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La vera storia della Lega Lombarda

Quello della Lega Lombarda è un mito recente, creato dal Risorgimento romantico. Ma quale è stata la sua “vera” storia? Fu un moto patriottico? Una precoce manifestazione di nazionalismo avant la lettre? O piuttosto un patto nato dalla volontà di proteggere il benessere economico e le libertà politiche conquistati a spese dell’autorità imperiale? In questo saggio uno dei più autorevoli medievisti italiani ricostruisce quella vicenda grazie a un paziente e minuzioso lavoro di documentazione storica. La penna di Cardini restituisce gli avvenimenti, i personaggi, lo scenario sociale ed economico che fu sfondo e motore dei fatti

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Il Vittoriale

Cento anni di storia del Vittoriale degli Italiani

L’incantevole sogno

2021, pp. 224, € 23,75

La storia del Vittoriale degli Italiani ha inizio un secolo fa, nel 1921, quando Gabriele d’Annunzio, dopo l’impresa di Fiume, sceglie il lago di Garda quale propria dimora e luogo di pace. Il volume ripercorre la storia dei primi cento anni di questo luogo iconico, a partire dall’arrivo di d’Annunzio fino alle vicende dei giorni nostri.

https://www.silvanaeditoriale.it/libro/9788836648924

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La perfida Albione

Fino al giorno della sua fucilazione, non in piazza, ma nel suo rifugio vicino a Como, per opera di partigiani e agenti inglesi su ordine di Churchill che lo voleva morto, non vivo, inutile dire che il carteggio, che lui ebbe cura di distribuirne copia a suoi fidati che poi tradirono o morirono in circostanze strane, sparì anche scrupolosamente eliminato dalle incursioni di Churchill in quei paraggi nel dopoguerra.

Fu un vero e proprio complotto contro l’Italia crocefissa al doppiogioco sporco di Gran Bretagna e Francia che d’intesa vollero spartirsi il Mediterraneo e il Medio Oriente- e relative colonie – anche per motivi strategici di petrolio, e chi diceva petrolio all’epoca diceva dollaro e tutta la nuova gabbia monetaria di Bretton Woods, capeggiata dalla Fed propaggine della Bank of England e della City Corp di Londra, dal Fondo Monetario e dalla Banca per i Regolamenti internazionali, quella stessa che aveva trafugato gli ori degli ebrei deportati nei campi.

Eppure persino lui morto, tale doppiezza degli alleati non sfuggì neanche al liberale Croce che nel commentare l’ignominia del trattato di pace del 1947, scrisse che non si poteva accettare in quanto basato su falsità e, rivolgendosi figurativamente ai vincitori durante l’assemblea costituente esclamò, rivolgendosi ai vincitori:

“scosso che ebbe da sé l’Italia, non appena le fu possibile, l’infesto regime tirannico che la stringeva, avete accettato e sollecitato il suo concorso nell’ultima parte della guerra contro la Germania, e poi l’avete, con pertinace volontà, esclusa dai negoziati della pace, dove si trattava dei suoi più vitali interessi, impedendole di fare udire le sue ragioni e la sua voce e di suscitare a sé spontanei difensori in voi stessi o tra voi? E ciò avete fatto per avere le sorti italiane come una merce di scambio tra voi, per equilibrare le vostre discordi cupidigie o le vostre alterne prepotenze, attingendo ad un fondo comune, che era a disposizione.”

e poi più incisivo:

I danni arrecati dal trattato di pace, descritti da Benedetto Croce: “Così all’Italia avete ridotto a poco più che forza di polizia interna l’esercito, diviso tra voi la flotta che con voi e per voi aveva combattuto, aperto le sue frontiere vietandole di armarle a difesa, toltole popolazioni italiane contro gli impegni della cosiddetta Carta atlantica, introdotto clausole che violano la sua sovranità sulla popolazioni che le rimangono, trattatala in più cose assai più duramente che altri Stati ex nemici, che avevano tra voi interessati patroni, toltole o chiesta una rinunzia preventiva alle colonie che essa aveva acquistate col suo sangue e amministrate e portate a vita civile ed europea col suo ingegno e con dispendio delle sue tutt’altro che ricche finanze, impostole gravi riparazioni anche verso popoli che sono stati dal suo dominio grandemente avvantaggiati; e perfino le avete come ad obbrobrio, strappati pezzi di terra del suo fronte occidentale da secoli a lei congiunti e carichi di ricordi della sua storia, sotto pretesto di trovare in quel possesso la garanzia contro una possibile irruzione italiana, quella garanzia che una assai lunga e assai fortificata e assai vantata linea Maginot non seppe dare.”

Insomma, un trattato inaccettabile:

Noi italiani, che non possiamo accettare questo documento, perché contrario alla verità, e direi alla nostra più alta coscienza, non possiamo sotto questo secondo aspetto dei rapporti fra i Popoli, accettarlo, né come italiani curanti dell’onore della loro Patria, né come europei: due sentimenti che confluiscono in uno, perché l’Italia è tra i popoli che più hanno contribuito a formare la civiltà europea, e per oltre un secolo ha lottato per la libertà e l’indipendenza sua, e, ottenutala, si era per molti decenni adoperata a serbare con le sue alleanze e intese difensive la pace in Europa.

E questo tacito consenso sull’Italia come paese recintato e sempre messo sott’acqua, è visibile nella lettura storica degli eventi del dopoguerra, l’epilogo di Craxi, l’attentato a Moro e a Mattei, a Falcone e Borsellino, i fatti di Ustica, l’epoca delle stragi “di Stato”, l’operazione in codice Manipulite e tangentopoli per dirne solo alcune.

estratto da https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2021/02/10/un-po-di-verita-sulla-nostra-storia/

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La Storia si ripete

Mussolini arrivò al potere, a ottobre del 1922, dopo una “sceneggiata” – secondo i documenti riuniti nel libro Biografia non autorizzata di Benito Mussolini, di Marco Pizzuti – chiamata Marcia su Roma in cui tutti i partiti e tutte le istituzioni della Repubblica erano d’accordo, dai massoni al Re, dai liberali ai popolari, dalle questure ai militari. Tutti? No, tranne i socialisti e i comunisti, che rappresentavano il vero obiettivo da contrastare del neonato governo. Che fu la ragione per cui Mussolini fu sostenuto non solo dalla borghesia e dalla massoneria italiana, ma anche dai servizi di intelligence inglesi.

Ricordiamo che lui – a differenza dei tecnici di oggi – era entrato regolarmente in Parlamento, votato, l’anno prima grazie all’apertura fattagli da Giolitti che per le elezioni del 1921, pensando di controllare i Fasci, gli propose di entrare nei “Blocchi nazionali” insieme alle liste liberali.

Draghi arriva al potere, a febbraio 2021, dopo una sceneggiata messa in atto da Renzi e un golpe mondiale chiamato  Covid – Certificate of Vaccination Identity Digitalization – per l’ennesimo governo “tecnico” cioè non eletto (Monti, Letta, Gentiloni, Conte bis) in cui tutti si sono trovati d’accordo, dai partiti al deep state, dai massoni al Presidente della Repubblica, da Forza Italia al PD. Tutti? No, tranne i sovranisti che rappresentano il vero obiettivo da contrastare, la vera ragione per cui Draghi ha trovato sostegno non solo dagli industriali e dalla massoneria italiana, ma anche da quella internazionale e dalle loro cancellerie.

Allora Mussolini – dopo il golpe della Marcia su Roma – formò una squadra di ministri composta da 3 fascisti (Giustizia, Finanze, Terre Liberate), 2 popolari (Tesoro e Lavoro), 2 militari (Guerra e Marina), 2 democratici (Lavori Pubblici e dell’Industria e del Commercio, 1 nazionalista (Colonie), 1 demosociale (Poste), 1 liberale (Agricoltura), 1 indipendente (Istruzione: Giovanni Gentile).

Ma nel 1924 andò ad elezioni, nel tentativo di normalizzare e parlamentarizzare il fascismo.(1)

https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2021/02/14/11755/

libri, storia

Mario Trombino

Sono suoi i tre libri che presento qui:

manuale di educazione civica

Come avrete capito si parla di filosofia, nel blog dedicato ai miei ricordi personali (memorabiliadiario) scrivo come l’ho conosciuto; sono libri di consultazione per studiosi, particolarmente adatti per i professionisti dell’educazione.

Argomenti vari, storia

La democrazia in America

Da più o meno 160 anni uno spettro si aggira per l’Europa: si tratta de La Democrazia in America del visconte Alexis de Tocqueville, il libro a cui si deve ascrivere una delle più grandi finzioni della storia, ovvero  il mito del modello americano inclusivo, libero, dotato di un sistema di rappresentanza universale e privo di una vera e propria aristocrazia parassitaria che anche quando accennava a formarsi appariva comunque “poco diversa dalla grande massa del popolo di cui abbracciava facilmente le passioni e gli interessi”. Chi affronta lo studio della storia americana e della sua rivoluzione alla luce di questa classica e ingenua convinzione si rende però immediatamente conto che quella di Tocqueville è soltanto una sorta di favola e per giunta anche piuttosto superficiale perché tutte le discussioni dei padri fondatori della Repubblica avevano ben altro spirito e vertevano invece sulla costruzione di un sistema fortemente verticistico, teso a garantire in maniera ossessiva una elite di ottimati dagli errori del popolo dotato dell’arma del voto. E questo viene detto apertis verbis in molte delle documentazioni che abbiamo a disposizione. Tra parentesi è lo stesso clima che si è affermato quando si è cominciato a parlare di Stati uniti d’Europa, ma quello che interessa qui è capire da dove derivi la fortuna del libro di Toqueville, come mai sia diventato l’architrave di un gigantesco equivoco pur essendo poco più di una divagazione di un viaggiatore così disattento da non vedere quello che aveva davanti a gli occhi.

La risposta la si può trovare in Tocqueville stesso, appartenente al novero di quelle famiglie di piccola nobiltà terriera, non più sostentate dalle rendite dei piccoli feudi che avevano da tempo intrapreso la via delle professioni: era insomma a metà strada fra ancient regime e ascesa della borghesia, fra primo e terzo stato, ma ancora intensamente reazionario.  E del resto la madre di Alexis era nipote dell,’avvocato che difese Luigi XVI davanti alla Convenzione nazionale. Questa nevrotica scissione accompagnerà  Tocqueville per tutta la vita e si accompagnerà alle frustrazioni per la sua modesta cariera nella magistratura. La sua Democrazia in America nasce proprio all’interno di questa enorme e profonda faglia politica: nel 1830 una rivoluzione depone il re Carlo X di Borbone al quale Toqueville era fedele e mette sul trono Luigi di Orleans di idee più liberali, simili proprio a quelle che Tocqueville aveva cominciato a sviluppare leggendo  Montesquieu, Voltaire, Rousseau nella biblioteca paterna, ma soprattutto prendendo coscienza della sua appartenenza al mondo borghese. Insomma diviso tra la fedeltà al vecchio re e le idee del nuovo accettò di buon grado l’incarico di studiare le istituzioni carcerarie americane e salpò verso gli Stati Uniti dove rimase poco meno di un anno, parte del quale passato a vagabondare per il continente. Se ne tornò in Francia con l’idea che negli Usa ci fossero grande livellamento sociale, assenza di privilegi e uguali possibilità per tutti nella competizione sociale. In realtà questo era solo l’effetto non di un sistema politico ma dell’immenso eccesso di risorse in un Paese – continente abitato all’epoca da meno di 12 milioni di abitanti, esclusi i pellerossa che erano però stati praticamente già sterminati: insomma c’era posto per tutti anche se non si era a capotavola, il che nel folclore popolare e cinematografico si è tradotto nel Paese delle opportunità. E tutto questo è stato sostanzialmente vero sino alla metà del ‘900, ma oggi gli Usa sono il Paese che ha la minore mobilità sociale fra tutti quelli sviluppati, mostrando la filigrana di una rigida struttura elitaria che rende più chiaro e più confuso insieme ciò che sta avvenendo in questi giorni.

Non so dire se Tocqueville abbia subito delle romantiche suggestioni dallo zio, Renè de Chateaubriand che anni prima aveva vagabondato anche lui in Nord America e che condivideva la stessa appartenenza sociale, antica nobiltà dedita in seguito commerci e quindi sempre a cavallo fra due mondi, ma si rimane basiti dalla descrizione edulcorata e falsa di  un’America che in realtà era egemonizzata da un ceto possidente già prima dell’indipendenza tanto che nel 1770 l’1%  dei grandi patrimoni nelle città deteneva il 45 per cento della ricchezza e questa razza padrona era ossessionata in permanenza dalla possibile minaccia di rivolte e sovversioni che del resto non erano mancate e parevano sempre in procinto di dare l’assalto al potere. In questa logica, il tratto originale  insito nella nascita degli Stati Uniti d’America è un’operazione mimetica per creare consenso attorno alla posizione dominante di classe e mantenere il potere politico. Ma tutto questo è evidentemente sfuggito a Tocqueville che voleva solo fondare una mitologia. E si rimane anche basiti  dalla scarsissima attenzione posta al problema della schiavitù dei neri che avrebbe potuto essere un bel problema per l’idillio democratico messo in piedi  e sullo sterminio dei pellerossa: alla fine il nostro risolve tutto nel dire che queste popolazioni dovrebbero accettare completamente lingua, cultura e costumi anglosassoni per poter uscire dalla loro condizione subalterna . Insomma un tipico colonialista europeo, forse anche un tantino razzista se è vero che fu amico e mentore di Joseph Arthur de Gobineau, l’autore del Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane,  testo fondamentale del razzismo del XIX° e XX° secolo.

Ma probabilmente l’ evitare alla democrazia americana il problema razziale piaga insanabile dall’origine ai nostri giorni  accompagnata dall’invito ad essere assorbiti dalla civiltà bianca è probabilmente stato uno dei fattori di successo del libro, insieme alla denigrazione della rivoluzione francese che “aveva fatto dei morti” e all’esaltazione invece di quella americana che in realtà ne aveva fatti molti di più, ma, come dire, senza volere, senza dare alla violenza una carica politica. La grande borghesia continentale che pure era giunta al potere con i sanculotti voleva tagliare i ponti con una rivoluzione nella quale era nascosto in qualche modo il germe del socialismo e la favola americana che esaltava la libertà economica, il buon paternalismo e l’avidità nascondendone le origini e le conseguenze era l’idea giusta per costruirsi una legittimità. Se oggi non capiamo cosa cavolo stia succedendo è semplicemente perché abbiamo un’idea dell’America radicalmente lontana dalla realtà e assistiamo ai contorcimenti di un potere in qualche modo diviso, la cui etica è l’esatto contrario di quella che viene narrata.  La favola bella che ieri ci illuse e continua ad illudere.

https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/15/maledetto-tocqueville/

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Italiani Brava Gente

Pescando a caso nei vecchi articoli mi sono imbattuto per caso in una presentazione di un’opera allora agli inizi e adesso ultimata:

Il primo volume esamina gli sviluppi dell’ordinamento giuridico delle isole sotto l’occupazione provvisoria (1912-1923), poi divenuta piena sovranità dell’Italia (dal 1923 alla seconda guerra mondiale), col passaggio da un’amministrazione diretta da militari a una di funzionari civili, evidenziando le sfere di autonomia di cui godettero sino al 1936 le tre comunità insulari: greca ortodossa (numericamente preponderante), turca musulmana, israelita sefardita (di quest’ultima viene delineata anche la situazione successiva alle leggi razziali del 1938). Il libro passa poi a descrivere in quali ambiti le autorità militari italiane decisero a partire dal 1912 di intervenire nella realtà locale, organizzando in molti casi ex novo i servizi pubblici e riuscendo a superare il difficile periodo della prima guerra mondiale, per poi doversi confrontare con l’irredentismo ellenico.

Il governo di Mario Lago segnò per il Dodecaneso l’ingresso nella “modernità”: costruzione di infrastrutture ma anche rigore nell’amministrazione pubblica, ordinamento di aspetti rilevanti della vita sociale (come catasto, censimento, sanità, assistenza all’infanzia, istruzione, bilanci comunali, elezioni amministrative), sviluppo dell’economia, promozione della cultura, apertura al turismo internazionale. Il volume ricostruisce il profilo biografico di Mario Lago (un diplomatico amico di qualificati esponenti della cultura italiana di primo Novecento, egli stesso scrittore e critico d’arte) e la sua opera di governo in Egeo sullo sfondo dei complessi rapporti tra amministrazione italiana, regime fascista, enti locali, comunità etnico-religiose nonché delle esigenze di politica estera e del ruolo di Rodi come centro d’influenza italiana in Levante particolarmente nei riguardi degli Ebrei.

Il governo del quadrumviro Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon (1936-1940) segnò per le isole egee un periodo di forte pressione da parte fascista e il tentativo di maggiore assimilazione all’Italia. L’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 e l’attacco alla Grecia rimisero in questione il destino del Dodecaneso e i sentimenti filoellenici di molti suoi abitanti. Il governo in Egeo del generale Ettore Bastico e dell’ammiraglio Inigo Campioni fu seguito dall’occupazione tedesca dopo l’8 settembre 1943. Si ebbe quindi una situazione unica: un’amministrazione civile italiana, retta dal vicegovernatore Iginio Ugo Faralli, vista con diffidenza sia dai nuovi invasori sia dagl’isolani greco-ortodossi, in un territorio italiano sotto una dura occupazione militare germanica tagliato fuori da collegamenti diretti con l’Italia, mentre gli Ebrei nel 1944 venivano deportati e in gran parte sterminati dai nazisti e le isole vivevano una drammatica carestia sino al termine della guerra. Al periodo di amministrazione militare britannica (1945-1947) fece seguito la definitiva cessione del Dodecaneso alla Grecia, con la comunità italiana costretta ad abbandonare l’Egeo.

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Le radici degli italiani

Nel momento in cui forse per i rumori di guerra che ci circondano e per l’ incertezza della situazione, ci si chiede dove si andrà a finire, il Prof. Paolo Possenti con ‘Le radici degli italiani’ edizioni Effedieffe ci mostra un sentiero luminoso. Un’opera storica gigantesca, condotta sul filo di un pensiero storico – politico che fa del Possenti uno dei maggiori pensatori e politologi dell’attuale momento storico.1350 pagine di storia totalmente rivissuta e rivisitata che fanno giustizia delle storiografie “ufficiali” e spesso di stampo anglosassone che dipingono l’ Italia come un paese di seconda classe, gli italiani un popolo di soldati che scappano, che vivono della luce altrui, insomma un’ italietta. Possenti mette in crisi l’impianto protestante massonico ed anglosassone che così mira a svilire l’Italia per svilire Roma e la Romanità per svilire il Cristianesimo.Interi capitoli di storia italiana e storia europea che rivivono in questo magistrale testo di storia…(fonte: varianti.it e interviste al prof. Paolo Possenti del Possente)

Anna Rossi su Facebook

Nota: purtroppo (non a caso) il libro ha un costo spropositato: 155 euro!

Editore:EffedieffeEdizione: 2 Anno edizione: 2001 In commercio dal: 1 gennaio 2001 Pagine: 4 voll., 1335 p., ill. , Brossura

  • EAN: 9788885223271
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Sovranità limitata

di byebyeunclesam


“C’è un episodio che bisogna richiamare. Quando nel 1973 capita la guerra del Kippur, Moro rifiuta [di concedere] l’utilizzo delle basi militari della NATO per aiutare Israele. Sostiene la tesi, diventata di tutto il governo italiano, che quella guerra esorbita dall’area della NATO, quindi gli Americani non possono utilizzare le basi che sono nel nostro territorio per svolgere un’azione che è sì di aiuto anche ad un Paese nostro alleato come Israele, ma che deve tener conto che noi abbiamo una politica per il Medio Oriente di pacificazione, tendiamo alla soluzione di quel problema e non possiamo metterci contro i Paesi arabi. Pertanto, il nostro governo ritiene di assumere quella posizione e Kissinger “se la lega al dito”. Moro farà riferimento all’acredine che, a seguito di quel fatto, Kissinger crea. E’ una causa che probabilmente ha giocato.
(…) Non ci soffermiamo qui a parlare di quello che avviene a Portorico quando si riunisce lo stato maggiore atlantico e lasciano Moro fuori dalla porta, proprio nel momento in cui si discute sugli aiuti da dare all’Italia e si finisce col condizionare quegli aiuti. Siamo dopo le elezioni del 1976. E’ bene che guardiate cosa avviene a Portorico. In quel momento Moro viene lasciato fuori, eppure è ancora Presidente del Consiglio italiano; ma lui e Mariano Rumor, che è ministro degli Esteri, vengono lasciati alla porta mentre si discute degli aiuti all’Italia. Se ne escono con un comunicato in cui danno l’incarico al tedesco Helmut Schmidt di esprimere la posizione che era quella della discriminazione: “Se voi mettete al governo i comunisti, non vi daremo gli aiuti”.
Questa è sovranità condizionata, limitata, indiscutibilmente, dopo il suffragio popolare che aveva dato quei risultati e che non permetteva il grande gioco politico, perché i rapporti di forza erano quelli che erano e la politica di Moro era lungimirante. Dunque, il fatto di liberarsi di un personaggio che rappresentava quella politica era una tentazione non solo di Kissinger, anche di altri dirigenti di Stato nei Paesi europei, perché avevano timore di una diffusione della stessa formula di collaborazione in altri Paesi.”

Dall’audizione del senatore Sergio Flamigni, svoltasi il 2 dicembre 2014, nell’ambito della II Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro.
Ora in Rapporto sul caso Moro. Il sequestro di Aldo Moro, Steve Pieczenik e il golpe atlantico quarant’anni dopo, di Sergio Flamigni, 2019, Kaos edizioni, pp. 75-76.