geopolitica

La sporca guerra contro la Siria

L’economista Tim Anderson, con il saggio “La sporca guerra contro la Siria ( Editore Zambon, 2016 ), prende in analisi il caso siriano. L’introduzione è chiara: ‘’Ancora oggi, molti immaginano il conflitto siriano come una guerra civile, una rivolta popolare o una sorta di scontro confessionale interno. Tali miti rappresentano, sotto molti aspetti, un cospicuo successo per le grandi potenze che hanno condotto una serie di operazioni di cambio-regime (tutte con pretesti fasulli ) nella regione mediorientale negli ultimi quindici anni’’. Anderson inizia col mettere in dubbio queste false convinzioni – rivolta popolare contro il governo baathista? Falso! – facendo una scrupolosa analisi della storia della Siria contemporanea. Il campo da lui prediletto è quello della contestualizzazione storica per poi passare alla critica dei mass media imperiali; l’analisi, nel libro di Anderson, fa carta straccia della propaganda. Islamismo contro baathismo L’imperialismo statunitense ha perseguito l’obiettivo di smembrare la Siria in diversi Stati etnici rompendo l’unità dell’Asse della Resistenza e favorendo i progetti del sion-imperialismo. Quindi, Washington e Tel Aviv mirano alla creazione di uno ‘’Stato fallimentare’’, debole ed indifeso; l’Asse della Resistenza ha mandato all’aria questo progetto configurando un conflitto asimmetrico fra una guerriglia popolare e degli eserciti artificiali composti da mercenari. L’economista Tim Anderson ha ben inquadrato, fin dalle prime pagine, la situazione e l’altissima posta in gioco: ‘’Tale asse comprende Hezbollah nel Libano meridionale e la resistenza palestinese, oltre alla Siria e all’Iran, unici Stati nella regione privi di basi militari Usa. Più recentemente, anche l’Iraq – tuttora traumatizzato dall’invasione, dai massacri e dall’occupazione occidentali – ha iniziato ad allinearsi a tale asse. Anche la Russia ha iniziato a giocare un ruolo importante quale contrappeso. La storia e i precenti recenti dimostrano che né la Russia né l’Iran nutrono ambizioni imperialistiche anche solo paragonabili a quelle di Washington e dei suoi alleati, molti dei quali ( Gran Bretagna, Francia e Turchia ) sono stati in passato signori della guerra coloniali in questa regione. Dal punto di vista dell’<<Asse della Resistenza, la sconfitta della guerra sporca contro la Siria permetterebbe alla regione di iniziare a serrare i ranghi contro le grandi potenze. Il successo della resistenza siriana significherebbe l’inizio per il Nuovo Medio Oriente di Washington’’ ( pag. 14 ) Quindi, da una parte, abbiamo un polo egemonico non imperialistico e, dall’altro lato, un progetto imperiale che vorrebbe colonizzare tre paesi: Siria, Iran e potenzialmente anche la Russia. Non è la prima volta che gli Usa cercano di dominare la regione e per questo motivo l’autore del libro ricostruisce il ruolo dell’islamismo radicale; la sovversione wahhabita rivolta contro gli Stati laici ed indipendenti. Tim Anderson risponde correttamente alla domanda sul perché la Siria si è trovata nel mirino. Il Ba’th siriano, fin dal 1967, ha appoggiato la guerriglia antimperialista palestinese contro Israele. Nel 1980 il ‘’moderato’’ Carter chiedeva un ‘’cambiamento di regime a Damasco’’ e Zbigniew Brzezinski ‘’richiedeva con urgenza uno studio coordinato, che coinvolgesse anche i partner europei e le monarchie arabe, allo scopo di <<individuare possibili regimi alternativi al governo guidato da Hafez Al Assad’’ ( pag. 2 ). I Fratelli Musulmani siriani accettarono di diventare i sicari degli Usa, trovando, dopo l’imperialismo britannico, un nuovo padrone. Alla domanda ‘’Qual è il ruolo dei Fratelli Musulmani e dei Wahabiti nella destabilizzazione di questa regione?’’, Anderson risponde: ‘’I Fratelli Musulmani siriani hanno comandato e armato i gruppi ostili al governo siriano fino alla penetrazione dell’ISIS nella regione, avvenuta nel 2013. I loro principali sponsor erano Qatar, Turchia e altri. I Sauditi, tuttavia, divennero piuttosto invidiosi dell’ascendente dei Fratelli Musulmani, così preferirono finanziare e armare altri gruppi jihadisti, come l’ISIS, da loro creato in Iraq. La maggior parte delle volte i Fratelli Musulmani siriani hanno cooperato con i gruppi a vocazione internazionale di Al-Qaeda, ma altre volte (quando stanno perdendo o sono occupati in guerre territoriali) si scagliano gli uni contro gli altri’’ 1. Il saggio, La sporca guerra contro la Siria, entra nel merito dei fatti storici: “Non fu quindi una coincidenza che i Fratelli Musulmani – da sempre il gruppo di opposizione siriano più organizzato, la cui collaborazione con potenze esterne risaliva agli anni Quaranta – dessero inizio a una serie di sanguinosi attacchi a partire da quel momento, fino a quando la loro ultima insurrezione venne schiacciata a Hama nel 1982. Tale insurrezione era stata sostenuta dagli alleati degli Stati Uniti – l’Arabia Saudita, Saddam Hussein e la Giordania ( Seale 1988: 336-337 ). L’intelligence USA, a quel tempo, osservò che i siriani sono dei pragmatici che non vogliono un governo dei Fratelli Musulmani ( DIA 1982: vii ). Tuttavia, gli analisti USA utilizzarono poco dopo la repressione dei Fratelli Musulmani a Hama per dimostrare l’autentica instaurazione di uno Stato totalitario in Siria ( Wikas 2007: vii ). Si trattava di un’utile finzione.’’ ( pag. 21 ) Dal 1980 ad oggi i Fratelli Musulmani sono stati una pedina fondamentale della politica USA ed è per questo motivo che Trump sembra non poterne fare a meno. Anderson ricostruisce il rapporto imperialismo USA/Fratelli Musulmani in modo inoppugnabile arrivando alla conclusione che fra le amministrazioni Usa: ‘’Sembra che vi sia maggiore continuità, anche se ciò non è ancora chiaro. Nel 2016 Trump ventilò la possibilità di un ritiro dalla guerra in Siria, ma il suo attacco missilistico ad aprile mostra che evidentemente intese di dover attaccare la regione per dimostrare la propria credibilità all’interno dei confini americani. Allo stesso tempo, truppe americane hanno apertamente invaso lo Stato siriano, utilizzando come loro intermediari due gruppi di estrazione curda, l’YPG e l’SDF’’. Come sempre questo economista è puntuale e – anche sulla questione curda – non sbaglia. Dopo anni di rivolte settarie, a metà anni ’80, il presidente Hafez Al Assad ‘’aveva spezzato le reni’’ alla rivolta confessionale dei Fratelli Musulmani i quali miravano ad imporre ‘’uno Stato islamico-salafita’’. Per questa ragione i fondamentalisti sunniti, nel 1982, si sentirono di dare inizio a una sollevazione nella loro roccaforte: Hama. L’autore di questa ricerca ritiene che ‘’si trattò di una guerra civile fomentata dall’estero, e nell’esercito si verificarono alcune defezioni’’ ( pag. 48 ). Hafez al Assad spiegò come la Siria dovette fronteggiare un complotto straniero e, con voce autorevole, lo scrittore britannico Patrick Seale osservò che queste accuse ‘’non (erano) paranoiche, dal momento che furono requisite numerose armi statunitensi e che il sostegno occidentale era giunto attraverso diversi alleati degli Stati Uniti: re Hussayn di Giordania, le milizie cristiane libanesi ( i Guardiani dei Cedri fiancheggiatori degli israeliani ) e l’iracheno Saddam Hussein ( Seale 1988: 336-337 )’’ ( pag. 49 ). Quello che è successo nel 2011 è una sorta di prolungamento della rivolta wahhabita di Hama, le uniche differenze sono rappresentate dalla militarizzazione dei media ed un maggiore appoggio delle potenze imperialistiche occidentali. Le operazioni ‘’false flags’’, rispetto al 1982, sono una novità storica. Risponde Anderson: ‘’False flag significa un atto di guerra o un crimine di cui viene deliberatamente incolpata la fazione avversa. Il conflitto siriano è pieno di atti di questo genere, come spiego nel mio libro “La sporca guerra contro la Siria”. In due capitoli documento i false flags relativi al massacro del villaggio di Houla nel maggio 2012 e l’incidente delle armi chimiche nella Ghouta orientale nell’agosto del 2013. L’obiettivo di fondo è il tentativo di nascondere la violazione della legge internazionale implicita nell’aggressione contro la Siria e di diffondere un messaggio relativo a ‘circostanze straordinarie’ che ne giustifichi la violazione della sovranità’’. Le documentazioni raccolte nel testo sono inoppugnabili, chiunque voglia conoscere la storia del medioriente e del nazionalismo progressista arabo deve sapersi confrontare col libro che stiamo presentando

Fonte: EastWest

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editoria, geopolitica

Quo vadis Europa?

Ad un osservatore fornito di spirito critico le recenti elezioni presidenziali francesi potrebbero offrire una buona occasione per riflettere su un paradosso clamoroso: il candidato uscito vincitore dalla competizione elettorale si è presentato ed è stato accolto come un indiscusso campione dell’europeismo”, nonostante fosse palesemente sostenuto dai poteri della finanza mondialista e dai circoli atlantisti e nonostante la sua ideologia e i suoi progetti siano eminentemente occidentalisti.
Questo paradosso non riguarda soltanto Emmanuel Macron ed i suoi elettori francesi, ma tutto quanto lo schieramento politico che in Europa si definisce “europeista” e si riconosce nelle attuali istituzioni della cosiddetta Unione Europea. Esso consiste nel fatto che tali istituzioni e l’ideologia corrispondente svolgono un ruolo in ultima analisi funzionale ad una strategia qualificabile come extraeuropea ed antieuropea, in quanto contribuiscono in maniera decisiva ad incorporare l’Europa nell’Occidente, vale a dire nell’area geopolitica egemonizzata dagli Stati Uniti d’America.

https://www.eurasia-rivista.com/quo-vadis-europa/

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Nuovo numero di “Eurasia” dedicato alla Turchia

Il lupo grigio al bivio

SOMMARIO Editoriale C. Mutti, Il lupo grigio al bivio Geofilosofia Aristotele, Popolazione e territorio della polis ideale Dossario – Il lupo grigio al bivio Aldo Braccio, La Repubblica turca a dieci anni dal centenario Tancrède Josseran, È duro essere turchi Davide Ragnolini, Il pensiero geopolitico del Giano turco Mahdi Darius Nazemroaya, Neoottomanismo e teoria del sistema mondiale Francesca Manenti, Turchia e Stati Uniti: evoluzione di un’alleanza Alessandro Lattanzio, Le Forze Armate turche Federico Donelli, La strategia energetica turca guarda verso il Kurdistan Giuseppe Cappelluti, La Turchia e il Kazakhstan Augusto Sinagra, La Repubblica Turca di Cipro del Nord Lorenzo Salimbeni, Il grande malato Emanuela Locci Atatürk, e la massoneria Continenti Carlo Fanti, Air Sea Battle Ye Feng, L’esercito cinese: una forza di pace Andrea Fais, Il ruolo della Bielorussia nel mondo multipolare Giacomo Gabellini, L’offensiva di Tel Aviv Documenti La “Rivoluzione Democratica Nazionale” del Partito dei Lavoratori di Turchia Jean Thiriart, Criminale nocività del piccolo nazionalismo: Sud Tirolo e Cipro Interviste La Turchia vista da Budapest. Intervista a Gábor Vona Intervista all’ambasciatore tedesco in Italia Recensioni Nilüfer Göle, L’Islam e l’Europa. Interpenetrazioni (C. Mutti) Carlo Frappi, Azerbaigian. Crocevia del Caucaso (C. Mutti) Giovanni Bensi, Le religioni dell’Azerbaigian (C. Mutti) Gamal Abd el-Nasser, La filosofia della rivoluzione (D. Ragnolini) Imam ‘Alî ibn Abî Tâlib, Lettera a Mâlik al-Ashtar. Il governo dal punto di vista islamico (E. Galoppini) Marco Di Branco, Storie arabe di Greci e di Romani. La Grecia e Roma nella storiografia arabo-islamica medievale (C. Mutti) Fabio Vender, Kant, Schmitt e la guerra preventiva (D. Ragnolini)

http://www.eurasia-rivista.org/il-lupo-grigio-al-bivio-4/19590/

geopolitica

Collaborare ad “Eurasia”


Stage di formazione e Tirocini

La rivista “Eurasia” è aperta alle offerte di collaborazione. Stage di Formazione e Collaborazioni: “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” offre la possibilità di compiere stage formativi, principalmente in modalità di telelavoro, attraverso i quali i candidati potranno approfondire diverse conoscenze ed acquisire esperienza nelle attività redazionali. Lo scopo del periodo di formazione è fornire al tirocinante la possibilità di fare ricerca nel campo desiderato, a seconda di propri interessi e capacità, producendo articoli che verranno pubblicati inizialmente sul sito informatico della rivista (supplemento al cartaceo) e occupandosi della revisione di testi, o svolgendo attività di ricerca o altre attività legate alla pubblicistica. Tutor specializzati seguiranno costantemente lo stagista, comunicandogli conoscenze, esperienze e materiali. I tirocini (della durata variabile da definire a seconda delle esigenze, ma orientativamente di tre o quattro mesi) possono essere validi per conseguire crediti universitari: qualora non esistesse la relativa convenzione con una specifica università, “Eurasia” sarà lieta di procedere alla stipula di tale accordo. Fuori dallo schema formale dei tirocini è inoltre prevista la possibilità di una collaborazione volontaria (non retribuita), alla quale “Eurasia” garantisce la stessa attività di tutoraggio e la possibilità di pubblicazioni, nonché un attestato di attività ed eventuali referenze. È possibile partecipare al programma tirocini compilando il seguente modulo da inviare al Direttore. Richieste aperte per ogni area Disponibilità inizio immediato (gennaio 2013): -Area anglosassone; -Area America Indiolatina; -Area Asia Meridionale; -Area Europa; -Area Eurasia; -Area Africa; -Area Estremo Oriente; -Tirocinio e collaborazione traduttori (tutte le lingue). Ricordiamo che il numero di “Eurasia” sul Kazakhstan è ancora disponibile a Modena presso Libreria Feltrinelli, Via Cesare Battisti 16.

http://www.eurasia-rivista.org/scriverci/collaborazioni-tirocini-e-stage/

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La lotta per l’Africa

“La lotta per l’Africa”
neocolonialismo occidentale in Africa, l’ingerenza di Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia. La nuova politica africana della Repubblica Popolare Cinese

Venerdì 20 Aprile, a Parma, con inizio alle ore 20.30, presso il Best Western Hotel Farnese, in Via Reggio 51/A, presso la sala conferenze “Correggio”, si svolgerà il seminario: “La lotta per l’Africa. Il neocolonialismo occidentale in Africa, l’ingerenza di Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia. La nuova politica africana della Repubblica Popolare Cinese“. Intervengono: ● Giovanni Armillotta, membro della redazione di “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici”, direttore responsabile di “Africana” e professore presso l’Università degli Studi di Pisa. ● Jean Claude Sougnini, presidente del “Collettivo per il Rispetto della Costituzione e delle Istituzioni della Cote D’Ivoire-Italie”, sezione del Piemonte. ● Boga Sako Gervais, giurista ivoriano, docente universitario di diritto e di lettere moderne, presidente della FIDHOP (Fondazione ivoriana per i diritti dell’uomo e la vita politica). Introduce e modera Claudio Mutti, direttore di “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici”. La conferenza rientra fra i seminari di Eurasia 2011-2012. L’ingresso è libero e gratuito. L’Hotel si trova vicino alla stazione ferroviaria di Parma (1,0 km) e al centro storico (1,2 km), a soli 500 mt. dalla tangenziale nord (uscita 7 Fiera – Via Baganzola). E’ disponibile un parcheggio pubblico incustodito nelle immediate adiacenze dell’albergo.

http://www.eurasia-rivista.org/seminario-la-lotta-per-lafrica/14695/

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Unione Eurasiatica

inv

Nasce l’Unione Eurasiatica

XXV (1-2012) :::: :::: 17 febbraio, 2012 :::: Email This Post   Print This Post

Nasce l’Unione Eurasiatica

Editoriale:

Claudio Mutti, Verso l’Unione Eurasiatica

Geofilosofia dell’Eurasia

Alberto Buela, Propedeutica alla teoria politica
Claudio Mutti, Nietzsche e l’Eurasia

Dossario: Russia

Aleksandr G. Dugin, Nasce l’Unione Eurasiatica
Andrea Fais, Le elezioni parlamentari: una svolta (geo)politica e sociale
Jean Géronimo, Alla ricerca di un’identità postsovietica
Jean Géronimo, Crisi del gas. Torna Brzezinski?
V. V. Ivanter – J. Sapir, L’economia russa nella crisi finanziaria
Alessandro Lattanzio, Le forze strategiche della Russia
Aleksandr Latsa, Battaglia per Mosca
Mahdi Darius Nazemroaya, Verso una nuova realtà geopolitica
Igor N. Panarin, La nuova ideologia di Putin: lo sviluppo della civiltà russa
Spartaco A. Puttini, La Russia di Putin sulla scacchiera
Nikolaj S. Trubeckoj, Il problema dell’autocoscienza russa
Stefano Vernole, Un’alleanza economica sgradita agli USA
Ermanno Visintainer, Nursultan Nazarbayev, antesignano dell’Unione Eurasiatica
Gennadij A. Zjuganov, Le idee geopolitiche in Russia
Gennadij A. Zjuganov, I contorni geopolitici della Russia di domani

Continenti

Miguel A. Barrios, Strategia e geopolitica dell’America Latina (prima parte)
Jean Claude Paye – Tulay Umay, Wikileaks: un’opposizione virtuale
Matteo Pistilli, Il concetto di “sviluppo” dal 1945 ai nostri giorni

Interviste

Aleksandr Sam, I compiti del KGB in Bielorussia. Intervista al gen. Vadim Zaisev
Filippo Pederzini, Una piccola crisi diplomatica. Intervista a Mauro Murgia

Documenti

AA. VV., Il Patto di non aggressione tedesco-sovietico
Sergej N. Martinov, Discorso all’ONU
Jean Thiriart, Praga, l’URSS e l’Europa

Recensioni

C. Mutti, Stephan Baier – Eva Demmerle, Otto d’Asburgo. La biografia autorizzata
C. Mutti, Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella, Il golpe inglese
C. Mutti, Pio Filippani Ronconi, Zarathustra e il mazdeismo
C. Mutti, Ermanno Visintainer, Ahmed Yassawi. Sciamano, sufi e letterato kazako
L. L. Rimbotti, Johann von Leers, Contro Spengler

Leggi l’elenco degli articoli con un breve sommario per ciascuno di essi

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BRICS: i mattoni del nuovo ordine

Editoriale:
Tiberio Graziani, BRICS: i mattoni dell’edificio multipolareDossario: BRICS: i mattoni del nuovo ordine
Come Carpentier de Gourdon, L’ascesa del BRICS. Da scenario finanziario a blocco strategico
Vagif Gusejnov, BRICS: stato e prospettive
Konstantin Zavinovskij, Cina e Russia in mezzo agli altri “mattoni”
Amb. José Filho, Il Brasile e i BRICS: lettera dell’Ambasciatore brasiliano
Roberto Nocella, Il Brasile e il Consiglio Diritti Umani
Vincenzo Mungo, L’India contemporanea: un progresso tra luci e ombre
Francesco Brunello Zanitti, L’ascesa geopolitica di Nuova Delhi: ostacoli e paradossi
Zorawar Daulet Singh, L’India dev’essere orientale o eurasiatica?
Alessandro Lattanzio, Le forze strategiche del BRICS
Aldo Braccio, E se il BRICS diventasse BRICST?
Hendrik Strydom, Potenze emergenti e governo mondiale?
Ignazio Castellucci, Il diritto nel mondo dei molti imperi
Marco Marinuzzi, Le relazioni tra i paesi lusofoni e la Cina
Giovanni Andriolo, Lega Araba e Nazioni Sudamericane

Continenti
Miguel Angel Barrios, Europa-Mercosur nella dinamica geopolitica del XXI secolo
Tommaso Cozzi, Europa: evoluzione dei consumi e dei costumi
Eleonora Gentilucci e Rémy Herrera, Gli effetti economici sulle spese militari
Hans Koechler, Collasso della globalizzazione e nuovo ordine mondiale
Cristiana Tosti, Seggio europeo all’ONU: un primo passo?

Interviste e recensioni
Enrico Galoppini, Intervista all’ambasciatore M.A. Hosseini
Orazio M. Gnerre, Claudio Mutti, Intervista al console Istvan Manno
Enrico Verga, Intervista al sottosegretario Enzo Scotti
Luca Bionda, recensione a Emanuele Aliprandi, Le ragioni del Karabakh
Claudio Mutti, recensione a Johann Jakob Bachofen, Matriarcato mediterraneo. Il popolo licio
Matteo Finotto, recensione a Francesco Brunello Zanitti, Progetti di egemonia. Neoconservatori statunitensi e neorevisionisti israeliani a confronto
Alessandro Lattanzio, recensione a Roj A. Medvedev e Zores A. Medvedev, Stalin sconosciuto. Alla luce degli archivi segreti sovietici
Zorawar Daulet Singh, recensione a Farzana Shaikh, Making Sense of Pakistan

geopolitica

Segnalazione libraria

Marco Costa
Soviet e sobornost
/Correnti spirituali nella Russia sovietica e postsovietica/

Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2011, pp. 94, € 10,00
posta elettronica:
insegnadelveltro1@tin.it <mailto:insegnadelveltro1@tin.it>

*Il Libro*
Questo saggio di Marco Costa ci presenta il quadro storico dei rapporti intercorsi tra autorità religiosa e potere politico nella Russia del Novecento. Dopo essersi ampiamente soffermato sugli anni del leninismo, che videro scatenarsi una virulenta offensiva ateista, coerente coi contenuti materialistici dell’ideologia marxista, l’Autore esamina attentamente il periodo successivo, indugiando sulla svolta che caratterizzò il periodo staliniano negli anni della “Grande guerra patriottica”, quando alla riappropriazione dell’idea di Patria da parte del potere comunista si accompagnò la fine della persecuzione antiortodossa, fino all’elezione del nuovo Patriarca. Lo studio si conclude con una panoramica della politica russa postsovietica, nella quale emerge con particolare evidenza la convergenza del filone nazionalcomunista con gl’indirizzi patriottici dell’Ortodossia russa.

*L’Autore*
Marco Costa, laureato in filosofia, è assessore esterno del Comune di Busana (RE) con deleghe ai settori: Lavori Pubblici e Difesa del suolo.

Leggi:
http://www.eurasia-rivista.org/marco-costa-soviet-e-sobornost-correnti-spirituali-nella-russia-sovietica-e-postsovietica/10815/

http://www.eurasia-rivista.org/ea/biblioteca/

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Intervista su Libia e Siria

Mahdi Darius Nazemroaya, sociologo canadese, è ricercatore associato del Centre for Research on Globalization (CRG). Si occupa in particolare di studiare le dinamiche geopolitiche e le relazioni internazionali nel Vicino e Medio Oriente. Attualmente si trova in Libia nell’ambito d’una missione indipendente per appurare sul terreno i fatti legati all’esplosione della guerra civile ed all’intervento straniero. I ricercatori dell’IsAG Giovanni Andriolo e Chiara Felli l’hanno intervistato in esclusiva per “Eurasia”.

Dopo mesi di combattimenti, quali sono le sue considerazioni (anche in qualità di testimone oculare) circa le operazioni militari condotte dalla NATO?

Senza dubbio, deve essere sottolineato il fatto che i bombardamenti della NATO hanno deliberatamente avuto quali obiettivi i civili libici e dunque hanno cercato di punire la popolazione civile in Libia. Impianti idrici, ospedali, cliniche mediche, scuole, industrie alimentari, alberghi, veicoli civili, ristoranti, case, strutture governative e aree residenziali: tutto è stato bombardato. Ciò include anche la Corte Suprema Libica, un autobus con civili, una struttura medica dedicata alla Sindrome di Down, un centro di vaccinazione per i bambini e l’Università Nasser. L’affermazione della Nato, secondo cui sono stati oggetto di operazioni i comandi militari e gli edifici di controllo, appare insensata e falsa.

L’obiettivo della NATO non è quello di proteggere i civili, ma anzi di spingere questi ultimi ad incolpare il Colonnello Gheddafi ed il suo regime della guerra e dei crimini di guerra commessi contro la popolazione libica dalla NATO. La NATO ritiene che la brutalità delle proprie operazioni nei confronti dei civili e la strategia di ridurre la disponibilità di carburante, denaro, medicine, cibo ed acqua possano condurre ad un cambio di regime a Tripoli, inducendo la popolazione a detronizzare Gheddafi.

Muammar Gheddafi è diventato un bersaglio militare che la NATO ha cercato di uccidere durante i propri attacchi. Ora, questa azione non solo risulta essere illegale, ma, per di più, è parte di un calcolato progetto di destabilizzazione del paese. Anche se Topolino, il cartone animato dei bambini, fosse il leader libico, la NATO lo demonizzerebbe paragonandolo ad una sorta di Hitler, giustificando così le operazioni contro di lui. La NATO crede che se Gheddafi verrà ucciso, vi sarà come conseguenza una lotta sanguinosa per il potere che permetterà all’organizzazione di esercitare ed estendere la propria influenza su tutta la regione nord-africana. Uno dei principali obiettivi di questo progetto consiste nel far accendere una intensa guerra civile in Libia creando un conflitto tribale che potrebbe riversarsi al di là dei confini libici fino al Niger, all’Algeria, al Sudan, al Ciad nonché alle altre nazioni africane.

Finora, le cose non sono andate come il Pentagono e la NATO avevano pianificato. Le operazioni della NATO sono un vero e proprio disastro militare e politico. La campagna militare condotta dalla NATO ha di fatto contribuito a galvanizzare la maggior parte della popolazione nel supporto al Colonnello Gheddafi. Anche coloro che si opponevano al leader libico, ora hanno cambiato il proprio atteggiamento. Si può dunque affermare che la NATO abbia perso la sua guerra in Libia. Essa non è riuscita a rovesciare il Colonnello e la posizione di quest’ultimo sembra molto simile a quella ricoperta dallo Sceicco Hassan Nasrallah dopo la sconfitta di Israele nella guerra del Libano del 2006.

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geopolitica

Eurasia 1/2011

È uscito il numero 1/2011 della rivista di geopolitica “Eurasia”, intitolato */LA CERNIERA MEDITERRANEO-CENTRASIATICA/* <http://www.eurasia-rivista.org/la-cerniera-mediterraneo-centrasiatica/9532/>.

Il volume, composto di 31 articoli su 278 pagine, tratta della valenza geopolitica della regione che dal Mediterraneo giunge all’Asia Centrale passando per il Vicino Oriente, fungendo da cerniera tra l’Europa, l’Eurasia russa e l’Asia Orientale.

Ecco di seguito l’elenco ed un breve sommario di ciascuno degli articoli contenuti in questo numero.

*Tiberio Graziani, /Mediterraneo e Asia Centrale: le cerniere dell’Eurasia/ <http://www.eurasia-rivista.org/9539/mediterraneo-e-asia-centrale-le-cerniere-delleurasia/>*

La transizione dal sistema unipolare a quello multipolare genera tensioni in due particolari aree della massa eurasiatica: il Mediterraneo e l’Asia Centrale. Il processo di consolidamento del policentrismo sembra subire una impasse causata dall’atteggiamento “regionalista” assunto dalle potenze eurasiatiche. L’individuazione di un unico grande spazio mediterraneo-centroasiatico, quale funzionale cerniera della massa euroafroasiatica, fornirebbe elementi operativi
all’integrazione eurasiatica.

/T. Graziani è direttore di “Eurasia” e presidente dell’IsAG/

*Aldo C. Marturano, */*I Bulgari dimenticati*/

Sin dal primo Medioevo la steppa e i suoi popoli ebbero un ruolo sconvolgente con i loro transiti verso l’Europa sia nella trasformazione e nella divisione dell’Impero Romano sia nella costituzione dei primi stati occidentali influendo, molto positivamente, sulle comunicazioni con la grande Asia e col nordest d’Europa. In particolare dobbiamo riconoscere alla pianura russa d’aver agito da tramite geografico, commerciale e culturale, e non solo logistico.

/A. Marturano è autore di numerosi libri sulla Russia/

*Claudio Mutti, */*Ananda K. Coomaraswamy e l’unità dell’Eurasia*/

Facendo ricorso ad una straordinaria erudizione fondata sull’accurata analisi filologica dei testi e delle opere d’arte, Ananda Kentish Coomaraswamy (1877-1947), storico dell’arte indiana originario dello Sri Lanka, ci consente di toccare con mano, al di là della varietà delle forme tradizionali asiatiche ed europee, una essenziale unità eurasiatica. La sua opera sterminata è perciò, al tempo stesso, una denuncia del provincialismo eurocentrico ed un costante richiamo alla stretta parentela spirituale che collega tra loro la parte orientale e quella occidentale dell’Eurasia.

/C. Mutti è redattore di “Eurasia”/

*Daniele Scalea, */*L’Asia Sudoccidentale nella geopolitica anglosassone*/

In quest’articolo si evidenziano il valore ed il significato assegnati all’Asia Sudoccidentale dal pensiero geostrategico anglosassone. Lo si fa ricorrendo agli spazi dedicati alla regione nelle principali opere dei quattro maggiori geopolitici anglosassoni: Alfred Thayer Mahan (1840-1900), Halford John Mackinder (1861-1947), John Nicholas Spykman (1893-1943) e Zbigniew Brzezinski (1928).

/D. Scalea è segretario scientifico dell’IsAG, redattore di “Eurasia”/

*Maged Rida Butros, */*Le relazioni tra Egitto e Stati Uniti: il loro contenuto e il loro futuro*/

Questo studio analizza le vicissitudini diplomatiche e politiche intercorse tra Egitto e Stati Uniti dalla Rivoluzione degli Ufficiali Liberi fino ai giorni nostri. L’Autore – docente universitario e politico del Partito Nazionale Democratico (PND) – ha espresso un punto di vista che poteva dirsi, a suo tempo, quello “ufficiale”, ossia governativo, dal momento che lo studio fu condotto e pubblicato prima della recente ondata “rivoluzionaria” e del rovesciamento del presidente Mubarak. L’Autore dimostra l’uso strumentale che Washington ha fatto dei suoi programmi d’aiuto, non solo per indirizzare la politica estera
egiziana in senso filo-statunitense, ma talvolta pure in senso filo-israeliano. Posto che ciò si trova in linea con la tradizionale “diplomazia del dollaro”, l’articolo offre uno spunto interessante se considerato proprio alla luce dei recenti sviluppi, dato che la linea di politica estera della nuova amministrazione del Cairo rivelerà qualcosa in più in merito alla natura del recente fenomeno rivoluzionario. È auspicabile un cambiamento della posizione egiziana verso linee più coerenti con l’andamento regionale, sulla scia dell’esempio turco. Il saggio è tratto da “Al-Majalla al-‘Arabiyya li’l-‘Ulum al-Siyasiyya” (“Rivista Araba di Scienze Politiche”), no. 26/2010.

/M.R. Butros è docente di Scienze politiche all’Università di Helwan (Cairo)/

*Giovanni Andriolo, */*Iraq: l’alfa e l’omega dell’unipolarismo USA*/

Ormai giunto l’annuncio del disimpegno della missione statunitense in Iraq,mun bilancio sui quasi otto anni di attività della “Coalizione dei Volonterosi” nel paese dei due fiumi s’impone. L’entità dei mezzi, delle persone e del denaro impiegati dagli Stati Uniti in Iraq solleva alcune considerazioni sull’importanza che il paese riveste per la strategia statunitense. Un’analisi delle ragioni alla base dell’invasione rivela come a sostegno della missione in Iraq stesse un piano di chiusura dell’Iran e di successiva espansione dell’Unipolarismo statunitense all’intera area geografica che va dall’Europa all’Asia Centrale. E da qui, all’intero blocco eurasiatico. Il fallimento della missione in Iraq potrebbe sancire la fine definitiva del piano di imposizione dell’Unipolarismo statunitense al mondo intero, proprio nel paese in cui tale progetto era cominciato. A meno
che con l’Iran…

/G. Andriolo è ricercatore dell’IsAG/

*Elena Mazzeo, */*La Turchia tra Europa e Asia*/

La Turchia ha mostrato negli anni recenti un attivismo, per certi versi inconsueto, nella propria politica estera, mantenendo lo sguardo rivolto tanto a Occidente quanto a Oriente. Questo nuovo atteggiamento ha coinciso con la vittoria elettorale dell’Akp (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) nel 2002 e, soprattutto, con gli anni successivi all’avvio della procedura di ammissione nell’Unione Europea (2005). La Turchia ha intrapreso un importante processo riformistico. Per proseguire in questo percorso il ruolo dell’Unione Europea potrebbe essere fondamentale nello spronare la Turchia, fornendo il sostegno necessario a superare le resistenze interne che tuttora si oppongono ai cambiamenti nel paese. Tuttavia, anche tra i paesi dell’Unione sussistono resistenze all’idea di un ingresso del paese.

/E. Mazzeo è ricercatrice dell’Area studi, ricerche e statistiche dell’ICE/

*Luca Bianchi e Federica Roccisano, */*Il Mediterraneo: un possibile scudo contro la crisi?*/

La crisi finanziaria internazionale ha avuto un impatto relativamente contenuto sui Paesi in via di sviluppo dell’area del Mediterraneo. Il presente lavoro ha l’obiettivo di dimostrare come proprio questa particolare reazione possa fare dell’Area del Mediterraneo un’area di difesa o uno scudo alla crisi finanziaria per i Paesi europei e, in particolare, per il Mezzogiorno d’Italia. Il testo si divide in due parti. Nella prima parte viene fatta un’analisi degli effetti della crisi finanziaria in relazione a due aspetti caratterizzanti quali l’andamento dell’occupazione e l’andamento delle rimesse dei migranti in patria. La seconda
parte del lavoro approfondisce con maggiore attenzione la reazione dei Paesi dell’area alla crisi finanziaria.

/L. Bianchi è vice-direttore del SVIMEZ, F. Roccisano è ricercatrice e coordinatrice delle relazioni internazionali di MEDAlics/

*Claudio Bertolotti, */*Attacchi suicidi in Afghanistan*/

In Afghanistan il fenomeno degli attacchi suicidi, nonostante lo stato di guerra più che trentennale, ha iniziato a manifestarsi in maniera preoccupante a partire dalla seconda metà del 2005. I gruppi di opposizione armata antigovernativi – nel testo indicati come Goa – hanno ormai adottato la tecnica suicida come parte della loro strategia, avendola appresa dai volontari stranieri giunti da altri teatri di guerra. È un fenomeno quantitativamente e qualitativamente in aumento in quanto tecnica vincente. E se l’impennata del numero degli attacchi condotti nel periodo 2005-2007 può spaventare, non
deve illudere la stabilizzazione del triennio 2008-2010, caratterizzata dall’aumento del numero di attentatori impiegati per ogni singola azione. Questo studio si basa sul confronto tra dati primari raccolti dall’autore in Afghanistan messi a confronto con dati secondari provenienti da organi di sicurezza internazionali e altri enti di ricerca.

/C. Bertolotti è stato analista della NATO in Afghanistan/

*Gianluca Serra, */*La problematicità “normativa” del negoziato coi Talebani*/

SOMMARIO. 1. L’azzardo di Karzai. 2. Uno Stato per i Talebani? Profili internazionalistici della questione 3. Un negoziato coi Talebani? 3.1 Problemi concreti: dipendenza esterna e polivocità dell’interlocutore. 3.2 Questioni di diritto pubblico interno: Talebani e Stato di diritto 4. Postilla metodologica. 4.1 Stato di diritto e universalità. 4.2 Stato di diritto e dover/ voler essere.

/G. Serra è dottore di ricerca in Diritto pubblico interno e comunitario (Seconda Università di Napoli)/

*Ruxandra Guillama Camba, */*L’UE e il conflitto georgiano*/

Quanto verificatosi nel Caucaso, più specificamente in Ossezia del Sud e in Abcasia, ha suscitato il nostro interesse. Per avvicinarci alla complessa situazione areale siamo partiti dal rapporto redatto sull’argomento dall’Unione Europea (UE). Con questa analisi ci si propone di rispondere ad alcuni quesiti: perché l’UE si è interessata a questo conflitto e quali sono i reali interessi che risiedono in quest’area ed hanno portato a un conflitto armato.

/R. Guillama Camba è docente di Storia dell’Europa in Età Contemporanea all’Università dell’Avana./

*Andrea Fais, */*Il Kazakistan, perno eurasiatico*/

Dotato di giganteschi giacimenti a cielo aperto, di grandi potenzialità ancora inespresse, il Kazakistan è più che mai al centro del Grande Gioco centroasiatico. In questo saggio si descrivono passato e presente di un Paese dai grandi spazi
e dalle tante risorse. Le prospettive, malgrado le frenate degli ultimi due anni e le previsioni di un netto calo del sorprendente tasso di crescita fatto registrare tra la fine degli anni Novanta e il 2008, restano buone, ed il Kazakistan sembra avere tutti i requisiti per poter recitare un ruolo di vero protagonista nello scacchiere eurasiatico e nelle logiche più stringenti del grande progetto continentale, a partire essenzialmente dalla cooperazione energetica e strategica.

/A. Fais è giornalista pubblicista/

*Nikolaj Vasilevič Lukianovič, */*“OPEC del gas”: mito o realtà?*/

Le cause geopolitiche della creazione del Forum dei paesi esportatori di gas o, come viene definito dai mezzi di comunicazione, OPEC del gas, sono connesse al desiderio della Russia e degli altri paesi esportatori di gas, di elevare il loro
status nella politica e nell’economia mondiale. Eppure il funzionamento dell’OPEC del gas è vantaggioso sia per la Russia sia per l’UE e in particolare per l’Italia. Quest’organizzazione sarà capace di soddisfare regolarmente tutte le necessità dei paesi e delle regioni UE, che hanno bisogno di questo bene energetico.

/N.V. Lukianovič è docente di Economia mondiale all’Università Finanziaria del Governo della Federazione Russa/

*Mario Sposato, */*Ucraina tra regionalismi e oligarchia*/

Diversi fattori concorrono a formare la cultura o le culture politiche in Ucraina: l’identità, l’appartenenza etnica, la regione, la tendenza riformatrice, condizioni socioeconomiche, la lingua, la “questione russa”, ecc. Tali fattori agiscono correlati o anche in maniera indipendente. Alcuni esercitano una maggiore influenza in detedrminate regioni, altri in altre. Tutti quanti però contribuiscono a produrre un medesimo risultato: la regionalizzazione delle attitudini politiche e, più in generale, la dicotomizzazione della società ucraina tra l’est e l’ovest. La classe politica non solo è incapace di evitare l’esasperazione di questa dicotomia favorendo un confronto costruttivo, ma le rappresenta in maniera interessata e distorta.

/M. Sposato è dottore in Relazioni internazionali e diplomatiche/

*Matteo Pistilli, */*Alle origini del concetto di “sviluppo”: dalle colonie alla SdN*/

Il termine sviluppo, oltre a poter essere inteso come un termine “neutrale”, è diventato nel sistema politico, economico e sociale internazionale un vero e proprio concetto, un’ideologia, propria delle odierne organizzazioni globali, per larga parte controllate oggi dagli Stati Uniti. In primis l’Onu, ma anche le altre agenzie quali la Banca Mondiale, Il Fondo Monetario Internazionale, l’Undp e via dicendo fanno riferimento a questo concetto di difficile comprensione, irto di contraddizioni, ma che può essere inteso meglio se guardato da lontano, sin dalle sue origini. Per porre brevemente le basi di tale concetto, il presente saggio sottolinea come dalle origini del sistema internazionale moderno, dall’epoca del colonialismo alla costituzione della Società delle Nazioni, si sia evoluta un’ideologia giunta fino ai nostri giorni, egemonizzata dalle potenze e dal pensiero cosmopolita.

/M. Pistilli è vice-presidente dell’IsAG/

*Sebastian A. Cutrona, */*L’immutabilità della geopolitica classica*/

Il saggio è stato originariamente presentato durante l’insegnamento di Geopolitica del XXI secolo relativo al corso di laurea specialistica (/Maestría/) in Geografia, all’Universidad de Costa Rica, nel febbraio 2009. La traduzione italiana si basa sulla versione pubblicata in “Revistas Ciencias Sociales”, vol. 121, no. 3, pp. 149-165, col titolo /La inmutabilidad de la Geopolítica Clásica/. Malgrado risalga ad oltre due anni fa, come risulta evidente dagli esempi proposti al suo interno, il saggio del prof. Cutrona rimane pienamente attuale nelle sue tesi e conclusioni, che possono essere riassunte, riprendendo il “/Resumen/” originale, come segue: «Nel quadro del postmodernismo, le principali basi teoriche della Geopolitica tradizionale cominciarono ad essere messe fortemente in dubbio da una nuova corrente di ricercatori identificati nella Scuola critica della disciplina. Eppure, le diverse ombre nei rapporti tra Russia e Stati Uniti d’America sembrano riconfermare le premesse fondamentali della Geopolitica tradizionale: l’Heartland di Halford Mackinder, il contenimento e le sfere d’influenza di George Kennan». Il “reset” nelle relazioni russo-statunitensi, registratosi nel 2010, si può interpretare come una fase di distensione contingente e temporanea, non molto diversa da quella che avvenne nel 2001-2002. A nostro giudizio, il discorso sulla dialettica USA-Russia imbastito da Cutrona non risulta invalidato dagli eventi successivi. Inoltre, in esso si possono ravvisare spunti di riflessione molto interessanti ed attuali, come quello sulla logica della “influenza incrociata” nella costruzione delle rispettive sfere d’influenza.

/S.A. Cutrona è docente di Politica internazionale all’Università Nazionale di La Rioja/

*Marcello Gullo, */*Malvine: da Cristoforo Colombo a Juan Peron*/

Il generale Perón ha svelato una verità largamente nascosta: il fatto che l’Argentina è passata dalla dipendenza ufficiale dalla Spagna alla dipendenza ufficiosa dalla Gran Bretagna. La dolorosa verità, la verità nascosta, è che l’Argentina ha cambiato il collare ma non ha smesso d’essere cane. Si è passati dal collare visibile spagnolo al collare invisibile inglese. Si sono avuti bandiera, inno e esercito ma, l’Inghilterra l’ha incatenata ai suoi piedi con il prestito Baring Brothers e la sottile colonizzazione culturale. Dopo l’indipendenza l’Argentina è diventata una colonia ufficiosa dell’impero britannico.

/M. Gullo è un politologo e saggista argentino/

*Alfredo Musto, */*Nella fase post-atlantica c’è l’incertezza strategica di Washington*/

Quella che possiamo indicare come la fase post-atlantica costituisce il torno temporale del passaggio dall’epoca bipolare e dalla tentazione unipolare ad un riassetto multipolare in via di definizione. Per forza di cose, nello stesso tempo costituisce una graduale decomposizione della struttura sistemica a matrice americana. In questo incerta transizione, tra le diverse carte giocabili, quella di un rinnovato controllo dei mercati dell’area asiatica – come dimostrano gli eventi – rimane per Washington prioritaria. La globalizzazione non sfugge alla geopolitica.

/A. Musto è ricercatore dell’IsAG/

*Pavel Provintsev, */*Il ruolo della comunità scientifica per la sicurezza tecnologica globale*/

Tutti i processi globali, politici, economici e sociali, sono stati ampiamente determinati dal livello di conoscenza scientifica e del potenziale tecnologico in uno specifico momento storico. Le analisi e le previsioni di cambiamenti dell’ambiente di vita e dell’uomo stesso, come le valutazioni di vittoria o sconfitta in ambito militare o economico, non sono possibili da fare senza considerare il fattore tecnologico. Oggi, il genere umano è entrato in una nuova fase del suo sviluppo, caratterizzata dall’apparente incapacità di realizzare l’impatto delle applicazioni tecnologiche globali e di evitare le minacce causate dall’espansione tecnologica.

/P. Provintsev è direttore della Fondazione Russa per lo Sviluppo delle Alte Tecnologie/

*Vasile Simileanu, */*Il dialogo geopolitico*/

Concetti come quelli di civiltà, progresso, democrazia, diritti umani, economia di mercato, sicurezza ecc., costruiti per definire un mondo ormai al tramonto, stanno esaurendo il loro potenziale descrittivo e sono sempre meno in grado di
costituire criteri di valutazione globale. La transizione verso una società globale impone analisi geopolitiche ampie, che sappiano studiare le particolarità culturali, linguistiche e religiose. D’altra parte, le manifestazioni di unificazione cumulate con quelle separatiste o pan-nazionaliste genereranno nuove fonti di conflitto e nuove provocazioni sul piano geopolitico. Nel clima internazionale che si va prefigurando, si impone l’avvio di un dialogo geopolitico, in cui le strategie bellicose siano sostituite da strategie di promozione della pace e di disponibilità al dialogo tra civiltà. La geopolitica può adempiere ad una funzione unica, trasformando le teorie del secolo XX in teorie di promozione della pace e del dialogo tra culture, religioni e civiltà.

/V. Simileanu è direttore della rivista rumena “Geopolitica”/

*Ernest S. Sultanov, */*Crisi del sistema e problema dell’élite*/

L’attuale classe dirigente mondiale proviene dalle esperienze della “new economy” e dalla “nuova politica”, condizionando le prospettive del mondo. Non si tratterà solo di produrre e consumare in modo più efficiente, ma anche di cambiare tutto il meccanismo di vari indici, fra quelli anche i dominus – il PIL e il tasso d’interesse. La stessa società dovrà mutare visto che qualcosa dovrà sostituire il consumo nella scala sociale. Con il cambiamento dei valori cambierà anche l’arte, dovendo forgiare i nuovi tipi di eroi.

/E. Sultanov è membro del Comitato Scientifico di “Eurasia”/

*T. Graziani, */*Intervista a Muratbek S. Imanaliev*/

/M.S. Imanaliev è segretario generale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai/

*M. Coppola e T. Graziani, */*Intervista a Jakhongir Ganiev*/

/J. Ganiev è ambasciatore dell’Uzbekistan a Roma/

*E. Verga, */*Intervista a Alfredo Mantica*/

/A. Mantica è sottosegretario per gli Affari esteri/

*D. Mraovic, */*Intervista a Falco Accame*/

/F. Accame è presidente dell’ANA-VAVAF/

*L. Bionda, */*Intervista a Roberto Pace*/

/R. Pace è presidente della Camera di Commercio e Industria Italo-Moldava di Chisinau/

*A. Bulgarelli, */*Intervista a Costanzo Preve*/

/C. Preve è un filosofo e saggista italiano/


Tiberio Graziani

Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG)
Presidente

Eurasia. Rivista di studi geopolitici
Direttore