geopolitica

Eurasia rivista n.60

Il progetto di trasformare la Repubblica Popolare Cinese in una colonia economica americana, inaugurato ufficialmente[2] mezzo secolo fa, nell’aprile 1971, con la famosa partita di ping-pong, è rovinosamente fallito: gl’investimenti riversati sulla Cina sono stati da questa saggiamente utilizzati per acquisire un grado di potenza che le ha consentito di assumere un ruolo di protagonista mondiale. Determinati a salvaguardare la loro egemonia globale, gli Stati Uniti sono passati da una politica di “contenimento” alla creazione di un “arco di crisi” finalizzato a neutralizzare il loro avversario geopolitico. Le dichiarazioni rilasciate in maggio da Trump sul “virus cinese” (“the Chinese virus”) e sulla “peste cinese” (“the plague from China”) hanno preannunciato un ulteriore passo di Washington, che, ripescando dal lessico della vecchia guerra fredda la stantia definizione di “mondo libero” – ha lanciato un accorato appello per costituire un’alleanza internazionale anticinese. “Speriamo – ha detto infatti Mike Pompeo ai giornalisti inglesi nello scorso luglio – di poter costruire una coalizione che comprenda la minaccia e agisca collettivamente per convincere il Partito Comunista Cinese che non è nel suo interesse impegnarsi in questo tipo di comportamento (…) Vogliamo che ogni nazione capisca la libertà e la democrazia […] per comprendere la minaccia del Partito Comunista Cinese. Il mondo libero deve trionfare su questa nuova tirannia”[3].

GUERRA SENZA LIMITI

geopolitica

L’impero nascosto

“Gli Stati Uniti non sono, oggi, un impero simile ai precedenti storici, da quello romano a quello britannico. E quando gli si sono avvicinati hanno comunque seguito modelli acquisitivi ed espansionistici diversi, mostra Immerwahr. Di quello britannico, però, hanno adottato la giustificazione razziale, sposandola con quella Provvidenziale. A fine Ottocento, ne davano testimonianza le parole dello storico e senatore Albert Beveridge, per il quale era stato Dio stesso a gettare “su questo suolo il seme di un popolo forte… una razza conquistatrice… Un popolo imperiale per virtù della sua forza, per diritto delle sue istituzioni, per autorità dei suoi disegni ispirati dal cielo, un popolo che dona la libertà, che non vuole tenersela per sé”. Era il 1898, l’anno in cui gli Stati Uniti annettevano le Hawaii e sconfiggevano la Spagna a Cuba e a Manila, prendendole le Filippine e Guam, Puerto Rico e le Virgin Islands. Subito dopo si sarebbero presi anche la loro parte dell’arcipelago di Samoa. Oceano Pacifico e Caraibi.
È da lì che inizia davvero il libro di Immerwahr ed emerge la sua rilevanza.
(…) Il libro tratta più estesamente la vicenda delle Filippine. Caso più importante e controverso degli altri sia per la loro importanza economica, sia per la densità della loro popolazione, sia per il succedersi dei drammatici passaggi di mano tra Spagna, Stati Uniti, Giappone e di nuovo Stati Uniti nel corso del primo Novecento. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, dopo la conquista giapponese e i bombardamenti statunitensi, tra il 20 e 25 per cento degli edifici risultò distrutto o danneggiato e le vittime furono più di 1,6 milioni. Sebbene la guerra nelle Filippine sia stata “di gran lunga l’evento più distruttivo mai avvenuto sul territorio statunitense”, essa compare raramente nei testi di storia, conclude Immerwahr. Manila era stata anche, però, oggetto di ripetute promesse di indipendenza, prima della guerra. E avendo i Giapponesi concesso l’indipendenza durante la loro occupazione, gli Stati Uniti non potevano fare marcia indietro. Le Filippine divennero indipendenti nel 1946.
Prese forma allora, grazie all’egemonia militare, economica e politica acquisita dagli Stati Uniti con la guerra (e grazie alla Guerra Fredda), la struttura finale, attuale, dell’impero. Immerwahr lo chiama “impero puntillista”: non macchie di colore – come il rosso britannico sulle carte geografiche – distribuite su tutto il globo e collegate tra loro da un’unica rete di cavi per le comunicazioni interimperiali, ma una rete di punti sparpagliati nei luoghi strategici e sempre più collegati tra loro via etere. Durante la guerra, gli Stati Uniti “possedevano la cifra sconvolgente di trentamila impianti su duemila basi oltremare”. Dopo, se da una parte i movimenti anti-imperialisti impedirono a chiunque anche solo di immaginare la possibilità di acquisire nuove colonie, dall’altra, fu proprio quella presenza diffusa a suggerire i nuovi modi per “proiettare potere in tutto il pianeta”. Non nuovi “possedimenti”, dunque, ma egemonia economico-militare (e, non trascurabile, linguistico-culturale), accordi e trattati, basi militari in territori propri oppure in nazioni ospitanti, con estensioni, autonomie ed extraterritorialità diseguali. E certo, sempre, anche guerra; anch’essa però combattuta in modi diversi dal passato.

https://byebyeunclesam.wordpress.com/author/byebyeunclesam/

 

geopolitica

L’Europa come rivoluzione

Dopo la guerra e la caduta del Terzo Reich Thiriart scontò due anni di prigionia per collaborazionismo e ciò lo segnò in modo particolare, sia a livello morale che politico (L. Disogra, L’Europa come rivoluzione,  Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2020, p. 21). Dopo la guerra si dedicò alla professione di optometrista e riprese l‘attività politica solo nel 1960, quando il Congo conquistò l’indipendenza dal Belgio. Thiriart, vedendo nella decolonizzazione del continente africano un segno fondamentale della decadenza politica europea, nonché il sorgere di un mondo totalmente controllato dal bipolarismo Usa-Urss, decise di appoggiare i movimenti che si opponevano a questo processo. Uno fra tutti, l’OAS francese, che si opponeva con fermezza alla decolonizzazione dell’Algeria. L’OAS era una formazione politica e militare che possiamo ancora considerare alquanto controversa, sia per i suoi rapporti con la CIA sia per i tentativi di infiltrazione in territorio italiano (ad esempio in Liguria; cfr. Cfr. G. Galli, Piombo Rosso, Dalai Editore, Milano 2013).

Successivamente, nel 1962, Thiriart fondò “Jeune Europe” o “Giovane Europa”, il primo movimento transnazionale paneuropeo, che si proponeva di creare un’”Europa-Nazione” unita da Brest a Bucarest, indipendente rispetto alle influenze sovietiche e americane. Il movimento Giovane Europa ebbe notevole popolarità nel continente, tant’è vero che ben presto si diffuse in Belgio, Olanda, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Italia, Spagna, Portogallo ed Inghilterra. Fra i membri italiani ricordiamo lo storico Franco Cardini ed il saggista Claudio Mutti.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-europa-di-jean-thiriart

geopolitica

Per il grande pubblico

Thomas Barnett, assistente dell’ammiraglio Cebrowski, l’ha dettagliata in un libro destinato al grande pubblico, The Pentagon’s New Map (“La nuova mappa del Pentagono”).
Il piano consiste nell’adattare le missioni delle forze armate USA a una nuova forma di capitalismo, dove la Finanza ha il primato sull’Economia. Il mondo deve essere diviso in due. Da un lato gli Stati stabili, integrati nella globalizzazione (requisito che possiedono anche Russia e Cina); dall’altro una vasta zona di sfruttamento delle materie prime. Per questo motivo, conviene indebolire notevolmente – in linea ideale annientare – le strutture statali dei Paesi della zona e impedire con ogni mezzo che risorgano. Un “caos distruttore” – secondo l’espressione di Condoleeza Rice – che non deve essere scambiato con l’omonimo concetto rabbinico, benché i partigiani della teopolitica abbiano cercato in tutti i modi di seminare confusione. Non si tratta di distruggere un ordine cattivo per costruirne un altro migliore, bensì di distruggere ogni forma di organizzazione per impedire qualunque resistenza e permettere ai transnazionali di sfruttare la zona senza intralci politici: un progetto coloniale nel senso anglosassone del termine (da non confondere con una colonizzazione di popolamento).
Iniziando ad attuare la strategia Rumsfeld/Cebrowski, il presidente George Bush figlio parlò di “guerra senza fine”: non si tratta più di vincere guerre e sconfiggere avversari, bensì di far durare i conflitti il più a lungo possibile. Una guerra lunga “un secolo”, disse Bush. È stata, nei fatti, la strategia applicata in Medio Oriente Allargato, una zona che si estende dal Pakistan al Marocco e copre l’intero teatro operativo del CentCom nonché la parte settentrionale di quello dell’AfriCom. In passato i GI’s garantivano agli Stati Uniti l’accesso al petrolio del Golfo Persico (dottrina Carter). Ora i soldati statunitensi sono presenti in una zona quattro volte più vasta, con l’obiettivo di distruggere qualsiasi forma d’ordine.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/ancora-gli-amerikani

geopolitica, libri

Anschluss

Non mi pento, ovviamente, della riunificazione tedesca, che è andata di pari passo con la riunificazione europea. Ma mi pento del modo in cui è stato fatta. La riunificazione avrebbe potuto essere l’occasione per un sorpasso simultaneo dei sistemi occidentali e orientali, mantenendo il meglio di ciascuno di essi e respingendo il peggio. Invece, abbiamo assistito alla totale annessione dell’ex DDR da parte della Germania federale. Approfittando delle circostanze, la Repubblica federale, per mezzo di Treuhand, alla fine acquistò la Repubblica democratica per sottoporla a una terapia di shock liberale-liberista, vale a dire a un regime di sfruttamento capitalistico di cui non aveva finito pagare il prezzo. Trenta anni dopo la riunificazione, la maggior parte delle persone in Sassonia, Brandeburgo e Turingia si sente ancora come cittadini di seconda classe”.

Alain d Benoist

giacché

 

geopolitica

La nuova via della seta

Con alle spalle il primo lustro di storia, la Belt and Road Initiative è entrata ora in una nuova fase di sviluppo, in alcuni casi anche di adeguamento in risposta alle problematiche e alle critiche emerse.

Laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Milano, Diego Angelo Bertozzi si occupa da tempo della storia e dei più recenti sviluppi della Cina. In relazione alla Belt and Road Initiative ha collaborato con il Centro Europa Ricerca di Roma alla realizzazione del rapporto La Nuova Via della Seta: impatto sugli scambi internazionali e opportunità per l’Italia. Collabora con diversi siti e riviste specializzate in relazioni internazionali.

La Nuova Via della Seta.
Il mondo che cambia e il ruolo dell’Italia nella Belt&Road Initiative
,
di Diego Angelo Bertozzi, Diarkos, pp. 256, € 17

viadellaseta

geopolitica

La catastrofe dell’Europa

“Una civiltà di mezzo è un raggruppamento che si pone come forza centripeta nel rapporto tra i popoli, così da fornire un’unità di tipo culturale, spirituale e politico grazie alla capacità di esercitare con credibilità un ruolo di equilibratore mediano, ponendosi cioè all’intersezione geo-culturale di una serie di legami storicamente determinati e operativi. Per quanto possa suonare scomodo, la Germania svolge in Europa questo ruolo mediano fondamentale, attorno al quale può costituirsi una civiltà di mezzo caratterizzata da forza attrattiva e volontà progettuale”. “La Germania senza Francia, Italia, Spagna e altri paesi europei è una potenza in balia di competitori più grandi e potenti, l’Europa per realizzarsi appieno necessita dell’apporto consapevole e progettuale di tutti i componenti”.

Per recensire il saggio di Francesco Boco “La catastrofe dell’Europa” (Idrovolante) è utile partire dalle riflessioni dell’autore, intellettuale e filosofo, sul ruolo dell’Europa e sulla funzione unificatrice della Germania. Il lavoro in questione è una ricerca approfondita sui capisaldi di una piattaforma europea di estrazione etno-nazionalista e, a differenza delle basiche elaborazioni di alcune forze nazionalpopuliste, si sforza di costruire un Pantheon di autori di riferimento, con letture in grado di superare gli slogan anti-Ue. La distruzione dell’Europa, infatti, è tutta da vedere. Il sovrastato vive tempi di disamore tra i cittadini, lo scetticismo che alimentano ogni atto con la bandiera blu e le stelle dorate non è arginabile con enunciazioni di principio. Da qui però emerge la necessità di approfondire le possibilità dello spazio europeo, nel momento in cui gli interessi continentali potrebbero non essere più sovrapponibili a quelli degli Usa e della Nato e diventare conflittuali con il dragone cinese.

Boco, già firma tra le più interessanti di Orion e sul Secolo d’Italia (ora commentatore sul Primato Nazionale),  immagina che l’Europa possa risorgere dalle sue ceneri anche con la forza propulsiva della Germania, e questo approdo invita ad un “rovesciamento” della lettura degli scenari dell’attualità politica, con i fragili soggetti politici nazionalpopulisti – deboli in economia, con poche risorse per le campagne elettorali e soprattutto con classe dirigenti non ancora mature – che mostrano i propri limiti, e fessure nelle quali potrebbero infilarsi spinte per eterodirezioni.

bocoIl pregio della riflessione filosofica di Boco, che nella sua ricerca riporta anche alcune suggestioni dell’intellettuale francese della Nuova Destra Guilleume Faye, è senza dubbio il realismo e il confrontare l’analisi con la quotidianità. Per questo non si può non apprezzare la sua presa di distanze dal “populismo più miope e immaturo”, unita all’invito a considerare “ogni apparato istituzionale europeo per quello che è, cioè uno strumento nelle mani di uomini”. E chissà se unendo “la facoltà immaginifica nell’utilizzo della tecnica”, con un quanto mai indispensabile realismo, si possa arrivare ad elaborazioni politiche più solide per affrontare la deriva globalista con armi più competitive.

*La catastrofe dell’Europa di Francesco Boco, pp280, postfazione di Stefano Vaj, euro 20

geopolitica

Il mare contro la terra

Rappresentate da «il principio dei grandi spazi», divenuti nei secoli, autonomi, autocentrati e destinati «a giocare un ruolo di Katechon rispetto alla globalizzazione». Sospinta, non dimentichiamolo, dal Capitalismo che ha ridotto gli Stati ad essere un surrogato delle regole della società di mercato e degli assunti dell’universalismo. Ma di un mondo che non è più fortunatamente unipolare e «dominato da una sola superpotenza». Dicendolo con C. Schmitt, dei limiti naturali formati dall’elemento tellurico: la Terra, abitata dai «figli della Terra», ovvero i popoli dell’Eurasia. Ed è proprio Alain de Benoist a metterci in guardia, dalle interpretazioni errate su ciò che intendeva dire il giurista tedesco. Partendo col dire che «l’uomo è figlio della Terra» per la motivazione che «abita la Terra da terrestre: humus e homo hanno la stessa origine» ma tutto questo, nulla ha a che vedere con una sorta di «Heimat, al paese di origine». Spiegandolo in maniera più semplice: «l’elemento nativo dell’uomo è la terra». E ciò significa che non possiamo escludere dai nostri ragionamenti, il quadro geografico della terra, indubbiamente «fatta di territori e paesi» ma soprattutto di «territori distinti dagli altri, separati da frontiere» da particolari condizioni geologiche, geofisiche e morfologiche. Delle cose ovvie, messe completamente in discussione dall’avvento della mondializzazione e dalla globalizzazione.

Un concetto molto lontano dalla posizione del politico e politologo statunitense Zbigniew Brzezinski, espresso nel suo La grande scacchiera edito nel 1997, a proposito degli «imperativi geostrategici» per mantenere l’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Discorrendo poi, di quella pianificazione del «management globale» cui abbiamo assistito e delle sue preoccupazioni sulla «possibile creazione o l’emersione di una coalizione eurasiana» che, «potrebbe cercare di sfidare la supremazia americana». Tra l’altro, sempre più messa in discussione negli ultimi anni e alle prese con un mondo multipolare: come dicevamo, non più a guida unica! Basti pensare all’intesa italo-cinese con i dovuti pro e contro. Un esempio da prendere in considerazione, con tutte le dovute cautele del caso e purché non ci si fermi, solo sui benefici di un accordo economico-commerciale che si noti, non è vincolante.

È cosa nota che lo stesso Heidegger, pensava alla terra dandogli un senso ancor più profondo. Troviamo calzante, la citazione inserita da Alain de Benoist sullo scritto del filosofo di Meßkirch, intitolato L’origine dell’opera d’arte, redatto nel 1935 e pubblicato solo negli anni ‘50. Trattasi del testo di una prima conferenza sul tema dell’opera d’arte, dove si trovano degli spunti interessanti. L’acume filosofico e metafisico di Heidegger, osserva la nozione di popolo e del suo «abitare storico», solo quando riconosce l’immanenza ed «il primato dell’arte, l’opera d’arte».

Dunque, l’analisi di Alain de Benoist non poteva non rifarsi a «l’essenza della terra», alle tre accezioni che rimandano al concetto originario di nomos; suggerendoci di contemplarla, lasciandola «dispiegarsi in quanto tale». In pratica, quello che Heidegger voleva intendere, quando scrisse che «l’armonia di questa insuperabile pienezza noi la chiamiamo la terra». Scoprendo così, quanto sia importante, toccare le corde più profonde della sensibilità heideggeriana, mettendo «in rapporto l’opera d’arte con la terra» per il fatto che «l’arte conduce a una riappropriazione dell’abitare storico e destinale». Ed è proprio qui che il senso di Immanens, gioca un ruolo importante: giustappunto, designando con esso quegli atti, come il vedere o il sentire, il cui fine risieda in sé stessi ma che è riconoscibile anche per l’Altro.

Ma le potenze di mare, incanalano l’esatto contrario di questi lunghi pensieri e sono già passate dal «succedersi rapido delle novità», all’astrazione di una mobilità permanente dalle merci all’uomo, dai nuovi desideri da rimpiazzare a quelli vecchi, alla gratuità offerta dal nomadismo che è pure quello, dei costumi e delle usanze. Mentre l’occhio attento di Julien Freund, individua il saltato a piè pari, nell’era dei satelliti. Il passaggio dal mondo liquido-moderno, descritto ampiamente da Zygmunt Bauman, all’elemento dell’aria e delle corse allo Spazio. Il mondo dei flussi senza frontiere, delle «correnti mutevoli» e dei «flussi e riflussi» delineati da Carl Schmitt, lasciano il posto allo spazio siderale senza fine, all’infinito per antonomasia.

Basti pensare alla componente tecnica della «talassopolitica» che era ritenuta essere, erroneamente, il “Rinascimento moderno”. Senza tenere conto in passato, di quanto «la tecnica appartiene all’ordine degli artifici» impiegati per gli spostamenti in mare, assolutamente non necessari per ciò che riguardava lo spostarsi e il muoversi sulla terraferma. La nuova frontiera invece, è rappresentata dalla colonizzazione dello Spazio che ha acquisito un ruolo centrale. L’immensità dello Spazio, viene adoperata dalla governance privata della «tecnologia della sorveglianza», che ha rimpiazzato il fluido con l’aeriforme, la Terra con il sovrappiù, il mobile con l’indistinto, il fluttuante con le microonde dell’universo, la natura corporea con l’assenza di gravità, il chiuso all’infinito, e via discorrendo.

Chiaro è che Alain e Julien, menti libere e non offuscate dalle ideologie del passato e da quelle del «Momento storico», rifuggono dal pensare ad un finis terrae dei legami sociali e delle relazioni umane. La destrutturazione ad opera della religione delle reti globali e dalla «mobilitazione totale» nel firmamento, può essere fermata. Purché si riesca a comprendere la natura di un «processo di imposizione», ripetiamolo, capitalistico e della «messa a regime della ragione» che vuole obbligatoriamente «sopprime i limiti che permettono le distinzioni». Il dominio del denaro, dell’omogeneizzazione, dell’intercambiabilità generalizzata degli uomini e delle cose, caldeggiato dalle potenze del mare che Carl Schmitt, individuò minuziosamente. Anche se Il Mare contro la Terra, vuole farci credere che non abbiamo più scampo, le sue acque continuano ad infrangersi contro le coste e le scogliere. Contro quei limiti che è bene ricordarsi, essere invalicabili.

*Il mare contro la terra. Carl Schmitt e la globalizzazione di  Alain de Benoist e Julien Freund (Traduzione a cura di Giuseppe Giaccio, Diana Edizioni, 7 marzo 2019,  Pp.. 113, euro 14)

 

 

 

 

 

 

http://www.barbadillo.it/81609-focus-il-mare-contro-la-terra-la-geopolitica-di-carl-schmitt-vista-da-de-benoist-e-freund/

geopolitica, Società

Scemi di guerra

“Il principale nemico dell’umanità negli ultimi decenni non è stato il terrorismo ma la Santa Democrazia. Così si potrebbe dire, se si credesse davvero nella Santa Democrazia e non la si ritenesse una maschera e un pretesto.
Questa maschera e questo pretesto sono stati utilizzati per condurre le guerre dell’Impero, quelle palesi e quelle occulte. Sono stati utilizzati per giustificare embarghi e boicottaggi e distruggere l’economia dei Paesi refrattari all’Impero e il benessere dei loro popoli; per bombardarli e invaderli; per condurre in tutto il mondo campagne di propaganda contro gli Stati che cercavano di sottrarsi alla colonizzazione occidentale e alla rapina delle loro risorse.
Dall’Irak allo Zimbabwe, dal Congo al Sudan, dalla Jugoslavia all’Iran, da Cuba alla Birmania, dalla Cina alla Russia all’Afganistan, chiunque rifiutasse il dominio delle multinazionali occidentali, e che fosse dominio incondizionato senza limiti né regole, diventava uno “Stato canaglia” e veniva fatto oggetto, prima di un vero e proprio linciaggio mediatico, poi di guerra vera, dichiarata o non ma con morti veri, stragi, distruzioni, assassinii, quando non stermini senza limiti.
Non importava e non importa che tipo di Paese sia, come sia organizzato, se sia o no democratico nel senso capitalista del termine, cioè se ci sia la possibilità di fondare partiti che facciano l’interesse dei padroni e che si presentino alle elezioni e stampino giornali e abbiano televisioni. Non importa, a meno che quei partiti non vincano le elezioni e si insedino al governo e offrano il paese alle orde multinazionali.
“Democrazia” è diventata ormai una parola vuota ma una minaccia piena d’orrore. Come fu per “eresia” in secoli non così lontani.
La Russia di Eltsin, che faceva bombardare il parlamento ma lasciava rapinare allegramente il proprio Paese da multinazionali e mafie, era un Paese democratico. La Russia di Putin e Medvedev, che mantengono lo stesso ordinamento politico ma che hanno riportato nelle mani dello Stato l’economia del Paese, diventa automaticamente “un regime autoritario”.
I paladini della Santa Democrazia passano il loro tempo a ordire e organizzare colpi di Stato, assassinii politici, attentati terroristici, in tre quarti del mondo. Organizzano eserciti di mercenari criminali, che una volta chiamavamo “squadroni della morte” ma che oggi, a furia di progredire, chiamiamo “contractors”, per torturare, massacrare, trucidare, terrorizzare popolazioni inermi, al solo scopo di demoralizzare la resistenza di quei popoli o di destabilizzare governi e Stati che fanno qualche passo verso l’indipendenza economica e politica dall’Impero, verso un ordinamento sociale un po’ meno capitalista. In Nicaragua negli anni ottanta i contras, addestrati, armati, comandati dagli USA, lottavano per la democrazia.
Uccidendo in tre anni ottomila civili e novecentodieci funzionari statali. Gli ottomila civili erano sindacalisti, attivisti politici, famiglie di sindacalisti e attivisti politici, contadini di tutte le età e i sessi, villaggi interi di contadini compresi i bambini. I funzionari statali erano maestri, medici, infermieri mandati dal governo nei villaggi contadini, spesso volontari che volevano dare il proprio contributo alla crescita umana e culturale del Paese in cui vivevano.
Lottavano, i contras, contro il governo sandinista, e uccidevano nei modi più efferati per creare e diffondere panico e terrore, demoralizzazione, paura. Quella paura continua e totale che fa preferire la schiavitù alla libertà.
Ma non voglio e non posso fare un elenco dei crimini della Santa Democrazia. William Blum, ex funzionario del Dipartimento di Stato USA, ci ha provato, limitandosi appunto alla politica USA e utilizzando solo i documenti CIA dissecretati, e gli è venuto un libro di settecento pagine.
Il problema più grave oggi, però, per noi popoli dei Paesi santamente democratici, è che il mito della Santa Democrazia è ormai diffuso tra tutti noi. Grazie all’informazione e ai suoi mezzi, siamo diventati tutti paladini della Santa Democrazia. Un tempo invece molti di noi avrebbero lottato a fianco dei Paesi attaccati dall’Impero. Un tempo molti di noi avrebbero subito rizzato le orecchie, sentendo i giornali e le televisioni dell’Impero iniziare a sbraitare monotonamente e senza tregua contro il governo di un Paese non in linea con gli interessi dell’imperialismo.
Come una volpe rizza le orecchie al latrare dei cani e al corno del cacciatore, sapendo che è l’inizio della caccia e che, se anche quel giorno non toccherà a lei, toccherà a una sua simile.
Forse è solo questo il problema: non ci sentiamo più simili ai popoli sfruttati, né a quelli che rifiutano di essere sfruttati dai nostri Paesi, o meglio dai nostri padroni.
Forse ci sentiamo più simili al cacciatore. O almeno ai cani.”

Da Scemi di guerra, di Sonia Savioli, Edizioni Punto Rosso, pp. 195-196.

geopolitica

Fra terra e mare

Guido Reni- Il ratto di Europa

Egli, tuttavia, pur ammirando la dottrina Monroe, che secondo la sua visione delle cose aveva consentito agli Stati Uniti di assurgere al primato internazionale, costituendosi come un mix di indipendentismo e sovranità (isolazionismo?) e interventismo mirato in spazi extranazionali, riteneva che gli Stati Uniti, pur non essendo, a differenza dell’Inghilterra, un fattore di “dissolvimento”, non potevano rappresentare quella che per lui doveva essere la figura del katèchon, capace di frenare il processo dissolutivo dell’Ecumene occidentale, e per due gravi motivi: l’incapacità dimostrata nel recidere il cordone ombelicale dalla madrepatria britannica e al contempo l’ideologia accarezzata di un “nuovo secolo americano”.

Ecco che proprio questo farebbe declassare agli occhi di Schmitt gli Stati Uniti, da possibile katèchon, al ruolo addirittura di “ acceleratore involontario” della definitiva dissoluzione della società occidentale.

La concezione marittima del potere, come portata avanti dagli inglesi, per Schmitt, infatti, aveva avuto un ruolo determinante nella fine della concezione continentale, dunque terrestre, dello Ius publicum Europaeum e dell’ordine tradizionale del Vecchio continente, tendendo essa a radicalizzare i conflitti fino a promuovere l’ideologia di una “guerra totale” , che più non si limita al mero scontro fra eserciti belligeranti, ma porta alla “criminalizzazione” di interi popoli, e addirittura degli stati che commerciano o in qualche modo sono accusati di sostenere l’economia del nemico.

Schmitt paragona l’Inghilterra a una “nave” – a una “nave pirata” ad esser precisi – del resto, gran parte del suo impero è stato costruito grazie ad azioni che non tenevano in nessun conto alcuna legge e il Diritto delle genti. Veri e propri atti di pirateria di schiumatori e buccaneers, come quelli di Francis Drake, poi divenuto Sir, hanno rappresentato il suo quasi consueto modus operandi.

Era pressappoco quanto si stava già profilando sullo scenario di guerra cui Schmitt sta assistendo. Siamo per la precisione nell’anno di “grazia” 1942, quando, sbarcando in Irlanda, giunge in Europa il primo contingente militare statunitense, e la guerra dopo aver attraversato gli elementi terra e aria, si appresta ad interessare l’elemento acqua, facendosi poi addirittura sottomarina.

http://www.barbadillo.it/76823-cultura-carl-schmitt-fra-terra-e-mare-alla-ricerca-di-un-nomos-per-la-terra/