugurazione, 2 ottobre alle ore 17.30.

 

Quando

Dal 2 Ottobre al 4 Novembre 2018
dal lunedì al sabato dalle 9 alle 19, la domenica e i giorni festivi dalle 10 alle 14. Giovedì 4 ottobre 10-19.
Ingresso gratuito

Informazioni

Biblioteca dell’Archiginnasio

Tel. 051 276811

ingresso libero

illustrazione

Il giornalino della Domenica

Arte

Utagawa Kunisada

Museo di Palazzo Poggi – Sala di Arte Orientale
mostra per il 30° anniversario del Centro Studi d’Arte Estremo-Orientale di Bologna

 

 

Mostra dedicata a Utagawa Kunisada (1786-1865).

Popolarissimo ai suoi tempi, la sua fama superava quella di artisti a lui contemporanei come Hokusai. A lungo ingiustamente sottovalutato in Occidente, recentemente Kunisada è stato oggetto di numerose ricerche, pubblicazioni ed esposizioni a livello internazionale, che ne hanno rivelato la straordinaria statura artistica, assegnandogli un posto stabile nell’Olimpo dei maggiori artisti della xilografia ukiyo-e del XIX secolo, accanto a Hokusai, Hiroshige e Kuniyoshi. Kunisada è l’artista più prolifico dell’arte giapponese, avendo prodotto più di 40.000 opere fra stampe, libri e dipinti. La sua sterminata produzione di stampe dedicate al teatro kabuki rivela un’eccezionale ricchezza inventiva e fa di lui il maggior autore di stampe teatrali del XIX secolo. Un altro campo in cui si è distinto, lasciando numerosi capolavori, è quello della raffigurazione di bellezze femminili, un genere chiamato in giapponese bijinga.

La collezione di stampe giapponesi ukiyo-e del Museo di Palazzo Poggi è ricca di più di 250 opere di Kunisada, la maggior parte delle quali è di proprietà della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, che le ha cedute in comodato d’uso all’Università di Bologna. Per la realizzazione della mostra ne sono state selezionate circa 90 fra le più rappresentative.

Le stampe verranno presentate in tre esposizioni distinte, seguendo un itinerario cronologico, consentendo così di conoscere attraverso opere significative le principali fasi stilistiche della lunga e fruttuosa carriera artistica di Kunisada.

CALENDARIO

Seconda parte: 16 dicembre 2017 – 2 marzo 2018

Terza parte: 3 marzo 2018 – 3 giugno 2018
Inaugurazione 3 marzo 2018, ore 16.00

Orari di apertura: da martedì a venerdì: 10 – 16; sabato, domenica e festivi: 10 – 18; chiusure: 24 e 25 dicembre, 1 gennaio.

Durante il periodo espositivo verranno organizzate diverse attività collaterali, quali visite guidate e conferenze, curate dal Centro Studi d’Arte Estremo-Orientale, in collaborazione con il Museo di Palazzo Poggi.

Ingresso gratuito per gli abbonati alla Card Musei Metropolitani Bologna

Arte

Luigi Busi

Luigi Busi. L’eleganza del vero 1837-1884

a cura di Stella Ingino

promossa dall’Associazione Bologna per le Arti

Palazzo d’Accursio, Bologna

28 gennaio18 marzo 2018

inaugurazione: 27 gennaio, ore 17.30

 

 

L’artista Luigi Busi è il protagonista della quattordicesima mostra retrospettiva promossa da Bologna per le Arti, associazione culturale da anni impegnata nel percorso di riscoperta e valorizzazione della pittura bolognese tra Ottocento e Novecento.

 

Si tratta della prima grande esposizione monografica dedicata al pittore nella sua città natale, che accoglierà circa quaranta opere di provenienza sia pubblica che privata affiancate dai dipinti dei maestri che hanno segnato la sua formazione e degli artisti contemporanei che ne hanno influenzato l’iter creativo.

 

La mostra è curata da Stella Ingino e inaugurerà sabato 27 gennaio 2018 alle ore 17.30 presso la Sala Ercole di Palazzo d’Accursio a Bologna. Per l’occasione sarà pubblicato anche un ampio catalogo dedicato alla variegata produzione dell’artista, corredato da testi critici di Stella Ingino, Ornella Chillè, Alessio Costarelli e Ilaria Chia.

 

L’arte di Luigi Busi trova la sua dimensione nel realismo ottocentesco, spaziando dalle opere di carattere storico a scene di vita borghese, con una predilezione verso temi familiari resi con vibrante sensibilità che gli garantirono ben presto l’ammirazione del pubblico. La morte prematura, avvenuta all’età di soli 47 anni, stroncò una brillante carriera caratterizzata da un grande successo che gli valse numerosi riconoscimenti ufficiali come la nomina di Socio Onorario presso l’Accademia di Belle Arti di Milano, di Bologna e di Perugia, oltre al titolo di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia.

 

Luigi Busi si forma al Collegio Artistico Venturoli a Bologna, ottenendo fin dai primi anni di studio premi e menzioni. Nel 1858, dopo aver vinto il Pensionato Angiolini, si trasferisce a Roma dove entra in contatto con le novità della pittura storica in direzione realista portate avanti da Altamura, Morelli e Ussi.

Negli anni Sessanta ottiene importanti commissioni pubbliche a Bologna occupandosi, in collaborazione con Luigi Samoggia, della decorazione del Teatro Comunale e della Sala Rossa in Palazzo d’Accursio. Nel 1867 è selezionato per l’Esposizione Universale di Parigi e raggiunge l’apice della fama con la premiazione all’Esposizione Nazionale tenuta a Parma nel 1870 e con l’Esposizione Universale di Vienna nel 1873.

Nel 1871 dipinge tre grandi tele per il «Salone del Risorgimento» del marchese Pizzardi e nel 1873 la pala Il martirio dei Santi Vitale e Agricola per l’altare maggiore dell’omonima chiesa bolognese. Altre opere di soggetto religioso sono nella cappella di Villa Hercolani Belpoggio a Bologna e nel Santuario della Madonna del Piratello, nei pressi di Imola.

Tra le decorazioni parietali si annoverano inoltre i suoi interventi nel Palazzo della Banca d’Italia a Firenze, in due palazzi privati a Imola e nella Sala degli Etruschi nel Museo Civico Archeologico di Bologna.

 

Tra le opere esposte in mostra si potranno ammirare: Cristoforo Colombo della Regione Emilia Romagna; Ritratto di Cavour e Minghetti e il dipinto del pittore Antonio Puccinelli, Carlo Alberto a Oporto del Museo del Risorgimento; Luigi Nicolò de’ Lapi prima del supplizio delle Collezioni d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna; Via degli Orefici della Collezione BNL Gruppo BNP Paribas di Roma; Giuseppe Busi del Museo Internazionale e Biblioteca della Musica di Bologna e numerose opere, tra dipinti e disegni, provenienti dalla Fondazione Collegio Artistico Venturoli (Le ultime ore del Doge Foscari; Autoritratto; San Sebastiano; Monaco; Studio di paesaggio; Veduta di chiostro; Scena biblica; Ritratto di Clemente IX; Ritratto amministratore conte Agostino Salina; Figura femminile con tamburello; Testa di uomo) oltre alle opere di collezione privata come l’inedito Ritratto della famiglia Hercolani o i celeberrimi Gioie materne e Conseguenze di un matrimonio celebrato col solo rito religioso.

 

La mostra ha ottenuto il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, del Comune di Bologna e dell’Accademia di Belle Arti di Bologna.

 

Nel corso dell’esposizione, e precisamente tra febbraio e marzo 2018, si terrà l’ottava edizione dei “Dialoghi Culturali a Palazzo d’Accursio”, un ciclo di conferenze sull’arte e le sue declinazioni tenute da studiosi e personalità del panorama culturale della città. Gli appuntamenti si terranno presso la Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio.

 

La mostra sarà aperta al pubblico dal 28 gennaio al 18 marzo 2018 e si potrà visitare gratuitamente martedì, mercoledì, giovedì, sabato e domenica dalle ore 10.00 alle ore 18.30 e venerdì dalle 15 alle 18.30 (lunedì chiuso).

 

Immagine di apertura:
Luigi Busi, Conseguenze di un matrimonio celebrato col solo rito religioso, collezione privata

 

Bologna per le Arti è un’associazione culturale senza scopo di lucro nata nel 1999 per fornire un servizio diretto alla conoscenza e alla divulgazione delle arti figurative con specifico riferimento ai periodi dell’Ottocento e del Novecento. A tal fine, l’associazione si propone di organizzare mostre, conferenze e pubblicazioni finalizzate alla valorizzazione della tradizione artistico-culturale del territorio bolognese. Bologna per le Arti realizza i propri progetti collaborando con enti, associazioni e istituzioni di natura pubblica e privata. Dal 2010 realizza le proprie mostre annuali (circa 250mila visitatori) presso Palazzo d’Accursio in collaborazione con il Comune di Bologna, sempre corredate dal ciclo di incontri «Dialoghi Culturali a Palazzo d’Accursio» grazie alla partecipazione dei maggiori professionisti della cultura in città e nel Paese. Dopo l’incredibile successo di pubblico delle mostre su Alfredo Protti, Flavio Bertelli e Carlo Corsi, e dopo esser stata onorata della Medaglia dal Presidente della Repubblica per le mostre “Mario di Maria (Marius Pictor). Il pittore delle lune” e “Giovanni Romagnoli. L’eterna giovinezza del colore” l’Associazione prosegue la sua attività promuovendo la quattordicesima retrospettiva che quest’anno sarà dedicata al pittore Luigi Busi (Bologna, 1837-1884).

 

Per info:

www.bolognaperlearti.it

info@bolognaperlearti.it

 

Viaggi

Palazzo Pallavicini

L’estate bolognese apre le sue danze annunciando al grande pubblico la prossima apertura dell’incantevole Palazzo Pallavicini, dimora settecentesca di proprietà privata, ubicata in via San Felice 24 a pochi passi dalle Due Torri e da Piazza Maggiore, allo scopo di ospitare prestigiosi eventi culturali: un tesoro nascosto rimasto chiuso per lungo tempo e in via di restituzione alla città, quale vero e proprio contenitore di arte e cultura al pari dei più illustri palazzi bolognesi.

Il progetto, a cura della Pallavicini S.r.l, composta da Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci, è stato presentato nella conferenza stampa del 14 giugno. Un processo di eccezionale restauro parziale, che vedrà il celebre fumettista Milo Manara protagonista della prima grande mostra di Palazzo Pallavicini, a partire da venerdì 22 settembre 2017.

 

 

·               Le origini

 

La ristrutturazione in corso degli interni non può che ridestare l’architettura mozzafiato del palazzo che, come riferisce la storica dell’arte Elisabetta Landi nel suo studio “Gianluca e Giuseppe Pallavicini: la cultura e le committenze artistiche e musicali”, fu attribuita da Giuseppe Guidicini (1763 – 1837) agli architetti Paolo Canali e Luigi Casali, commissionati dalla famiglia Isolani nel 1557, giunti a Palazzo dopo i Sala (1493), al tempo della dominazione dei Bentivoglio, e di alcune nobili famiglie bolognesi come i Villa, i Volta e i Marsili.

La folgorante e monumentale scalinata di benvenuto e il salone con soffitto a lanterna, che è il più alto della città insieme a quello di Palazzo Ranuzzi, furono opera di Paolo Canali, mentre le sale vennero fastosamente decorate dai dipinti di Giovanni Antonio Burrini nel 1690.

 

 

·               L’arrivo del Maresciallo Conte Pallavicini

 

Il palazzo fu poi scelto come abitazione per il suo prestigio dal maresciallo Gian Luca Pallavicini (Genova, 1697-1773), condottiero e ministro dell’impero di Carlo VI d’Asburgo e di sua figlia, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria e madre della Maria Antonietta regina di Francia decapitata durante la Rivoluzione Francese.

Col Pallavicini, l’edificio divenne la sede di una corte europea dagli scenari di una vera e propria reggia. Vì s’intrecciarono rapporti con la diplomazia internazionale sullo sfondo di feste, banchetti, concerti e il passaggio di teste coronate.  Memorabile fu il corteo che si svolse nel 1764 per celebrare l’“Entrata del Gonfalonierato” – il senator Davia, “Pari di Scozia” e Gentiluomo di Camera del Duca di Modena -, quando i più notabili del tempo ascesero la scala monumentale del Palazzo tra fiaccole e musiche, offrendo alla città uno spettacolo senza pari.

 

 

·               Mozart a Palazzo

 

Ma fu la sera del 26 marzo 1770 che Palazzo Pallavicini visse un momento di preminente importanza storica, che vide il quattordicenne Wolfgang Amadeus Mozart esibirsi nel salone del Burrini alla presenza dell’alta aristocrazia europea e di settanta dame cittadine. Con grande orgoglio, il 28 marzo il conte scrisse al ministro Firmian: “Si tenne a questo fine Lunedì sera in mia casa una conversazione di 70 dame alla quale intervennero il Sig.e Cardinale Legato, i Sig.ri Principi di Holstein, e quasi tutta la nobiltà, e il giovane professore vi diede prove così ammirabili del suo sapere, che nella tenera sua età sembrerebbero incredibili a chi non le vede…”.

Il bambino prodigio era arrivato a Bologna con il padre Leopold il 24 marzo e Gian Luca, che era un fine intenditore, non se lo fece scappare. I Mozart, infatti, furono ospiti del maresciallo a più riprese, anche nella Villa della Croce del Biacco durante l’estate e al palazzo in città nell’autunno seguente, dove videro luce le celebri antifone Cibavit eos, Quaerite primum regnum Dei e con ogni probabilità il minuetto in Mi Bemolle Maggiore K 94.

A Palazzo Pallavicini, Mozart incontrò i grandi protagonisti della musica europea, come Misliveček, Vanhalle, Farinelli, il musicologo Charles Burney (“Incontrai il celebre piccolo tedesco… nel palazzo del principe Pallavicini”) e padre Martini, e con le sue visite rinnovò il gusto musicale in città: “Dal Pallavicino… nel terrazzo c’erano molti suonatori che facevano deliziose sinfonie” (M. Oretti).

 

 

·               Una corte europea nel cuore di Bologna

 

Nelle sale della residenza si avvicendarono altri e importanti episodi di storia internazionale, che videro passare i protagonisti della politica del tempo: dalla giovane principessa Maria Carolina d’Asburgo, che nel 1768 fu scortata a Napoli dal maresciallo Pallavicini per incontrare Ferdinando di Borbone, suo futuro sposo, al granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena, con la moglie Maria Luisa di Borbone Spagna, e l’imperatore d’Austria Giuseppe II nel 1769. Il tutto accompagnato da teatrali festeggiamenti, come la memorabile corsa dei “cavalli barbari”, organizzata nel 1775 lungo via San Felice per l’arrivo dell’arciduca Massimiliano.

 

 

·               Gli anni di Giuseppe Pallavicini

 

La magnificenza del Palazzo s’incrementò negli anni a seguire con il conte Giuseppe Pallavicini (1756-1818), che raggiunta la maggiore età e divenuto proprietario dell’edificio, indisse nuovi cantieri, documentati nel dettaglio grazie alle numerose carte dell’archivio di famiglia. Cresciuto con la formazione degna di un sovrano, egli decise di trasformare il palazzo in uno stabilmento neoclassico d’avanguardia di altissimo livello e, in vista delle sue nozze (1776), interpellò grandi protagonisti della civiltà artistica del tempo, tra cui l’architetto Raimondo Compagnini, lo scultore Giacomo Rossi, il quadraturista David Zanotti, e i figuristi Filippo Pedrini e Giuseppe Antonio Valliani.

Ne sono tutt’oggi testimoni le affascinanti decorazioni interne al palazzo. Si pensi all’affresco de L’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo come Cibele Madre di tutti i popoli, dipinto tra il 1791 e il 1792 dal bolognese Pietro Fabbri sul soffitto di una sala al piano nobile: un’opera straordinaria e unico esempio al mondo, realizzato non a caso nell’anno in cui la figlia Maria Antonietta languiva nella prigione del Tempio a Parigi. Oppure alle decorazioni in stucco realizzate da Giacomo Rossi sulle pareti delle grandi sale del “Camerone” e dei “Conviti”, con un repertorio di candelabre à la greque impareggiabile per estensione. Lo stesso splendore si ravvisa nella decorazione pittorica realizzata dalla squadra di artisti composta da Giuseppe Antonio Valliani e i figuristi Emilio Manfredi e Francesco Sardelli, i cui lavori testimoniano il gusto per l’antico che si ripete nelle varie sale. Rilevante fu la collaborazione del pittore bolognese Filippo Pedrini, autore di due soffitti ambientati nei paesaggi di Vincenzo Martinelli, in omaggio alle origini mercantili dei Pallavicini, e quella di Serafino Barozzi, autore delle ghirlande fiorite dipinte lungo le pareti della sala dei “Conviti” (motivo ornamentamentale che egli eseguì allo stesso modo nella reggia estiva dell’Oranienbaum per Caterina di Russia).

Il percorso nei cantieri neoclassici di Palazzo Pallavicini ha il suo coronamento nella biblioteca, destinata ai diciottomila volumi del conte Gian Luca, dove si assiste a un altro unicum della pittura bolognese, che vede la data “1792” e la firma del quadraturista, nonché autore della biblioteca, Flaminio Minozzi sulla cupola della sala, quale evento raro per un affresco nella storia dell’arte.

 

Tanta maestosità e prestigio, dunque, in un luogo le cui pareti traspirano le memorie di un tempo e dove, fra storia e stili epocali, rivivono ancora i personaggi del passato. Tutto questo, finalmente, in via di rinascita e rigenerazione di un edificio di grande pregio, il quale si prepara a riservare grandi sorprese alla città di Bologna con un programma culturale straordinario, a partire da settembre 2017.

 

 

INFORMAZIONI UTILI

 

DOVE: PALAZZO PALLAVICINI

INDIRIZZO: Bologna, via San Felice 24

PRIMA APERTURA PUBBLICA: “Nel segno di Manara. Antologica di Milo Manara”, 22 settembre 2017 – 21 gennaio 2018

Contatti: info@palazzopallavicini.com, tel. 3313471504

 

Sito: http://www.palazzopallavicini.com

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