fantascienza

Crash

Carne, macchina e atrofie emotive. “Crash” di J. G. Ballard: un racconto catastrofico del presente

di Simone Gall – 22/04/2019

Carne, macchina e atrofie emotive. “Crash” di J. G. Ballard: un racconto catastrofico del presente

Fonte: EreticaMente

“Volevo strofinare la razza umana nel suo stesso vomito e costringerla a guardarsi allo specchio”.
Con queste parole, James Graham Ballard presentava al pubblico quello che lo stesso autore britannico amava intendere come “il primo romanzo pornografico basato sulla tecnologia”. Con Crash (edito per la prima volta in Italia solo nel 1990), nel 1973 il narratore riprendeva, seppur con un approccio meno sperimentale, quel discorso di scrittura anticonvenzionale iniziato qualche tempo prima con il capolavoro La Mostra delle Atrocità, rispettando, pur tuttavia, il tema della calamità universale caro ai suoi precedenti lavori fantascientifici.
Stilisticamente, Ballard incorpora nel suo testo una nuova estetica letteraria basata sulla confusione narrativa. La sintassi e la trama lineare soccombono a tecniche più accurate che vertono invece sulla distorsione e sulla sovrainterpretazione. Impiegando un’omelia di impressioni soggettive, Ballard crea un equivalente verbale della fusione surrealista tra il forense e il sentimentale precedentemente raggiunto dalle visioni di personaggi quali Dali, Magritte e De Chirico. La trama vede la voce narrante portare il nome dell’autore stesso, James Ballard. Il soggetto riepiloga in prima persona situazioni e avvenimenti mutuati dal rapporto cosiddetto matrimoniale tra l’eccitazione sessuale e gli incidenti stradali. L’automobile, in quanto mezzo tecnologico fa quindi da raccordo tra eros e thanatos. Con Crash, Ballard volle approntare un testo che esplorasse alcune tendenze vicine al confine con il tema della psicopatologia. In ciò fu determinante il background sociologico-culturale: la situazione post assassinio dei Kennedy, la sensazionalizzazione della violenza (che cominciava a fare breccia nell’immaginario popolare) e l’inizio dell’era tecnologica da cui la spersonalizzazione dell’individuo.
Nel testo, l’automobile produce un effetto erotizzante, essendo questa osservata non soltanto come immagine o feticcio sessuale, ma anche come prolungamento del corpo umano; una metafora globale per la vita dell’uomo nella società contemporanea. In questo senso, l’incidente stradale assume la caratteristica di un film pornografico. I personaggi di Crash sono intrappolati nella costante, spasmodica ricerca dell’appagamento sessuale, attraverso un coito che è però freddo, meccanico, poiché per il suo soddisfacimento è sempre necessario l’intervento del mezzo artificiale. Per il personaggio di Ballard, così come per quello della moglie Catherine, l’accostamento tra corpo umano e automobile offre una prospettiva tecnologica alla sessualità. Simili ai due sono l’avvenente Helen Remington, vicina all’ambito che studia il crash test automobilistico, e il bizzarro Vaughan, feticista ossessionato dalla mitologia dell’incidente stradale e dalle lesioni causate dallo stesso.
Per Ballard, la pornografia è la forma più politica di finzione, poichè tratta del modo in cui ci si utilizza e ci si sfrutta reciprocamente nel modo più urgente e spietato. Per lui, sesso e paranoia sono concetti inestricabili. La sessualità nasce da un’immaginazione che rimane impigliata nella sua stessa complessità. La pulsione erotica è quindi il risultato della sublimazione, non dell’impeto, mentre i personaggi che compongono il suo universo sono semplici sottoprodotti dei sistemi concettuali: le ossessioni da cui sono animati risultano talmente complesse da sfuggire alla razionalità del lettore. Il personaggio di Vaughan, ad esempio, sperimenta l’orgasmo attraverso l’elaborazione di fantasie aventi come riferimento idoli dello schermo giustapposti a immagini di vittime di incidenti automobilistici.
Ballard descrive un mondo odierno che è disumanizzato dalla mancanza di comunicazione, dalla frustrazione sessuale e quindi, riepilogando, dall’incapacità dei corpi di godere al di fuori dell’assenza di un feticcio. Un mondo che è perennemente caratterizzato dalla simulazione:
“In passato abbiamo sempre pensato che il mondo esterno intorno a noi rappresentasse la realtà, per quanto confusa o incerta, e che il mondo interiore delle nostre menti, i suoi sogni, le sue speranze e le sue ambizioni disegnassero il regno della fantasia e dell’immaginazione. Anche questi ruoli, a me pare, sono stati invertiti. Il metodo più prudente ed efficace per trattare con il mondo che ci circonda è di supporre che si tratta di una finzione completa al contrario, in quanto l’unico piccolo nodo della realtà che ci rimane si trova dentro alle nostre stesse teste. La classica distinzione di Freud tra il contenuto latente e manifesto del sogno, tra l’apparente e il reale, dev’essere ora applicata al mondo esterno facente capo alla cosiddetta realtà”.
Ancora una volta, la visione ballardiana della società è (indirettamente) esplicativa dell’attuale “presente”:
“Viviamo in un mondo dominato da finzioni di ogni tipo: merchandising di massa, pubblicità, politica gestita come fosse un ramo della pubblicità, la traduzione istantanea di scienza e tecnologia in immagini popolari, la crescente confusione e mescolanza di identità all’interno del regno dei beni di consumo, il preludio di ogni risposta immaginativa libera e originale all’esperienza dello schermo. Viviamo in un enorme romanzo. Per lo scrittore, in particolare, è sempre meno necessario escogitare il contenuto inventivo del suo romanzo. La finzione è già lì. Il compito dello scrittore è pertanto quello di inventare la realtà”.
La morte del sentimento, così come la mancanza di emozioni, sempre secondo l’autore scomparso il 19 aprile del 2009, ha spianato la strada, per l’uomo, ai suoi piaceri più malati e reconditi e alla libertà morale di perseguire la psicopatologia come fosse un gioco per intrattenersi: dall’eccitazione del dolore e della mutilazione, al sesso inteso come l’arena perfetta delle nostre stesse perversioni.
“In tutto il panorama delle comunicazioni si muovono gli spettri di tecnologie sinistre e dei sogni che il denaro può comprare. I sistemi di armi termo-nucleari e le pubblicità di bevande analcoliche coesistono in un regno illuminato, dominato da pubblicità e pseudo-eventi, dalla scienza e dalla pornografia. Sulle nostre vite presiedono i grandi leitmotiv gemelli del 20° secolo: sesso e paranoia. Voyeurismo, auto-disgusto, base infantile dei nostri sogni e desideri. Queste malattie della psiche sono ora culminate nella più terrificante vittima del secolo: la morte dell’affetto”.
Crash è la lettura di un cataclisma pandemico istituzionalizzato in tutte le società industriali che uccide centinaia di migliaia di persone ogni anno e ne ferisce milioni. Non soltanto, in sintesi, il secolo attuale rivendica tristemente la visione asfissiante di cui sopra, ma addirittura l’amplifica, tale e la volontà, da parte degli individui, di imporsi sull’asfalto con mezzi sempre più ingombranti da sfoggiare come trofei di vita, in un tripudio di SUV e maxi-car di sorta. Nel 1996, il registra canadese David Cronenberg porterà il romanzo sul grande schermo, “forte della convinzione”, dichiarerà a Cannes nel maggio di quell’anno, “che le due cose più filmate nella storia del cinema siano il sesso e le automobili”. “Il film inizia esattamente dove il mio romanzo finisce”, affermerà un entusiasta Ballard nella medesima circostanza.
Il Crash cronenbergiano pone metodicamente in scena il matrimonio malsano tra carne e lamiera dipinto nel testo originale, incuneandosi, con la macchina da presa, fra le immagini degli incidenti e le insalubri conseguenze inferte dagli stessi. Nel testo di Ballard, infatti, si possono tranquillamente rintracciare quegli elementi essenziali caratteristici delle ossessioni cinematografiche principali del regista, come la nascita di nuove forme di sessualità indotte dalla tecnologia e il rapporto perverso e autodistruttivo tra eros e civiltà. Ai tempi, il film scosse l’opinione pubblica per i forti contenuti, ritenuti inaccettabili. La censura americana ne osteggiò la divulgazione e lo stesso avvenne in Inghilterra, mentre dalle nostre parti la pellicola fu banalmente sbeffeggiata dal bigottismo radical-scribacchino di Irene Bignardi, su Repubblica:
“Crash resta una baracconata disonesta che nella povertà intellettuale di fine millennio rischia di diventare un pericoloso oggetto di culto per guardoni e cinefili boccaloni”.
Sorvolando su quest’ultima testimonianza, in anni molto più recenti un altro capolavoro di James Graham Ballard, High Rise (per noi Il Condominio), è stato trasposto su pellicola. Il libro, così come il film, attiene alle vicende degli abitanti di un grattacielo-condominio, per l’appunto, che in breve tempo regrediscono, nei comportamenti e nello stile di vita, alla condizione di uomini primitivi. Altra imperdibile metafora, non c’è che dire, di un’era contemporanea destinata a non morire mai.

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fantascienza, Letteratura

Regno a venire

Visto che in diverse occasioni ci siamo occupati di Cybercultura, vi proponiamo un nostro libro:

Shopping nel paese di distopia

Hardcover, 78 Pages
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Tesi di laurea in letteratura inglese condotta sull’originale del libro di J.Ballard “Kingdom come” ed.It. “Regno a venire”
Mentre il libro di Ballard lo trovate su Amazon : https://amzn.to/2QOk2Rr
Ovviamente sono entrambi in italiano
fantascienza, libri

Regno a venire

I quartieri residenziali sognano la violenza.
Addormentati nelle loro sonnacchiose villette,
protetti dai benevoli centri commerciali,
aspettano pazienti l’arrivo di incubi che li
facciano risvegliare in un mondo più carico
di passione…”

Regno a venire (Kingdom Come, 2006) è stato l’ultimo romanzo che lo scrittore britannico James Graham Ballard ha scritto, prima di andarsene nel 2009.
Appartiene alla Tetralogia di Cocaine Nights, di cui i precedenti romanzi sono Cocaine Nights (“Cocaine Nights”, 1996), Super-Cannes (“Super-Cannes”, 2000) e Millennium People (“Millennium People”, 2003).
Ma seppure i temi della tetralogia siano intercomunicanti, Regno a venire, come del resto gli altri tre romanzi, è autoconclusivo e può essere letto in solitaria senza perdere nulla del messaggio dell’Autore.

9788807701801_quartaIl regno a venire

In Italia “Regno a venire” è stato pubblicato due volte, entrambe da Feltrinelli: nel 2006 nella collana “I Canguri”; nel 2009 nella collana “Universale Economica, 2124”. Traduzione di Federica Aceto

L’argomento conduttore e legante della Tetralogia di Cocaine Nights è il senso di crisi che si avverte nella classe media e borghese della società consumistica occidentale, quindi la fascia di popolazione che sta a metà tra un mondo che non ce la fa e quello che ce l’ha fatta alla grande e che si risolve nella fascia numericamente maggiore (almeno per adesso, perché ci sono i presupposti che la prima, quella del non-ce-la-fa, tagli il traguardo vincente al più presto).
Quando dico società occidentale intendo un modello di vita che non necessariamente corrisponde a territori geografici europei o nordamericani: l’ubicazione di Regno a venire, per esempio, è posta nei sobborghi di Londra, ma potrebbe benissimo essere anche in Asia o in Africa, in Australia o in Sudamerica, dovunque questo modello abbia attecchito e sia prospero e vitale, o comunque condiviso più o meno consapevolmente.

Più nel dettaglio, le angolature con cui Ballard guarda a questo mondo che ci descrive – e che un docente di letteratura del ventesimo secolo dell’Università di Birmingham e studioso di Ballard, Andrzej Gasiorek, ha stigmatizzato come un capitalismo “terminale” – sono elementi simbolo di questo capitalismo avanzato: in Cocaine Nights il simbolo è un centro sportivo situato in Spagna sulla Costa del Sol, in Super-Cannes è un parco tecnologico nei pressi di Cannes, in Millennium People un quartiere della classe media o medio-alta nei pressi di Londra, in Regno a venire un immenso centro commerciale.

3 - prima edizione orig. KingdomComeNovelJ.G. Ballard: “Kingdom Come” (Fourth Estate, 2006). Prima edizione in lingua originale

La storia di Regno a venire si apre dentro i piccoli drammi automobilistici di un ex-pubblicitario di successo che sta tentando di uscire da Londra, dove abita, per raggiungere a fatica una di quelle cittadine di sobborgo senza storia e tutte uguali nate intorno alle cinture autostradali. Gli è morto il padre che non vedeva da anni, assassinato da un pazzo all’interno del centro commerciale di Brooklands, la cittadina dove si sta dirigendo, e ha due appuntamenti: il primo alla Centrale di polizia locale, il secondo dall’avvocato che si è preso in carico il testamento.
L’inizio è così normale e ordinario da far credere di essere entrati nella solita tipica cupa squallida e mille volte riscritta vicenda realistica e introspettiva di cui è piena la letteratura di oggi, senonché la registrazione del primo brevissimo periodo dell’incipit, che il lettore dimentica subito dal momento che non ha alcuna apparenza sincronizzata con il resto, lavora in sottofondo e incrina questa annoiata sicurezza del lettore dirigendolo e preparandolo a cose straordinarie. In realtà Ballard sta aprendo il suo ventaglio misuratamente realistico per scaraventare chi legge in una storia fantastica sul filo del rasoio tra realtà e fantasia. Quanto è vero e quanto è finzione?

Perché qui pare che la realtà abbia preso il posto della fantasia e viceversa. Niente è come sembrava, o come dovrebbe essere.

4 - Ballard e famiglia

 Ballard con i suoi figli nel giardino di Shepperton

Chi già ha letto qualcosa di Ballard sa che è uno scrittore finale, per niente incline a facili ottimismi, anzi, il portatore di un vessillo che incide spietato nel marcio umano: lo prende, lo analizza al microscopio, lo rivolta di sopra e di sotto, da ogni lato, gli permette di ballare il canto del cigno e poi lo risputa nudo e crudo, fotografato nella sua macabra essenzialità lasciando al lettore trarre le ovvie conclusioni.

Su questa tetralogia si sono già spesi fiumi di inchiostro, difficile che possa dire qualcosa di nuovo. Basta fare una superficiale ricerca in Rete e si troveranno analisi critiche sopraffine di ogni tipo.
Ma c’è una cosa che forse ancora non è stata detta e che continuerò a dire: Ballard è un autore che poco, anzi per niente, si presta ad essere mistificato e portato a bandiera di passeggeri momenti politici o sociali, oscurando o deprivando l’originalità delle sue parole. Regno a venire non è un romanzo sul razzismo, pro razzismo o contro il razzismo: parla a tutti, di qualunque colore siano. E quindi, se per caso vedeste accostare questa parola al suo romanzo e interpretare i suoi personaggi alla luce di questa variabile per fini di convenienza, sappiate che si sta tentando di mistificarne il significato. Non importa se per motivi pseudopolitici, ideologici, o commerciali del perché tira.
La sua è invece l’opera compiuta e raffinata di un autore sempre pronto a riscrivere con coraggio e originalità la realtà che vede e i meccanismi irrazionali con cui l’essere umano reagisce, spodestando di ogni supposto potere gli inutili orpelli di parole consumate e ridotte a niente.
Perché la sua penna non è di quelle che si accontenta di prendere la superficie delle cose e farne il nocciolo della questione: quando un suo personaggio parla di nazismo, per esempio, non sta parlando di quale colore abbia il nazismo, ma sta mostrandoti quanto sei o quanta potenzialità hai di essere nazista. Anche tu, che stai leggendo. In questo senso si dimostra autore politico, dove il termine politica ha il significato originale di arte e tecnica del governare, non di infimo artigianato e cricca dedita al predominio. Di fatto le sue deduzioni (non intuizioni) su come si muove l’autorità principe nei confronti degli eventi spiegano bene la sua assenza.
Come per alcuni altri autori così radicali e scavati in se stessi (erosi e levigati da una ferma volontà di arrivare al punto cruciale), Ballard non è un nichilista passivo all’insegna del tutto è inutile, ormai è così e sarà sempre peggio, non c’è salvezza. La sua scrittura non si perde per strada dietro a scuse e paraventi, ma diventa una rigorosa analisi di un fenomeno insito nell’essere umano attraverso la quale ne mette a fuoco le possibilità negative: lo fa con l’impassibilità di un medico rigoroso che toglie una dolorosa cancrena mentre il paziente urla, e lo medica attraverso “eroi” che hanno dubbi e si fanno domande, e proprio in virtù di questi dubbi e domande riescono a esercitare un ruolo positivo decisivo.
Ballard ha sempre creduto nella capacità dell’immaginazione di plasmare il mondo e favorire un’evoluzione e ha sempre dichiarato di essere ottimista nei confronti del futuro.
Lo si vede bene qui, in Regno a venire, dove perfino le sue donne tormentate o indecifrabili, quando non ambigue, diventano salvifiche e cruciali per l’evoluzione della storia. E dove, forse sentendo vicino lo scoccare dell’ultima ora e sapendo di non poter più lasciare adito a dubbi se ancora ce ne fossero, di spiragli ne lascia, e grossi, quando invece spesso si sente ancora dire che sia autore senza spiragli.
Li lascia in ogni colpo di bisturi (di penna) inciso nel corso dell’intero romanzo, teso alla soluzione attiva a cui costringe il lettore.
Perché attiva? Ma è ovvio. A te, lettore, ti ha scavato dentro il cuore e il cervello, ti ha descritto in ogni personaggio, ti ha spiegato che cosa ami e che cosa desideri e perché lo desideri, ti ha messo in luce l’effimero su cui viaggi, ti ha mostrato quanto la tua vita conti poco e niente, ti ha svelato il gioco perverso delle emozioni, ti ha anche illuminato sul meccanismo a fondo cieco in cui ti sei incastrato: vuoi davvero un mondo così? Perché i presupposti per cui si origini ci sono tutti, e tu ci sei già in mezzo.

Tea C.Blanc

http://andromedasf.altervista.org/recensione-regno-a-venire-kingdom-come-2006-di-james-graham-ballard/

http://www.lulu.com/shop/laura-raimondi/shopping-nel-paese-di-distopia/hardcover/product-732656.html

autori, libri

Mondi distopici

mercoledì 19 marzo ore 17 – LA COMPAGNIA DEL LIBRO – TOP FIVE

MONDI DISTOPICI – I futuri prossimi e claustrofobici della nostra letteratura
Avete presente al supermercato il banco frigo dell’insalata? Quanti dubbi, quante domande interiori ogni volta davanti a quell’arcobaleno vegetale. Indivia o belga? Soncino o trevisana? In busta o no? A quasi 52 anni ormai, ogni volta che entro in libreria mi sento come di fronte a quel banco frigo. Incapace di andare a colpo sicuro. Di scegliere. Perché l’offerta è troppo ampia. (Maurizio Donelli)
Il terzo appuntamento della “Top Five”, il ciclo di incontri che vi permette di scegliere la vostra “insalata letteraria”, è dedicato alle distopie. La negazione di un’utopia, luoghi del tutto spiacevoli e indesiderabili. Ecco, in poche parole, il nucleo degli appunti di lettura che “La Compagnia del Libro” dedica ai futuri che si potrebbero avverare.
Faremo una carrellata da George Orwell (Sara Macchi), ad Aldous Huxley (Anna Bonamici), passando da Kurt Vonnegut (Massimo Maisto), Ray Bradbury (Irene Lombardelli) e Philip Dick (Elisa Orlandini) per esaminare e condividere i testi che nella loro cupezza, sono riusciti nei decenni ad azzeccare alcune delle modificazioni socio-culturali e politiche del vivere odierno. Pagine senza speranza per un futuro che purtroppo, in certi casi, è diventato il nostro presente.