Argomenti vari

Pausa di riflessione

La politica non è una cosa sporca, al contrario di quel che pensa e dice un banale senso comune in voga nel nostro paese. La politica la facciamo tutti e ogni giorno, consapevolmente o inconsapevolmente. Facciamo politica quando comperiamo cibi biologici dagli agricoltori o schifezze dell’industria agroalimentare zeppe di pesticidi e additivi chimici; quando scendiamo in piazza per difendere l’ambiente, protestare contro le guerre e gli armamenti, difendere i diritti di popoli aggrediti dall’Impero, o restiamo a casa a vedere la televisione che “la t’endurmenta come un cuiun” (Enzo Iannacci); quando scegliamo il treno per viaggiare o quando invece scegliamo l’auto o l’aereo; quando protestiamo contro le navi da crociera o quando andiamo invece in crociera. Eccetera.

Può essere una buona politica o una cattiva politica ma non è una politica sporca.

La politica è sporca quando si serve della manipolazione e della prepotenza per fare i propri interessi economici e/o di potere.

In Italia muoiono ogni anno di cancro centinaia di migliaia di persone. Gli ultimi dati ufficiali ci dicono 179.502 morti di cancro nel 2016ogni giorno in Italia 485 persone muoiono di cancro, e chiunque abbia visto morire di cancro una persona cara sa quanto terribile e penosa sia tale morte. Nello stesso anno in Europa sono morte di cancro quasi due milioni di persone, e il numero degli ammalati di cancro continua ad aumentare, anno dopo anno. Ma non è un’emergenza.

Dal 21 febbraio al 1 marzo sono morte in Italia 29 persone per le conseguenze del Coronavirustutti già ammalati di malattie ben più gravi (“tutti i deceduti avevano patologie pregresse”) e quasi tutti oltre gli ottanta anni di età.

Dal 21 febbraio al 2 marzo sono morte in Italia di cancro un po’ più di 4300 persone, e di queste dal 29 al 7 per cento, a seconda del tipo di tumore, aveva meno di 49 anni; dal 35 al 5 per cento, a seconda del tipo di tumore, aveva tra i 50 e i 69 anni. Il che vuol dire, se la matematica non è un’opinione, che una grande percentuale dei morti di tumore muore anzitempo. Ma non è un’emergenza.

Quanti bambini morti di cancro? Difficile trovare i dati, l’unico recente che ci viene fornito facilmente dall’AIRC (Associazione Italiana Ricerca Cancro) dice che nel 2018 in Europa i bambini malati di cancro erano tra i 300.000 e i 500.000.

Perché non c’è l’emergenza cancro? Perché il cancro è una malattia del sistema. Di un sistema che è padrone dei media e che domina la politica, e che quindi non conviene a nessuno, nei media e nella politica, mettere in discussione.

Invece, i virus sono una manna del cielo per chi vuole fare ricatti politici e restringere le libertà individuali e collettive.

Il cancro è una malattia prodotta dai pesticidi, dai conservanti a base di nitrati e di monossido di azoto, dal benzene, dagli ftalati della plastica, dalle 80.000 sostanze sintetiche sparpagliate nell’ambiente del pianeta. E’ una malattia di un progresso basato sullo sfruttamento senza limiti delle risorse e degli esseri viventi, sulla ricerca senza limiti e a qualsiasi costo del massimo profitto economico.

I coronavirus sono “tipi di virus che attaccano le vie respiratorie… I medici li associano a comuni raffreddori… tuttavia possono essere anche alla base di sviluppi più gravi…”

“Un virus che ha una mortalità ancora più bassa di un virus influenzale… I morti erano persone già malate, di cancro o con malattie croniche cardio respiratorie, avrebbe potuto ucciderle anche un virus influenzale” (Vincenzo D’Anna, presidente Ordine Nazionale Biologi).

Nella provincia di Hubei, quella dove si trova la ormai famigerata città di Wuhan, ci dicono che la mortalità complessiva tra gli ammalati in seguito all’infezione da Coronavirus è del 2,9 % nel Hubei, dello 0,4% (!!!) nel resto della Cina.

Dato che lo Hubei e la città di Wuhan sono una delle zone della Cina con l’aria più inquinata, un mix di carbone bruciato e gas di scarico, un tipo di inquinamento nuovo e inedito, che gli scienziati cinesi stanno studiando e di cui uno studio Cina-USA cerca di capire le conseguenze sulla salute umana (“la chimica dell’inquinamento dell’aria urbana in Cina non ha precedenti), penso che un tribunale di gente onesta e sensata assolverebbe il coronavirus “perché il fatto non sussiste”. Mi domanderei anche quale sia il tasso di mortalità tra gli abitanti dello Hubei non affetti dal coronavirus.

E allora? Dov’è l’epidemia, dove sono i rischi per la salute pubblica (a parte l’inquinamento dell’aria della pianura padana che, quello sì, dovrebbe allarmare gli amministratori della zona con l’aria più inquinata d’Europa)? Da cosa nascono l’allarme, il terrore, gli inquietanti provvedimenti liberticidi, il can can mediatico?

Il 27 febbraio la situazione si è chiarita, il mistero è stato svelato: “Salvini, governo di emergenza senza Conte”; Fuori onda di Fontana a Gallera: “Oggi mi ha mandato un messaggino di sostegno anche Renzi, siamo arrivati proprio… il suo odio per Conte…”.

Lombardia, Veneto, Emilia Romagna hanno adottato misure da coprifuoco (divieto di assembramento! L’ultima volta che è successo c’era il fascismo in Italia, forse qualcuno ne ha nostalgia). I cittadini sono diventati ostaggi di un ricatto politico. Un governo pavido, diviso, un Don Abbondio della politica, ha cominciato a reagire (male) al decimo secondo. I mediaservi hanno fiancheggiato la parte che sembrava più forte, in attesa di vedere come si metteva la parata. El pueblo ha reagito come ci si aspettava: panico da virus senza se e senza ma di una percentuale significativa, rabbia e sconforto di una percentuale altrettanto o forse più significativa ma che non aveva parola né visibilità, anche perché le era stato proibito di riunirsi e di protestare.

E questo sì, fa davvero paura.

Come fa paura lo sbandieramento del vaccino prossimo venturo da parte di una multinazionale farmaceutica americana. Ma come, i virus delle vie respiratorie (virus RNA) di cui fanno parte i tanto diffamati coronavirus, mutano tanto rapidamente che, da uno studio del Center for Disease Control and Prevention di Atlanta risulta che l’efficacia della vaccinazione annuale contro l’influenza oscilla tra il 10%  e il 60%, e questi fanno oggi un vaccino che sarà pronto fra un anno, per un virus che in un anno muterà quattro o più volte?

Fa paura, oltre all’onnipresenza dei mercanti di farmaci sfornati sempre più velocemente e con sempre meno controlli, il fatto che la minaccia dei virus, persino dei virus del raffreddore, gridata e amplificata dai media, sia diventata oggi un’arma di limitazione delle libertà democratiche, di distrazione di massa.

Ci dicono che c’è una crisi economica provocata dal coronavirus. La crisi economica c’era già, anche se in questo paese nessuno ce lo diceva. Il 17 gennaio 2019 il sito finanziario Bloomberg intitolava “Dimenticate la guerra dei dazi: la Cina è già in crisi”, e sullo stesso tono decine di siti economici nel mondo.

Del resto già da maggio 2019 i siti economici italiani parlavano di crisi economica globale, citando la capo economista del Fondo Monetario Internazionale.

Il coronavirus si dimostra di nuovo innocente ma dargli la colpa della crisi equivale a nascondere le motivazioni reali della crisi di un sistema economico basato, oltre che su consumi e sprechi furibondi, sui debiti delle imprese, sui folli finanziamenti degli stati e delle istituzioni internazionali alle multinazionali, sulla stampa di dollari e sui bassi tassi di interesse che hanno permesso pericolose speculazioni finanziarie e un aumento del debito globale che è arrivato alla stratosferica cifra di 244.000 miliardi di dollari.

E, infine, un sistema che si basa sullo sfruttamento illimitato della natura e del lavoro umano non può che finire per autodistruggersi, poiché distrugge le sue stesse risorse e i suoi “consumatori”.

Certo, i politici che hanno messo in quarantena un intero paese hanno dato il loro piccolo contributo a rallentare per un attimo la corsa economica (non quella dei supermercati e dell’agroalimentare o del parafarmaceutico), ma sono ininfluenti per quel che riguarda la crisi economica globale, che pare sia solo al suo inizio.

Dire la verità sulla crisi vorrebbe dire prendere in considerazione la necessità di cambiare radicalmente economia e società, di uscire dal capitalismo, e allora ben venga il virus espiatorio, che ottunde intelligenze e percezioni.

Ultimo effetto (ma non in ordine d’importanza) auspicato dai prestigiatori della disinformazione: farci dimenticare la crisi climatica e l’emergenza ambientale, le vere minacce alla sopravvivenza umana.

Mentre le falde si svuotano, gli insetti impollinatori spariscono, le tempeste ci sommergono, i raccolti vanno alla malora (altro che fare incetta di alimenti, cominciate a coltivarveli!), decine di milioni di ettari di foreste bruciano o vengono criminalmente abbattute, si crea il panico su un tipo di virus che è in giro per il mondo e si attacca agli umani almeno dal 1960, con le inevitabili mutazioni come tutti i virus, e che provoca l’influenza.

Il mondo è in mano ai folli, a quel tipo umano che nei film sul Titanic correva nella cabina già allagata per recuperare i soldi e poi annegava, e l’ultima cosa di lui che si vedeva sopra le onde era la mano che li stringeva.

Cerchiamo di non farci contagiare da una simile follia, cerchiamo di non annegare.

 

Fake News

Voto medio su 4 recensioni: Da non perdere

Manuale di Resistenza al Potere

Voto medio su 1 recensioni: Buono

Filosofia della Paura

http://www.ilcambiamento.it//articoli/lo-strano-virus-che-limita-le-liberta-democratiche

geopolitica

Per il grande pubblico

Thomas Barnett, assistente dell’ammiraglio Cebrowski, l’ha dettagliata in un libro destinato al grande pubblico, The Pentagon’s New Map (“La nuova mappa del Pentagono”).
Il piano consiste nell’adattare le missioni delle forze armate USA a una nuova forma di capitalismo, dove la Finanza ha il primato sull’Economia. Il mondo deve essere diviso in due. Da un lato gli Stati stabili, integrati nella globalizzazione (requisito che possiedono anche Russia e Cina); dall’altro una vasta zona di sfruttamento delle materie prime. Per questo motivo, conviene indebolire notevolmente – in linea ideale annientare – le strutture statali dei Paesi della zona e impedire con ogni mezzo che risorgano. Un “caos distruttore” – secondo l’espressione di Condoleeza Rice – che non deve essere scambiato con l’omonimo concetto rabbinico, benché i partigiani della teopolitica abbiano cercato in tutti i modi di seminare confusione. Non si tratta di distruggere un ordine cattivo per costruirne un altro migliore, bensì di distruggere ogni forma di organizzazione per impedire qualunque resistenza e permettere ai transnazionali di sfruttare la zona senza intralci politici: un progetto coloniale nel senso anglosassone del termine (da non confondere con una colonizzazione di popolamento).
Iniziando ad attuare la strategia Rumsfeld/Cebrowski, il presidente George Bush figlio parlò di “guerra senza fine”: non si tratta più di vincere guerre e sconfiggere avversari, bensì di far durare i conflitti il più a lungo possibile. Una guerra lunga “un secolo”, disse Bush. È stata, nei fatti, la strategia applicata in Medio Oriente Allargato, una zona che si estende dal Pakistan al Marocco e copre l’intero teatro operativo del CentCom nonché la parte settentrionale di quello dell’AfriCom. In passato i GI’s garantivano agli Stati Uniti l’accesso al petrolio del Golfo Persico (dottrina Carter). Ora i soldati statunitensi sono presenti in una zona quattro volte più vasta, con l’obiettivo di distruggere qualsiasi forma d’ordine.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/ancora-gli-amerikani

storia

Damnatio memoriae

DamnatioMemoriae-310x440Nonostante le preziose opere di storici come Renzo De Felice, Anthony J. Gregor, Marco Tarchi e Giuseppe Parlato per citarne solo alcuni, ancora oggi sembra impossibile accostarsi al Ventennio fascista senza scatenare polemiche e accuse politiche. Su quell’epoca lontana continua ad aleggiare la damnatio memoriae, e chi ne parla senza seguire il “politicamente corretto” deve essere messo alla berlina, come le proposte di commissioni parlamentari “contro l’odio” o i ban dei social network verso partiti e personaggi di “destra” sembrano suggerire. Sfidando il rischio di discriminazioni e violenze morali, un gruppo di giovani studiosi ha affrontato con rigore alcuni  temi dell’epoca fascista, cercando di restituire alla storia patria una pagina strappata, con tutte le sue luci ed ombre.

Il volume è strutturato in due parti: una ha ad oggetto alcune questioni storiche, l’altra ha ad oggetto “ritratti” di talune personalità che hanno caratterizzato l’epoca fascista con la loro azione ed i loro studi. Si va dal sindacalismo rivoluzionario alla democrazia organica; dall’impegno in guerra a quello nella vita civile; dalla sfida al comunismo come al capitalismo, marcando in tal modo profili e contenuti della cosiddetta «terza via» carica di aspetti moderni. La seconda parte comprende anche ritratti di personalità attive nel dopo-Fascismo: Adriano Olivetti ed Enrico Mattei, che dalla riflessione del Ventennio trassero lo spirito della comunità e della solidarietà e lo spirito della difesa intransigente dei legittimi interessi e della dignità nazionale. D’altra parte, non è un caso che la stessa vigente Costituzione repubblicana del 1948 riprenda molto della politica sociale ed economica del Fascismo operando una scelta più rivolta al “comunitarismo” che all’individualismo, esaltando il lavoro e favorendo il risparmio, promuovendo la classe lavoratrice fino a prevederne la presenza negli organi di gestione delle imprese e, tra le altre cose ancora, sottolineando la funzione sociale della proprietà privata e dell’impresa che tuttavia non significa negazione della proprietà o della libertà.

Le questioni storiche presenti nel volume partono dal Risorgimento e dalla Prima guerra mondiale per arrivare fino ai temi portanti che caratterizzarono il Fascismo: economia programmatica, Carta del Lavoro e Codice Civile, demografia, lotta alla mafia, geopolitica, tutti carichi di aspetti controversi e moderni allo stesso tempo. Successivamente vengono rievocate alcune figure del Ventennio sconosciute ai più: da Nicola Bombacci, il fondatore del Partito Comunista d’Italia che morirà accanto a Mussolini nel 1945 fino a Carlo Alberto Biggini, costituzionalista della Rsi, passando per Berto Ricci, Aurelio Padovani, Sergio Panunzio e Giuseppe Tassinari, “l’agronomo corporativo”. Uomini il cui contributo culturale viene ripercorso in maniera semplice e profonda, nel tentativo di stimolare dibattiti storici e rivisitare criticamente un’intera epoca, senza sterili nostalgismi ma anche senza il timore di urtare i “padroni del discorso” che dominano la cultura italiana. Perché, come insegnano gli storici elencati in apertura, la ricerca della verità dovrebbe procedere attraverso continue revisioni e confronti, i quali non possono essere imbavagliati da leggi e censure.

*Damnatio memorie. Italia e fascismo, scritti storici sui tabù del nostro tempo a cura di Francesco Carlesi, Eclettica edizioni, Massa, 2019, pp.228, euro 16

https://www.barbadillo.it/87567-libri-damnatio-memorie-per-discutere-e-revisionare-la-vulgata-conformista-sul-fascismo/

politica, storia

Sovversivi e rivoluzionari

Parità fra i sessi, suffragio universale, eleggibilità delle donne a ogni carica, autonomia dei Comuni, istruzione primaria gratuita, assistenza sociale per gli ammalati e per i poveri. Tutto questo accompagnato da uno spiccato mecenatismo artistico-culturale, amore per il Comune-Stato che ricorda l’Italia del Cinquecento e una Costituzione all’avanguardia in Europa. Non è la descrizione di un sogno ma del periodo a cavallo fra il 12 settembre 1919 e il 25 dicembre del 1920, a Fiume, dove Gabriele d’Annunzio, per ribellione e sfregio alla Società delle Nazioni e per rivendicare una terra che era italiana creò lo Stato libero di Fiume. D’Annunzio occupò la città con una sua vera e propria “Compagnia di ventura”, fatta da nazionalisti, arditi della Prima guerra mondiale e volontari, fu l’incontro fra la Rivoluzione, che in seguito con quella stessa visione del mondo fu incarnata dal Fascismo, e la Reazione, incarnata dal mecenatismo, dalla guida di un esercito che reagiva alle decisioni della democratica Società delle nazioni. Lì si incontrarono militari, avventurieri, intellettuali, scrittori, patrioti che non volevano rinunziare a quel lembo di Italia.

Tutti contro la borghesia, sia quella di sinistra, massonica e esperta di traffici vari, sia quella affarista e liberaldemocratica, che aveva spinto gli Italiani ad andare in prima linea e, dopo la guerra, intendeva riprendere i propri traffici. Fra questi intellettuali particolari, due avevano particolare creatività: Guido Keller, uno dei migliori aviatori della squadriglia di Francesco Baracca, eroe di guerra, artista a modo suo, futurista e legionario fra i pù vicini a d’Annunzio: l’unico che gli dava del tu. Girava nudo con un’aquila sulla spalla, era salutista, nudista, bisessuale. Subito legò con un altro intellettuale sui generis, Giovanni Comisso, che disertò dall’esercito italiano per passare con la legione di d’Annunzio. Nella primavera del 1920 fondarono un’associazione: “Yoga”. (Yoga significa “unire”). Si tenevano riunioni aperte a tutti su aspetti culturali controversi: l’organizzazione dell’esercito, il libero amore, la nuova urbanistica, l’abolizione del denaro e, a novembre, fondarono la rivista “Yoga” con la testata fra due svastiche, simbolo della rinascita, della ripartenza, con una scritta sotto la testata: “Unione degli spiriti liberi tendenti alla perfezione”. Una rivista che era un grido di adesione a d’Annunzio e alla “Carta del Carnaro”.

A ripercorrere tutta questa storia con la riproduzione integrale di tutto il pubblicato della rivista (quattro fascicoli di difficilissima reperibilità) ci ha pensato Simonetta Bartolini, docente di Letteratura italiana contemporanea, una dei massimi esperti della letteratura del Novecento. Il libro (“Yoga”. Sovversivi e rivoluzionari con d’Annunzio a Fiume, Luni editrice, pagg. 380, euro 25,00) si avvale di un ampio saggio introduttivo e della riproduzione di tutto il pubblicato. Un libro di grande interesse per comprendere una componente poco conosciuta della cultura dell’Impresa fiumana. Ma Yoga cosa doveva unire? L’arcaico e il futuro, contro la modernità. Alla base, il culto dell’individuo e dello spirito, incarnato in una società governata da una aristocrazia guerriera, con una comunità che si richiama alla bellezza e fonda un’inedita morale. Una visione nietzscheana o, meglio ancora, dannunziana. In quelle pagine c’era già tutto, in maniera sorprendente: la critica contro la democrazia liberale, la globalizzazione (allora chiamata internazionalismo) contro la borghesia e contro l’industrializzazione che, grazie al capitalismo, ridusse in schiavitù masse di lavoratori (“industrie parassitarie”). Ma anche il richiamo alle tradizioni, al “genio italico” che i popoli tedesco, francese e inglese cercavano di soffocare, il richiamo alla sovranità monetaria per evitare che i popoli del Nord Europa potessero sottomettere il resto del mondo. A Fiume avevano capito tutto con decenni di anticipo.

*Yoga”. Sovversivi e rivoluzionari con d’Annunzio a Fiume, di Simonetta Bartolini,  Luni editrice, pagg. 380, euro 25,00

filosofia

Sfidare le paure

Incontro con l’autore martedì 28 gennaio 2020 ore 17

Andare spigolando tra racconti e poesie

Presentazione del libro di Alda Pellegrinelli

Dialoga con l’autore Edoardo Penoncini
In quest’ultima raccolta, l’autrice esplora l’unione della prosa alla poesia, un campo nel quale vengono messi a fuoco ed evidenzia-ti gli stati d’animo e le emozioni espressi nel narrato.
“Un sentimento totalizzante come l’amore, tendente a sfaccettarsi in contingenze infinite, diventa oggetto della puntigliosa ricerca di Alda Pellegrinelli che sembra chiedersi quale verità sfugga tenacemente ad ogni indagine tesa a saperne di più. Ogni storia, mentre si propo-ne di agevolare la possibilità di comprendere, approfondisce in-vece il divario tra le aspettative e le testimonianze verificabili. Nell’alternanza di prosa e poesia si realizza l’originalità dell’arte dell’autrice che, fondendo i due campi della sua creatività, approfondisce la meditazione sulla complessità dei rapporti umani.  Con una tecnica molto persona-le, in cui presente e  passato con-corrono a definire i termini della narrazione, le storie si dipanano conservando l’atmosfera arcana delle verità insondabili.” (Dalla prefazione di Antonietta Pastore Stocchi)
Con il patrocinio del Gruppo Scrittori Ferraresi

Eventi mercoledì 29 gennaio 2020 ore 17

Ricami su ferro. Poesie

Presentazione del libro di Agi Mishol

A cura di Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini Coen, testo originale con traduzione a fronte
Casa Editrice Giuntina, Firenze, 2017
Chiara Benini legge tre liriche in lingua originale, commentate volta a volta nella traduzione italiana da Claudio Cazzola.
«Agi Mishol è nata nel 1947 a Cehu Silvaniei (Romania) da genitori di madrelingua ungherese sopravvissuti alla Shoah. All’età di quattro anni si è trasferita con la famiglia in Israele. Ha studiato all’Università Ben Gurion di Beer Sheva e all’Università Ebraica di Gerusalemme. Abita a Kfar Mordecai e lavora a Tel Aviv dove dirige la Helicon School of Poetry. Premio Lerici Pea 2014 alla carriera, Agi Mishol è riconosciuta come una delle più importanti e popolari poetesse israeliane contemporanee. Ha pubblicato sedici libri di poesie, antologizzati in inglese, francese, romeno, spagnolo e cinese. Questa è la prima raccolta in italiano.» [dalla Quarta di copertina del volume citato]
A cura del Gruppo Scrittori Ferraresi in occasione del Giorno della Memoria

Conferenze e Convegni giovedì 30 gennaio 2020 ore 17

Dialettica ed estetica del confronto verbale e fisico

Conferenza di Sergio De Marchi, atleta e filosofo

Presenta Daniela Cappagli
Prendendo le mosse da una rapida analisi dell’Atene di epoca Classica, si cercherà di porre l’accento sulle comuni caratteristiche della democrazia come forma di gestione del potere; se ne indagheranno le caratteristiche, quindi il ruolo del cittadino e quello dei “professionisti” della parola al suo interno. Grazie a tali premesse, si espliciterà il parallelismo intrinseco alla conoscenza come “agone”, ovverosia si metterà in pratica un “confronto sul confronto” inteso nelle sue varie accezioni, verbale e fisico. All’interno di codesta presentazione ci si occuperà di analizzare non solo i tratti accomunanti questi diversi tipi di confronto, ma ad un livello più profondo di individuare quali siano le finalità del sapere “agonistico”, differenziandole e caratterizzandole appieno.
Per il ciclo “I colori della conoscenza” a cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Eventi venerdì 31 gennaio 2020 ore 17

Sfidare le paure

Presentazione del IX ciclo annuale di incontri organizzato da Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Saluto del Sindaco di Ferrara Alan Fabbri
Presentazione del ciclo di incontri 2020 a cura di Fiorenzo Baratelli (Presidente Istituto Gramsci)
Lectio Magistralis dal titolo “Sfidare le paure” del filosofo Salvatore Natoli
Coordina Anna Quarzi (Presidente Isco)
La paura accompagna da sempre l’avventura umana. Il suo significato è ambivalente: può funzionare come marcatore biologico e sociale che segnala pericoli e sfide nuove; può essere strumentalizzato dal potere per fini di parte. Il ciclo, in coerenza con lo spirito che anima i due Istituti promotori, colloca l’analisi delle paure del nostro tempo su un piano storico-concettuale con l’intenzione che animava la ricerca del filosofo Spinoza: conoscere le cause dei fenomeni per poterli governare razionalmente, senza farsi travolgere da reazioni emotive e irrazionali. Contro l’aggressività, l’intolleranza, i conflitti distruttivi, che possono germinare da una condizione di insicurezza diffusa, si cercherà di fornire alcuni elementi di conoscenza per favorire la buona convivenza.
A cura dell’ Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Primo piano

Demenza digitale

Quanto sopra rende semplicemente impossibile l’esistenza di un’opinione pubblica informata e ragionante, quindi di una partecipazione o anche una consapevolezza dal basso rispetto alle policies del potere. E, contrariamente alle ottimistiche previsioni di alcuni, internet non ha affatto prevenuto la disinformazione e il degrado cognitivo di massa. Non ha avuto un effetto ‘democratizzante’ – tutt’altro: fornisce potentissimi strumenti di disinformazione, manipolazione e profilazione, oltre a compromettere ulteriormente le funzioni psichiche, tanto che si configura una sindrome di “demenza digitale”, descritta dallo psichiatra Manfred Spitzer in Demenza digitale (Garzanti 2013).

In conclusione: la contemporanea fine della politica pubblica, anzi la fine della possibilità a priori della politica pubblica, non è dovuta soltanto al fatto che il potere effettivo, operante in isolamento tecnocratico, non lascia più uno spazio decisionale effettivo a una politica pubblica, a porte aperte; ma anche al fatto che è venuto meno un soggetto pubblico davanti a cui la si possa fare. Restano una audience puntinistica, e una compagnia di teatranti della politica, sostanzialmente uomini di spettacolo, seguiti per le loro capacità comunicative, concentrati sui sondaggi e sull’immagine, privi di reale competenza, soggetti a rapida obsolescenza.

19.01.20 Marco Della Luna

scuola

Leggere e scrivere

La mia bambina frequenta la I elementare. La sua è una scuola dove tengono particolarmente all’insegnamento della calligrafia. Qualche giorno fa, la mia piccola mi chiede se ricordo come si scrivono la “H, la K e la X. Maiuscole e corsive”. Al che dunque il mio orgoglio “scolastico” si è risvegliato. “Sono una persona che ha studiato, sono laureata e tra i miei studi annovero il geroglifico egiziano, ti pare che non mi ricordi come si scrive in corsivo italiano?! Adesso prendo carta e penna e faccio tutto..” E invece all’atto pratico mi sono ritrovata a guardarlo, quel foglio bianco, ma soprattutto a non rammentare come si scrivessero queste benedette lettere in maiuscolo corsivo😂. Naturalmente ho chiesto “ripetizioni ” alla mia Lucrezia che con estrema diligenza mi ha insegnato anzi “ricordato” come si facessero, ma soprattutto quanto fossero belle le parole scritte a mano. Morale della favola: ragazzi torniamo a scrivere. Con carta e penna! Scriviamo cartoline, biglietti di auguri, liste della spesa o lettere d’amore. Ma facciamolo con la biro in mano, stiamo perdendo la calligrafia. Patrimonio dell’umanità. Arte senza tempo. Non ci rimbambiamo con questi smartphone del cavolo. Non uccidiamo millenni di cultura!❤️

Monica Picchi da Facebook

sociologia

Achille Ardigò

Achille Ardigò, da Mario – ferroviere – e Adelaide Bertazzoni; nato l’1 marzo 1921 a San Daniele del Friuli (UD). residente con la famiglia a Bologna, negli anni ’30 prese parte all’attività dell’Azione cattolica bolognese e dal 1938 specialmente alla vita della FUCI.
Negli anni ’40, durante la guerra, frequentò l’università di Bologna, laureandosi nella facoltà di lettere e filosofia. Negli ambienti cattolici di quegli anni – e non solo in quelli – venne considerato per la sua vasta e profonda preparazione culturale, che mise, senza risparmio, a disposizione con conferenze e incontri, incentrati sui problemi sociali e politici confrontati con i principi della filosofia perenne.
Nel movimento cattolico giovanile tenne quindi – come ricordano molti giovani di quegli anni – un ruolo di primo piano nel sollecitare alla riflessione e all’aggiornamento culturale e nel proporre – o riproporre – la necessità di un’azione cattolica fondata su prospettive storiche concrete e su orizzonti pili ampi di quelli che sembravano propri della tradizione cattolica bolognese.
Fu, inoltre, collaboratore delle riviste «Architrave» e «Setaccio». Quando gli avvenimenti e le circostanze richiesero anche ai cattolici di passare «dalla reazione morale, dall’azione assistenziale alle vittime della repressione nazifascista e dall’azione militare o paramilitare, “alla motivazione e all’azione politica” nella clandestinità», operò perché questa esigenza fosse riconosciuta e assumesse connotati organizzativi consistenti, diffusi e programmaticamente fondati, anche tramite i necessari collegamenti tra città e campagna e sul piano nazionale.
Punto di riferimento costante del gruppo ristretto di giovani cattolici del quale fece parte, furono l’ex-deputato del PPI Fulvio Milani, e il dirigente dell’Azione cattolica Angelo Salizzoni. Quello di rendere possibile una presenza politica dei cattolici che, in qualche modo, indirizzasse, come tale, tutto il movimento cattolico e influenzasse il mondo cattolico bolognese, non fu un impegno facile.
Concorsero ad ostacolare questo processo, oltre che le condizioni drammatiche entro le quali si doveva operare, la natura diversa e separata, spesso chiusa – e i sospetti reciproci conseguenti – delle esperienze organizzative dei cattolici, cui deve aggiungersi la difficoltà di avere informazioni esterne e di istituire opportuni scambi con altri analoghi gruppi in Emilia-Romagna e altrove.
Inoltre, non va sottovalutato – tra le remore di questo processo – lo scarto generazionale, anche in termini psicologici, che non permise di comprendere – come del resto non fu compreso dal mondo cattolico negli anni ’20 – e di recepire nei suoi aspetti positivi «l’improvviso – per i giovani – insorgere delle vecchie bandiere e polemiche ideologiche, dopo il 25 luglio, quali espresse nella stampa liberale e poi in fogli clandestini socialisti». All’interno di questo complesso contesto, costretto dall’isolamento all’autonomia delle scelte e delle posizioni, il gruppo di giovani, provenienti prevalentemente dalla GIAC e dalla FUCI, del quale Ardigò costituiva il centro d’iniziativa e di sintesi, insieme con Angelo Salizzoni, promosse la formazione della DC, tramite una fitta rete di incontri interpersonali e privati e di convegni, che coinvolsero, tra la fine del 1943 e i primi mesi del 1944, gran parte delle strutture e delle sedi dell’Azione cattolica bolognese. «Decisivo ai fini della direzione politica dei vari gruppi e in primis delle persone che divennero poi dirigenti ed elementi attivi della DC clandestina, fu un insieme di conversazioni del tutto private e già specificamente politiche tenutesi verso la fine del 1943 in casa del rag. Alfonso Melloni ».
Le riunioni furono dedicate allo studio dei documenti e delle pubblicazioni clandestine del partito dei comunisti cristiani, fatte avere ad Angelo Salizzoni dal bolognese Paolo Moruzzi , dirigente a Roma di quel movimento. Rispetto a quei documenti e alla richiesta di aderire al partito, «il gruppo fu di contrario avviso e la scelta di un partito nuovo che continuasse la migliore tradizione “popolare” fu sostanzialmente allora compiuta». Nel corso dei primi mesi del 1944, la necessità di accentuare il carattere clandestino del gruppo, portò alla distinzione dei compiti. Ardigò prese parte all’attività formativa e culturale, incentrata nella chiesa di San Giovanni in Monte – ove fu ospite per molte notti al fine di evitare l’arresto – e assistita da mons. Emilio Faggioli , non disinteressandosi, tuttavia, dell’attività organizzativa, soprattutto in provincia. Dai «problemi politici concreti» trasse origine il contrasto tra i «quadri giovani» e il gruppo degli ex-popolari di metà giugno 1944. «I giovani chiedevano di autonomizzarsi come gruppo d’iniziativa politica […].
Dopo discussioni anche sulla denominazione, prevalse l’opinione di Angelo Salizzoni e venne formalmente costituito il “movimento giovanile del partito della Democrazia Cristiana”; vennero distribuiti gli incarichi di lavoro. Noi giovani – afferma Ardigò nella sua testimonianza – avevamo di continuo la sensazione che il gruppo degli ex-popolari (avv. Strazziari , avv. Ottani , avv. Deserti , alcuni ex sindacalisti “bianchi”) cominciasse a riunirsi con F. Milani e A. Salizzoni e maturassero programmi un po’ sopra le nostre teste.
Per quanto nel menzionato incontro di fondazione del movimento DC prevaleva la tendenza a voler costituire la Democrazia Cristiana e non il suo movimento giovanile. Angelo Salizzoni dovette impiegare tutto l’ascendente su di noi, per convincerci alla sua tesi. Egli era il leader dei giovani e il ‘nostro’ rappresentante del CLN». In questa nuova collocazione, certamente subordinata, Ardigò diede vita, tuttavia, a «La Punta», organo della Gioventù democratica cristiana, edizione dell’Italia occupata, che fu l’unico foglio periodico della Resistenza cattolica bolognese. Del periodico, diffuso anche a Ferrara e in Romagna, ne uscirono quattro numeri dal dicembre 1944 al marzo 1945.
Riprendendo, nell’articolo «Nuova Democrazia», l’allocuzione natalizia del 1944 di Pio XII, Ardigò poneva in prospettiva le linee che avrebbero dovuto seguire i cattolici alla conclusione del conflitto, mentre e ad un tempo marcava la distanza culturale e politica della nuova generazione democratico cristiana dalla generazione dei popolari. Affermava: «per incapacità costruttiva non deve infrangersi, ancora una volta invano, l’edificio della pace tanto faticosamente costruito su questa seconda guerra mondiale, combattuta, a distanza di neppure trent’anni, contro la stessa rabbia imperialistica della violenza, contro lo spirito teutonico dell’aggressione, contro il parassitismo belluino delle forze dittatoriali e militaristiche». Per questo «una gigantesca opera» attendeva i giovani cristiani. «E l’avvento del “Regnum Dei” che – sottolineava – s’attua anche attraverso le vie inevitabilmente difficili ma proficue della politica, del partito, della vita nazionale, dove il pianto che si alza dalle macerie e dai lutti di quest’infelicissima Italia ha da esser consolato nel fattivo amore filiale che ci avvinca a questa terra, tradizione di spiritualità cristiana, la quale ci ha donato, come in un istinto, il senso della libertà e dell’amore. Per un vero cristiano oggi non è più lecito credere alle possibilità della rinuncia alla vita sociale. La tranquillità e l’ordine saranno il frutto solo della nostra forte azione politica, severa verso gli opportunismi e la disonestà d’ogni condizione e gravezza. Ai giovani la Democrazia Cristiana, che vuole essere la nuova democrazia additata dal Pastore dei popoli, apre le sue compagini già provate dalla lotta contro l’oppressore ed accese dai valori perenni della libertà e della giustizia sociale, per gettare le basi della nuova Italia che sarà come noi vogliamo, secondo una sola ambizione: quella che, dal tormento di tutta questa giovinezza agitata dal vento gagliardo della battaglia, scaturisca lo spirito chiarificatore della pace».
Riconosciuto partigiano nella 6a brg Giacomo dall’1 settembre 1944 alla Liberazione. Testimonianza in RB1. Ha pubblicato: (a cura di), Società civile e insorgenza partigiana, Bologna, 1979. [A]

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Opere

  • A. Ardigò, Crisi economica e welfare state: tre interpretazioni e una speranza, in “La ricerca sociale”, n.13, 1976.
  • A. Ardigò, Toniolo: il primato della riforma sociale, Bologna, Cappelli, 1978.
  • A. Ardigò, Crisi di governabilità e mondi vitali, Bologna, Cappelli, 1980.
  • A. Ardigò, L. Mazzoli, Intelligenza artificiale: Conoscenza e società, Milano, FrancoAngeli, 1986.
  • A. Ardigò, Per una sociologia oltre il post-moderno, Bari, Laterza, 1988.
  • A. Ardigò, L. Mazzoli, L’Ipercomplessità tra socio-sistemica e cibernetiche, Milano, FrancoAngeli, 1990.
  • A. Ardigò, L. Mazzoli, Le nuove tecnologie per la promozione umana: Usi dell’informatica fra macro e micro comunicazioni, Milano, FrancoAngeli, 1993.
  • A. Ardigò, Società e salute – lineamenti di sociologia sanitaria, Milano, FrancoAngeli, 1997.
  • A. Ardigò, C. Cipolla, Percorsi di povertà in Emilia-Romagna, Franco Angeli, 1999, ISBN 88-464-1368-7, 384 pag.
  • A. Ardigò, Volontari e globalizzazione, Dehoniane, 2002, 142 pag.