editoria, lavoro, scuola

Scuola e lavoro


Il presente lavoro si pone come obiettivo prioritario quello indicato da Giorgio Fuà ne! suo saggio più recente: “si avverte un bisogno particolarmente pressante di rafforzare la dotazione di statistiche nel campo della produzione dei servizi, ed in primo luogo dei servizi che non hanno un prezzo effettivo su! mercato (corsivo nostro). Tanto per fare un esempio si pensi alla produzione di servizi scolastici: chi deve prendere decisioni in merito le prenderà più oculatamente se dispone di una batteria di informazioni statistiche suite variabili e sulle relazioni che intervengono nella produzione . Potrà servirgli, per esempio, effettuare confronti temporali e spaziali riguardanti la provenienza degli allievi, i tassi dì scolarità, i tassi di frequenza degli allievi, gli orari di insegnamento, il numero dì allievi per classi e per docente, le strutture e le attrezzature disponibili e i! loro grado di utilizzazione, i risultati degli esami, la carriera -degli allievi successiva alla promozione, etc.” (1)
In questa ricerca c’è tutto questo e altra e, per non correre il rìschio di smarrirsi nei mare dei dati, si è organizzata la materia in forma “ipertestua!e” : vale a dire che circa una quarantina di argomenti sono stati approfonditi in schede a parte (opportunamente richiamate nei testo) per non appesantire troppo i! discorso principale. Un congruo numero di grafici e tabelle permette ai più esperti di verificare direttamente i dati esposti ne! testo, che si è cercato di rendere, pur ricercando la precisione nei termini, il meno tecnico possibile.
L’obiettivo secondario, infatti, è di rendere un servizio non solo ad amministratori e personale scolastico, ma anche a genitori e studenti che si trovano alle prese con un sistema scuola-lavoro tuttaltro che integrato e che avrebbero bisogno di informazioni per le quali, di solito, ci sì affida ad improbabili “voci”.
Ciò nonostante questo lavoro non vuole essere una “guida”, ma un “atlante” : la differenza è che, nei primo caso “l’esperto” ti porta per mano dove lui stesso ha già deciso; nel secondo caso le scelte spettano a! singolo individuo, che ne diviene l’unico responsabile.
Come ogni atlante, inoltre, le rappresentazioni sono in scale diverse, dalla più piccola
al!a più grande, sia per non correre il rischio (frequente nelle ricerche locali) di indulgere alla contemplazione dei proprio ombelico, sia per avere sempre ben presente che ormai ogni fenomeno è intrinsecamente collegato con altri, lontani nei tempo o nello spazio. (2 )
Infine due parole su alcune notazioni ironiche (massime, note) che si possono ritrovare nel testo: oltre ad essere a me congeniali la loro importanza ai fini di una maggior comprensione di certe dinamiche sociali è stata evidenziata (a partire dagli anni ‘20 del novecento ) da almeno quattro studiosi in campi diversi: l’antropologo Gregory Bateson, il crìtico letterario Ivlichae! Bachtin, i! filosofo Ludwìg Wittgenstein e lo psicologo sperimentale Lev Vygotskij,(3)
L’AUTORE
Paolo Giatti è nato a Bondeno nel 1947, si è laureato in Lettere nel 1970 e in Scienze Politiche (indirizzo sociologico) nel 1978 con una tesi sul liceo scientifico di Bondeno, dove ha insegnato dal 1974 al 1991. Ha scritto diversi articoli su nuove tecnologie (particolarmente l’informatica) e loro applicazioni nella didattica.

1 Fuà G., Crescita economica. Le insidie delle cifre, I! Mulino, BO, 1993
2 Questo modo di intendere, nato dapprima per spiegare fenomeni ecologico-ciimatici, si sta estendendo un po’ a tutte le discipline (ecosistema).
3 Chi voglia saperne di più su questo argomento può vedere; SCIAVI M., A una spanna da terra, Feltrinelli, MI, 1989

CREDITI

Copertina: Samanta Carlini

Finito di stampare nel mese di settembre 1994 dalla tipografia G.P. servizi di Ponte San Nicolò PD per conto della CDS edizioni

Leggibile qui: http://ricerca.terzapagina.info/

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scuola

La buona scuola

La terza generazione di barbari non civilizzati,  ecco il problema. Ecco i nemici della patria.

 

Mentre chiudevo questo articolo, mi è giunto questo messaggio di un lettore. Parla   di come il  mainstream progressista e avanzato tratta l’orribile segnale degli studenti   che nella Buona Scuola insultano, umiliano e minacciano i docenti.  Penso che completi bene il senso di ciò che ho voluto dire.

“…Rientrando prima del solito da un appuntamento di lavoro sono incappato oggi nei ” programmi delle casalinghe” , dove – presenti psicologa d’ordinanza e docente ” alternativo” – si dibatteva animatamente dei sedicenti studenti di Lucca e del vergognoso episodio in cui il giovinastro indossando un caso da moto ” incornava” il prof. e lo minacciava intimandogli di “mettergli un 6″ …chiarendo in maniera esplicita ” chi è che comanda!”.  Ovviamente a corollario altri video scovati in rete sul medesimo argomento.

Ontologicamente e ” per educazione ricevuta” abituato a una normale educazione ( per intenderci io e i compagni di classe ci alzavamo in piedi all’ingresso della maestra ), confesso che provo malessere fisico nel rivedere quelle immagini; infatti le ho viste una sola volta sul web e oggi alla TV. Mi aspetterei condanna unanime “senza se e senza ma” ( dicono così no i “democratici ” quando qualcuno tocca temi ” intoccabili”?), e una pena esemplare ( anche questa frase mi sa di già sentito …), in relazione al reato consumato  di, come minimo, “oltraggio ” quando non “violenza ” a pubblico ufficiale . Quindi, codice penale alla mano, vorrei sentire Avvocati esperti esaminare la durata delle pene da erogare agli over quattordicenni, imputabili, e ai di loro genitori. Questo dal mio punto di vista deve essere il punto di partenza .
Poi possiamo parlare, dobbiamo parlare, di radiazione da ogni scuola di ordine e grado.
E dopo ancora , se ne abbiamo tempo, di ” lavori socialmente utili”, giornate a pulire i cessi o i cestini ..etc.
Sicuramente, poi, alla fine, anche di capacità o competenze basilari del docente in oggetto…sebbene a mio avviso faccia sorridere sentire oggi la ” ministra uscente” Fedeli minacciare provvedimenti eclatanti …La stessa ministra che giusto pochi mesi fa aveva portato a coronamento la realizzazione della riforma della scuola (” buona” non ce la faccio proprio a dirlo), eliminando il voto in condotta.

Nulla di tutto ciò .
La psicologa, invitava a moderazione e richiamava ovviamente l’importanza della prevenzione; il docente si preoccupava di non rovinare l’esistenza dei ragazzi, per un fatto sicuramente deprecabile blablabla…MA …!. Bocciarli a suo avviso sarebbe inutile perché non percepito come punizione.
I più reazionari ( verosimilmente futuri indagati per comportamento anti democratico ), suggerivano sommessamente una sospensione…addirittura una bocciatura!
Dal mio punto di vista un po’ come dare il DASPO ai ” tifosi” che commettono reati allo stadio…invece che sbatterli in galera.

Che cosa ne pensa Direttore? Se ne pensa…
Buona serata.
Roberto

https://www.maurizioblondet.it/sui-nemici-della-civilta-fra-noi/

libri, scuola

L’insegnamento dell’ignoranza

L’insegnamento dell’igno­ranza implicherà necessariamente che li si rieduchi, cioè che li si obblighi a “lavorare diversamente”, sotto il dispotismo illuminato di un’armata potente e ben organizzata di esperti in “scienze dell’educa­zione”. Il compito fondamentale di questi esperti sarà quello di definire e d’imporre (con tutti i mezzi di cui dispone un’istituzione gerarchica per assi­curarsi la sottomissione di coloro che ne dipen­dono) le condizioni pedagogiche e materiali di ciò che Guy Debord chiamava “dissoluzione della logica”40: ovvero la “perdita detta possibilità di rico­noscere istantaneamente ciò che è importante, ciò che lo è meno o ciò che non c’entra per nulla; ciò che è compatìbile o, inversamente, potrebbe essere complementare; tutto ciò che una tale conseguenza implica e ciò che, allo stesso tempo, essa vieta”. Un allievo formato in questo modo, aggiunge Debord, si troverà “fin dall’ini­zio al servizio dell’ordine stabilito, quando le sue intenzioni potevano essere completamente con­trarie a questo risultato. Egli conoscerà essenzial­mente il linguaggio dello spettacolo, il solo ad es­sergli familiare: l’unico in cui gli è stato insegna­li) a parlare. Egli vorrà forse mostrarsi nemico della sua retorica, ma utilizzerà la sua sintassi”41. Per quanto riguarda l’eliminazione di ogni common decency, cioè la necessità di trasformare l’al­lievo in consumatore incivile e, all’occorenza, vio­lento, è questo un compito che pone sicuramente meno problemi. Basta vietare qualsiasi disposizio­ne civica e sostituirla con una forma qualunque di educazione cittadina 42, ovvero con un polpettone concettuale talmente facile da diffondere che non tara che duplicare il discorso dominante dei me­dia e del mondo dello spettacolo; si potranno ugual­mente fabbricare in serie dei consumatori di diritto, intolleranti, litigiosi e politicamente corretti, che saranno proprio per questo facilmente manipolatali e presenteranno il vantaggio non trascurabile di poter arricchire., all’occorrenza, secondo l’esempio americano, i grandi studi di avvocati.
Gli obiettivi assegnati a quel che resterà della Scuola pubblica suppongono a lungo o a breve termine una doppia e decisiva trasformazione. Da una parte, quella degli insegnanti, che dovranno abbandonare lo status attuale di soggetti a cui si attribuisce un sapere per rivestire quello di anima­tori di diverse attività dell’area espressiva o trasver­sali, di percorsi pedagogici o dì forum” di discussione (concepiti, non c’è nemmeno bisogno di dirlo, su modello dei talk-show televisivi); animatori che saranno preposti, al fine di renderne redditizio l’uso, a diversi compiti materiali o di sostegno psi­cologico. D’altra parte, quella della Scuola in luo­go di vita democratico e gioioso, allo stesso tempo giardino d’infanzia cittadino — in cui l’animazio­ne delle feste (anniversario dell’abolizione della schiavitù, nascita di Victor Hugo, Halloween…) potrà essere affidata con profitto alle associazio­ni dei genitori più desiderosi & impegnarsi ~ e spa­zio liberalmente aperto a tutti i rappresentanti del­la città (militanti di associazioni, militari in pen­sione, impresari, giocolieri, mangiafuoco ecc.) e a tutte le merci tecnologiche o culturali che le grandi aziende, ormai partner espliciti dell’“atto educativo”, giudicheranno eccellente vendere ai diversi partecipanti. Penso che a qualcuno verrà
anche in mente di collocare all’ingresso di questo grande parco di divertimenti scolastici dei dispositivi elettronici molto semplici, programmati per rive­lare l’eventuale presenza di oggetti metallici.

40 Guy Debord, La società dello spettacolo. Commentare alla soaetà della spettacolo, Baldini&Castoldi, Milano 1992. Si tratta vale la pena notarlo, di una vera rivoluzione culturale poiché’ come precisa Debord, fino a poco tempo fa, “quasi tutti pensa­vano con un minimo di logica, con l’eclatante eccezione dei cretini e del militanti” (p. 39). In questo senso si potrebbe dire che la riforma scolastica ideale da una prospettiva capitalista è quella che riuscirebbe a più rapidamente possibile a trasformare ogni liceale e ogni studente universitario in un cretino militante
41 Guy Debord, cit., p. 40.
42 Quando la classe dominante si sforza di inventare una parola (“cittadino” impiegato come aggettiva) e d’imporne l’uso, anche se esiste, nel linguaggio corrente, un termine perfetta­mente sinonimo (civico) e il cui senso è completamente chiaro, chiunque abbia letto Orwell capisce immediatamente che la nuova parola dovrà in pratica significare l’esatto contrario della precedente. Ad esempio, aiutare una vecchietta ad attraversare la strada è stato fino ad oggi un atto civico elementare. Oggi potrebbe accadere che il fatto di picchiarla per rubarle la borsa rappresenti più che altro (con, bisogna dirlo, un po’ di buona volontà sociologica) una forma ancora un po’ ingenua di protesta con­tro l’esclusione e l’ingiustizia sociale, e costituisca, per questa ragione, l’embrione di un gesto cittadino.

Jean-Claude Michéa, L’insegnamento dell’ignoranza, 2005 Metauro Edizioni pp.46-49

scuola

La nuova scuola

Stiamo assistendo ad una mutazione genetica del sistema scolastico statale: scuola precaria per formare lavoratori precari, scuola azienda per educare al mercato, scuola povera di contenuti per formare sudditi, scuola show per preparare alla società dei talent, scuola dell’alternanza lavorativa per tenere bassi i salari, scuola snella per una società veloce e superficiale, scuola delle competenze per svuotare i contenuti e la creatività, scuola degli invalsi per una società di quiz, scuola dei bignami per una cittadinanza priva di spirito critico.

Matteo Saudino

Leggi tutto su http://appelloalpopolo.it/?p=34151

conferenza, Musica, scuola

Springsteen in classe

Incontro con l’autore mercoledì 23 novembre 2016 ore 17

CHE DICE LA PIOGGERELLINA DI MARZO

di Piero Dorfles

Le poesie dei libri di scuola degli anni Cinquanta (Manni Editore 2016)
Molti di quelli che furono bambini negli anni Cinquanta conoscono ancora a memoria i versi imparati a scuola, che sono rimasti nelle loro menti non solo per la loro musicalità, ma anche per i loro contenuti. Queste poesie sono state uno strumento educativo o “hanno guastato gli animi di una intera generazione”?
Ne parla con l’autore Angela Poli (Sezione Ragazzi Biblioteca Ariostea)
Per l’occasione, nell’atrio della biblioteca sarà allestita un’esposizione bibliografica dedicata alle poesie di ieri e di oggi per bambini e ragazzi
A cura dell’Associazione Culturale Amici della Biblioteca Ariostea

 

Conferenze e Convegni giovedì 24 novembre 2016 ore 10 e 15,30 in Sala Riminaldi

PER GIOVAN BATTISTA GIRALDI CINTHIO

Edizioni e Studi

Giornata di lavori a cura di Carla Molinari
Ore 10 Saluti di Enrico Spinelli e Marco Bertozzi
Seguirà la presentazione del volume Giovan Battista Giraldi «Cinthio, Canti dell’Hercole» (Classe I 406 della BCAFe), edizione critica a cura di Carla Molinari, Ferrara, Edisai, 2016
Presidente: Gianni Venturi
Relatori: Riccardo Bruscagli, Renzo Cremante, Marco Dorigatti, Carla Molinari)

Ore 12 Presentazione della rivista «Studi Giraldiani. Letteratura e Teatro» II, 2016
Relatori: Fabio Bertini, Irene Romera Pintor, Susanna Villari

Ore 15.30 Tavola rotonda sul tema «Giovan Battista Giraldi Cinthio oggi: prospettive di ricerca» con la partecipazione di membri del Comitato scientifico della rivista intervenuti alla giornata.
Con il patrocinio della Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara e dell’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara

Conferenze e Convegni giovedì 24 novembre 2016 ore 17 in Sala Agnelli

SIEGFRIED KRACAUER

Un filosofico “detective” della moderna industria culturale

Conferenza di Marco Bertozzi
Introduce Filippo Domenicali

Siegfried Kracauer (Francoforte, 8 ottobre 1889 – New York, 26 novembre 1966), intellettuale di spicco della cultura tedesca all’epoca della repubblica di Weimar, fu amico di Walter Benjamin e del giovane Adorno, a cui spiegava la “Critica della ragion pura” di Kant il sabato pomeriggio. Praticò, per breve tempo, la professione di architetto, per entrare poi nella redazione della “Frankfurter Zeitung”, diventando noto per le sue recensioni di saggi, romanzi, film e per i suoi acuti commenti sulla cultura e la società tedesca ormai avviata verso il nazismo. Rifugiatosi in Francia nel 1933, dove scrisse “Jacques Offenbach e la Parigi del suo tempo” (1937), emigrò poi negli Stati Uniti, entrando in rapporto con Erwin Panofsky. Qui lavorò alla preparazione e alla pubblicazione del suo famoso libro sul cinema tedesco, “Da Caligari a Hitler” (1947), e anche della impegnativa “Teoria del fi lm” (1960). Un volume sulla filosofia della storia, “Prima delle cose ultime”, uscì (postumo) nel 1969, con una prefazione di Paul Oskar Kristeller. In occasione della conferenza, a cinquant’anni dalla morte di Kracauer, sarà dedicata particolare attenzione a due suoi fondamentali saggi, “La massa come ornamento” (1927) e “Il romanzo poliziesco. Un trattato filosofico” (postumo, 1971).
A cura di Istituto Gramsci in collaborazione con Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Incontro con l’autore venerdì 25 novembre 2016 ore 17

SPRINGSTEEN IN CLASSE

di Andrea Monda

Dialogano con l’autore Stefano Bottoni e Martina Rubbi
Saluto di Massimo Maisto, vicesindaco di Ferrara
Una strada notturna, per andarsene da una città di perdenti e solcare la terra, spinti da una speranza e una promessa. Basta ascoltare il capolavoro di Bruce Springsteen “Thunder Road” per trovarvi tutti i temi del suo grande romanzo americano. “The Boss”, che da ragazzo “odiava la scuola”, può farla amare grazie a questo percorso che evidenzia nelle sue canzoni i tanti riferimenti utili alla didattica: la geografia, l’ancoraggio alla storia, il debito verso poeti, scrittori, filosofi… Così, il maestro del rock diventa un vicino di banco che molto può insegnare sulla vita.
Rivolgendosi in modo particolare a insegnanti ed educatori, questo testo esplora in modo del tutto innovativo la poetica e la produzione musicale di Springsteen.
Andrea Monda, insegnante, scrittore e conduttore del popolare reality «Buongiorno professore!» su TV2000, offre molti spunti didattici a partire dai testi del cantautore del New Jersey, mettendo in luce le influenze letterarie, storiche e religiose presenti nella sua vasta produzione.
L’evento è organizzato in collaborazione con il Ferrara Buskers Festival

 

scuola, Società

Universitaly. La cultura in scatola

Universitaly di Federico Bertoni è un saggio politico. Il suo oggetto immediato è la metamorfosi inquietante dell’università pubblica in Italia; ma, come in ogni vero esercizio saggistico, l’oggetto è in realtà pretesto per un discorso più generale. Bertoni, mentre discute di università e di ricerca, sta in realtà costringendo il lettore a riflettere su una questione di fondo, inaggirabile benché ovunque elusa: se si manomettono le forme istituzionali di educazione pubblica di massa è la qualità stessa della nostra democrazia a essere a rischio. Questo è il nodo attorno a cui il saggio ruota. E il decalogo che chiude il volume – le dieci pratiche di resistenza a cui il testo invita – andrebbe letto come un piccolo manifesto portatile di disobbedienza civile. Ma andiamo con ordine.

Universitaly si apre con una domanda spiazzante: «perché un luogo di elaborazione e di trasmissione della conoscenza diventa uno straordinario concentrato di stupidità, in cui l’automazione frenetica delle pratiche svuota di significato le azioni quotidiane?». La risposta non è semplice e il testo prova ad articolarla in tre mosse. La prima si intitola esperienza. Federico Bertoni è professore di letterature comparate e teoria della letteratura all’Università di Bologna. È dunque un insider. Per spiegare come si insegna e come si fa ricerca oggi, il primo passo è quello di descrivere in presa diretta la vita quotidiana di un professore italiano. Bertoni si diverte a mostrare la follia della routinenella quale è imprigionato; ma il tono generale della scrittura è amaro. In questa prima parte del volume lo seguiamo mentre cerca di dribblare il sovraccarico di burocrazia, la mole di email senza fine, le richieste sempre più astruse degli organi di valutazione della ricerca, gli intimidatori comandi dei centri informatici, la scrittura a ritmo fordista di abstract, le lettere di presentazione per gli studenti, eccetera… Ma il lavoro del professore universitario non dovrebbe essere quello di fare ricerca e di insegnare? Sembrerebbe di no. È stato costruito, in meno di due decenni, un esorbitante apparato normativo che per funzionare richiede un lavoro continuo. Ed è precisamente questo il lavoro per cui viene selezionato oggi un professore universitario. Ricerca e docenza passano in secondo piano.

La seconda mossa del saggio si intitola narrazione e ha il compito mostrare al lettore i dispositivi che producono il discorso sull’università, vale a dire quella rappresentazione aggressivamente demolitoria del sistema pubblico alla quale da oltre due decenni siamo quotidianamente sottoposti. A iniziare dalle classifiche di rating mondiali: tutti sappiamo che il nostro sistema non eccelle in queste classifiche. Pochi però si interrogano sul senso di una comparazione che valuta realtà quasi incomparabili. È sensato analizzare allo stesso modo una piccola università privata come Harvard, che ha poco più di 15.000 studenti e che da sola ha un finanziamento pari al 40% dell’intero sistema pubblico italiano, con una università statale come, per esempio, quella di Bologna, dove gli studenti sono quasi 100.000 e le risorse finanziarie, rapportate alle sue dimensioni, sono decisamente scarse? E come mai, nonostante questa disastrosa posizione, l’emigrazione scientifica italiana ha assunto ovunque posizione di rilievo proprio perché molto ben preparata? Non è forse che i conti non tornano del tutto?

Il discorso sull’università ipnotizza però la discussione pubblica soprattutto con tre concetti: merito, eccellenza e valutazione. Sono tre termini tossici. Perché impediscono di ragionare seriamente sul significato politico di un’istruzione universitaria di massa. Bertoni giustamente ricorda che «la meritocrazia tende a premiare chi può accedere a grandi risorse, opportunità, orizzonti sociali e culturali, reti di relazioni. Non c’è bisogno di essere raccomandati dal potente di turno per essere favoriti nella competizione: basta nascere in una “buona” famiglia, crescere in un ambiente sereno, avere i mezzi per viaggiare o studiare le lingue, disporre di una grande biblioteca, rientrare in un sistema ramificato di scambi e di relazioni sociali». Ed è per questa ragione che «merito è solo un altro nome per privilegio». Il secondo termine tossico è eccellenza. Presentata come obiettivo da conquistare grazie al merito, l’eccellenza non è altro che una martellante strategia retorica. Si vuole compensare, in realtà, il senso profondo del fallimento istituzionale dello Stato, nascondendo cause e responsabilità politiche. L’ultimo concetto ipnotico è quello di valutazione: il dispositivo che deve certificare l’eccellenza. Queste sono, fra le pagine del libro, quelle più importanti, un vero e proprio microsaggio di retorica, di politica e di psicologia sociale. Bertoni interpreta la valutazione come un dispositivo di potere che impone, in chi lo subisce, una sorta di auto-coercizione volontaria con effetti pratici immediati: è dal buon funzionamento di questo dispositivo, infatti, che dipendono fondi di ricerca, acquisizioni e posti di lavoro.

L’ultima mossa del volume prende il nome di politica. Bertoni avanza un’analisi impietosa di come l’università si sia progressivamente trasformata in una consumer oriented corporation senza alcuna forma di opposizione da parte di un corpo docente per lo più irresponsabile perché incapace di difendere il nesso humboldtiano ricerca-educazione, ripensandolo all’altezza del presente. A questo quadro già di per sé sconfortante si aggiunga poi una dosa massiccia di esterofilia, aggravata, nel caso della ricerca umanistica, da un senso di inferiorità verso le scienze pure e il loro delirio di onnipotenza. Come se ne esce? Il libro si chiude con dieci azioni semplici e due libri. Anzitutto dieci piccole pratiche di resistenza quotidiana capaci di mantenere viva un’idea altra di università come istituzione in grado di «promuovere una buona qualità media dell’istruzione collettiva, di fondare il progresso del Paese nell’estensione dei diritti e delle opportunità sociali». Quindi la lezione di due libri di Luigi Meneghello: I piccoli maestri (1964) e Fiori italiani (1976). Entrambi insegnano cosa produce l’uso sbagliato dei libri: uno scollamento sempre più grave fra conoscenza astratta ed esperienza del mondo. Quanto una buona università dovrebbe con ogni forza scongiurare.

A margine, una riflessione. È possibile pensare la trasformazione attuale dell’università come risposta politica a un problema di fondo, che potremmo identificare nel nesso fra qualità dell’istruzione di massa e conflitto sociale potenziale? Uno studio degli archivi della Fulbright Commission, sugli anni Settanta italiani, potrebbe forse rivelare risposte inaspettate. In questi anni ci siamo tutti dimenticati che l’istruzione pubblica resta uno dei campi privilegiati della battaglia per l’egemonia.

Universitaly, La cultura in scatola, Laterza, 2016

di Daniele Balicco Alfabeta2

scuola

Quelli del “classico”

“La tradizione del nuovo. Liceo, umanesimo e modernità” è il titolo di una serie di incontri, conferenze e laboratori che si terranno a Mirandola (Aula Magna Rita Levi Montalcini) mercoledì 10 febbraio a partire dalle ore 10. La giornata, organizzata dall’Istituto “Luosi”-Liceo “Pico” col patrocinio del Comune (anche in vista di un convegno nazionale che si terrà ad aprile al Politecnico di Milano per il sostegno all’istruzione liceale classica), culminerà con la costituzione dell’associazione “De hominis dignitate” (ex studenti e sostenitori del liceo Pico). Alle 10 i lavori saranno aperti dalla conferenza di Camillo Neri, Professore Ordinario di Letteratura greca all’Università di Bologna, su “Tre parole greche. Profezia, democrazia, filia”, cui seguirà l’intervento “Cultura, diritti e doveri” di Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica all’Università di Bologna.

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scuola

Democrazia cercasi

Detto in altri termini, come scrive Stefano Azzarà nel suo libro Democrazia cercasi (Imprimatur Editore, 2014): “…la parte più forte della società capitalistica si è ripresa con gli interessi tutto ciò che le era stato strappato in centocinquant’anni di storia del movimento dei lavoratori”. La trasformazione della cultura e della mentalità dominante in chiave di un individualismo aggressivo e competitivo è stata ormai interiorizzata anche da chi sta in basso, al punto da creare una sorta di complicità tra chi è oppresso e chi opprime: assistiamo così all’inedito fenomeno dei topi che votano per i gatti.

Chi sta in alto si è dunque ripreso tutto, anche la scuola. Non è stato compito agevole traghettare l’istituzione scuola nella forma azienda: l’azienda è una cellula della produzione che nasce e cresce in funzione della realizzazione di fini economici, essenzialmente privati, mentre la scuola è tale se opera nel quadro della formazione culturale critica, spirituale e civica. Poiché un’istituzione funziona adeguatamente se la sua organizzazione è congrua al fine che le è proprio, la “scuola-azienda” è un ossimoro così come il “ghiaccio bolle”. Questo esito culturalmente catastrofico, però, è logica conseguenza dell’assunzione dogmatica delle premesse-postulato di cui si è detto sopra: se assumo i postulati e gli assiomi della geometria euclidea, non posso poi protestare per i teoremi che ne conseguono.

Totalitarismo politico e totalitarismo liberista

Negli anni Trenta del secolo scorso, durante il Ventennio fascista, intento del regime era di “forgiare il giovane italiano” e a tale scopo sulla scuola piovevano prescrizioni asfissianti anche su come illustrare le pagelle scolastiche, i registri di classe ecc. … con immagini che celebrassero il regime. Nell’edizione del 1936 del Libro di Stato, costellato di camice nere, balilla e piccole italiane protagoniste delle imprese del fascismo, si domanda: “Romolo fondò Roma 753 anni avanti Cristo; la Marcia su Roma è avvenuta nel 1922 dopo Cristo. A quanti anni di distanza si sono verificati i due fatti?”.

L’elenco delle amenità potrebbe essere lungo ed esilarante. Si badi bene però: questo intento di forgiare il giovane italiano attraverso prescrizioni di tal fatta, ai nostri occhi pare demenziale perché siamo fuori da quella corrente storica, mentre nel contesto dei fascismi dell’epoca ai più appariva naturale e scontato. A ciò si aggiunga che in quell’epoca il totalitarismo aveva veste politica nel senso che la genesi politica di quelle “leggi” era palese, quindi ben riconoscibile.

Oggi, diversamente, il totalitarismo ha la sua genesi nelle apparenti “leggi” anonime del mercato e del profitto per cui si richiedono più mediazioni culturali per vederne le ricadute sulla vita sociale, sulle istituzioni, sulla scuola, sanità, sport, informazione, ricerca scientifica ecc… . Con occhio storico decentrato, comunque, le prescrizioni che impongono agli istituti scolastici di progettare se stessi in funzione delle esigenze del tessuto produttivo del territorio sono grottesche e nella loro essenza analoghe a quelle del fascismo.

http://www.appelloalpopolo.it/?p=14807

fonte: www.badiale-tringali.it

libri, scuola

Città del ragazzo

LA SCHEDA (a cura di Este Edition)

Scritto dalla giornalista Camilla Ghedini, Città del Ragazzo. Voci e sguardi in cammino (Este Edition), racconta la mission e l’evoluzione dell’ente di formazione professionale attraverso la testimonianza di chi ci ha vissuto. Ci sono gli allievi della prima ora, i docenti, i giovani ex studenti, gli ospiti del centro riabilitativo Perez. Con la formula dell’intervista, che diventa un mini racconto, percorre la storia della struttura fondata al chilometro 3 di Ferrara nel 1951 dal sacerdote veronese Don Giovanni Calabria per volontà dell’allora Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Monsignor Ruggero Bovelli. Partendo dalle parole di Fratel Raffaello Corrà, il responsabile della comunità religiosa, ne spiega il cambiamento tra i due secoli. «Il testo – scrive Ghedini nell’introduzione – nasce dallo stupore, dall’energia e dalla voglia di fare sapere ai nostri concittadini che a poca distanza da noi esiste una ‘casa’ in cui hanno abitato bambini oggi nonni, frequentata da studenti oggi imprenditori, in cui lavorano traumatizzati che acquistano nuove abilità. In cui si guarda al futuro rimanendo al passo coi tempi, in cui l’individuo è al centro di tutto, in cui il valore dell’accoglienza è un bene da ricevere. Ma sempre e comunque, soprattutto, da restituire». Il testo contiene gli interventi dell’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Monsignor Luigi Negri, che definisce la struttura un luogo in cui «molti ragazzi hanno avuto l’occasione di diventare uomini»; del Sindaco di Ferrara, che ne rimarca il ruolo di agenzia educativa; dell’Assessore provinciale, che sottolinea come la capacità di investire sulla ‘persona’ diventi elemento fondamentale per il successivo inserimento nel mercato del lavoro; del direttore Giuseppe Sarti, che ricorda come l’esistenza di tante persone avrebbe potuto essere diversa senza la Città del Ragazzo.

– See more at: http://www.cronacacomune.it/notizie/23644/voci-e-sguardi-cammino-della-citta-del-ragazzo-nel-volume-di-camilla-ghedini.html#sthash.W60aRDPs.dpuf

scuola

Bruno Ciari

BRUNO CIARI – BENEFICIARI DI UNA EDUCAZIONE DEMOCRATICA
Mauro Presini, Maestro elementare
Introduce Roberto Cassoli
“Il diritto allo studio comincia a tre anni”
Bruno Ciari (1923 –1970) nacque a Certaldo durante il periodo fascista, fu oppositore del regime fascista e rifiutò la chiamata alle armi unendosi poi alla lotta della Resistenza. Fu allievo di Ernesto Codignola presso la facoltà di Magistero di Firenze e risentì poi permanentemente della sua influenza, in particolare per l’insegnamento dei valori di libertà, giustizia e spirito critico nella vita scolastica. Si dedicò all’insegnamento e al lavoro nella scuola e si unì all’associazione di insegnanti italiani progressisti conosciuti come Movimento di Cooperazione Educativa. Un periodo significativo della sua vita professionale fu anche quello trascorso dal 1966 al 1970 a Bologna, nella direzione delle attività parascolastiche ed educative del Comune, che – anche per il suo contributo – diventò un punto di riferimento per tutta la realtà italiana, in particolare per le esperienze della gestione sociale della scuola dell’infanzia e per la qualificazione della scuola a tempo pieno.
A cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

lunedì 28 aprile ore 17 – VIAGGIO NELLA COMUNITÀ DEI SAPERI ISTRUZIONE E DEMOCRAZIA