storia

La calda estate del ’43

Sull’argomento sono stati scritti decine e decine di libri, alcuni pregevoli, altri meno, e migliaia di articoli. Oltre ad una memorialistica certo di parte, riflesso di personali contingenze, ma non per questo priva d’interesse. Sull’argomento sono, ovviamente, legittime letture ed interpretazioni diverse, oggi come subito dopo la caduta di Mussolini e del fascismo. Tra le opposte tesi del tradimento e della congiura – in qualche modo ratificate da Benito Mussolini stesso nel 1944 sul “Corriere della Sera” nell’inizialmente anonimo Il tempo del bastone e della carota (Storia di un anno)    e quella di un “progetto”, lasciato furbescamente maturare dal Duce, in fondo desideroso di essere estromesso dal potere militare o anche politico (ma certo non di finire prigioniero), onde non caricare personalmente con il peso della ormai inevitabile resa dell’Italia – possibilità sostenuta dalle SS contro l’avviso di Hitler – sono state elaborate, in fase di ricostruzione storiografica e giornalistica, svariate ipotesi.

Il vorticoso giro di rapporti fra monsignor Montini, sostituto alla Segreteria di Stato di Pio XII, ed il Re, la nuora Maria Josè, Galeazzo Ciano ed emissari anglo-americani, ha pure lasciato il sospetto che il Vaticano abbia allora avuto un ruolo ben più attivo di quello di spettatore terzo. Dino Grandi, già Ambasciatore a Londra, era allora Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, un organo non elettivo e con un ruolo complementare. L’art. 2 della legge istitutiva del 1939 infatti così recitava: “Il Senato del Regno e la Camera dei fasci e delle corporazioni collaborano col governo alla formazione delle leggi”. Egli fu, dall’alto di un notevole prestigio personale, probabilmente immeritato, autore principalissimo dell’iniziativa, poi sfociata nel suo OdG per estromettere il Duce dal potere ed ottenere la pace dagli Alleati. Essa scattò nella seconda parte del 1943, ma non sarebbe stata concordata nei particolari con Vittorio Emanuele III. Nel corso dell’udienza privata con il sovrano il 4 giugno, Grandi gli espose, comunque, il suo piano. Il Re disse che solo il Parlamento o il Gran Consiglio avrebbero potuto “indicargli la strada”.

Fra le testimonianze  memorialistiche credo che rivestano un particolare valore  quelle di  Alberto De Stefani e di Luigi Federzoni. Quest’ultimo fu uno degli elaboratori e sottoscrittori dell’OdG Grandi. Le riassumo brevemente.

Alberto De Stefani (Verona, 6 ottobre 1879 – Roma, 15 gennaio 1969) era stato l’unico parlamentare eletto in una lista fascista alle elezioni del 1921. De Stefani fu un economista e docente universitario di grande ed indiscusso valore. All’indomani della Marcia su Roma (ottobre 1922), Mussolini lo volle con sé al governo come Ministro delle Finanze e del Tesoro. De Stefani da quella postazione mirò a quello che era stato l’obiettivo delle grandi personalità della Destra Storica: il pareggio del bilancio. Pareggio che ottenne nell’estate del 1925. De Stefani tornò poi all’insegnamento ed alla collaborazione con il «Corriere della Sera», salvo essere richiamato in servizio dallo stesso Mussolini alla guida di un Comitato per la riforma burocratica. Negli anni Trenta De Stefani fu contrario alla guerra d’Etiopia e, quando l’Italia strinse un’alleanza con Tokyo in vista di un nuovo conflitto, lui — in contrasto con l’opzione giapponese — accettò di diventare consulente del governo cinese.

Luigi Federzoni (Bologna, 27 settembre 1878 – Roma, 24 gennaio 1967) era stato, nel 1910, uno dei fondatori dell’Associazione Nazionalista Italiana. In ottimi rapporti con il re Vittorio Emanuele III, nel 1922, al momento della Marcia su Roma, Federzoni aveva avuto un ruolo forse decisivo nel tenere Mussolini al corrente delle decisioni del sovrano. Il Duce lo compensò affidandogli il Ministero delle Colonie e poi, per premiarlo della fedeltà dimostrata ai tempi del delitto Matteotti, nel 1924 lo spostò agli Interni, dove rimase fino al 1926. Ma anche lui, come De Stefani, negli anni Trenta poco fece per nascondere il proprio dissenso ( fu molto critico della legge sul Gran Consiglio del Fascismo che costituì il riconoscimento formale dello status costituzionale del PNF) ed ebbe alte cariche sostanzialmente onorifiche: la Presidenza del Senato prima (1929-1939), poi quella dell’Accademia d’Italia (1938-1943). Fu tra i pochissimi che nel 1938 si opposero apertamente alle leggi razziali.

In Gran consiglio, ultima seduta (con prefazione di Francesco Perfetti, Le Lettere, 2013), Alberto De Stefani  pensa che Mussolini non abbia sollevato un’eccezione di costituzionalità in merito all’ordine del giorno Grandi, «benché non potesse essergli sfuggito» che quell’iniziativa era «incostituzionale»; perciò il Duce stesso «legalizzò» in qualche modo «l’iniziativa rivoluzionaria ed il colpo di Stato del Gran Consiglio». Del resto Mussolini era da tempo «uscito dai propri limiti legali, avocando a se stesso con un atto rivoluzionario la rappresentanza del fascismo e il diritto di interessarsi, eccedendo i propri poteri, di questioni riguardanti i supremi interessi della patria».

Questa lettura della seduta del Gran Consiglio del 25 Luglio 1943, «che tende a sottolineare una dimensione rivoluzionaria e incostituzionale» e ad «avallare l’idea che in quella sede fosse stato realizzato un colpo di Stato», osservava Perfetti, «è in contrasto con le affermazioni fatte, in più sedi, da altri firmatari dell’ordine del giorno Grandi», i quali, al contrario, «hanno sempre rivendicato la correttezza giuridica dell’iniziativa e negato per essa ogni retropensiero di natura eversiva». Primo tra tutti Dino Grandi nel suo celebre 25 Luglio. Quarant’anni dopo, a cura di Renzo De Felice (Bologna, Il Mulino, 1983).

D’altro canto, lo stesso De Stefani rigetta la categoria del «tradimento», richiamando l’attenzione sul fatto che l’ordine del giorno Grandi era un «documento tattico» che offriva a Mussolini un’opzione per il superamento della crisi, mettendo in evidenza come le critiche alla degenerazione del fascismo fossero condivise anche da coloro che non avevano sottoscritto il documento. Secondo De Stefani, Mussolini aveva «già da quella notte sentito salire in sé stesso la necessità storica della sua esclusione». E questo spiegherebbe perché egli sia stato così remissivo nel corso di quella lunghissima nottata ed il giorno seguente, non aderendo neppure all’invito angosciato della moglie Rachele, non l’unico, di non recarsi a Villa Savoia:

«L’ingresso del Duce nella sala del Gran Consiglio è stato silenzioso; un’accoglienza di attesa; pareva non vedesse nessuno; rifletteva e dava l’impressione di chi si appresta ad ascoltare; la sua espressione era passiva, senza sintomi di reazione come quella di chi deve accettare un avvenimento e non vuole sottrarvisi; la macchina era stata messa in moto e avrebbe continuato a muoversi; non era più in nostro potere di arrestarne la implacabilità; noi stessi ne eravamo lo strumento; della nostra libertà si era impadronita quella misteriosa macchina che gli uomini dicono fatalità; la sua logica ci dominava e noi avevamo perduto la nostra libertà».

Ed ancora:

«Il Duce è stanco: s’abbandona sul suo scranno per cercarvi un sostegno al suo abbandono; ordina al segretario del partito di fare l’appello; siamo tutti presenti, anche coloro che soggiornavano fuori di Roma e che non avevano ricevuto l’invito; anch’essi erano tornati per un misterioso richiamo interiore; molti di noi avrebbero potuto essere legittimamente assenti, ma ognuno aveva sentito qualche cosa in sé che lo aveva fatto tornare; le risposte all’appello sono monotone, impersonali, hanno un timbro unico e sono date a mezza voce… La nostra personalità sembrava scomparsa, eravamo tutti lì per adempiere lo stesso dovere; nessuno aveva qualche cosa da esprimere di suo, di particolare che non fosse comune anche agli altri, o che anche gli altri non avrebbero detto».

Secondo Federzoni, invece, non si dovrebbe assolutamente parlare di colpo di Stato o di congiura. «Prima di tutto», scrive in Memorie di un condannato a morte (redatte mentre era rifugiato nell’Ambasciata del Portogallo, dopo il 26 luglio ’43, e pubblicate nel 2013 da Francesco Perfetti) «niente “fellonia” né tampoco “agguato”, “imboscata” ecc.: parole altrettanto gonfie di fragore quanto vuote di senso, con le quali ci si vorrebbe squalificare. Grandi preavvisò Mussolini fin dalla mattina del 22 circa la nostra iniziativa, e poi gli inviò, a mezzo di Scorza (n.d.r. Segretario del PNF), il nostro ordine del giorno». Perciò, prosegue, non si può dire che ci fu colpo di Stato; si ebbe invece l’«esercizio legittimo di una potestà statutaria del sovrano, esercizio suffragato, sebbene non ce ne fosse bisogno, dal non meno legittimo voto del Gran Consiglio».

(Da http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=0000002243257)

Albertina Vittoria ha pubblicato in Studi Storici  (1995), I diari di Luigi Federzoni. Appunti per una biografia. Il diario piú importante Federzoni lo scrisse durante l’occupazione tedesca, mentre si trovava nascosto nell’Ambasciata di Portogallo presso la Santa Sede: una settantina di capitoli, dal settembre 1943 al giugno 1944. Questo diario, o alcune parti di esso, avrebbe dovuto esser stampato dall’editore romano De Luigi, con il titolo Le memorie di un condannato a morte, ma ne furono pubblicate solo alcune puntate sul giornale «L’Indipendente» di Roma e sulla «Nuova Stampa» di Torino nel giugno-luglio 1946.

Il filo conduttore del diario del 1943-44  è rappresentato dalla riflessione di Federzoni sul ruolo svolto nel corso del ventennio fascista; laddove per Mussolini egli – come gli altri 18 membri del Gran Consiglio che avevano votato l’OdG Grandi – rappresentava il «traditore», mentre per Federzoni era il Duce che, con la sua politica demagogica e con l’aver trascinato l’Italia nell’avventura bellica, aveva tradito i presupposti su cui era nato il fascismo e nei quali lui  aveva creduto:

“Il fascismo non attuò, bensí sciupò, travisò e infirmò, con una volgarizzazione superficiale di tono demagogico, un organismo di idee in cui era un’essenza classica di ordine, di giustizia e di grandezza morale. Dal canto mio, alla vigilia della Marcia su Roma, l’8 ottobre 1922, parlando al «Lirico» di Milano in nome dei miei amici, avevo francamente indicato a quali condizioni i nazionalisti avrebbero assecondato un’eventuale azione di governo dei fascisti: rafforzamento dell’autorità dello Stato sopra i partiti; impero assoluto della legge; riconoscimento della monarchia come presidio fondamentale dell’unità e continuità della Nazione; tutela dei valori religiosi ed etici; elevazione materiale e morale dei lavoratori, accompagnata a ferma difesa dell’ordine sociale; indirizzo economico e finanziario antidemagogico. Avrò torto, ma io sono rimasto ligio a quei principi, nei quali allora pareva che tutti convenissimo”.

Era stato Benito Mussolini, «il Dittatore perpetuo, l’onnipotente padrone d’Italia per ventun anno, colui che aveva di fatto e ormai anche formalmente instaurato al posto della Monarchia una Diarchia», ad aver «contribuito per il 90 per cento al collasso dell’Esercito, con la sua opera incompetente ed incoerente di Ministro delle Forze Armate per oltre quattordici anni e poi di Comandante supremo in guerra» e ad aver portato il Paese alla disfatta. Ed era proprio questo che non gli veniva perdonato e che aveva portato i 19 membri del Gran Consiglio ad esautorarlo e molti altri a negargli la fiducia che gli avevano dato per vent’anni.

Luigi Federzoni – l’unico sopravvissuto ad essersi sempre rifiutato di conversare con De Felice – riassume in sé l’atteggiamento di quella classe politica ed intellettuale di origine nazionalista, che aveva creduto nel fascismo per il bene della nazione, ‘orianamente’ costituitasi attraverso la sua «lotta politica»: a Mussolini non veniva perdonato “l’aver dilapidato follemente il patrimonio dell’unità, dell’indipendenza e della potenza d’Italia” nella disastrosa condotta della guerra. Testimonianza del passaggio, nella storia della nazione, dal fascismo alla democrazia, il Diario esprime il travaglio di una generazione che aveva visto crollare i propri ideali e che ora (dopo la conclusione del conflitto) s’interrogava sul proprio futuro:

‘O l’Italia avrà ritrovato nei nuovi cimenti il vigore spirituale, che essa destò in sé venticinque anni or sono, e vincerà anche la minaccia del sovvertimento interno; o avrà fallito pure quest’altra prova, e dovrà correre l’alea di diventare, come la nascente Jugoslavia, un pianeta un po’ più grosso di quello nel sistema di cui Mosca è il sole”.

Circa le vicende del 25 luglio ’43 scriveva allora Federzoni:

‘Il crollo di Mussolini e del fascismo è avvenuto per il voto del Gran Consiglio. Contrariamente a quanto è stato piú volte raccontato Dino Grandi ed io, promotori del voto, agimmo di nostra spontanea iniziativa, all’infuori di qualsiasi inspirazione della Corte o dello Stato Maggiore. Per parecchi anni il compianto Italo Balbo, io e – compatibilmente con la sua continua assenza dall’Italia – Dino Grandi eravamo stati chiamati i frondeurs del Gran Consiglio, chiaramente avversi all’indirizzo totalitario della politica interna e a quello filonazista della politica estera. Nel luglio 1943 un certo rinnovamento apportato di recente alla composizione del Governo e, per riflesso, in quella del Gran Consiglio, mediante l’immissione di elementi ottimi, come De Marsico, Pareschi, Bastianini, Albini ecc., e principalmente l’impressione di sgomento prodotta dai disastri della guerra, autorizzava la speranza che un voto di biasimo dei funesti errori politici e militari che li avevano causati potesse finalmente raccogliere una maggioranza. E cosí, infatti, avvenne’. (http://web.tiscali.it/studistorici/1995/n3/1995307b.htm).

Eugen Dollmann, SS Standartenfher e rappresentante politico e personale di Himmler in Italia, gran mediatore e tessitore di accordi segreti, si occupò sollecitamente, dopo il 25 luglio e  la caduta del fascismo, di «stabilire fili di collegamento con il Presidente della Fiat, Vittorio Valletta» per mettere in piedi «un gabinetto pulito formato possibilmente da tecnici e funzionari apolitici, preferibilmente non compromessi con il fascismo». Piano che, dopo l’8 settembre e la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso, «venne accantonato con danno per tutti, italiani e tedeschi», secondo quanto poi ne scrisse quel raffinato cultore della nostra storia, cultura ed arte nel suo libro più importante, Roma nazista ed in altri articoli, poi in parte raccolti in La calda estate del 1943, (2012), con prefazione di Francesco Perfetti.

Sono trascorsi ¾ di secolo. La polvere del tempo e della storia si è accumulata su quegli avvenimenti, non stemperandone, tuttavia, né l’importanza storica, né la residua conflittualità ideale o ideologica. Fu il 25 luglio una responsabile presa d’atto del fallimento di un regime, da parte della classe dirigente, o  la rivincita delle destre, cioè il ‘fascismo regime’ al collasso, contro l’innato carattere rivoluzionario del ‘fascismo movimento’, per usare categorie defeliciane?

http://www.barbadillo.it/76191-storia-lanniversario-della-congiura-anti-mussolini-del-25-luglio-1943/

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libri, storia

Mani pulite

E tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. […] Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale.” Queste parole risuonarono alla Camera dei Deputati il 3 luglio 1992. A pronunciarle fu Bettino Craxi, segretario del Partito Socialista Italiano. Nei primi mesi dell’inchiesta Mani Pulite spettò al politico milanese, il principale indagato, spiegare la verità: tutti i partiti erano a conoscenza del sistema di tangenti per l’assegnazione degli appalti pubblici.

L’unica ricostruzione possibile

A ventitré anni di distanza da Tangentopoli, Mattia Feltri – firma della Stampa e nonché giornalista di coraggiosa fede garantista – ha deciso di raccontare Mani pulite, l’inchiesta condotta da un pool di magistrati milanesi a partire dal 1992. I pubblici ministeri Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro scavarono nelle intricate e fosche relazioni tra i partiti della Prima Repubblica e l’imprenditoria italiana, denunciando un vasto giro di tangenti. Per Mattia Feltri ci sono ancora troppi dubbi da risolvere: dai metodi, giudicati eccessivamente coercitivi, ai sospettati, con tanti nomi celebri sfuggiti alle indagini. In Novantatré: l’anno del terrore di Mani pulite (Marsilio, 2016) il giornalista ricostruisce giorno per giorno il 1993, evidenziando le notizie più rilevanti. Feltri lo confessa: anche lui ha tifato, come molti, per Di Pietro e i suoi colleghi, ma adesso, a distanza di anni, ha dovuto ammettere i tanti aspetti poco chiari della vicenda giudiziaria.

Dubbi e retroscena

Cosa fu l’inchiesta Mani pulite? C’è chi la definì una congiura dei partiti o un complotto orchestrato da potenti lobby straniere. Feltri nega qualsiasi ipotesi cospirazionista, ma riconosce l’esistenza di interessi politici ed economici che in alcuni casi incentivarono il clima inquisitorio di Mani pulite. È innegabile che il 2 giugno 1992, sul panfilo della casa regnante inglese, Britannia, a poche miglia dal porto di Civitavecchia, si svolse un incontro riservato sulle privatizzazioni delle aziende pubbliche italiane. Verosimilmente la confusione politica interna agevolò la speculazione finanziaria. Nel racconto di Feltri emerge l’eccessiva mediatizzazione dell’inchiesta, costantemente sotto i riflettori dei telegiornali e di programmi televisivi confezionati ad hoc. Da casa si tifava per Di Pietro e si invocava la repressione per i corrotti. Bastava un avviso di garanzia, che non è sinonimo di colpevolezza, per essere condannato in direttissima dai media e dall’opinione pubblica. Non tutti riuscirono a sopportare questo stato di cose. Politici e servitori della giustizia, come il magistrato Domenico Signorino, o imprenditori, ricordando, per esempio, Raul Gardini, preferirono suicidarsi per sfuggire alla calunnia. Le notizie trapelavano con troppa facilità dai tribunali e i maggiori quotidiani erano propensi a pubblicare anche i verbali degli interrogatori, accentuando lo sdegno degli italiani.

Finta rivoluzione

Mani pulite fu una rivoluzione? Così la presentarono i media e alcuni partiti politici, ma essa naufragò negli anni. Il libro di Feltri ci aiuta a ricostruire con lucidità quanto avvenne nel 1993, con una disamina lontana dai fumi forcaioli che hanno segnato l’immaginario italiano di quel periodo.

http://www.barbadillo.it/75269-libri-novantatre-di-mattia-feltri-la-foto-autentica-della-falsa-rivoluzione-di-tangentopoli/

riviste, storia

Clionet, primo volume

Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi (Volume 1)
(BraDypUS Communicating Cultural Heritage, Roma 2018)

Il primo volume (2017) della rivista “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, diretta da Carlo De Maria.

Parliamo di tutto ciò che possa favorire il racconto, l’interpretazione e la comprensione del contemporaneo, facendo da “ponte” tra sensibilità e curiosità diverse. Come l’Associazione che la promuove, la rivista di Clionet è indipendente e autonoma.
Esce un volume all’anno, gli aggiornamenti online sono trimestrali.
Indice
I. L’intervista

Intervista a Emanuele Felice, Quale felicità? Una riflessione tra economia, diritto e storia
DOSSIER II/1. Architetture tra le due guerre e patrimonio urbano del Novecento a cura di Carlo De Maria

Carlo De Maria, L’interno pubblico nella città del fascismo: quali trasformazioni nel rapporto tra funzione e cittadini
Mario Proli, Un “grande set” per il culto del duce. Ipotesi di ricerca sulle trasformazioni urbane di Forlì durante il fascismo
Giuseppe Muroni, Tresigallo: la città-progetto di Edmondo Rossoni. Riscoperta, recupero e valorizzazione delle architetture di regime
Maria Elena Versari, Sospensione metafisica, retorica di regime e immagine dell’antico nel dibattito sul razionalismo italiano: dalle terre di fondazione al CIAM di Atene in “Quadrante”
Elena Pirazzoli, Distopia concreta: l’architettura e il nazismo
DOSSIER II/2. Beat e punk fra underground e controcultura (Milano, anni ’60-’80) a cura di Nicola Del Corno

Nicola Del Corno, Dai beat ai punk. Dieci anni di controcultura a Milano (1967-1977)
Marco Philopat, Il virus del punk a Milano (1977-1984)
Federico Chiaricati, Gli anni Ottanta, il punk e le bande giovanili
III. Società e cultura

Rock & Pop / Oggi

Claudio Bernardi, Le luci della centrale elettrica, “Terra” (La Tempesta Dischi, 2017)
Rock & Pop / Ieri

Alessandro Luparini, It was fifty years ago today. Riflessioni libere sull’anno più importante della storia del rock
Fumetto/Graphic novel

Riccardo Cantarelli, Davvero guerra e dittatura si addicono al fumetto?
Alberto Gagliardo, Fumetti e Shoah: una “relazione pericolosa”? Considerazioni a margine di una mostra sul tema
Arti figurative

Maria Elena Versari, Per una storia materiale del fascismo. In margine alla legge Fiano
Architettura

Elena Pirazzoli, La storia nei muri. Villa Tugendhat a Brno
Teatro

Diego Devincenzi, “Opera Fitzcarraldo”: un percorso alla riscoperta della lirica nei luoghi delle sue origini
Donatella Allegro, “Una bici tutta per sé”. La bicicletta come alleata dell’emancipazione femminile
Cinema

Domenico Guzzo, Fantozzi: ovvero la nuova e ignara schiavitù della modernità consumista
Documentario

Andrea Bacci, Eloisa Betti, “Paura non abbiamo”. L’Italia degli anni Cinquanta attraverso le lotte per i diritti delle donne e del lavoro
Fotografia

Alberto Gagliardo, Il paesaggio in questione. Su una mostra di Josef Koudelka a Bologna per “Foto/Industria” 2017
Diari di viaggio

Claudio Bernardi, Iran, maggio 2016
Escursionismo

Vittorio Ramponi, Geocaching, tesori in linea d’aria. L’esperienza del “GeoTrail Frignano” per valorizzare e vivere i beni culturali
Giacomo Bollini, Sulle orme di Arnaldo Calori nel Carso
Percorsi urbani

Denise Bartoletti, Silvia Bianchi, Alice Pazzaglini, Un memowalk a Cesena sulle tracce dei rifugi antiaerei: da una tesi in restauro architettonico a percorso della memoria
Spazi comuni

Etta Polico, R.U.S.co recupero urbano di spazi comuni: l’associazione Serendippo a Bologna
Marina de Ghantuz Cubbe, Autogestione conflittuale e rinascita degli spazi. RiMaflow, fabbrica recuperata
Terra e agricoltura

Francesco Di Bartolo, La “grande abbuffata”. L’aristocrazia terriera siciliana alla vigilia del voto referendario
Mestieri

Luigi Balsamini, L’estrazione del colore blu dal guado: appunti di storia e tecnica
Storie di paese

Francesco Paolella, Storia di Luigi R., sacerdote di montagna
Clio & Eva

Silvia Serini, Donne e Grande Guerra: narrazioni, limiti, possibilità tra ricerca e didattica
Archivi vivi

Intervista ad Alessandro Cuccu, Archivi come bene comune nelle comunità minerarie sarde. Nascita e prospettive dell’Archivio storico minerario Igea
Rosangela Pesenti, Storie d’archivio, storie in Archivio. Gli archivi dell’UDI si raccontano
Mondi digitali

Matteo Troilo, Le false notizie da Marc Bloch al Web
Polis

Thomas Casadei, Democrazia paritaria: una questione non meramente “quantitativa”
Migrazioni

Mario Tolomelli, Erika Vecchietti, Dal “charbonnage” alla “carbonnade”. Italiani in Belgio tra esclusione e integrazione
Spazio Europa

Laura Orlandini, La guerra dei simboli. Qualche riflessione sulla crisi catalana
Sport e società

Alberto Di Maria, La paradossale parabola del Palermo di Maurizio Zamparini nella storia rosanero
Cibo e cultura

Francesco Neri, Il fascino immutato del ristorante Diana a Bologna

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storia

Il grande gioco

Un altro inglese, Thomas Raikes, nel 1838 attirò l’attenzione sul pericolo della rapida crescita della potenza militare e navale russa, e pronosticò l’esplosione imminente di una guerra tra Gran Bretagna e Russia. A nutrire simili opinioni non erano solo gli inglesi. Un illustre osservatore francese, il marchese de Gustine, che nel 1839 fece un viaggio in Russia, tornò con pronostici analoghi circa le ambizioni di Pietroburgo. Nel suo La Russie en 1839, opera citata ancor oggi dai cremlinologi;  scrisse: «I russi vogliono conquistare e dominare la terra. Intendono impadronirsi con la forza delle armi dei paesi loro accessibili, e di là opprimere gli altri col terrore. L’ estensione del potere che essi sognano … se Dio gliela concede, sarà la sciagura del mondo ».
Peter Hopkirk, Il grande gioco, Adelphi, 1990

storia

Giustizia e libertà

Un libro necessario per capire cosa è stata la comunità italiana a Ginevra e in Alta Savoia tra gli anni Venti e Trenta del Novecento.

Dalle carte della polizia segreta escono i nomi dei più noti esuli antifascisti. Lussu, Rosselli, Pacciardi, Chiostergi, Reale, Garosci, solo per citarne alcuni, e un’infinità di storie di vita di personaggi oggi dimenticati. Repubblicani, socialisti, liberali, cattolici, comunisti, anarchici e giellisti, alle prese con una rete di infiltrati confidenti del regime sempre più pervasiva. Teatro di questa epopea di passione e lotta politica i caffè, i ritrovi, le adunanze pubbliche, i negozi e le case di una città, Ginevra, al centro di una fitta rete di rapporti internazionali.

Dalle tracce del passaggio del giovane rivoluzionario socialista Mussolini, intorno alle quali durante il regime si consumò un’oscura vicenda di spionaggio, alla strana storia del fratello dell’attentatore bolognese del Duce, espatriato come anarchico e divenuto confidente dell’OVRA grazie all’attrice della quale si era innamorato, ella stessa infiltrata tra gli antifascisti in esilio per screditarne la reputazione.

Una comunità variegata e spesso litigiosa quella dei fuorusciti, ma anche in grado di erigere e gestire per anni la colonia estiva di Saint-Cergues, in Alta Savoia, rifugio di antifascisti provenienti da tutta Europa. Un seme di solidarietà che diede i suoi frutti più maturi quando la stessa ex colonia durante la Seconda guerra mondiale divenne asilo sicuro per molti bambini ebrei in fuga dai nazisti, in attesa di trovare la salvezza oltre il confine con la Svizzera.

 

Una ricerca condotta principalmente  sui fascicoli della polizia segreta conservati  presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma,e i documenti degli Archivi di Giustizia e Libertà e del Fondo Fernando Schiavetti, entrambi depositati presso l’Istituto Storico della Resistenza in Toscana.

 

Autore: Fabio Montella

 

ISBN 978-88-942377-4-0

 

Pagine: 326

Domenica 13 maggio 2018

Salone Internazionale del Libro Torino

l’autore colloquia con i lettori presso lo stand di MnM & Amolà

(spazio Interscienze/Directbook)

all’approssimarsi della manifestazione saranno rese note le coordinate per raggiungerci. Grazie dell’attenzione.

MnM Print Edizioni & Amolà

Via Pavesa, 446025 – Poggio RuscoMantova

Tel. 320.0455634

http://www.mnmprintedizioni.com

https://www.facebook.com/mnmprintedizioni

https://twitter.com/MnmPrint

video catalogo: https://youtu.be/1E2weJpEBSU

EVENTI: http://www.mnmprintedizioni.com/1/eventi_4288517.html

 

storia

La “Botte Napoleonica”

Conferenze e Convegni lunedì 9 aprile 2018 ore 17

Vedere l’invisibile: la poesia di Rainer Maria Rilke

Conferenza di Giuliano Sansonetti (UNIFE)

Introduce Daniela Cappagli
Marina Cvetaeva ebbe a definire la poesia di Rainer Maria Rilke “una topografia dell’anima”, dunque – per stare al nostro titolo – una topografia dell’Invisibile per eccellenza. Il nostro tentativo sarà perciò di leggere l’itinerario poetico di Rilke dal Libro d’ore alle Elegie duinesi, per citare le sue opere più celebri, come un progressivo, tenace addentrarsi nell’invisibile per mostrarlo. Ci sembra infatti che mai come per Rilke valgano le parole di Manzoni che Franco Fortini amava citare a proposito della poesia: «Un vero veduto dalla mente per sempre o, per parlare con più precisione, irrevocabilmente».
Per il ciclo “I colori della conoscenza” a cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Incontro con l’autore martedì 10 aprile 2018 ore 17

La botte napoleonica. Storia, geografia e idraulica

Presentazione del libro di Sergio La Sorda

Dialoga con l’Autore Marco Cevolani, responsabile relazioni esterne dell’Associazione Acqua Napoleonica
La “Botte Napoleonica” è un imponente manufatto progettato all’inizio dell’Ottocento (e inaugurato solo nel 1899), allo scopo di far defluire le acque di scolo della bassa pianura modenese, mantovana e ferrarese nel mar Adriatico passando sotto al Panaro e bypassando il Po. Questo volume ripercorre la storia, con numerose foto, della costruzione e dei successivi lavori di restauro raccontata dai diretti protagonisti con molte curiosità e scoperte di interesse culturale. Un prezioso libro di 256 pagine a colori che racchiude la storia delle tre perle idrauliche di Bondeno, a servizio del Territorio Emiliano-Romagnolo, corredato di foto inedite. Un documento di elevato valore storico e idraulico.
Con il patrocinio dell’Associazione Acqua Napoleonica di Bondeno

Invito alla lettura mercoledì 11 aprile 2018 ore 17

Roald Dahl, lo scrittore imprevisto

Letture e analisi di Sabina Zanquoghi, Elisa Orlandini, Linda Morini e Silvia Lambertini.

A trent’anni dalla pubblicazione di Matilde, libro che ha segnato generazioni di bambine e bambini diventati appassionati lettori, la Compagnia del Libro vuole rendere omaggio a Roald Dahl, dedicando a lui un pomeriggio di consigli di lettura. Autore creativo e scanzonato, Roald Dahl ha saputo trarre ispirazione dalle difficoltà e dai drammi della propria vita per trasformarli in strumenti di difesa e rivalsa nelle mani di grandi e piccini. La produzione dell’autore è tesa a dare speranza a tutti coloro che si sentono esclusi e bistrattati perché diversi o meno fortunati. Dalla sua penna sono usciti dei veri e propri capolavori della letteratura per ragazzi, da Le streghe a Il GGG, passando per La fabbrica di cioccolato e James e la pesca gigante e il famigerato Gli sporcelli. Lo scrittore non ha paura di parlare di mostri, streghe, sporcizia, perché sa che fanno parte anche questi del mondo, e tiene ben salda la mano del lettore nei viaggi straordinari che racconta. Lo stesso humor nero tipico dei libri per bambini di Dahl si ritrova anche nei suoi racconti per adulti, come le Storie impreviste e le Storie ancora più impreviste. In particolare uno di questi, Man from the South (La scommessa), fu adattato due volte: nel 1960 nella quinta stagione della serie tv Alfred Hitchcock presenta, e nel 1995 nel film a episodi Four Rooms, nella parte girata da Quentin Tarantino. Nato in Galles da genitori norvegesi, anche nella propria autobiografia (Boy e In solitario Diario di volo) Dahl mantiene quello stile fresco e accogliente che caratterizza tutta la sua produzione letteraria, rivolta ad un pubblico “dai tre agli ottant&rs quo;anni”, come riportavano Gl’Istrici Salani, collana che ha consacrato l’autore in Italia.
Durante l’incontro verranno suggerite letture volte a sdoganare l’idea che Dahl sia semplicemente un autore per l’infanzia. Proponendo brani tratti sia dai suoi romanzi più celebri sia da quelli meno conosciuti, La Compagnia del Libro cercherà di rendere omaggio a questa complessa e straordinaria personalità letteraria.
A cura della Compagnia del Libro – Il Gruppo del Tasso di Ferrara

Conferenze e Convegni giovedì 12 aprile 2018 ore 16,30

Volare, oh oh!

Risonanze emotive e temi psicologici nelle canzoni e nella vita di Domenico Modugno

A cura di Stefano Caracciolo
“Anatomie della mente – Anno Undicesimo”, il più longevo ciclo di incontri della Biblioteca Ariostea, prosegue il proprio percorso esplorando la psicobiografia del celebre musicista ed attore pugliese, l’unico italiano ad essere salito in cima alle classifiche discografiche statunitensi con “Nel blu dipinto di blu”, brano vincitore del Festival di Sanremo 1958 e destinato a rivoluzionare la canzone italiana.
La rassegna si concluderà giovedì 17 maggio con “Il poeta della gentilezza. Uno sguardo psicobiografico sulla vita e le opere di William Carlos Williams, medico e poeta”.
Stefano Caracciolo, medico, psichiatra, psicologo, psicoterapeuta, professore ordinario di Psicologia Clinica – Università di Ferrara / Az. USL di Ferrara. Autore di oltre 150 pubblicazioni a stampa su riviste scientifiche italiane ed estere del settore, nonché di diverse monografie, socio di numerose Società Scientifiche nazionali e internazionali. Dirige e coordina il Centro Interaziendale per i Disturbi del Comportamento Alimentare.
Per il ciclo Anatomie della mente – Conferenze dei Giovedì di Psicologia – Anno Undicesimo, in collaborazione con la Sezione di Neurologia, Psichiatria e Psicologia Clinica della Facoltà di Medicina, Farmacia e Prevenzione dell’Università di Ferrara

Invito alla lettura venerdì 13 aprile 2018 ore 17

POETANDO Incontro tra i poeti

Coordina e introduce Francesca Mariotti

Intervengono Maria Teresa Infante di San Severo di Foggia (poetessa, scrittrice), Micaela Zambardi di Ferrara (poetessa e attrice) e Katia Zanardi di Ferrara (poetessa, cantante e attrice).
Prosegue il Progetto SLOW READING a cura dell’Associazione culturale Olimpia Morata che in parte sarà dedicato alla poesia con piccole staffette in liriche alternate ad approfondimenti e interviste tra pubblico e Poeti intervenuti.
L’evento, che è giunto al suo secondo incontro in Ariostea, ne avrà da aprile tre nella sede dell’Associazione Olimpia Morata, rievocando così le antiche “tenzoni poetiche”, in quanto il pubblico potrà assegnare un punteggio a ciascun poeta e stabilire una graduatoria che si aggiornerà di volta in volta. Ad ogni incontro i poeti leggeranno ed interpreteranno le loro liriche.
A cura dell’Associazione culturale Olimpia Morata

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libri, storia

Fouché

Stefan Zweig – FOUCHE’ – Mondadori Roma, 1945 – £ 200

Salta subito agli occhi guardando la copertina di questo libro, edito nel 1945, l’anomalia di Roma come sede della Mondadori. Non Milano, da dove Mondadori fu costretto a sfollare per i bombardamenti, non Verona, che dopo l’8 settembre venne requisita dai tedeschi, ma neanche Arona, dove si era ritirato prima di riparare in Svizzera in attesa di tempi migliori.
Si deve allora presumere che questa VI edizione della biografia di Fouché, la cui prima edizione era apparsa nel 1931, fu edita quando Mondadori ancora non aveva ripreso il controllo degli stabilimenti di Verona, infatti il volume è stampato dalla tipografia L’impronta di Firenze, in brossura, anzichè rilegato come tutti i volumi della collana Le scie, ad un prezzo che è, nel 1945, l’equivalente di 10 caffè.

L’autore, Stefan Zweig (1881-1942),  uno dei massimi esponenti della cultura europea, pacifista convinto, spirito libero per vocazione, cosmopolita per cultura, incompatibile con ogni tipo di ideologia o adesione fideistica a qualsiasi credo politico o religioso, ebreo ancorché laico, critico nei confronti del sionismo nascente alla fine del XIX secolo, narratore sensibile, grande biografo, drammaturgo, uomo libero e coerente, talmente disperato dalla nuova tragedia della seconda guerra mondiale, dopo aver vissuto le distruzioni della prima, che nel 1942, in esilio in Brasile, si tolse la vita insieme alla sua compagna.

Un uomo integro come Zweig, sembra l’autore ideale per scrivere la biografia di un uomo politico così inviso a tutti gli storici francesi, siano monarchici, repubblicani o bonapartisti che intingono subito la penna nel fiele appena si accingono a scrivere il suo nome. Traditore nato, intrigante meschino, rettile sgusciante, disertore di professione, bassa anima di poliziotto, ipocrita moralista: non vi è improperio che gli sia stato risparmiato. (Dalla prefazione dell’Autore)

Joseph Fouché (1759-1820) sembra un nostro contemporaneo, uno di quei personaggi che affollano i parlamenti della nostra seconda o terza repubblica, fate voi; un uomo sempre pronto a saltare sul carro del vincitore, di più: grazie al fiuto straordinario ed agli intrighi di cui era maestro derminare la parte vincente con cui schierarsi, dimostrando un intuito che lo pone tra i grandi politici dei suoi tempi.

Eletto alla Convenzione nel 1792 tra i giacobini, passa subito dopo ai montagnardi votando la condanna a morte del re; inviato a Lione a sedare una rivolta, si distinse per il suo zelo e la straordinaria durezza, guadagnandosi il soprannome di Le mitrailleur de Lyon. 

«Si, noi osiamo confessarlo. Noi facciamo versare molto sangue impuro, ma lo facciamo per umanità, per dovere. Non dobbiamo deporre la folgore che ci avete posto tra le mani che quando voi stessi ce ne darete l’ordine. Fino a quel momentoi continueremo senza interruzione a colpire i nemici nel modo più spaventoso, più terribile e più pronto». 
Milleseicento esecuzioni nel corso di poche settimane fanno testimonianza che questa volta, per eccezione, Giuseppe Fouché ha detto la verità.

Nel 1964 la televisione mandò in onda un bellissimo sceneggiato in otto puntate da 60 minuti, cose d’altri tempi!, I grandi camaleonti, di Federico Zardi (1912-1971) e diretto da Edmo Fenoglio (1928-1996), con la più alta presenza di grandissimi attori; era stato preceduto nel 1962 da I giacobini degli stessi autori. Fouché era interpretato da un indimenticabile Raoul Grassilli (1924-2010). Qui sotto la prima puntata.

https://www.youtube.com/watch?v=unjPDHPLQs4

Bello e drammatico il racconto dello scontro con Robespierre in seno alla Convenzione, dove Fouchè riuscì ad avere la meglio, utilizzando le armi che gli erano più congeniali: seminando paure, insinuando dubbi, coltivando amicizie e promovendo alleanze. Un fine lavoro politico.

I deputati della Convenzione l’8 di Termidoro, pavidi come Senatori romani, preoccupati  della ghigliottina, che non aveva mai smesso di funzionare, assecondano il piano dei congiurati, avente come l’obiettivo l’eliminazione dell’Incorruttibile e la fine del triunvirato che di fatto governava la Francia.

Con il nuovo regime che si instaura, il Direttorio, Fouché sarà capo della polizia; lo sarà ancora con Napoleone dopo che l’avrà aiutato nel colpo di stato del 18 Brumaio ad instaurare il Consolato; sarà ancora Ministro di Polizia durante l’Impero, lo sarà ancora durante i “Cento Giorni” di Napoleone, ma preoccupato per il futuro, tramerà per il ritorno dei Borboni sul trono di Francia, e Luigi XVIII lo premierà nominandolo ancora una volta Ministro di Polizia.

Ma quello che ha tanto temuto si avvera. Per un quarto di secolo Fouchè ha lottato disperatamente contro il ritorno dei Borboni, col giusto intuito che essi gli avrebbero fatto pagar care le due parole «la morte» con cui egli aveva spinto Luigi XVI sotto la ghigliottina; ma poi, da vero sciocco, si era illuso d’ingannarli, insinuandosi tra loro, travestendosi da docile e fedele servitore monarchico. (…)
Ora che è impotente e abbandonato alla vendetta di tutti, l’odio dei partiti si scaglia sul caduto come un giorno le simpatie di tutte le fazioni avevano adulato il potente. Non servono più intrighi, né proteste, né invocazioni: un potente senza potere, un politico senza autorità, un intigante senz’armi è sempre la figura più meschina del mondo. Tardi, ma con usura, Fouché sconterà l’errore di non aver mai voluto servire un’idea o una passione morale della umanità, seguendo invece, sempre, il mutevole favore degli uomini.

GIORGIO METALLI

http://giorgio-illettoreimpenitente.blogspot.com/2018/03/stefan-zweig-fouche-mondadori-roma-1945.html

storia

Il bene della nazione

….Diciamo ai ministri che fino ad oggi la nazione non è soddisfatta dell’agire di ciascuno di essi…
Diciamo al re che il suo interesse è quello di difendere la Costituzione e che egli non regna se non per il popolo, che la nazione è sovrana e che egli è soggetto a tutte le leggi.
Diciamo all’Europa che se il popolo francese… nonostante la sua potenza e il suo coraggio, soccomberà per difendere la libertà, i suoi nemici non regneranno che su dei cadaveri.
Diciamo all’Europa che, se le corti impegneranno i loro re in una guerra contro i popoli, noi trascineremo i popoli in una guerra contro i re (applausi prolungati). Non applaudite, non applaudite… rispettate il mio entusiasmo: è quello per la libertà!…

Discorso all’ASSEMBLEA LEGISLATIVA del girondino D’Isnard del 29 novembre 1791

Fonte: Anna Rossi su FB

libri, storia

L’esploratore del Duce

Tucci l’esploratore del Duce

C’è stato un tempo in cui l’Italia aveva un posto nel mondo. Proprio l’Italia, non l’impero romano o le repubbliche marinare o gli Stati rinascimentali che prosperavano nello Stivale. Un’Italia che scopriva il mondo dimenticato, che era all’avanguardia nelle ricerche archeologiche non solo nel nostro Paese o in Egitto ma anche nei luoghi più impervi dell’Asia. A raccontare quegli anni è Enrica Garzilli con i due volumi dedicati a Giuseppe Tucci e pubblicati da Asiatica Association con il titolo “L’esploratore del Duce”. Un totale di 1.500 pagine per seguire la vita avventurosa di un uomo di grandissima cultura che, con il sostegno dell’Italia fascista e soprattutto di Giovanni Gentile, aveva seguito scavi archeologici ed incontrato Gandhi, Tagore, il Dalai Lama, accompagnandola sua attività di studioso con quella diplomatica, dal Tibet al Giappone, dall’Iran all’Afghanistan. Personaggio anche discusso, Tucci. Ma fondamentale per garantire all’Italia la qualità indiscussa nella comprensione e della divulgazione di un Oriente ancora misterioso. Non a caso tutti gli studi di Tucci, tutta la sua attività culturale è stata abbandonata e dispersa. Non per l’immancabile opera di qualche sezione dell’Anpi, perché Tucci ha continuato a lavorare nel dopoguerra con l’appoggio di Andreotti. Dunque non è stato qualche antesignano di Fiano, piuttosto qualche predecessore di Fedeli. L’Italia che era stata grande con un ministro come Gentile era diventata piccina piccina con i nuovi responsabili di cultura ed istruzione. Si poteva quindi cancellare tutto, dimenticando e cancellando la grande apertura internazionale dell’Italia che fu.

http://www.barbadillo.it/72069-libridinatale-di-a-grandi-lesploratore-dei-duce-perche-riscoprire-giuseppe-tucci/

storia

Italiani di Crimea

Al Museo del Risorgimento e della Resistenza una mostra a cura di Stefano Mensurati
Immagine dell'evento

Dove

Ferrara – Museo del Risorgimento e della Resistenza – Corso Ercole I d’Este 19

Quando

Dal 7 al 29 ottobre 2017

Orari

9.30 – 13.00; 15.00 – 18.00.

Giorni di chiusura

  • Lunedì

Tariffe

Ingresso gratuito

Contatti

Museo Risorgimento e Resistenza Per prenotazioni visite di gruppo tel. 0532 244949