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Diritto di assemblea

Ferrara Novembre 1968
11 Oltre 600 studenti sui 1.600 iscritti al liceo scientifico Roiti occupano la scuola. Dichiarano che continueranno l’occupazione fino a quando le autorità scolastiche non si dimostreranno disponibili a discutere le richieste degli studenti: diritto di assemblea, diritti democratici, funzionalità e arricchimento delle attrezzature.
12 II Liceo viene sgomberato dalla polizia. Dopo l’intervento della polizia gli studenti si recano in corteo al provveditorato. Un sostegno alla protesta viene dal presidente dell’amministrazione provinciale.
Lo stesso giorno una folta rappresentanza di giovani dell’Istituto tecnico statale di Ferrara solidarizza con gli operai che occupano l’Eridania.
13 Gli studenti ottengono il diritto di tenere assemblee all’interno degli istituti. La decisione viene annunciata al termine di una lunga riunione dei presidi convocata dal provveditore agli studi dopo aver ricevuto una delegazione di alunni del Liceo Roiti.
20 Nella facoltà di Medicina inizia una “occupazione aperta”, intesa come nuova fase di lotta studentesca per la democratizzazione dell’Università. Negli istituti di biologia e anatomia oltre 150 studenti costituiscono commissioni di lavoro per discutere sia i problemi generali, sia la funzione del medico nella società e la completa riorganizzazione del piano di studi.
27 Gli studenti che occupano Medicina solidarizzano con i lavoratori dell’Eridania in sciopero contro il licenziamento di 142 operai.
29 Viene proclamato uno sciopero generale per l’Eridania al quale, secondo i sindacati, aderiscono oltre il 90% dei lavoratori. Nel pomeriggio alcune migliaia di lavoratori partecipano al comizio indetto dai sindacati. Al termine del comizio si forma un corteo di operai e studenti che percorre le vie della città fino allo stabilimento Eridania  occupato dai lavoratori. Al ritorno un nucleo di dimostranti si dirige verso il Castello Estense dove è riunito il Consiglio provinciale. Senza alcun preavviso, la polizia, schierata per impedire l’ingresso nel Castello, carica i manifestanti. Negli scontri rimane ferito uno studente; altre decine di giovani sono colpiti dai poliziotti.
Grazie all’intervento del presidente della Provincia e di alcuni consiglieri di sinistra i giovani riescono a salire in massa nella sala del Consiglio dove espongono i fatti accaduti poco prima. Al termine dell’incontro i manifestanti formano un corteo, con alla testa il presidente della Provincia e rappresentanti di vari gruppi consiliari, e si recano in Consiglio comunale dove si svolge un nuovo incontro con gli amministratori.
30 II movimento studentesco invita ad una nuova manifestazione nel pomeriggio.

http://books.bradypus.net/sessantotto_lungo_via_emilia

Il diritto fu sancito dai “decreti delegati” nel 1974, solo che gli studenti che lo avevano richiesto, nel frattempo, avevano lasciato la scuola.

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Il 1968 a Bologna

mircoUn anno fa, in occasione del quarantennale dal 1977, la Soprintendenza archivistica e bibliografica dell’Emilia Romagna si fece promotrice di un progetto orientato a portare gli archivi bolognesi, e con essi l’intera città, a riflettere su un periodo storico che aveva rappresentato per Bologna un tornante importante nel secolo passato. Ne nacque la mostra Millenovecento77. Quarant’anni dopo: documenti dagli archivi e dalle biblioteche bolognesi, un percorso espositivo allestito nei mesi di maggio e giugno del 2017 in Archiginnasio e poi riproposto in forma virtuale, unitamente a un momento seminariale, in Archivio di Stato a Bologna nel successivo mese di settembre nell’ambito delle Giornate europee del Patrimonio.

Il bilancio di quell’esperienza – che aveva visto coinvolti numerosi Istituti di conservazione cittadini – fu più che positivo tanto che, durante la ricordata giornata seminariale di settembre, venne condivisa l’opportunità di proseguire lo scavo documentario anche sullo snodo del 1968, cogliendo l’occasione del cinquantennale che sarebbe caduto di lì a poco. È nata così l’idea di allestire una nuova mostra che – dopo un lavoro preparatorio durato oltre un anno – si è concretizzata nell’esposizione Non è che l’inizio: tracce del ’68 negli archivi bolognesi, che si inaugura l’11 ottobre 2018 nelle sale dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna ed è attesa nella Sala d’Ercole del Comune di Bologna durante il successivo mese di novembre.

Rispetto al progetto incentrato sul 1977, questa seconda esposizione ha visto accrescere il numero degli Istituti coinvolti. Si è infatti passati da sei a tredici archivi, pubblici e privati cittadini. Vale la pena ricordarli tutti: Archivio di Stato di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Città metropolitana di Bologna, Biblioteca dell’Archiginnasio, Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, Camera del lavoro di Bologna, Archivio storico CISL metropolitana bolognese, Archivio storico della nuova sinistra “Marco Pezzi”, Archivio storico dell’Università di Bologna, Archivio di storia delle donne, Archivio storico UDI Bologna, Archivio storico Unione fotografi organizzati, Istituzione Gian Franco Minguzzi.

Questa grande partecipazione ha consentito di raggiungere un obiettivo per nulla secondario: indurre gli istituti di conservazione bolognesi che lavorano (anche) sul Novecento a dialogare tra di loro, a tessere relazioni, a confrontarsi su fondi e materiali. Una collaborazione positiva, per nulla segnata da conflitti e dispute che (a sentire gli interventi pubblici di alcuni politici e intellettuali cittadini) parrebbero aver contraddistinto la vita culturale di Bologna. Un altro risultato vale la pena richiamare: il fatto che la mostra ha portato alla realizzazione di una sorta di “censimento” delle fonti disponibili sul 1968 a Bologna, offrendo alla platea di storici e ricercatori un quadro nuovo e inatteso dei molteplici percorsi di indagine esistenti e meritevoli di essere approfonditi.

Quali sono i temi trattati? Quale la chiave di lettura proposta? La mostra tenta una rilettura del periodo che va dal 1967 al 1973 attraverso materiali eterogenei selezionati alla luce di un asse tematico qualificante il ’68: la critica alla neutralità della scienza. A partire da questo particolare focus sono stati allestiti 5 percorsi tematici: la critica all’ordine globale; il movimento degli studenti medi e universitari; il mondo del lavoro e le problematiche connesse alla salute nei luoghi di lavoro; la medicina e la psichiatria; le diverse soggettività che si impongono attraverso il movimento.

Quale rappresentazione del 1968 esce da questa esposizione? In linea di massima il contesto bolognese pare inserirsi pienamente e senza eccezioni nel quadro del contesto nazionale e sovranazionale di quegli anni. Se osservato più da vicino emergono tuttavia alcuni dati interessanti, da cui si può evincere un quadro più mosso – dunque più vicino alla storia del ’68 che non al suo mito – del rapporto tra movimento e istituzioni, tra “vecchi” e “nuovi” attori collettivi. Come a dire che la richiesta di maggiore partecipazione, la messa in discussione della “neutralità della scienza” come messa in discussione più complessiva dei poteri costituiti, dei rapporti di forza operanti su scala globale, nazionale, locale per giungere fino all’ambito dei rapporti interpersonali e di genere, non era completamente estranea al mondo delle istituzioni.

Come ha scritto Marica Tolomelli nell’Introduzione generale del catalogo (in distribuzione in contemporanea agli allestimenti), “all’interno delle federazioni giovanili partitiche, dell’associazionismo femminile e soprattutto in ambito sindacale le istanze provenienti dal movimento si incontrarono con sensibilità e disponibilità a mettersi in discussione che favorirono l’instaurazione di un rapporto di dialogo, di apertura verso il movimento. Ciò in parte facilitò la mediazione politica o comunque rafforzò la pressione che il ’68 esercitò sulle istituzioni fino all’ottenimento di improcrastinabili riforme nel corso del decennio Settanta”.

Ognuno dei percorsi tematici che la mostra propone apre a questioni che, dal ’68 in poi, avrebbero profondamente orientato una serie di riforme sociali volte ad allargare la sfera dei diritti, le forme della partecipazione civile, i rapporti di genere, le relazioni tra sfera del pubblico e sfera del privato. Basti pensare alla sperimentazione di nuove forme di acquisizione e di trasmissione della conoscenza, a una diversa concezione della salute mentale e al rinnovamento della psichiatria, alla nascita degli ambulatori di quartiere e della medicina del lavoro, ai grandi passi avanti in materia di autodeterminazione delle donne e di tutela della maternità. A queste vanno aggiunti mutamenti profondi, sempre stimolati dal movimento del ’68, rispetto a ulteriori importanti questioni, come il rapporto tra sfera economica-lavorativa e ambito educativo-formativo (questione espressa con forza dalla ricerca di un dialogo e di forme di reciproco sostegno tra “operai e studenti uniti nella lotta”), la ricerca di forme di partecipazione al di fuori degli spazi istituzionali della politica, la controinformazione.

In questo complesso periodo di crescita democratica, di crescita degli spazi e di sviluppo delle pratiche di una cittadinanza intensa non tanto in termini di “popolo” quanto piuttosto nelle diverse articolazioni della società italiana di quel periodo, fatta di uomini e di donne, di giovani e di anziani, di lavoratori e lavoratrici, di studenti e studentesse, di infanzia da tutelare e di genitorialità da ridefinire. In questo processo il ’68 bolognese ha offerto un suo contributo, non eccezionale ma con tutte le peculiarità che il contesto locale presentava e che questa mostra intende rievocare.

Sono tematiche, come si comprende, ampie e difficilmente riducibili ai pannelli di una mostra; per questo il gruppo di lavoro e il Comitato scientifico che ha guidato il progetto ha pensato a una serie di eventi collaterali. A cominciare da un convegno inaugurale (venerdì 12 ottobre), passando attraverso una giornata seminariale di incontro con i protagonisti (domenica 14 ottobre nell’ambito delle “Domeniche di Carta” organizzate dal Ministero dei Beni culturali). A seguire 5 incontri in Sala anziani a Palazzo d’Accursio: 8 novembre: Il ’68 a Bologna e in altre città italiane; 13 novembre: Il ’68 nella memoria operaia; 15 novembre: ’68 e femminismo: dal contesto internazionale alla vicenda italiana; 20 novembre: Cultura diffusa a Bologna tra anni 60 e 70, luoghi e pratiche; 22 novembre: La volontà di cambiare: Crisi del modello psichiatrico, sperimentazione, territorio e istituzioni.

Nell’omonimo catalogo la Presidente del Consiglio regionale Simonetta Saliera ha voluto ricordare le numerose novità emerse dallo snodo del 1968 e che la mostra, anche indirettamente, racconta. “L’abolizione del numero chiuso nelle università, l’emancipazione femminile, lo ‘Statuto dei lavoratori’, il nuovo Stato di famiglia, il divorzio, la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza e il Servizio Sanitario Nazionale pubblico. Ognuna di queste innovazioni che hanno reso l’Italia una democrazia più forte fonda le proprie radici nelle battaglie di quell’anno ormai mitizzato. Ha cambiato il costume, la politica, la vita e la speranza di tre generazioni di uomini e di donne”. Ma, aggiunge “’68 vuol dire anche contraddizioni: un humus di tensioni anestetizzate nel culto del boom economico degli anni ’60, con le sue disuguaglianze e speranze tradite. ’68 vuol dire lotta per la Pace: il no ai bombardamenti al napalm da parte degli Stati Uniti sulla popolazione vietnamita e l’irrompere dei carri armati sovietici nella Cecoslovacchia del ‘socialismo dal volto umano’ di Alexander Dubcek”.

Mauro Maggiorani, Non è che l’inizio: tracce del 1968 negli archivi bolognesi, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. http://rivista.clionet.it/vol2/societa-e-cultura/archivi_vivi/maggiorani-tracce-del-1968-negli-archivi-bolognesi.

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Storia della Balilla

La Balilla, 1968

Cantava Giorgio Gaber 50 anni fa, in milanese, in quel 1968 di mutamenti epocali:

Mi vu in gir de chi e de là

           mi vu in gir per laurà

troevi tanti bigliett de mila

me vegnù in ment de cumprà una Balila.

E la surpresa dei me fradei

che m’han mangià anca i budei

mia cusina che la stà in via Larga

la m’ha mangià anca la targa.

La mia zia de Gurgunzoela

cunt i gomm l’ha fa la cassouela.

El mè nonu che el g’hà l’angina

l’ha ciapà la ciucca cu la benzina.

La Maria che la stà in la mia porta

la m’ha mangià la roda de scorta

el cines cicic e ciscofen

el ancamò li chel pisa in del cofen.

Na visina de la ringhera

la s’hà digerì anca una purtera

el Carlet stu stupidot

el s’è fa un vestì cun la capot.

L’unic che l’è restà fregà

l’è un mè cusin che l’era suldà,

l’è turnà ca e l’ha truvà sulament

el fum del tubum de scappament.

Mi vu in gir de chi e de là

Mi vu in gir per laurà

Troevi tanti bigliett de mila

ma cumpri pu un’altra Balila…

Testo un po’ diverso quello interpretato da “I Gufi” e, comunque, sempre “variabile” in quanto a lunghezza…  Comicità poetica e surreale (o demenziale) alla pari di quella di Iannacci, Cochi e Renato, Toffolo, Nanni Svampa, Andreasi ed altri esponenti del teatro comico-satirico milanese di quel tempo.

E conferma del mito inossidabile della “Fiat Balilla”, la prima utilitaria italiana. Una piccola  Ford A Tudor sedan –  presentata al  pubblico  ad  ottobre  del  1927  (le auto statunitensi

erano sempre un modello per il patron della Fiat) in fondo, motore più grande e freni a parte:          

Ford A, Tudor sedan, 1927-’31

Il 12 aprile del 1932, in occasione del Salone dell’Automobile allestito all’interno della Fiera di Milano, la Fiat presenta la Balilla, il primo esempio italiano di vettura di massa. Il pubblico del Salone non parlava d’altro e, come se occorresse, un altoparlante trasmetteva ogni trenta minuti la canzone ” Nina già t’aspetta la Balilla”. Ed in tanti aspettarono pazientemente il loro turno per effettuare un giro di prova. La nuova vettura Fiat sarebbe stata innovativa soprattutto nel prezzo. I precedenti modelli di auto avevano costi proibitivi. La balilla invece, al costo di sole 9.800 lire, rappresentava finalmente un sogno realizzabile: la vettura (quasi) a portata di tutti (salario mensile operaio: circa 300 lire, un impiegato 400). Mussolini, dopo averla guidata, si congratulò con il senatore Agnelli, elogiando “la robustezza, l’eleganza e soprattutto la modicità di prezzo della Balilla”. Da abile politico concede l’agognato provvedimento che esenta dal pagamento della tassa di circolazione, fino al 30 giugno 1933, tutte le “utilitarie nazionali con motore fino a 12 cavalli fiscali”, cioè la nuova nata di Casa Fiat…

La Balilla permetteva di coprire (guidata da Carlo Salamano) la distanza Torino-Napoli in sole 15 ore, ad una media di circa 65  km. orari. La Fiat realizzò anche un divertente spot “Non è più un sogno”, dove il protagonista mostra tutti i vantaggi derivanti dal possesso della vettura: “costi modici della benzina, libertà di movimento e, soprattutto, basta tram affollati!”.

Lo spot terminava con una domanda, retorica, ma ad effetto per i tempi: Andrete ancora a piedi?

Fiat 508 Balilla, 1932

                                                           

Il geniale illustratore Plinio Codognato si occupò della pubblicità grafica. La pubblicità è stato uno strumento sul quale costruire una storia, una storia eroica, e unire tutti i pezzi di un Paese unito solo sulla carta. All’epoca, la comunicazione visiva dei manifesti era potente, persuasiva. Estendeva il suo potere non solo alla vendita di un prodotto, ma a tutti gli ambiti della vita quotidiana. Tutte le esortazioni venivano espresse per mezzo della pubblicità. La grafica italiana visse da protagonista un periodo di grande splendore. Molti contributi arrivavano dal futurismo, che s’identificava con l’auspicata idea d’Italia. Dinamica, veloce, in costante mutamento verso il progresso. L’Italia ed il Fascismo incarnavano il mito di una macchina austera, ma efficiente. E la Fiat Balilla tendeva a confondersi con tale mito e macchina.

Marcello Dudovich è, invece, l’autore del manifesto del restyling dell’autovettura del 1934, anche se il tocco (e la prosperosa figura femminile) paiono risentire assai della lezione stilistica del grande Gino Boccasile, il maggiore disegnatore di quegli anni. Particolare interessante: forse per la prima volta in Italia – pur ancora rurale e prevalentemente arretrata – la donna diviene obiettivo della pubblicità di un’automobile, segno che i messaggi di emancipazione femminile, veicolati soprattutto attraverso i film americani, giungono con forza, al di là del teorico maschilismo di regime. Favoriti anche dalla maneggevolezza di nuove auto leggere, come la Balilla, guidabili con maggiore facilità rispetto a vetture anteriori.

Da dove veniva quel nome, Balilla?

‘Il 5 dicembre 1746 a Genova gli austriaci rimasero impantanati con un cannone nel quartiere Portoria. L’ufficiale ordinò alla folla di aiutarli scatenando la rivolta, iniziata appunto con la pietra lanciata dall’undicenne Giovan Battista Perasso, detto Balilla. Nell’Ottocento fu assunto a mito della volontà italiana di «risorgere» contro l’occupazione straniera mentre nel Novecento divenne addirittura uno dei principali simboli dell’italianità: l’Ansaldo chiamò con il suo nome un caccia ricognitore, per non parlare del fascismo. Durante il Ventennio la Fiat gli dedicò un’utilitaria ed il regime un sommergibile ed un Ente per l’educazione dei bambini…

Fu infatti proprio con un sasso, scagliato il 5 dicembre 1746 contro un soldato che Giovan Battista «Balilla» Perasso scatenò la rivolta di Genova contro l’occupante austriaco. Ma soprattutto entrò «gigante nella storia». Anche se ancor oggi, a distanza di molti anni e dopo innumerevoli ricerche, la sua figura è ancora a cavallo tra realtà e mitologia. Certa è comunque la grande rivolta popolare che nel 1746 consentì a Genova di liberarsi delle truppe austriache da poco entrate in città… Il 5 dicembre un reparto asburgico stava trascinando un pesante cannone attraverso il popolare quartiere Portoria, quando le ruote sprofondarono nel fango. L’ufficiale ordinò ai popolani di liberarlo ma all’intimazione rispose appunto Giovanni Battista Perasso detto «Balilla» che scagliò un sasso contro i soldati gridando «Che l’inse?», cioè «La comincio?», «Volete che cominci io?». La rivolta divampò per tutta Genova e costrinse dopo cinque giornate di furiosi combattimenti gli austriaci alla fuga. Il fatto entrò subito nella leggenda della città per assurgere cent’anni dopo a simbolo di tutti gli italiani in lotta per l’unità nazionale dalle occupazioni straniere. Quando il fascismo decise di creare un popolo di guerrieri e per questo d’iniziare gli italiani all’educazione militare fin dalla più tenera infanzia, nacquero i «Figli della lupa», dai 6 agli 8 anni, i «Balilla», fino ai 10, i «Balilla moschettieri», fino ai 13 e gli «Avanguardisti», fino ai 18 anni. Le ragazze dai 6 anni erano «Figlie della lupa», per poi diventare «Piccole italiane» a 8 e «Giovani italiane», dai 14 ai 18 anni’.

(Enrico Silvestri, Un sasso contro il soldato e Balilla entra nella storia, 2014, in http://www.ilgiornale.it/news/sasso-contro-saldato-e-balilla-entra-nella-storia).

Finalmente le bambine e ragazzine potevano uscire di casa, e per ordine del Duce, che sognava l’antica Sparta! Il tutto sotto la supervisione di un Ente creato nel 1926, l’Opera Nazionale Balilla. All’adolescente genovese venne dedicata una canzone, di autore anonimo, per narrarne l’epica: «Fischia il sasso,/il nome squilla/del ragazzo di Portoria/e l’intrepido Balilla/sta gigante nella Storia/Era bronzo quel mortaio/che nel fango sprofondò/ma il ragazzo fu d’acciaio/e la Madre liberò». La Madre, naturalmente, era la Patria. Un ideale popolare e duraturo (ancora oggi, infatti, si gioca a calcio balilla).  Per la generazione di mio padre la prima fotografia fu spesso con l’uniforme da balilla (che veniva fornita gratuitamente alle famiglie bisognose).

L’automobile Balilla rappresentò il primo modello prodotto su larga scala dalla Fiat ed il volano del processo di motorizzazione in Italia, che prese le mosse a partire dalla prima metà degli anni Trenta, grazie alla relativa accessibilità del modello prodotto dall’azienda piemontese.

Il progetto della Fiat 508 nasce all’alba del decennio, quando la crisi economica originatasi a Wall Street nel 1929 – che si traduce in un aumento della disoccupazione e nel calo della produttività – tocca anche l’azienda torinese. In reazione al contesto economico del tempo, la Casa automobilistica fondata da Giovanni Agnelli decide di produrre un’auto, solida ma economica, in grado di offrire buone prestazioni; in altre parole, un’utilitaria per il lavoro ed il tempo libero che vada ad integrare la gamma di modelli ‘500’. Lo sviluppo del nuovo modello viene affidato inizialmente sia a Oreste Lardone, sia ad Antonio Fessia. Il primo lavora ad una vettura sospinta da un motore bicilindrico, raffreddato ad aria, a trazione anteriore.

Durante i test di collaudo, il prototipo prende fuoco ed il progetto viene accantonato. Fessia, invece, mette a punto un prototipo più ‘classico’, equipaggiato con un propulsore a quattro cilindri raffreddato ad acqua e con trasmissione posteriore. Alla realizzazione della 508 collaborarono altre figure di eccellenza nella scena automobilistica di quegli anni: Bartolomeo Nebbia curò la realizzazione del motore, Votta e Martinotti si occuparono del telaio ed a Rodolfo Schaeffer venne affidata la carrozzeria. Tra loro pure un giovane ingegnere da pochi anni in azienda, ma già nominato capo ufficio tecnico per le indubbie abilità dimostrate. È Dante Giacosa, colui che firmerà i più importanti modelli del marchio Fiat fino agli anni Settanta. Il 27 settembre 1931, a sei mesi dal debutto ufficiale, venne presentato il primo prototipo: “Non aveva niente di originale” – ricorderà successivamente Fessia – “ma era perfettamente equilibrata“.

La Fiat 508 Balilla era un’auto (a due porte e quattro posti) lunga 3145 , larga 1400 e alta 1530 mm, con una massa a vuoto di appena 675 kg. (torpedo). Il motore era un quattro tempi con quattro cilindri in linea, alimentato a benzina, 2 valvole per cilindro, valvole laterali, con un asse a camme nel basamento; con un unico carburatore e dotato di un sistema di raffreddamento a circolazione d’acqua. La cilindrata di 995 centimetri cubici, con un rapporto alesaggio:corsa pari a 65×75 mm. Il motore era in grado di erogare una potenza massima di 20 CV a 3.400 giri al minuto che diventavano 24 CV al regime di 3.800 giri. L’unità motrice era connessa ad un cambio manuale a tre marce (non sincronizzate nella prima serie). La velocità massima dichiarata dal costruttore era di 80 km/h. Sospensioni anteriori e posteriori a ponte rigido, con molle a balestra semiellittica ed ammortizzatori idraulici. Freni idraulici a tamburo. Strumentazione essenziale.    Tutto classico, robusto, quasi minimalista (“Quello che non c’è non si rompe!”, soleva dire il senatore Agnelli!).

Il riscontro della stampa è ottimo. Per la rivista del Touring Club, la Balilla “non è un giocattolo dalla vita effimera e dalle limitate possibilità, ma vera, completa, superba automobile: “Industriali, commercianti, esercenti ed impiegati, medici, ragionieri, avvocati, geometri, impresari, periti, ecclesiastici, giovani sportivi e maturi possidenti di campagna, signorine e mammine, tutti hanno riconosciuto nella nuova Fiat che nasce la tanto invocata automobile finalmente accessibile nel prezzo, nell’uso e nella manutenzione. Fatta per durare e per servire, da accontentare ogni più disparata e più severa esigenza”. (Le Vie d’Italia, maggio 1932). Entusiasta il commento di “Motor Italia”, secondo il quale “è proprio l’automobile che mancava sul nostro mercato. Ne siamo davvero entusiasti e la consideriamo come uno dei più riusciti modelli della Fiat: piccola auto costruita da una grande Casa. Senza esagerare si può affermare che la 508 ha già vinto, in modo brillante, la gran battaglia che attende ogni nuovo modello alla prima comparsa in una mostra internazionale. Il successo commerciale della Balilla è ormai assicurato”. Tecnico il commento di Aldo Farinelli de “L’Auto Italiana”: “molto più semplice della 509, più accessibile, più adatta agli strapazzi, più leggera pur essendo molto più robusta, più tranquilla come meccanica, più sicura come guida, in mano al profano, molto più indifferente a cure di manutenzione, più agile e maneggevole nel traffico intenso o nei viottoli campestri, più docile nella tenuta di strada, più comoda, infine, come carrozzeria”.

Nel 1934, la Fiat lancia sul mercato una seconda versione della Balilla. Le differenze rispetto alla versione precedente non sono molte. La Fiat 508 B Balilla  si differenzia dalla serie anteriore per la carrozzeria, modificata per essere più aerodinamica, e la trasmissione. I modelli prodotti dal 1934 in poi, infatti, hanno il cambio a quattro marce, III e IV sincronizzate.

Fiat 508 B Balilla, 1934)

                                         

Gli esemplari prodotti fra le varie serie dal 1932 al 1937 furono 112.000. In un periodo analogo Ford, solo uno tra i vari fabbricanti di auto economiche USA, produsse oltre 5 milioni di unità del modello A, circa 50 volte tanto, tale era il differenziale economico ed industriale con l’Italia. La Balilla fu protagonista della motorizzazione delle Forze Armate negli anni Trenta. Il Regio Esercito l’acquisì sia nella versione berlina (per gli ufficiali dei Reali Carabinieri), che nelle versioni Fiat 508M Torpedo Militare e Spider Militare come veicolo tattico. L’auto veniva prodotta negli stabilimenti torinesi del Lingotto e fu venduta in varie configurazioni diverse, berlina, torpedo, coloniale, camioncino con cassone di legno e furgoncino di metallo, sport spider, berlinetta Mille Miglia, facendo anche la fortuna di molti carrozzieri che ne sfruttarono il telaio: Ghia, Garavini, Bertone, Farina, Savio, Touring, Casaro, Balbo, Castagna, Viotti, Zagato, Siata, Borsani, Brianza.

Nel 1933 Ghia prepara la Fiat 508 Sport, disegnata da Mario Revelli di Beaumont, e conosciuta come “Coppa d’Oro”, la più ricercata dai collezionisti. Dal 1934 fu realizzata con cambio a 4+1 marce, distribuzione con valvole in testa ed altre modifiche, che portarono la potenza a 36 CV. Vince il Campionato Italiano di Categoria, numerose gare di regolarità, partecipò alla MilleMiglia (nella versione berlinetta).

Fiat 508 S, Balilla ‘Coppa d’Oro’, 1933

Oltre che in Italia la Balilla venne anche prodotta in Polonia e messa in vendita con il marchio Polski-Fiat 508. Fu prodotta in 3 versioni successive. Venne fabbricata pure in Francia dalla neonata Simca-Fiat. Presentata il 18 settembre 1932, fu prodotta in 26.472 esemplari fino al 1937. Così come dalla NSU-Fiat in Germania. E dalla ceca Walter Engines, a Jinonice, con la denominazione Walter Junior. Fino al 1936 vennero realizzati circa 1.000 veicoli, tutti con cambio a tre marce.

L’ultima evoluzione del fortunato modello fu la Fiat 508 C, del 1937, che la Casa all’inizio denominò Nuova Balilla 1100, ma che gli automobilisti chiamarono sempre “1100”. La Balilla era solo e soltanto quella nata nel ’32! La carrozzeria differiva completamente dalle precedenti. Il motore era il Fiat 108C, 4 cilindri in linea a benzina, a valvole in testa, di 1089 cm³  (destinato a lunghissima vita) erogante 30 CV a 4.400 giri/min, con cambio a 4 marce più retromarcia, capace di spingere la vettura a 95 km/h. La sospensione anteriore era a ruote indipendenti, con bracci trasversali, molle ed ammortizzatori idraulici a bagno d’olio.

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Lo spirito Prussiano

A volte si afferma, “Lavorate per il re di Prussia!” Per dire che si favorisce il nemico.    Ad un prof cattivo gli studenti dicono sempre, “È un prussiano!” Oggi i figli replicano ai genitori, “Questa casa è una caserma prussiana!”  Nella quotidianità l’aggettivo prussiano risulta  sfavorevolissimo. La storia tuttavia è più ampia. Fortunatamente. Tutto ciò che è definito prussiano non può essere inteso solo come militaresco. L’anima prussiana ha una complessità. Ha una ricca vicenda storica  che intercettò pure le libertà illuministiche. Perché, mentre nell’Europa settecentesca la giustizia era scellerata, nella terra prussiana invece la legge era una certezza, i profughi ugonotti venivano accolti e assistiti, il sistema fiscale tentava di essere il più moderno.

Alcuni docenti dicevano che la Prussia fu un esercito con uno Stato, non uno Stato con un esercito. Ma le società andrebbero interpretate interamente. Andrebbe approfondito il tutto con il libro di Hans Joachim Schoeps, ‘Lo spirito prussiano’, pubblicato dalla Oaks editrice. Questo testo del 1964 schiude un’antologia di punti di vista, di citazioni, di esperienze che, per un bilancio storico, dicono come l’anima prussiana non è  “un appiattimento sui valori ‘da caserma’ o una esaltazione della brutalità primitiva.”

Per un primo atavico campione della moralità prussiana, ecco la lettera di un principe elettore Johan Cicero (1486-1499). Ecco emergere il principe che curava le sue proprietà così come provvedeva ai poveri del paese, “Prendi sotto la tua protezione i poveri. Non potrai consolidare meglio il tuo trono di principe che se aiuterai  gli oppressi, se baderai a che i ricchi non sopraffacino gli umili,..” Viaggiando tra i documenti di Schoeps, troviamo l’idea della difesa dei bisognosi, il richiamo ad un originario welfare state, come nella frase di Hans von Seeckt, “La Prussia è stata  uno Stato sociale nel senso migliore del termine. L’assistenza sociale consiste anzitutto nel dare ad ognuno la possibilità di lavorare, di conservare e impiegare le proprie forze,..”

Insomma, una questione di stile sociale. Remoto stile prussiano. O meglio c’era un popolo da sostenere, ciò rappresentava il dovere primario dello Stato. Si comprende di più sfogliando il primo capitolo “Lo stato prussiano e la sua etica” in cui la parola dovere riecheggia in diverse accezioni.  Per secoli i prussiani discussero del tempo dei  doveri che, attenzione, coincideva con la dignità umana. Proprio l’idea del dovere è commentata da Giovanni Sessa, che, nell’introduzione, scrive, “Tale esaltazione della religione dei doveri è ben sintetizzata  su una lapide sepolcrale   della Marca di Brandeburgo: ‘Preferì cadere in disgrazia  quando l’obbedienza non fu più compatibile con l’onore’, il dovere per il dovere, senza alcun riferimento all’utile, senza occhieggiare il profitto, questa è la nobiltà!” E l’elaborazione critica di tale frase spinge a riflettere sulla civiltà del  dovere in un  presente condizionato dai diritti per convenienza di cui le bocche sono piene.

La silloge di Schoeps sa tenere alto  l’interesse del lettore proponendo aneddoti, versi, canzoni di quella terra europea. Vi sono rarità letterarie ritrovate che possono entusiasmare lo studioso di storia della guerra. Versi scritti di sergenti audaci. Parole lanciate nella battaglia e trascritte sui taccuini bruciati dallo zolfo. Come queste, “La palla del moschetto fa un buchetto / La palla del cannone ne fa uno assai più grosso / le palle son fatte  tutte di ferro e piombo / E a qualcuno le palle passano vicino.”

Ritornano le memorie leggendarie imparate a scuola: i fucilieri di Forcadè, la cavalleria prussiana nella battaglia di Jena, poi Clausewitz, von Molthe, von Schlieffen, i generali delle grandi strategie, delle grandi sconfitte, dei destini militari incrociati, delle frasi famose sul letto di morte, “Rinforzate l’ala destra!” Vittorie, sconfitte, uomini che, grazie a Schoeps, scoviamo sinceri. Come in questa citazione del generale von Schlieffen,“Fare molto, non emergere, tenere più ad essere che a sembrare.”

Le parole di von Schlieffen o di von Clausewitz  utilizzate nei manuali di management dei nostri giorni. La ricerca affannosa della felicità di Heinrich von Kleist: al poeta Kleist ogni anno è intitolato il famoso premio per la letteratura tedesca. La Croce di Ferro di Prussia oggi sui mezzi dell’aviazione tedesca, un simbolo mai nato nazional-socialista. In nuce, questo e altro rappresentano la Kultur prussiana da cui trarre considerazioni, per allontanarsi  dalle superficialità di certa storiografia contemporanea che attribuisce, all’esemplarità di una terra, solo significati oscurantisti.

Ora il lettore può incontrare una Prussia cristiana e tradizionalistica che seppe gestire  lo Stato con saggezza; concesse la Costituzione ai suoi sudditi nel 1848; ed ebbe la drammatica speranza di abbattere la tirannide il 20 luglio 1944, quando  i suoi figli tentarono di uccidere Hitler, con “un ultimo puro riflesso dell’antica severa idea prussiana intesa in termini etici.” Nel  capitolo XV, con differenti testimonianze, emerge l’idea di una terra anti-nazista. Julius Evola non era d’accordo perché ricordava che l’aristocrazia prussiana sostenne il nazismo con von Hindenburg. Per tutto ciò, quindi,  la lettura dell’antologia di Schoeps può mettere il lettore nelle condizioni di farsi una sua idea, leggendo questi pensieri dedicati ad una civiltà europea.

Hans Joachim Schoeps, ‘Lo spirito prussiano’ Traduzione di Julius Evola, Oaks editrice, pagg. 270, euro 18.00 – ordinabile  su:  info@oakseditrice.it

storia

La calda estate del ’43

Sull’argomento sono stati scritti decine e decine di libri, alcuni pregevoli, altri meno, e migliaia di articoli. Oltre ad una memorialistica certo di parte, riflesso di personali contingenze, ma non per questo priva d’interesse. Sull’argomento sono, ovviamente, legittime letture ed interpretazioni diverse, oggi come subito dopo la caduta di Mussolini e del fascismo. Tra le opposte tesi del tradimento e della congiura – in qualche modo ratificate da Benito Mussolini stesso nel 1944 sul “Corriere della Sera” nell’inizialmente anonimo Il tempo del bastone e della carota (Storia di un anno)    e quella di un “progetto”, lasciato furbescamente maturare dal Duce, in fondo desideroso di essere estromesso dal potere militare o anche politico (ma certo non di finire prigioniero), onde non caricare personalmente con il peso della ormai inevitabile resa dell’Italia – possibilità sostenuta dalle SS contro l’avviso di Hitler – sono state elaborate, in fase di ricostruzione storiografica e giornalistica, svariate ipotesi.

Il vorticoso giro di rapporti fra monsignor Montini, sostituto alla Segreteria di Stato di Pio XII, ed il Re, la nuora Maria Josè, Galeazzo Ciano ed emissari anglo-americani, ha pure lasciato il sospetto che il Vaticano abbia allora avuto un ruolo ben più attivo di quello di spettatore terzo. Dino Grandi, già Ambasciatore a Londra, era allora Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, un organo non elettivo e con un ruolo complementare. L’art. 2 della legge istitutiva del 1939 infatti così recitava: “Il Senato del Regno e la Camera dei fasci e delle corporazioni collaborano col governo alla formazione delle leggi”. Egli fu, dall’alto di un notevole prestigio personale, probabilmente immeritato, autore principalissimo dell’iniziativa, poi sfociata nel suo OdG per estromettere il Duce dal potere ed ottenere la pace dagli Alleati. Essa scattò nella seconda parte del 1943, ma non sarebbe stata concordata nei particolari con Vittorio Emanuele III. Nel corso dell’udienza privata con il sovrano il 4 giugno, Grandi gli espose, comunque, il suo piano. Il Re disse che solo il Parlamento o il Gran Consiglio avrebbero potuto “indicargli la strada”.

Fra le testimonianze  memorialistiche credo che rivestano un particolare valore  quelle di  Alberto De Stefani e di Luigi Federzoni. Quest’ultimo fu uno degli elaboratori e sottoscrittori dell’OdG Grandi. Le riassumo brevemente.

Alberto De Stefani (Verona, 6 ottobre 1879 – Roma, 15 gennaio 1969) era stato l’unico parlamentare eletto in una lista fascista alle elezioni del 1921. De Stefani fu un economista e docente universitario di grande ed indiscusso valore. All’indomani della Marcia su Roma (ottobre 1922), Mussolini lo volle con sé al governo come Ministro delle Finanze e del Tesoro. De Stefani da quella postazione mirò a quello che era stato l’obiettivo delle grandi personalità della Destra Storica: il pareggio del bilancio. Pareggio che ottenne nell’estate del 1925. De Stefani tornò poi all’insegnamento ed alla collaborazione con il «Corriere della Sera», salvo essere richiamato in servizio dallo stesso Mussolini alla guida di un Comitato per la riforma burocratica. Negli anni Trenta De Stefani fu contrario alla guerra d’Etiopia e, quando l’Italia strinse un’alleanza con Tokyo in vista di un nuovo conflitto, lui — in contrasto con l’opzione giapponese — accettò di diventare consulente del governo cinese.

Luigi Federzoni (Bologna, 27 settembre 1878 – Roma, 24 gennaio 1967) era stato, nel 1910, uno dei fondatori dell’Associazione Nazionalista Italiana. In ottimi rapporti con il re Vittorio Emanuele III, nel 1922, al momento della Marcia su Roma, Federzoni aveva avuto un ruolo forse decisivo nel tenere Mussolini al corrente delle decisioni del sovrano. Il Duce lo compensò affidandogli il Ministero delle Colonie e poi, per premiarlo della fedeltà dimostrata ai tempi del delitto Matteotti, nel 1924 lo spostò agli Interni, dove rimase fino al 1926. Ma anche lui, come De Stefani, negli anni Trenta poco fece per nascondere il proprio dissenso ( fu molto critico della legge sul Gran Consiglio del Fascismo che costituì il riconoscimento formale dello status costituzionale del PNF) ed ebbe alte cariche sostanzialmente onorifiche: la Presidenza del Senato prima (1929-1939), poi quella dell’Accademia d’Italia (1938-1943). Fu tra i pochissimi che nel 1938 si opposero apertamente alle leggi razziali.

In Gran consiglio, ultima seduta (con prefazione di Francesco Perfetti, Le Lettere, 2013), Alberto De Stefani  pensa che Mussolini non abbia sollevato un’eccezione di costituzionalità in merito all’ordine del giorno Grandi, «benché non potesse essergli sfuggito» che quell’iniziativa era «incostituzionale»; perciò il Duce stesso «legalizzò» in qualche modo «l’iniziativa rivoluzionaria ed il colpo di Stato del Gran Consiglio». Del resto Mussolini era da tempo «uscito dai propri limiti legali, avocando a se stesso con un atto rivoluzionario la rappresentanza del fascismo e il diritto di interessarsi, eccedendo i propri poteri, di questioni riguardanti i supremi interessi della patria».

Questa lettura della seduta del Gran Consiglio del 25 Luglio 1943, «che tende a sottolineare una dimensione rivoluzionaria e incostituzionale» e ad «avallare l’idea che in quella sede fosse stato realizzato un colpo di Stato», osservava Perfetti, «è in contrasto con le affermazioni fatte, in più sedi, da altri firmatari dell’ordine del giorno Grandi», i quali, al contrario, «hanno sempre rivendicato la correttezza giuridica dell’iniziativa e negato per essa ogni retropensiero di natura eversiva». Primo tra tutti Dino Grandi nel suo celebre 25 Luglio. Quarant’anni dopo, a cura di Renzo De Felice (Bologna, Il Mulino, 1983).

D’altro canto, lo stesso De Stefani rigetta la categoria del «tradimento», richiamando l’attenzione sul fatto che l’ordine del giorno Grandi era un «documento tattico» che offriva a Mussolini un’opzione per il superamento della crisi, mettendo in evidenza come le critiche alla degenerazione del fascismo fossero condivise anche da coloro che non avevano sottoscritto il documento. Secondo De Stefani, Mussolini aveva «già da quella notte sentito salire in sé stesso la necessità storica della sua esclusione». E questo spiegherebbe perché egli sia stato così remissivo nel corso di quella lunghissima nottata ed il giorno seguente, non aderendo neppure all’invito angosciato della moglie Rachele, non l’unico, di non recarsi a Villa Savoia:

«L’ingresso del Duce nella sala del Gran Consiglio è stato silenzioso; un’accoglienza di attesa; pareva non vedesse nessuno; rifletteva e dava l’impressione di chi si appresta ad ascoltare; la sua espressione era passiva, senza sintomi di reazione come quella di chi deve accettare un avvenimento e non vuole sottrarvisi; la macchina era stata messa in moto e avrebbe continuato a muoversi; non era più in nostro potere di arrestarne la implacabilità; noi stessi ne eravamo lo strumento; della nostra libertà si era impadronita quella misteriosa macchina che gli uomini dicono fatalità; la sua logica ci dominava e noi avevamo perduto la nostra libertà».

Ed ancora:

«Il Duce è stanco: s’abbandona sul suo scranno per cercarvi un sostegno al suo abbandono; ordina al segretario del partito di fare l’appello; siamo tutti presenti, anche coloro che soggiornavano fuori di Roma e che non avevano ricevuto l’invito; anch’essi erano tornati per un misterioso richiamo interiore; molti di noi avrebbero potuto essere legittimamente assenti, ma ognuno aveva sentito qualche cosa in sé che lo aveva fatto tornare; le risposte all’appello sono monotone, impersonali, hanno un timbro unico e sono date a mezza voce… La nostra personalità sembrava scomparsa, eravamo tutti lì per adempiere lo stesso dovere; nessuno aveva qualche cosa da esprimere di suo, di particolare che non fosse comune anche agli altri, o che anche gli altri non avrebbero detto».

Secondo Federzoni, invece, non si dovrebbe assolutamente parlare di colpo di Stato o di congiura. «Prima di tutto», scrive in Memorie di un condannato a morte (redatte mentre era rifugiato nell’Ambasciata del Portogallo, dopo il 26 luglio ’43, e pubblicate nel 2013 da Francesco Perfetti) «niente “fellonia” né tampoco “agguato”, “imboscata” ecc.: parole altrettanto gonfie di fragore quanto vuote di senso, con le quali ci si vorrebbe squalificare. Grandi preavvisò Mussolini fin dalla mattina del 22 circa la nostra iniziativa, e poi gli inviò, a mezzo di Scorza (n.d.r. Segretario del PNF), il nostro ordine del giorno». Perciò, prosegue, non si può dire che ci fu colpo di Stato; si ebbe invece l’«esercizio legittimo di una potestà statutaria del sovrano, esercizio suffragato, sebbene non ce ne fosse bisogno, dal non meno legittimo voto del Gran Consiglio».

(Da http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=0000002243257)

Albertina Vittoria ha pubblicato in Studi Storici  (1995), I diari di Luigi Federzoni. Appunti per una biografia. Il diario piú importante Federzoni lo scrisse durante l’occupazione tedesca, mentre si trovava nascosto nell’Ambasciata di Portogallo presso la Santa Sede: una settantina di capitoli, dal settembre 1943 al giugno 1944. Questo diario, o alcune parti di esso, avrebbe dovuto esser stampato dall’editore romano De Luigi, con il titolo Le memorie di un condannato a morte, ma ne furono pubblicate solo alcune puntate sul giornale «L’Indipendente» di Roma e sulla «Nuova Stampa» di Torino nel giugno-luglio 1946.

Il filo conduttore del diario del 1943-44  è rappresentato dalla riflessione di Federzoni sul ruolo svolto nel corso del ventennio fascista; laddove per Mussolini egli – come gli altri 18 membri del Gran Consiglio che avevano votato l’OdG Grandi – rappresentava il «traditore», mentre per Federzoni era il Duce che, con la sua politica demagogica e con l’aver trascinato l’Italia nell’avventura bellica, aveva tradito i presupposti su cui era nato il fascismo e nei quali lui  aveva creduto:

“Il fascismo non attuò, bensí sciupò, travisò e infirmò, con una volgarizzazione superficiale di tono demagogico, un organismo di idee in cui era un’essenza classica di ordine, di giustizia e di grandezza morale. Dal canto mio, alla vigilia della Marcia su Roma, l’8 ottobre 1922, parlando al «Lirico» di Milano in nome dei miei amici, avevo francamente indicato a quali condizioni i nazionalisti avrebbero assecondato un’eventuale azione di governo dei fascisti: rafforzamento dell’autorità dello Stato sopra i partiti; impero assoluto della legge; riconoscimento della monarchia come presidio fondamentale dell’unità e continuità della Nazione; tutela dei valori religiosi ed etici; elevazione materiale e morale dei lavoratori, accompagnata a ferma difesa dell’ordine sociale; indirizzo economico e finanziario antidemagogico. Avrò torto, ma io sono rimasto ligio a quei principi, nei quali allora pareva che tutti convenissimo”.

Era stato Benito Mussolini, «il Dittatore perpetuo, l’onnipotente padrone d’Italia per ventun anno, colui che aveva di fatto e ormai anche formalmente instaurato al posto della Monarchia una Diarchia», ad aver «contribuito per il 90 per cento al collasso dell’Esercito, con la sua opera incompetente ed incoerente di Ministro delle Forze Armate per oltre quattordici anni e poi di Comandante supremo in guerra» e ad aver portato il Paese alla disfatta. Ed era proprio questo che non gli veniva perdonato e che aveva portato i 19 membri del Gran Consiglio ad esautorarlo e molti altri a negargli la fiducia che gli avevano dato per vent’anni.

Luigi Federzoni – l’unico sopravvissuto ad essersi sempre rifiutato di conversare con De Felice – riassume in sé l’atteggiamento di quella classe politica ed intellettuale di origine nazionalista, che aveva creduto nel fascismo per il bene della nazione, ‘orianamente’ costituitasi attraverso la sua «lotta politica»: a Mussolini non veniva perdonato “l’aver dilapidato follemente il patrimonio dell’unità, dell’indipendenza e della potenza d’Italia” nella disastrosa condotta della guerra. Testimonianza del passaggio, nella storia della nazione, dal fascismo alla democrazia, il Diario esprime il travaglio di una generazione che aveva visto crollare i propri ideali e che ora (dopo la conclusione del conflitto) s’interrogava sul proprio futuro:

‘O l’Italia avrà ritrovato nei nuovi cimenti il vigore spirituale, che essa destò in sé venticinque anni or sono, e vincerà anche la minaccia del sovvertimento interno; o avrà fallito pure quest’altra prova, e dovrà correre l’alea di diventare, come la nascente Jugoslavia, un pianeta un po’ più grosso di quello nel sistema di cui Mosca è il sole”.

Circa le vicende del 25 luglio ’43 scriveva allora Federzoni:

‘Il crollo di Mussolini e del fascismo è avvenuto per il voto del Gran Consiglio. Contrariamente a quanto è stato piú volte raccontato Dino Grandi ed io, promotori del voto, agimmo di nostra spontanea iniziativa, all’infuori di qualsiasi inspirazione della Corte o dello Stato Maggiore. Per parecchi anni il compianto Italo Balbo, io e – compatibilmente con la sua continua assenza dall’Italia – Dino Grandi eravamo stati chiamati i frondeurs del Gran Consiglio, chiaramente avversi all’indirizzo totalitario della politica interna e a quello filonazista della politica estera. Nel luglio 1943 un certo rinnovamento apportato di recente alla composizione del Governo e, per riflesso, in quella del Gran Consiglio, mediante l’immissione di elementi ottimi, come De Marsico, Pareschi, Bastianini, Albini ecc., e principalmente l’impressione di sgomento prodotta dai disastri della guerra, autorizzava la speranza che un voto di biasimo dei funesti errori politici e militari che li avevano causati potesse finalmente raccogliere una maggioranza. E cosí, infatti, avvenne’. (http://web.tiscali.it/studistorici/1995/n3/1995307b.htm).

Eugen Dollmann, SS Standartenfher e rappresentante politico e personale di Himmler in Italia, gran mediatore e tessitore di accordi segreti, si occupò sollecitamente, dopo il 25 luglio e  la caduta del fascismo, di «stabilire fili di collegamento con il Presidente della Fiat, Vittorio Valletta» per mettere in piedi «un gabinetto pulito formato possibilmente da tecnici e funzionari apolitici, preferibilmente non compromessi con il fascismo». Piano che, dopo l’8 settembre e la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso, «venne accantonato con danno per tutti, italiani e tedeschi», secondo quanto poi ne scrisse quel raffinato cultore della nostra storia, cultura ed arte nel suo libro più importante, Roma nazista ed in altri articoli, poi in parte raccolti in La calda estate del 1943, (2012), con prefazione di Francesco Perfetti.

Sono trascorsi ¾ di secolo. La polvere del tempo e della storia si è accumulata su quegli avvenimenti, non stemperandone, tuttavia, né l’importanza storica, né la residua conflittualità ideale o ideologica. Fu il 25 luglio una responsabile presa d’atto del fallimento di un regime, da parte della classe dirigente, o  la rivincita delle destre, cioè il ‘fascismo regime’ al collasso, contro l’innato carattere rivoluzionario del ‘fascismo movimento’, per usare categorie defeliciane?

http://www.barbadillo.it/76191-storia-lanniversario-della-congiura-anti-mussolini-del-25-luglio-1943/

libri, storia

Mani pulite

E tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. […] Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale.” Queste parole risuonarono alla Camera dei Deputati il 3 luglio 1992. A pronunciarle fu Bettino Craxi, segretario del Partito Socialista Italiano. Nei primi mesi dell’inchiesta Mani Pulite spettò al politico milanese, il principale indagato, spiegare la verità: tutti i partiti erano a conoscenza del sistema di tangenti per l’assegnazione degli appalti pubblici.

L’unica ricostruzione possibile

A ventitré anni di distanza da Tangentopoli, Mattia Feltri – firma della Stampa e nonché giornalista di coraggiosa fede garantista – ha deciso di raccontare Mani pulite, l’inchiesta condotta da un pool di magistrati milanesi a partire dal 1992. I pubblici ministeri Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro scavarono nelle intricate e fosche relazioni tra i partiti della Prima Repubblica e l’imprenditoria italiana, denunciando un vasto giro di tangenti. Per Mattia Feltri ci sono ancora troppi dubbi da risolvere: dai metodi, giudicati eccessivamente coercitivi, ai sospettati, con tanti nomi celebri sfuggiti alle indagini. In Novantatré: l’anno del terrore di Mani pulite (Marsilio, 2016) il giornalista ricostruisce giorno per giorno il 1993, evidenziando le notizie più rilevanti. Feltri lo confessa: anche lui ha tifato, come molti, per Di Pietro e i suoi colleghi, ma adesso, a distanza di anni, ha dovuto ammettere i tanti aspetti poco chiari della vicenda giudiziaria.

Dubbi e retroscena

Cosa fu l’inchiesta Mani pulite? C’è chi la definì una congiura dei partiti o un complotto orchestrato da potenti lobby straniere. Feltri nega qualsiasi ipotesi cospirazionista, ma riconosce l’esistenza di interessi politici ed economici che in alcuni casi incentivarono il clima inquisitorio di Mani pulite. È innegabile che il 2 giugno 1992, sul panfilo della casa regnante inglese, Britannia, a poche miglia dal porto di Civitavecchia, si svolse un incontro riservato sulle privatizzazioni delle aziende pubbliche italiane. Verosimilmente la confusione politica interna agevolò la speculazione finanziaria. Nel racconto di Feltri emerge l’eccessiva mediatizzazione dell’inchiesta, costantemente sotto i riflettori dei telegiornali e di programmi televisivi confezionati ad hoc. Da casa si tifava per Di Pietro e si invocava la repressione per i corrotti. Bastava un avviso di garanzia, che non è sinonimo di colpevolezza, per essere condannato in direttissima dai media e dall’opinione pubblica. Non tutti riuscirono a sopportare questo stato di cose. Politici e servitori della giustizia, come il magistrato Domenico Signorino, o imprenditori, ricordando, per esempio, Raul Gardini, preferirono suicidarsi per sfuggire alla calunnia. Le notizie trapelavano con troppa facilità dai tribunali e i maggiori quotidiani erano propensi a pubblicare anche i verbali degli interrogatori, accentuando lo sdegno degli italiani.

Finta rivoluzione

Mani pulite fu una rivoluzione? Così la presentarono i media e alcuni partiti politici, ma essa naufragò negli anni. Il libro di Feltri ci aiuta a ricostruire con lucidità quanto avvenne nel 1993, con una disamina lontana dai fumi forcaioli che hanno segnato l’immaginario italiano di quel periodo.

http://www.barbadillo.it/75269-libri-novantatre-di-mattia-feltri-la-foto-autentica-della-falsa-rivoluzione-di-tangentopoli/

riviste, storia

Clionet, primo volume

Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi (Volume 1)
(BraDypUS Communicating Cultural Heritage, Roma 2018)

Il primo volume (2017) della rivista “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, diretta da Carlo De Maria.

Parliamo di tutto ciò che possa favorire il racconto, l’interpretazione e la comprensione del contemporaneo, facendo da “ponte” tra sensibilità e curiosità diverse. Come l’Associazione che la promuove, la rivista di Clionet è indipendente e autonoma.
Esce un volume all’anno, gli aggiornamenti online sono trimestrali.
Indice
I. L’intervista

Intervista a Emanuele Felice, Quale felicità? Una riflessione tra economia, diritto e storia
DOSSIER II/1. Architetture tra le due guerre e patrimonio urbano del Novecento a cura di Carlo De Maria

Carlo De Maria, L’interno pubblico nella città del fascismo: quali trasformazioni nel rapporto tra funzione e cittadini
Mario Proli, Un “grande set” per il culto del duce. Ipotesi di ricerca sulle trasformazioni urbane di Forlì durante il fascismo
Giuseppe Muroni, Tresigallo: la città-progetto di Edmondo Rossoni. Riscoperta, recupero e valorizzazione delle architetture di regime
Maria Elena Versari, Sospensione metafisica, retorica di regime e immagine dell’antico nel dibattito sul razionalismo italiano: dalle terre di fondazione al CIAM di Atene in “Quadrante”
Elena Pirazzoli, Distopia concreta: l’architettura e il nazismo
DOSSIER II/2. Beat e punk fra underground e controcultura (Milano, anni ’60-’80) a cura di Nicola Del Corno

Nicola Del Corno, Dai beat ai punk. Dieci anni di controcultura a Milano (1967-1977)
Marco Philopat, Il virus del punk a Milano (1977-1984)
Federico Chiaricati, Gli anni Ottanta, il punk e le bande giovanili
III. Società e cultura

Rock & Pop / Oggi

Claudio Bernardi, Le luci della centrale elettrica, “Terra” (La Tempesta Dischi, 2017)
Rock & Pop / Ieri

Alessandro Luparini, It was fifty years ago today. Riflessioni libere sull’anno più importante della storia del rock
Fumetto/Graphic novel

Riccardo Cantarelli, Davvero guerra e dittatura si addicono al fumetto?
Alberto Gagliardo, Fumetti e Shoah: una “relazione pericolosa”? Considerazioni a margine di una mostra sul tema
Arti figurative

Maria Elena Versari, Per una storia materiale del fascismo. In margine alla legge Fiano
Architettura

Elena Pirazzoli, La storia nei muri. Villa Tugendhat a Brno
Teatro

Diego Devincenzi, “Opera Fitzcarraldo”: un percorso alla riscoperta della lirica nei luoghi delle sue origini
Donatella Allegro, “Una bici tutta per sé”. La bicicletta come alleata dell’emancipazione femminile
Cinema

Domenico Guzzo, Fantozzi: ovvero la nuova e ignara schiavitù della modernità consumista
Documentario

Andrea Bacci, Eloisa Betti, “Paura non abbiamo”. L’Italia degli anni Cinquanta attraverso le lotte per i diritti delle donne e del lavoro
Fotografia

Alberto Gagliardo, Il paesaggio in questione. Su una mostra di Josef Koudelka a Bologna per “Foto/Industria” 2017
Diari di viaggio

Claudio Bernardi, Iran, maggio 2016
Escursionismo

Vittorio Ramponi, Geocaching, tesori in linea d’aria. L’esperienza del “GeoTrail Frignano” per valorizzare e vivere i beni culturali
Giacomo Bollini, Sulle orme di Arnaldo Calori nel Carso
Percorsi urbani

Denise Bartoletti, Silvia Bianchi, Alice Pazzaglini, Un memowalk a Cesena sulle tracce dei rifugi antiaerei: da una tesi in restauro architettonico a percorso della memoria
Spazi comuni

Etta Polico, R.U.S.co recupero urbano di spazi comuni: l’associazione Serendippo a Bologna
Marina de Ghantuz Cubbe, Autogestione conflittuale e rinascita degli spazi. RiMaflow, fabbrica recuperata
Terra e agricoltura

Francesco Di Bartolo, La “grande abbuffata”. L’aristocrazia terriera siciliana alla vigilia del voto referendario
Mestieri

Luigi Balsamini, L’estrazione del colore blu dal guado: appunti di storia e tecnica
Storie di paese

Francesco Paolella, Storia di Luigi R., sacerdote di montagna
Clio & Eva

Silvia Serini, Donne e Grande Guerra: narrazioni, limiti, possibilità tra ricerca e didattica
Archivi vivi

Intervista ad Alessandro Cuccu, Archivi come bene comune nelle comunità minerarie sarde. Nascita e prospettive dell’Archivio storico minerario Igea
Rosangela Pesenti, Storie d’archivio, storie in Archivio. Gli archivi dell’UDI si raccontano
Mondi digitali

Matteo Troilo, Le false notizie da Marc Bloch al Web
Polis

Thomas Casadei, Democrazia paritaria: una questione non meramente “quantitativa”
Migrazioni

Mario Tolomelli, Erika Vecchietti, Dal “charbonnage” alla “carbonnade”. Italiani in Belgio tra esclusione e integrazione
Spazio Europa

Laura Orlandini, La guerra dei simboli. Qualche riflessione sulla crisi catalana
Sport e società

Alberto Di Maria, La paradossale parabola del Palermo di Maurizio Zamparini nella storia rosanero
Cibo e cultura

Francesco Neri, Il fascino immutato del ristorante Diana a Bologna

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storia

Il grande gioco

Un altro inglese, Thomas Raikes, nel 1838 attirò l’attenzione sul pericolo della rapida crescita della potenza militare e navale russa, e pronosticò l’esplosione imminente di una guerra tra Gran Bretagna e Russia. A nutrire simili opinioni non erano solo gli inglesi. Un illustre osservatore francese, il marchese de Gustine, che nel 1839 fece un viaggio in Russia, tornò con pronostici analoghi circa le ambizioni di Pietroburgo. Nel suo La Russie en 1839, opera citata ancor oggi dai cremlinologi;  scrisse: «I russi vogliono conquistare e dominare la terra. Intendono impadronirsi con la forza delle armi dei paesi loro accessibili, e di là opprimere gli altri col terrore. L’ estensione del potere che essi sognano … se Dio gliela concede, sarà la sciagura del mondo ».
Peter Hopkirk, Il grande gioco, Adelphi, 1990

storia

Giustizia e libertà

Un libro necessario per capire cosa è stata la comunità italiana a Ginevra e in Alta Savoia tra gli anni Venti e Trenta del Novecento.

Dalle carte della polizia segreta escono i nomi dei più noti esuli antifascisti. Lussu, Rosselli, Pacciardi, Chiostergi, Reale, Garosci, solo per citarne alcuni, e un’infinità di storie di vita di personaggi oggi dimenticati. Repubblicani, socialisti, liberali, cattolici, comunisti, anarchici e giellisti, alle prese con una rete di infiltrati confidenti del regime sempre più pervasiva. Teatro di questa epopea di passione e lotta politica i caffè, i ritrovi, le adunanze pubbliche, i negozi e le case di una città, Ginevra, al centro di una fitta rete di rapporti internazionali.

Dalle tracce del passaggio del giovane rivoluzionario socialista Mussolini, intorno alle quali durante il regime si consumò un’oscura vicenda di spionaggio, alla strana storia del fratello dell’attentatore bolognese del Duce, espatriato come anarchico e divenuto confidente dell’OVRA grazie all’attrice della quale si era innamorato, ella stessa infiltrata tra gli antifascisti in esilio per screditarne la reputazione.

Una comunità variegata e spesso litigiosa quella dei fuorusciti, ma anche in grado di erigere e gestire per anni la colonia estiva di Saint-Cergues, in Alta Savoia, rifugio di antifascisti provenienti da tutta Europa. Un seme di solidarietà che diede i suoi frutti più maturi quando la stessa ex colonia durante la Seconda guerra mondiale divenne asilo sicuro per molti bambini ebrei in fuga dai nazisti, in attesa di trovare la salvezza oltre il confine con la Svizzera.

 

Una ricerca condotta principalmente  sui fascicoli della polizia segreta conservati  presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma,e i documenti degli Archivi di Giustizia e Libertà e del Fondo Fernando Schiavetti, entrambi depositati presso l’Istituto Storico della Resistenza in Toscana.

 

Autore: Fabio Montella

 

ISBN 978-88-942377-4-0

 

Pagine: 326

Domenica 13 maggio 2018

Salone Internazionale del Libro Torino

l’autore colloquia con i lettori presso lo stand di MnM & Amolà

(spazio Interscienze/Directbook)

all’approssimarsi della manifestazione saranno rese note le coordinate per raggiungerci. Grazie dell’attenzione.

MnM Print Edizioni & Amolà

Via Pavesa, 446025 – Poggio RuscoMantova

Tel. 320.0455634

http://www.mnmprintedizioni.com

https://www.facebook.com/mnmprintedizioni

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video catalogo: https://youtu.be/1E2weJpEBSU

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storia

La “Botte Napoleonica”

Conferenze e Convegni lunedì 9 aprile 2018 ore 17

Vedere l’invisibile: la poesia di Rainer Maria Rilke

Conferenza di Giuliano Sansonetti (UNIFE)

Introduce Daniela Cappagli
Marina Cvetaeva ebbe a definire la poesia di Rainer Maria Rilke “una topografia dell’anima”, dunque – per stare al nostro titolo – una topografia dell’Invisibile per eccellenza. Il nostro tentativo sarà perciò di leggere l’itinerario poetico di Rilke dal Libro d’ore alle Elegie duinesi, per citare le sue opere più celebri, come un progressivo, tenace addentrarsi nell’invisibile per mostrarlo. Ci sembra infatti che mai come per Rilke valgano le parole di Manzoni che Franco Fortini amava citare a proposito della poesia: «Un vero veduto dalla mente per sempre o, per parlare con più precisione, irrevocabilmente».
Per il ciclo “I colori della conoscenza” a cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Incontro con l’autore martedì 10 aprile 2018 ore 17

La botte napoleonica. Storia, geografia e idraulica

Presentazione del libro di Sergio La Sorda

Dialoga con l’Autore Marco Cevolani, responsabile relazioni esterne dell’Associazione Acqua Napoleonica
La “Botte Napoleonica” è un imponente manufatto progettato all’inizio dell’Ottocento (e inaugurato solo nel 1899), allo scopo di far defluire le acque di scolo della bassa pianura modenese, mantovana e ferrarese nel mar Adriatico passando sotto al Panaro e bypassando il Po. Questo volume ripercorre la storia, con numerose foto, della costruzione e dei successivi lavori di restauro raccontata dai diretti protagonisti con molte curiosità e scoperte di interesse culturale. Un prezioso libro di 256 pagine a colori che racchiude la storia delle tre perle idrauliche di Bondeno, a servizio del Territorio Emiliano-Romagnolo, corredato di foto inedite. Un documento di elevato valore storico e idraulico.
Con il patrocinio dell’Associazione Acqua Napoleonica di Bondeno

Invito alla lettura mercoledì 11 aprile 2018 ore 17

Roald Dahl, lo scrittore imprevisto

Letture e analisi di Sabina Zanquoghi, Elisa Orlandini, Linda Morini e Silvia Lambertini.

A trent’anni dalla pubblicazione di Matilde, libro che ha segnato generazioni di bambine e bambini diventati appassionati lettori, la Compagnia del Libro vuole rendere omaggio a Roald Dahl, dedicando a lui un pomeriggio di consigli di lettura. Autore creativo e scanzonato, Roald Dahl ha saputo trarre ispirazione dalle difficoltà e dai drammi della propria vita per trasformarli in strumenti di difesa e rivalsa nelle mani di grandi e piccini. La produzione dell’autore è tesa a dare speranza a tutti coloro che si sentono esclusi e bistrattati perché diversi o meno fortunati. Dalla sua penna sono usciti dei veri e propri capolavori della letteratura per ragazzi, da Le streghe a Il GGG, passando per La fabbrica di cioccolato e James e la pesca gigante e il famigerato Gli sporcelli. Lo scrittore non ha paura di parlare di mostri, streghe, sporcizia, perché sa che fanno parte anche questi del mondo, e tiene ben salda la mano del lettore nei viaggi straordinari che racconta. Lo stesso humor nero tipico dei libri per bambini di Dahl si ritrova anche nei suoi racconti per adulti, come le Storie impreviste e le Storie ancora più impreviste. In particolare uno di questi, Man from the South (La scommessa), fu adattato due volte: nel 1960 nella quinta stagione della serie tv Alfred Hitchcock presenta, e nel 1995 nel film a episodi Four Rooms, nella parte girata da Quentin Tarantino. Nato in Galles da genitori norvegesi, anche nella propria autobiografia (Boy e In solitario Diario di volo) Dahl mantiene quello stile fresco e accogliente che caratterizza tutta la sua produzione letteraria, rivolta ad un pubblico “dai tre agli ottant&rs quo;anni”, come riportavano Gl’Istrici Salani, collana che ha consacrato l’autore in Italia.
Durante l’incontro verranno suggerite letture volte a sdoganare l’idea che Dahl sia semplicemente un autore per l’infanzia. Proponendo brani tratti sia dai suoi romanzi più celebri sia da quelli meno conosciuti, La Compagnia del Libro cercherà di rendere omaggio a questa complessa e straordinaria personalità letteraria.
A cura della Compagnia del Libro – Il Gruppo del Tasso di Ferrara

Conferenze e Convegni giovedì 12 aprile 2018 ore 16,30

Volare, oh oh!

Risonanze emotive e temi psicologici nelle canzoni e nella vita di Domenico Modugno

A cura di Stefano Caracciolo
“Anatomie della mente – Anno Undicesimo”, il più longevo ciclo di incontri della Biblioteca Ariostea, prosegue il proprio percorso esplorando la psicobiografia del celebre musicista ed attore pugliese, l’unico italiano ad essere salito in cima alle classifiche discografiche statunitensi con “Nel blu dipinto di blu”, brano vincitore del Festival di Sanremo 1958 e destinato a rivoluzionare la canzone italiana.
La rassegna si concluderà giovedì 17 maggio con “Il poeta della gentilezza. Uno sguardo psicobiografico sulla vita e le opere di William Carlos Williams, medico e poeta”.
Stefano Caracciolo, medico, psichiatra, psicologo, psicoterapeuta, professore ordinario di Psicologia Clinica – Università di Ferrara / Az. USL di Ferrara. Autore di oltre 150 pubblicazioni a stampa su riviste scientifiche italiane ed estere del settore, nonché di diverse monografie, socio di numerose Società Scientifiche nazionali e internazionali. Dirige e coordina il Centro Interaziendale per i Disturbi del Comportamento Alimentare.
Per il ciclo Anatomie della mente – Conferenze dei Giovedì di Psicologia – Anno Undicesimo, in collaborazione con la Sezione di Neurologia, Psichiatria e Psicologia Clinica della Facoltà di Medicina, Farmacia e Prevenzione dell’Università di Ferrara

Invito alla lettura venerdì 13 aprile 2018 ore 17

POETANDO Incontro tra i poeti

Coordina e introduce Francesca Mariotti

Intervengono Maria Teresa Infante di San Severo di Foggia (poetessa, scrittrice), Micaela Zambardi di Ferrara (poetessa e attrice) e Katia Zanardi di Ferrara (poetessa, cantante e attrice).
Prosegue il Progetto SLOW READING a cura dell’Associazione culturale Olimpia Morata che in parte sarà dedicato alla poesia con piccole staffette in liriche alternate ad approfondimenti e interviste tra pubblico e Poeti intervenuti.
L’evento, che è giunto al suo secondo incontro in Ariostea, ne avrà da aprile tre nella sede dell’Associazione Olimpia Morata, rievocando così le antiche “tenzoni poetiche”, in quanto il pubblico potrà assegnare un punteggio a ciascun poeta e stabilire una graduatoria che si aggiornerà di volta in volta. Ad ogni incontro i poeti leggeranno ed interpreteranno le loro liriche.
A cura dell’Associazione culturale Olimpia Morata

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