geopolitica

Il mare contro la terra

Rappresentate da «il principio dei grandi spazi», divenuti nei secoli, autonomi, autocentrati e destinati «a giocare un ruolo di Katechon rispetto alla globalizzazione». Sospinta, non dimentichiamolo, dal Capitalismo che ha ridotto gli Stati ad essere un surrogato delle regole della società di mercato e degli assunti dell’universalismo. Ma di un mondo che non è più fortunatamente unipolare e «dominato da una sola superpotenza». Dicendolo con C. Schmitt, dei limiti naturali formati dall’elemento tellurico: la Terra, abitata dai «figli della Terra», ovvero i popoli dell’Eurasia. Ed è proprio Alain de Benoist a metterci in guardia, dalle interpretazioni errate su ciò che intendeva dire il giurista tedesco. Partendo col dire che «l’uomo è figlio della Terra» per la motivazione che «abita la Terra da terrestre: humus e homo hanno la stessa origine» ma tutto questo, nulla ha a che vedere con una sorta di «Heimat, al paese di origine». Spiegandolo in maniera più semplice: «l’elemento nativo dell’uomo è la terra». E ciò significa che non possiamo escludere dai nostri ragionamenti, il quadro geografico della terra, indubbiamente «fatta di territori e paesi» ma soprattutto di «territori distinti dagli altri, separati da frontiere» da particolari condizioni geologiche, geofisiche e morfologiche. Delle cose ovvie, messe completamente in discussione dall’avvento della mondializzazione e dalla globalizzazione.

Un concetto molto lontano dalla posizione del politico e politologo statunitense Zbigniew Brzezinski, espresso nel suo La grande scacchiera edito nel 1997, a proposito degli «imperativi geostrategici» per mantenere l’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Discorrendo poi, di quella pianificazione del «management globale» cui abbiamo assistito e delle sue preoccupazioni sulla «possibile creazione o l’emersione di una coalizione eurasiana» che, «potrebbe cercare di sfidare la supremazia americana». Tra l’altro, sempre più messa in discussione negli ultimi anni e alle prese con un mondo multipolare: come dicevamo, non più a guida unica! Basti pensare all’intesa italo-cinese con i dovuti pro e contro. Un esempio da prendere in considerazione, con tutte le dovute cautele del caso e purché non ci si fermi, solo sui benefici di un accordo economico-commerciale che si noti, non è vincolante.

È cosa nota che lo stesso Heidegger, pensava alla terra dandogli un senso ancor più profondo. Troviamo calzante, la citazione inserita da Alain de Benoist sullo scritto del filosofo di Meßkirch, intitolato L’origine dell’opera d’arte, redatto nel 1935 e pubblicato solo negli anni ‘50. Trattasi del testo di una prima conferenza sul tema dell’opera d’arte, dove si trovano degli spunti interessanti. L’acume filosofico e metafisico di Heidegger, osserva la nozione di popolo e del suo «abitare storico», solo quando riconosce l’immanenza ed «il primato dell’arte, l’opera d’arte».

Dunque, l’analisi di Alain de Benoist non poteva non rifarsi a «l’essenza della terra», alle tre accezioni che rimandano al concetto originario di nomos; suggerendoci di contemplarla, lasciandola «dispiegarsi in quanto tale». In pratica, quello che Heidegger voleva intendere, quando scrisse che «l’armonia di questa insuperabile pienezza noi la chiamiamo la terra». Scoprendo così, quanto sia importante, toccare le corde più profonde della sensibilità heideggeriana, mettendo «in rapporto l’opera d’arte con la terra» per il fatto che «l’arte conduce a una riappropriazione dell’abitare storico e destinale». Ed è proprio qui che il senso di Immanens, gioca un ruolo importante: giustappunto, designando con esso quegli atti, come il vedere o il sentire, il cui fine risieda in sé stessi ma che è riconoscibile anche per l’Altro.

Ma le potenze di mare, incanalano l’esatto contrario di questi lunghi pensieri e sono già passate dal «succedersi rapido delle novità», all’astrazione di una mobilità permanente dalle merci all’uomo, dai nuovi desideri da rimpiazzare a quelli vecchi, alla gratuità offerta dal nomadismo che è pure quello, dei costumi e delle usanze. Mentre l’occhio attento di Julien Freund, individua il saltato a piè pari, nell’era dei satelliti. Il passaggio dal mondo liquido-moderno, descritto ampiamente da Zygmunt Bauman, all’elemento dell’aria e delle corse allo Spazio. Il mondo dei flussi senza frontiere, delle «correnti mutevoli» e dei «flussi e riflussi» delineati da Carl Schmitt, lasciano il posto allo spazio siderale senza fine, all’infinito per antonomasia.

Basti pensare alla componente tecnica della «talassopolitica» che era ritenuta essere, erroneamente, il “Rinascimento moderno”. Senza tenere conto in passato, di quanto «la tecnica appartiene all’ordine degli artifici» impiegati per gli spostamenti in mare, assolutamente non necessari per ciò che riguardava lo spostarsi e il muoversi sulla terraferma. La nuova frontiera invece, è rappresentata dalla colonizzazione dello Spazio che ha acquisito un ruolo centrale. L’immensità dello Spazio, viene adoperata dalla governance privata della «tecnologia della sorveglianza», che ha rimpiazzato il fluido con l’aeriforme, la Terra con il sovrappiù, il mobile con l’indistinto, il fluttuante con le microonde dell’universo, la natura corporea con l’assenza di gravità, il chiuso all’infinito, e via discorrendo.

Chiaro è che Alain e Julien, menti libere e non offuscate dalle ideologie del passato e da quelle del «Momento storico», rifuggono dal pensare ad un finis terrae dei legami sociali e delle relazioni umane. La destrutturazione ad opera della religione delle reti globali e dalla «mobilitazione totale» nel firmamento, può essere fermata. Purché si riesca a comprendere la natura di un «processo di imposizione», ripetiamolo, capitalistico e della «messa a regime della ragione» che vuole obbligatoriamente «sopprime i limiti che permettono le distinzioni». Il dominio del denaro, dell’omogeneizzazione, dell’intercambiabilità generalizzata degli uomini e delle cose, caldeggiato dalle potenze del mare che Carl Schmitt, individuò minuziosamente. Anche se Il Mare contro la Terra, vuole farci credere che non abbiamo più scampo, le sue acque continuano ad infrangersi contro le coste e le scogliere. Contro quei limiti che è bene ricordarsi, essere invalicabili.

*Il mare contro la terra. Carl Schmitt e la globalizzazione di  Alain de Benoist e Julien Freund (Traduzione a cura di Giuseppe Giaccio, Diana Edizioni, 7 marzo 2019,  Pp.. 113, euro 14)

 

 

 

 

 

 

http://www.barbadillo.it/81609-focus-il-mare-contro-la-terra-la-geopolitica-di-carl-schmitt-vista-da-de-benoist-e-freund/

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Argomenti vari, conferenza

Medice cura te ipsum

Incontro con l’autore lunedi’ 25 marzo 2019 ore 17

Se penso che. Un manifesto contro il nichilismo e l’indifferenza

Presentazione del libro di Fosco Foglietta

Grafikamente editore in Forlì, 2018
Partecipano il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani e la senatrice Paola Boldrini.
L’autore è noto ai ferraresi per la sua attività di direttore generale dell’azienda U.S.L. della città dal 2002 al 2010. Ha sempre lavorato nel settore della sanità e dei servizi sociali, anche a Cesena e a Bologna, poi è stato presidente di CUP 2000 SpA. Il volume prende spunto dall’esperienza professionale e umana dell’autore per affrontare le tematiche che la società contemporanea sta vivendo. Cerca di sottolineare il bisogno del risveglio dell’etica attraverso le conoscenze delle realtà complesse e i modi di concepire ed esercitare il potere (con l’evidente crisi delle “élites”) con l’obiettivo di aver sempre presente la qualità della vita e la dignità dell’uomo.

La tredicesima Musa

Incontro con l’autore martedi’ 26 marzo 2019 ore 17

La tredicesima musa

Presentazione del libro di Carlo Degli Andreasi

La Carmelina Edizioni, 2019
Questo romanzo è un delicato abominio, è l’ennesimo viaggio-racconto di cui non si avverte la necessità, un esercizio d’arbitrio, una nuvola di parole inconsistente come il fumo; lo stesso fumo che dai sigari rituali dei sacerdoti Maya, saliva agli spiriti divini per portare loro una preghiera. Un’epoca, la seconda metà degli anni 70 del XX secolo; un’età, i 18 anni del giovane improbabile Odisseo; un luogo non-luogo, Genova, limite oltre il quale si apre solo un mare “mentale” con le sue sirene. Il viaggio e la notte sono inscindibili in questo racconto-arca, dieci ore di tragitto interminabili tra la metafisica Ferrara e l’inesplicabile Genova, una “via crucis” pagana fatta di attesa di coincidenze e ritardi incomprensibili. Un viaggio in treno, ma forse è meglio dire un viaggio su binari, per quel senso di inevitabile ed obbligato che riassumono in sé un itinerario, per l’appunto, che si dipana nell&# 39;arco di una notte per andare da “lei”. Infine si presenta lei “la fine del tempo” con la sua sensualità, le sue sigarette Turmac, i suoi occhi di specchio d’argento.
L’autore dice di sé: “La mia origine da due famiglie, una toscana e l’altra ferrarese entrambe antiche, sono tutt’ora motivo di complessità nella mia immaginazione che mi sostiene in ogni azzardo. A mio padre devo l’amore per la lettura e il piacere di generare racconti. La Letteratura è una nave e al contempo il mare che solca, è un viaggio inquieto che ho intrapreso dalle prime letture, un viaggio che continua imprevedibile. Sono un estimatore del pensiero libero da vincoli razionalisti o metafisici, perché credo nella “complessità”, nella forza del simbolo e della metafora. Sono assertore che in ogni evento esiste un equilibrio, una forma aurea, percepibile a determinate condizioni, nascoste in tutta evidenza dal divino prestigiatore, a noi il piacere della rivelazione.”

Incontro con l’autore mercoledi’ 27 marzo 2019 ore 17

È tornato il cane nero. Gli enigmi di Camilla Faà

Presentazione del libro di Cinzia Montagna

Dialoga con l’Autrice Nicoletta Zucchini (Gruppo Scrittori Ferraresi)
I Marchesi del Monferrato Editore, 2014
A due anni da “Nec ferro nec igne – Nel segno di Camilla” di Cinzia Montagna, il Circolo Culturale “I Marchesi del Monferrato” propone un aggiornamento su quanto accaduto dopo la pubblicazione del primo libro dedicato a Camilla Faà, contessa di Bruno (1599 – 1662). Il titolo “E’ tornato il cane nero” si riferisce all’elemento più clamoroso conseguente alla pubblicazione del 2012: il restauro del ritratto di Camilla, condotto nel 2013, ha svelato l’esistenza di un cane nero dipinto accanto alla contessina. Il cane fu nascosto da interventi pittorici dei quali non è stato ancora possibile ricostruire sinora né la motivazione né la datazione. E’ questo uno degli enigmi che trovano sviluppo nel libro scritto dalla Montagna, oltre all’esistenza di due ritratti di bambini, l’uno conservato a Bruno e l’altro a Torino, del tutto simili come posa e abbigliamento ma diversi per caratteristiche somatiche. E ancora: quante sono realmente le sepolture del Chiostro del Corpus Domini di Ferrara, dove la tomba di Camilla è posta accanto a quella di Lucrezia Borgia? La contessina morì davvero nel 1662 oppure la data è il risultato di un’errata interpretazione dell’epigrafe fatta incidere dalle nipoti in sua memoria? Perché la rivale di Camilla, Caterina De’ Medici, la vera moglie del Duca Ferdinando Gonzaga, ebbe così a cuore la sorte del suo figliastro, Giacinto, nato da Camilla e Ferdinando? Il romanzo cerca di rispondere a tali interrogativi, senza però dimenticare il filo conduttore che dà nome alla Collana: Gridonia, il piccolo petauro dello zucchero che l’animaletto da compagnia della voce narrante, torna anche in questo romanzo, lasciando però i lettori con il fiato sospeso sino alle ultime pagine.
Cinzia Montagna è giornalista e lavora in ambito enogastronomico. E’ laureata in Teoria e Storia della Storiografia presso l’Università degli Studi di Pavia sulle tecniche narrative storiche e d’invenzione. Fra le sue pubblicazioni di tema storico e saggistico, aggiornamento e completamento del volume di L.Mastropietro, Santa Giuletta, storia, popolazione ed economia, Oi Petres, Pavia, 1990; Osasco, un paese, una storia – Comune di Osasco, dicembre 2004; Mario Campagnoli, l’uomo, la Dc e la Coldiretti, Casteggio, settembre 2005; Terre Pavesi, Provincia di Pavia, Ed. Sangiorgio – Genova, luglio 2005; Oltrepò, dove le vigne e le colline disegnano il cielo in Marketing Culturale – Valorizzazione di istituzioni culturali – Strategie di Promozione del Territorio, Franco Angeli Ed., Milano 2006. Suoi numerosi racconti di fantas cienza sociale pubblicati in “Futuro Europa” – Rassegna Europea di SF, Perseo, Bologna.

Conferenze e Convegni giovedi’ 28 marzo 2019 ore 17

Le parole del benessere

Conferenza di Chiara Baratelli

Introduce Antonio Moschi
Comunicare è un’abilità complessa che permette di condividere con gli altri informazioni, esperienze, vissuti e, soprattutto, di costruire relazioni significative. Tuttavia, molte volte la comunicazione può dar luogo a fraintendimenti, incomprensioni fino ad arrivare in talune occasioni alla rottura del rapporto con l’altro. Pensiamo ai conflitti che nascono con i colleghi di lavoro, con i familiari, con gli amici, con il partner. E’ nell’esperienza di ciascuno non sentirsi realmente ascoltati e capiti, con il risultato di avvertire un profondo senso di solitudine, in modo particolare quando si è alle prese con esperienze dolorose o problemi importanti. Le parole sono importanti per il benessere individuale e sociale e di questo si parlerà.
Chiara Baratelli è Psicoanalista Psicoterapeuta. Si è specializzata come Psicoanalista nel 2004 all’Istituto Freudiano per la terapia, la clinica e la scienza di Roma, Scuola Psicoanalitica a orientamento lacaniano. Nel 2010 si è formata come Sessuologa clinica al CIS, Centro Italiano di Sessuologia di Bologna per la cura dei disturbi sessuali. Si occupa anche di formazione svolgendo attività di docenza sulle tematiche della comunicazione, organizzazione aziendale, educazione al ruolo, bilancio di competenze, elaborazione del lutto e accoglimento dei docenti presso enti di Formazione accreditati. E’ operatore di Training Autogeno e ha svolto numerosi interventi di prevenzione e sensibilizzazione sui disturbi alimentari nelle scuole medie e superiori del Veneto e dell’Emilia Romagna.
Per il ciclo “I colori della conoscenza” a cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Incontro con l’autore venerdi’ 29 marzo 2019 ore 17

Il moto delle cose

Presentazione del libro di Giancarlo Pontiggia

Introduce Angelo Andreotti
Mondadori, 2017
Pubblicato nella prestigiosa collana dello Specchio, Il moto delle cose di Giancarlo Pontiggia è una poesia di pensiero, ma alimentata da un’immaginazione fervida eppure controllata, che lascia spazio all’emozione nel suo sentire e osservare il mondo, un’emozione che si trasmette al lettore e che increspa l’attenta tessitura del verso. Quella di Pontiggia è una pronuncia impeccabile e limpida, classica, che talvolta si apre a lievi volute sonore, in giochi fonici o in eleganti armonie sottili, come sottile e profonda è la sua perlustrazione poetica dell’esserci e del mondo.
Giancarlo Pontiggia (Seregno 1952) ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Con parole remote (Guanda, 1998), Bosco del tempo (Guanda, 2005) – poi confluite in Origini (Interlinea, 2015) – e infine Il moto delle cose (Mondadori, 2017). Per il teatro ha scritto Stazioni (Nuova Editrice Magenta, 2010) e Ades. Tetralogia del sottosuolo (Neos, 2017). Saggi di poetica e riflessioni sulla letteratura si trovano nei volumi Contro il Romanticismo (Medusa, 2002), Lo stadio di Nemea (Moretti&Vitali, 2013), Undici dialoghi sulla poesia (La Vita Felice, 2014). Dal francese ha tradotto Bonnefoy, Céline, Mallarmé, Sade, Supervielle, Valéry, e dalle lingue classiche Rutilio Namaziano, Pindaro, Sallustio.
A cura del Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara

Società

Tecnoschiavi

Lotta politica e ingegneria sociale

di Marco Della Luna – 02/03/2019

Lotta politica e ingegneria sociale

Fonte: Marco Della Luna

Le innovazioni importanti, le strategie di lungo termine, le operazioni di ingegneria sociale, sono deliberate a porte chiuse dall’oligarchia, indi calate sulla popolazione generale sotto il manto di nobili scopi di interesse comune, ma senza che ne sia rivelata la natura, gli effetti e gli obiettivi ultimi. Così è avvenuto, ad esempio, con il processo di integrazione europea, con le cessioni di sovranità, con l’Euro, con le riforme della banca centrale e del sistema bancario.

Il dibattito politico pubblico è permesso, o perlomeno può aver luogo, solo dopo che tali riforme hanno raggiunto gli effetti per i quali sono state introdotte, in modo che il dibattito pubblico e la politica popolare non possa impedire il raggiungimento di tali effetti. Cioè i problemi vengono posti all’opinione pubblica dai mass media e divengono oggetto di dibattito ed eventualmente di lotta politica (popolare) solo quando oramai il gioco è fatto e la lotta politica è innocua, inutile.

La politica popolare, di regola, viene in tal modo attivata su problemi ormai superati. Lotta per chiudere le porte della stalla dopo che i buoi sono stati rubati. Così il dibattito e la lotta politica sulla sovranità e sull’Euro sono stati avviati solo dopo che la sovranità era oramai stata perduta e che l’Euro aveva prodotto i suoi effetti (devastanti per alcuni paesi, e vantaggiosi per i paesi dominanti), sebbene già negli anni ’60, ’70, ’80 e ’90 economisti di vaglia avvertissero che il blocco dei cambi tra le monete europee avrebbe prodotto i risultati che poi ha prodotto. Fino al 2008 l’opinione pubblica italiana era per l’Euro e per l’integrazione europea. La popolazione generale, infatti, essendo incompetente e attenta solo all’immediato, non prevede gli effetti delle riforme tecniche, e si accorge di essi soltanto dopo che si sono prodotti, quando li sente sulla propria pelle. Ma anche allora fatica a capirne le cause.

In conformità a quanto sopra spiegato, non sono oggetto di dibattito politico pubblico, né di copertura mediatica, ma piuttosto di silenziamento o discreditamento e negazionismo beffardo, le principali innovazioni che l’oligarchia sta introducendo oggi, e che avranno presto un drammatico impatto sulla vita della popolazione, ossia il controllo sociale e individuale mediante le reti elettroniche e mediante la biocrazia, cioè la gestione e modificazione della gente mediante somministrazione di sostanze chimiche e biologiche negli alimenti, nei farmaci, nei vaccini, nell’ambiente, ultimamente attraverso la rete 5G (con le sue onde millimetriche che agiscono sulle cellule vivente) – come avviene nella zootecnia.

filosofia

Giovanni Gentile

Giovanni Gentile è stato un pensatore cruciale del Novecento. La rimozione del suo nome e, soprattutto, della sua filosofia, dal dibattito contemporaneo, rendono evidente la povertà teoretica contemporanea. Eppure, a guardar bene, tale rimozione, è stata determinata più da ragioni storico-politiche (la fedeltà del filosofo al fascismo), che non dalle sue posizioni teoriche. In un’epoca come l’attuale, pertanto, nella quale il cleavage politico non passa più dalla contrapposizione destra/sinistra, né tantomeno dovrebbe passare da quella antifascismo/anticomunismo, c’è da augurarsi che si torni a parlare di attualismo.

    Perché ciò accada è necessario incontrare il gentilianesimo nella sua valenza di proposta teoretica. Questa è la via di approccio tentata, tra i pochi, da Massimo Donà in, Un pensiero sublime. Saggi su Giovanni Gentile, da poco comparso nei cataloghi della inSchibboleth edizioni (per ordini: info@inschibbolethedizioni.com, pp. 183, euro 22,00). Per entrare nelle vive cose dell’esegesi di Donà è bene muovere da questo assunto di ascendenza spaventiana: il pensiero non si estingue mai in un altro, ma in se medesimo. Ciò comporta, nella prospettiva attualista, che lo stesso essere venga ridotto al pensare. Pertanto, per il filosofo di Castelvetrano: «originaria è l’identità» (p. 110). Tale tesi porta con sé che la parte sia il tutto, come nelle intenzioni dello stesso Hegel. Quest’ultimo intendeva, però, provare l’identità, mentre la grandezza dell’attualismo va colta nel fatto che: «se ogni pensato designa e genera il relativizzarsi dell’assoluto pensare, questa assolutezza dovrà comunque potersi rinvenire in ognuna delle sue specifiche relativizzazioni» (p. 111). Ne consegue che, solo a partire dall’identità, tutto si spiega.

   La filosofia, del resto, è sorta quale tentativo di rammemorazione dell’identità originaria, esperita come presente in ogni realtà finita, in ogni presenza determinata. Gentile è tra i pochi a sapere, secondo Donà, che il limite costituito dall’astrattezza naturale, del pensato connesso alla fissità del vero, è necessariamente posto dal pensiero stesso: «come alterità reale rispetto a sé» (p. 122). Per reale deve intendersi, in un pensiero infinitamente potente, l’impotenza del dato, del naturale, in cui poter riconoscere la forma rovesciata, negata, della dinamicità originaria. Insomma, l’uno non è la molteplicità, ma non è altro dalla medesima. In tale contesto teorico, il pensatore attualista porta ad estrema coerenza il tentativo hegeliano di includere nella dialettica la contraddizione, già esclusa dalla prospettiva aristotelica. Il tedesco avrebbe maturato un’: «intuizione vaga del divenire» (p. 119), perché non sarebbe riuscito a pensarlo dialetticamente, in quanto sarebbe passato ad una riflessione esterna, ad un giudizio, centrato sull’identità di essere e di nulla. Hegel, in una parola, suppose il superamento della differenza, ma non lo realizzò.

   Alla luce di tale posizione, come si evince dal primo saggio del libro, è da interpretarsi la critica di Gentile a Croce, in merito alla distinzione, posta dal filosofo liberale, tra ‘pensiero’ ed ‘espressione’. Per il gentilianesimo: «l’atto del pensare è un che di originariamente esprimentesi […] Come a dire che il contenuto è sempre contenuto di un’espressione e l’espressione indica sempre l’esprimesi di un determinato contenuto» (pp. 18-19). Forma e contenuto dicono diversamente quel che diverso non è, nel darsi dell’una si dà sempre anche l’altra. Ogni positivo: «altro non dice se non quel che il passato e il futuro, propriamente, negano» (p. 23). L’identità della presenza è ab origine irrequieta, testimoniando sempre il proprio non esser più e il proprio non essere ancora. Del resto, dalle pagine di Donà emerge la prossimità di Gentile a Nietzsche, pensata, però, in maniera divergente da quella istituita tra i due da Emanuele Severino. Una prossimità in positivo, rilevabile nel fatto che la vita dello spirito, per il siciliano, si realizza nell’impulso diveniente dell’Io mirato a negare il non-Io, negazione di un contenuto determinato che è il suo divenire altro. L’Eros conoscitivo dell’Io ama solo se stesso: l’unità originaria si mantiene una, pur tra gli oggetti concreti in cui si risolve il suo procedere.

   In Gentile risulta centrale la dimensione estetica,  del fare, come si evince dal bellissimo secondo scritto di Donà.  Il logos attualista è espressione di un sentimento originario per cui: «logo astratto e logo concreto sono davvero la stessa cosa» (p. 31). Nel mondo in cui viviamo non ci sentiamo mai al sicuro e rimettiamo sempre di nuovo in moto il nostro inestinguibile bisogno di conoscenza, che ci consente di rinvenire l’Io nel dato, nella cosalità del reale. Solo l’arte ci offre qualcosa di diverso. In essa facciamo esperienza dell’infinitudine non più ostativa, ostacolante, ma esaltante e rasserenante. Essa è riconducibile ad un’unità che: «dei diversi, sembra in grado di mostrare l’originaria identità…senza fare di quest’ultima, qualcosa che starebbe all’origine del differenziarsi come suo semplice presupposto» (p. 88). Essa si dà sempre come differenziarsi e nei differenti. L’arte mostra come il dato, ciò che ci sta di fronte, non sia mai semplice ‘oggetto’: le cose non sono mai quel che dicono di essere (Magritte). Questo il momento risolutore del gentilianesimo: il pensiero come puro ‘fare’, tematizza il ‘non essere’ in modalità non riducibile alla forma della mera alterità.

    Per questo Gentile esplicita il senso riposto della massima socratica del ‘sapere di non sapere’. Tale massima non va esperita pensando il ‘sapere’ e il ‘non sapere’ come contrari. All’intelletto (e a Platone) il non, ricorda Donà, sembrò suggerire la dimensione della privazione. In realtà, quel non, non è indicativo di una diminutio, al contrario, indica una verità divina, testimoniata dal dio di Delfi. Conoscere noi stessi implica aver contezza che non conosceremo mai una determinatezza, un positivo, un dato, ma, nella migliore delle ipotesi, un perpetuo farsi, un in fieri, scandito da ritmi. Donà suggerisce che, in fondo, Gentile avrebbe potuto rintracciare nel trinitarismo cristiano un identità capace di farsi vera, nel solo consegnarsi alla molteplicità, in un percorso aperto sull’abisso dei possibili, sul quale, nell’ora nona, il Padre avrebbe sempre potuto abbandonare il Figlio. Un cristianesimo negativo, quindi, che recuperò al mondo, dopo il trionfo del monoteismo ebraico, i misteri delle religioni cosmico-dionisiache. Ecco, come rileva Donà, Gentile titubò, fece dei passi indietro, sul terreno speculativo conquistato nella sua revisione dell’hegelismo.

http://www.barbadillo.it/80874-libri-un-pensiero-sublime-di-dona-per-riscoprire-giovanni-gentile/

sanità

Ma la sanità?

di Gabriele Sannino

Nel nostro paese, sono ormai milioni i cittadini che non possono più curarsi, dato che non hanno i soldi per farlo. Se ci riflettiamo un attimo, questo è del tutto incostituzionale, visto che l’art 32 della nostra sottesa Carta dichiara espressamente che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.
In realtà, quello che si sta consumando oggi, come spiegano bene Francesco Carraro e Massimo Quezel nel loro libro SALUTE S.P.A. con sottotitolo “La sanità svenduta alle assicurazioni” è il delitto perfetto, nel senso che, al grido di “Ce lo chiede l’Europa” e a colpi di spending review, i politici stanno operando da anni tagli alla nostra eccellente sanità pubblica, cosa che fa peggiorare i servizi, le strumentazioni, le condizioni in cui operano i sanitari, le unità di personale. I risultati sono tempi che si dilatano a dismisura per le visite – cosa che costringe gli italiani a curarsi a pagamento – ma anche errori nella sanità pubblica, che viene così vista e giudicata come “malasanità”.
In altre parole, la scarsità fittizia provocata dai banchieri e dalle loro crisi (dato che ci prestano “denaro dal nulla”) sta letteralmente uccidendo la sanità pubblica (anche) in questo paese, mentre quella privata si fa spazio sulle sue macerie.
Il messaggio dei media mainstream, del resto, è sempre lo stesso: “guardate quanto fa schifo la sanità pubblica, non è ora di fare qualcosa?”
La politica, in questi anni, ha favorito moltissimo questa situazione. Anche l’ultimo governo targato PD ha seguito questa strada. Grida letteralmente vendetta, invece, il sistema introdotto nel 1999 dall’allora Ministro della Sanità Rosy Bindi – il cosiddetto intramoenia che significa letteralmente “dentro le mura” – vale a dire il meccanismo che consente ai medici pubblici oggi di svolgere attività private anche all’interno di strutture pubbliche, fuori dalle fasce lavorative previste contrattualmente. E’ questo meccanismo che consente a un medico di riceverci tra sei mesi se vogliamo andare col ticket pubblico e domani mattina se invece vogliamo visitarci privatamente. Questo meccanismo ha ridotto anche di molto gli introiti delle strutture pubbliche, cosa che fa affossare ancora di più la nostra sanità. Oggi anche quando facciamo una banale analisi del sangue ci dicono di scegliere tra il pubblico e il privato: ebbene quei soldi vanno tutti alla sanità convenzionata, peggiorando ancora di più il quadro complessivo.

leggi tutto su https://www.controinformazione.info/distruggono-la-sanita-pubblica-e-fanno-avanzare-quella-privata/

geopolitica, Società

Scemi di guerra

“Il principale nemico dell’umanità negli ultimi decenni non è stato il terrorismo ma la Santa Democrazia. Così si potrebbe dire, se si credesse davvero nella Santa Democrazia e non la si ritenesse una maschera e un pretesto.
Questa maschera e questo pretesto sono stati utilizzati per condurre le guerre dell’Impero, quelle palesi e quelle occulte. Sono stati utilizzati per giustificare embarghi e boicottaggi e distruggere l’economia dei Paesi refrattari all’Impero e il benessere dei loro popoli; per bombardarli e invaderli; per condurre in tutto il mondo campagne di propaganda contro gli Stati che cercavano di sottrarsi alla colonizzazione occidentale e alla rapina delle loro risorse.
Dall’Irak allo Zimbabwe, dal Congo al Sudan, dalla Jugoslavia all’Iran, da Cuba alla Birmania, dalla Cina alla Russia all’Afganistan, chiunque rifiutasse il dominio delle multinazionali occidentali, e che fosse dominio incondizionato senza limiti né regole, diventava uno “Stato canaglia” e veniva fatto oggetto, prima di un vero e proprio linciaggio mediatico, poi di guerra vera, dichiarata o non ma con morti veri, stragi, distruzioni, assassinii, quando non stermini senza limiti.
Non importava e non importa che tipo di Paese sia, come sia organizzato, se sia o no democratico nel senso capitalista del termine, cioè se ci sia la possibilità di fondare partiti che facciano l’interesse dei padroni e che si presentino alle elezioni e stampino giornali e abbiano televisioni. Non importa, a meno che quei partiti non vincano le elezioni e si insedino al governo e offrano il paese alle orde multinazionali.
“Democrazia” è diventata ormai una parola vuota ma una minaccia piena d’orrore. Come fu per “eresia” in secoli non così lontani.
La Russia di Eltsin, che faceva bombardare il parlamento ma lasciava rapinare allegramente il proprio Paese da multinazionali e mafie, era un Paese democratico. La Russia di Putin e Medvedev, che mantengono lo stesso ordinamento politico ma che hanno riportato nelle mani dello Stato l’economia del Paese, diventa automaticamente “un regime autoritario”.
I paladini della Santa Democrazia passano il loro tempo a ordire e organizzare colpi di Stato, assassinii politici, attentati terroristici, in tre quarti del mondo. Organizzano eserciti di mercenari criminali, che una volta chiamavamo “squadroni della morte” ma che oggi, a furia di progredire, chiamiamo “contractors”, per torturare, massacrare, trucidare, terrorizzare popolazioni inermi, al solo scopo di demoralizzare la resistenza di quei popoli o di destabilizzare governi e Stati che fanno qualche passo verso l’indipendenza economica e politica dall’Impero, verso un ordinamento sociale un po’ meno capitalista. In Nicaragua negli anni ottanta i contras, addestrati, armati, comandati dagli USA, lottavano per la democrazia.
Uccidendo in tre anni ottomila civili e novecentodieci funzionari statali. Gli ottomila civili erano sindacalisti, attivisti politici, famiglie di sindacalisti e attivisti politici, contadini di tutte le età e i sessi, villaggi interi di contadini compresi i bambini. I funzionari statali erano maestri, medici, infermieri mandati dal governo nei villaggi contadini, spesso volontari che volevano dare il proprio contributo alla crescita umana e culturale del Paese in cui vivevano.
Lottavano, i contras, contro il governo sandinista, e uccidevano nei modi più efferati per creare e diffondere panico e terrore, demoralizzazione, paura. Quella paura continua e totale che fa preferire la schiavitù alla libertà.
Ma non voglio e non posso fare un elenco dei crimini della Santa Democrazia. William Blum, ex funzionario del Dipartimento di Stato USA, ci ha provato, limitandosi appunto alla politica USA e utilizzando solo i documenti CIA dissecretati, e gli è venuto un libro di settecento pagine.
Il problema più grave oggi, però, per noi popoli dei Paesi santamente democratici, è che il mito della Santa Democrazia è ormai diffuso tra tutti noi. Grazie all’informazione e ai suoi mezzi, siamo diventati tutti paladini della Santa Democrazia. Un tempo invece molti di noi avrebbero lottato a fianco dei Paesi attaccati dall’Impero. Un tempo molti di noi avrebbero subito rizzato le orecchie, sentendo i giornali e le televisioni dell’Impero iniziare a sbraitare monotonamente e senza tregua contro il governo di un Paese non in linea con gli interessi dell’imperialismo.
Come una volpe rizza le orecchie al latrare dei cani e al corno del cacciatore, sapendo che è l’inizio della caccia e che, se anche quel giorno non toccherà a lei, toccherà a una sua simile.
Forse è solo questo il problema: non ci sentiamo più simili ai popoli sfruttati, né a quelli che rifiutano di essere sfruttati dai nostri Paesi, o meglio dai nostri padroni.
Forse ci sentiamo più simili al cacciatore. O almeno ai cani.”

Da Scemi di guerra, di Sonia Savioli, Edizioni Punto Rosso, pp. 195-196.

Argomenti vari, Società

Anniversari

Insomma: la faccenda Sessantotto è più complessa di come viene raccontata e ricordata. Per fortuna, in questo strano anniversario, è stato pubblicato anche un libro che da ragione di questa complessità. Si tratta de Il Sessantotto. Magie, Veleni & Incantesimi SPA (Solfanelli, Chieti) di Danilo Fabbroni. Un’opera che dà ragione di questa complessità riportando una mole immensa di notizie, nomi e fatti che amplifica a dismisura l’orizzonte del Sessantotto. Non si tratta di un libro complottista: non nomina (né allude ad) alcun «grande vecchio» e, a dir la verità, non parla nemmeno di complotti. Piuttosto, fissa su carta una serie di puntini, lasciando al lettore la facoltà di unirli per far emergere un disegno. Non è quindi, un libro di facile lettura. Tuttavia aiuta a comprendere la complessità e la vastità della realtà sociale e politica nella quale siamo immersi e, di conseguenza, ad evitare manicheismi e semplificazioni eccessive.

 

Al seguente link si può assistere alla presentazione che Danilo Fabbroni ha tenuto presso la Domus Orobica: https://www.youtube.com/watch?v=hPVAV6-oUwU&t=112s

 

Roberto Marchesini

autori, libri, Società

La fine del sacro

Ma nelle riflessioni di Sergio Quinzio (Religione e futuro, ripeto: anno 1962) ci sono molti altri punti che mi hanno costretto a restare con il naso incollato alle pagine polverose.

Sentite qui: «La religione, da cosa virile, è diventata cosa tipicamente femminile, da donnicciole, e i nostri ragazzi considerano un punto d’onore e una prova di maturità disprezzarla».

Ecco, espresso in due righe, un concetto al quale mi capita di pensare quando sento dire che nella Chiesa bisogna dare più spazio alla donna. Ora so che sarò giudicato maschilista, retrogrado e tutto il resto, ma penso che la richiesta di dare più spazio alla donna possa essere avanzata solo da chi non conosce la realtà della Chiesa. Perché oggi nelle parrocchie le donne hanno già spazio, moltissimo, forse  troppo. Non per colpa loro, sia chiaro, ma per colpa di maschi che non ci sono, che sono spariti. E così è difficile negare che sia in atto un processo di femminilizzazione del cattolicesimo.

Ma vado avanti. Riflettendo sulle chiese protestanti, verso le quali è di moda per noi cattolici cercare affannosamente un  dialogo, come se da ciò dipendesse il destino della nostra Chiesa, a un certo punto l’autore afferma che «la sopravvivenza di queste chiese nel mondo contemporaneo è pagata al prezzo della rinuncia alla loro fede, che è stata più o meno ovunque trasformata in generico moralismo liberaleggiante». Ed è vero, verissimo, come si può ben vedere andando a fare un giro nel Nord Europa. Pertanto viene da chiedersi perché noi cattolici dobbiamo tanto ricercare il dialogo con qualcuno che, di fatto, si è spogliato o si sta spogliando della propria fede, e non dovremmo invece cercare di convertire questi fratelli.

Molte altre sarebbero  le pagine da sottolineare. Per esempio quando Quinzio osserva che oggi, non essendoci più la religione, non c’è più neppure l’ateismo (bei tempi quelli in cui religiosi e atei si affrontavano a viso aperto. Oggi, invece, domina purtroppo l’indifferenza, che emerge anche tra coloro che, solo nominalmente, ancora si definiscono religiosi e atei) o quando annota che abbiamo ridotto Dio a un padre di oggi, succube dei figli, togliendogli ogni capacità di giudizio, oppure quando dice che la religione (e qui il pensiero va a tutti i nostri dolciastri teorici dell’ascolto, della tolleranza, dell’apertura) se è davvero tale non è vaga e affettata consolazione, ma «è una cosa potente», assoluta, che riguarda il sangue e la morte.

E che dire dei passaggi in cui l’autore osserva che la religione non produce più nulla? Guardiamo a noi cattolici: non più poesia, non più architettura, non più musica, non più pittura. Solo, al più, scimmiottature o «provocazioni» (parola che piace a chi non ha nulla da dire) o, addirittura, contro-testimonianze (come si vede bene nel caso delle orrende nuove chiese, progettate e costruite per far scappare i fedeli e non per farli entrare).

Mi fermo qui, perché le citazioni sarebbero innumerevoli.

https://www.maurizioblondet.it/ma-la-religione-e-morta/

scuola

Nichilismo

“I giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.
Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso.” È così che inizia L’ospite inquietante, celebre libro che Umberto Galimberti ha dedicato ai giovani e al loro male di vivere modernissimo, che non riesce a essere placato, a meno di non cambiare radicalmente rotta. Filosofo, sociologo, psicanalista, professore, editorialista, Galimberti ha concentrato le sue riflessioni su temi come la società, l’economia, le relazioni, l’amore, il sacro, i rapporti tra scienza e fede, il corpo. Il suo ultimo libro è La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo (Feltrinelli, 2018) dove insegna ai ragazzi (ma anche ai genitori) l’arte di riprendere in mano il proprio tempo, aiuta a sciogliere quel cinismo, quella disillusione, quell’indifferenza che la società di massa ha contribuito a costruire intorno al loro cuore e a liberarlo, finalmente, per scoprire la sua passione – cioè il suo destino.

Umberto Galimberti

http://www.barbadillo.it/80069-questionario-proustiano-sulla-scuola20-galimberti-i-giovani-afflitti-dal-nichilismo/