storia

Damnatio memoriae

DamnatioMemoriae-310x440Nonostante le preziose opere di storici come Renzo De Felice, Anthony J. Gregor, Marco Tarchi e Giuseppe Parlato per citarne solo alcuni, ancora oggi sembra impossibile accostarsi al Ventennio fascista senza scatenare polemiche e accuse politiche. Su quell’epoca lontana continua ad aleggiare la damnatio memoriae, e chi ne parla senza seguire il “politicamente corretto” deve essere messo alla berlina, come le proposte di commissioni parlamentari “contro l’odio” o i ban dei social network verso partiti e personaggi di “destra” sembrano suggerire. Sfidando il rischio di discriminazioni e violenze morali, un gruppo di giovani studiosi ha affrontato con rigore alcuni  temi dell’epoca fascista, cercando di restituire alla storia patria una pagina strappata, con tutte le sue luci ed ombre.

Il volume è strutturato in due parti: una ha ad oggetto alcune questioni storiche, l’altra ha ad oggetto “ritratti” di talune personalità che hanno caratterizzato l’epoca fascista con la loro azione ed i loro studi. Si va dal sindacalismo rivoluzionario alla democrazia organica; dall’impegno in guerra a quello nella vita civile; dalla sfida al comunismo come al capitalismo, marcando in tal modo profili e contenuti della cosiddetta «terza via» carica di aspetti moderni. La seconda parte comprende anche ritratti di personalità attive nel dopo-Fascismo: Adriano Olivetti ed Enrico Mattei, che dalla riflessione del Ventennio trassero lo spirito della comunità e della solidarietà e lo spirito della difesa intransigente dei legittimi interessi e della dignità nazionale. D’altra parte, non è un caso che la stessa vigente Costituzione repubblicana del 1948 riprenda molto della politica sociale ed economica del Fascismo operando una scelta più rivolta al “comunitarismo” che all’individualismo, esaltando il lavoro e favorendo il risparmio, promuovendo la classe lavoratrice fino a prevederne la presenza negli organi di gestione delle imprese e, tra le altre cose ancora, sottolineando la funzione sociale della proprietà privata e dell’impresa che tuttavia non significa negazione della proprietà o della libertà.

Le questioni storiche presenti nel volume partono dal Risorgimento e dalla Prima guerra mondiale per arrivare fino ai temi portanti che caratterizzarono il Fascismo: economia programmatica, Carta del Lavoro e Codice Civile, demografia, lotta alla mafia, geopolitica, tutti carichi di aspetti controversi e moderni allo stesso tempo. Successivamente vengono rievocate alcune figure del Ventennio sconosciute ai più: da Nicola Bombacci, il fondatore del Partito Comunista d’Italia che morirà accanto a Mussolini nel 1945 fino a Carlo Alberto Biggini, costituzionalista della Rsi, passando per Berto Ricci, Aurelio Padovani, Sergio Panunzio e Giuseppe Tassinari, “l’agronomo corporativo”. Uomini il cui contributo culturale viene ripercorso in maniera semplice e profonda, nel tentativo di stimolare dibattiti storici e rivisitare criticamente un’intera epoca, senza sterili nostalgismi ma anche senza il timore di urtare i “padroni del discorso” che dominano la cultura italiana. Perché, come insegnano gli storici elencati in apertura, la ricerca della verità dovrebbe procedere attraverso continue revisioni e confronti, i quali non possono essere imbavagliati da leggi e censure.

*Damnatio memorie. Italia e fascismo, scritti storici sui tabù del nostro tempo a cura di Francesco Carlesi, Eclettica edizioni, Massa, 2019, pp.228, euro 16

https://www.barbadillo.it/87567-libri-damnatio-memorie-per-discutere-e-revisionare-la-vulgata-conformista-sul-fascismo/

politica, storia

Sovversivi e rivoluzionari

Parità fra i sessi, suffragio universale, eleggibilità delle donne a ogni carica, autonomia dei Comuni, istruzione primaria gratuita, assistenza sociale per gli ammalati e per i poveri. Tutto questo accompagnato da uno spiccato mecenatismo artistico-culturale, amore per il Comune-Stato che ricorda l’Italia del Cinquecento e una Costituzione all’avanguardia in Europa. Non è la descrizione di un sogno ma del periodo a cavallo fra il 12 settembre 1919 e il 25 dicembre del 1920, a Fiume, dove Gabriele d’Annunzio, per ribellione e sfregio alla Società delle Nazioni e per rivendicare una terra che era italiana creò lo Stato libero di Fiume. D’Annunzio occupò la città con una sua vera e propria “Compagnia di ventura”, fatta da nazionalisti, arditi della Prima guerra mondiale e volontari, fu l’incontro fra la Rivoluzione, che in seguito con quella stessa visione del mondo fu incarnata dal Fascismo, e la Reazione, incarnata dal mecenatismo, dalla guida di un esercito che reagiva alle decisioni della democratica Società delle nazioni. Lì si incontrarono militari, avventurieri, intellettuali, scrittori, patrioti che non volevano rinunziare a quel lembo di Italia.

Tutti contro la borghesia, sia quella di sinistra, massonica e esperta di traffici vari, sia quella affarista e liberaldemocratica, che aveva spinto gli Italiani ad andare in prima linea e, dopo la guerra, intendeva riprendere i propri traffici. Fra questi intellettuali particolari, due avevano particolare creatività: Guido Keller, uno dei migliori aviatori della squadriglia di Francesco Baracca, eroe di guerra, artista a modo suo, futurista e legionario fra i pù vicini a d’Annunzio: l’unico che gli dava del tu. Girava nudo con un’aquila sulla spalla, era salutista, nudista, bisessuale. Subito legò con un altro intellettuale sui generis, Giovanni Comisso, che disertò dall’esercito italiano per passare con la legione di d’Annunzio. Nella primavera del 1920 fondarono un’associazione: “Yoga”. (Yoga significa “unire”). Si tenevano riunioni aperte a tutti su aspetti culturali controversi: l’organizzazione dell’esercito, il libero amore, la nuova urbanistica, l’abolizione del denaro e, a novembre, fondarono la rivista “Yoga” con la testata fra due svastiche, simbolo della rinascita, della ripartenza, con una scritta sotto la testata: “Unione degli spiriti liberi tendenti alla perfezione”. Una rivista che era un grido di adesione a d’Annunzio e alla “Carta del Carnaro”.

A ripercorrere tutta questa storia con la riproduzione integrale di tutto il pubblicato della rivista (quattro fascicoli di difficilissima reperibilità) ci ha pensato Simonetta Bartolini, docente di Letteratura italiana contemporanea, una dei massimi esperti della letteratura del Novecento. Il libro (“Yoga”. Sovversivi e rivoluzionari con d’Annunzio a Fiume, Luni editrice, pagg. 380, euro 25,00) si avvale di un ampio saggio introduttivo e della riproduzione di tutto il pubblicato. Un libro di grande interesse per comprendere una componente poco conosciuta della cultura dell’Impresa fiumana. Ma Yoga cosa doveva unire? L’arcaico e il futuro, contro la modernità. Alla base, il culto dell’individuo e dello spirito, incarnato in una società governata da una aristocrazia guerriera, con una comunità che si richiama alla bellezza e fonda un’inedita morale. Una visione nietzscheana o, meglio ancora, dannunziana. In quelle pagine c’era già tutto, in maniera sorprendente: la critica contro la democrazia liberale, la globalizzazione (allora chiamata internazionalismo) contro la borghesia e contro l’industrializzazione che, grazie al capitalismo, ridusse in schiavitù masse di lavoratori (“industrie parassitarie”). Ma anche il richiamo alle tradizioni, al “genio italico” che i popoli tedesco, francese e inglese cercavano di soffocare, il richiamo alla sovranità monetaria per evitare che i popoli del Nord Europa potessero sottomettere il resto del mondo. A Fiume avevano capito tutto con decenni di anticipo.

*Yoga”. Sovversivi e rivoluzionari con d’Annunzio a Fiume, di Simonetta Bartolini,  Luni editrice, pagg. 380, euro 25,00

storia

Microeditoria

Spie, attentati, intrighi: quando a Ginevra si progettava la nuova Italia
Domenica 10 novembre alle ore 16 al festival della microeditoria di Chiari (Brescia) sarà presentato il volume Se avessi qui Mussolini di Fabio Mortella
Crocevia di intrighi e spie, di complotti e attentati, di antifascisti in fuga ma anche delle trame di influenti esponenti legati al consolato italiano, la città di Ginevra negli anni Trenta del Novecento fa da sfondo al libro “Se avessi qui Mussolini” dello storico e giornalista Fabio Mortella (MnM Print edizioni, 2018).
Al centro ci sono le vicende della vivace comunità italiana che, dopo l’assalto al potere di Mussolini, fuggì dall’Italia con direzione Ginevra e la confinante Alta Savoia. In questa permeabile regione di frontiera franco-svizzera, sotto l’occhiuta vigilanza delle spie del regime, vissero per periodi più o meno lunghi alcune delle più influenti personalità dell’antifascismo, da Emilio Lussu a Giuseppe Chiostergi, da Aldo Garosci a Egidio Reale, da Randolfo Pacciardi a Cipriano Facchinetti, fino ad arrivare a Carlo Rosselli, che nel novembre del 1935 tenne a battesimo una sezione di Giustizia e Libertà proprio nella cittadina di Annemasse. Oltre a queste figure di spicco dell’opposizione a Mussolini (e vere e proprie “colonne” della costruzione dell’Italia repubblicana), sono ricordati centinaia di personaggi meno noti, perseguitati dal regime, arrivati da ogni parte d’Italia, non soltanto in cerca di un lavoro, ma anche per continuare l’attività politica negata in Patria. Nel volume sono ricordati, tra gli altri, gli antifascisti mode-
nesi Torindo Amaranti. Luigi Martinelli e Ugo Pellacani di San Possidonio, Domenico Pavesi, Umberto Ferrari, Natale Bratti, Fernando Costa e Alfredo Gavazza di Concordia, Ivano Borellini di Mirandola, la famiglia Righi, originaria di San Martino in Rio e Campogalliano, Canzio Zoldi e Ugo Crespi di Novi, Venturino Sacchi di Soliera, Pilade Borsari e i quattro fratelli Bonfiglio, Crosveto, Domenico e Francesco Veronesi di Medolla.
Repubblicani, socialisti, liberali, cattolici, comunisti, anarchici e giellisti si aiutarono reciprocamente, contribuirono a rendere meno dura la condizione di emigrato dei loro connazionali, cercarono di contrastare, con ogni mezzo, i tentativi degli emissari del regime di “fascistizzare” anche le colonie. In sintesi coltivarono per anni, all’estero, l’idea che fosse possibile un’altra Italia, democratica e aperta all’Europa, ben lontana da quella oppressiva, provinciale e pacchiana imposta dal Duce.
Teatro di questa epopea di passione e lotta politica sono i caffè, i ritrovi, le adunanze pubbliche, i negozi e le case di una città, Ginevra, al centro di una fitta rete di rapporti internazionali, e di una miriade di centri satelliti del vicino territorio francese (come Annecy, Annemasse, Ambilly). Questa emigrazione antifascista italiana, che si organizzò soprattutto a partire dalla stretta dittatoriale imposta dal Duce alla fine degli anni Venti, si inseriva in un esodo di più lunga data. Il volume racconta, infatti, del passaggio a Ginevra del giovane rivoluzionario socialista Mussolini all’inizio del Novecento, intorno alle cui tracce, durante il regime, si consumò un’oscura vicenda di spionaggio; ma è narrata anche la strana storia del fratello dell’attentatore bolognese del Duce, espatriato come anarchico e divenuto confidente dell’OVRA grazie all’attrice della quale si era innamorato, ella stessa infiltrata tra gli antifascisti in esilio per screditarne la reputazione.
Una comunità variegata e spesso litigiosa quella dei fuoru-sciti, ma anche in grado di erigere e gestire per anni la co-ionia estiva di Saint-Cergues, in Alta Savoia, vero e proprio ‘monumento” dell’antifascismo all’estero e rifugio di esuli provenienti da tutta Europa. La colonia, costruita agli inizi degli anni Trenta per permettere ai figli degli antifascisti di jascorrere qualche giorno di vacanza al riparo dalle istituzioni del regime, rappresentò un momento di riscatto per ;>li italiani all’estero e un seme di solidarietà gettato in un :erreno fertile. Questo seme diede i propri frutti più maturi quando la stessa colonia, durante la Seconda guerra mondiale, divenne asilo sicuro per molti bambini ebrei in fuga dai nazisti, in attesa di trovare la salvezza oltre il confine con la Svizzera.
La ricerca di Mortella, collaboratore dell’Istituto Storico di Modena, è stata condotta principalmente sui fascicoli della polizia segreta e del Casellario politico centrale, consertati presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, e su documenti degli Archivi di Giustizia e Libertà e del Fondo :ernando Schiavetti, entrambi depositati presso l’Istituto Storico dlla Resistenza in Toscana

SCHEDA

SE AVESSI QUI MUSSOLINI

Antifascist,fascisti e spie del regime tra Ginevra e Alta Savoia

Autore: Fabio Montella;  18euro, pagg.326

storia

Le origini etrusche di Modena

Terra e Identità n° 86/87 Gennaio-Giugno 2019
culturale Terra e Identità via Prampolini 69, 41124 Modena Tei. 389 8348934 – info@terraeidentita.it http://www.terraeidentita.it
Direttore editoriale: Elena Bianchini Draglia Spedizione in abbonamento postale L. 22-02-2004 n° 46,
art. 1 comma 1, Modena Registrazione Terra e Identità
Autorizzazione n° 1577 del 07-03-2001 del Tribunale di Modena

libri, storia

James Gregor

Come ebbe a scrivere Giuseppe Prezzolini, presentando il saggio “L’ideologia del fascismo”, edito da “Il Borghese” nel 1974, l’opera di Gregor confermava come “Il ‘totalitarismo’ , sia comunista che fascista, non è stato l’opera di dementi o di malvagi (anche se vi sono stati fra comunisti e fra fascisti dei dementi e dei malvagi); ma bensì di pensatori politici che hanno avuto tanto una certa logica nella critica dello Stato liberale quanto una certa inventiva nel proporre (e talora attuare) istituzioni nuove”.

Su questa linea Gregor arriva a identificare nel fascismo “un tipo estremo di movimento rivoluzionario di massa”, qualificato dalla sua aspirazione “ad impegnare la totalità delle risorse umane e naturali di una comunità storica per lo sviluppo nazionale”, espressione di un “movimento di modernizzazione”, impegnato a dare “una possibile risposta ai problemi politici e sociali che accompagnano gli sforzi di una nazione sottosviluppata per uscire dalla sua situazione e conquistare un ‘posto al sole’”.

Con analisi del genere il docente di Berkeley non poteva non essere costretto a scontrarsi , in Italia, con il conformismo della nostra editoria, trovando, d’altro canto, attenzione e disponibilità d’ascolto da parte del mondo culturale non-allineato. L’editore Giovanni Volpe gli dà spazio. In occasione del centenario mussoliniano (1983) Gregor è tra i relatori del convegno su “l’Italia tra le due guerre”, con una prolusione dedicata a “Mussolini e la Storia”, nella quale – senza nulla concedere ai facili nostalgismi ma neppure alla retorica corrente – evidenzia il valore universale dell’esperienza fascista, esempio di un autoritarismo moderno, nel quale Mussolini appare come il capostipite di una ideologia “social-nazionalista” sviluppatasi ben oltre i confini italiani e ben al di là del Ventennio.

L’idea di fondo, su cui Gregor lavorerà per anni, è che il fascismo arrivò, nel dopoguerra a segnare la scena politica internazionale: dal cosiddetto “socialismo africano” al “socialismo arabo”, con personaggi del calibro di Gamal Abdel Nasser, fino a toccare l’Asia, con le politiche di modernizzazione ed industrializzazione di Taiwan, Singapore e della Corea del Sud, sotto l’egida di regimi autoritari, a guida carismatica, interessando persino l’esperienza della Cina post maoista.

Al termine di questo rapido excursus rimane il rammarico che molte delle opere di Gregor, peraltro pubblicate dai maggiori editori di letteratura accademica degli Stati Uniti (Princeton University Press, Stanford University Press, Yale University Press e California University Press) non abbiano trovato, nel nostro Paese, adeguata attenzione, segno di un conformismo duro a morire, rafforzatosi negli ultimi anni, che bene si sposa con un certo provincialismo nostrano. Per il valore e l’originalità delle analisi l’opera di Gregor resta comunque come una preziosa eredità a disposizione soprattutto delle giovani generazioni di studiosi e della cultura anticonformista: un’eredità da non disperdere, nel nome di uno studioso a “stelle e strisce” che della storia d’Italia aveva capito molto di più rispetto a certi paludati intellettuali nostrani.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/fuor-di-retorica-e-nostalgie-in-ricordo-dello-studioso-statunitense-james-gregor

https://www.amazon.it/Panunzio-sindacalismo-fondamento-razionale-fascismo/dp/1291928480/ref=sr_1_7?adgrpid=54203585218&gclid=EAIaIQobChMInsq__-DF5AIVD853Ch1h-w88EAAYASAAEgKISvD_BwE&hvadid=255217546288&hvdev=c&hvlocphy=20534&hvnetw=g&hvpos=1t1&hvqmt=e&hvrand=12000157834854515973&hvtargid=kwd-304172150572&hydadcr=28432_1717411&keywords=a+james+gregor&qid=1568101841&s=gateway&sr=8-7

 

gioco, storia

La storia in gioco

Gian Luca Balestra, docente di ruolo, master in Dirigenza della Scuola, dottore in Storia Sociale Europea, laureato in Storia Contemporanea, coordinatore dell’iniziativa ludico-culturale “Si Gioca” (che ha animato per diversi anni la città di Ferrara) e del sito culturale “Spigolature.it”, grande divulgatore storico, ludico e culturale.

Sabato 7 settembre
Ore 12, Conferenza “La storia in gioco. Il gioco di simulazione da tavolo e l’insegnamento della Storia nelle scuole secondarie di secondo grado.”
Ore 14, workshop “Giocarsi la storia. Un approfondimento sul tema: la Guerra Civile americana, ovvero l’inizio di una nuova era.”

Per iscrizioni e programma completo di conferenze e workshop: https://www.gradara.org/gradara-educational-training/

storia

Storia in viaggio

Ci sarà tempo sino a venerdì 2 agosto per iscriversi a Storia in Viaggio. Dall’Istria a Fossoli, la seconda edizione del viaggio della memoria promosso dalla Fondazione Fossoli e rivolto a tutta la cittadinanza. L’iniziativa si svolgerà nel mese di ottobre, e le tappe toccheranno il confine orientale italiano, tra Trieste e le zone adiacenti, sulle tracce dell’esodo giuliano-dalmata, che così direttamente ha coinvolto anche la storia del Campo di Fossoli e del territorio di Carpi, con la storia del Villaggio San Marco.
L’iniziativa si inserisce nella promozione, fatta nel corso del 2019 in Istria, della mostra fotografica di Lucia Castelli ‘Italiani d’Istria. Chi partì e chi rimase’, prodotta dalla Fondazione Fossoli.
Per tutta la durata del viaggio sarà presente la storica Maria Luisa Molinari, insegnante e Dottore di ricerca in Storia contemporanea, i cui studi si concentrano prevalentemente sulla storia del confine nord-orientale italiano del Novecento, con particolare riguardo all’esodo giuliano-dalmata, cui ha dedicato le tesi di laurea e di dottorato. È inoltre autrice di una monografia sul Villaggio San Marco, a Fossoli di Carpi, per la collana Quaderni di Fossoli.

La Fondazione Fossoli si avvale inoltre della preziosa collaborazione dei ricercatori dell’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia (IRSREC): Gloria Nemec, docente e ricercatrice di Storia sociale, ha affrontato in svariate pubblicazioni i processi collettivi che interessarono le popolazioni della zona alto-adriatica e i relativi lasciti di memorie. Franco Cecotti, ricercatore storico, ha pubblicato circa 40 saggi sulla storia dei confini, l’emigrazione italiana, le condizioni dei civili durante la prima guerra mondiale, la didattica della storia.

l viaggio sarà anche arricchito dalle parole di diversi testimoni, tra cui Fiore Filippaz, che accompagnerà i partecipanti nella a Padriciano, mentre la visita al Magazzino 18 di Trieste sarà condotta dal Direttore Piero Delbello.
Per ulteriori informazioni consultare il sito www.fondazionefossoli.org la pagina Facebook e il profilo Instagram Fondazione Fossoli.

Fai clic qui per vedere lo slideshow. 

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storia

Kasserine, febbraio 1943

Grazie alla rimozione voluta della memoria e al bombardamento pluridecennale di film e romanzi nei quali abbiamo toccato i due estremi dell’auto-denigrazione e della cieca esaltazione dell’ex nemico, divenuto, chi sa come, il nostro grande amico e alleato, la maggior parte degli italiani ancora oggi ignora che non sempre gli americani ci hanno soverchiati con la loro poderosa macchina militare, e che il nostro esercito non sempre è stato costretto ad alzare miseramente bandiera bianca di fronte ad essi. Anche persone di una certa cultura, probabilmente, non hanno mai sentito parlare della battaglia del Passo di Kasserine, in Tunisia, del febbraio 1943, nella quale le forze italo-tedesche hanno inflitto una pesantissima sconfitta all’esercito americano da poco sbarcato sulle coste del Marocco e dell’Algeria, e mirante a ricongiungersi all’Ottava Armata britannica, già vittoriosa (grazie alla sua schiacciante superiorità in uomini e mezzi) ad El Alamein; una sconfitta che, dopo pochi giorni di duri combattimenti, assunse le proporzioni, materiali e anche morali, di una vera e propria disfatta. Questo, i libri di testo e i nostri professori di liceo si sono dimenticati di raccontarcelo: che a soli pochi mesi dallo sbarco in Sicilia, antefatto del crollo dell’Italia e del disonorevole armistizio dell’8 settembre, i nostri soldati, insieme ai loro camerati tedeschi e sotto l’eccellente direzione tattica e strategica di due generali germanici, Rommel e von Arnim, seppero battersi come leoni e fecero mordere la polvere ai soldati americani giunti fin laggiù gonfi di boria e convinti che, grazie al loro numero, all’efficienza logistica e alla disponibilità pressoché inesauribile di armi e materiali, non avrebbero dovuto quasi combattere, ma si sarebbero impadroniti di tutto il Nord Africa senza colpo ferire.

Questo episodio, e anche il ruolo notevole svolto dalle truppe italiane, specialmente dalla divisione corazzataCentauro e da due reggimenti di bersaglieri, è stato rievocato da una delle storie militari della Seconda guerra mondiale più obiettive, o, se si preferisce, delle meno tendenziose, diffuse fra il grande pubblico: La seconda guerra mondiale del giornalista e storico Raymond Cartier (titolo originale: La seconde guerre mondiale, Paris, Librairie Larousse e Paris Match, 1965; traduzione dal francese di Edmondo Aroldi, Milano, Mondadori, 1968, 2012, vol. 2, pp.130-132):

 

L’offensiva tedesca inizia il 1° febbraio. Riunite sotto il comando di un luogotenente di von Arnim, il generale Heinz Ziegler, la 10a e la 21a divisione corazzate cacciano gli americani dal colle di Faid, chiudendo il balcone che si erano aperti sulla piana di Gabès. Il 14 riprende l’offensiva. Con 200 carri, Ziegler prepara una manovra a tenaglia attorno alla località di Sidi, abu-Zid, un quadrato di case bianche ai piedi della dorsale orientale. L’avversario è la 1a divisione corazzata americana con forze equivalenti ma esperienza bellica di gran lunga inferiore. Un debole contrattacco fallisce. Accerchiati, molti battaglioni si arrendono. 112 carri americani vengono distrutti o catturati. Ike [Dwight D. Eisenhower] vacilla sotto il colpo. Di ritorno da un giro d’ispezione al fronte, inalberando per la prima volta la sua quarta stella, stava visitando le rovine di Timgad nel momento in cui la sua migliore divisione crollava! Anche in America si dice che egli eccelle solo nella politica e che dovrebbe cedere le operazioni militari al suo assistente inglese, generale Alexander.  Rommel ha partecipato all’offensiva. Lasciando le sue truppe non motorizzate sulla linea del Mareth, egli ha formati con l’Afrika Korps un raggruppamento del valore di una divisione corazzata con la quale ha marciato su Gafsa. Non ha dovuto combattere perché la città era stata evacuata dagli americani che si ritiravano precipitosamente su Tebessa. È una nuova rapida avanzata, tra gruppi di arabi che acclamano i tedeschi e spogliano i cadaveri. I carri armati arrivano all’aeroporto di Thelepte tra le fiamme di 30 aeroplani che gli americani hanno incendiato all’ultimo minuto. Il 17 febbraio Rommel è ai piedi della dorsale occidentale, davanti al passo di Kasserine, in collegamento con Arnim che ha appena preso Sbeitla, al centro del pianoro. Tutto il sud del fronte alleato è crollato. Ma la discordia regna nel comando tedesco. Rommel, che ha fatto 120 chilometri in tre giorni, non può comprendere perché von Arnim ne ha fatti appena 30 e cosa egli aspetti per sfruttare la sua vittoria di Sid -abu-Zid. Ignora che Arnim intende spostare il suo sforzo a nord con un’offensiva frontale nella valle della Megerda, mentre lui, Rommel, fedele alla tattica del deserto, concepisce la continuazione delle operazioni sotto forma di un vasto movimento aggirante verso Tebessa e ulteriormente verso Bona, nell’intento di piombare sulle comunicazioni del nemico e costringerlo ad evacuare precipitosamente la Tunisia. Gli arbitri, Kesselring e il comando supremo, sono a Roma. Rommel invia loro il suo capo di stato maggiore, Bayerlein, e attende febbricitante le loro decisioni. Arrivano all’una del mattino del 19 febbraio, recandogli insieme una soddisfazione e una delusione. Vengono poste ai suoi ordini alcune divisioni corazzate, ma il comando supremo trova troppo ardita l’idea del movimento aggirante verso Tebessa. Il maresciallo Rommel dovrà tenersi più ad est, marciando solo su Le Kef, al fine di non divergere troppo dalla 5a armata corazzata. Rommel deplora la riduzione della sua manovra, ma non può protrarre la discussione. Il tempo stringe. Il nemico si rafforza. Bisogna colpirlo.

L’offensiva tedesca comincia l’indomani. Rommel ha deciso di attaccare simultaneamente i colli di Sbiba e di Kasserine, libero di trasferire il suo sforzo principale nella zona più propizia. Da Sbeitla la 21a divisone corazzata marcia verso Sbiba. Attraverso Kasserine il Deutsche Afrika Korps si impegna nei solchi dell’uadi Hatab che conducono al colle. La 10a divisione corazzata e la divisione italiana “Centauro” sono di riserva, pronte a portarsi a destra o a sinistra. La terra inzuppata di pioggia si appiccica ai cingoli dei carri; una fitta nebbia ritarda l’alba e sopprime l’aurora. Ancora una volta i combattenti sono circondati dall’Africa gelida. Sui colli, gli Alleati sono ancora in piena improvvisazione. A Sbiba, un distaccamento del 19° corpo viene affrettatamente rinforzato con elementi della 6a divisione corazzata britannica. A Kasserine, il colonnello americano Stark assume, alle 6 del mattino, il comando del settore. Non ha con sé che un battaglione del 26° fanteria, un battaglione di carri e una batteria di vecchi 75 francesi. Occorrono rinforzi, ma il comando esita a sguarnire gli altri settori, avendo l’impressione che l’attacco principale si produrrà più a nord, verso Fonduk o Pont-du-Fahs. Fortunatamente per gli Alleati, i tedeschi partono da troppo lontano. La 21a divisione corazzata avanza verso Sbiba con una lentezza che irrita Rommel. Al colle di Kasserine egli aveva contato sull’azione di sorpresa del 3° battaglione da ricognizione, ma 200 motociclisti sono veramente un distaccamento troppo debole per stanare un nemico munito di artiglieria. La battaglia inizia solo alla fine del pomeriggio. Quando cade la notte, l’Afrika Korps ha preso una bicocca, il bordj Chami, a 1000 metri dal colle. Ma la linea delle creste resta agli Alleati. L’indomani cade il colle di Kasserine. I bersaglieri della divisione “Centauro” hanno brillantemente compiuto l’assalto finale. 2450 prigionieri validi contro 192 caduti: gli americani dimostrano che il loro ardore  combattivo lascia a desiderare. Kesselring raggiunge Rommel sul colle e i due marescialli passeggiano in mezzo a una quantità impressionante di materiale abbandonato. “Abbiamo molto da imparare da loro” dice Rommel facendo notare la perfezione del sistema di standardizzazione americano. “Sì” risponde Kesselring “ma anche loro hanno qualcosa da imparare da noi!”

 

Pur facendo una certa confusione fra la 131a Divisione corazzata Centauro, che all’epoca disponeva di soli 23 carri, e i bersaglieri del 5° e del 7° Reggimento, impegnati in duri scontri ravvicinati con gli americani (il colonnello Luigi Bonfanti, comandante del 7°, cadde eroicamente in combattimento), lo storico francese riconosce il valore e l’efficacia della partecipazione italiana alla battaglia del passo di Kasserine, che si risolse nella più grande sconfitta tattica dell’esercito statunitense di tutta la Seconda guerra mondiale, con una precipitosa ritirata di 140 km. in una sola settimana. Forse se ne ricordarono bene gli americani, qualche mese dopo, durante lo sbarco in Sicilia, allorché si vendicarono facendo fucilare sul posto, contro ogni legge di guerra, prigionieri italiani e tedeschi catturati nel corso della battaglia per la conquista dell’isola, nel tristemente  famoso massacro di Biscari del 10-14 luglio 1943, nel quale vennero passati per le armi 12 civili italiani, 76 militari italiani e alcuni soldati tedeschi, dopo che si erano arresi. Si trattò di due episodi distinti, una prima strage ordinata dal capitano Compton, e una seconda perpetrata dal sergente West, denunciati da un cappellano militare e che provocarono un’inchiesta, al termine della quale West fu condannato da una corte marziale, ma poi subito rimesso in servizio, mentre Compton venne assolto. Entrambi si giustificarono adducendo di aver preso alla lettera una frase pronunciata dal generale Patton alla vigilia dello sbarco: Se si arrendono solo quando gli sei addosso, ammazzali! E questi sono i signori che vollero il tribunale di Norimberga…

Le truppe italiane, che si batterono con valore fino a quando il fronte interno resse e il Comando supremo, che pur non aveva mai brillato per genialità o per fermezza, continuò ad esistere a a impartire direttive, non si macchiarono di simili atrocità, pur battendosi in condizioni materiali e psicologiche assai meno favorevoli di quelle che assistettero gli americani e gli inglesi nel 1943, prima in Tunisia e poi in Sicilia. Eppure quanti giovani italiani, e anche meno giovani, sanno che le nostre forze armate, ancora nel febbraio del 1943, a sei mesi dal crollo, erano ancora capaci di battersi con ardore e sprezzo del pericolo, e che fecero vedere i sorci verdi all’esercito più potente che il mondo avesse mai visto? Praticamente nessuno. Eppure sarebbe stato dovere degli storici, dei giornalisti, dei registi e degli scrittori tramandare quelle gesta, non per ottuso spirito nazionalistico, ma per rispetto della verità e per onorare quanti caddero sul campo dell’onore, sacrificando la vita per ritardare la sconfitta e l’invasione della patria con l’orrore dei bombardamenti aerei sulle città indifese. In un Paese normale, il cui popolo possieda sufficiente coscienza di sé e abbastanza fierezza da non vergognarsi della propria storia e delle proprie tradizioni, comprese quelle militari, l’eroico sacrificio dei carristi e dei bersaglieri del passo di Kasserine sarebbe stato tramandato alla memoria delle nuove generazioni: sarebbero stati scritti dei saggi storici e anche, perché no, dei romanzi, e girati dei film, e tenute delle conferenze. Invece qualcuno, a partire dal 1945, decise che l’Italia doveva tirare un rigo su tutte queste magnifiche pagine di valore, e che doveva essere tramandata solo la memoria di quanti combatterono per la “libertà”: vale a dire che bisognava creare il mito della Resistenza, di una lotta nobile e pura per altissimi ideali, occultando l’atroce realtà di una belluina guerra civile, nella quale italiani massacrarono altri italiani, comprese donne e ragazzi, e incrudelirono soprattutto dopo la resa dei vinti, calpestando ogni legge umana e divina per perpetrare le più efferate vendette. Il modello era sempre, guarda caso, quello dei tanto strombazzati “liberatori”, quello di Patton, che aveva incitato i suoi soldati a non mostrare pietà e a massacrare anche quelli che si erano già arresi. Così, gli eroi di Kasserine, come il colonnello Bonfanti, e quelli di altre cento e cento battaglie, dalla Grecia alla Russia, dall’Egitto all’Etiopia, e quelli caduti nei cieli e nei mari di tutto il mondo, vennero rimossi, o ricordati solo malvolentieri e a denti stretti; mentre si fabbricarono degli eroi di cartapesta, i partigiani comunisti, molti dei quali furono dei veri e propri criminali, che avrebbero meritato non gli onori dei libri di scuola e, addirittura, le medaglie al valore, ma un tribunale che li giudicasse per le atrocità delle quali si erano macchiati. Così il popolo italiano, dopo il 1945, è stato cresciuto con una educazione alla rovescia e con una consapevolezza totalmente distorta dei suoi padri e del suo passato recente: si è dato a intendere che i valorosi combattenti di Culqualber, di Nikolaiewka, di El Alamein, avevano sacrificato la vita, nel migliore dei casi, per un ideale sbagliato, mentre non esiste ideale più alto, per un soldato, che l’amor di patria, indipendentemente dal governo che esiste in quel momento storico e dalle finalità strategiche e politiche per cui la guerra viene combattuta. Non aver capito ciò o averlo capito tanto bene da volerlo cancellare dalle coscienze è il crimine di cui si è macchiata, fin dal suo sorgere, la Repubblica italiana nata dalle rovine di una sconfitta che fu umiliante solo per il modo in cui avvenne, con la doppiezza, l’inganno e il tradimento, e col misero opportunismo di voler saltare, all’ultimo minuto, sul carro del vincitore. Tale fu il prezzo che l’Italia ha pagato per essere accolta nel consesso delle nazioni, col trattato di Parigi del 1947: e ne fa fede il vergognoso articolo 16, che impone il condono preventivo ai traditori, evidentemente persone grate ai vincitori.

di Francesco Lamendola – 20/06/2019

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62138

 

storia

Inghilterra

Una riflessione ponderata del nostro amico Enrico Galoppini

“….Ma voi vi fate infinocchiare sempre ben bene e v’infervorate sulla Francia, la Germania… Per non parlare di quei servi ottusi che credono alle fole russofobe ed islamofobe dei media.
Il problema, a ben vedere, non è nemmeno l’America: semmai è l’american way of life, altrimenti detto “occidentalizzazione del mondo” per le plebi globalizzate. Potrà sembrare strano, ma il problema vero non sono nemmeno i famosi Innominabili, che pure di danni ne fanno.
No, il problema è l’Inghilterra, che detiene una serie di poco invidiabili record: prima rivoluzione con testa coronata mozzata (Cromwell); prima banca centrale che rende il denaro una merce; prima massoneria speculativa (Gran Loggia d’Inghilterra). Ma si potrebbe continuare con le origini del razzismo moderno (Chamberlain), del darwinismo sociale, del disumano sfruttamento dei lavoratori. Della elevazione della proprietà privata al rango di furto ed abuso (qui comincia la pratica delle enclosures, con la fine dei diritti collettivi delle comunità). Della riduzione del mondo intero a “mercato”, con la riduzione di millenarie civiltà (si pensi all’India e alla Cina) a simulacri di se stesse.

È in Inghilterra che nascono (coi prodromi a Venezia) i primi servizi segreti, in odor di magia ed inganno ontologico, ed è qui che bolle in pentola la prima “riforma” (Enrico VIII). Ed è sempre in Inghilterra che dilaga il gioco d’azzardo, così come la mania degli sport (da vedere) usati come arma di distrazione di massa.
Vogliamo parlare, inoltre, della giurisprudenza inglese per la quale le sentenze, anche le più assurde, costituiscono un “precedente”? Tutto il contrario del Diritto romano!
Chi ha poi istituito una vera centrale della speculazione mondiale come la City con tutti i vari “paradisi fiscali” da essa dipendenti?
E concludo questa galleria degli orrori con il traffico di droga, vera arma escogitata da quella allegra combriccola oggetto dei pettegolezzi dei tabloid in combutta col solito Innominabile di turno, allo scopo di forzare “l’apertura” di qualche nazione “chiusa” e corromperne nel fisico e nell’animo la popolazione.
Ma all’apice della mistificazione e dell’inganno, si è di fronte a chi, dovendo stabilire un dominio sui mari, ha elevato al rango di “baronetto” veri pendagli da forca come i pirati, salvo poi nobilitarli grazie al monopolio della fabbricazione della cultura dell’intrattenimento per grandi e piccini, nella quale anche uno stupratore d’infanti diventa giustificabile.
L’Inghilterra è il Paese della doppia morale, e con questo abbiamo detto tutto “!

Enrico Galoppini

https://www.controinformazione.info/il-problema-e-sempre-quello-da-sempre-linghilterra/