Uncategorized

Settima prova: Imola

La settima gara del campionato ASGS 2018/2019 di Championship Formula Racing

Il campionato ASGS 2018/2019 di Championship Formula Racing si chiude con il Gran Premio di San Marino, che si è svolto presso la sede dell’Associazione Sammarinese Giochi Storici, il 2 aprile 2019. Sarà proprio questa gara a decidere il Campione del Torneo ASGS di Championship Formula Racing 2018/2019, con ben quattro contendenti al titolo! Otto piloti in competizione con la vittoria finale di Marcello Maimone, seguito dal secondo posto di Gianluca Lari e dal terzo posto di Giancarlo Berardi.

Schermata
                                                        2018-04-16 alle
                                                        23.26.40Clicca qui per scaricare l’esclusivo circuito di Imola in versione .pdf

Le qualificazioni Q1 e Q2

La pole position viene conquistata da Gianluca Lari (totale offerte 7), al suo fianco, in prima fila, Palmiro Matteini (totale offerte 6,5). In seconda fila Marcello Maimone (totale offerte 5,5) e Danilo Volpinari (totale offerte 5). Terza fila per Glauco Bianchi (totale offerte 5). Chiudono Giancarlo Berardi (totale offerte 3), Giuliano Gennari (totale offerte 2) e Bruno Bianchini (totale offerte 2). Tutti e quattro i contendenti al titolo sono serrati nelle prime posizioni.

La gara viene svolta su tre giri del circuito  con la regola del Pit Stop.

fullsizeoutput_1ecf.jpeg

La gara

La partenza si rivela cruciale, Gianluca Lari parte ai 120Mph concedendo la scia a Marcello Maimone che ne approfitta subito per recuperare qualche posizione, spingendo moltissimo sin dalla prime curve. Il momento cruciale rimane senza dubbio l’ingresso nella curva Tosa, dove Marcello percorre la corsia centrale agli 80Mph, rallentando improvvisamente, costringendo Gianluca a scegliere la corsia più esterna che lo allontana di qualche casella. Sarà proprio questo errore ad avvantaggiare Marcello, che riesce ad entrare nella curva variante bassa prima di tutti, anticipando di ben un turno la prima sosta. Da lì in poi sarà un’eterna rincorsa per tentare di recuperare il divario con l’autovettura verde di Marcello Maimone.

Palmiro Matteini al secondo giro cede improvvisamente e viene inesorabilmente superato e relegato in quinta posizione, abbandonando qualsiasi sogno di gloria. Gianluca tenta come può un impossibile recupero, arrivando ad un margine di solo due caselle dietro a… Marcello Maimone, vincitore della seconda edizione del Gran Premio di San Marino. Complimenti al nuovo Campione!

nP+h8GAkS22nKP7hoo5rPg.jpg

Classifica piloti Spa-Francorchamps / Punti

Marcello Maimone / 10 punti
Gianluca Lari / 8 punti
Giancarlo Berardi / 6 punti
Bruno Bianchini / 5 punti
Palmiro Matteini / 4 punti
Glauco Bianchi /  3 punti
Danilo Volpinari / 2 punti
Giuliano Gennari / 1 punto

ubaB4gJwQryZPe9Ve0oo9A.jpg

Il Campionato ASGS-CFR 2018/2019 è terminato con la vittoria di Marcello Maimone a 44 punti, secondo a pari merito, sconfitto per numero di piazzamenti, è Gianluca Lari con 44 punti, terzo classificato Palmiro Matteini  a 42 punti.

Piccola curiosità: il Campionato 2016/2017 di Formula Race! 90 era terminato in perfetta parità tra Gianluca Lari e Marcello Maimone sempre a 44 punti!!! Incredibile.

fullsizeoutput_1ed1

Il prossimo evento previsto è il Torneo di Championship Formula Racing che si svolgerà durante la San Marino Game Convention del 10-11-12 Maggio 2019 presso il Best Western Palace hotel  – Via 5 Febbraio – 47899 Serravalle (RSM).

fullsizeoutput_1ed0

Clicca per ingrandire la classifica del Campionato ASGS – CFR 2018/2019

Nota: Sostanzialmente il gioco è una variante di Speed Circuit di cui al blog

http://archeo-ludica.blogspot.com/2019/01/quinta-prova-nurburg.html

Annunci
autori

Copia autografa

Andrea Angiolino Breve storia triste. Metto in vendita una copia di un mio libro-gioco su eBay. Noto un flag “copia autografata” e lo clicco. Pochi minuti dopo la pubblicazione, l’annuncio viene rimosso. Chiedo e mi dicono che devo documentare che l’autografo non è falso. Dimostro che il libro l’ho scritto io, quindi se lo firmo io l’autografo è vero. Mi rispondono che non è sufficiente, se non c’è una documentazione non si può mettere l’annuncio.
 NOTA:
Evidentemente, ai sensi della nuova legge europea sul copyright, bisognerà corrispondere i diritti alla agenzia di rating preposta alla certificazione!
scuola

L’educazione

Tara, la sorella Audrey e i fratelli Luke e Richard sono nati in una singolare famiglia mormona delle montagne dell’Idaho. Non sono stati registrati all’anagrafe, non sono mai andati a scuola, non sono mai stati visitati da un dottore. Sono cresciuti senza libri, senza sapere cosa succede nel mondo o cosa sia il passato. Fin da piccolissimi hanno aiutato i genitori nei loro lavori: in estate stufare le erbe per la madre ostetrica e guaritrice, in inverno lavorare nella discarica del padre, per recuperare metalli. Fino a diciassette anni Tara non aveva idea di cosa fosse l’Olocausto o l’attacco alle Torri gemelle. Con la sua famiglia si preparava alla sicura fine del mondo, accumulando lattine di pesche sciroppate e dormendo con uno zaino d’emergenza sempre a portata di mano. Il clima in casa era spesso pesante. Il padre è un uomo dostoevskiano, carismatico quanto folle e incosciente, fino a diventare pericoloso. Il fratello maggiore Shawn è chiaramente disturbato e diventa violento con le sorelle. La madre cerca di difenderle, ma rimane fedele alle sue credenze e alla sottomissione femminile prescritta. Poi Tara fa una scoperta: l’educazione. La possibilità di emanciparsi, di vivere una vita diversa, di diventare una persona diversa. Una rivelazione. Il racconto di una lotta per l’autoinvenzione. Una storia di feroci legami famigliari e del dolore nel reciderli.

Però poi si è laureata; è un esempio di quello che proponeva Ivan Illich nel suo “Descolarizzare la società”

geopolitica

La catastrofe dell’Europa

“Una civiltà di mezzo è un raggruppamento che si pone come forza centripeta nel rapporto tra i popoli, così da fornire un’unità di tipo culturale, spirituale e politico grazie alla capacità di esercitare con credibilità un ruolo di equilibratore mediano, ponendosi cioè all’intersezione geo-culturale di una serie di legami storicamente determinati e operativi. Per quanto possa suonare scomodo, la Germania svolge in Europa questo ruolo mediano fondamentale, attorno al quale può costituirsi una civiltà di mezzo caratterizzata da forza attrattiva e volontà progettuale”. “La Germania senza Francia, Italia, Spagna e altri paesi europei è una potenza in balia di competitori più grandi e potenti, l’Europa per realizzarsi appieno necessita dell’apporto consapevole e progettuale di tutti i componenti”.

Per recensire il saggio di Francesco Boco “La catastrofe dell’Europa” (Idrovolante) è utile partire dalle riflessioni dell’autore, intellettuale e filosofo, sul ruolo dell’Europa e sulla funzione unificatrice della Germania. Il lavoro in questione è una ricerca approfondita sui capisaldi di una piattaforma europea di estrazione etno-nazionalista e, a differenza delle basiche elaborazioni di alcune forze nazionalpopuliste, si sforza di costruire un Pantheon di autori di riferimento, con letture in grado di superare gli slogan anti-Ue. La distruzione dell’Europa, infatti, è tutta da vedere. Il sovrastato vive tempi di disamore tra i cittadini, lo scetticismo che alimentano ogni atto con la bandiera blu e le stelle dorate non è arginabile con enunciazioni di principio. Da qui però emerge la necessità di approfondire le possibilità dello spazio europeo, nel momento in cui gli interessi continentali potrebbero non essere più sovrapponibili a quelli degli Usa e della Nato e diventare conflittuali con il dragone cinese.

Boco, già firma tra le più interessanti di Orion e sul Secolo d’Italia (ora commentatore sul Primato Nazionale),  immagina che l’Europa possa risorgere dalle sue ceneri anche con la forza propulsiva della Germania, e questo approdo invita ad un “rovesciamento” della lettura degli scenari dell’attualità politica, con i fragili soggetti politici nazionalpopulisti – deboli in economia, con poche risorse per le campagne elettorali e soprattutto con classe dirigenti non ancora mature – che mostrano i propri limiti, e fessure nelle quali potrebbero infilarsi spinte per eterodirezioni.

bocoIl pregio della riflessione filosofica di Boco, che nella sua ricerca riporta anche alcune suggestioni dell’intellettuale francese della Nuova Destra Guilleume Faye, è senza dubbio il realismo e il confrontare l’analisi con la quotidianità. Per questo non si può non apprezzare la sua presa di distanze dal “populismo più miope e immaturo”, unita all’invito a considerare “ogni apparato istituzionale europeo per quello che è, cioè uno strumento nelle mani di uomini”. E chissà se unendo “la facoltà immaginifica nell’utilizzo della tecnica”, con un quanto mai indispensabile realismo, si possa arrivare ad elaborazioni politiche più solide per affrontare la deriva globalista con armi più competitive.

*La catastrofe dell’Europa di Francesco Boco, pp280, postfazione di Stefano Vaj, euro 20

scuola

Requiem per l’Università

Negli anni Settanta, quando ero studente presso la Facoltà (come si chiamava allora) di Scienze Politiche, il personale tecnico-amministrativo contava sì e no quattro o cinque addetti che riuscivano ad espletare le loro funzioni in modo esemplare. L’attuale Dipartimento omonimo presso il quale ora insegno, che è all’avanguardia sulla via del “progresso” telematico, annovera non meno di due dozzine di dipendenti i quali, malgrado la loro incondizionata dedizione e l’indiscutibile professionalità, arrancano con fatica per attendere agli infiniti adempimenti telematico-burocratici cui sono quotidianamente sottoposti, analogamente al corpo docente.

Sulla crisi dei sistemi d’istruzione superiore e universitaria esiste una robusta letteratura, sia italiana che straniera, e a essa non si può che rinviare chiunque abbia voglia di saperne di più. C’è tuttavia un aspetto cruciale sul quale questa letteratura non insite a sufficienza. I maggiori responsabili della catastrofe universitaria non sono né i governi, né la crisi economica che ha costretto a drastici tagli di bilancio; non lo sono nemmeno i burocrati in sé, che si limitano ad applicare norme che non hanno fatto loro e che non hanno interesse a giudicare; ancor meno responsabili sono gli studenti, i quali sono solo le vittime di un sistema perverso. I responsabili maggiori del collasso dell’Università – addolora dirlo – sono i docenti universitari che, salvo sporadiche e deboli proteste, non hanno mosso un dito per impedire la catastrofe aziendalistico-telematica dell’Università. Per qualche ragione difficile da comprendere, hanno passivamente assecondato il sistema, rendendosi complici del tracollo. Ammaliati dal fascino di un presunto “progresso” che fluttua nel cloud su ali telematiche; catturati dall’immagine di una certa efficienza aziendalistica incarnata dalla figura del manager, adempiono con zelo tutte le prescrizioni di una normativa il cui obiettivo ultimo, e neanche troppo nascosto, è lo smantellamento dell’Università.

Sergio Ferlito

https://www.roars.it/online/

storia

L’Autunno del Medioevo compie cent’anni

La carriera di Huizinga, come studioso e scrittore, fu incentrata prevalentemente sulla storia del suo Paese ed area culturale; approfondì gli elementi estetici presenti nella storiografia e la condizione umana nei periodi di transizione ed i legami tra la cultura, l’etica, la morale medioevale e quella del Quattrocento. Tutte queste tematiche vennero raccolte nel ricordato  Autunno del Medioevo assieme ad altri importanti saggi sul XV, XVI e XVII secolo, divenuti col tempo dei veri e propri classici. Tra le opere successive, Huizinga scrisse una biografia di Erasmo da Rotterdam (1924). Dal libro Esplorazioni nella storia della cultura (1929), volse la sua attenzione prevalentemente all’instaurazione delle dittature europee, focalizzandosi sulle tendenze storiografiche a lui contemporanee, quali la ricerca e l’esaltazione dei miti, oppure sulla modifica del senso etico a causa dell’ascesa dei nazionalismi.

Homo Ludens è, viceversa, un’opera di Huizinga, pubblicata nel 1938, in cui si esamina il gioco come fondamento di ogni cultura dell’organizzazione sociale, e si evidenzia il fatto che anche gli animali giocano, quindi il gioco rappresenta un fattore preculturale. Il testo influenzerà, a vent’anni dalla sua uscita, diversi movimenti, tra i quali il situazionismo. In Homo Ludens, l’autore individua nel grande gioco della cavalleria la forma di espressione più alta della cultura medievale: “Tutto ciò che ora vediamo come un giuoco nobile e bello, una volta è stato un giuoco sacro”. E conduce una critica spietata all’età moderna: mentre nell’antichità il gioco si fissa come elemento di formazione intellettuale, la ludicità dei moderni scade nel puerilismo; riti e miti, allontandosi dal simbolo, rappresentano solo il momento ideologico di un sapere che smarrisce ancoraggi solidi, s’immerge “nelle ombre del domani”.

Studioso del passato, Huizinga considera l’esperienza del XX secolo come quella dell’assurdo e degli errori, dell’irrazionalità del pensiero e della politica. Le uniche vere realizzazioni sono, per lui, quelle tecniche. Egli, nonostante i periodi oscuri degli anni ’30 e ’40, rimase rigorosamente fedele ai criteri ed ai valori della filosofia e della storiografia razionaliste. Correnti, queste, che allora venivano messe a dura prova dagli attacchi del positivismo e della sociologia, nonché di tutte quelle correnti che, negando qualsiasi valore scientifico allo storicismo,  preludevano alla nascita di ideologie totalitarie. Le dure filippiche contro la scienza storica, lanciate da Husserl, Valéry, Peguy, Marcel, indussero Huizinga a compiere un’analisi della sua epoca ne La crisi della civiltà (1935), nel quale le cause della crisi vengono attribuite non al razionalismo – come postulavano molti ideologi occidentali coevi – bensì all’irrazionalismo: lo stesso irrazionalismo che in politica e nelle relazioni internazionali aumentò costantemente la minaccia della guerra. Ivi lo storico olandese scriverà che “nei secoli XV e XVI l’umanesimo presentò al mondo i recuperati tesori di un’antichità purificata, come esempi permanenti di sapere e di cultura, per costruirci su”.

Erede della tradizione di Ugo Grozio, padre del giusnaturalismo moderno, Huizinga sottopose a critica aspra le concezioni del diritto internazionale e dello Stato di Hans Freyer e di Carl Schmitt, denunciando la natura pseudoscientifica delle dottrine giuspolitiche totalitarie. Il XX secolo, affermò Huizinga “ha fatto della storia uno strumento di falsificazione al livello di politica statale”. Denunciò con vigore i prodotti dell’imperialismo, il razzismo, il nazionalismo esasperato, il fascismo ed il militarismo, non salvando lo stalinismo. Con i tratti del “libero conservatore”  Huizinga seppe rimanere coraggiosamente fedele ai suoi princìpi umanistici e di difesa della libertà di ricerca. Scoppiata la Guerra, i tedeschi occupanti lo deportarono, già anziano, in un lager per ostaggi; più tardi lo trasferirono in un piccolo villaggio, a De Steeg, nei pressi di Arnhem, ov’egli morì il 1º febbraio 1945, poco prima della fine del conflitto. Proprio nel lager egli scrisse due opere: Lo scempio del mondo e La civiltà olandese del Seicento, continuando a sondare la stretta correlazione fra ‘cultura’ e  ‘civiltà umana’.

 

Parecchi anni dopo l’Opus magnum di Huizinga, Jacques Le Goff, eminente rappresentante della terza generazione delle “Annales”,  torna sul problema essenziale prospettato dall’olandese, con vari saggi (tra i quali, nel 1957 Gli intellettuali del Medioevo, nel 1967 Il basso Medioevo, nel 1964 La civiltà dell’Occidente medioevale, nel 1976 Mercanti e banchieri del Medioevo, nel 1977 Tempo della Chiesa e tempo del mercante), ma con accenti diversi. Un mondo nuovo sembra per Le Goff uscire dalla crisi del Trecento. Tuttavia, sotto una pelle nuova, la Cristianità, corpo ed anima, stupisce per le sue persistenze. L’autunno dell’Età di Mezzo, tale quale l’ha visto Huizinga, sembra in quest’epoca esasperarsi, è pieno di furore, di sangue, di lacrime. Anche Le Goff sottolinea il legame intercorrente fra Trecento e Medioevo, ma proietta questa riflessione all’interno di una più vasta continuità di movimenti di lungo periodo, per i quali, se il Trecento appartiene al Medio Evo, è anche vero che esso racchiude in sé dinamiche e sviluppi destinati a dar frutto nel pieno Cinquecento. Il Medio Evo trecentesco appare come inasprito, ancor più crudele, dominato da passioni e partigianerie faziose, soprattutto in Italia, ove alla debolezza del potere imperiale si aggiunge ora la latitanza del Papato, sottomesso al potere del Re di Francia nella Corte e cattività avignonese.

 

Il sontuoso affresco della società borgognona nella vivida profondità del suo cielo serale, offerto da Huizinga alle genti studiose d’Europa all’indomani della catastrofe della Grande Guerra, diventa precocemente, oltre critiche e riserve, una delle più elevate espressioni del pensiero storico, un classico. Alla prima edizione dell’Autunno del 1919 fa seguito una seconda, rielaborata e corretta, nel ’21, quindi una terza olandese nel ’28, che riprende alcune varianti introdotte dalla seconda edizione tedesca dello stesso anno. La prima tedesca aveva visto la luce a Monaco nel 1924, così come quella inglese. La traduzione francese debuttò nel 1932, addirittura dopo quella spagnola del 1930. Finalmente, nel 1940, fu la volta della traduzione italiana, di Bernardo Jasink, per i tipi di Sansoni di Firenze, con Introduzione di Eugenio Garin. Tale dotta ed intensa prefazione verrà modificata nelle varie edizioni e ristampe successive dell’opera. Di Garin sarà pure l’Introduzione a La Civiltà del Rinascimento in Italia di Jacob Burckhardt, del 1860, che aveva conosciuto la sua prima edizione in lingua italiana nel 1876, nella casa fondata solo tre anni prima da Giulio Cesare Sansoni sulle rive dell’Arno e spesso poi ripubblicata.

—————————————————————–

Eugenio Garin (Rieti, 1909 – Firenze, 2004) si laureò a soli 21 anni all’Università di Firenze con il filosofo positivista Ludovico Limentani. Nel 1949 diverrà Professore Ordinario nello stesso Ateneo. Disgustato dagli eccessi del ’68 ‘emigrò’ all’Università di Pisa. Fu uno dei più autorevoli storici della filosofia e della civiltà dell’Umanesimo e del Rinascimento. Nel 1944 Garin, iscritto al Partito Nazionale Fascista dal 1931, aveva pronunciato al Lyceum di Firenze una commemorazione in morte del Presidente dell’Accademia d’Italia, Giovanni Gentile, assassinato ad aprile di quell’anno dai GAP. Che ebbe, comunque, una morte socratica ed una solenne sepoltura in Santa Croce. Dove riposa tuttora anche se, di tanto in tanto, qualche starnazzante oca comunista ne chiede l’espulsione… Garin fu un formidabile e fine studioso, attivo fino ad un’età molto avanzata. I suoi interessi furono essenzialmente rivolti al pensiero dell’umanesimo e del Rinascimento. Dal Dopoguerra egli fu un operatore culturale privilegiato del PCI di Togliatti e successori, seguendo le orme di molti altri intellettuali.

estratto da http://www.barbadillo.it/81721-cultura-i-cento-anni-di-autunno-del-medio-evo-di-huizinga/

conferenza, Uncategorized

Voli pindarici

lunedì 1 aprile 2019 ore 17

Voli pindarici

Presentazione del libro di Silvia Trabanelli

Este Edition, 2019
Gli sconcertanti accadimenti della odierna società e i fatti mirabolanti di un mondo magico-fiabesco sono le traiettorie entro cui fluiscono i nuovi racconti di Silvia Trabanelli: racconti diversi nell’immaginario formale, ma congiunti dal tema dominante dell’Amore colto nella molteplicità delle sue sfaccettature. È Amore il brivido che sconvolge Edvige di fronte al tradimento dell’amato; lo sono le lacrime di gioia del piccolo Teo nel riabbracciare la madre: «non poteva vivere senza di lei»; lo è ancora il bacio che scioglie il cuore della principessa Chiarodiluna pronta a donare la vita per un palpito d’Amore: «voleva anche per un solo istante conoscere la vita». La ricerca incessante dell’Amore traccia il percorso esistenziale dei vari personaggi che agiscono, per lo più, entro un sopramondo meraviglioso di aeree fantasie rassicuranti che, strutturate nella favola, attingono l’in cantesimo e il rapimento, mentre decodificano il senso delle nostre vite individuali e collettive. (Gina Nalini Montanari)
Silvana alias Silvia Trabanelli è nata e vive a Ferrara. Scrive poesie, racconti e fiabe, anche per i lettori online. Ha conseguito premi e segnalazioni in concorsi di poesia, suoi testi sono apparsi in varie antologie. Ha pubblicato la silloge poetica Ascoltando il vento (Este Edition, 2008), edito anche su “I poeti contemporanei Editore”, il Cigno di E. Pecora. Silvia Trabanelli ama tutto ciò che è arte: dalla musica alla pittura al teatro alla poesia, insomma quanto esprime senti-mento e interiorità dell’essere umano, in tutti i suoi aspetti. Ha deciso di pubblicare questo libro dopo anni di lavoro… per non disperdere pensieri sviluppati con la fantasia.

Conferenze e Convegni martedì 2 aprile 2019 ore 17

Pellegrino Prisciani e la cultura artistica ferrarese della seconda metà del ‘400

Conferenza di Alberto Andreoli

Prosegue con immutato successo il ciclo di incontri organizzato da Alberto Andreoli in occasione del quinto centenario dalla morte di Pellegrino Prisciani (1435 ca. – 1518) per fare il punto sulla riflessione storiografica ferrarese precedente e successiva all’attività del poliedrico umanista ferrarese, teorico dell’architettura,  “astronomo”, bibliotecario, archivista e storico della Casa d’Este e della città di Ferrara.
L’incontro di oggi si occupa della presentazione di alcuni documenti di diverso genere e natura, indirettamente o direttamente collegati alla poliedrica personalità di Pellegrino Prisciani e costituisce lo spunto per lo svolgimento di una più articolata riflessione sulla produzione artistica ferrarese (in architettura, pittura, scultura e nelle c.d. arti minori), durante le signorie di Borso ed Ercole I d’Este.
La rassegna si concluderà martedì 14 maggio con una conferenza intitolata “Il liber primus delle Historiae o Annales Ferrariae”.
Per il ciclo “Non solo arte. Conversazioni di storia dell’arte a Palazzo Paradiso” – 4a edizione

Incontro con l’autore mercoledì 3 aprile 2019 ore 17

​Istanti

Presentazione del libro di Franco Stefani

Genesi Editrice, 2019
Dialoga con l’autore e legge alcuni suoi testi Saverio Mazzoni
Tra panorami di città e scorci della natura, in un intreccio di fatti della vita quotidiana e nell’eco di eventi storici di attualità o del passato prossimo, si snoda la sapiente ricerca della bellezza impostata dalla poesia e rafforzata dalla prosa di Franco Stefani, che è uno scrittore documentato e sapiente, abile segugio delle piste di scrittura già delineate da un universo di autori con i quali egli dialoga idealmente negli esergo e nelle citazioni e omaggi, tra musica, canto, filosofia e giornalismo, in un giostrare continuo delle coordinate di riferimento, ma nella facondia di soluzioni espressive sempre nuove e personalizzate.
Franco Stefani, giornalista professionista, ha lavorato per «l’Unità», per l’Ente regionale di sviluppo agricolo dell’Emilia-Romagna e ha diretto il mensile «Agricoltura». Attualmente collabora con il quotidiano online “FerraraItalia” (www.ferraraitalia.it) e con il mensile “Liberetà”. Ha ideato e curato il volume Io spero che non faccia più il terremoto (2009) dedicato al sisma che ha colpito la città dell’Aquila e alcuni altri centri dell’Abruzzo nel 2009. È autore della raccolta poetica Qualche volta, la vita (2014), del volume Tre sguardi in uno. Poesie, racconti, note di viaggio (2015). La poesia, la prosa ed il racconto breve sono i generi letterari che più lo appassionano e con cui sinora si è misurato.

Conferenze e Convegni giovedì 4 aprile 2019 ore 16,30

Dal 1969 al 2019: scuola e università Il linguaggio delle riforme

Tavola rotonda con Maura Franchi, Daniele Civolani, Antonio Moschi e Mauro Presini

Introduce Cristina Corazzari, assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Ferrara
Coordina Daniela Cappagli
Quest’anno ricorre il 50° l’anniversario della legge Codignola dell’11 dicembre 1969, n. 910 che liberalizzò l’accesso alle facoltà universitarie: fu possibile l’iscrizione a qualsiasi corso con qualsiasi diploma ottenuto dopo un ciclo di studi di cinque anni. La legge nacque sulla scia della lunga ondata di rivendicazioni dei movimenti studenteschi del ’68; fino al ‘69, l’accesso al mondo universitario era permesso esclusivamente agli studenti diplomati al liceo. Erano questi gli anni del “boom economico” e del “boom demografico” e per effetto della riforma della scuola media unificata e obbligatoria del 1962 si ebbe un numero più elevato di studenti nelle superiori che furono agevolati nell’ingresso all’università.  Con la legge del ’62 e quella del ’69 si realizzò così un forte slancio verso una positiva scolarizzazione di massa. Mo lte altre leggi seguirono a queste: inizialmente nate per effetto della spinta democratica e progressista della Costituzione della Repubblica, poi, in un progressivo decrescere, quella spinta sembrò pian piano esaurirsi e oggi i sistemi Scolastico e Universitario appaiono per molti aspetti in grave difficoltà. Di questi temi si parlerà nella Tavola Rotonda dove ciascuno dei relatori porterà le sue riflessioni e la sua esperienza.
Per il ciclo “I colori della consocenza” a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Eventi venerdì 5 aprile 2019 ore 10

Premiazione dei vincitori del concorso per Casa Niccolini

“Un logo per la Biblioteca che verrà” e “Una storia per la biblioteca che verrà”

Intervengono il vice sindaco del Comune di Ferrara Massimo Maisto, la presidente dell’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea Paola Zanardi e il dirigente del Servizio Biblioteche e Archivi Angelo Andreotti.
I concorsi sono stati promossi nell’autunno scorso dall’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea in collaborazione con il Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara, in occasione dell’apertura della nuova Biblioteca Casa Niccolini, destinata ai ragazzi e alle ragazze della città di Ferrara.

  • Per il concorso “Un logo per la Biblioteca che verrà”, riservato ai ragazzi delle scuole medie superiori di Ferrara, sono pervenuti n. 68 elaborati. La commissione, costituita da tre membri dell’Associazione, un bibliotecario e un rappresentante del Comune, ha valutato gli elaborati sulla base dei criteri stabiliti nel bando.

Sono risultati vincitori:
Premio euro 500 a Riccardo BENFENATI (Classe 4a P, Istituto Einaudi, Prof. Nicoletta Marchi)
Premio euro 300 a Nina PANSINI (Classe 4a E, Istituto Dosso Dossi, Prof. Cinzia Calzolari)
Premio euro 200 ad Alice CARANDINA (Classe 4a E Istituto Dosso Dossi, Prof. Cinzia Calzolari);
Come previsto dal bando, i premi sono costituiti da buoni spendibili presso esercizi commerciali di libri, materiale informatico, cancelleria.
La realizzazione grafica del logo risultato vincitore sarà utilizzata come logo identificativo della nuova biblioteca.

  • Per il concorso “Una storia per la Biblioteca che verrà”, riservato alle classi delle scuole pubbliche primarie e secondarie di primo grado del Comune di Ferrara, sotto la guida di un insegnante, sono pervenuti n. 8  elaborati. La commissione, costituita da 3 membri dell’Associazione, un bibliotecario e un rappresentante del Comune, ha valutato tutti gli elaborati sulla base dei criteri stabiliti nel bando.

Sono risultati vincitori:
I premio di 500 euro a Classe II, Scuola primaria C. Govoni, Doro/Volta Doro
Ins. Silvia Borsetti  – “Il topo Gigi”
II premio di 300 euro a Classe III C, Istituto A.Manzi, San Bartolomeo in Bosco
Prof. Beatrice Bonsi – “Rebecca in biblioteca”
III premio di 200 euro a Classe II G Scuola Media Dante Alighieri
Prof. Daniela Lucianetti – “La missione di cinque ragazzi e un fantasma”
Come previsto dal bando, i premi sono costituiti da buoni spendibili presso esercizi commerciali di libri, materiale informatico, cancelleria.
A cura dell’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea in collaborazione il Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara

Invito alla lettura venerdì 5 aprile 2019 ore 17

Storia di Mary Buonanno Schellembrid

Presentazione del libro di Luigi Zanzi

La biblioteca Braidense negli anni di guerra dal salvataggio alla ricostruzione

Hoepli, 2015

Ne parla la nipote della Schellembrid, Maria Vittoria Lozito, dialogando con Enrico Spinelli, ex Direttore della Biblioteca Ariostea

Il libro racconta la storia personale di Maria Buonanno Schellembrid (“Mary”) attraverso l’intreccio tra ricostruzione storico-documentaria e narrazione di fatti che riguardano la storia più viva delle istituzioni culturali della città di Milano. Il più rilevante è stato il salvataggio e il restauro della Biblioteca Braidense che ebbe un’eco anche a livello internazionale. Durante la seconda guerra mondiale il palazzo di Brera fu uno degli edifici storici milanesi maggiormente danneggiati dalle incursioni aeree che colpirono la città , soprattutto nell’agosto del 1943. Il patrimonio librario fu preservato attraverso una capillare opera di protezione e di sfollamento messa in atto dalla allora direttrice Mary Schellembrid.
A cura dell’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea

Bambini e ragazzi Sabato 6, 13 e 27 aprile alle ore 9,15 in Teatro Anatomico

EcoMousiké – L’apprendimento musicale secondo la Teoria di Edwin Gordon

Corso di musica per bambini 0-3 anni

Incontri musicali per bambini da 0 a 3 anni con un genitore condotte da Barbara Mongiorgi dell’Associazione Ecomousike secondo la Teoria dell’Apprendimento Musicale di Edwin Gordon (MLT).
Inizia il corso di musica per bambini piccolissimi accompagnati da un genitore (massimo 6 coppie per incontro), per un totale di 12 incontri.
Per info e iscrizioni: Barbara Mongiorgi 3333022541 mongiorgibarbara@gmail.com
Teoria dell’Apprendimento Musicale di Edwin Gordon concetti e applicazioni.
Per approfondimenti: https://www.audiationinstitute.org/music-learning-theory.html

EcoMousiké – corsi già attivi da novembre

Sono attivi anche altri corsi articolati su tre differenti proposte i cui contenuti e modalità didattiche sono adeguate all’età degli allievi.
Sviluppo musicale secondo la MLT per bimbi 3-5 anni; Avviamento al Pianoforte secondo la MLT 4-5 anni; MLT Alfabetizzazione Musicale e Pianoforte per bambini della scuola primaria 6+
Sede ed orario dei corsi: Biblioteca Ariostea da Novembre 2018 a Maggio 2019 il Venerdì pomeriggio 16,15 – 18,50.
Per informazioni consultare il sito http://www.ecomousike.com/sedi-dei-corsi/ oppure contattare l’insegnante: Gaetano Caggiano  cell. +393200889294, e-mail info@ecomousike.com
A Cura dell’ Associazione Culturale Ecomousikè

conferenza, libri

Italia sovrana

“È ora che nasca uno Stato sovrano che difenda gli italiani contro lo strapotere dell’Unione Europea, il ricatto dei mercati e il globalismo che cancella l’identità dei popoli”.

Lo ha dichiarato su Fb il prof. Paolo Becchi, ordinario di Filosofia del Diritto all’Università di Genova, annunciando l’uscita del suo ultimo libro “Italia Sovrana” editore Sperling & Kupfer che sarà presentato anche a Genova.

“Sovranismo” è la parola oggi più diffusa in campo politico, la risposta al fallimento dell’Unione europea, che in sostanza ha privato gli Stati della loro sovranità per sottometterli ai diktat dei mercati.

Ma che cosa significa essere sovranisti? Il prof. Becchi, che è stato fra i primi a sostenere e diffondere quest’idea, delinea in pagine rapide e sferzanti la strategia e le basi ideologiche di un nuovo progetto politico che contrappone la libertà e l’identità delle nazioni all’asservimento politico ed economico imposto da Bruxelles.

“La globalizzazione ha tentato di farci sentire cittadini del mondo, ma ci siamo trovati semplicemente privi di Patria. Ha predicato l’allargamento della democrazia e ci ha reso schiavi dell’eurocrazia.

Ha costruito per noi l’economia dei desideri, distruggendo la possibilità di soddisfare i bisogni veri: il lavoro, la salute, la sicurezza, l’istruzione.

È ora di cambiare. L’Italia deve ritrovare le proprie radici e le proprie tradizioni, in un’unità non astratta, ma che valorizzi le comunità territoriali. Deve ricominciare a pensare in grande per tornare a essere grande”.

L’ultima opera del prof. Becchi è un pamphlet lucido e corrosivo contro i vecchi partiti e i governi che hanno sacrificato gli interessi dei cittadini ai vincoli europei. Un appello appassionato alle nuove forze politiche, perché si impegnino in una rivoluzione che restituisca agli italiani la voglia di essere una nazione.

Il prof. Becchi presenterà il suo Libro a Modena, presso il Circolo “La Terra dei Padri”, il giorno 6 Aprile 2019, alle ore 17,30.

geopolitica

Il mare contro la terra

Rappresentate da «il principio dei grandi spazi», divenuti nei secoli, autonomi, autocentrati e destinati «a giocare un ruolo di Katechon rispetto alla globalizzazione». Sospinta, non dimentichiamolo, dal Capitalismo che ha ridotto gli Stati ad essere un surrogato delle regole della società di mercato e degli assunti dell’universalismo. Ma di un mondo che non è più fortunatamente unipolare e «dominato da una sola superpotenza». Dicendolo con C. Schmitt, dei limiti naturali formati dall’elemento tellurico: la Terra, abitata dai «figli della Terra», ovvero i popoli dell’Eurasia. Ed è proprio Alain de Benoist a metterci in guardia, dalle interpretazioni errate su ciò che intendeva dire il giurista tedesco. Partendo col dire che «l’uomo è figlio della Terra» per la motivazione che «abita la Terra da terrestre: humus e homo hanno la stessa origine» ma tutto questo, nulla ha a che vedere con una sorta di «Heimat, al paese di origine». Spiegandolo in maniera più semplice: «l’elemento nativo dell’uomo è la terra». E ciò significa che non possiamo escludere dai nostri ragionamenti, il quadro geografico della terra, indubbiamente «fatta di territori e paesi» ma soprattutto di «territori distinti dagli altri, separati da frontiere» da particolari condizioni geologiche, geofisiche e morfologiche. Delle cose ovvie, messe completamente in discussione dall’avvento della mondializzazione e dalla globalizzazione.

Un concetto molto lontano dalla posizione del politico e politologo statunitense Zbigniew Brzezinski, espresso nel suo La grande scacchiera edito nel 1997, a proposito degli «imperativi geostrategici» per mantenere l’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Discorrendo poi, di quella pianificazione del «management globale» cui abbiamo assistito e delle sue preoccupazioni sulla «possibile creazione o l’emersione di una coalizione eurasiana» che, «potrebbe cercare di sfidare la supremazia americana». Tra l’altro, sempre più messa in discussione negli ultimi anni e alle prese con un mondo multipolare: come dicevamo, non più a guida unica! Basti pensare all’intesa italo-cinese con i dovuti pro e contro. Un esempio da prendere in considerazione, con tutte le dovute cautele del caso e purché non ci si fermi, solo sui benefici di un accordo economico-commerciale che si noti, non è vincolante.

È cosa nota che lo stesso Heidegger, pensava alla terra dandogli un senso ancor più profondo. Troviamo calzante, la citazione inserita da Alain de Benoist sullo scritto del filosofo di Meßkirch, intitolato L’origine dell’opera d’arte, redatto nel 1935 e pubblicato solo negli anni ‘50. Trattasi del testo di una prima conferenza sul tema dell’opera d’arte, dove si trovano degli spunti interessanti. L’acume filosofico e metafisico di Heidegger, osserva la nozione di popolo e del suo «abitare storico», solo quando riconosce l’immanenza ed «il primato dell’arte, l’opera d’arte».

Dunque, l’analisi di Alain de Benoist non poteva non rifarsi a «l’essenza della terra», alle tre accezioni che rimandano al concetto originario di nomos; suggerendoci di contemplarla, lasciandola «dispiegarsi in quanto tale». In pratica, quello che Heidegger voleva intendere, quando scrisse che «l’armonia di questa insuperabile pienezza noi la chiamiamo la terra». Scoprendo così, quanto sia importante, toccare le corde più profonde della sensibilità heideggeriana, mettendo «in rapporto l’opera d’arte con la terra» per il fatto che «l’arte conduce a una riappropriazione dell’abitare storico e destinale». Ed è proprio qui che il senso di Immanens, gioca un ruolo importante: giustappunto, designando con esso quegli atti, come il vedere o il sentire, il cui fine risieda in sé stessi ma che è riconoscibile anche per l’Altro.

Ma le potenze di mare, incanalano l’esatto contrario di questi lunghi pensieri e sono già passate dal «succedersi rapido delle novità», all’astrazione di una mobilità permanente dalle merci all’uomo, dai nuovi desideri da rimpiazzare a quelli vecchi, alla gratuità offerta dal nomadismo che è pure quello, dei costumi e delle usanze. Mentre l’occhio attento di Julien Freund, individua il saltato a piè pari, nell’era dei satelliti. Il passaggio dal mondo liquido-moderno, descritto ampiamente da Zygmunt Bauman, all’elemento dell’aria e delle corse allo Spazio. Il mondo dei flussi senza frontiere, delle «correnti mutevoli» e dei «flussi e riflussi» delineati da Carl Schmitt, lasciano il posto allo spazio siderale senza fine, all’infinito per antonomasia.

Basti pensare alla componente tecnica della «talassopolitica» che era ritenuta essere, erroneamente, il “Rinascimento moderno”. Senza tenere conto in passato, di quanto «la tecnica appartiene all’ordine degli artifici» impiegati per gli spostamenti in mare, assolutamente non necessari per ciò che riguardava lo spostarsi e il muoversi sulla terraferma. La nuova frontiera invece, è rappresentata dalla colonizzazione dello Spazio che ha acquisito un ruolo centrale. L’immensità dello Spazio, viene adoperata dalla governance privata della «tecnologia della sorveglianza», che ha rimpiazzato il fluido con l’aeriforme, la Terra con il sovrappiù, il mobile con l’indistinto, il fluttuante con le microonde dell’universo, la natura corporea con l’assenza di gravità, il chiuso all’infinito, e via discorrendo.

Chiaro è che Alain e Julien, menti libere e non offuscate dalle ideologie del passato e da quelle del «Momento storico», rifuggono dal pensare ad un finis terrae dei legami sociali e delle relazioni umane. La destrutturazione ad opera della religione delle reti globali e dalla «mobilitazione totale» nel firmamento, può essere fermata. Purché si riesca a comprendere la natura di un «processo di imposizione», ripetiamolo, capitalistico e della «messa a regime della ragione» che vuole obbligatoriamente «sopprime i limiti che permettono le distinzioni». Il dominio del denaro, dell’omogeneizzazione, dell’intercambiabilità generalizzata degli uomini e delle cose, caldeggiato dalle potenze del mare che Carl Schmitt, individuò minuziosamente. Anche se Il Mare contro la Terra, vuole farci credere che non abbiamo più scampo, le sue acque continuano ad infrangersi contro le coste e le scogliere. Contro quei limiti che è bene ricordarsi, essere invalicabili.

*Il mare contro la terra. Carl Schmitt e la globalizzazione di  Alain de Benoist e Julien Freund (Traduzione a cura di Giuseppe Giaccio, Diana Edizioni, 7 marzo 2019,  Pp.. 113, euro 14)

 

 

 

 

 

 

http://www.barbadillo.it/81609-focus-il-mare-contro-la-terra-la-geopolitica-di-carl-schmitt-vista-da-de-benoist-e-freund/

mostre, musei

Museo indiano di Bologna

i_volti_del_buddha-240x500Da tempo andiamo sostenendo in articoli, libri e anche interventi pubblici, che uno dei principali problemi del Patrimonio Italiano sia quello che si potrebbe giustamente chiamare il “Tesoro Sommerso”; ovvero, la quantità pressoché sterminata di reperti che rimane sistematicamente celata nei depositi dei nostri musei. Tale “patologia conservativa” affligge primariamente le raccolte di natura etnografica e orientale, con collezioni sovente di livello mondiale che giacciono nascoste in scatole o in qualche angolo di un seminterrato. A conferma di questa che, ci teniamo a dirlo, non è una opinione, bensì un fatto, constatabile se si effettua una panoramica delle nostre collezioni in questi ambiti, troviamo una interessante mostra in corso a Bologna fino al prossimo 28 aprile, il cui titolo stesso fornisce una prova di ciò poc’anzi affermato: I volti del Buddha dal perduto Museo Indiano di Bologna.

Trattasi di una esposizione a suo modo preziosa, visto che presenta al pubblico degli appassionati e degli esperti di arte orientale una parte delle collezioni del Museo Indiano cittadino, inaugurato nel Palazzo dell’Archiginnasio nel 1907, grazie alla compartecipazione delle autorità comunali e universitarie, e chiuso purtroppo nel 1935, in seguito alla morte del suo fondatore, Francesco Lorenzo Pullé (1850 – 1934). Da quel momento in poi, le raccolte volute da questo eminente studioso di sanscrito, nonché abile cartografo e attento collezionista, sono state disperse in vari musei del Capoluogo felsineo, finendo perlopiù proprio nei succitati depositi o addirittura altrove, come nel caso del Museo di Antropologia dell’Università di Padova, a cui Pullé volle destinare in segno di affetto alcuni pezzi orientali, avendo egli insegnato nell’ateneo di quella città.

Come era il Museo Indiano di Bologna

Il nome del Museo creato da Pullé lascerebbe immaginare la presenza di raccolte unicamente legate al panorama artistico e culturale dell’India, ma in effetti le collezioni di questo Istituto si componevano di materiali provenienti anche dalla Cina e dal Giappone, al momento conservati presso il Museo Civico Medievale (sede della mostra) e il complesso museale di Palazzo Poggi.

Nella esposizione, particolare rilievo è dato alla presenza di statue del Pantheon Buddhista Himalayano e Cinese, così come alla ricchissima collezione fotografica, che risulta essere la più cospicua e dettagliata raccolta di riproduzioni riferite all’arte del Gandhāra in Europa. Anzi, è giusto sottolineare che l’elemento di maggior importanza che caratterizza la raccolta orientale voluta da Pullé sta per l’appunto in questo fondo, come detto, unico nel suo genere. Esso si compone della documentazione fotografica da lui prodotta e selezionata tra il 1902 e il 1903, durante il suo viaggio in India e nel Sud Est Asiatico. Le fotografie risalgono in gran parte agli ultimi anni dell’Ottocento e ai primissimi del Novecento e sono attualmente custodite sempre presso il Museo Civico Medievale. Parliamo di oltre 700 stampe fotografiche, a cui si aggiungeva una considerevole raccolta di diapositive che disgraziatamente è poi andata perduta. Il Fondo Fotografico in tema archeologico di Pullé è un archivio di immenso valore, specie se si considera che sullo stesso argomento esistono poche altre collezioni fotografiche in giro per il mondo, facendo sì che questo nucleo di immagini sia una fonte di informazioni inestimabile per le ricerche di carattere storico-artistico riferite alla zona del Gandhāra. Per la precisione, gli scatti rappresentano le lastre scolpite e i reperti raccolti negli scavi svolti nella Valle del Peshawar, ora divisa tra Afghanistan e Pakistan.

I meriti di Pullé

Tornando a parlare nello specifico del fu Museo Indiano di Bologna –  noto anche come Museo d’Indologia e di Etnografia Indiana e Orientale –  esso vide la luce in occasione delle celebrazioni per il terzo centenario dalla morte di Ulisse Aldrovandi (1522 – 1605), fondatore delle Scienze Naturali, colui che coniò pure il termine “Geologia”. Nel 1900 Pullé, che ricopriva la carica di docente di Filologia Indoeuropea e Sanscrito presso l’Alma Mater, si era già guadagnato un certo prestigio tra gli orientalisti del Vecchio Continente, e questa sua consolidata reputazione gli permise di suggerire la fondazione di un museo dedicato ai popoli asiatici. l’Istituto venne inizialmente annesso al Gabinetto di Glottologia dell’Università, anche esso creato per iniziativa di Pullé, dando così la possibilità di mostrare al pubblico in modo permanente la collezione da lui acquistata nel suo viaggio di un anno, che lo portò prima in Vietnam, poi a Ceylon e infine nel Subcontinente Indiano. Il Museo Indiano nacque con l’intento di illustrare le culture orientali in generale, quindi non solamente quella indiana, a cui comunque Pullé era maggiormente legato per via dei suoi interessi accademici.

Il Museo si contraddistingueva per i rilevanti riferimenti alla evoluzione storico-geografica dell’arte religiosa sorta nel bacino culturale indiano, in seguito alla fioritura del Buddhismo, come testimonia il nucleo originario della collezione, composto comunque da oggetti in linea col gusto collezionistico dell’epoca. In aggiunta, con l’eccezione di un piccolo altorilievo in pietra proveniente da un monumento buddhista indiano a Sanchi (fine I secolo a. C. – inizi I secolo d. C.), Pullé si distinse per non aver prelevato dai luoghi da lui visitati reperti che altri, invece, separarono senza farsi troppi scrupoli dalle culture di origine. Una tendenza, questa, che come scriviamo da anni sta a indicare la netta differenza tra una museologia “di rapina”, tipica delle Nazioni occidentali, e quella italiana, la quale ha generalmente tentato di evitare saccheggi ed esportazioni illecite.

Sia come sia, gli arricchimenti successivi del Museo, a cominciare dall’acquisto di undici statue effettuato dal Comune nel 1908 e provenienti dalla raccolta Pellegrinelli e quasi tutte raffiguranti divinità del Pantheon Buddhista cinese e giapponese, stanno a confermare l’ambizione del professore di sanscrito nel voler creare una ampia raccolta a testimonianza della ricchezza artistica e culturale dell’Asia,  manifestando contemporaneamente una attenzione verso quelle che erano le tendenze allora prevalenti nella maggior parte dei salotti aristocratici europei, ove sovente comparivano pezzi – perlopiù porcellane – cinesi e giapponesi. A tal proposito, Pullé riuscì saggiamente a sollecitare che il Museo Indiano partecipasse dell’eredità Pepoli, con l’acquisizione di alcuni vasi di provenienza nipponica.

Sfortunatamente, la vicenda dell’Istituto voluto da Pullé si concluse, come detto, nel 1935, e due anni più tardi venne stilato l’atto per mezzo del quale le raccolte furono divise tra Comune, Università e Famiglia Pullé. Finì così il sogno di questo valente studioso di donare a Bologna una propria collezione d’arte orientale, fornendo inoltre un valido sostegno per lo studio dell’India presso il più antico ateneo del mondo. Il Museo di Pullé, nei suoi circa ventotto anni di attiva, si attestò come una risorsa culturale capace di intercettare la curiosità di molti cittadini bolognesi, i quali potevano ammirare nella Galleria di questa Istituzione oltre 60 quadri sulla storia della Cartografia dell’India, divulgando così delle suggestive testimonianze sulla morfologia di questo enorme Paese.

Ciononostante, la specificità della Collezione Pullé non sta nell’annoverare pezzi di pregio, come avviene, per converso, nel caso di altri musei italiani dedicati all’Oriente. Ad esempio, i temi dell’etnografia e della storia dell’arte religiosa indiana, in particolar modo legati alla devozione degli hindū, sono testimoniati da oggetti nell’ambito dell’artigianato locale di inizio XX secolo, segnando però in tal guisa i primi passi della scienza etnografica rivolta all’Oriente. Nondimeno, in mostra è presente una opera a suo modo decisamente rara e, a tratti, perfino “insolita”. Ci riferiamo al calco di una statua che rappresenta: Siddhārtha digiunante (1902 ca., gesso dipinto, originale in scisto verde), presumibilmente la sola copia oggi sopravvissuta. La raffigurazione realistica del futuro Buddha, e comunicante un pathos che ricorda quello della iconografia cristiana, fa di questa statua un prototipo di grande importanza per lo studio dell’arte buddhista dell’area indiana. Il calco, danneggiato già durante la permanenza di Pullé in Oriente, è stato ottimamente restaurato in previsione di questo evento, permettendo ora di potersi confrontare con quello che è, benché parliamo di una semplice copia, un unicum dal punto di vista scientifico. Del resto, lo stesso Pullé nel 1907 aveva pensato il suo Museo quale strumento di supporto: “[…] per lo studio della storia e delle arti nei rapporti commerciali e civili dell’Italia coll’Estremo Oriente”.

Riscoprire la grande Scuola Orientalistica Italiana del passato

Allargando il ragionamento alla storia degli studi asiatici in Italia, ci dispiace constatare che al nome di Francesco Lorenzo Pullé non sia quasi mai degnamente associato quello dell’indianista Angelo De Gubernatis (1840 – 1913), probabilmente il suo principale maestro, che viene citato davvero troppo poco nel Catalogo della mostra e sempre come “amico” e mai quale uno dei mentori di Pullé. Se non fosse stato per il lodevole processo di recupero promosso anni or sono da Maurizio Taddei, di De Gubernatis sarebbe andato perso il ricordo; eppure a lui si deve la creazione della raccolta indiana di Firenze; anche questo un “museo perduto”, considerato che tale importatissima collezione è tuttora chiusa al Piano Terra del Museo di Antropologia ed Etnologia della città toscana. Cogliamo pertanto la occasione per ricordare che dagli studi sull’Oriente di De Gubernatis si creò una mirabile “filiera”, che passò prima per Pullé, per giungere a Raffaele Pettazzoni (1883 – 1959), che fu il più abile tra i suoi allievi. Tre grandi studiosi italiani in buona parte obliati, sebbene in misura diversa. Ciò malgrado, con De Gubernatis Pullé non condivideva soltanto la passione per l’India e il sanscrito, ma parimenti un convinto patriottismo. Rammentiamo per chi non lo sapesse, che egli il 24 maggio 1915 si arruolò volontario come soldato semplice in Fanteria, all’età di ben sessantacinque anni, terminando la sua esperienza tra i ranghi militari nel 1920, col grado di tenente colonnello, ricevendo vari encomi per aver utilizzato le sue competenze cartografiche per l’Esercito.

Per concludere, riteniamo che la cosa più giusta sarebbe che la mostra di cui si è parlato servisse come impulso per ricreare il Museo Indiano voluto da Pullé, piuttosto che tenerlo “smembrato” in più sedi e con la maggior parte degli oggetti relegati nei depositi. Questa sarebbe da considerarsi una benemerita e lungimirante iniziativa, così da riscoprire un pezzo dell’orientalistica italiana, con i suoi tanti primati, sia dal punto di vista delle collezioni sparse sul nostro territorio, sia in quei personaggi che l’hanno resa grande, probabilmente la più blasonata d’Occidente, e tra costoro si sono senza dubbio guadagnati un posto De Gubernatis e Pullé.

http://www.barbadillo.it/81618-la-mostra-i-volti-del-buddha-dal-perduto-museo-indiano-di-bologna/