Primo piano

Made in Italy

Ogni 48 ore un’azienda italiana cade in mani straniere. Alcuni casi finiscono sui giornali e fanno discutere, ma la maggior parte scivola via nel silenzio. Così, nel silenzio, non abbiamo soltanto perso tutto il made in Italy, i grandi marchi della moda, le aziende alimentari, i settori strategici (dalla chimica alla siderurgia), i servizi e le banche: abbiamo perso il meglio delle nostre piccole aziende, quei gioielli di creatività spesso nati nei sottoscala di provincia e diventati leader mondiali nel loro settore. Erano i nostri veri tesori. Ora non sono più nostri. I nuovi proprietari stranieri non sono quasi mai dei padroni, piuttosto dei predoni. Il risultato? L’Italia non è più italiana. È ciò che Mario Giordano ci svela nel suo libro-inchiesta: ha girato la Penisola strada per strada, ha visitato borghi e paesi, è entrato nelle fabbriche. E ha scoperto che i predoni stranieri non hanno conquistato solo la nostra economia: hanno conquistato l’intero nostro Paese. Dal castello piemontese del 1200 comprato dalla setta americana della felicità al palazzo della Zecca gestito dai cinesi, dall’isola di Venezia in mano ai turchi ai vigneti della Toscana acquistati dalla multinazionale belga delle piattaforme petrolifere, passando per supermercati, botteghe storiche, alberghi di lusso, case, piazze, ospedali: l’Italia non è più italiana. Persino la mafia vincente, ormai, è straniera. Da Cosa Nostra a Cosa Loro: le cosche nigeriane si sono estese da Torino alla Sicilia. E, intanto, si afferma la Cupola cinese. Ormai non siamo nemmeno più padrini a casa nostra. Dilaga la cucina etnica, ma ci sono 250 cibi italiani a rischio. Dilagano i termini inglesi, ma la nostra lingua rischia di scomparire. Persino gli insetti alieni minacciano il nostro Paese, come denuncia un rapporto allarmato dell’Ispra. E, soprattutto, si stanno estinguendo gli italiani: sempre meno nascite, sempre più fughe all’estero. Una ogni 5 minuti. Secondo l’opinione corrente l’apertura internazionale e gli scambi sono un bene a prescindere. Ma è sempre vero? Le decisioni strategiche sul nostro futuro, oggi, vengono prese in asettici uffici del North Carolina o di Shanghai, da persone che non hanno mai visto un’officina, che non hanno alcuna relazione con la nostra terra e la nostra storia. E questo è un pericolo per il nostro Paese, come hanno denunciato anche i servizi segreti, nella loro relazione al Parlamento italiano. Un grido di dolore rimasto, incredibilmente, inascoltato.

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Società

Il mondo del cibo sotto brevetto

Vittoria per i contadini del Gujarat: la PepsiCo ha deciso di ritirare le richieste di risarcimento nei confronti di nove contadini indiani, accusati di avere coltivato, senza permesso, varietà di patate registrate o brevettate dalla multinazionale.

I contadini indiani vincono la battaglia con la PepsiCo sulle patate brevettate

Vittoria per i contadini del Gujarat: la PepsiCo ha deciso di ritirare le richieste di risarcimento nei confronti di nove contadini indiani, accusati di avere coltivato, senza permesso, varietà di patate registrate o brevettate dalla multinazionale. Lo ha reso noto un portavoce del gigante globale dell’alimentazione.
La PepsiCo, che usa quel tipo di patate per le chips vendute sul mercato indiano col marchio Lays, ha accettato di addivenire a un accordo dopo l’intervento del governo del Gujarat, che si è schierato con gli agricoltori e ha affermato che rivestirà un ruolo di controllo. La soluzione è stata salutata dalle associazioni dei coltivatori con grande soddisfazione, perché rappresenta un successo: “in questo modo” dicono gli attivisti “si è evitato un pericoloso precedente che avrebbe minacciato i contadini di tutta l’India”.

A fine aprile era uscita la notizia che la multinazionale aveva fatto causa ai contadini indiani chiedendo un risarcimento che li avrebbe messi in ginocchio, ma la sollevazione a difesa degli agricoltori ha sortito per loro effetti positivi.

Quella in questione è la varietà di patata detta FC5, che ha un livello di umidità inferiore alla patata media. Ciò la rende particolarmente adatta a essere impiegate per preparare snack, quelli che Pepsi imbusta sotto il nome Lay’s.

La PepsiCo aveva chiesto 125mila euro a ciascun agricoltore accusandoli di aver violato il diritto di copyright.

L’azione della compagnia, avevano denunciato gli attivisti è “contro la sovranità alimentare” e la “sovranità delle nazioni”, come aveva detto Kapil Shah del gruppo Jatan, impegnato nella difesa degli agricoltori.

http://www.ilcambiamento.it//articoli/i-contadini-indiani-vincono-la-battaglia-con-la-pepsico-sulle-patate-brevettate

Argomenti vari, Società

Cattocomunismo

https://www.amazon.it/Come-guarire-cattocomunismo-Renzo-Giorgetti/dp/8833050734/ref=as_li_ss_tl?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=come+guarire+dal+cattocomunismo&qid=1556361969&s=books&sr=1-1-fkmrnull&linkCode=ll1&tag=terzapaginain-21&linkId=ce4021d294ee7ae7ff5d67c65c44f0ef&language=it_IT

Giorgetti accompagna velocemente il lettore a identificare come lo scopo principale del cattocomunismo, nella odierna forma ancor più virulenta, sia quello di uniformare le menti: “Il livellamento che si propone oggi è subdolo, perché si cela dietro un velo di buonismo, di piagnonismo, di umanitarismo: così facendo si deprime il singolo contemporaneamente danneggiando anche la società” (8). È ovvio che l’autore sa bene che la maggior parte delle persone non conosce le origini di questo male. Pertanto, egli giustamente fornisce delle esaustive informazioni storiche sulla genesi di questo paradossale fenomeno, il quale porta assieme due mondi che in teoria dovrebbero essere antagonisti, ma che, sciaguratamente, in quella che i tradizionalisti sogliono chiamare la “Coda del Kali Yuga”, si trovano fusi in un unico deviante pensiero. Il cattocomunismo nasce nei primi anni ’40 del Novecento. Figura di spicco per la creazione di questo movimento fu Franco Rodano (1920 – 1983), allora studente universitario e membro della suddetta Azione Cattolica, che negli anni è stata una: “[…] mescolanza delle ipocrisie social-pretesche” e che: “darà infine origine a quella atmosfera melensa, dolciastra e velenosa che costituisce il senso comune ancor oggi dominante” (31-32). L’infausto impegno politico di Rodano fu capace di insinuare nella parte intellettualmente debole del Cristianesimo le sue personali convinzioni marxiste. Eppure, alla ideologia cattocomunista non sono state risparmiate critiche feroci; è il caso di Don Gianni Baget Bozzo. Questo enigmatico, ma pur sempre dotto sacerdote, non lesinò possenti bordate a quel gruppo di cristiani di sinistra che tentava e tenta tuttora di imporre la propria morale in Italia, stigmatizzandone non solo le storture, ma segnatamente la assurdità della loro stessa esistenza, quando: “un comunismo senza rivoluzione diventa omologo a un cattolicesimo senza cristianità” (31). In definitiva, Bozzo ci fa notare che quello che potremmo tranquillamente etichettare come il “peggio di due mondi” sta alla radice del processo di degenerescenza della Chiesa. Tale profonda crisi, che pare essere irreversibile, è causata da quello che in questo libro viene chiamato il: “dialogo con il mondo” (51). Ragionandoci su, non può non venire tosto in mente quello che sentiamo a ogni Angelus o predicazione bergogliana… via la teologia, in malora qualsivoglia richiamo ai doveri del fedele, e avanti, quasi a mo’ di un lavaggio del cervello, con una demagogia spicciola di peroniana memoria, ove non si chiede affatto di pregare seriamente – oramai pratica da reazionari – ma di accogliere, nonché di commiserare senza discernimento. Infine, tanto per ricondurre il tutto puntualmente a un dissacrante materialismo, il fatidico: “Buon pranzo”. Ragion per cui, Bergoglio dialogherà pure con il mondo, ma non certo con i cattolici!

Smascherare le menzogne del Potere

In questo volumetto di battaglia vi è una messa a nudo delle menzogne che ci propinano oggi i sedicenti buonisti. Già, poiché dietro il dogma della eguaglianza, si cela subdolamente quel “bastardismo universale” (39) tanto caro al Conte austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi (1894 – 1972), latore del “Paneuropäismus”. Il semplice fatto che la teologia contemporanea possa rimandare anche solo lontanamente a una figura oscura, nel senso quasi tolkieniano del termine, come Kalergi ci dà il polso di una situazione a nostro avviso assai drammatica. Ciononostante, il coraggio che caratterizza questo libro pulsa insistentemente; in esso arde il desiderio di smascherare le bugie veicolate dal Sistema. In effetti, in molte chiese e parrocchie, invece di tentare di offrire al credente una corretta comprensione riguardo alla morigeratezza del Cristianesimo autentico, numerosi preti, in piena sintonia con Bergoglio, si perdono in: “[…] vaniloqui sui poveri, gli ultimi e i derelitti di ogni risma che dovrebbero essere dei privilegiati sic et simpliciter, addirittura protagonisti dell’insegnamento evangelico nonché destinatari di ogni cura e preoccupazione in maniera aprioristica” (54). E non importa nemmeno che questi “ultimi” siano cattolici, alla insegna di una manifesta volontà di contaminazione, la quale non può che portare all’annientamento della Chiesa stessa. Si spera veramente che nessuno voglia ciò, ma non pare che ci sia all’orizzonte un movimento di opposizione a tale deriva. Che il Vaticano diventi uno Stato come tanti, e il Cristianesimo materia di cinico dibattito politico e non spirituale, questo crea inevitabilmente una condizione di malessere nel fedele; e tutto ciò sta avvenendo davanti ai nostri occhi.    

Ricordiamoci che parliamo di una pericolosa “malattia”

È comunque importante ricordare l’idea cardine su cui si basa la riflessione di Giorgetti e alla quale si è accennato all’inizio di questo scritto. Ovvero, che il cattocomunismo vada considerato alla stessa stregua di una malattia endemica, la principale patologia dell’Italia moderna, come viene indicato persino nel titolo del Primo Capitolo del libro (19), nel quale si illustra il perché sia necessario reputare il cattocomunismo un malanno sociale: “Avendo rilevato l’esistenza di un mondo mentale, psichico, altrettanto naturale e quindi ‘fisico” di quello comunemente detto materiale, si potrà altresì considerare l’esistenza di malattie riguardanti questa realtà, malattie che non avendo causa diretta in fattori concreti, abbiano un’esistenza tuttavia tangibile” (23). Non possiamo che condividere tale posizione, giacché questo “morbo invisibile” dal Secondo Dopoguerra in poi si è insinuato in profondità non solo nella cultura del nostro Paese, ma anche negli apparati dello Stato, i quali ritengono di potersi sostituire impunemente alla volontà del Popolo, in virtù di una auto-imposta conoscenza di ciò che è bene per il cittadino. In breve, parliamo della solita e insopportabile “superiorità morale” di quella parte minoritaria della Nazione, che tuttavia vuol contare più della maggioranza. E su questo argomento, possiamo consigliare un altro lavoro sempre di Giorgetti: Demofagia (Chieti, Solfanelli, 2017), in cui si spiega in modo articolato quello che Mark Twain (all’anagrafe: Samuel Langhorne Clemens, 1835 – 1910), quindi non un “pericoloso” sovranista, riuscì a racchiudere in poche e atrocemente vere parole: “Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare”.

estratto da http://www.barbadillo.it/82206-libri-come-guarire-dal-cattocomunismo-di-giorgetti/

storia

Adesso parlo io

L’Italia e l’Europa, ad oltre mezzo secolo dal termine del Secondo conflitto mondiale, non hanno ancora “digerito” il passato che non passa. I conti con il fascismo non sono stati ancora chiusi: al Ventennio si guarda ancora o in termini assolutamente denigratori o, al contrario, apologetici. La dimensione emotiva tende, nonostante il trascorrere dei decenni, a prevalere e ad estremizzare i giudizi su tale periodo storico. Si badi! A volte la dimensione empatica può svelare quanto sfugge all’obiettività dello sguardo impersonale, scientifico. Lo dimostra, non ultimo, il libro Adesso parlo io. Un Mussolini rivoluzionario, scandaloso e sconveniente del critico e neofuturista ferrarese Roberto Guerra. Il volume è da poco comparso nel catalogo della Armando editore (pp. 128, euro 12,00). Si tranquillizzi il lettore! Non si tratta di un testo meramente elogiativo dell’operato del Duce, nostalgico e politicamente orientato. Nelle sue pagine l’autore tenta un’operazione inusitata, cogliere nell’azione di Mussolini la dimensione propriamente poietica, creativa, demiurgica sia in senso politico che intellettuale.

    Tale intento, lo si evince già scorrendo le prime pagine di Guerra, costruite su una prosa dal tratto sincopato, aforistico, nella quale non viene meno, per questo, l’affabulazione della narrazione. Il lettore, pertanto, è accompagnato dall’autore in un viaggio nel quale incontrerà uomini politici e di cultura che hanno segnato, con il loro agire, il secolo XX e gli esordi del XXI: Gramsci, D’Annunzio, Marinetti, Craxi, Prodi, Boldrini, Marconi ed altri. Guerra estremizza, rispetto al Duce: “altre analisi […] altrove pubblicate, riclonando il ‘compagno Mussolini’ metaforicamente proprio come simbolo misconosciuto nient’affatto reazionario ma rivoluzionario” (p. 9). Il neo futurista di Ferrara ci dice, e tale affermazione è coraggiosa, che Mussolini è stato, nella realtà dei fatti, rivoluzionario, e per questo tentò effettivamente di porsi oltre la destra e la sinistra, realizzando una prassi politica nazional-popolare e tradizionale, che avrebbe potuto incontrare sulla propria strada l’esperienza teorico-politica di Gramsci. Ciò spiega il sottotitolo. Una tale esegesi risulterà sicuramente sconveniente e scandalosa per l’intellettualmente corretto (di destra e di sinistra).

    Se la cinematografia contemporanea si è cimentata nella presentazione del ‘ritorno’ di Hitler, Guerra, alla luce di quanto su esposto, precisa: “Hitler come Stalin era un criminale, il duce fu anche un rivoluzionario e rivolto al futuro. Un ben altro ‘ritorno’” il suo (p. 9). Date queste premesse, lo scrittore esplicita le proprie intenzioni narrative e di critica sociale: “Optiamo per una cifra multitasking, anche letterario aforistica, futuristica appunto per chiudere il cerchio, immaginando quasi quel che scriverebbe oggi il duce, con il suo indubbio pulsionale stile giornalistico […] sul Retroventennio e soprattutto sul nascente XXI secolo” (pp. 9-10). Non un lavoro storico in senso proprio, quindi, ma un testo sul presente ed aperto al futuro.

   La prima parte del volume è incentrata sulla discussione dello spazio della politica. L’occasione è fornita dalla presentazione dei personaggi di primo piano citati, delle loro idee, intenzioni e realizzazioni. Ne emerge un quadro desolante e fallimentare, dal quale in pochi si salvano, poiché la politica del secolo breve è stata pensata in termini dicotomici, destra contro sinistra. Ciò ha permesso il realizzarsi di una serie di statolatrie, il cui momento apicale, è il caso di rilevarlo, si dà nel mondo attuale, nel quale si è manifestato, al termine dell’era degli stati nazionali, dello stato leviatano, il potere soft della governance transnazionale, vera prigione senza muri. In essa gli ultimi, non solo in termini materiali, ma anche in termini di possibilità culturali e comunicative sono silenziati, azzerati nella loro minorità. E’ la condizione vissuta da chi si pone oltre i confini dell’intellettualmente corretto.

   Per lasciarsi alle spalle tale impasse è necessario recuperare alla politica quella dimensione creativa, ben simbolizzata, suggerisce Guerra, dalla sfida alle stelle di cui si fecero interpreti Marinetti e i futuristi. Esilarante, in tal senso, è la discussione di un episodio accaduto a Milano nel 1933, riguardante la caduta di un presunto UFO, che gli consente di valorizzare la parodia di un attore dei nostri giorni “Fascisti su marte” Con linguaggio colorito il nostro autore sostiene che nella realtà contemporanea: “il razzo neofuturista oggi multiplo esiste già in volo verso orizzonti […] magari dialettici con certa neotradizione 2.0”. Si fa interprete, il critico ferrarese, dell’incontro dell’avanguardia con la Tradizione: per dirla con altri autori gravitanti in consimili aree estetiche, nostra meta non può che essere un “Antico-Futuro”. Guerra ci pare dare a tale progetto una torsione accentuatamente libertaria, transumanista e tecno-creativa. Prende, inoltre,  le distanze dalle posizioni neofuturiste espresse da CasaPound, rispetto alle quali asserisce: “certa presunta sinergia CP futurismo non esiste è una […] mistificazione orwelliana quasi” (p. 121).

   Al di là dei singoli aspetti della ricerca presentata in questo libro, che si possono condividere o meno, ciò che ci pare rilevante di esso sta nell’avere individuato quale necessità imprescindibile, il recupero della dimensione poietico-demiurgica della politica, che può realizzarsi solo ponendosi oltre il logocentrismo dominante la modernità.

http://www.barbadillo.it/82039-libri-adesso-parlo-io-mussolini-rivoluzionario-e-scandaloso-nel-saggio-di-guerra/

Argomenti vari, Società

La morte della borghesia

E abbiamo 500 mila giovani adulti tra i 30 e i 34 anni che non hanno mai lavorato: rischiano di diventare degli esclusi permanenti non solo dal lavoro, ma anche dalla possibilità di costruirsi una vita”. Il risultato è che l’incidenza della povertà oggi è molto più alta tra bambini e giovani che tra gli anziani. Un milione e 200 mila minorenni fanno parte di famiglie che non sono in grado di comprare beni e servizi indispensabili per una vita accettabile. “Un bambino che vive per anni in povertà”, avverte Sabbadini, “ha molte probabilità di restare povero da grande: accumula svantaggi fin da piccolo e vede ridursi le proprie chance di mobilità sociale”.

Il quadro è oggettivamente complesso e bisogna dire che la sovrabbondanza dei dati statistici e delle testimonianze, offerte da “Millenium”, aiuta solo in parte, soprattutto  laddove non affronta alcuni dei nodi culturali del problema. A cominciare dalla distinzione tra borghesia e ceto medio.

Giuseppe De Rita, che sul tema ci aggiorna da decenni, sostiene che la borghesia in Italia non c’è, surrogata dal ceto medio. La differenza? La borghesia ha coscienza di sé e delle sue responsabilità sociali, il ceto medio ripiega nell’egoismo. Allargando la visione si può dire che alla borghesia manchi  la consapevolezza del proprio ruolo culturale, capace di informare, di dare forma, all’intera società. Per questo, oggi, forse non è morta, ma certamente rischia l’agonia.

Storicamente la borghesia propriamente detta era la classe dei diritti, ma soprattutto dei doveri. Era la paladina della famiglia. Credeva nella Patria e ad essa arrivava ad immolare  i propri figli, trovando così una nuova legittimità sociale  e politica (dalle guerre risorgimentali al primo conflitto mondiale, dal fascismo alla Ricostruzione). Era una borghesia “etica”, in cui il culto del lavoro e dell’intrapresa si sposava con il ruolo pubblico, secondo una visione nazionale del sacrificio.

Oggi, sempre più spesso, essa  parla “al singolare”, in ragione di un’ identità borghese che esaurisce nella sfera individuale l’essenza dell’essere moderno.  Riduzionismo e particolarismo ne sono i corollari esistenziali: un riduzionismo dai forti tratti consumistici, un particolarismo economicistico ed un relativismo etico  che paiono essere diventati le ragioni ultime ed essenziali del finalismo borghese, surrogato dal ceto medio.

Di questa crisi occorre prendere coscienza per le sue conseguenze diffuse, laddove, nei secoli,  l’ orizzonte borghese e la sua composizione sociale sono andati  ben al di là delle analisi di chi identificava  la borghesia come “la classe dei capitalisti moderni, che sono proprietari dei mezzi di produzione e impiegano lavoro salariato” (Marx ed Engels),  comprendendo invece ceti professionali, tecnici dei servizi e della burocrazia statale, lavoratori del commercio, esponenti della cultura e quanti operano  nel mondo dell’Istruzione. Perciò si può dire che una “buona”  borghesia (culturalmente motivata) serva a tutti, anche per tenere vivo ed alto il confronto (non necessariamente lo scontro) sociale e culturale. I sindacalisti rivoluzionari, agli inizi del XX Secolo, lo avevano ben capito, quando chiedevano alla borghesia dell’epoca, stanca ed incerta anche allora,  di uscire fuori dai suoi piccoli confini, dall’appagamento individualistico, accettando le sfide della modernità, all’interno di un’organica visione nazionale.

http://www.barbadillo.it/81998-focus-la-borghesia-assopita-nel-nuovo-millennio-perche-risvegliare-lorizzonte-di-classe/

scuola

L’educazione

Tara, la sorella Audrey e i fratelli Luke e Richard sono nati in una singolare famiglia mormona delle montagne dell’Idaho. Non sono stati registrati all’anagrafe, non sono mai andati a scuola, non sono mai stati visitati da un dottore. Sono cresciuti senza libri, senza sapere cosa succede nel mondo o cosa sia il passato. Fin da piccolissimi hanno aiutato i genitori nei loro lavori: in estate stufare le erbe per la madre ostetrica e guaritrice, in inverno lavorare nella discarica del padre, per recuperare metalli. Fino a diciassette anni Tara non aveva idea di cosa fosse l’Olocausto o l’attacco alle Torri gemelle. Con la sua famiglia si preparava alla sicura fine del mondo, accumulando lattine di pesche sciroppate e dormendo con uno zaino d’emergenza sempre a portata di mano. Il clima in casa era spesso pesante. Il padre è un uomo dostoevskiano, carismatico quanto folle e incosciente, fino a diventare pericoloso. Il fratello maggiore Shawn è chiaramente disturbato e diventa violento con le sorelle. La madre cerca di difenderle, ma rimane fedele alle sue credenze e alla sottomissione femminile prescritta. Poi Tara fa una scoperta: l’educazione. La possibilità di emanciparsi, di vivere una vita diversa, di diventare una persona diversa. Una rivelazione. Il racconto di una lotta per l’autoinvenzione. Una storia di feroci legami famigliari e del dolore nel reciderli.

Però poi si è laureata; è un esempio di quello che proponeva Ivan Illich nel suo “Descolarizzare la società”

geopolitica

La catastrofe dell’Europa

“Una civiltà di mezzo è un raggruppamento che si pone come forza centripeta nel rapporto tra i popoli, così da fornire un’unità di tipo culturale, spirituale e politico grazie alla capacità di esercitare con credibilità un ruolo di equilibratore mediano, ponendosi cioè all’intersezione geo-culturale di una serie di legami storicamente determinati e operativi. Per quanto possa suonare scomodo, la Germania svolge in Europa questo ruolo mediano fondamentale, attorno al quale può costituirsi una civiltà di mezzo caratterizzata da forza attrattiva e volontà progettuale”. “La Germania senza Francia, Italia, Spagna e altri paesi europei è una potenza in balia di competitori più grandi e potenti, l’Europa per realizzarsi appieno necessita dell’apporto consapevole e progettuale di tutti i componenti”.

Per recensire il saggio di Francesco Boco “La catastrofe dell’Europa” (Idrovolante) è utile partire dalle riflessioni dell’autore, intellettuale e filosofo, sul ruolo dell’Europa e sulla funzione unificatrice della Germania. Il lavoro in questione è una ricerca approfondita sui capisaldi di una piattaforma europea di estrazione etno-nazionalista e, a differenza delle basiche elaborazioni di alcune forze nazionalpopuliste, si sforza di costruire un Pantheon di autori di riferimento, con letture in grado di superare gli slogan anti-Ue. La distruzione dell’Europa, infatti, è tutta da vedere. Il sovrastato vive tempi di disamore tra i cittadini, lo scetticismo che alimentano ogni atto con la bandiera blu e le stelle dorate non è arginabile con enunciazioni di principio. Da qui però emerge la necessità di approfondire le possibilità dello spazio europeo, nel momento in cui gli interessi continentali potrebbero non essere più sovrapponibili a quelli degli Usa e della Nato e diventare conflittuali con il dragone cinese.

Boco, già firma tra le più interessanti di Orion e sul Secolo d’Italia (ora commentatore sul Primato Nazionale),  immagina che l’Europa possa risorgere dalle sue ceneri anche con la forza propulsiva della Germania, e questo approdo invita ad un “rovesciamento” della lettura degli scenari dell’attualità politica, con i fragili soggetti politici nazionalpopulisti – deboli in economia, con poche risorse per le campagne elettorali e soprattutto con classe dirigenti non ancora mature – che mostrano i propri limiti, e fessure nelle quali potrebbero infilarsi spinte per eterodirezioni.

bocoIl pregio della riflessione filosofica di Boco, che nella sua ricerca riporta anche alcune suggestioni dell’intellettuale francese della Nuova Destra Guilleume Faye, è senza dubbio il realismo e il confrontare l’analisi con la quotidianità. Per questo non si può non apprezzare la sua presa di distanze dal “populismo più miope e immaturo”, unita all’invito a considerare “ogni apparato istituzionale europeo per quello che è, cioè uno strumento nelle mani di uomini”. E chissà se unendo “la facoltà immaginifica nell’utilizzo della tecnica”, con un quanto mai indispensabile realismo, si possa arrivare ad elaborazioni politiche più solide per affrontare la deriva globalista con armi più competitive.

*La catastrofe dell’Europa di Francesco Boco, pp280, postfazione di Stefano Vaj, euro 20

scuola

Requiem per l’Università

Negli anni Settanta, quando ero studente presso la Facoltà (come si chiamava allora) di Scienze Politiche, il personale tecnico-amministrativo contava sì e no quattro o cinque addetti che riuscivano ad espletare le loro funzioni in modo esemplare. L’attuale Dipartimento omonimo presso il quale ora insegno, che è all’avanguardia sulla via del “progresso” telematico, annovera non meno di due dozzine di dipendenti i quali, malgrado la loro incondizionata dedizione e l’indiscutibile professionalità, arrancano con fatica per attendere agli infiniti adempimenti telematico-burocratici cui sono quotidianamente sottoposti, analogamente al corpo docente.

Sulla crisi dei sistemi d’istruzione superiore e universitaria esiste una robusta letteratura, sia italiana che straniera, e a essa non si può che rinviare chiunque abbia voglia di saperne di più. C’è tuttavia un aspetto cruciale sul quale questa letteratura non insite a sufficienza. I maggiori responsabili della catastrofe universitaria non sono né i governi, né la crisi economica che ha costretto a drastici tagli di bilancio; non lo sono nemmeno i burocrati in sé, che si limitano ad applicare norme che non hanno fatto loro e che non hanno interesse a giudicare; ancor meno responsabili sono gli studenti, i quali sono solo le vittime di un sistema perverso. I responsabili maggiori del collasso dell’Università – addolora dirlo – sono i docenti universitari che, salvo sporadiche e deboli proteste, non hanno mosso un dito per impedire la catastrofe aziendalistico-telematica dell’Università. Per qualche ragione difficile da comprendere, hanno passivamente assecondato il sistema, rendendosi complici del tracollo. Ammaliati dal fascino di un presunto “progresso” che fluttua nel cloud su ali telematiche; catturati dall’immagine di una certa efficienza aziendalistica incarnata dalla figura del manager, adempiono con zelo tutte le prescrizioni di una normativa il cui obiettivo ultimo, e neanche troppo nascosto, è lo smantellamento dell’Università.

Sergio Ferlito

https://www.roars.it/online/

storia

L’Autunno del Medioevo compie cent’anni

La carriera di Huizinga, come studioso e scrittore, fu incentrata prevalentemente sulla storia del suo Paese ed area culturale; approfondì gli elementi estetici presenti nella storiografia e la condizione umana nei periodi di transizione ed i legami tra la cultura, l’etica, la morale medioevale e quella del Quattrocento. Tutte queste tematiche vennero raccolte nel ricordato  Autunno del Medioevo assieme ad altri importanti saggi sul XV, XVI e XVII secolo, divenuti col tempo dei veri e propri classici. Tra le opere successive, Huizinga scrisse una biografia di Erasmo da Rotterdam (1924). Dal libro Esplorazioni nella storia della cultura (1929), volse la sua attenzione prevalentemente all’instaurazione delle dittature europee, focalizzandosi sulle tendenze storiografiche a lui contemporanee, quali la ricerca e l’esaltazione dei miti, oppure sulla modifica del senso etico a causa dell’ascesa dei nazionalismi.

Homo Ludens è, viceversa, un’opera di Huizinga, pubblicata nel 1938, in cui si esamina il gioco come fondamento di ogni cultura dell’organizzazione sociale, e si evidenzia il fatto che anche gli animali giocano, quindi il gioco rappresenta un fattore preculturale. Il testo influenzerà, a vent’anni dalla sua uscita, diversi movimenti, tra i quali il situazionismo. In Homo Ludens, l’autore individua nel grande gioco della cavalleria la forma di espressione più alta della cultura medievale: “Tutto ciò che ora vediamo come un giuoco nobile e bello, una volta è stato un giuoco sacro”. E conduce una critica spietata all’età moderna: mentre nell’antichità il gioco si fissa come elemento di formazione intellettuale, la ludicità dei moderni scade nel puerilismo; riti e miti, allontandosi dal simbolo, rappresentano solo il momento ideologico di un sapere che smarrisce ancoraggi solidi, s’immerge “nelle ombre del domani”.

Studioso del passato, Huizinga considera l’esperienza del XX secolo come quella dell’assurdo e degli errori, dell’irrazionalità del pensiero e della politica. Le uniche vere realizzazioni sono, per lui, quelle tecniche. Egli, nonostante i periodi oscuri degli anni ’30 e ’40, rimase rigorosamente fedele ai criteri ed ai valori della filosofia e della storiografia razionaliste. Correnti, queste, che allora venivano messe a dura prova dagli attacchi del positivismo e della sociologia, nonché di tutte quelle correnti che, negando qualsiasi valore scientifico allo storicismo,  preludevano alla nascita di ideologie totalitarie. Le dure filippiche contro la scienza storica, lanciate da Husserl, Valéry, Peguy, Marcel, indussero Huizinga a compiere un’analisi della sua epoca ne La crisi della civiltà (1935), nel quale le cause della crisi vengono attribuite non al razionalismo – come postulavano molti ideologi occidentali coevi – bensì all’irrazionalismo: lo stesso irrazionalismo che in politica e nelle relazioni internazionali aumentò costantemente la minaccia della guerra. Ivi lo storico olandese scriverà che “nei secoli XV e XVI l’umanesimo presentò al mondo i recuperati tesori di un’antichità purificata, come esempi permanenti di sapere e di cultura, per costruirci su”.

Erede della tradizione di Ugo Grozio, padre del giusnaturalismo moderno, Huizinga sottopose a critica aspra le concezioni del diritto internazionale e dello Stato di Hans Freyer e di Carl Schmitt, denunciando la natura pseudoscientifica delle dottrine giuspolitiche totalitarie. Il XX secolo, affermò Huizinga “ha fatto della storia uno strumento di falsificazione al livello di politica statale”. Denunciò con vigore i prodotti dell’imperialismo, il razzismo, il nazionalismo esasperato, il fascismo ed il militarismo, non salvando lo stalinismo. Con i tratti del “libero conservatore”  Huizinga seppe rimanere coraggiosamente fedele ai suoi princìpi umanistici e di difesa della libertà di ricerca. Scoppiata la Guerra, i tedeschi occupanti lo deportarono, già anziano, in un lager per ostaggi; più tardi lo trasferirono in un piccolo villaggio, a De Steeg, nei pressi di Arnhem, ov’egli morì il 1º febbraio 1945, poco prima della fine del conflitto. Proprio nel lager egli scrisse due opere: Lo scempio del mondo e La civiltà olandese del Seicento, continuando a sondare la stretta correlazione fra ‘cultura’ e  ‘civiltà umana’.

 

Parecchi anni dopo l’Opus magnum di Huizinga, Jacques Le Goff, eminente rappresentante della terza generazione delle “Annales”,  torna sul problema essenziale prospettato dall’olandese, con vari saggi (tra i quali, nel 1957 Gli intellettuali del Medioevo, nel 1967 Il basso Medioevo, nel 1964 La civiltà dell’Occidente medioevale, nel 1976 Mercanti e banchieri del Medioevo, nel 1977 Tempo della Chiesa e tempo del mercante), ma con accenti diversi. Un mondo nuovo sembra per Le Goff uscire dalla crisi del Trecento. Tuttavia, sotto una pelle nuova, la Cristianità, corpo ed anima, stupisce per le sue persistenze. L’autunno dell’Età di Mezzo, tale quale l’ha visto Huizinga, sembra in quest’epoca esasperarsi, è pieno di furore, di sangue, di lacrime. Anche Le Goff sottolinea il legame intercorrente fra Trecento e Medioevo, ma proietta questa riflessione all’interno di una più vasta continuità di movimenti di lungo periodo, per i quali, se il Trecento appartiene al Medio Evo, è anche vero che esso racchiude in sé dinamiche e sviluppi destinati a dar frutto nel pieno Cinquecento. Il Medio Evo trecentesco appare come inasprito, ancor più crudele, dominato da passioni e partigianerie faziose, soprattutto in Italia, ove alla debolezza del potere imperiale si aggiunge ora la latitanza del Papato, sottomesso al potere del Re di Francia nella Corte e cattività avignonese.

 

Il sontuoso affresco della società borgognona nella vivida profondità del suo cielo serale, offerto da Huizinga alle genti studiose d’Europa all’indomani della catastrofe della Grande Guerra, diventa precocemente, oltre critiche e riserve, una delle più elevate espressioni del pensiero storico, un classico. Alla prima edizione dell’Autunno del 1919 fa seguito una seconda, rielaborata e corretta, nel ’21, quindi una terza olandese nel ’28, che riprende alcune varianti introdotte dalla seconda edizione tedesca dello stesso anno. La prima tedesca aveva visto la luce a Monaco nel 1924, così come quella inglese. La traduzione francese debuttò nel 1932, addirittura dopo quella spagnola del 1930. Finalmente, nel 1940, fu la volta della traduzione italiana, di Bernardo Jasink, per i tipi di Sansoni di Firenze, con Introduzione di Eugenio Garin. Tale dotta ed intensa prefazione verrà modificata nelle varie edizioni e ristampe successive dell’opera. Di Garin sarà pure l’Introduzione a La Civiltà del Rinascimento in Italia di Jacob Burckhardt, del 1860, che aveva conosciuto la sua prima edizione in lingua italiana nel 1876, nella casa fondata solo tre anni prima da Giulio Cesare Sansoni sulle rive dell’Arno e spesso poi ripubblicata.

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Eugenio Garin (Rieti, 1909 – Firenze, 2004) si laureò a soli 21 anni all’Università di Firenze con il filosofo positivista Ludovico Limentani. Nel 1949 diverrà Professore Ordinario nello stesso Ateneo. Disgustato dagli eccessi del ’68 ‘emigrò’ all’Università di Pisa. Fu uno dei più autorevoli storici della filosofia e della civiltà dell’Umanesimo e del Rinascimento. Nel 1944 Garin, iscritto al Partito Nazionale Fascista dal 1931, aveva pronunciato al Lyceum di Firenze una commemorazione in morte del Presidente dell’Accademia d’Italia, Giovanni Gentile, assassinato ad aprile di quell’anno dai GAP. Che ebbe, comunque, una morte socratica ed una solenne sepoltura in Santa Croce. Dove riposa tuttora anche se, di tanto in tanto, qualche starnazzante oca comunista ne chiede l’espulsione… Garin fu un formidabile e fine studioso, attivo fino ad un’età molto avanzata. I suoi interessi furono essenzialmente rivolti al pensiero dell’umanesimo e del Rinascimento. Dal Dopoguerra egli fu un operatore culturale privilegiato del PCI di Togliatti e successori, seguendo le orme di molti altri intellettuali.

estratto da http://www.barbadillo.it/81721-cultura-i-cento-anni-di-autunno-del-medio-evo-di-huizinga/