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Un libro “moderno”

Libri, torna un classico: “L’etica della libertà” di Murray N. Rothbard

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Redazione14 ottobre 2021

L’etica della libertà è il prodotto maturo di una delle grandi menti del Ventesimo secolo. Murray N. Rothbard imbastisce la costruzione di una morale adeguata al capitalismo del laissez-faire, inteso come sistema della libertà naturale dell’uomo. Rothbard propone una società nella quale sia abolito il monopolio statale della violenza, e tutti i servizi (anche sicurezza, protezione e giustizia) siano offerti in libera concorrenza sul mercato. L’analisi rothbardiana, nel solco di tradizioni quali l’anarchismo individualista americano, la Scuola austriaca dell’economia, il neotomismo e la dottrina lockeana dei diritti assoluti di proprietà, sviluppa gli argomenti morali a favore di una società libera, analizzando le implicazioni della libertà in tutti i campi, dalla dottrina dei contratti, alla famiglia, al diritto penale.

Ideologo del Libertarian Party e principale esponente della corrente anarco-capitalista del libertarismo americano, Rothbard, facendo propria la lezione di Ludwig von Mises che fu suo professore e per il quale nutrì un’autentica venerazione, porta alle estreme conseguenze il liberalismo classico di John Locke e sviluppa il nucleo concettuale già presente nelle opere di Ayn Rand. Arriva così a proporre una società in cui debba essere abolito il monopolio statale della violenza e in cui tutti i servizi (non solo economici, ma anche la sicurezza, la protezione e la giustizia) possano essere offerti in libera concorrenza sul mercato. La proprietà privata costituisce per Rothbard il fondamento degli scambi bilaterali volontari – che messi tutti insieme formano il mercato – ma anche il supremo fine politico, ovvero la libertà dell’uomo, un dettato della ragione e della natura.

Per Rothbard, “se ogni uomo ha la libertà di fare ciò che vuole ne consegue necessariamente che la libertà di nessun uomo è violata”, e una società può dirsi giusta soltanto se i diritti di proprietà di ogni individuo non vengono violati, mentre lo Stato rappresenta sempre e ovunque il nemico naturale della libertà dell’uomo e del vero diritto”.

Il libro è diviso in cinque parti: Il diritto naturale; Una teoria della libertà; Lo Stato contro la libertà; Teorie moderne della libertà; Verso una strategia della libertà. La sua principale attenzione è dedicata, come scrive lo stesso autore, “alla teoria etica positiva della libertà e a un profilo del diritto libertario”, con un obiettivo primario: la sistematizzazione degli argomenti morali a favore della società libera. In tutto il libro è infatti sempre presente la distinzione fondamentale che Rothbard fa tra il diritto che si ha e la moralità o l’immoralità dell’esercizio di tale diritto.

L’etica della libertà di Murray N. Rothbard, a cura di L. M. Bassani, Liberilibri 2021, 470 pagine, 14 euro

http://www.opinione.it/cultura/2021/10/14/redazione_l-etica-della-libert%C3%A0-murray-n-rothbard-bassani-liberilibri-2021-470-pagine-14-euro-libertarian-party/

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Ricordo di Ugo Malaguti

Per i lettori che mi seguono da tanto, tantissimo tempo, e che sanno tutto della mia vita e delle mie vicende fino al 2002, quando uscì la corposa introduzione a due voci di Millennium, libro in tandem che celebrava i quarantanni di carriera letteraria miei e di Lino Aldani, riassumerò molto brevemente i miei ricordi degli ultimi quattordici anni: sono stati anni pieni di guai: guai di salute, di vita, di occasioni perdute. Per questo non vorrei soffermarmi troppo su questa storia recente. Ho dovuto combattere con un cuore male in arnese, con delle carotidi ostruite, e infine con un ictus che, come è successo al Marco protagonista del romanzo scritto proprio in questi ultimi giorni, mi ha colpito alla vigilia di una festa importante… a lui è capitato il Natale, a me Capodanno.
Per di più, ho perso tre fra i pochi amici autentici e soprattutto che ho sempre rispettato nel panorama fantascientifico: Lino Aldani, Ernesto Vegetti e Vittorio Curtoni. E molto triste il mondo, quando ti mancano persone che associavi sempre alla tua vita, con le quali il piacere di conversare era una delle cose migliori che potessero capitarti. Tutti coloro che disprezzo e considero insopportabili, ahimè, sono rimasti in giro, anche se le mie disgrazie mi hanno dato la grande fortuna di poterli evitare: ma che i tre più validi, con i quali valeva la pena incontrarsi, se ne siano andati, uno dopo l’altro, non depone a favore delle capacità visuali del destino.
E infatti in questi anni ne ha risentito la mia non copiosa produzione di autore: che in quasi tre lustri, ha visto nascere una sola opera, E quel giorno a Lucca l’orco acchiappò la mammifera, un romanzo, dove l’orco di S. Michele in Bosco, la bella escort Biancaneve, il dotto cardinale Prospero Lambertini, e il robot cameriere del Roxy Bar, partono
per una quest attraverso i vulcani degli Appennini, le rovine di una Firenze popolata di alberi assassini, fino a una stralunata Lucca dove si compirà il loro destino. Non spetterebbe a me dirlo, ma effettivamente meno scrivo, meglio scrivo, visto che le mie due ultime opere in ordine cronologico, Una storia tra i monti e appunto Quel giorno a Siena, credo siano in assoluto le mie migliori.. Ma si sa, la popolarità si mantiene con il presenzialismo, e dopo avere vissuto un decennio come il più popolare scrittore italiano di Science fiction, nei quarantasei anni successivi la mia produzione è stata così rara e scarsa da rendere sorprendente il fatto che tanti, tanti lettori ancora aspettino le mie novità, le leggano, e ne chiedano altre.
Non starò quindi a raccontare nei dettagli come ho vissuto i quattordici anni che passano dall’uscita di Millennium alla comparsa di questo Cronache di un antico avvenire. Magari soddisferò i biografi curiosi se avrò la fortuna, la salute e il tempo per realizzare una terza antologia delle mie opere migliori, perche ce ne sono ancora che mi piacerebbe rivedere in volume, e tante altre avrei voglia di scriverne.
Questa seconda antologia, che esce sul quarantaquattresimo volume della collana inaugurata proprio da Storie di ordinario infinito, ha avuto una genesi e una lavorazione di grandi tribolazioni e, per eventi editoriali, famigliari, di salute, che soprattutto negli ultimi tre anni, mi hanno impedito di lavorare a qualsiasi altro progetto, e mi hanno fatto più volte disperare sul completamento di questo libro, e pensare che nella migliore delle ipotesi sarebbe uscito postumo, cosa che per qualsiasi autore vivente non rappresenta certo l’obiettivo più desiderabile.
Il romanzo di apertura era obbligato. Satana dei miracoli compie i cinquant’anni, è uno dei miei libri più discussi, elogiati e recensiti, ci sono interi capitoli delle storie della fantascienza italiana che ne parlano, suscitò polemiche feroci e tutto sommato fu lo strumento della mia fortuna, soprattutto grazie alle critiche degli ultraintegralisti cattolici che mi coprirono di contumelie e di insulti (già II sistema del benessere, un anno prima, mi aveva attirato addosso la nomea di servo sciocco del Cremlino e di quinta colonna del comunismo sovietico; e così a un anno di distanza, un libro nel quale Dio è diventato malvagio, e i suoi robot bruciano la gente sul rogo, mentre Satana è diventato buono c tollerante… be’, si fa per dire… non era, come qualsiasi persona sana di mente di oggi avrebbe capito subito, un assalto alla superstizione e all’ignoranza, come sarebbe stato nelle mie intenzioni, ma un’opera atea, blasfema, e scritta da un apostata senza fede e peggio ancora) ai quali tanti altri lettori reagirono rafforzando l’affetto che già provavano per me, per averli fatti sognare con le mie storie di fantar-cheologiae i miei saggi divulgativi sui misteri dello spazio e del tempo.
Devo dire che le migliori critiche, c le recensioni più assennate, mi giunsero dalle pubblicazioni dei gesuiti e dei domenicani, che ne apprezzarono un misticismo innato e una protesta contro l’ignoranza che li aveva molto colpiti, mentre il buon Lev Verscinin, il più popolare italianista e traduttore risso, quello che aveva scelto e reso famoso Tiro al piccione e un altro paio di mie storie sociologiche, disse che il romanzo era splendido, ma che era troppo pieno di accenni alla religione cattolica, per essere pubblicabile in Unione Sovietica. Suscitò comunque un’ondata di consensi e dissensi che contribuì certamente alla mia popolarità.
Roberta Rambelli, che ne scrisse una splendida presentazione per l’uscita su Galassia, in realtà rimase un pochino delusa. Era molto orgogliosa di avere scoperto in me l’epigono italico della Science fiction sociale, il Frederik Pohl de noartri, aveva passato cinque anni a convincermi che era quella la mia strada e la mia vocazione, e si ritrovava di fronte a un libro completamente diverso dal Sistema del benessere, con un forte contenuto contemplativo e lirico, l’inizio della mia ricerca di una musicalità letteraria che sarebbe stata nei decenni successivi la mia maggiore ambizione di scrittore. A Roberta però il libro era piaciuto moltissimo, e da persona onesta e critica illuminata com’era, cominciò a porsi degli interrogativi, concludendo che io dovevo seguire la mia ispirazione, e che forse era molto più Satana a rappresentarmi, piuttosto che il Sistema. La ringrazierò per sempre pcr non avermi odiato, scegliendo una strada che non cra quella che lei aveva ipotizzato per me, e posso aggiungere solo un dettaglio… la critica ha parlato molto di un’ispirazione simakiana, pcr questo romanzo e per la successiva fase della mia carriera, e non nego che Simak mi abbia dato tante atmosfere e soprattutto tanti messaggi importanti che indegnamente hanno influenzato alcune delle mie opere, ma se devo confessare un debito, pcr le atmosfere e i ritmi di questo libro, devo ammetterlo per quello che io ritengo il film più bello di tutta la storia del cinema (sì, ne sono assolutamente convinto ancora oggi, quando i miei gusti di ventenne sono cambiati e certe opere che in quegli anni mi apparivano come capolavori oggi mi annoiano profondamente) e cioè il settimo sigillo di Ingmar Bergman, e non solo per il desiderio di Astaroth di giocare una partita a sacchi con il Diavolo, ma per gli scenari, per la natura, per la presenza stessa dei Lontani, per l’omogeneità dovuta anche al fatto di averlo scritto di getto, in pochi giorni.
Un romanzo scritto nel 1966, cinquant’anni fa, pcr uno scrittore come me, che rivede e riscrive le sue opere giovanili perché gli anni non scorrono invano e la persona di oggi non e la stessa di quella degli anni lontani della giovinezza, o forse e la stessa, ma con un cumulo di esperienze e una maturazione in più, avrebbe dovuto essere un facile territorio di caccia. Infatti ero partito deciso a farne una riscrittura, modernizzarlo, attualizzarlo. E cosa è accaduto? Mano a mano che lo rileggevo, non trovavo nulla da cambiare. Un evento raro pcr me, che e avvenuto con Di alcuni delitti a Londra e poche altre storie. Satana dei Miracoli, a parte qualche correzione tecnica qua c là, è quello che uscì nel 1966, e segnò un punto di arrivo e di partenza nella mia attività di autore.
Ho scelto il titolo, strano come quello del mio primo libro antologico, Cronache di un antico avvenire, proprio in base alla mia intenzione di raccogliere molte delle storie dei mici anni giovanili, c tra le mie opere degli anni ‘60 (come dirò in una delle note di apertura dei singoli racconti, alcune di queste storie erano la riclaborazione di un ancor più antico avvenire, frutto della mia grafomania degli anni ‘50, quando, dagli 11 anni in poi, producevo tonnellate di storie e abbozzi di storie che poi mi sono venute utili negli anni successivi) ci sono Situazione critica. del 1965, Maglia gialla, del 1962, Frammenti di cristallo, del 1962, Viro al piccione, del 1964, c Dieci problemi e uno scrittore, del 1967. Insieme a Satana dei miracoli, del 1966, costituiscono la metà numerica delle mie scelte (c’era anche inizialmente Le reti di Vega, eliminato dalla straripante invadenza di Doppia corsìa e dalla vena scaramantica che non voleva comporre di 13 storie questo libro, visto che di disgrazie ne avevo già passate a sufficienza scrivendolo). Ci sono poi le storie degli anni 80 e 90, che io considero i miei anni di transizione. Probabilità zero del 1996, Verso il confine dell’aurora del 1998, Cinque favole immorali del 1983 e Dialogo del 1998. Le storie degli anni 2000 si riducono quindi a due, ma occupano metà dell’antologia, perche sono un romanzo breve, Una storia tra i monti, del 2001, c soprattutto Doppia corsia, che ho scritto quando già a Elara stavano preparando impianti e stampa dell’antologia, che l’arrivo di un romanzo di oltre cento pagine ha ovviamente scombussolato.
Delle primissime storie, la giovinezza mi sembra la caratteristica più suscettibile a critiche. Ho cercato di rimediare, ma le storie erano quel tipo che negli anni 60 andava per la maggiore, e il telaio è rimasto eguale. Lo dico in particolare per Frammenti di cristallo, uno dei miei primissimi tentativi, ma anche di quelli ai quali sono rimasto più affezionato. Leggendolo attentamente, forse si possono già vedere le radici dell’Ugo Malaguti della seconda parte di questa lunga carriera.
Una storia tra i monti, ribadirò questo concetto più volte, è il mio testo che più mi soddisfa in assoluto, e che ho riletto con il piacere del lettore, e il compiacimento dell’autore, lasciandolo così com’era. In questo volume ci sono due clamorose violazioni della mia prima regola di editor, quello di non pubblicare mai lo stesso testo nella stessa versione in due titoli della stessa collana. Se per Cinque favole immorali posso difendermi dicendo che è uscito, sì, su Nova prima e su Pianeta Italia poi, ma che non era mai apparso nella Biblioteca, per quanto riguarda Una storia tra i monti la scelta di ripubblicarlo trenta volumi dopo Millennium, sede della sua prima pubblicazione, è stata invece consapevole, motivata, e credo giustificata. E non solo per la vanità di
autore che traccia una sottile linea di demarcazione tra un’antologia a due voci come Millennium, dove condividi lavoro e pubblico con un’altra persona, e un’antologia personale, dove le tue scelte sono personali, sci l’unico responsabile, se sbagli devi recriminare solo con te stesso. Anche per il fatto che Millennium divideva i lettori tra miei affezionati e fans di Lino Aldani, e questo, sotto certi profili, e stato uno svantaggio per entrambi. Eravamo infatti così diversi tra noi, così legati a tradizioni e pubblici diversi, che molti dei lettori affezionati alla tradizione del sottoscritto non hanno preso il libro a due voci, non chiedetemene il perché, e quindi una buona metà di coloro che avevano preso Storie di ordinario infinito ancora non ha letto quello che io ritengo il mio migliore lavoro. Imperdonabile. Perciò eccolo qui. E se lo avete letto quindici anni fa, be’, rileggetelo. Non vi farà male.
Qualche riga in più (l’introduzione a Storie di ordinario infinito era di diciotto fittissime pagine, quella di Millennium, prevalentemente grazie alla straordinaria sinteticità di Lino, era di dodici, vorrei contenere in sci quella di questo libro, già fin troppo voluminoso di per sé) merita Doppia corsia, a oggi il mio ultimo parto letterario, scritto tra il 18 febbraio e il 20 marzo, non appena ritornato a casa da una lunga degenza ospedaliera per un ictus che mi ha subdolamente colpito nel pomeriggio del 30 dicembre 2015, proprio come capita a Marco, il protagonista, che però è stato colpito alla vigilia di Natale, e quindi non ha avuto la fortuna di gustarsi tortellini, bollito e salsa verde, come ho potuto fare io grazie a mia moglie Gabri, che ha rasserenato e illuminato uno dei Natali in assoluto più poveri e poco allegri della mia vita.
L’ictus è arrivato come ultimo atto di un’odissea fisica che è iniziata con un’operazione a cuore aperto, nel 2005, la sostituzione di una valvola aortica, un paio di bypass e l’applicazione di un pacemaker, è proseguita con un paio di attacchi ischemici, due interventi chirurgici alle carotidi, e altre sofferenze minori. Negli ultimi anni, in pratica ho visto più le corsie degli ospedali che il salotto di casa. L’ictus e stato ancora più perfido perché mi ha colpito proprio quando stavo ricominciando a lavorare, e ha interrotto un processo di ritorno alla normalità sul quale poggiava tutto il possibile mio futuro.
Mi è andata di lusso, sotto certi aspetti. Un po’ di terapia intensiva, molta riabilitazione, una sorta di faida con un primario che mi inseguiva di giorno e di notte per impedirmi di scendere a fumare, una convalescenza un po’ ruvida, ma conseguenze tutto sommato limitate. Certo, oggi sono entrato nella categoria dei ccrebrolcsi, ma alcuni possono dire che non ha certo peggiorato le mie capacità mentali, visti i precedenti. E riprendendo la vita, gradualmente, faticosamente, visto che l’unica cosa che potevo fare era mettermi a scrivere, ed Elara aveva da tempo annunciato il mio nuovo libro, ho deciso di mettermi alla prova e tentare di scrivere un raccontino per dare anche qualcosa di totalmente inedito ai mici lettori.
L’idea mi era venuta in reparto, ovviamente, insieme al titolo. Come avvenne quando Lino insistè perche io scrivessi un raccontino, possibilmente breve, inedito, per Millennium (lui aveva fornito un inedito molto breve, si raccomandò di non alterare l’equilibrio del libro allungandomi troppo) e nacque Una storia tra i monti, anche Doppia corsia nelle mie intenzioni non avrebbe dovuto superare le scttc/otto pagine che erano già previste per Le reti di Vega.
L’inizio era molto autobiografico, descriveva la mia quotidianità ospedaliera, ma come sempre mi succede, l’opera ha deciso di andare per conto suo. E io ansante a seguirla. Alla fine è venuto fuori un romanzo, il più lungo che ho scritto dai tempi de // palazzo nel cielo. Ve lo dedico con un certo orgoglio, perché ho l’impressione che funzioni, e che molti elementi che sono venuti fuori inaspettatamente siano assai meno banali o inspiegabili di quanto possa sembrare. E mi sento in una botte di ferro. Vi piaccia o no, posso sempre opporre la scusa di essere ufficialmente quello che si definisce un cerebrolcso. Quanti dei miei colleghi possono accampare una giustificazione altrettanto plausibile?
Bologna, 3 aprile 2016
UGO MALAGUTI

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Governo virale

Il saggio Governo Virale – Dalla polis all’ovile, scritto da Stefano Mantegazza (Il Pedante) e Pier Paolo dal Monte, è edito da Arianna editrice.
Il volume conduce a una nuova e più autentica modalità di leggere la realtà che ci circonda, particolarmente quando il mezzo utilizzato per la conoscenza della realtà è indiretto e veicolato dai cosiddetti media (giornali, Tv, social networks).
L’opera è divisa in due parti, ciascuna curata dai singoli autori e corredata da una folta bibliografia.
Ritengo utile, da non addetto ai lavori, presentare il libro in ordine inverso, anche se l’ordine di presentazione delle parti nel piano editoriale non è casuale e dunque se ne consiglia la lettura nell’ordine edito.
La seconda parte, scritta da Pier Paolo Dal Monte, incomincia con un inquadramento storico della modernità a partire dai suoi aspetti prima economici e poi sociali.
L’autore dimostra come le varie fasi del capitalismo, ciclicamente ricorrenti, unite all’impostazione scientifico-deduttiva, poi re-induttivamente applicata in modo fraudolento a qualunque ambito umano (economia e società in primis), hanno portato a ridurre le dinamiche dei rapporti umani a mere descrizioni meccanicistiche, basate su “leggi di comportamento” in realtà fallaci e aleatorie.

Vincoli esterni
Lo svuotamento progressivo dunque subìto dall’epistemologia moderna si riflette sui due pilastri della politica, lexis e praxis, rendendola di fatto mezzo di discussione e sintesi di soli diritti puramente cosmetici. Il metodo di governo della Polis-Stato, da democratico liberale si trasforma in una tecnocrazia, in cui “i tecnici” di fatto muovono arbitrariamente le leve del potere in modo assolutamente libero dal controllo dei parlamenti e delle leggi costituzionali degli Stati (epistocrazia) grazie alla presenza dei vincoli esterni che giustificano ogni normativa. Tutto questo, insito già da principio nelle radici dell’era moderna, ha subito un’accelerazione soprattutto in Occidente e particolarmente negli ultimi trent’anni fino a giungere all’attuale iatrocrazia epidemica in cui la salute è erroneamente e colpevolmente ridotta ad assenza di marker di malattia.

Il mondo fantasma
Particolarmente interessante è la parte in cui viene spiegata la generazione del “mondo fantasma” ad opera di media ed ufficiali governativi e come la nostra struttura umana confronta i fatti e li assorbe nella propria “Web of beliefs”. La comprensione del mondo fantasma è la chiave di volta per tentare di conoscere e fare propria la realtà anche attraverso i media, in modo scevro da ogni ideologia distorsiva.
Il dottor Dal Monte, con pazienza e acume, ci mette progressivamente di fronte al fatto che siamo giunti alla fine di un ciclo storico che avrà esiti imprevedibili, sia per le potenti élite sovranazionali che sostengono la realtà fantasmatica, sia per chi ne subisce le decisioni.

L’acronimo Tina
La prima parte, curata da Il Pedante, è invece una composizione organica di alcuni degli scritti che hanno caratterizzato la sua opera di diffusione nel corso dell’ultimo anno e mezzo, particolarmente sul quotidiano La Verità e sul suo blog.
L’autore ripercorre, seppur brevemente, le crisi vere o narrate che hanno manipolato le vite dei singoli e trasformato intere società creando una vera e propria “cultura dell’emergenza”. Le singole emergenze conducono, secondo una ferrea logica hegeliana, a soluzioni di volta in volta prestabilite da chi l’emergenza rileva o sospinge, con un metodo sintetizzabile attraverso il lemma thatcheriano “There is no alternative”, acronimizzato in TINA.

Falsa sinnedoche
Il Pedante analizza, con dovizia di dati e particolari, gli errori gestionali dell’epidemia da parte dei governi nazionali o regionali e come questi abbiano portato non già ad un’auspicata risoluzione della crisi sanitaria ma a un peggioramento su tutti i fronti delle condizioni di vita e di salute di tutti i cittadini. La concentrazione dell’attenzione su una parte, mediante l’incardinamento della narrazione su una falsa sineddoche, fa perdere lo sguardo sul tutto, finendo poi per far perdere di vista anche la parte.
Viene analizzata con inedita attenzione l’epidemia di lockdown, contrapposta a quella virale che con tale strumento si sarebbe voluta combattere. È particolarmente importante notare come l’autore affronta il problema psicologico e spirituale del lato nascosto dell’epidemia: l’afflato (spiritus), principe di ogni opera umana immateriale e potenzialmente immortale, diventa sozzo e pernicioso, da coprire con uno straccio come un’onta.
Nella nuova normalità di una società distanziale la riunione fisica con i propri simili diventa pericolosa fonte di contagio, anziché fonte di emozione, nuova conoscenza e impulso creativo, cioè breviter vita.

La separazione tra bios e zoé
Il ribaltamento orwelliano dei diritti costituzionali e la netta separazione della vita umana tra bios e zoé, con riduzione della prima ed esaltamento senza pari della seconda, annichiliscono l’umano con speciale accanimento contro i più piccoli che si trovano ad affrontare la propria vita di fronte a un dispositivo elettronico eretto a simulacro della realtà sensibile e privati dei contatti a loro più prossimi con conseguenze ignote e probabilmente terribili per il loro sviluppo psico-fisico.
A completamento dell’opera si rileva un contributo d’eccezione da parte dell’avv. Francesco Maimone che giudica dell’opportunità del Trattamento sanitario obbligatorio in senso lato, includendo dunque anche il trattamento vaccinale, alla luce della Costituzione e del diritto nazionale, fornendo così al lettore un quadro circostanziato della normativa che lo regola e alcuni rudimenti per potersi eventualmente difendere con cognizione di causa.
In conclusione questo libro è un ottimo strumento per ricentrarci, per tentare di raddrizzare il metodo con cui giudichiamo della realtà attraverso i media, fortemente compromessi dall’ideologia dominante.

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Paolo Giatti
da Huck Finn e gli altri periodico a cura dell’Amm.ne Provinciale di Ferrara
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Marcello Dudovich

Marcello Dudovich

al tempo della committenza aeronautica 1920-1940

  • A cura di Maria Grazia Bella
  • Rilegatura Brossura con alette
  • Dimensioni 23 x 28 cm
  • Pagine 400
  • Illustrazioni 522
  • Lingua Italiano
  • Anno 2021
  • ISBN 9788836648979
  • Prezzo € 40,00  € 38,00

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Il volume prende spunto dalla rinnovata fruibilità di alcuni dipinti murali realizzati da Marcello Dudovich (Trieste, 1878 – Milano, 1962) negli ambienti di Palazzo Aeronautica a Roma, per indagare un capitolo poco conosciuto della biografia del grande cartellonista pubblicitario.
Dudovich fu chiamato da Italo Balbo a decorare gli spazi accessori del Palazzo destinato a ospitare il nuovo Ministero dell’Aeronautica, realizzando tra il 1931 e il 1933 nove eccezionali murales per celebrare, con sorprendente freschezza non priva di humour, le prodezze dei conquistatori dell’aria della sua epoca. Le opere, realizzate insieme al collaboratore Walter Resentera, furono a lungo neglette e trascurate, e solo oggi un sapiente restauro ha riconsegnato al pubblico ciò che di esse è sopravvissuto.
A partire da queste sorprendenti opere, accompagnate da documenti, fotografie e cimeli, sono presentate oltre 200 opere che ripercorrono lo stile e l’attività dell’artista non solo nel campo della réclame pubblicitaria ma anche nei settori dell’illustrazione, della pittura e della decorazione, restituendo al contempo – attraverso numerose testimonianze – l’atmosfera di un’epoca irrequieta e creativa, ammaliata dalla modernità e cruciale per la storia del nostro paese. Sommario

Guardare dentro, guardare fuori: considerazioni sulla mostra
Maria Grazia Bella

Il volo, il sogno: appunti per un allestimento
Giuliana Zanella

Italo Balbo, il Palazzo Aeronautica e Marcello Dudovich

Marcello Dudovich, l’alter di Italo Balbo e fotografo della scena pittorica
Maria Grazia Bella

Jazz, fordismo e transatlantici. L’America di Italo Balbo e le ‘pagine di cielo’ di Marcello Dudovich a Palazzo Aeronautica
Anna Villari

Marcello Dudovich in parete. Tra cielo e terra nei dipinti murali pubblici e privati
Maria Alessandra de Caterina

Le idee creative dei murales romani nei disegni di Walter Resentera a Feltre
Tiziana Casagrande

Nives e Dudovich: il gioco delle idee
Sara Accorsi

Mio zio Marcello
Maria Elisa Casati Cattani

Italo Balbo, la Libia e Marcello Dudovich

Balbo regista del colonialismo libico nella documentazione dell’Aeronautica Militare
Marco Di Cocco Alivernini

Dudovich in Libia: vecchi amici, nuove forme
Chiara Marin

Nei documenti dell’Archivio Balbo, l’arte nelle chiese della nuova Libia
Crescenzo Paolo Di Martino

Lo stile di Marcello Dudovich

Dudovich, una matrioska
Roberto Curci

TEMERARI. Dudovich fra ali e motori. Spunti grafici
Piero Delbello

La declinazione del femminile in Marcello Dudovich
Salvatore Galati

Marcello Dudovich tra le committenze dʼarte e dʼindustria dei Florio
Rosario Lentini

L’uomo che visse oltre il futuro
Chico Paladino Florio

L’arte e la réclame. Dalla fantasia dei grandi artisti una moda per tutte le stagioni
Francesca Mele

Storie di arte e dintorni nella mia famiglia
Tomàs Lopez y Royo

Gli Archivi

Casa Ricordi e le sue Officine Grafiche
Maria Pia Ferraris

I Grandi Magazzini Mele: una storia di qualità e di innovazione
Maria Antonietta Taglialatela

La collezione dei manifesti Mele a Capodimonte
Maria Tamajo Contarini

Custodire l’effi mero. Tutela e valorizzazione della grafica di Dudovich nella Collezione Salce
Valeria Arena

Aviazione: la passione, la sfida

Italo Balbo e il Palazzo Aeronautica

Le memorie familiari

Sulle nuvole: i dipinti ritrovati di Marcello Dudovich

I bozzetti preparatori dei murales dell’aria

Italo Balbo e Marcello Dudovich nella Libia ‘italiana’

Marcello Dudovich dal bozzetto all’immagine

I restauri

La riscoperta della materia pittorica attraverso il descialbo
Isabella Righetti

Viaggio nella materia di Dudovich. L’incontro, tra tecnica ed esplorazione
Eleonora Baldo

La rivelazione dell’arte: il caso di Verso la luna
Laura Lippi

Restauro del dipinto murale Gli innamorati di Marcello Dudovich
Pantone Restauri

Diario di un recupero: Il convegno svelato
Rosario Puccio, Marinella Cataldi

Apparati

Biografia di Marcello Dudovich

Biografia di Italo Balbo
Marco Di Cocco Alivernini

Bibliografia
a cura di Maria Alessandra de Caterina Recensioni

Gianluca Di Feo, la Repubblica, 20/05/2021
In volo nel paradiso degli aviatori

Ludovico Pratesi, Exibart, 22/05/2021
Dudovich e il racconto della conquista nel cielo

Redazione, la Voce, 16/05/2021
A Roma le opere di Marcello Dudovich Eventi Marcello Dudovich al tempo della committenza aeronautica 1920-1940 Roma, Palazzo dell’Aeronautica
dal 8 Maggio al 11 Luglio 2021

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La società da liquidare

I valori attualmente dominanti, con la loro pretesa di rappresentare la forma più avanzata di civilizzazione nonché il culmine del progresso, esercitano un soffocante monopolio su ogni altro valore alternativo, negando ad esso non solo la possibilità di espressione, ma anche la legittimità e l’esistenza.
     La situazione venutasi a creare è di fatto una sorta di totalitarismo, all’interno del quale soltanto questi valori costituiscono l’unico riferimento per comportamenti e orientamenti politici considerati giusti. Ma le scelte dei potenti sono sempre nefaste e la regolarità dell’errore allontana il sospetto dell’incapacità confermando le accuse di malafede.
     Tra prostituzione e tradimento si muovono politica, economia e istituzioni, guidando i popoli verso la rovina. Tale follia nella sua lucidità ricorda i comportamenti di quelle sette dalle stravaganti teorie che creano realtà artificiali, con regole, terminologie e comportamenti autoreferenziali e che poi, inevitabilmente, conducono alla rovina gli adepti, togliendo loro tutto, dai soldi alla libertà, fino alla stessa vita.
Renzo Giorgetti, laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Milano, dedica la sua attenzione allo studio delle forme simboliche, alla comunicazione di massa, alle dinamiche del potere e alla manifestazione degli archetipi all’interno della produzione artistica ed intellettuale dell’epoca presente.
     Ha collaborato con le seguenti riviste: “Chiesa Viva”, “Studi lovecraftiani”, “Volontari”, “Heliodromos”, “Antarès – prospettive antimoderne”, “Ciudad de los Césares” (Cile) e “Delirio” (Spagna); oltre a quelle digitali: “InStoria”, “Bajo los Hielos” (Cile).
     Ha pubblicato i seguenti libri di analisi letterario-simbolica: Archetipi lovecraftiani. L’India e i Miti di Cthulhu (Dagon Press, Teramo 2009), Archetipi lovecraftiani. L’eterno femminile (EDS, Stienta 2012), Lovecraft e la sincronicità (Solfanelli, Chieti 2013), Demofagia (Solfanelli, Chieti 2017), Com’è difficile cavalcare la tigre (Solfanelli, Chieti 2020), e il saggio storico: Propaganda nera. Guerra psicologica inglese contro le forze dell’Asse (Marvia, Voghera 2012).
     Ha curato la traduzione di vari testi sulla Rivoluzione francese.
Solfanelli editore
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In me non c’è che futuro

In me non c’è che futuro Ritratto di Adriano Olivetti ottobre 2011 “C’è stato un momento, a metà degli anni ’60 del XX secolo, in cui un’azienda italiana ebbe l’occasione di guidare la rivoluzione informatica mondiale, 10 anni prima dei ragazzi della Silicon Valley: Steve Jobs e Bill Gates. Una rivoluzione tecnologica che aveva le sue radici in una rivoluzione culturale e sociale, in un modello industriale pensato al di là di Socialismo e Capitalismo, che il suo promotore, Adriano Olivetti, aveva cominciato a sperimentare sin dagli anni ’30 a Ivrea, in provincia di Torino.” Queste le considerazioni che hanno portato il regista Michele Fasano ad avviare un complesso lavoro di ricostruzione storica che da Camillo Olivetti, fondatore della prima fabbrica di macchine per scrivere, conduce lo spettatore ai giorni nostri, facendo riecheggiare le parole di Adriano Olivetti nel discorso ai lavoratori di Pozzuoli del 1955: “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?” La Fondazione Adriano Olivetti ha supportato il lavoro scientifico del regista che iniziò a scrivere la sceneggiatura sin dal 2008, con il Professor Francesco Novara, coautore del volume “Uomini e lavoro alla Olivetti” edito dalla Bruno Mondadori nel 2005. http://www.fondazioneadrianolivetti.it
THE DAY AFTER

Vasti spazi deserti, negli stabilimenti e nei palazzi. La celebre parete di vetro di una fabbrica è coperta da ponteggi: si staccano pezzi. Sigillato l’esagono della mensa, sgombro il Centro Studi. Polvere, chiazze, ruggine. Tombe vuote di un lavoro scomparso (delle quali la celebrata bellezza impedisce la demolizione). Per salvare quella vita di lavoro dall’oblio, persone che hanno avuto il privilegio di condividerla, in una varietà di ruoli aziendali, hanno inteso evocarla sulla traccia delle loro traiettorie lavorative. Si sono affidati a mani capaci di disegnare l’ordito delle domande entro cui calare la trama delle loro risposte. Saranno i limiti di questo microcosmo di testimonianze. Ne mancano alcune, impedite della morte della persona (come di Pier Giorgio Perotto, entusiasta di questo impegno collettivo) e diviene evidente che questo compito non era dilazionabile. Il successo del-l’impresa di Camillo e Adriano (e Roberto, cui si deve il perseverare nella con-versione all’elettronica) e la sua decadenza sono sincroni con lo sviluppo e il dileguamento dell’Italia industriale (ossia della grande impresa, della sua prospettiva strategica e della sua capacità d’innovazione in settori di tecnologia avanzata). Agli imprenditori costruttori di futuro sono andati subentrando cacciatori di valori azionari, speculatori del mercato borsistico, arraffatori di monopoli, artefici di partecipazioni incrociate e di piramidi societarie. A un mondo del lavoro umiliato in una società lacerata e disorientata, succube delle vicende aleatorie di un’economia finanziarizzata, si rivolge il coro di queste testimonianze. Esse ricordano il valore permanente delle ragioni di quel successo d’impresa: la responsabilità e capacità di costante innovazione e anticipazione, realistica e audace, razionale e immaginativa, votata all’eccellenza dei prodotti, alla qualità della vita lavorativa, all’elevazione della vita sociale.

Francesco Novara Torino, ottobre 2005