sociologia

Achille Ardigò

Achille Ardigò, da Mario – ferroviere – e Adelaide Bertazzoni; nato l’1 marzo 1921 a San Daniele del Friuli (UD). residente con la famiglia a Bologna, negli anni ’30 prese parte all’attività dell’Azione cattolica bolognese e dal 1938 specialmente alla vita della FUCI.
Negli anni ’40, durante la guerra, frequentò l’università di Bologna, laureandosi nella facoltà di lettere e filosofia. Negli ambienti cattolici di quegli anni – e non solo in quelli – venne considerato per la sua vasta e profonda preparazione culturale, che mise, senza risparmio, a disposizione con conferenze e incontri, incentrati sui problemi sociali e politici confrontati con i principi della filosofia perenne.
Nel movimento cattolico giovanile tenne quindi – come ricordano molti giovani di quegli anni – un ruolo di primo piano nel sollecitare alla riflessione e all’aggiornamento culturale e nel proporre – o riproporre – la necessità di un’azione cattolica fondata su prospettive storiche concrete e su orizzonti pili ampi di quelli che sembravano propri della tradizione cattolica bolognese.
Fu, inoltre, collaboratore delle riviste «Architrave» e «Setaccio». Quando gli avvenimenti e le circostanze richiesero anche ai cattolici di passare «dalla reazione morale, dall’azione assistenziale alle vittime della repressione nazifascista e dall’azione militare o paramilitare, “alla motivazione e all’azione politica” nella clandestinità», operò perché questa esigenza fosse riconosciuta e assumesse connotati organizzativi consistenti, diffusi e programmaticamente fondati, anche tramite i necessari collegamenti tra città e campagna e sul piano nazionale.
Punto di riferimento costante del gruppo ristretto di giovani cattolici del quale fece parte, furono l’ex-deputato del PPI Fulvio Milani, e il dirigente dell’Azione cattolica Angelo Salizzoni. Quello di rendere possibile una presenza politica dei cattolici che, in qualche modo, indirizzasse, come tale, tutto il movimento cattolico e influenzasse il mondo cattolico bolognese, non fu un impegno facile.
Concorsero ad ostacolare questo processo, oltre che le condizioni drammatiche entro le quali si doveva operare, la natura diversa e separata, spesso chiusa – e i sospetti reciproci conseguenti – delle esperienze organizzative dei cattolici, cui deve aggiungersi la difficoltà di avere informazioni esterne e di istituire opportuni scambi con altri analoghi gruppi in Emilia-Romagna e altrove.
Inoltre, non va sottovalutato – tra le remore di questo processo – lo scarto generazionale, anche in termini psicologici, che non permise di comprendere – come del resto non fu compreso dal mondo cattolico negli anni ’20 – e di recepire nei suoi aspetti positivi «l’improvviso – per i giovani – insorgere delle vecchie bandiere e polemiche ideologiche, dopo il 25 luglio, quali espresse nella stampa liberale e poi in fogli clandestini socialisti». All’interno di questo complesso contesto, costretto dall’isolamento all’autonomia delle scelte e delle posizioni, il gruppo di giovani, provenienti prevalentemente dalla GIAC e dalla FUCI, del quale Ardigò costituiva il centro d’iniziativa e di sintesi, insieme con Angelo Salizzoni, promosse la formazione della DC, tramite una fitta rete di incontri interpersonali e privati e di convegni, che coinvolsero, tra la fine del 1943 e i primi mesi del 1944, gran parte delle strutture e delle sedi dell’Azione cattolica bolognese. «Decisivo ai fini della direzione politica dei vari gruppi e in primis delle persone che divennero poi dirigenti ed elementi attivi della DC clandestina, fu un insieme di conversazioni del tutto private e già specificamente politiche tenutesi verso la fine del 1943 in casa del rag. Alfonso Melloni ».
Le riunioni furono dedicate allo studio dei documenti e delle pubblicazioni clandestine del partito dei comunisti cristiani, fatte avere ad Angelo Salizzoni dal bolognese Paolo Moruzzi , dirigente a Roma di quel movimento. Rispetto a quei documenti e alla richiesta di aderire al partito, «il gruppo fu di contrario avviso e la scelta di un partito nuovo che continuasse la migliore tradizione “popolare” fu sostanzialmente allora compiuta». Nel corso dei primi mesi del 1944, la necessità di accentuare il carattere clandestino del gruppo, portò alla distinzione dei compiti. Ardigò prese parte all’attività formativa e culturale, incentrata nella chiesa di San Giovanni in Monte – ove fu ospite per molte notti al fine di evitare l’arresto – e assistita da mons. Emilio Faggioli , non disinteressandosi, tuttavia, dell’attività organizzativa, soprattutto in provincia. Dai «problemi politici concreti» trasse origine il contrasto tra i «quadri giovani» e il gruppo degli ex-popolari di metà giugno 1944. «I giovani chiedevano di autonomizzarsi come gruppo d’iniziativa politica […].
Dopo discussioni anche sulla denominazione, prevalse l’opinione di Angelo Salizzoni e venne formalmente costituito il “movimento giovanile del partito della Democrazia Cristiana”; vennero distribuiti gli incarichi di lavoro. Noi giovani – afferma Ardigò nella sua testimonianza – avevamo di continuo la sensazione che il gruppo degli ex-popolari (avv. Strazziari , avv. Ottani , avv. Deserti , alcuni ex sindacalisti “bianchi”) cominciasse a riunirsi con F. Milani e A. Salizzoni e maturassero programmi un po’ sopra le nostre teste.
Per quanto nel menzionato incontro di fondazione del movimento DC prevaleva la tendenza a voler costituire la Democrazia Cristiana e non il suo movimento giovanile. Angelo Salizzoni dovette impiegare tutto l’ascendente su di noi, per convincerci alla sua tesi. Egli era il leader dei giovani e il ‘nostro’ rappresentante del CLN». In questa nuova collocazione, certamente subordinata, Ardigò diede vita, tuttavia, a «La Punta», organo della Gioventù democratica cristiana, edizione dell’Italia occupata, che fu l’unico foglio periodico della Resistenza cattolica bolognese. Del periodico, diffuso anche a Ferrara e in Romagna, ne uscirono quattro numeri dal dicembre 1944 al marzo 1945.
Riprendendo, nell’articolo «Nuova Democrazia», l’allocuzione natalizia del 1944 di Pio XII, Ardigò poneva in prospettiva le linee che avrebbero dovuto seguire i cattolici alla conclusione del conflitto, mentre e ad un tempo marcava la distanza culturale e politica della nuova generazione democratico cristiana dalla generazione dei popolari. Affermava: «per incapacità costruttiva non deve infrangersi, ancora una volta invano, l’edificio della pace tanto faticosamente costruito su questa seconda guerra mondiale, combattuta, a distanza di neppure trent’anni, contro la stessa rabbia imperialistica della violenza, contro lo spirito teutonico dell’aggressione, contro il parassitismo belluino delle forze dittatoriali e militaristiche». Per questo «una gigantesca opera» attendeva i giovani cristiani. «E l’avvento del “Regnum Dei” che – sottolineava – s’attua anche attraverso le vie inevitabilmente difficili ma proficue della politica, del partito, della vita nazionale, dove il pianto che si alza dalle macerie e dai lutti di quest’infelicissima Italia ha da esser consolato nel fattivo amore filiale che ci avvinca a questa terra, tradizione di spiritualità cristiana, la quale ci ha donato, come in un istinto, il senso della libertà e dell’amore. Per un vero cristiano oggi non è più lecito credere alle possibilità della rinuncia alla vita sociale. La tranquillità e l’ordine saranno il frutto solo della nostra forte azione politica, severa verso gli opportunismi e la disonestà d’ogni condizione e gravezza. Ai giovani la Democrazia Cristiana, che vuole essere la nuova democrazia additata dal Pastore dei popoli, apre le sue compagini già provate dalla lotta contro l’oppressore ed accese dai valori perenni della libertà e della giustizia sociale, per gettare le basi della nuova Italia che sarà come noi vogliamo, secondo una sola ambizione: quella che, dal tormento di tutta questa giovinezza agitata dal vento gagliardo della battaglia, scaturisca lo spirito chiarificatore della pace».
Riconosciuto partigiano nella 6a brg Giacomo dall’1 settembre 1944 alla Liberazione. Testimonianza in RB1. Ha pubblicato: (a cura di), Società civile e insorgenza partigiana, Bologna, 1979. [A]

https://www.storiaememoriadibologna.it/ardigo-achille-499127-persona

Opere

  • A. Ardigò, Crisi economica e welfare state: tre interpretazioni e una speranza, in “La ricerca sociale”, n.13, 1976.
  • A. Ardigò, Toniolo: il primato della riforma sociale, Bologna, Cappelli, 1978.
  • A. Ardigò, Crisi di governabilità e mondi vitali, Bologna, Cappelli, 1980.
  • A. Ardigò, L. Mazzoli, Intelligenza artificiale: Conoscenza e società, Milano, FrancoAngeli, 1986.
  • A. Ardigò, Per una sociologia oltre il post-moderno, Bari, Laterza, 1988.
  • A. Ardigò, L. Mazzoli, L’Ipercomplessità tra socio-sistemica e cibernetiche, Milano, FrancoAngeli, 1990.
  • A. Ardigò, L. Mazzoli, Le nuove tecnologie per la promozione umana: Usi dell’informatica fra macro e micro comunicazioni, Milano, FrancoAngeli, 1993.
  • A. Ardigò, Società e salute – lineamenti di sociologia sanitaria, Milano, FrancoAngeli, 1997.
  • A. Ardigò, C. Cipolla, Percorsi di povertà in Emilia-Romagna, Franco Angeli, 1999, ISBN 88-464-1368-7, 384 pag.
  • A. Ardigò, Volontari e globalizzazione, Dehoniane, 2002, 142 pag.
Società, sociologia

Grasso che cola

Ciò spiega perché  da noi non ci sono i Gilet Gialli a sfilare per la capitale, che viene sepolta dalla sua rumenta sovrabbondante, altro segno della “società signorile di massa”. Perché un paese, una società  tollerano una disoccupazione giovanile del 30%, senza allarmarsi, spaventarsi e imporre politiche di sviluppo.

I giovani non sentono “la durezza del vivere” (come auspicava Padoa Schioppa)  sulla loro pelle, quindi non sentono l’urgenza di migliorarsi con sforzo e energia e carattere per sopravvivere. Sono quindi come sedati. E vivono in mondi di fantasia. Senza il contatto con la cruda realtà.

Ma  perché dovrebbero studiare, sforzarsi, migliorare? L’intera ideologia “permissiva” –  attraverso le mille   voci di pubblicità, spettacolo, sinistra fucsia  –   e dozzinalmente edonista li incita a godersi la vita, a  non impegnarsi in nulla; ora  ci si è messa persino la Chiesa,un tempo predicatrice di una morale rigorosa ed oggi  accoglientista e LGBT.  Sia chiaro che non è una colpa privata e individuale, quella di cui si accusa la gioventù vuota che vive del grasso che cola: è che sono mancati i traguardi, gli scopi a cui tendere, che non possono essere individuali ma   hanno da essere collettivi. Indicati da un potere legittimo capace di porli, ed anche di imporli per far vivere l’Italia all’altezza della civiltà, anche nel futuro.

Ora, i quarantenni – Di Maio come Salvini e come i giovini Letta – non hanno alcuna idea di un sistema industriale, di come deve essere e di come deve funzionare ed essere creato e difeso. Di Maio non puo’ che chiamare gli imprenditori “prenditori”, come tutti i grillini del Sud, perché non conoscono altri imprenditori che i palazzinari loro padri, semianalfabeti, dipendenti dai lavori stradali eterni sulla Salerno-Reggio Calabria. E sono troppo “signori” per mettersi a studiare le industrie del Nord che esportano e funzionano , i loro problemi e la loro natura: hanno già studiato abbastanza. Salvini, come s’è visto, non legge i dossier. Anzi non legge niente,e c’è da aver paura a un suo ritorno al governo con “pieni poteri”. Lui e i Di Maio non hanno saputo pensare ad altro progetto economico che aumentare un po’ i consumi; come, in fondo, Renzi con gli 80 euro. Gualtieri e i PD al governo che puntano fa far emergere il nero di idraulici e badanti, mentre le nostre aziende spostano la loro sede fiscale in Olanda o Lussemburgo sottraendo dl Fisco miliardi.

Ancor più pericolosa è la caterva di “giovani” nella magistratura: gente che non sa di latino e dunque di diritto romano, che ignora la filosofia del diritto ed ha della legge una idea sommamente rozza e sommaria, da una parte di puro positivismo giuridico, senza alcuna idea dellla responsabilità di “fare” giustizia, dall’altra l’uso della legge e dei suoi rigori (carcerazione preventiva, intercettazioni, manette agli evasori…) per scopi di parte.

Avviene così che la generazione della società signorile di massa sta portando il paese al declino, in perfetta buona fede, ascoltando capi ignorantissimi come Beppe Grillo con le loro fantasie di decrescita. Ignoranti che generano altri ignoranti – ma saputi – e consumano, sprecano, i capitali dei nonni che potrebbero essere usati per un grande progetto di rinascita nazionale – che nessun “dirigente” con voce in capitolo è in grado di elaborare ed indicare.

https://www.maurizioblondet.it/la-necessaria-dejnuncia-di-luca-ricolfi-sul-grasso-che-cola/

sociologia

Teoria della classe disagiata

ll ciclo è questo:

1- si deindustrializza il Paese e se ne distruggono i corpi intermedi;
2- le classi subalterne accettano il processo e spingono per la ricerca della loro felicità attraverso il circuito edonistico dell’intrattenimento;(il c.d. riflusso: primi anni ’80 N.d.R.)
3- resesi atomi alla ricerca del godimento illimitato, esse non sono in grado di organizzarsi e non hanno più i luoghi politici, economici e sociali per farlo;
4- non pensano più che possano esistere soluzioni politiche ed egemoniche.

Quindi il lavoro culturale non viene più messo in piedi per fare del bene alla società, semmai ci si limita ad intrattenerla con i meme per la propria autorealizzazione (bellissimo il pezzo del saggio sulla produzione memetica), non certo per creare un mondo migliore. Per questo il lavoro culturale è vissuto come un’opportunità, non come qualcosa che debba garantire lo sviluppo della società: il lavoro culturale e politico non è più visto come servizio agli altri ma solo come realizzazione di se stessi.

Francesco Berni in http://appelloalpopolo.it/?p=35931&fbclid=IwAR3BIF1-R_pd9yq0zCda7yp-0t2LCP9T_JxRAxJ02OyQK5nCFTDFiPenHMo

sociologia

La democrazia dei creduloni

Un mondo interconnesso. Notizie immediatamente disponibili. Un mercato mondiale in cui vendere con poco sforzo (economico e mentale) i propri prodotti cognitivi. Uno scambio immediato di opinioni e informazioni. Questo è il meraviglioso strumento che il web ha reso disponibile alle democrazie. Uno strumento che sembra però esaltare alcuni pericolosi difetti naturali del nostro modo di pensare, primo fra tutti la pigrizia mentale. Le soluzioni facili sono le più economiche: credere è molto più economico che ragionare. Il web è uno strumento di democrazia che abbiamo il dovere di difendere e affinché diventi davvero utilizzabile per nutrire la democrazia della conoscenza è necessario però imparare a utilizzarlo, è necessario arginare una pericolosa deriva verso una democrazia non già di sapienti, ma di creduloni. (Silvia Morante)
Gérald Bronner è professore di Sociologia, membro dell’Institut Universitaire de France e dell’Académie des technologies francese. È esperto di credenze collettive e di fenomeni cognitivi sociali. Su questi argomenti ha pubblicato molti libri, tra cui Empire des croyances (PUF, 2003), che è stato premiato dall’Académie des Sciences Morales et Politiques, e La pensée extréme: comment des hommes ordinaire deviennent des fanatiques (Denoel, 2009), tradotto in italiano per il Mulino, con cui ha vinto il premio europeo Amalfi per la Sociologia e le Scienze sociali.

sociologia

Genere e sesso

Illich fu un radicale nel senso più autentico, ovvero uno che va alla radice dei fenomeni per portare alla luce il lato oscuro della nostra civiltà, l’ideologia dello sviluppo illimitato. Rifuggendo dalle tesi metafisiche con la stessa energia con cui rigettò il massimalismo di Marcuse, svolse una penetrante indagine sugli effetti perversi dello sviluppo tecnologico moderno, passando dalla denuncia dell’inefficienza e della strumentalità del sistema scolastico che non educa, ma addestra all’adesione acritica ai fondamenti dell’ipermodernità, alla medicalizzazione della vita, alla paradossale paralisi dei trasporti per sovraccarico, sino alla crisi ecologica. Colse la pericolosità di un fenomeno centrale della nostra epoca, l’inversione di senso delle pratiche più basilari della vita umana, sottratte al limite e alla sorgente creativa disseccata della libertà personale.

Se è vero che esiste un kairòs, il momento giusto, la pienezza del tempo, l’ora di Ivan Illich è adesso. Ne è convinto il filosofo Giorgio Agamben nella densa introduzione dell’opera più problematica del prete di Cuernavaca, Genere e Sesso, il cui sottotitolo è “per una critica storica dell’uguaglianza”. Le sue opere degli anni 70, Descolarizzare la società e Nemesi medica lo avevano reso famoso e controverso, con un giudizio sospeso tra quanti lo consideravano un critico cristiano di scienza e tecnica in nome di ideali comunitari retrogradi o, al contrario, il “primo ricercatore sociale della nostra epoca, come Marx lo fu della sua” (Gilles Martinet e Jean Marie Domenech).

Un’altra lettura lo inquadra come esponente iconoclasta dell’onda lunga del Sessantotto. Possiamo considerarlo come il più complesso, problematico e trasversale degli autori comunitaristi, inclassificabile in qualsiasi categoria ideologica, eccetto, crediamo, nella personalità intimamente cristiana, di cui è testimonianza ciò che Illich scrisse nell’introduzione di Genere e sesso. “Nello studio della storia, è diventato per me motivo di scandalo sempre maggiore il fatto che gli orrori della modernità possano essere compresi solo come sovvertimento del Vangelo. (…) Mi ha spinto la ripugnanza di fronte alla corruptio optimi quae est pessima. Questa corruzione di ciò che è eccellente (il Creato N.d.R.) è per me l’enigma su cui fare luce.”

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Paolo Giatti, OFFERTA FORMATIVA E OFFERTA OCCUPAZIONALE NEL TERRITORIO DEL COMUNE DI BONDENO, 1994

Di questi tempi sarebbe improponibile: ” E’ oggettivamente una generazione di vittime, a partire dal materialismo pratico, dall’indifferenza a principi stabili come a vite radicate in un luogo ed in destino. Vittime dell’istruita ignoranza in cui sono stati cresciuti, della falsa equivalenza di ogni valore, della tolleranza di tutto senza giudizio di merito, diseducati alla riflessione, inclini al disprezzo per il sacrificio, trascinano la vita in un individualismo massificato il cui esito è il cinismo, la competizione ad ogni costo, la logica dei “vincenti”, la strumentalità e fungibilità dei rapporti” Roberto Pecchioli

https://www.scribd.com/document/369347507/Capitolo-III

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Prigionieri del fuori

Spigolature da una intervista a Marco Adorni, curatore con Fabrizio Capoccetti di “Prigionieri del fuori. Ordine neoliberale e immigrazione”, BFS edizioni.

“Il dibattito pubblico sulle migrazioni è spesso attraversato da petizioni di principio, come l’idea che, siccome le civiltà sono nate dall’incontro, allora ogni limite (culturale, confessionale, sociale, economico, ecc.) è il male. In un’argomentazione di questo tipo si omette una parte importante della storia del genere umano: il fatto che l’incontro con l’altro non sia mai stato qualcosa di semplice, naturale e pacifico; inoltre, non ci si avvede che la logica no borders è quanto di più utile al neo-liberismo: che cos’è il potere odierno se non una forza sociale transnazionale che sconvolge i confini, abbatte ogni limite, devasta il diritto, privatizza il pubblico, agendo unicamente per incrementare la propria potenza? Per cui, l’immigrazione è tutto tranne che un fenomeno neutrale.”

“Carl Schmitt definiva il ‘politico’ ciò che dava forma e organizzazione all’unità politica in quanto tale, un pouvoir neutre senza cui la lotta politica sarebbe scomparsa. Ma la neutralizzazione di cui parlava il giurista tedesco non ha a che fare con quella attuale, caratterizzata da un potere ontologico, poiché si produce nell’annientamento stesso dello Stato, cioè dell’unità politica, a tutto vantaggio della logica del capitale contemporaneo, che è quella di transnazionalizzare, cioè trovare radicamento stabile nel ‘fuori’, nell’eccezione permanente (ove risiede la vera sovranità globale). Occorre comprendere che non siamo più cittadini di Stati democratici, ma soggetti passivi che vivono e lavorano in uno spazio astratto, un ‘oltre Stato’ anomico e invisibile, dove formazioni predatorie dotate di competenze e strumenti, composte da specialisti e uomini di governo, possono dominare indisturbate, precarizzando lavoro e diritti, inquinando l’ambiente e costringendo centinaia di migliaia di persone prive di cittadinanza a spostarsi continuamente, mettendo così a rischio quel poco che resta degli Stati territoriali e della loro sovranità. Che cosa sono, dunque, i migranti? La prefigurazione di ciò che stiamo diventando tutti: prigionieri del ‘fuori’.”

“Perché non si prova a interrogarsi sulle ragioni geopolitiche dei movimenti umani? Perché non si prova ad affrontare politicamente il fallimento di gran parte degli Stati africani o la loro totale soggezione al potere delle multinazionali occidentali? Perché non di cerca di risolvere il problema dei migranti aiutandoli ‘a casa loro’ – il che non significa realizzarvi campi di concentramento? Perché sono proprio il caos e l’assenza degli Stati a permettere l’estrazione di enormi fortune dai territori di partenza delle masse di disperati verso l’Europa. Ora, bisogna ‘creare dei confini’, che permettano di restituire identità a queste masse umane, e dentro tali confini istituirvi Stati democratici e funzionanti; ciò implicherebbe automaticamente occuparsi anche dei nostri confini, cioè del ‘noi’ e del nostro altrettanto legittimo bisogno di sicurezza e ordine: ogni luogo è unico e unico è ogni popolo.”

“Non credo, sinceramente, che si riuscirà, in questa situazione, a costruire un discorso differente sull’immigrazione, almeno finché, soprattutto a sinistra, non si smetterà di depoliticizzare la riflessione etica, il dibattito pubblico, l’economia e la società italiana. Parlare di accoglienza di migranti senza affrontare la questione del lavoro, la precarizzazione della vita in tutti i suoi aspetti, l’impunità imperante e la crisi dello Stato di diritto, non farà che rafforzare l’identificazione tra la sinistra e il potere.”

Fonte: Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 3/2018, pp. 183-188.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sociologia

Pareto e le élites

Siamo in tempi di rivolta contro le élites. La Brexit guidata da Boris Johnson e Nigel Farage in Gran Bretagna, la vittoria di Donald Trump negli Usa e la sua politica economica e internazionale, quelle di Viktor Orban in Ungheria, Sebastian Kurz e Heinz Christian Strache in Austria, Andrej Duda in Polonia, Matteo Salvini e Luigi Di Maio in Italia, sono tutte tappe di questo processo che sta cambiando la fisionomia politica del mondo occidentale. Non è certo la prima volta che accade: “la storia è il cimitero delle élites” scriveva cent’anni fa il maggiore specialista della questione, il sociologo Vilfredo Pareto. E la sociologia della politica è l’anatomo patologo che studia le cause della loro morte. Quali sono le cause della (almeno apparente) fine delle élites recentemente affossate? E che lezioni ne possono trarre i nuovi vincitori? A leggere gli appunti di Pareto, tra i quali mi aggirai in gioventù a Losanna, la ragione principale di queste disfatte è sempre il rifiuto di cooptare tra le proprie file gente nuova, che voglia davvero rigenerare la classe dirigente. La battuta di Renzi sui padri che “hanno mangiato, ma poi si sono alzati senza pagare il conto” non era male, c’era del vero. Peccato che poi al tavolo si siano seduti i figli di quei poco onorevoli padri, ed abbiano fatto lo stesso, mentre il popolo si era ormai stufato di assistere alla sequenza dei banchettanti strettamente imparentati. In generale, comunque, un’élite va al cimitero quando «gli interessi materiali hanno preso il sopravvento» sugli slanci umani e ideali. Come spiegava appunto Pareto.

Giuseppe Prezzolini fondatore de La voce, altro “enfant terrible” della scena politica italiana, gli dava manforte nell’articolo «L’aristocrazia dei briganti»: «siamo con Pareto nel disprezzo “per tutta quella parte di classe dominatrice paurosa, imbelle, atrofizzata per l’inerzia… suicida di paura”». Ecco: l’inerzia per paura, rimane da allora (alla vigilia del fascismo) una delle principali caratteristiche delle élites malate, destinate ad essere sostituite da quelle più fresche e dinamiche. Anche perché più motivate dal punto di vista ideale, che le vecchie élites non considerano affatto. La prevalenza di interessi materiali produce infatti in esse un appesantimento, un’intossicazione nelle motivazioni (che Pareto chiama: “residui”), provocando una sorta di sclerosi, un rallentamento nel ricambio e nel movimento. Mentre la presenza di ideali e di attenzione agli interessi collettivi fornisce ai nuovi dirigenti il coraggio di sviluppare e usare la forza, con una determinazione di cui le vecchie élites impaurite non sono più capaci. Iniziative come quella di Matteo Salvini di chiudere i porti alle navi e ai trafficanti di esseri umani, o di Giuseppe Conte che rifiuta di votare il documento Cee nella sua interezza, costringendo gli altri Stati a discuterlo punto per punto, entrando nel merito, sono iniziative forti, impossibili da assumere se dietro non ci sono obiettivi sentiti, che vanno al di là degli interessi individuali. Sono cose possibili solo a chi ha qualità del tipo umano dei “leoni”, che Pareto contrappone a quello delle “volpi”; utilizzando queste categorie già illustrate da Nicolò Machiavelli, capostipite della teoria realista della scienza politica in età moderna (cui anche il sociologo italo-francese aderisce). Il principe dovrebbe comunque avere entrambe le qualità: “Bisogna essere volpe per conoscere ed evitare i lacci, e leone per spaventare i lupi “. Per Pareto, però, i leoni sono i politici che danno una forte importanza agli equilibri che garantiscono l’indispensabile continuazione della società (umana e animale), mentre le volpi astutamente giocano tra le diverse combinazioni possibili, spesso per il proprio interesse personale. I leoni sono i difensori della sicurezza di tutti i cittadini, mentre le abili e veloci volpi corrispondono secondo Pareto agli speculatori, che si diffondono nelle civiltà giunte all’apice della ricchezza, ma dirette verso sicura decadenza appunto per la scarsa attenzione al benessere e sicurezza collettiva. Le volpi-speculatori erano visti già da Pareto (che li chiamava i “virtuisti”) come protagonisti di tempi di decadenza, specializzati nell’agitare ideali umanitari o egualitari pur di fare quattrini. Cent’anni dopo quei “virtuisti”, furbi sfruttatori di sbandierate “virtù” di cui parla Pareto, abbiamo George Soros, il più grande speculatore della nostra epoca, vecchia e astutissima volpe della finanza internazionale, capace di costringere (ad esempio) in un colpo solo Italia e Inghilterra a svalutare lira e sterlina. Da anni Soros, oltre a speculare contro i diversi interessi nazionali, si batte per la libertà di immigrazione e assieme dei diversi “diritti”, scegliendoli accuratamente tra quelli più destabilizzanti per le culture tradizionali dei diversi paesi. Tanto che Orban ha fatto una legge apposta per impedire alle sue Fondazioni di operare in Ungheria: un caso di studio nella contrapposizione tra élites finanziarie internazionali e interessi di comunità e popoli locali. La lotta serrata tra élites e popoli non è insomma un’astratta elucubrazione, ma un fenomeno storico ricorrente, che spiega precisi fatti della realtà (come fa Pareto, studioso realista). Dalla rivoluzione francese in poi, comunque, le élites furono sempre più spesso non realiste ma “progressiste”, illuministe: convinte dell’inarrestabile progresso della storia insieme a quello della tecnica. Vi appartiene, ad esempio Francis Fukuyama, il professore di Harvard (molto discusso nella sua stessa università) che dopo il crollo del comunismo scrive: La fine della storia. Ormai -sostiene- non ci sono più ragioni di conflitto: finalmente finite le religioni, le ideologie, le credenze irrazionali. Eravamo (quasi) in un paradiso; naturalmente capitalista.

Gli rispose il suo vecchio prof. Samuel Huntington con lo Scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale facendo con realismo notare che dopo la fine dell’URSS in realtà riappaiono le vecchie divisioni e antagonismi tra le antiche culture precedenti a Carlo Marx: Occidentale, Cristiana orientale (ortodossa), Latino-americana, Islamica, Indù, Cinese, Giapponese, Buddista, Africana. Del resto, già in quegli anni diventava visibile la fine della secolarizzazione (morte di Dio e delle credenze religiose), e il riemergere delle preesistenti religioni, in realtà mai morte. Progressiste per interesse, più che per l’umanitarismo più o meno sbandierato, le élites illuministe vengono poi periodicamente affondate (oltre che dalle proprie debolezze) per la loro lontananza dalla gente comune e dai suoi sentimenti, speranze, fedi. L’élite infatti sostituisce la fede religiosa con quella nel progresso, secondo la quale ciò che è accaduto non si ripresenterà e la storia continuerà la sua ascesa. È l’elegante e pagatissimo Tony Blair che lancia l’appello contro il ritorno di “populismi e dazi identici a quelli degli anni 30”. Ma perché si sorprende? Se un commercio internazionale dove sostanzialmente vige la legge del più forte crea disoccupazione e povertà, qualcuno metterà i dazi! La fame vince seccamente la fede nel progresso. Tornano così antiche soluzioni, come appunto il populismo che del resto Cristopher Lasch (il grande sociologo del narcisismo) considera una “tradizione del pensiero democratico”. Non una parola da pronunciare con disprezzo, o uno stigma con cui bollare un avversario che non si riesce a confutare, ma una tradizione della democrazia.
Quando poi il “progresso” rivela la sua inconsistenza, l’élite ricopre tutto con una zuccherosa glassa che nasconda la verità. Ancora Lasch (La ribellione delle élite): “Le parole-chiave correnti: accoglienza, promozione, abilitazione, esprimono la malinconica speranza che le divisioni profonde che minano la società possano essere colmate da un linguaggio purgato e emendato”. Ma il politically correct non ha mai salvato nessuno. Ha invece perso molti: anche queste élites.

Claudio Risé

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60744

sociologia

La spinta gentile

Il titolo italiano è fuorviante,  in realtà il libro (opera di due consiglieri di Obama) spiega come orientare le azioni della “gente” nella direzione voluta dal potere.
Nudge’, ‘sludge’, ‘grudge’ e Russiagate. Così ogni giorno manipolano l’informazione

di Giulietto Chiesa – 07/02/2018
C’è un terzo sistema, che in gergo ha già conquistato il nickname di “esercito dei 50 centesimi”, alias “esercito degli spiccioli”, alias “armata del nulla”, consistente nel riempire i social network di discussioni prive di senso alcuno, o cambiando argomento ad ogni post, o facendo gossip inventato, o insultando gratuitamente una persona, o parlando di sport, o del trattamento del gatto di casa. Questo trucco, come gli altri qui elencati, viene usato soprattutto nei momenti politicamente e socialmente più tesi. In tal modo si neutralizza una parte più o meno grande di potenziali protestatari.

Il primo che deve avere letto Nudge deve essere stato Zuckerberg, il padrone di Facebook, che ha annunciato la sua operazione (in corso) di “spintarella” dei due miliardi di utilizzatori del suo social network verso argomenti “interpersonali”, riducendo al contempo lo spazio dedicato alle news. Meno tentazioni politiche, più evasione. Come farà lo sa lui (e lo sanno anche la Cia, la Nsa e Sunstein) e sarebbe inquietante se lo sapessimo anche noi.

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60105

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libri, sociologia

La conversazione necessaria

In “La conversazione necessaria- La forza del dialogo nell’era digitale (Einaudi 2016) ” Sherry Turkle, a suon di ricerche qualitative e interviste vis a vis, racconta di come uno dei caratteri fondamentali dell’uomo, l’empatia, si stia estinguendo a causa del deficit d’attenzione dovuto all’iperconnessione, all’eccesso informativo, all’impossibilità di sentirsi qui e ora, ma sempre altrove. «Negli ultimi 20 anni, tra gli studenti universitari, si è rilevato un calo del 40% negli indicatori dell’empatia – un decremento avvenuto per la maggior parte nell’ultimo decennio. Si tratta di una tendenza che i ricercatori attribuiscono direttamente alla presenza dei nuovi mezzi di comunicazione digitali». Come si possono capire le sfumature di uno sguardo, di un gesto, se non riusciamo a concentrarci su chi ci sta di fronte, se siamo in continua attesa di uno stimolo esterno, di una notifica dello smartphone? Come possiamo comprendere il prossimo se siamo sommersi dal rumore del comunicare? Come costruire la nostra identità se non conosciamo pause, se non abbiamo il tempo per elaborare e maturare?

Giulio Sangiorgio in Film TV #29 del 18-7-2017

A quanto evidenziato sopra, noi che seguiamo da sempre i libri della sociologa americana, non possiamo non rilevare come la stessa funzione sia stata inserita fin dal 1975 nei film trasmessi in TV,  in cui la pubblicità non serve per vendere improbabili (e inutili) oggetti, ma semplicemente per impedirti di riflettere sul carattere dei personaggi e su te stesso.

Per cui la frittura dei cervelli dei giovani data da molto prima dell’epoca digitale e, purtroppo, le generazioni che ne sono esenti sono in estinzione.

NOTA: Più o meno negli stessi anni si sono moltiplicati i film di azione, dove un montaggio veloce ha espletato la stessa funzione della pubblicità anche nelle sale cinematografiche (e non entriamo qui nella logica dei videogiochi e dei loro stretti rapporti col cinema).