Società, sociologia

Prigionieri del fuori

Spigolature da una intervista a Marco Adorni, curatore con Fabrizio Capoccetti di “Prigionieri del fuori. Ordine neoliberale e immigrazione”, BFS edizioni.

“Il dibattito pubblico sulle migrazioni è spesso attraversato da petizioni di principio, come l’idea che, siccome le civiltà sono nate dall’incontro, allora ogni limite (culturale, confessionale, sociale, economico, ecc.) è il male. In un’argomentazione di questo tipo si omette una parte importante della storia del genere umano: il fatto che l’incontro con l’altro non sia mai stato qualcosa di semplice, naturale e pacifico; inoltre, non ci si avvede che la logica no borders è quanto di più utile al neo-liberismo: che cos’è il potere odierno se non una forza sociale transnazionale che sconvolge i confini, abbatte ogni limite, devasta il diritto, privatizza il pubblico, agendo unicamente per incrementare la propria potenza? Per cui, l’immigrazione è tutto tranne che un fenomeno neutrale.”

“Carl Schmitt definiva il ‘politico’ ciò che dava forma e organizzazione all’unità politica in quanto tale, un pouvoir neutre senza cui la lotta politica sarebbe scomparsa. Ma la neutralizzazione di cui parlava il giurista tedesco non ha a che fare con quella attuale, caratterizzata da un potere ontologico, poiché si produce nell’annientamento stesso dello Stato, cioè dell’unità politica, a tutto vantaggio della logica del capitale contemporaneo, che è quella di transnazionalizzare, cioè trovare radicamento stabile nel ‘fuori’, nell’eccezione permanente (ove risiede la vera sovranità globale). Occorre comprendere che non siamo più cittadini di Stati democratici, ma soggetti passivi che vivono e lavorano in uno spazio astratto, un ‘oltre Stato’ anomico e invisibile, dove formazioni predatorie dotate di competenze e strumenti, composte da specialisti e uomini di governo, possono dominare indisturbate, precarizzando lavoro e diritti, inquinando l’ambiente e costringendo centinaia di migliaia di persone prive di cittadinanza a spostarsi continuamente, mettendo così a rischio quel poco che resta degli Stati territoriali e della loro sovranità. Che cosa sono, dunque, i migranti? La prefigurazione di ciò che stiamo diventando tutti: prigionieri del ‘fuori’.”

“Perché non si prova a interrogarsi sulle ragioni geopolitiche dei movimenti umani? Perché non si prova ad affrontare politicamente il fallimento di gran parte degli Stati africani o la loro totale soggezione al potere delle multinazionali occidentali? Perché non di cerca di risolvere il problema dei migranti aiutandoli ‘a casa loro’ – il che non significa realizzarvi campi di concentramento? Perché sono proprio il caos e l’assenza degli Stati a permettere l’estrazione di enormi fortune dai territori di partenza delle masse di disperati verso l’Europa. Ora, bisogna ‘creare dei confini’, che permettano di restituire identità a queste masse umane, e dentro tali confini istituirvi Stati democratici e funzionanti; ciò implicherebbe automaticamente occuparsi anche dei nostri confini, cioè del ‘noi’ e del nostro altrettanto legittimo bisogno di sicurezza e ordine: ogni luogo è unico e unico è ogni popolo.”

“Non credo, sinceramente, che si riuscirà, in questa situazione, a costruire un discorso differente sull’immigrazione, almeno finché, soprattutto a sinistra, non si smetterà di depoliticizzare la riflessione etica, il dibattito pubblico, l’economia e la società italiana. Parlare di accoglienza di migranti senza affrontare la questione del lavoro, la precarizzazione della vita in tutti i suoi aspetti, l’impunità imperante e la crisi dello Stato di diritto, non farà che rafforzare l’identificazione tra la sinistra e il potere.”

Fonte: Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 3/2018, pp. 183-188.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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sociologia

Pareto e le élites

Siamo in tempi di rivolta contro le élites. La Brexit guidata da Boris Johnson e Nigel Farage in Gran Bretagna, la vittoria di Donald Trump negli Usa e la sua politica economica e internazionale, quelle di Viktor Orban in Ungheria, Sebastian Kurz e Heinz Christian Strache in Austria, Andrej Duda in Polonia, Matteo Salvini e Luigi Di Maio in Italia, sono tutte tappe di questo processo che sta cambiando la fisionomia politica del mondo occidentale. Non è certo la prima volta che accade: “la storia è il cimitero delle élites” scriveva cent’anni fa il maggiore specialista della questione, il sociologo Vilfredo Pareto. E la sociologia della politica è l’anatomo patologo che studia le cause della loro morte. Quali sono le cause della (almeno apparente) fine delle élites recentemente affossate? E che lezioni ne possono trarre i nuovi vincitori? A leggere gli appunti di Pareto, tra i quali mi aggirai in gioventù a Losanna, la ragione principale di queste disfatte è sempre il rifiuto di cooptare tra le proprie file gente nuova, che voglia davvero rigenerare la classe dirigente. La battuta di Renzi sui padri che “hanno mangiato, ma poi si sono alzati senza pagare il conto” non era male, c’era del vero. Peccato che poi al tavolo si siano seduti i figli di quei poco onorevoli padri, ed abbiano fatto lo stesso, mentre il popolo si era ormai stufato di assistere alla sequenza dei banchettanti strettamente imparentati. In generale, comunque, un’élite va al cimitero quando «gli interessi materiali hanno preso il sopravvento» sugli slanci umani e ideali. Come spiegava appunto Pareto.

Giuseppe Prezzolini fondatore de La voce, altro “enfant terrible” della scena politica italiana, gli dava manforte nell’articolo «L’aristocrazia dei briganti»: «siamo con Pareto nel disprezzo “per tutta quella parte di classe dominatrice paurosa, imbelle, atrofizzata per l’inerzia… suicida di paura”». Ecco: l’inerzia per paura, rimane da allora (alla vigilia del fascismo) una delle principali caratteristiche delle élites malate, destinate ad essere sostituite da quelle più fresche e dinamiche. Anche perché più motivate dal punto di vista ideale, che le vecchie élites non considerano affatto. La prevalenza di interessi materiali produce infatti in esse un appesantimento, un’intossicazione nelle motivazioni (che Pareto chiama: “residui”), provocando una sorta di sclerosi, un rallentamento nel ricambio e nel movimento. Mentre la presenza di ideali e di attenzione agli interessi collettivi fornisce ai nuovi dirigenti il coraggio di sviluppare e usare la forza, con una determinazione di cui le vecchie élites impaurite non sono più capaci. Iniziative come quella di Matteo Salvini di chiudere i porti alle navi e ai trafficanti di esseri umani, o di Giuseppe Conte che rifiuta di votare il documento Cee nella sua interezza, costringendo gli altri Stati a discuterlo punto per punto, entrando nel merito, sono iniziative forti, impossibili da assumere se dietro non ci sono obiettivi sentiti, che vanno al di là degli interessi individuali. Sono cose possibili solo a chi ha qualità del tipo umano dei “leoni”, che Pareto contrappone a quello delle “volpi”; utilizzando queste categorie già illustrate da Nicolò Machiavelli, capostipite della teoria realista della scienza politica in età moderna (cui anche il sociologo italo-francese aderisce). Il principe dovrebbe comunque avere entrambe le qualità: “Bisogna essere volpe per conoscere ed evitare i lacci, e leone per spaventare i lupi “. Per Pareto, però, i leoni sono i politici che danno una forte importanza agli equilibri che garantiscono l’indispensabile continuazione della società (umana e animale), mentre le volpi astutamente giocano tra le diverse combinazioni possibili, spesso per il proprio interesse personale. I leoni sono i difensori della sicurezza di tutti i cittadini, mentre le abili e veloci volpi corrispondono secondo Pareto agli speculatori, che si diffondono nelle civiltà giunte all’apice della ricchezza, ma dirette verso sicura decadenza appunto per la scarsa attenzione al benessere e sicurezza collettiva. Le volpi-speculatori erano visti già da Pareto (che li chiamava i “virtuisti”) come protagonisti di tempi di decadenza, specializzati nell’agitare ideali umanitari o egualitari pur di fare quattrini. Cent’anni dopo quei “virtuisti”, furbi sfruttatori di sbandierate “virtù” di cui parla Pareto, abbiamo George Soros, il più grande speculatore della nostra epoca, vecchia e astutissima volpe della finanza internazionale, capace di costringere (ad esempio) in un colpo solo Italia e Inghilterra a svalutare lira e sterlina. Da anni Soros, oltre a speculare contro i diversi interessi nazionali, si batte per la libertà di immigrazione e assieme dei diversi “diritti”, scegliendoli accuratamente tra quelli più destabilizzanti per le culture tradizionali dei diversi paesi. Tanto che Orban ha fatto una legge apposta per impedire alle sue Fondazioni di operare in Ungheria: un caso di studio nella contrapposizione tra élites finanziarie internazionali e interessi di comunità e popoli locali. La lotta serrata tra élites e popoli non è insomma un’astratta elucubrazione, ma un fenomeno storico ricorrente, che spiega precisi fatti della realtà (come fa Pareto, studioso realista). Dalla rivoluzione francese in poi, comunque, le élites furono sempre più spesso non realiste ma “progressiste”, illuministe: convinte dell’inarrestabile progresso della storia insieme a quello della tecnica. Vi appartiene, ad esempio Francis Fukuyama, il professore di Harvard (molto discusso nella sua stessa università) che dopo il crollo del comunismo scrive: La fine della storia. Ormai -sostiene- non ci sono più ragioni di conflitto: finalmente finite le religioni, le ideologie, le credenze irrazionali. Eravamo (quasi) in un paradiso; naturalmente capitalista.

Gli rispose il suo vecchio prof. Samuel Huntington con lo Scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale facendo con realismo notare che dopo la fine dell’URSS in realtà riappaiono le vecchie divisioni e antagonismi tra le antiche culture precedenti a Carlo Marx: Occidentale, Cristiana orientale (ortodossa), Latino-americana, Islamica, Indù, Cinese, Giapponese, Buddista, Africana. Del resto, già in quegli anni diventava visibile la fine della secolarizzazione (morte di Dio e delle credenze religiose), e il riemergere delle preesistenti religioni, in realtà mai morte. Progressiste per interesse, più che per l’umanitarismo più o meno sbandierato, le élites illuministe vengono poi periodicamente affondate (oltre che dalle proprie debolezze) per la loro lontananza dalla gente comune e dai suoi sentimenti, speranze, fedi. L’élite infatti sostituisce la fede religiosa con quella nel progresso, secondo la quale ciò che è accaduto non si ripresenterà e la storia continuerà la sua ascesa. È l’elegante e pagatissimo Tony Blair che lancia l’appello contro il ritorno di “populismi e dazi identici a quelli degli anni 30”. Ma perché si sorprende? Se un commercio internazionale dove sostanzialmente vige la legge del più forte crea disoccupazione e povertà, qualcuno metterà i dazi! La fame vince seccamente la fede nel progresso. Tornano così antiche soluzioni, come appunto il populismo che del resto Cristopher Lasch (il grande sociologo del narcisismo) considera una “tradizione del pensiero democratico”. Non una parola da pronunciare con disprezzo, o uno stigma con cui bollare un avversario che non si riesce a confutare, ma una tradizione della democrazia.
Quando poi il “progresso” rivela la sua inconsistenza, l’élite ricopre tutto con una zuccherosa glassa che nasconda la verità. Ancora Lasch (La ribellione delle élite): “Le parole-chiave correnti: accoglienza, promozione, abilitazione, esprimono la malinconica speranza che le divisioni profonde che minano la società possano essere colmate da un linguaggio purgato e emendato”. Ma il politically correct non ha mai salvato nessuno. Ha invece perso molti: anche queste élites.

Claudio Risé

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60744

sociologia

La spinta gentile

Il titolo italiano è fuorviante,  in realtà il libro (opera di due consiglieri di Obama) spiega come orientare le azioni della “gente” nella direzione voluta dal potere.
Nudge’, ‘sludge’, ‘grudge’ e Russiagate. Così ogni giorno manipolano l’informazione

di Giulietto Chiesa – 07/02/2018
C’è un terzo sistema, che in gergo ha già conquistato il nickname di “esercito dei 50 centesimi”, alias “esercito degli spiccioli”, alias “armata del nulla”, consistente nel riempire i social network di discussioni prive di senso alcuno, o cambiando argomento ad ogni post, o facendo gossip inventato, o insultando gratuitamente una persona, o parlando di sport, o del trattamento del gatto di casa. Questo trucco, come gli altri qui elencati, viene usato soprattutto nei momenti politicamente e socialmente più tesi. In tal modo si neutralizza una parte più o meno grande di potenziali protestatari.

Il primo che deve avere letto Nudge deve essere stato Zuckerberg, il padrone di Facebook, che ha annunciato la sua operazione (in corso) di “spintarella” dei due miliardi di utilizzatori del suo social network verso argomenti “interpersonali”, riducendo al contempo lo spazio dedicato alle news. Meno tentazioni politiche, più evasione. Come farà lo sa lui (e lo sanno anche la Cia, la Nsa e Sunstein) e sarebbe inquietante se lo sapessimo anche noi.

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60105

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libri, sociologia

La conversazione necessaria

In “La conversazione necessaria- La forza del dialogo nell’era digitale (Einaudi 2016) ” Sherry Turkle, a suon di ricerche qualitative e interviste vis a vis, racconta di come uno dei caratteri fondamentali dell’uomo, l’empatia, si stia estinguendo a causa del deficit d’attenzione dovuto all’iperconnessione, all’eccesso informativo, all’impossibilità di sentirsi qui e ora, ma sempre altrove. «Negli ultimi 20 anni, tra gli studenti universitari, si è rilevato un calo del 40% negli indicatori dell’empatia – un decremento avvenuto per la maggior parte nell’ultimo decennio. Si tratta di una tendenza che i ricercatori attribuiscono direttamente alla presenza dei nuovi mezzi di comunicazione digitali». Come si possono capire le sfumature di uno sguardo, di un gesto, se non riusciamo a concentrarci su chi ci sta di fronte, se siamo in continua attesa di uno stimolo esterno, di una notifica dello smartphone? Come possiamo comprendere il prossimo se siamo sommersi dal rumore del comunicare? Come costruire la nostra identità se non conosciamo pause, se non abbiamo il tempo per elaborare e maturare?

Giulio Sangiorgio in Film TV #29 del 18-7-2017

A quanto evidenziato sopra, noi che seguiamo da sempre i libri della sociologa americana, non possiamo non rilevare come la stessa funzione sia stata inserita fin dal 1975 nei film trasmessi in TV,  in cui la pubblicità non serve per vendere improbabili (e inutili) oggetti, ma semplicemente per impedirti di riflettere sul carattere dei personaggi e su te stesso.

Per cui la frittura dei cervelli dei giovani data da molto prima dell’epoca digitale e, purtroppo, le generazioni che ne sono esenti sono in estinzione.

NOTA: Più o meno negli stessi anni si sono moltiplicati i film di azione, dove un montaggio veloce ha espletato la stessa funzione della pubblicità anche nelle sale cinematografiche (e non entriamo qui nella logica dei videogiochi e dei loro stretti rapporti col cinema).

sociologia

Come saremo nel 2020?

La posta in gioco della passata società industriale consisteva nell’accaparrarsi la maggiore fetta di ricchezza. La posta in gioco dell’attuale società postindustriale consiste nella capacità di progettare il futuro. Se non siamo capaci di progettare il nostro futuro, altri lo progetteranno per noi o contro di noi. Ma, per progettare il futuro, occorre prevederlo, descrivendone lo scenario. E lo scenario 2020 è quello che Domenico De Masi, docente di Sociologia del Lavoro all’Università “La Sapienza” di Roma, contribuirà a delineare facendo riferimento ai risultati di una sua ricerca condotta in Brasile, in Cina e in Italia, per individuare come evolveranno la demografia, la tecnologia, l’economia, il lavoro, il tempo libero, l’etica, la cultura.

Il volume riporta un ampio studio sul passato, il presente e il futuro della Direzione delle Risorse Umane in Italia. Lo scenario previsionale è stato realizzato avvalendosi di una ricerca Delphi, riferita al periodo tra il 2011 e il 2020. Il progetto è stato realizzato dalla S3.Studium in collaborazione con Bosch-Tec e Carter & Benson.

 
HR 2020. Storia e prospettive

sociologia

La mancanza di benessere sociale

Siamo senza benessere sociale. In primo luogo questa affermazione ha il valore di una constatazione, di uno stato di fatto. Se infatti si esaminano tre grandi aree della vita sociale, quella delle condizioni di vita, quella dei rapporti sociali, quella della cultura e della comunicazione si constata che L’era della globalizzazione ri­flessiva o era planetaria comporta l’aprirsi di un insieme di nuovi rischi, ossia di minacce inedite sia in termini quantitativi (ad esempio, 800 milioni di poveri sotto il livello di sussistenza, secondo le stime Onu) sia sul piano qualitativo (vale a dire la comparsa di problematiche, malesseri, disagi, patologie non presenti finora in questa forma e complessità).
Vi sono tuttavia altre ragioni che giustificano questo titolo e la tesi che sottende. Infatti l’idea di un benessere costruito collettivamente e di una ricaduta del benessere sociale sullo “star bene” personale non è più al centro dell’interesse tanto in termini culturali, quanto in termini politici. Si può anzi parlare di una vera e pro­pria eclissi o scomparsa dal momento in cui la crisi del welfare state sta portando non verso una welfare society, come si era ipotizzato (Saraceno 1997, Tognetti 2000), ma verso quella che viene definita come “società del rischio”, “società globalizzata”, “società dell’informazione”, “società della conoscenza”, “società degli individui”, “postmodernità” e via dicendo. Mentre l’epopea dello sviluppo del wel­fare nel corso del novecento, che ha visto il suo culmine fra gli anni settanta e ot­tanta, si basava sul presupposto che il benessere individuale fosse strettamente di­pendente da quello collettivo, nell’attuale era planetaria si diffonde l’idea che il be­nessere individuale sia concorrenziale verso quello altrui e, ancor più, che esso vada sacrificato al godimento di beni posizionali, tanto materiali quanto simbolici. L’ altro assume le caratteristiche del concorrente nel campo del lavoro, in quello dei consumi, in quello delle conoscenze, in quello della ripartizione delle risorse pubbliche; l’altro è estraneo (non conosciuto), spesso straniero (non appartenen­te), mobile (non radicato in un territorio), flessibile (non legato a modi di vita pre­fissati), diverso (non condividente determinati habitus culturali).

Marco Ingrosso

libri, Società, sociologia

Il futuro come merce

Una fiammella di pensiero critico nell’età della sua scomparsa». Luciano Gallino, noto sociologo, parla così della sua ultima fatica “Il denaro, il debito e la doppia crisi” (Einaudi editore). Un testo, dedicato ai nipoti, che analizza l’attuale fase socio-economica: «Senza un’adeguata comprensione della crisi del capitalismo e del sistema finanziario, dei suoi sviluppi e degli effetti che l’uno e l’altro hanno prodotto nel tentativo di salvarsi, ogni speranza di realizzare una società migliore dall’attuale può essere abbandonata», si legge nella prefazione al libro. Il suo giudizio è netto, crudo e decisamente pessimista.

A partire dagli anni Ottanta avremmo visto scomparire due pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella, appunto, del pensiero critico. Al loro posto ci ritroviamo con l’egemonia dell’ideologia neoliberale, la vincitrice assoluta della nostra era. Qual è la doppia crisi che va spiegata ai nipoti? «La crisi del capitalismo e del sistema ecologico. Due crisi strettamente legate tra loro».

leggi tutto: http://www.controinformazione.info/gallino-con-leuro-ci-stanno-facendo-tornare-al-medioevo/?lang=it

sociologia

Status e ruolo

Quali siano le caratteristiche e le differenze lo spiega bene la Prof.ssa Gabriella Giudici in

http://gabriellagiudici.it/status-e-ruolo/#more-28692

cui acclude un video di esercitazione per i suoi alunni:

Nel video, uno spezzone de Il massacro del Forte Apache di John Ford, va in scena una serie di conflitti inter-ruolo e di dominio territoriale che vengono segnalati dalla comunicazione verbale e non verbale dei personaggi. La scena si svolge nell’alloggio del Sergente O’Rourke (spazio territoriale della famiglia O’Rourke). All’inizio, seduti attorno al tavolo, sono presenti  i componenti della famiglia che è composta dal Sergente Maggiore Michael O’Rourke (marito e padre); Emily Collingwood (moglie e madre) e dal Luogotenente Michael Shannon, “Mickey” O’Rourke  (il figlio).

Bussa alla porta ed entra Philadelphia Thursday (figlia del Tenente Colonnello Owen Thursday che comanda  il forte) ed infine arriva come una furia, preannunciato da una terrorizzata inserviente, il Tenente Colonnello Owen Thursday. Nell’episodio, Michael O’Rourke è il padre, il marito e il “capo della casa, che funge da alloggio privato” ma, secondo la gerarchia militare del forte è, tra i  presenti, il soldato di grado inferiore. Michael Shannon O’Rourke, figlio di Michael ed Emily e spasimante ricambiato di Philly, è fresco di accademia militare ed ha un grado superiore a quello del padre ed è un sottoposto del Tenente Colonnello Owen Thursday. Il Tenente Colonnello Owen Thursday è il padre vedovo di Philly e l’ufficiale più alto in grado di Fort Apache, ma nell’alloggio è un ospite. Emily Collingwood è la padrona di casa, la moglie e la madre di due militari ed ex amica della madre di Philly che è morta.

sociologia

Pareto

A partire da Weber e Pareto, i sociologi della prima metà del novecento appaiono disillusi circa le possibilità della ragione di costruire un modo migliore.

Karl Mannheim (1893 - 1947)Karl Mannheim (1893 – 1947)

Tra questi, oltre a Pareto, secondo il quale buona parte delle azioni compiute dagli uomini sono non-logicheintendendo per logiche quelle che uniscono in modo razionale «i mezzi ai fini», e quelle in cui il fine soggettivo coincide con quello oggettivo – si può citare Robert Michels – un elitista, come Pareto – il quale evidenziò tra i primi i limiti della rappresentanza democratica, attraverso un’analisi della progressiva autonomizzazione delle oligarchie di partito dalla base e lo sviluppo di una cultura d’élite in conflitto con gli interessi dei rappresentati; e Karl Mannheim, che travolse il mito positivista della scienza neutrale, evidenziando come ogni teoria in campo sociale fosse ideologica, cioè parziale e orientata alla difesa di determinati interessi a danno di altri.

 

Le azioni non-logiche e la teoria della circolazione delle élite

Il marchese di Salina: se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi Il marchese di Salina: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi

La riflessione di Pareto inizia con l’osservazione che, dal punto di vista di chi agisce, le azioni appaiono logiche, perché le persone tendono a giustificarle con motivazioni razionali. Ad un esame obiettivo, esse però rivelano la mancanza di consequenzialità tra fini e mezzi:

Per i marinai greci, i sacrifizi a Posidone e l’azione di remare erano mezzi egualmente logici per navigare […] Gli uomini hanno una tendenza spiccatissima a dare una vernice logica alle loro azioni.

Secondo Pareto gli studiosi di politica e di scienze sociali hanno trascurato le azioni non-logiche e si sono concentrati su quelle logiche o sulle razionalizzazioni degli individui. Se si vogliono capire gli equilibri sociali effettivi, è però necessario studiare le azioni non-logiche. Pareto ritiene che la spinta principale all’azione venga da quelli che chiama residui, che sono istinti ereditati su base biologica e determinano l’inclinazione umana a fare accostamenti e combinazioni, a riunirsi e vivere in società, a manifestare con il comportamento i propri sentimenti, ad appropriarsi di ciò che è utile ecc.. Intorno ai residui si aggregano i principi di giustificazione, individuati nei sentimenti, nell’autorità, ecc. che Pareto chiama derivazioni. Questo, in sintesi, è il meccanismo di formazione delle azioni non-logiche, la gran parte delle azioni umane, prodotte in modo difforme a procedure razionali ideali.

estratto da : http://gabriellagiudici.it/pareto/