politica, Società, sociologia

Comunità

Fonte: Il giornale del Ribelle

Io penso da tempo, e di questa cosa sono sempre più convinto, che una delle nuove contrapposizioni e dicotomie (eliminate ormai le logore “destra e sinistra”) dovrebbe essere quella tra “società” e “comunità”. Di primo acchito parrebbe una banalità ma non lo è, perché è immensa la confusione sotto il cielo e troppo spesso accade che i due sostantivi vengano presi, generalizzando parecchio e creando così una confusione ancor maggiore, come sinonimi. Nulla di più sbagliato, nulla di più pericoloso da pensare. Società e comunità non sono sinonimi ma antonimi. Buona cosa sarebbe recuperare il pensiero di un grande sociologo tedesco del XIX secolo, che nelle sue opere non fu mai troppo tenero con la Modernità: parlo di Ferdinand Tonnies e della sua opera magistrale intitolata “Comunità e Società”. Tonnies -nato nel 1855, morto nel 1936- scrisse questo trattato verso il 1888 e fu scritto guarda caso per superare un’altra contrapposizione che all’epoca veniva sentita come superata, quella cioè tra organicismo (società organica) e contrattualismo. Eliminando alla base questi due concetti, Tonnies introdusse la contrapposizione tra Società (in tedesco, Gesellschaft) e Comunità (Gemeinschaft) come uniche grandi organizzazioni sociali umane.

I pensatori auspicati nell’articolo ci sono stati, ma sono stati ignorati, come dimostra questo libro uscito solo a dicembre 2019

politica

L’agonia di una civiltà

Fonte: Italicum

 

Intervista ad Adriano Segatori, autore del libro “L’Europa tradita e l’agonia di una civiltà”, Ad Maiora 2020, a cura di Luigi Tedeschi

 

1) Con l’avvento della modernità si affermò l’eurocentrismo, il primato cioè scientifico, politico e culturale dell’Europa nel mondo. Tuttavia la modernità, di matrice illuminista ed empirista,  comportò l’erosione progressiva delle radici identitarie, culturali e religiose dei popoli europei, fino a quasi dissolverle del tutto. L’immigrazione e soprattutto l’islamismo non hanno potuto avere nella società europea questa rilevante incidenza a causa del vuoto di valori morali e religiosi generato dalla modernità e dal materialismo dominante in tutto l’Occidente?

Sul tracollo morale e religioso dell’Europa come fattore favorente l’aggressione islamista e la volontà di conquista e sottomissione della stessa da parte del radicalismo jihadista credo che non ci siano dubbi. Per altro, una parte almeno della nostra area – e io ne ho fatto parte senza alcun rimorso né rimpianto – ha salutato con entusiasmo il ritorno di Khomeini in Iran e la caduta del governo corrotto dello Scià. Era l’idea del ritorno del sacro e della sobrietà quasi spartana contro la degenerazione laica di tipo occidentale e la depravazione dei costumi secondo la mentalità capitalista. Abbiamo fatto, però un errore di calcolo, per certi versi simile a quello in cui è caduta la sinistra quando sosteneva il Fronte di Liberazione Nazionale algerino ed altri movimenti musulmani intransigenti. Il fatto che l’Islam, nella sua concezione totalizzante, è l’unica fede riconosciuta e, con essa, anche l’unico statuto giuridico accettato. Gli islamisti non riconoscono il dialogo, il confronto, l’interpretazione, perché il Corano è legge, ed ad essa deve assoggettarsi il pensiero, il comportamento, la vita, la stessa scienza. Abbiamo pensato che l’Islam poteva dare una sferzata alla sonnolenta società occidentale, raddrizzandola nei princìpi per una nuova visione del mondo e della vita. L’ottimismo si è scontrato con una realtà sanguinaria e regressiva.

2) L’Islam costituisce oggi una minaccia per l’Occidente in quanto portatore di una visione del mondo integralista – religiosa, che prescrive la “guerra santa”. Ma, secondo il pensiero di Danilo Zolo, non fu l’Occidente americano a teorizzare per primo lo “scontro di civiltà”? Non fu l’America di Bush che, disconoscendo il principio fondamentale del diritto internazionale della inviolabilità della sovranità degli stati, pose in atto a sua volta una “guerra santa” contro gli “stati canaglia”, in nome della pseudo religione dei diritti umani e della esportazione della democrazia? L’Islam radicale non trasse le sue origini nei paesi più strettamente legati all’Occidente quali l’Arabia saudita, gli Emirati Arabi, ed altri?

Ormai è accertato che l’Islam guerriero – Al Qaida è l’esempio primo – è stato finanziato, armato e supportato dagli americani in funzione antisovietica durante la guerra in Afghanistan. Potremmo fare un parallelismo scandaloso con l’Italia. Per combattere il fascismo, l’organizzazione antifascista ha reclutato i mafiosi, ha pianificato lo sbarco anglo-americano, ha facilitato la sostituzione degli uomini nelle istituzioni. Ci siamo trovati con i corrotti negli organismi di Stato, con la mafia strutturata nei centri di potere e le basi americane in una nazione ridotta a territorio di servitù. Così, l’Islam ha vinto sui russi, si è strutturato come esercito, ha impostato un progetto ideologico-religioso, ha pianificato una strategia contro l’Occidente seguendo tattiche diversificate e metodologie più o meno sofisticate. Quello che doveva essere un cobelligerante, o quanto meno un complice, contro il comunismo si è trasformato nell’antagonista più pericoloso della nostra civiltà. Una specie di eterogenesi dei fini: da alleato a padrone nel primo caso, da coalizzato a nemico nel secondo. Anche in questo caso si sono fatti male i conti: la troppa presunzione non ha calcolato le conseguenze delle azioni.

3) L’ideologia dei diritti umani dominante in Occidente ha come finalità la creazione di una società cosmopolita e multietnica. Pertanto l’Occidente ha incentivato per decenni l’immigrazione, esaltato i valori della diversità, della tolleranza e promosso politiche di integrazione nella società occidentale. Ma questa integrazione non si rivela impossibile, a causa del rifiuto degli immigrati (specie se islamici), in quanto queste comunità vogliono preservare la loro identità? Non è più esatto parlare di volontà di assimilazione all’Occidente (in base al modello americano), più che di integrazione, dato che il liberismo cosmopolita tende ad omologare ad un unica cultura egualitaria, materialista e mercatista tutta l’umanità? L’integrazione, non è invece una assurda pretesa europea di imporre agli immigrati la condivisione di valori della società civile in cui gli europei stessi non credono più?

Qui l’analisi si fa più complessa, con un rischio elevato di incomprensione nel sedicente ambiente. Sarebbe il caso di porci degli interrogativi seri e onesti. Siamo disposti a rinunciare alle comodità offerteci dalla tecnica? Siamo persuasi a rifiutare il benessere fino ad ora goduto? Siamo sicuri di poter accettare una riduzione dei diritti acquisiti in nome della parità con altre culture? Per quanto mi riguarda la risposta è no, e ritengo – con piena assunzione di responsabilità – che ogni risposta affermativa sia solo un ipocrita buonismo ed una farisaica demagogia. Secoli di storia hanno condotto alla nostra civiltà attuale. Che questa debba essere ridiscussa e ridimensionata nelle sue espressioni e nei suoi stili di vita è un fatto indiscutibile, ma il cambiamento deve essere praticato per decisioni e forze interne, non delegato alla pressione allogena. Il multiculturalismo è fallito nella sua deformazione monoculturale americana, ma anche l’integrazione, il policulturalismo, la coabitazione etnica ed altre amene illusioni hanno ceduto davanti alla realtà islamista. Parafrasando Lenin posso dire che il sistema attuale è un male rispetto alla nostra comunità di destino, ma è un bene a confronto dell’oscurantismo e dell’arretratezza musulmana.

4) Il senso di colpa diffuso tra gli europei come cultura di massa, è un rilevante elemento della decomposizione della nostra società. Esso si tramuta in passività e rassegnazione generalizzata alla decadenza della nostra civiltà. Tale senso di colpa per il passato imperialista e colonialista europeo viene collettivamente avvertito come assoluto ed irredimibile. Ed è dal senso di colpa che deriva il rinnegamento della propria storia e della propria identità. Esso ha la sua origine nell’ideologia liberale e, secondo me, più che condurre ad un atteggiamento di subalternità verso le minoranze etniche, si riassume in un fondamentale odio verso se stessi. Infatti, per omologarsi alla postmodernità incipiente, le istituzioni e soprattutto la Chiesa Cattolica, non odiano la loro storia e con essa, tutti i valori che ne costituiscono la loro legittimità e quindi la loro ragion d’essere? Gli europei, per trasformarsi in cittadini del mondo globale, non devono perdere il fondamentale senso della propria esistenza ed approdare ad un nichilismo globalista multietnico?

L’odio verso l’Europa, verso la nostra civiltà, verso la nostra storia ha origine lontane e radici comuniste. È del comunista Louis Aragon l’esaltato discorso ai giovani madrileni nel 1925 – novantacinque anni fa, tanto per sottolineare – per la condanna a morte dell’Europa, per l’esaltazione del disfattismo e l’apologia del terrore. E’ di Sartre la gioia sadica per l’Europa “fottuta”. E’ da questa matrice che nascondono i fomentatori del senso di colpa per ogni forma di orgoglio e grandezza della nostra civiltà. Da questi si è diffusa in maniera metastatica fino agli attuali loro nipotini il disprezzo per i proprio retaggio, il disgusto per la sua bellezza, l’odio per la sua potenza, la repulsione verso la sua stessa esistenza. E allora ben vengano – secondo loro – i distruttori di ogni ricordo e di ogni memoria; ben vengano i profanatori dell’arte e della magnificenza; ben vengano i calunniatori della sua stessa identità. Se al delirio terzomondista e al piagnisteo della colonizzazione ci aggiungiamo la teologia sovversiva del papato caratterizzata dal clerico-marxismo gesuitico, non vedo molte speranze di resurrezione dal connubio perverso tra relativismo religioso e capitolazione laica.

 

5) In merito alle problematiche affrontate da Alain de Benoist riguardo alla fine dell’eurocentrismo esaminate nel tuo libro, vorrei fare qualche osservazione. La diversità, quale sinonimo di identità, non è la fondamentale rivendicazione dei popoli di una Europa ormai assimilata e totalmente integrata nell’Occidente americano? L’affermazione della diversità presuppone pertanto la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli. I primi ad essere colonizzati già nel ‘900 non siamo stati noi europei? Quindi le potenze emergenti, quali la Russia, la Cina, l’Iran ed altre, non costituiscono un fronte di resistenza formato da stati nazionali avversi a quella globalizzazione, definita da Latouche come “l’occidentalizzazione del mondo? Questi stati sovrani, non si oppongono all’Occidente in quanto in essi sopravvivono valori della società premoderna, che invece in Europa sono quasi scomparsi?

Il problema identitario è strettamente legato a quello della sovranità: vale per i popoli e vale per l’individuo. Sia la psicologia delle masse che quella dell’Io singolo si basano su alcuni parametri ineludibili: uno è che il riconoscimento dell’Altro, quindi il confronto con il diverso, esige sempre una certezza ed una valorizzazione di sé; il secondo è la possibilità, oltre alla capacità, di poter decidere in totale autonomia ed assumersi la responsabilità delle decisioni assunte. Un esempio di questa armonia è stato, secondo me, la Mitteleuropa, dove più popoli, con lingue, culture, espressioni artistiche, economie diverse vivevano tra pari sotto l’insegna di un’unica autorità imperiale. Sono d’accordo con Te sul fatto che la colonizzazione è iniziata agli inizi del ‘900, con l’intervento degli americani nella prima guerra civile europea – sulle cui motivazioni, reali e non apparenti, sarebbe ancora molto da studiare – e con l’istituzione della Società delle Nazioni. Nella simbolica politica già il termine “società” è preoccupante: un contratto tra soci che viene stipulato e mantenuto fintanto che gli utili coincidono, e quindi può anche essere recesso unilateralmente. Ben altro sarebbe una comunità di destino nella quale i popoli si trovano in una visione del mondo condivisa. Il discorso su Cina, Russia e Iran aprirebbe una discussione da volumi, che per quanto di mia competenza si accentra su tre paradigmi: presenza di leader carismatici, elevato orgoglio nazionale e senso di appartenenza del popolo, sogno millenario della politica nazionale ed internazionale.

6) La pandemia del COVID 19 comporterà mutamenti rilevanti nella geopolitica mondiale. Non potrebbe verificarsi una riviviscenza degli stati nazionali, con ripristino dei confini, contenimento dell’immigrazione, rilocalizzazione della produzione e quindi determinarsi il progressivo tramonto dell’era della globalizzazione? Oppure, l’espandersi della pandemia a livello globale, non potrebbe invece favorire l’istaurarsi di un governo oligarchico e tecnocratico globale che avveri le profezie della distopia orwelliana? Quale orizzonte giudichi più plausibile?

Non essendo democratico, e di conseguenza non parlando di ciò che non conosco, escludo ogni commento che riguardi le questioni economiche. Dal punto di vista simbolico mi pare che la globalizzazione sia stata caratterizzata finora da due processi: la diffusione della povertà e quella del virus – due disgrazie concomitanti. Il dato significativo dal mio punto di osservazione è il tracollo dell’utopia europea così come è stata realizzata. Un sistema societario – secondo la definizione accennata prima – dove alcuni Stati si spartiscono gli utili e gli altri assistono alla predazione. Poi, al momento di una difficoltà comune, ogni contratto di solidarietà viene disdetto e ognuno si chiude alla ricerca del proprio profitto e del proprio interesse più miserabile. Che un nuovo ordine mondiale su base tecnocratica, e quindi sul controllo dei popoli attraverso strumentazioni sofisticate e pacifiche, possa prendere il sopravvento sulle sovranità nazionali mi pare che in una certa misura sia in atto da tempo. Un totalitarismo orwelliano sull’Occidente e sugli europei – gli “ovestoidi miti” di Zinov’ev, i mansueti abitanti occidentali – può anche essere nella mente di certi strateghi, ma questi sottovalutano il problema islamista da cui siamo partiti. I  musulmani sono circa il 23% della popolazione mondiale (1.8 miliardi), e se questi dovessero non dico partecipare attivamente, ma quanto meno passivamente aderire al sogno di riconquista dei loro predicatori, non ci sarebbe nessun strumento tecnologico né seduzione economica per fermarli. Un Occidente docile, incapace di reazione, indebolito da un benessere viziato, senza più nessun principio in cui credere né un futuro per il quale combattere non potrà fare nulla davanti alla massa islamista disposta a morire e ad uccidere per un dogma religioso e per l’intoccabilità di un profeta.

Se non si arriverà ad una rianimazione spirituale e politica insieme, con le forze non alienate della post-modernità, questa Europa sarà “fottuta”, per riprendere la terminologia di Sartre, e la responsabilità non sarà riversabile sui nemici esterni o sull’irreversibilità di un destino crudele.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-europa-tradita-e-l-agonia-di-una-civilta

politica

Andrea Zhok

Il mondo in cui viviamo è egemonizzato dalla prospettiva liberale e dal capitalismo. Certo, rispetto agli anni Settanta, la contemporaneità è attraversata da un diffuso pessimismo, alimentato dalla crisi del 2008, ed ora amplificato dalla pandemia da Covid-19. Molti ritengono che il «sistema liberale» sia giunto al capolinea. Viviamo una fase di lento tramonto di tale ideologia, anche se gli oppositori del liberalismo incontrano difficoltà a progettare un futuro diverso dal presente utilitarista. Può essere d’aiuto, allo scopo, un approfondimento teorico della «ragione liberale». La fornisce un libro del ricercatore triestino Andrea Zhok, Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente, da poco edito da Meltemi. Il volume ricostruisce in modo organico la genesi del liberalismo, giungendo all’esegesi del suo farsi mondo nella contemporaneità.

L’interpretazione dello studioso è transpolitica, in quanto la sua è storia filosofica. Zhok si interroga su due componenti indissolubilmente presenti nel percorso umano: la motivazione e la determinazione. La prima sfera è afferente ai bisogni e alle volontà degli uomini, la seconda è data dalle condizioni in cui essi si trovano ad agire: «Nella storia le determinazioni non sono mai cause necessitanti […] ma circoscrivono spazi di maggiore o minore possibilità» (p. 14), il che implica che sia possibile attingere a spazi politici apparentemente inattingibili. La teorizzazione della «fine della storia» (Fukuyama), pensata dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si fondava sulla constatazione che la liberal-democrazia capitalista era insuperabile in quanto fondata sul: «confluire di due istanze […] da un lato la ricerca dell’efficienza, dall’altro la ricerca del riconoscimento reciproco tra individui» (p. 17). Tale certezza è oggi venuta meno.

Per Foucault, al contrario, il liberalismo non è una teoria politica coerente, in quanto si è affermato in termini di prassi governamentale. Gli orientamenti del liberalismo classico, a suo dire, dopo il Secondo conflitto mondiale, si sono sviluppati nell’ordoliberismo e nel neoliberismo. Al centro di tali scelte, la biopolitica intesa quale: «politica economica che si appropria della vita umana e delle sue espressioni» (pp. 20-21). E’ possibile, comunque, individuare i due assetti portanti del «liberalismo storico»: 1) l’evidente individualismo normativo ed assiologico; 2) la visione della società strutturata attorno allo scambio economico. L’imporsi della ragione liberale va   letto in sintonia all’affermarsi del capitalismo. Tutto ebbe inizio con la Rivoluzione industriale inglese, nella quale trovarono sintesi le istanze filosofiche di Hobbes, Locke e Smith, attorno a tre assi portanti: la legittimazione dell’agire individuale, la creazione di un’efficiente pratica monetaria e la rivoluzione tecnico-scientifica, supportate dal capitale sociale ed istituzionale, ovvero da un solido Stato nazionale. Prerequisiti del liberalismo moderno vengono rintracciati da Zhok nel mondo antico, in particolare nell’affermazione della costituzione cognitiva individuale che rese l’uomo, attraverso forme alfabetiche semplici e flessibili, soggetto riflettente, atto a cogliersi come altro rispetto alla comunità. L’accelerazione decisiva di tale processo si manifestò nel 1455, con l’invenzione della stampa a caratteri mobili e, successivamente, con la Riforma protestante. In essa:    «l’anima individuale viene letteralmente innalzata senza mediazioni al cospetto di Dio» (p. 36).

La scienza moderna galileiana, riducendo la natura a dimensione meramente quantitativa, rese la natura comprensibile attraverso la matematizzazione: ciò aprì le porte alla manipolabilità tecnica: «Il mondo diviene […] un “grande oggetto” posto da un soggetto divino, che però viene immediatamente tolto anch’esso dal quadro» (p. 41). Ruolo significativo fu svolto dalla numerazione indiana, introdotta in Europa dagli arabi nel XII secolo, che adottava un alfabeto numerico di soli dieci numeri, per non dire, della nascita del denaro virtualizzato all’epoca della creazione della Banca d’Inghilterra nel 1695 (naturalmente privata). Il mercato liberale, sorse dalla fusione di due sfere differenti, il mercato locale e il commercio internazionale, messa a punto dalla monarchia inglese. Hobbes non fece che dare unità filosofica a quanto emerso nella scienza e lesse la natura quale: «luogo delle relazioni meccaniche tra corpi in moto» (p. 62), pensando la libertà quale semplice mancanza di coazioni esterne. Il suo stato di natura è il luogo del conflitto perenne, dal quale si esce delegando in toto la libertà individuale alla Stato assoluto. Per ovviare a tale soluzione, nient’affatto liberale, Locke pose i tre diritti naturali inalienabili: autoconservazione, libertà e proprietà. Quest’ultima è indiscutibile, in quanto la prima proprietà di ognuno di noi è il corpo, che deve poter agire liberamente.

Tolleranza e divisione dei poteri sono la risultante, per Locke, della delega parziale a vantaggio dello Stato del diritto di libertà. In ogni caso, l’individuo e i suoi diritti rimangono, anche in lui,  prioritari rispetto al bene comune. Smith giungerà a sostenere, ricorrendo alla mano invisibile del mercato, che il perseguimento dell’interesse privato (il vizio, secondo l’etica antica) è in grado di produrre il bene comune (la virtù). Se nel Settecento, le realizzazioni del liberalismo furono giudicate un progresso, nel corso della storia successiva, la ragione liberale è, andata «solidificandosi». Lo si evince, nella realtà contemporanea, dal politicamente corretto, che marca i confini di ciò che può essere pensato legittimamente. Ricorda Zhok, che chiunque intenda mettere in discussione i principi fondanti della ragione liberale, subisce la reductio ad Hitlerum. Inoltre, la religione dei diritti umani, di cui è parte integrante la teoria gender, ha fatto perdere di vista: «ogni interesse collettivo» (p. 266), in quanto centrata sui diritti del singolo, di un narciso, il cui mondo interiore svuotato di senso, è riempito in modo effimero dall’inseguimento delle merci e dal novum che il mercato offre. Il «totalitarismo» liberale mostra una capacità autosalvifica straordinaria: fa crescere opposizioni teoriche che restano interne la sistema. E’ il caso, dice Zhok, delle filosofie postmoderniste francesi: «E’ essenziale osservare come questa tendenza anti-olistica […] sia una perfetta incarnazione dell’individualismo liberale classico, e sia agevolmente metabolizzata dalle dinamiche di mercato» (p. 285). Egli individua in Nietzsche il padre di tale corrente di pensiero. Non condividiamo tale giudizio, in quanto in Nietzsche è evidente il riferimento paradigmatico alla classicità, quale antidoto al moderno rizomatico.

L’autore rileva che «uscita di sicurezza» dalla società liquida può essere colta solo in una prospettiva «socialista». Riteniamo che ciò non debba rinviare al marxismo, ma a un «socialismo» capace di coniugarsi con il pensiero di Tradizione, atto a svolgere ruolo raffrenante nei confronti della dismisura, quint’essenza della «ragione liberale».

*Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente, di Andrea Zhok, da poco edito da Meltemi (per ordini: redazione@meltemieditore.it, 02/22471892, pp. 374, euro 22,00) 

Giovanni Sessa

politica, storia

Sovversivi e rivoluzionari

Parità fra i sessi, suffragio universale, eleggibilità delle donne a ogni carica, autonomia dei Comuni, istruzione primaria gratuita, assistenza sociale per gli ammalati e per i poveri. Tutto questo accompagnato da uno spiccato mecenatismo artistico-culturale, amore per il Comune-Stato che ricorda l’Italia del Cinquecento e una Costituzione all’avanguardia in Europa. Non è la descrizione di un sogno ma del periodo a cavallo fra il 12 settembre 1919 e il 25 dicembre del 1920, a Fiume, dove Gabriele d’Annunzio, per ribellione e sfregio alla Società delle Nazioni e per rivendicare una terra che era italiana creò lo Stato libero di Fiume. D’Annunzio occupò la città con una sua vera e propria “Compagnia di ventura”, fatta da nazionalisti, arditi della Prima guerra mondiale e volontari, fu l’incontro fra la Rivoluzione, che in seguito con quella stessa visione del mondo fu incarnata dal Fascismo, e la Reazione, incarnata dal mecenatismo, dalla guida di un esercito che reagiva alle decisioni della democratica Società delle nazioni. Lì si incontrarono militari, avventurieri, intellettuali, scrittori, patrioti che non volevano rinunziare a quel lembo di Italia.

Tutti contro la borghesia, sia quella di sinistra, massonica e esperta di traffici vari, sia quella affarista e liberaldemocratica, che aveva spinto gli Italiani ad andare in prima linea e, dopo la guerra, intendeva riprendere i propri traffici. Fra questi intellettuali particolari, due avevano particolare creatività: Guido Keller, uno dei migliori aviatori della squadriglia di Francesco Baracca, eroe di guerra, artista a modo suo, futurista e legionario fra i pù vicini a d’Annunzio: l’unico che gli dava del tu. Girava nudo con un’aquila sulla spalla, era salutista, nudista, bisessuale. Subito legò con un altro intellettuale sui generis, Giovanni Comisso, che disertò dall’esercito italiano per passare con la legione di d’Annunzio. Nella primavera del 1920 fondarono un’associazione: “Yoga”. (Yoga significa “unire”). Si tenevano riunioni aperte a tutti su aspetti culturali controversi: l’organizzazione dell’esercito, il libero amore, la nuova urbanistica, l’abolizione del denaro e, a novembre, fondarono la rivista “Yoga” con la testata fra due svastiche, simbolo della rinascita, della ripartenza, con una scritta sotto la testata: “Unione degli spiriti liberi tendenti alla perfezione”. Una rivista che era un grido di adesione a d’Annunzio e alla “Carta del Carnaro”.

A ripercorrere tutta questa storia con la riproduzione integrale di tutto il pubblicato della rivista (quattro fascicoli di difficilissima reperibilità) ci ha pensato Simonetta Bartolini, docente di Letteratura italiana contemporanea, una dei massimi esperti della letteratura del Novecento. Il libro (“Yoga”. Sovversivi e rivoluzionari con d’Annunzio a Fiume, Luni editrice, pagg. 380, euro 25,00) si avvale di un ampio saggio introduttivo e della riproduzione di tutto il pubblicato. Un libro di grande interesse per comprendere una componente poco conosciuta della cultura dell’Impresa fiumana. Ma Yoga cosa doveva unire? L’arcaico e il futuro, contro la modernità. Alla base, il culto dell’individuo e dello spirito, incarnato in una società governata da una aristocrazia guerriera, con una comunità che si richiama alla bellezza e fonda un’inedita morale. Una visione nietzscheana o, meglio ancora, dannunziana. In quelle pagine c’era già tutto, in maniera sorprendente: la critica contro la democrazia liberale, la globalizzazione (allora chiamata internazionalismo) contro la borghesia e contro l’industrializzazione che, grazie al capitalismo, ridusse in schiavitù masse di lavoratori (“industrie parassitarie”). Ma anche il richiamo alle tradizioni, al “genio italico” che i popoli tedesco, francese e inglese cercavano di soffocare, il richiamo alla sovranità monetaria per evitare che i popoli del Nord Europa potessero sottomettere il resto del mondo. A Fiume avevano capito tutto con decenni di anticipo.

*Yoga”. Sovversivi e rivoluzionari con d’Annunzio a Fiume, di Simonetta Bartolini,  Luni editrice, pagg. 380, euro 25,00

politica, Primo piano

Alexander Dugin

….Siamo attualmente immersi nella terza forma totalitaria, quella della dittatura liberale. Questa forma tirannica postmodernista considera nemici tutti coloro che mettono in discussione il suo potere. Bisogna agire con coloro che sono liberi dalla soggezione del potere. Per questo siamo considerati pericolosi: perché non siamo inquadrabili”.

Il Soggetto Radicale è colui che sa per cosa vivere e per cosa combattere. Che ha coscienza di sé e della comunità di appartenenza. Che non cerca un centro di gravità, ma che è lui centro e signore di sé. Che non cerca una entità superiore, ma che ha il divino dentro di sé. È un uomo che appartiene a un passato, che combatte nel presente e che ha un destino in cui credere e da costruire”.

Sabato 7 Dicembre, presso il Circolo “La Terra dei Padri di Modena”, alle 17,00, ci sarà la presentazione dell’Ultimo libro di Alexander Dugin, “Soggetto Radicale”, presenta Maurizio Murelli, l’editore ed è previsto l’intervento dello stesso autore, Alexander Dugin.

Sarà possibile acquistare il libro in sala.

N.B. Gradita la Prenotazione

politica

L’Italia è un protettorato USA

Conferenza di Daniele Ganser, svoltasi a Bologna lo scorso 12 febbraio 2019.
Ganser è uno storico svizzero, ricercatore presso il Centro per gli Studi sulla Sicurezza (CSS) dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia (ETH) di Zurigo, nonché autore di La storia come mai vi è stata raccontata. Gli eserciti segreti della NATO, Fazi Editore (2018).

politica

Adriano Olivetti

Conferenze e Convegni venerdì 13 settembre 2019 ore 17

Adriano Olivetti: la concretezza dell’utopia

Conferenza di Paolo Veronesi

Presenta Tito Cuoghi
Adriano Olivetti è stato un personaggio senz’altro eccentrico nel panorama intellettuale italiano. Egli ha incarnato peraltro profili assai diversi: è stato un industriale innovatore e di successo (nonché di fama mondiale); un particolare cospiratore antifascista; un editore e organizzatore culturale; un saggista; un urbanista all’avanguardia; un pensatore di nuovi e originali assetti istituzionali proprio nel momento in cui in Italia si avviava il dibattito costituente e se ne verificavano le prime implementazioni. Insomma, un intellettuale che – assieme alle utopie – inseguiva la loro concreta realizzazione. Riscuotendo successi ma anche clamorosi insuccessi. Nell’incontro si rifletterà sui profili originali del suo pensiero e del suo approccio ai concreti problemi sociali della realtà italiana con la quale andava confrontandosi, dedicando attenzione soprattutto alle sue riflessioni di carattere istituzionale e al particolare m odello di organizzazione politica, statale e territoriale che egli andava – inascoltato – propugnando.
Paolo Veronesi è Professore di Diritto costituzionale presso l’Università di Ferrara. E’ autore di monografie, di curatele e di numerosi articoli sulle principali riviste di diritto pubblico e costituzionale. E’ Condirettore delle riviste giuridiche “Studium Iuris” e “Genius”. Fa parte del Comitato scientifico del Forum sul BioDiritto dell’Università di Trento e della redazione della rivista on-line “BioLaw Journal – Rivista di biodiritto”.
Per il ciclo “Maestri”, a cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia contemporanea  di Ferrara