geopolitica

Fra terra e mare

Guido Reni- Il ratto di Europa

Egli, tuttavia, pur ammirando la dottrina Monroe, che secondo la sua visione delle cose aveva consentito agli Stati Uniti di assurgere al primato internazionale, costituendosi come un mix di indipendentismo e sovranità (isolazionismo?) e interventismo mirato in spazi extranazionali, riteneva che gli Stati Uniti, pur non essendo, a differenza dell’Inghilterra, un fattore di “dissolvimento”, non potevano rappresentare quella che per lui doveva essere la figura del katèchon, capace di frenare il processo dissolutivo dell’Ecumene occidentale, e per due gravi motivi: l’incapacità dimostrata nel recidere il cordone ombelicale dalla madrepatria britannica e al contempo l’ideologia accarezzata di un “nuovo secolo americano”.

Ecco che proprio questo farebbe declassare agli occhi di Schmitt gli Stati Uniti, da possibile katèchon, al ruolo addirittura di “ acceleratore involontario” della definitiva dissoluzione della società occidentale.

La concezione marittima del potere, come portata avanti dagli inglesi, per Schmitt, infatti, aveva avuto un ruolo determinante nella fine della concezione continentale, dunque terrestre, dello Ius publicum Europaeum e dell’ordine tradizionale del Vecchio continente, tendendo essa a radicalizzare i conflitti fino a promuovere l’ideologia di una “guerra totale” , che più non si limita al mero scontro fra eserciti belligeranti, ma porta alla “criminalizzazione” di interi popoli, e addirittura degli stati che commerciano o in qualche modo sono accusati di sostenere l’economia del nemico.

Schmitt paragona l’Inghilterra a una “nave” – a una “nave pirata” ad esser precisi – del resto, gran parte del suo impero è stato costruito grazie ad azioni che non tenevano in nessun conto alcuna legge e il Diritto delle genti. Veri e propri atti di pirateria di schiumatori e buccaneers, come quelli di Francis Drake, poi divenuto Sir, hanno rappresentato il suo quasi consueto modus operandi.

Era pressappoco quanto si stava già profilando sullo scenario di guerra cui Schmitt sta assistendo. Siamo per la precisione nell’anno di “grazia” 1942, quando, sbarcando in Irlanda, giunge in Europa il primo contingente militare statunitense, e la guerra dopo aver attraversato gli elementi terra e aria, si appresta ad interessare l’elemento acqua, facendosi poi addirittura sottomarina.

http://www.barbadillo.it/76823-cultura-carl-schmitt-fra-terra-e-mare-alla-ricerca-di-un-nomos-per-la-terra/

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La sporca guerra contro la Siria

L’economista Tim Anderson, con il saggio “La sporca guerra contro la Siria ( Editore Zambon, 2016 ), prende in analisi il caso siriano. L’introduzione è chiara: ‘’Ancora oggi, molti immaginano il conflitto siriano come una guerra civile, una rivolta popolare o una sorta di scontro confessionale interno. Tali miti rappresentano, sotto molti aspetti, un cospicuo successo per le grandi potenze che hanno condotto una serie di operazioni di cambio-regime (tutte con pretesti fasulli ) nella regione mediorientale negli ultimi quindici anni’’. Anderson inizia col mettere in dubbio queste false convinzioni – rivolta popolare contro il governo baathista? Falso! – facendo una scrupolosa analisi della storia della Siria contemporanea. Il campo da lui prediletto è quello della contestualizzazione storica per poi passare alla critica dei mass media imperiali; l’analisi, nel libro di Anderson, fa carta straccia della propaganda. Islamismo contro baathismo L’imperialismo statunitense ha perseguito l’obiettivo di smembrare la Siria in diversi Stati etnici rompendo l’unità dell’Asse della Resistenza e favorendo i progetti del sion-imperialismo. Quindi, Washington e Tel Aviv mirano alla creazione di uno ‘’Stato fallimentare’’, debole ed indifeso; l’Asse della Resistenza ha mandato all’aria questo progetto configurando un conflitto asimmetrico fra una guerriglia popolare e degli eserciti artificiali composti da mercenari. L’economista Tim Anderson ha ben inquadrato, fin dalle prime pagine, la situazione e l’altissima posta in gioco: ‘’Tale asse comprende Hezbollah nel Libano meridionale e la resistenza palestinese, oltre alla Siria e all’Iran, unici Stati nella regione privi di basi militari Usa. Più recentemente, anche l’Iraq – tuttora traumatizzato dall’invasione, dai massacri e dall’occupazione occidentali – ha iniziato ad allinearsi a tale asse. Anche la Russia ha iniziato a giocare un ruolo importante quale contrappeso. La storia e i precenti recenti dimostrano che né la Russia né l’Iran nutrono ambizioni imperialistiche anche solo paragonabili a quelle di Washington e dei suoi alleati, molti dei quali ( Gran Bretagna, Francia e Turchia ) sono stati in passato signori della guerra coloniali in questa regione. Dal punto di vista dell’<<Asse della Resistenza, la sconfitta della guerra sporca contro la Siria permetterebbe alla regione di iniziare a serrare i ranghi contro le grandi potenze. Il successo della resistenza siriana significherebbe l’inizio per il Nuovo Medio Oriente di Washington’’ ( pag. 14 ) Quindi, da una parte, abbiamo un polo egemonico non imperialistico e, dall’altro lato, un progetto imperiale che vorrebbe colonizzare tre paesi: Siria, Iran e potenzialmente anche la Russia. Non è la prima volta che gli Usa cercano di dominare la regione e per questo motivo l’autore del libro ricostruisce il ruolo dell’islamismo radicale; la sovversione wahhabita rivolta contro gli Stati laici ed indipendenti. Tim Anderson risponde correttamente alla domanda sul perché la Siria si è trovata nel mirino. Il Ba’th siriano, fin dal 1967, ha appoggiato la guerriglia antimperialista palestinese contro Israele. Nel 1980 il ‘’moderato’’ Carter chiedeva un ‘’cambiamento di regime a Damasco’’ e Zbigniew Brzezinski ‘’richiedeva con urgenza uno studio coordinato, che coinvolgesse anche i partner europei e le monarchie arabe, allo scopo di <<individuare possibili regimi alternativi al governo guidato da Hafez Al Assad’’ ( pag. 2 ). I Fratelli Musulmani siriani accettarono di diventare i sicari degli Usa, trovando, dopo l’imperialismo britannico, un nuovo padrone. Alla domanda ‘’Qual è il ruolo dei Fratelli Musulmani e dei Wahabiti nella destabilizzazione di questa regione?’’, Anderson risponde: ‘’I Fratelli Musulmani siriani hanno comandato e armato i gruppi ostili al governo siriano fino alla penetrazione dell’ISIS nella regione, avvenuta nel 2013. I loro principali sponsor erano Qatar, Turchia e altri. I Sauditi, tuttavia, divennero piuttosto invidiosi dell’ascendente dei Fratelli Musulmani, così preferirono finanziare e armare altri gruppi jihadisti, come l’ISIS, da loro creato in Iraq. La maggior parte delle volte i Fratelli Musulmani siriani hanno cooperato con i gruppi a vocazione internazionale di Al-Qaeda, ma altre volte (quando stanno perdendo o sono occupati in guerre territoriali) si scagliano gli uni contro gli altri’’ 1. Il saggio, La sporca guerra contro la Siria, entra nel merito dei fatti storici: “Non fu quindi una coincidenza che i Fratelli Musulmani – da sempre il gruppo di opposizione siriano più organizzato, la cui collaborazione con potenze esterne risaliva agli anni Quaranta – dessero inizio a una serie di sanguinosi attacchi a partire da quel momento, fino a quando la loro ultima insurrezione venne schiacciata a Hama nel 1982. Tale insurrezione era stata sostenuta dagli alleati degli Stati Uniti – l’Arabia Saudita, Saddam Hussein e la Giordania ( Seale 1988: 336-337 ). L’intelligence USA, a quel tempo, osservò che i siriani sono dei pragmatici che non vogliono un governo dei Fratelli Musulmani ( DIA 1982: vii ). Tuttavia, gli analisti USA utilizzarono poco dopo la repressione dei Fratelli Musulmani a Hama per dimostrare l’autentica instaurazione di uno Stato totalitario in Siria ( Wikas 2007: vii ). Si trattava di un’utile finzione.’’ ( pag. 21 ) Dal 1980 ad oggi i Fratelli Musulmani sono stati una pedina fondamentale della politica USA ed è per questo motivo che Trump sembra non poterne fare a meno. Anderson ricostruisce il rapporto imperialismo USA/Fratelli Musulmani in modo inoppugnabile arrivando alla conclusione che fra le amministrazioni Usa: ‘’Sembra che vi sia maggiore continuità, anche se ciò non è ancora chiaro. Nel 2016 Trump ventilò la possibilità di un ritiro dalla guerra in Siria, ma il suo attacco missilistico ad aprile mostra che evidentemente intese di dover attaccare la regione per dimostrare la propria credibilità all’interno dei confini americani. Allo stesso tempo, truppe americane hanno apertamente invaso lo Stato siriano, utilizzando come loro intermediari due gruppi di estrazione curda, l’YPG e l’SDF’’. Come sempre questo economista è puntuale e – anche sulla questione curda – non sbaglia. Dopo anni di rivolte settarie, a metà anni ’80, il presidente Hafez Al Assad ‘’aveva spezzato le reni’’ alla rivolta confessionale dei Fratelli Musulmani i quali miravano ad imporre ‘’uno Stato islamico-salafita’’. Per questa ragione i fondamentalisti sunniti, nel 1982, si sentirono di dare inizio a una sollevazione nella loro roccaforte: Hama. L’autore di questa ricerca ritiene che ‘’si trattò di una guerra civile fomentata dall’estero, e nell’esercito si verificarono alcune defezioni’’ ( pag. 48 ). Hafez al Assad spiegò come la Siria dovette fronteggiare un complotto straniero e, con voce autorevole, lo scrittore britannico Patrick Seale osservò che queste accuse ‘’non (erano) paranoiche, dal momento che furono requisite numerose armi statunitensi e che il sostegno occidentale era giunto attraverso diversi alleati degli Stati Uniti: re Hussayn di Giordania, le milizie cristiane libanesi ( i Guardiani dei Cedri fiancheggiatori degli israeliani ) e l’iracheno Saddam Hussein ( Seale 1988: 336-337 )’’ ( pag. 49 ). Quello che è successo nel 2011 è una sorta di prolungamento della rivolta wahhabita di Hama, le uniche differenze sono rappresentate dalla militarizzazione dei media ed un maggiore appoggio delle potenze imperialistiche occidentali. Le operazioni ‘’false flags’’, rispetto al 1982, sono una novità storica. Risponde Anderson: ‘’False flag significa un atto di guerra o un crimine di cui viene deliberatamente incolpata la fazione avversa. Il conflitto siriano è pieno di atti di questo genere, come spiego nel mio libro “La sporca guerra contro la Siria”. In due capitoli documento i false flags relativi al massacro del villaggio di Houla nel maggio 2012 e l’incidente delle armi chimiche nella Ghouta orientale nell’agosto del 2013. L’obiettivo di fondo è il tentativo di nascondere la violazione della legge internazionale implicita nell’aggressione contro la Siria e di diffondere un messaggio relativo a ‘circostanze straordinarie’ che ne giustifichi la violazione della sovranità’’. Le documentazioni raccolte nel testo sono inoppugnabili, chiunque voglia conoscere la storia del medioriente e del nazionalismo progressista arabo deve sapersi confrontare col libro che stiamo presentando

Fonte: EastWest

editoria, geopolitica

Quo vadis Europa?

Ad un osservatore fornito di spirito critico le recenti elezioni presidenziali francesi potrebbero offrire una buona occasione per riflettere su un paradosso clamoroso: il candidato uscito vincitore dalla competizione elettorale si è presentato ed è stato accolto come un indiscusso campione dell’europeismo”, nonostante fosse palesemente sostenuto dai poteri della finanza mondialista e dai circoli atlantisti e nonostante la sua ideologia e i suoi progetti siano eminentemente occidentalisti.
Questo paradosso non riguarda soltanto Emmanuel Macron ed i suoi elettori francesi, ma tutto quanto lo schieramento politico che in Europa si definisce “europeista” e si riconosce nelle attuali istituzioni della cosiddetta Unione Europea. Esso consiste nel fatto che tali istituzioni e l’ideologia corrispondente svolgono un ruolo in ultima analisi funzionale ad una strategia qualificabile come extraeuropea ed antieuropea, in quanto contribuiscono in maniera decisiva ad incorporare l’Europa nell’Occidente, vale a dire nell’area geopolitica egemonizzata dagli Stati Uniti d’America.

https://www.eurasia-rivista.com/quo-vadis-europa/

geopolitica

Nuovo numero di “Eurasia” dedicato alla Turchia

Il lupo grigio al bivio

SOMMARIO Editoriale C. Mutti, Il lupo grigio al bivio Geofilosofia Aristotele, Popolazione e territorio della polis ideale Dossario – Il lupo grigio al bivio Aldo Braccio, La Repubblica turca a dieci anni dal centenario Tancrède Josseran, È duro essere turchi Davide Ragnolini, Il pensiero geopolitico del Giano turco Mahdi Darius Nazemroaya, Neoottomanismo e teoria del sistema mondiale Francesca Manenti, Turchia e Stati Uniti: evoluzione di un’alleanza Alessandro Lattanzio, Le Forze Armate turche Federico Donelli, La strategia energetica turca guarda verso il Kurdistan Giuseppe Cappelluti, La Turchia e il Kazakhstan Augusto Sinagra, La Repubblica Turca di Cipro del Nord Lorenzo Salimbeni, Il grande malato Emanuela Locci Atatürk, e la massoneria Continenti Carlo Fanti, Air Sea Battle Ye Feng, L’esercito cinese: una forza di pace Andrea Fais, Il ruolo della Bielorussia nel mondo multipolare Giacomo Gabellini, L’offensiva di Tel Aviv Documenti La “Rivoluzione Democratica Nazionale” del Partito dei Lavoratori di Turchia Jean Thiriart, Criminale nocività del piccolo nazionalismo: Sud Tirolo e Cipro Interviste La Turchia vista da Budapest. Intervista a Gábor Vona Intervista all’ambasciatore tedesco in Italia Recensioni Nilüfer Göle, L’Islam e l’Europa. Interpenetrazioni (C. Mutti) Carlo Frappi, Azerbaigian. Crocevia del Caucaso (C. Mutti) Giovanni Bensi, Le religioni dell’Azerbaigian (C. Mutti) Gamal Abd el-Nasser, La filosofia della rivoluzione (D. Ragnolini) Imam ‘Alî ibn Abî Tâlib, Lettera a Mâlik al-Ashtar. Il governo dal punto di vista islamico (E. Galoppini) Marco Di Branco, Storie arabe di Greci e di Romani. La Grecia e Roma nella storiografia arabo-islamica medievale (C. Mutti) Fabio Vender, Kant, Schmitt e la guerra preventiva (D. Ragnolini)

http://www.eurasia-rivista.org/il-lupo-grigio-al-bivio-4/19590/

geopolitica

Collaborare ad “Eurasia”


Stage di formazione e Tirocini

La rivista “Eurasia” è aperta alle offerte di collaborazione. Stage di Formazione e Collaborazioni: “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” offre la possibilità di compiere stage formativi, principalmente in modalità di telelavoro, attraverso i quali i candidati potranno approfondire diverse conoscenze ed acquisire esperienza nelle attività redazionali. Lo scopo del periodo di formazione è fornire al tirocinante la possibilità di fare ricerca nel campo desiderato, a seconda di propri interessi e capacità, producendo articoli che verranno pubblicati inizialmente sul sito informatico della rivista (supplemento al cartaceo) e occupandosi della revisione di testi, o svolgendo attività di ricerca o altre attività legate alla pubblicistica. Tutor specializzati seguiranno costantemente lo stagista, comunicandogli conoscenze, esperienze e materiali. I tirocini (della durata variabile da definire a seconda delle esigenze, ma orientativamente di tre o quattro mesi) possono essere validi per conseguire crediti universitari: qualora non esistesse la relativa convenzione con una specifica università, “Eurasia” sarà lieta di procedere alla stipula di tale accordo. Fuori dallo schema formale dei tirocini è inoltre prevista la possibilità di una collaborazione volontaria (non retribuita), alla quale “Eurasia” garantisce la stessa attività di tutoraggio e la possibilità di pubblicazioni, nonché un attestato di attività ed eventuali referenze. È possibile partecipare al programma tirocini compilando il seguente modulo da inviare al Direttore. Richieste aperte per ogni area Disponibilità inizio immediato (gennaio 2013): -Area anglosassone; -Area America Indiolatina; -Area Asia Meridionale; -Area Europa; -Area Eurasia; -Area Africa; -Area Estremo Oriente; -Tirocinio e collaborazione traduttori (tutte le lingue). Ricordiamo che il numero di “Eurasia” sul Kazakhstan è ancora disponibile a Modena presso Libreria Feltrinelli, Via Cesare Battisti 16.

http://www.eurasia-rivista.org/scriverci/collaborazioni-tirocini-e-stage/

geopolitica

La lotta per l’Africa

“La lotta per l’Africa”
neocolonialismo occidentale in Africa, l’ingerenza di Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia. La nuova politica africana della Repubblica Popolare Cinese

Venerdì 20 Aprile, a Parma, con inizio alle ore 20.30, presso il Best Western Hotel Farnese, in Via Reggio 51/A, presso la sala conferenze “Correggio”, si svolgerà il seminario: “La lotta per l’Africa. Il neocolonialismo occidentale in Africa, l’ingerenza di Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia. La nuova politica africana della Repubblica Popolare Cinese“. Intervengono: ● Giovanni Armillotta, membro della redazione di “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici”, direttore responsabile di “Africana” e professore presso l’Università degli Studi di Pisa. ● Jean Claude Sougnini, presidente del “Collettivo per il Rispetto della Costituzione e delle Istituzioni della Cote D’Ivoire-Italie”, sezione del Piemonte. ● Boga Sako Gervais, giurista ivoriano, docente universitario di diritto e di lettere moderne, presidente della FIDHOP (Fondazione ivoriana per i diritti dell’uomo e la vita politica). Introduce e modera Claudio Mutti, direttore di “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici”. La conferenza rientra fra i seminari di Eurasia 2011-2012. L’ingresso è libero e gratuito. L’Hotel si trova vicino alla stazione ferroviaria di Parma (1,0 km) e al centro storico (1,2 km), a soli 500 mt. dalla tangenziale nord (uscita 7 Fiera – Via Baganzola). E’ disponibile un parcheggio pubblico incustodito nelle immediate adiacenze dell’albergo.

http://www.eurasia-rivista.org/seminario-la-lotta-per-lafrica/14695/

geopolitica

Unione Eurasiatica

inv

Nasce l’Unione Eurasiatica

XXV (1-2012) :::: :::: 17 febbraio, 2012 :::: Email This Post   Print This Post

Nasce l’Unione Eurasiatica

Editoriale:

Claudio Mutti, Verso l’Unione Eurasiatica

Geofilosofia dell’Eurasia

Alberto Buela, Propedeutica alla teoria politica
Claudio Mutti, Nietzsche e l’Eurasia

Dossario: Russia

Aleksandr G. Dugin, Nasce l’Unione Eurasiatica
Andrea Fais, Le elezioni parlamentari: una svolta (geo)politica e sociale
Jean Géronimo, Alla ricerca di un’identità postsovietica
Jean Géronimo, Crisi del gas. Torna Brzezinski?
V. V. Ivanter – J. Sapir, L’economia russa nella crisi finanziaria
Alessandro Lattanzio, Le forze strategiche della Russia
Aleksandr Latsa, Battaglia per Mosca
Mahdi Darius Nazemroaya, Verso una nuova realtà geopolitica
Igor N. Panarin, La nuova ideologia di Putin: lo sviluppo della civiltà russa
Spartaco A. Puttini, La Russia di Putin sulla scacchiera
Nikolaj S. Trubeckoj, Il problema dell’autocoscienza russa
Stefano Vernole, Un’alleanza economica sgradita agli USA
Ermanno Visintainer, Nursultan Nazarbayev, antesignano dell’Unione Eurasiatica
Gennadij A. Zjuganov, Le idee geopolitiche in Russia
Gennadij A. Zjuganov, I contorni geopolitici della Russia di domani

Continenti

Miguel A. Barrios, Strategia e geopolitica dell’America Latina (prima parte)
Jean Claude Paye – Tulay Umay, Wikileaks: un’opposizione virtuale
Matteo Pistilli, Il concetto di “sviluppo” dal 1945 ai nostri giorni

Interviste

Aleksandr Sam, I compiti del KGB in Bielorussia. Intervista al gen. Vadim Zaisev
Filippo Pederzini, Una piccola crisi diplomatica. Intervista a Mauro Murgia

Documenti

AA. VV., Il Patto di non aggressione tedesco-sovietico
Sergej N. Martinov, Discorso all’ONU
Jean Thiriart, Praga, l’URSS e l’Europa

Recensioni

C. Mutti, Stephan Baier – Eva Demmerle, Otto d’Asburgo. La biografia autorizzata
C. Mutti, Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella, Il golpe inglese
C. Mutti, Pio Filippani Ronconi, Zarathustra e il mazdeismo
C. Mutti, Ermanno Visintainer, Ahmed Yassawi. Sciamano, sufi e letterato kazako
L. L. Rimbotti, Johann von Leers, Contro Spengler

Leggi l’elenco degli articoli con un breve sommario per ciascuno di essi

geopolitica

BRICS: i mattoni del nuovo ordine

Editoriale:
Tiberio Graziani, BRICS: i mattoni dell’edificio multipolareDossario: BRICS: i mattoni del nuovo ordine
Come Carpentier de Gourdon, L’ascesa del BRICS. Da scenario finanziario a blocco strategico
Vagif Gusejnov, BRICS: stato e prospettive
Konstantin Zavinovskij, Cina e Russia in mezzo agli altri “mattoni”
Amb. José Filho, Il Brasile e i BRICS: lettera dell’Ambasciatore brasiliano
Roberto Nocella, Il Brasile e il Consiglio Diritti Umani
Vincenzo Mungo, L’India contemporanea: un progresso tra luci e ombre
Francesco Brunello Zanitti, L’ascesa geopolitica di Nuova Delhi: ostacoli e paradossi
Zorawar Daulet Singh, L’India dev’essere orientale o eurasiatica?
Alessandro Lattanzio, Le forze strategiche del BRICS
Aldo Braccio, E se il BRICS diventasse BRICST?
Hendrik Strydom, Potenze emergenti e governo mondiale?
Ignazio Castellucci, Il diritto nel mondo dei molti imperi
Marco Marinuzzi, Le relazioni tra i paesi lusofoni e la Cina
Giovanni Andriolo, Lega Araba e Nazioni Sudamericane

Continenti
Miguel Angel Barrios, Europa-Mercosur nella dinamica geopolitica del XXI secolo
Tommaso Cozzi, Europa: evoluzione dei consumi e dei costumi
Eleonora Gentilucci e Rémy Herrera, Gli effetti economici sulle spese militari
Hans Koechler, Collasso della globalizzazione e nuovo ordine mondiale
Cristiana Tosti, Seggio europeo all’ONU: un primo passo?

Interviste e recensioni
Enrico Galoppini, Intervista all’ambasciatore M.A. Hosseini
Orazio M. Gnerre, Claudio Mutti, Intervista al console Istvan Manno
Enrico Verga, Intervista al sottosegretario Enzo Scotti
Luca Bionda, recensione a Emanuele Aliprandi, Le ragioni del Karabakh
Claudio Mutti, recensione a Johann Jakob Bachofen, Matriarcato mediterraneo. Il popolo licio
Matteo Finotto, recensione a Francesco Brunello Zanitti, Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto
Alessandro Lattanzio, recensione a Roj A. Medvedev e Zores A. Medvedev, Stalin sconosciuto. Alla luce degli archivi segreti sovietici
Zorawar Daulet Singh, recensione a Farzana Shaikh, Making Sense of Pakistan

geopolitica

Segnalazione libraria

Marco Costa
Soviet e sobornost
/Correnti spirituali nella Russia sovietica e postsovietica/

Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2011, pp. 94, € 10,00
posta elettronica:
insegnadelveltro1@tin.it <mailto:insegnadelveltro1@tin.it>

*Il Libro*
Questo saggio di Marco Costa ci presenta il quadro storico dei rapporti intercorsi tra autorità religiosa e potere politico nella Russia del Novecento. Dopo essersi ampiamente soffermato sugli anni del leninismo, che videro scatenarsi una virulenta offensiva ateista, coerente coi contenuti materialistici dell’ideologia marxista, l’Autore esamina attentamente il periodo successivo, indugiando sulla svolta che caratterizzò il periodo staliniano negli anni della “Grande guerra patriottica”, quando alla riappropriazione dell’idea di Patria da parte del potere comunista si accompagnò la fine della persecuzione antiortodossa, fino all’elezione del nuovo Patriarca. Lo studio si conclude con una panoramica della politica russa postsovietica, nella quale emerge con particolare evidenza la convergenza del filone nazionalcomunista con gl’indirizzi patriottici dell’Ortodossia russa.

*L’Autore*
Marco Costa, laureato in filosofia, è assessore esterno del Comune di Busana (RE) con deleghe ai settori: Lavori Pubblici e Difesa del suolo.

Leggi:
http://www.eurasia-rivista.org/marco-costa-soviet-e-sobornost-correnti-spirituali-nella-russia-sovietica-e-postsovietica/10815/

http://www.eurasia-rivista.org/ea/biblioteca/

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Intervista su Libia e Siria

Mahdi Darius Nazemroaya, sociologo canadese, è ricercatore associato del Centre for Research on Globalization (CRG). Si occupa in particolare di studiare le dinamiche geopolitiche e le relazioni internazionali nel Vicino e Medio Oriente. Attualmente si trova in Libia nell’ambito d’una missione indipendente per appurare sul terreno i fatti legati all’esplosione della guerra civile ed all’intervento straniero. I ricercatori dell’IsAG Giovanni Andriolo e Chiara Felli l’hanno intervistato in esclusiva per “Eurasia”.

Dopo mesi di combattimenti, quali sono le sue considerazioni (anche in qualità di testimone oculare) circa le operazioni militari condotte dalla NATO?

Senza dubbio, deve essere sottolineato il fatto che i bombardamenti della NATO hanno deliberatamente avuto quali obiettivi i civili libici e dunque hanno cercato di punire la popolazione civile in Libia. Impianti idrici, ospedali, cliniche mediche, scuole, industrie alimentari, alberghi, veicoli civili, ristoranti, case, strutture governative e aree residenziali: tutto è stato bombardato. Ciò include anche la Corte Suprema Libica, un autobus con civili, una struttura medica dedicata alla Sindrome di Down, un centro di vaccinazione per i bambini e l’Università Nasser. L’affermazione della Nato, secondo cui sono stati oggetto di operazioni i comandi militari e gli edifici di controllo, appare insensata e falsa.

L’obiettivo della NATO non è quello di proteggere i civili, ma anzi di spingere questi ultimi ad incolpare il Colonnello Gheddafi ed il suo regime della guerra e dei crimini di guerra commessi contro la popolazione libica dalla NATO. La NATO ritiene che la brutalità delle proprie operazioni nei confronti dei civili e la strategia di ridurre la disponibilità di carburante, denaro, medicine, cibo ed acqua possano condurre ad un cambio di regime a Tripoli, inducendo la popolazione a detronizzare Gheddafi.

Muammar Gheddafi è diventato un bersaglio militare che la NATO ha cercato di uccidere durante i propri attacchi. Ora, questa azione non solo risulta essere illegale, ma, per di più, è parte di un calcolato progetto di destabilizzazione del paese. Anche se Topolino, il cartone animato dei bambini, fosse il leader libico, la NATO lo demonizzerebbe paragonandolo ad una sorta di Hitler, giustificando così le operazioni contro di lui. La NATO crede che se Gheddafi verrà ucciso, vi sarà come conseguenza una lotta sanguinosa per il potere che permetterà all’organizzazione di esercitare ed estendere la propria influenza su tutta la regione nord-africana. Uno dei principali obiettivi di questo progetto consiste nel far accendere una intensa guerra civile in Libia creando un conflitto tribale che potrebbe riversarsi al di là dei confini libici fino al Niger, all’Algeria, al Sudan, al Ciad nonché alle altre nazioni africane.

Finora, le cose non sono andate come il Pentagono e la NATO avevano pianificato. Le operazioni della NATO sono un vero e proprio disastro militare e politico. La campagna militare condotta dalla NATO ha di fatto contribuito a galvanizzare la maggior parte della popolazione nel supporto al Colonnello Gheddafi. Anche coloro che si opponevano al leader libico, ora hanno cambiato il proprio atteggiamento. Si può dunque affermare che la NATO abbia perso la sua guerra in Libia. Essa non è riuscita a rovesciare il Colonnello e la posizione di quest’ultimo sembra molto simile a quella ricoperta dallo Sceicco Hassan Nasrallah dopo la sconfitta di Israele nella guerra del Libano del 2006.

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