gioco, storia

La storia in gioco

Gian Luca Balestra, docente di ruolo, master in Dirigenza della Scuola, dottore in Storia Sociale Europea, laureato in Storia Contemporanea, coordinatore dell’iniziativa ludico-culturale “Si Gioca” (che ha animato per diversi anni la città di Ferrara) e del sito culturale “Spigolature.it”, grande divulgatore storico, ludico e culturale.

Sabato 7 settembre
Ore 12, Conferenza “La storia in gioco. Il gioco di simulazione da tavolo e l’insegnamento della Storia nelle scuole secondarie di secondo grado.”
Ore 14, workshop “Giocarsi la storia. Un approfondimento sul tema: la Guerra Civile americana, ovvero l’inizio di una nuova era.”

Per iscrizioni e programma completo di conferenze e workshop: https://www.gradara.org/gradara-educational-training/

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Storia in viaggio

Ci sarà tempo sino a venerdì 2 agosto per iscriversi a Storia in Viaggio. Dall’Istria a Fossoli, la seconda edizione del viaggio della memoria promosso dalla Fondazione Fossoli e rivolto a tutta la cittadinanza. L’iniziativa si svolgerà nel mese di ottobre, e le tappe toccheranno il confine orientale italiano, tra Trieste e le zone adiacenti, sulle tracce dell’esodo giuliano-dalmata, che così direttamente ha coinvolto anche la storia del Campo di Fossoli e del territorio di Carpi, con la storia del Villaggio San Marco.
L’iniziativa si inserisce nella promozione, fatta nel corso del 2019 in Istria, della mostra fotografica di Lucia Castelli ‘Italiani d’Istria. Chi partì e chi rimase’, prodotta dalla Fondazione Fossoli.
Per tutta la durata del viaggio sarà presente la storica Maria Luisa Molinari, insegnante e Dottore di ricerca in Storia contemporanea, i cui studi si concentrano prevalentemente sulla storia del confine nord-orientale italiano del Novecento, con particolare riguardo all’esodo giuliano-dalmata, cui ha dedicato le tesi di laurea e di dottorato. È inoltre autrice di una monografia sul Villaggio San Marco, a Fossoli di Carpi, per la collana Quaderni di Fossoli.

La Fondazione Fossoli si avvale inoltre della preziosa collaborazione dei ricercatori dell’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia (IRSREC): Gloria Nemec, docente e ricercatrice di Storia sociale, ha affrontato in svariate pubblicazioni i processi collettivi che interessarono le popolazioni della zona alto-adriatica e i relativi lasciti di memorie. Franco Cecotti, ricercatore storico, ha pubblicato circa 40 saggi sulla storia dei confini, l’emigrazione italiana, le condizioni dei civili durante la prima guerra mondiale, la didattica della storia.

l viaggio sarà anche arricchito dalle parole di diversi testimoni, tra cui Fiore Filippaz, che accompagnerà i partecipanti nella a Padriciano, mentre la visita al Magazzino 18 di Trieste sarà condotta dal Direttore Piero Delbello.
Per ulteriori informazioni consultare il sito www.fondazionefossoli.org la pagina Facebook e il profilo Instagram Fondazione Fossoli.

Fai clic qui per vedere lo slideshow. 

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Kasserine, febbraio 1943

Grazie alla rimozione voluta della memoria e al bombardamento pluridecennale di film e romanzi nei quali abbiamo toccato i due estremi dell’auto-denigrazione e della cieca esaltazione dell’ex nemico, divenuto, chi sa come, il nostro grande amico e alleato, la maggior parte degli italiani ancora oggi ignora che non sempre gli americani ci hanno soverchiati con la loro poderosa macchina militare, e che il nostro esercito non sempre è stato costretto ad alzare miseramente bandiera bianca di fronte ad essi. Anche persone di una certa cultura, probabilmente, non hanno mai sentito parlare della battaglia del Passo di Kasserine, in Tunisia, del febbraio 1943, nella quale le forze italo-tedesche hanno inflitto una pesantissima sconfitta all’esercito americano da poco sbarcato sulle coste del Marocco e dell’Algeria, e mirante a ricongiungersi all’Ottava Armata britannica, già vittoriosa (grazie alla sua schiacciante superiorità in uomini e mezzi) ad El Alamein; una sconfitta che, dopo pochi giorni di duri combattimenti, assunse le proporzioni, materiali e anche morali, di una vera e propria disfatta. Questo, i libri di testo e i nostri professori di liceo si sono dimenticati di raccontarcelo: che a soli pochi mesi dallo sbarco in Sicilia, antefatto del crollo dell’Italia e del disonorevole armistizio dell’8 settembre, i nostri soldati, insieme ai loro camerati tedeschi e sotto l’eccellente direzione tattica e strategica di due generali germanici, Rommel e von Arnim, seppero battersi come leoni e fecero mordere la polvere ai soldati americani giunti fin laggiù gonfi di boria e convinti che, grazie al loro numero, all’efficienza logistica e alla disponibilità pressoché inesauribile di armi e materiali, non avrebbero dovuto quasi combattere, ma si sarebbero impadroniti di tutto il Nord Africa senza colpo ferire.

Questo episodio, e anche il ruolo notevole svolto dalle truppe italiane, specialmente dalla divisione corazzataCentauro e da due reggimenti di bersaglieri, è stato rievocato da una delle storie militari della Seconda guerra mondiale più obiettive, o, se si preferisce, delle meno tendenziose, diffuse fra il grande pubblico: La seconda guerra mondiale del giornalista e storico Raymond Cartier (titolo originale: La seconde guerre mondiale, Paris, Librairie Larousse e Paris Match, 1965; traduzione dal francese di Edmondo Aroldi, Milano, Mondadori, 1968, 2012, vol. 2, pp.130-132):

 

L’offensiva tedesca inizia il 1° febbraio. Riunite sotto il comando di un luogotenente di von Arnim, il generale Heinz Ziegler, la 10a e la 21a divisione corazzate cacciano gli americani dal colle di Faid, chiudendo il balcone che si erano aperti sulla piana di Gabès. Il 14 riprende l’offensiva. Con 200 carri, Ziegler prepara una manovra a tenaglia attorno alla località di Sidi, abu-Zid, un quadrato di case bianche ai piedi della dorsale orientale. L’avversario è la 1a divisione corazzata americana con forze equivalenti ma esperienza bellica di gran lunga inferiore. Un debole contrattacco fallisce. Accerchiati, molti battaglioni si arrendono. 112 carri americani vengono distrutti o catturati. Ike [Dwight D. Eisenhower] vacilla sotto il colpo. Di ritorno da un giro d’ispezione al fronte, inalberando per la prima volta la sua quarta stella, stava visitando le rovine di Timgad nel momento in cui la sua migliore divisione crollava! Anche in America si dice che egli eccelle solo nella politica e che dovrebbe cedere le operazioni militari al suo assistente inglese, generale Alexander.  Rommel ha partecipato all’offensiva. Lasciando le sue truppe non motorizzate sulla linea del Mareth, egli ha formati con l’Afrika Korps un raggruppamento del valore di una divisione corazzata con la quale ha marciato su Gafsa. Non ha dovuto combattere perché la città era stata evacuata dagli americani che si ritiravano precipitosamente su Tebessa. È una nuova rapida avanzata, tra gruppi di arabi che acclamano i tedeschi e spogliano i cadaveri. I carri armati arrivano all’aeroporto di Thelepte tra le fiamme di 30 aeroplani che gli americani hanno incendiato all’ultimo minuto. Il 17 febbraio Rommel è ai piedi della dorsale occidentale, davanti al passo di Kasserine, in collegamento con Arnim che ha appena preso Sbeitla, al centro del pianoro. Tutto il sud del fronte alleato è crollato. Ma la discordia regna nel comando tedesco. Rommel, che ha fatto 120 chilometri in tre giorni, non può comprendere perché von Arnim ne ha fatti appena 30 e cosa egli aspetti per sfruttare la sua vittoria di Sid -abu-Zid. Ignora che Arnim intende spostare il suo sforzo a nord con un’offensiva frontale nella valle della Megerda, mentre lui, Rommel, fedele alla tattica del deserto, concepisce la continuazione delle operazioni sotto forma di un vasto movimento aggirante verso Tebessa e ulteriormente verso Bona, nell’intento di piombare sulle comunicazioni del nemico e costringerlo ad evacuare precipitosamente la Tunisia. Gli arbitri, Kesselring e il comando supremo, sono a Roma. Rommel invia loro il suo capo di stato maggiore, Bayerlein, e attende febbricitante le loro decisioni. Arrivano all’una del mattino del 19 febbraio, recandogli insieme una soddisfazione e una delusione. Vengono poste ai suoi ordini alcune divisioni corazzate, ma il comando supremo trova troppo ardita l’idea del movimento aggirante verso Tebessa. Il maresciallo Rommel dovrà tenersi più ad est, marciando solo su Le Kef, al fine di non divergere troppo dalla 5a armata corazzata. Rommel deplora la riduzione della sua manovra, ma non può protrarre la discussione. Il tempo stringe. Il nemico si rafforza. Bisogna colpirlo.

L’offensiva tedesca comincia l’indomani. Rommel ha deciso di attaccare simultaneamente i colli di Sbiba e di Kasserine, libero di trasferire il suo sforzo principale nella zona più propizia. Da Sbeitla la 21a divisone corazzata marcia verso Sbiba. Attraverso Kasserine il Deutsche Afrika Korps si impegna nei solchi dell’uadi Hatab che conducono al colle. La 10a divisione corazzata e la divisione italiana “Centauro” sono di riserva, pronte a portarsi a destra o a sinistra. La terra inzuppata di pioggia si appiccica ai cingoli dei carri; una fitta nebbia ritarda l’alba e sopprime l’aurora. Ancora una volta i combattenti sono circondati dall’Africa gelida. Sui colli, gli Alleati sono ancora in piena improvvisazione. A Sbiba, un distaccamento del 19° corpo viene affrettatamente rinforzato con elementi della 6a divisione corazzata britannica. A Kasserine, il colonnello americano Stark assume, alle 6 del mattino, il comando del settore. Non ha con sé che un battaglione del 26° fanteria, un battaglione di carri e una batteria di vecchi 75 francesi. Occorrono rinforzi, ma il comando esita a sguarnire gli altri settori, avendo l’impressione che l’attacco principale si produrrà più a nord, verso Fonduk o Pont-du-Fahs. Fortunatamente per gli Alleati, i tedeschi partono da troppo lontano. La 21a divisione corazzata avanza verso Sbiba con una lentezza che irrita Rommel. Al colle di Kasserine egli aveva contato sull’azione di sorpresa del 3° battaglione da ricognizione, ma 200 motociclisti sono veramente un distaccamento troppo debole per stanare un nemico munito di artiglieria. La battaglia inizia solo alla fine del pomeriggio. Quando cade la notte, l’Afrika Korps ha preso una bicocca, il bordj Chami, a 1000 metri dal colle. Ma la linea delle creste resta agli Alleati. L’indomani cade il colle di Kasserine. I bersaglieri della divisione “Centauro” hanno brillantemente compiuto l’assalto finale. 2450 prigionieri validi contro 192 caduti: gli americani dimostrano che il loro ardore  combattivo lascia a desiderare. Kesselring raggiunge Rommel sul colle e i due marescialli passeggiano in mezzo a una quantità impressionante di materiale abbandonato. “Abbiamo molto da imparare da loro” dice Rommel facendo notare la perfezione del sistema di standardizzazione americano. “Sì” risponde Kesselring “ma anche loro hanno qualcosa da imparare da noi!”

 

Pur facendo una certa confusione fra la 131a Divisione corazzata Centauro, che all’epoca disponeva di soli 23 carri, e i bersaglieri del 5° e del 7° Reggimento, impegnati in duri scontri ravvicinati con gli americani (il colonnello Luigi Bonfanti, comandante del 7°, cadde eroicamente in combattimento), lo storico francese riconosce il valore e l’efficacia della partecipazione italiana alla battaglia del passo di Kasserine, che si risolse nella più grande sconfitta tattica dell’esercito statunitense di tutta la Seconda guerra mondiale, con una precipitosa ritirata di 140 km. in una sola settimana. Forse se ne ricordarono bene gli americani, qualche mese dopo, durante lo sbarco in Sicilia, allorché si vendicarono facendo fucilare sul posto, contro ogni legge di guerra, prigionieri italiani e tedeschi catturati nel corso della battaglia per la conquista dell’isola, nel tristemente  famoso massacro di Biscari del 10-14 luglio 1943, nel quale vennero passati per le armi 12 civili italiani, 76 militari italiani e alcuni soldati tedeschi, dopo che si erano arresi. Si trattò di due episodi distinti, una prima strage ordinata dal capitano Compton, e una seconda perpetrata dal sergente West, denunciati da un cappellano militare e che provocarono un’inchiesta, al termine della quale West fu condannato da una corte marziale, ma poi subito rimesso in servizio, mentre Compton venne assolto. Entrambi si giustificarono adducendo di aver preso alla lettera una frase pronunciata dal generale Patton alla vigilia dello sbarco: Se si arrendono solo quando gli sei addosso, ammazzali! E questi sono i signori che vollero il tribunale di Norimberga…

Le truppe italiane, che si batterono con valore fino a quando il fronte interno resse e il Comando supremo, che pur non aveva mai brillato per genialità o per fermezza, continuò ad esistere a a impartire direttive, non si macchiarono di simili atrocità, pur battendosi in condizioni materiali e psicologiche assai meno favorevoli di quelle che assistettero gli americani e gli inglesi nel 1943, prima in Tunisia e poi in Sicilia. Eppure quanti giovani italiani, e anche meno giovani, sanno che le nostre forze armate, ancora nel febbraio del 1943, a sei mesi dal crollo, erano ancora capaci di battersi con ardore e sprezzo del pericolo, e che fecero vedere i sorci verdi all’esercito più potente che il mondo avesse mai visto? Praticamente nessuno. Eppure sarebbe stato dovere degli storici, dei giornalisti, dei registi e degli scrittori tramandare quelle gesta, non per ottuso spirito nazionalistico, ma per rispetto della verità e per onorare quanti caddero sul campo dell’onore, sacrificando la vita per ritardare la sconfitta e l’invasione della patria con l’orrore dei bombardamenti aerei sulle città indifese. In un Paese normale, il cui popolo possieda sufficiente coscienza di sé e abbastanza fierezza da non vergognarsi della propria storia e delle proprie tradizioni, comprese quelle militari, l’eroico sacrificio dei carristi e dei bersaglieri del passo di Kasserine sarebbe stato tramandato alla memoria delle nuove generazioni: sarebbero stati scritti dei saggi storici e anche, perché no, dei romanzi, e girati dei film, e tenute delle conferenze. Invece qualcuno, a partire dal 1945, decise che l’Italia doveva tirare un rigo su tutte queste magnifiche pagine di valore, e che doveva essere tramandata solo la memoria di quanti combatterono per la “libertà”: vale a dire che bisognava creare il mito della Resistenza, di una lotta nobile e pura per altissimi ideali, occultando l’atroce realtà di una belluina guerra civile, nella quale italiani massacrarono altri italiani, comprese donne e ragazzi, e incrudelirono soprattutto dopo la resa dei vinti, calpestando ogni legge umana e divina per perpetrare le più efferate vendette. Il modello era sempre, guarda caso, quello dei tanto strombazzati “liberatori”, quello di Patton, che aveva incitato i suoi soldati a non mostrare pietà e a massacrare anche quelli che si erano già arresi. Così, gli eroi di Kasserine, come il colonnello Bonfanti, e quelli di altre cento e cento battaglie, dalla Grecia alla Russia, dall’Egitto all’Etiopia, e quelli caduti nei cieli e nei mari di tutto il mondo, vennero rimossi, o ricordati solo malvolentieri e a denti stretti; mentre si fabbricarono degli eroi di cartapesta, i partigiani comunisti, molti dei quali furono dei veri e propri criminali, che avrebbero meritato non gli onori dei libri di scuola e, addirittura, le medaglie al valore, ma un tribunale che li giudicasse per le atrocità delle quali si erano macchiati. Così il popolo italiano, dopo il 1945, è stato cresciuto con una educazione alla rovescia e con una consapevolezza totalmente distorta dei suoi padri e del suo passato recente: si è dato a intendere che i valorosi combattenti di Culqualber, di Nikolaiewka, di El Alamein, avevano sacrificato la vita, nel migliore dei casi, per un ideale sbagliato, mentre non esiste ideale più alto, per un soldato, che l’amor di patria, indipendentemente dal governo che esiste in quel momento storico e dalle finalità strategiche e politiche per cui la guerra viene combattuta. Non aver capito ciò o averlo capito tanto bene da volerlo cancellare dalle coscienze è il crimine di cui si è macchiata, fin dal suo sorgere, la Repubblica italiana nata dalle rovine di una sconfitta che fu umiliante solo per il modo in cui avvenne, con la doppiezza, l’inganno e il tradimento, e col misero opportunismo di voler saltare, all’ultimo minuto, sul carro del vincitore. Tale fu il prezzo che l’Italia ha pagato per essere accolta nel consesso delle nazioni, col trattato di Parigi del 1947: e ne fa fede il vergognoso articolo 16, che impone il condono preventivo ai traditori, evidentemente persone grate ai vincitori.

di Francesco Lamendola – 20/06/2019

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62138

 

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Inghilterra

Una riflessione ponderata del nostro amico Enrico Galoppini

“….Ma voi vi fate infinocchiare sempre ben bene e v’infervorate sulla Francia, la Germania… Per non parlare di quei servi ottusi che credono alle fole russofobe ed islamofobe dei media.
Il problema, a ben vedere, non è nemmeno l’America: semmai è l’american way of life, altrimenti detto “occidentalizzazione del mondo” per le plebi globalizzate. Potrà sembrare strano, ma il problema vero non sono nemmeno i famosi Innominabili, che pure di danni ne fanno.
No, il problema è l’Inghilterra, che detiene una serie di poco invidiabili record: prima rivoluzione con testa coronata mozzata (Cromwell); prima banca centrale che rende il denaro una merce; prima massoneria speculativa (Gran Loggia d’Inghilterra). Ma si potrebbe continuare con le origini del razzismo moderno (Chamberlain), del darwinismo sociale, del disumano sfruttamento dei lavoratori. Della elevazione della proprietà privata al rango di furto ed abuso (qui comincia la pratica delle enclosures, con la fine dei diritti collettivi delle comunità). Della riduzione del mondo intero a “mercato”, con la riduzione di millenarie civiltà (si pensi all’India e alla Cina) a simulacri di se stesse.

È in Inghilterra che nascono (coi prodromi a Venezia) i primi servizi segreti, in odor di magia ed inganno ontologico, ed è qui che bolle in pentola la prima “riforma” (Enrico VIII). Ed è sempre in Inghilterra che dilaga il gioco d’azzardo, così come la mania degli sport (da vedere) usati come arma di distrazione di massa.
Vogliamo parlare, inoltre, della giurisprudenza inglese per la quale le sentenze, anche le più assurde, costituiscono un “precedente”? Tutto il contrario del Diritto romano!
Chi ha poi istituito una vera centrale della speculazione mondiale come la City con tutti i vari “paradisi fiscali” da essa dipendenti?
E concludo questa galleria degli orrori con il traffico di droga, vera arma escogitata da quella allegra combriccola oggetto dei pettegolezzi dei tabloid in combutta col solito Innominabile di turno, allo scopo di forzare “l’apertura” di qualche nazione “chiusa” e corromperne nel fisico e nell’animo la popolazione.
Ma all’apice della mistificazione e dell’inganno, si è di fronte a chi, dovendo stabilire un dominio sui mari, ha elevato al rango di “baronetto” veri pendagli da forca come i pirati, salvo poi nobilitarli grazie al monopolio della fabbricazione della cultura dell’intrattenimento per grandi e piccini, nella quale anche uno stupratore d’infanti diventa giustificabile.
L’Inghilterra è il Paese della doppia morale, e con questo abbiamo detto tutto “!

Enrico Galoppini

https://www.controinformazione.info/il-problema-e-sempre-quello-da-sempre-linghilterra/

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Adesso parlo io

L’Italia e l’Europa, ad oltre mezzo secolo dal termine del Secondo conflitto mondiale, non hanno ancora “digerito” il passato che non passa. I conti con il fascismo non sono stati ancora chiusi: al Ventennio si guarda ancora o in termini assolutamente denigratori o, al contrario, apologetici. La dimensione emotiva tende, nonostante il trascorrere dei decenni, a prevalere e ad estremizzare i giudizi su tale periodo storico. Si badi! A volte la dimensione empatica può svelare quanto sfugge all’obiettività dello sguardo impersonale, scientifico. Lo dimostra, non ultimo, il libro Adesso parlo io. Un Mussolini rivoluzionario, scandaloso e sconveniente del critico e neofuturista ferrarese Roberto Guerra. Il volume è da poco comparso nel catalogo della Armando editore (pp. 128, euro 12,00). Si tranquillizzi il lettore! Non si tratta di un testo meramente elogiativo dell’operato del Duce, nostalgico e politicamente orientato. Nelle sue pagine l’autore tenta un’operazione inusitata, cogliere nell’azione di Mussolini la dimensione propriamente poietica, creativa, demiurgica sia in senso politico che intellettuale.

    Tale intento, lo si evince già scorrendo le prime pagine di Guerra, costruite su una prosa dal tratto sincopato, aforistico, nella quale non viene meno, per questo, l’affabulazione della narrazione. Il lettore, pertanto, è accompagnato dall’autore in un viaggio nel quale incontrerà uomini politici e di cultura che hanno segnato, con il loro agire, il secolo XX e gli esordi del XXI: Gramsci, D’Annunzio, Marinetti, Craxi, Prodi, Boldrini, Marconi ed altri. Guerra estremizza, rispetto al Duce: “altre analisi […] altrove pubblicate, riclonando il ‘compagno Mussolini’ metaforicamente proprio come simbolo misconosciuto nient’affatto reazionario ma rivoluzionario” (p. 9). Il neo futurista di Ferrara ci dice, e tale affermazione è coraggiosa, che Mussolini è stato, nella realtà dei fatti, rivoluzionario, e per questo tentò effettivamente di porsi oltre la destra e la sinistra, realizzando una prassi politica nazional-popolare e tradizionale, che avrebbe potuto incontrare sulla propria strada l’esperienza teorico-politica di Gramsci. Ciò spiega il sottotitolo. Una tale esegesi risulterà sicuramente sconveniente e scandalosa per l’intellettualmente corretto (di destra e di sinistra).

    Se la cinematografia contemporanea si è cimentata nella presentazione del ‘ritorno’ di Hitler, Guerra, alla luce di quanto su esposto, precisa: “Hitler come Stalin era un criminale, il duce fu anche un rivoluzionario e rivolto al futuro. Un ben altro ‘ritorno’” il suo (p. 9). Date queste premesse, lo scrittore esplicita le proprie intenzioni narrative e di critica sociale: “Optiamo per una cifra multitasking, anche letterario aforistica, futuristica appunto per chiudere il cerchio, immaginando quasi quel che scriverebbe oggi il duce, con il suo indubbio pulsionale stile giornalistico […] sul Retroventennio e soprattutto sul nascente XXI secolo” (pp. 9-10). Non un lavoro storico in senso proprio, quindi, ma un testo sul presente ed aperto al futuro.

   La prima parte del volume è incentrata sulla discussione dello spazio della politica. L’occasione è fornita dalla presentazione dei personaggi di primo piano citati, delle loro idee, intenzioni e realizzazioni. Ne emerge un quadro desolante e fallimentare, dal quale in pochi si salvano, poiché la politica del secolo breve è stata pensata in termini dicotomici, destra contro sinistra. Ciò ha permesso il realizzarsi di una serie di statolatrie, il cui momento apicale, è il caso di rilevarlo, si dà nel mondo attuale, nel quale si è manifestato, al termine dell’era degli stati nazionali, dello stato leviatano, il potere soft della governance transnazionale, vera prigione senza muri. In essa gli ultimi, non solo in termini materiali, ma anche in termini di possibilità culturali e comunicative sono silenziati, azzerati nella loro minorità. E’ la condizione vissuta da chi si pone oltre i confini dell’intellettualmente corretto.

   Per lasciarsi alle spalle tale impasse è necessario recuperare alla politica quella dimensione creativa, ben simbolizzata, suggerisce Guerra, dalla sfida alle stelle di cui si fecero interpreti Marinetti e i futuristi. Esilarante, in tal senso, è la discussione di un episodio accaduto a Milano nel 1933, riguardante la caduta di un presunto UFO, che gli consente di valorizzare la parodia di un attore dei nostri giorni “Fascisti su marte” Con linguaggio colorito il nostro autore sostiene che nella realtà contemporanea: “il razzo neofuturista oggi multiplo esiste già in volo verso orizzonti […] magari dialettici con certa neotradizione 2.0”. Si fa interprete, il critico ferrarese, dell’incontro dell’avanguardia con la Tradizione: per dirla con altri autori gravitanti in consimili aree estetiche, nostra meta non può che essere un “Antico-Futuro”. Guerra ci pare dare a tale progetto una torsione accentuatamente libertaria, transumanista e tecno-creativa. Prende, inoltre,  le distanze dalle posizioni neofuturiste espresse da CasaPound, rispetto alle quali asserisce: “certa presunta sinergia CP futurismo non esiste è una […] mistificazione orwelliana quasi” (p. 121).

   Al di là dei singoli aspetti della ricerca presentata in questo libro, che si possono condividere o meno, ciò che ci pare rilevante di esso sta nell’avere individuato quale necessità imprescindibile, il recupero della dimensione poietico-demiurgica della politica, che può realizzarsi solo ponendosi oltre il logocentrismo dominante la modernità.

http://www.barbadillo.it/82039-libri-adesso-parlo-io-mussolini-rivoluzionario-e-scandaloso-nel-saggio-di-guerra/

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L’Autunno del Medioevo compie cent’anni

La carriera di Huizinga, come studioso e scrittore, fu incentrata prevalentemente sulla storia del suo Paese ed area culturale; approfondì gli elementi estetici presenti nella storiografia e la condizione umana nei periodi di transizione ed i legami tra la cultura, l’etica, la morale medioevale e quella del Quattrocento. Tutte queste tematiche vennero raccolte nel ricordato  Autunno del Medioevo assieme ad altri importanti saggi sul XV, XVI e XVII secolo, divenuti col tempo dei veri e propri classici. Tra le opere successive, Huizinga scrisse una biografia di Erasmo da Rotterdam (1924). Dal libro Esplorazioni nella storia della cultura (1929), volse la sua attenzione prevalentemente all’instaurazione delle dittature europee, focalizzandosi sulle tendenze storiografiche a lui contemporanee, quali la ricerca e l’esaltazione dei miti, oppure sulla modifica del senso etico a causa dell’ascesa dei nazionalismi.

Homo Ludens è, viceversa, un’opera di Huizinga, pubblicata nel 1938, in cui si esamina il gioco come fondamento di ogni cultura dell’organizzazione sociale, e si evidenzia il fatto che anche gli animali giocano, quindi il gioco rappresenta un fattore preculturale. Il testo influenzerà, a vent’anni dalla sua uscita, diversi movimenti, tra i quali il situazionismo. In Homo Ludens, l’autore individua nel grande gioco della cavalleria la forma di espressione più alta della cultura medievale: “Tutto ciò che ora vediamo come un giuoco nobile e bello, una volta è stato un giuoco sacro”. E conduce una critica spietata all’età moderna: mentre nell’antichità il gioco si fissa come elemento di formazione intellettuale, la ludicità dei moderni scade nel puerilismo; riti e miti, allontandosi dal simbolo, rappresentano solo il momento ideologico di un sapere che smarrisce ancoraggi solidi, s’immerge “nelle ombre del domani”.

Studioso del passato, Huizinga considera l’esperienza del XX secolo come quella dell’assurdo e degli errori, dell’irrazionalità del pensiero e della politica. Le uniche vere realizzazioni sono, per lui, quelle tecniche. Egli, nonostante i periodi oscuri degli anni ’30 e ’40, rimase rigorosamente fedele ai criteri ed ai valori della filosofia e della storiografia razionaliste. Correnti, queste, che allora venivano messe a dura prova dagli attacchi del positivismo e della sociologia, nonché di tutte quelle correnti che, negando qualsiasi valore scientifico allo storicismo,  preludevano alla nascita di ideologie totalitarie. Le dure filippiche contro la scienza storica, lanciate da Husserl, Valéry, Peguy, Marcel, indussero Huizinga a compiere un’analisi della sua epoca ne La crisi della civiltà (1935), nel quale le cause della crisi vengono attribuite non al razionalismo – come postulavano molti ideologi occidentali coevi – bensì all’irrazionalismo: lo stesso irrazionalismo che in politica e nelle relazioni internazionali aumentò costantemente la minaccia della guerra. Ivi lo storico olandese scriverà che “nei secoli XV e XVI l’umanesimo presentò al mondo i recuperati tesori di un’antichità purificata, come esempi permanenti di sapere e di cultura, per costruirci su”.

Erede della tradizione di Ugo Grozio, padre del giusnaturalismo moderno, Huizinga sottopose a critica aspra le concezioni del diritto internazionale e dello Stato di Hans Freyer e di Carl Schmitt, denunciando la natura pseudoscientifica delle dottrine giuspolitiche totalitarie. Il XX secolo, affermò Huizinga “ha fatto della storia uno strumento di falsificazione al livello di politica statale”. Denunciò con vigore i prodotti dell’imperialismo, il razzismo, il nazionalismo esasperato, il fascismo ed il militarismo, non salvando lo stalinismo. Con i tratti del “libero conservatore”  Huizinga seppe rimanere coraggiosamente fedele ai suoi princìpi umanistici e di difesa della libertà di ricerca. Scoppiata la Guerra, i tedeschi occupanti lo deportarono, già anziano, in un lager per ostaggi; più tardi lo trasferirono in un piccolo villaggio, a De Steeg, nei pressi di Arnhem, ov’egli morì il 1º febbraio 1945, poco prima della fine del conflitto. Proprio nel lager egli scrisse due opere: Lo scempio del mondo e La civiltà olandese del Seicento, continuando a sondare la stretta correlazione fra ‘cultura’ e  ‘civiltà umana’.

 

Parecchi anni dopo l’Opus magnum di Huizinga, Jacques Le Goff, eminente rappresentante della terza generazione delle “Annales”,  torna sul problema essenziale prospettato dall’olandese, con vari saggi (tra i quali, nel 1957 Gli intellettuali del Medioevo, nel 1967 Il basso Medioevo, nel 1964 La civiltà dell’Occidente medioevale, nel 1976 Mercanti e banchieri del Medioevo, nel 1977 Tempo della Chiesa e tempo del mercante), ma con accenti diversi. Un mondo nuovo sembra per Le Goff uscire dalla crisi del Trecento. Tuttavia, sotto una pelle nuova, la Cristianità, corpo ed anima, stupisce per le sue persistenze. L’autunno dell’Età di Mezzo, tale quale l’ha visto Huizinga, sembra in quest’epoca esasperarsi, è pieno di furore, di sangue, di lacrime. Anche Le Goff sottolinea il legame intercorrente fra Trecento e Medioevo, ma proietta questa riflessione all’interno di una più vasta continuità di movimenti di lungo periodo, per i quali, se il Trecento appartiene al Medio Evo, è anche vero che esso racchiude in sé dinamiche e sviluppi destinati a dar frutto nel pieno Cinquecento. Il Medio Evo trecentesco appare come inasprito, ancor più crudele, dominato da passioni e partigianerie faziose, soprattutto in Italia, ove alla debolezza del potere imperiale si aggiunge ora la latitanza del Papato, sottomesso al potere del Re di Francia nella Corte e cattività avignonese.

 

Il sontuoso affresco della società borgognona nella vivida profondità del suo cielo serale, offerto da Huizinga alle genti studiose d’Europa all’indomani della catastrofe della Grande Guerra, diventa precocemente, oltre critiche e riserve, una delle più elevate espressioni del pensiero storico, un classico. Alla prima edizione dell’Autunno del 1919 fa seguito una seconda, rielaborata e corretta, nel ’21, quindi una terza olandese nel ’28, che riprende alcune varianti introdotte dalla seconda edizione tedesca dello stesso anno. La prima tedesca aveva visto la luce a Monaco nel 1924, così come quella inglese. La traduzione francese debuttò nel 1932, addirittura dopo quella spagnola del 1930. Finalmente, nel 1940, fu la volta della traduzione italiana, di Bernardo Jasink, per i tipi di Sansoni di Firenze, con Introduzione di Eugenio Garin. Tale dotta ed intensa prefazione verrà modificata nelle varie edizioni e ristampe successive dell’opera. Di Garin sarà pure l’Introduzione a La Civiltà del Rinascimento in Italia di Jacob Burckhardt, del 1860, che aveva conosciuto la sua prima edizione in lingua italiana nel 1876, nella casa fondata solo tre anni prima da Giulio Cesare Sansoni sulle rive dell’Arno e spesso poi ripubblicata.

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Eugenio Garin (Rieti, 1909 – Firenze, 2004) si laureò a soli 21 anni all’Università di Firenze con il filosofo positivista Ludovico Limentani. Nel 1949 diverrà Professore Ordinario nello stesso Ateneo. Disgustato dagli eccessi del ’68 ‘emigrò’ all’Università di Pisa. Fu uno dei più autorevoli storici della filosofia e della civiltà dell’Umanesimo e del Rinascimento. Nel 1944 Garin, iscritto al Partito Nazionale Fascista dal 1931, aveva pronunciato al Lyceum di Firenze una commemorazione in morte del Presidente dell’Accademia d’Italia, Giovanni Gentile, assassinato ad aprile di quell’anno dai GAP. Che ebbe, comunque, una morte socratica ed una solenne sepoltura in Santa Croce. Dove riposa tuttora anche se, di tanto in tanto, qualche starnazzante oca comunista ne chiede l’espulsione… Garin fu un formidabile e fine studioso, attivo fino ad un’età molto avanzata. I suoi interessi furono essenzialmente rivolti al pensiero dell’umanesimo e del Rinascimento. Dal Dopoguerra egli fu un operatore culturale privilegiato del PCI di Togliatti e successori, seguendo le orme di molti altri intellettuali.

estratto da http://www.barbadillo.it/81721-cultura-i-cento-anni-di-autunno-del-medio-evo-di-huizinga/

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Internet archivio



A Grand Re-Opening of the Public Domain
Friday, January 25

Public Domain
Why are people celebrating?? For the first time in decades, films, books, musical scores and images are entering the public domain!

The Internet Archive and Creative Commons invite you to kick up your heels and celebrate at the GRAND REOPENING OF THE PUBLIC DOMAIN at the Internet Archive in San Francisco on January 25, 2019 from 10-7p.m. Come meet champions of the public domain including Lawrence Lessig, Cory Doctorow, Jennifer Jenkins, and Jamie Boyle. Remix and create fantastic new works using public domain films. Get your copy of newly released Queer.Archive zine by artist Paul Soulellis, explore the films, books, sounds and tastes of 1923, and dive deep into the issues of copyright and creative reuse with the top legal scholars of our age.

Get Your Tickets Now

Public DomainIt’s the best New Year’s deal: Tens of thousands of works are now free of copyright for the first time in 20 years in the United States

Come explore our collections and experience the joy of sharing, remix, and reuse with this unbelievable selection of works, including those some of your favorite authors, including Willa Cather, Joseph Conrad, Arthur Conan Doyle, E.M Forster, Kahlil Gibran and Aldous Huxley. Watch a Charlie Chaplin movie (now free for reuse) or learn to dance that 1923 international sensation, the Charleston!

Public DomainEver since the 1998 Copyright Term Extension Act, no published works have entered the public domain in the United States (well, none due to copyright expiration). But starting on January 1, 2019, tens of thousands of books, films, visual art, sheet music, plays, and other works published in 1923 are now free of copyright. At 2 p.m. Lawrence Lessig, founder of the Creative Commons, shares his take on the future.
Schedule of Events:

10am: Doors open & registration
10-12:45 pm: Interactive public domain demos by Creative Commons, Internet Archive, Wikipedia, Authors Alliance, Electronic Frontier Foundation, California Digital Library, Center for the Study of the Public Domain, LightHouse for the Blind and Visually Impaired, the Cleveland Art Museum, and many more!
Noon-1pm: Lunch on your own in the Richmond District
1pm-6 pm: Keynote speakers, lightning talks and panels highlighting the value and importance of the public domain
6-7 pm: Reception

Please feel free to dress in 1920s attire! We sure will be.

If you can’t attend in person, we will be livestreaming the 1pm-6pm PT programming on our Internet Archive Youtube channel.

If you’re interested in volunteering during the event, we’d love your help! Please email volunteer@archive.org.

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storia

Diritto di assemblea

Ferrara Novembre 1968
11 Oltre 600 studenti sui 1.600 iscritti al liceo scientifico Roiti occupano la scuola. Dichiarano che continueranno l’occupazione fino a quando le autorità scolastiche non si dimostreranno disponibili a discutere le richieste degli studenti: diritto di assemblea, diritti democratici, funzionalità e arricchimento delle attrezzature.
12 II Liceo viene sgomberato dalla polizia. Dopo l’intervento della polizia gli studenti si recano in corteo al provveditorato. Un sostegno alla protesta viene dal presidente dell’amministrazione provinciale.
Lo stesso giorno una folta rappresentanza di giovani dell’Istituto tecnico statale di Ferrara solidarizza con gli operai che occupano l’Eridania.
13 Gli studenti ottengono il diritto di tenere assemblee all’interno degli istituti. La decisione viene annunciata al termine di una lunga riunione dei presidi convocata dal provveditore agli studi dopo aver ricevuto una delegazione di alunni del Liceo Roiti.
20 Nella facoltà di Medicina inizia una “occupazione aperta”, intesa come nuova fase di lotta studentesca per la democratizzazione dell’Università. Negli istituti di biologia e anatomia oltre 150 studenti costituiscono commissioni di lavoro per discutere sia i problemi generali, sia la funzione del medico nella società e la completa riorganizzazione del piano di studi.
27 Gli studenti che occupano Medicina solidarizzano con i lavoratori dell’Eridania in sciopero contro il licenziamento di 142 operai.
29 Viene proclamato uno sciopero generale per l’Eridania al quale, secondo i sindacati, aderiscono oltre il 90% dei lavoratori. Nel pomeriggio alcune migliaia di lavoratori partecipano al comizio indetto dai sindacati. Al termine del comizio si forma un corteo di operai e studenti che percorre le vie della città fino allo stabilimento Eridania  occupato dai lavoratori. Al ritorno un nucleo di dimostranti si dirige verso il Castello Estense dove è riunito il Consiglio provinciale. Senza alcun preavviso, la polizia, schierata per impedire l’ingresso nel Castello, carica i manifestanti. Negli scontri rimane ferito uno studente; altre decine di giovani sono colpiti dai poliziotti.
Grazie all’intervento del presidente della Provincia e di alcuni consiglieri di sinistra i giovani riescono a salire in massa nella sala del Consiglio dove espongono i fatti accaduti poco prima. Al termine dell’incontro i manifestanti formano un corteo, con alla testa il presidente della Provincia e rappresentanti di vari gruppi consiliari, e si recano in Consiglio comunale dove si svolge un nuovo incontro con gli amministratori.
30 II movimento studentesco invita ad una nuova manifestazione nel pomeriggio.

http://books.bradypus.net/sessantotto_lungo_via_emilia

Il diritto fu sancito dai “decreti delegati” nel 1974, solo che gli studenti che lo avevano richiesto, nel frattempo, avevano lasciato la scuola.

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Il 1968 a Bologna

mircoUn anno fa, in occasione del quarantennale dal 1977, la Soprintendenza archivistica e bibliografica dell’Emilia Romagna si fece promotrice di un progetto orientato a portare gli archivi bolognesi, e con essi l’intera città, a riflettere su un periodo storico che aveva rappresentato per Bologna un tornante importante nel secolo passato. Ne nacque la mostra Millenovecento77. Quarant’anni dopo: documenti dagli archivi e dalle biblioteche bolognesi, un percorso espositivo allestito nei mesi di maggio e giugno del 2017 in Archiginnasio e poi riproposto in forma virtuale, unitamente a un momento seminariale, in Archivio di Stato a Bologna nel successivo mese di settembre nell’ambito delle Giornate europee del Patrimonio.

Il bilancio di quell’esperienza – che aveva visto coinvolti numerosi Istituti di conservazione cittadini – fu più che positivo tanto che, durante la ricordata giornata seminariale di settembre, venne condivisa l’opportunità di proseguire lo scavo documentario anche sullo snodo del 1968, cogliendo l’occasione del cinquantennale che sarebbe caduto di lì a poco. È nata così l’idea di allestire una nuova mostra che – dopo un lavoro preparatorio durato oltre un anno – si è concretizzata nell’esposizione Non è che l’inizio: tracce del ’68 negli archivi bolognesi, che si inaugura l’11 ottobre 2018 nelle sale dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna ed è attesa nella Sala d’Ercole del Comune di Bologna durante il successivo mese di novembre.

Rispetto al progetto incentrato sul 1977, questa seconda esposizione ha visto accrescere il numero degli Istituti coinvolti. Si è infatti passati da sei a tredici archivi, pubblici e privati cittadini. Vale la pena ricordarli tutti: Archivio di Stato di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Città metropolitana di Bologna, Biblioteca dell’Archiginnasio, Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, Camera del lavoro di Bologna, Archivio storico CISL metropolitana bolognese, Archivio storico della nuova sinistra “Marco Pezzi”, Archivio storico dell’Università di Bologna, Archivio di storia delle donne, Archivio storico UDI Bologna, Archivio storico Unione fotografi organizzati, Istituzione Gian Franco Minguzzi.

Questa grande partecipazione ha consentito di raggiungere un obiettivo per nulla secondario: indurre gli istituti di conservazione bolognesi che lavorano (anche) sul Novecento a dialogare tra di loro, a tessere relazioni, a confrontarsi su fondi e materiali. Una collaborazione positiva, per nulla segnata da conflitti e dispute che (a sentire gli interventi pubblici di alcuni politici e intellettuali cittadini) parrebbero aver contraddistinto la vita culturale di Bologna. Un altro risultato vale la pena richiamare: il fatto che la mostra ha portato alla realizzazione di una sorta di “censimento” delle fonti disponibili sul 1968 a Bologna, offrendo alla platea di storici e ricercatori un quadro nuovo e inatteso dei molteplici percorsi di indagine esistenti e meritevoli di essere approfonditi.

Quali sono i temi trattati? Quale la chiave di lettura proposta? La mostra tenta una rilettura del periodo che va dal 1967 al 1973 attraverso materiali eterogenei selezionati alla luce di un asse tematico qualificante il ’68: la critica alla neutralità della scienza. A partire da questo particolare focus sono stati allestiti 5 percorsi tematici: la critica all’ordine globale; il movimento degli studenti medi e universitari; il mondo del lavoro e le problematiche connesse alla salute nei luoghi di lavoro; la medicina e la psichiatria; le diverse soggettività che si impongono attraverso il movimento.

Quale rappresentazione del 1968 esce da questa esposizione? In linea di massima il contesto bolognese pare inserirsi pienamente e senza eccezioni nel quadro del contesto nazionale e sovranazionale di quegli anni. Se osservato più da vicino emergono tuttavia alcuni dati interessanti, da cui si può evincere un quadro più mosso – dunque più vicino alla storia del ’68 che non al suo mito – del rapporto tra movimento e istituzioni, tra “vecchi” e “nuovi” attori collettivi. Come a dire che la richiesta di maggiore partecipazione, la messa in discussione della “neutralità della scienza” come messa in discussione più complessiva dei poteri costituiti, dei rapporti di forza operanti su scala globale, nazionale, locale per giungere fino all’ambito dei rapporti interpersonali e di genere, non era completamente estranea al mondo delle istituzioni.

Come ha scritto Marica Tolomelli nell’Introduzione generale del catalogo (in distribuzione in contemporanea agli allestimenti), “all’interno delle federazioni giovanili partitiche, dell’associazionismo femminile e soprattutto in ambito sindacale le istanze provenienti dal movimento si incontrarono con sensibilità e disponibilità a mettersi in discussione che favorirono l’instaurazione di un rapporto di dialogo, di apertura verso il movimento. Ciò in parte facilitò la mediazione politica o comunque rafforzò la pressione che il ’68 esercitò sulle istituzioni fino all’ottenimento di improcrastinabili riforme nel corso del decennio Settanta”.

Ognuno dei percorsi tematici che la mostra propone apre a questioni che, dal ’68 in poi, avrebbero profondamente orientato una serie di riforme sociali volte ad allargare la sfera dei diritti, le forme della partecipazione civile, i rapporti di genere, le relazioni tra sfera del pubblico e sfera del privato. Basti pensare alla sperimentazione di nuove forme di acquisizione e di trasmissione della conoscenza, a una diversa concezione della salute mentale e al rinnovamento della psichiatria, alla nascita degli ambulatori di quartiere e della medicina del lavoro, ai grandi passi avanti in materia di autodeterminazione delle donne e di tutela della maternità. A queste vanno aggiunti mutamenti profondi, sempre stimolati dal movimento del ’68, rispetto a ulteriori importanti questioni, come il rapporto tra sfera economica-lavorativa e ambito educativo-formativo (questione espressa con forza dalla ricerca di un dialogo e di forme di reciproco sostegno tra “operai e studenti uniti nella lotta”), la ricerca di forme di partecipazione al di fuori degli spazi istituzionali della politica, la controinformazione.

In questo complesso periodo di crescita democratica, di crescita degli spazi e di sviluppo delle pratiche di una cittadinanza intensa non tanto in termini di “popolo” quanto piuttosto nelle diverse articolazioni della società italiana di quel periodo, fatta di uomini e di donne, di giovani e di anziani, di lavoratori e lavoratrici, di studenti e studentesse, di infanzia da tutelare e di genitorialità da ridefinire. In questo processo il ’68 bolognese ha offerto un suo contributo, non eccezionale ma con tutte le peculiarità che il contesto locale presentava e che questa mostra intende rievocare.

Sono tematiche, come si comprende, ampie e difficilmente riducibili ai pannelli di una mostra; per questo il gruppo di lavoro e il Comitato scientifico che ha guidato il progetto ha pensato a una serie di eventi collaterali. A cominciare da un convegno inaugurale (venerdì 12 ottobre), passando attraverso una giornata seminariale di incontro con i protagonisti (domenica 14 ottobre nell’ambito delle “Domeniche di Carta” organizzate dal Ministero dei Beni culturali). A seguire 5 incontri in Sala anziani a Palazzo d’Accursio: 8 novembre: Il ’68 a Bologna e in altre città italiane; 13 novembre: Il ’68 nella memoria operaia; 15 novembre: ’68 e femminismo: dal contesto internazionale alla vicenda italiana; 20 novembre: Cultura diffusa a Bologna tra anni 60 e 70, luoghi e pratiche; 22 novembre: La volontà di cambiare: Crisi del modello psichiatrico, sperimentazione, territorio e istituzioni.

Nell’omonimo catalogo la Presidente del Consiglio regionale Simonetta Saliera ha voluto ricordare le numerose novità emerse dallo snodo del 1968 e che la mostra, anche indirettamente, racconta. “L’abolizione del numero chiuso nelle università, l’emancipazione femminile, lo ‘Statuto dei lavoratori’, il nuovo Stato di famiglia, il divorzio, la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza e il Servizio Sanitario Nazionale pubblico. Ognuna di queste innovazioni che hanno reso l’Italia una democrazia più forte fonda le proprie radici nelle battaglie di quell’anno ormai mitizzato. Ha cambiato il costume, la politica, la vita e la speranza di tre generazioni di uomini e di donne”. Ma, aggiunge “’68 vuol dire anche contraddizioni: un humus di tensioni anestetizzate nel culto del boom economico degli anni ’60, con le sue disuguaglianze e speranze tradite. ’68 vuol dire lotta per la Pace: il no ai bombardamenti al napalm da parte degli Stati Uniti sulla popolazione vietnamita e l’irrompere dei carri armati sovietici nella Cecoslovacchia del ‘socialismo dal volto umano’ di Alexander Dubcek”.

Mauro Maggiorani, Non è che l’inizio: tracce del 1968 negli archivi bolognesi, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. http://rivista.clionet.it/vol2/societa-e-cultura/archivi_vivi/maggiorani-tracce-del-1968-negli-archivi-bolognesi.