Argomenti vari, conferenza

Una geografia per la storia

lunedì 5 novembre 2018 ore 17

Biblioteca Ariostea Via delle Scienze, 17 Ferrara
Sala Agnelli

Presentazione del libro di Massimo Rossi

Edito da Fondazione Benetton studi e ricerche con Antiga edizioni (Treviso, 2016)
Dialogano con l’Autore Franco Cazzola e Anna Quarzi
Letture di Cristina Rossi
Nel Centenario della Grande Guerra porsi questo interrogativo significa riconsiderare il ruolo e il potere che ebbe il sapere geografico tra fine Ottocento e inizi Novecento, l’età dei nazionalismi, quando elaborare la carta della giovane nazione italiana significava esprimere speranze di redenzioni territoriali attraverso il disegno di nuovi confini. Ma la deriva nazionalistica impose anche nuovi nomi a luoghi e monti cambiando addirittura genere ai fiumi (la Piave/il Piave) semplificando un intenso dibattito che vide come protagonista il trentino Cesare Battisti.
Massimo Rossi, geografo storico, si è laureato con lode in Lettere all’Università di Ferrara e ha conseguito il dottorato di ricerca in Geografia storica presso l’Università di Genova. Vincitore di una borsa di studio della Newberry Library di Chicago, ha lavorato all’Istituto di studi rinascimentali di Ferrara come coordinatore dell’Archivio storico della cartografia estense. Ha insegnato Geografia allo IUAV di Venezia e all’Università di Ferrara. Socio della Deputazione di Storia Patria per le Venezie e membro del direttivo nazionale del Centro Italiano per gli Studi Storico-Geografici, è responsabile della Cartoteca e dell’area di ricerca Studi geografici della Fondazione Benetton Studi Ricerche di Treviso.
A cura della Deputazione Ferrarese di Storia Patria e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Spirito libero. Un giornalismo senza padrini né padroni

martedì 6 novembre 2018 ore 17

Biblioteca Ariostea Via delle Scienze, 17 Ferrara
Sala Agnelli

Presentazione del libro di Sergio Gessi

Prefazione di Paolo Pagliaro
Faust Edizioni, 2018
Ne parlano con l’autore Dalia Bighinati e Lucia Marchetti.
Sarà presente l’editore Fausto Bassini.
Il buon giornalismo richiede lucidità di analisi, capacità interpretativa, autonomia di pensiero e di giudizio, indipendenza intesa nella sua più ampia accezione. Serve, in sostanza, uno spirito libero e intraprendente, curioso e incoercibile per sostenere l’impegno di chi ha compito e dovere di presentare ai lettori non solo un’onesta ricostruzione dei fatti, ma anche plausibili interpretazioni, utili a comprendere il significato più ampio e profondo degli accadimenti e a desumere da essi la consapevolezza della realtà e del mondo in cui viviamo. Questo volume raccoglie riflessioni, interviste, storie di per sé significative e al contempo emblematiche e rappresentative di realtà più ampie, delle quali gli avvenimenti narrati sono specchio. Ferrara è attrice principale, ma in questo teatro entrano personaggi che evocano vicende di vasto interesse, nazionale e internazionale.
Dalla prefazione di Paolo Pagliaro: “Nel libro sono raccolti articoli, commenti, interviste che affrontano diverse questioni di interesse generale: dal tramonto delle ideologie alla rivoluzione digitale, dall’Islam alle migrazioni. Ma sullo sfondo o al centro c’è quasi sempre Ferrara. Un luogo dell’anima, si direbbe, ma anche l’archetipo della città mutevole, che si lascia amare ma non possedere. Che sorprende, scuote, tradisce”.
Sergio Gessi, 53 anni, è giornalista professionista dal 1993. Inizia a scrivere giovanissimo, a Ferrara, sua città di origine, sulle pagine locali del Resto del Carlino, dell’Unità e della Nuova Ferrara. Pubblica, fra gli altri, su il Manifesto, Cuore, la Nuova Venezia, il Sole 24 ore, Avvenimenti, Gambero Rosso e collabora con l’emittente televisiva Italia 7 Gold. Nel 1992 è assunto al quotidiano La Cronaca di Verona. In seguito (fra il 2002 e il 2009) è capo ufficio stampa del Comune di Ferrara e nel 2013 fonda il quotidiano online Ferraraitalia.it che tuttora dirige. Dalla metà degli anni ‘90 svolge anche attività di formazione e aggiornamento professionale per Ordini dei Giornalisti e Associazioni stampa in Valle d’Aosta, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Marche, Umbria, Basilicata. È docente universitario, dapprima a Bologna e allo Iulm di Milano poi, dal 2002, all’Università di Ferrara (ove tiene i corsi di Analisi del linguaggio giornalistico, Teorie e tecniche delle pubbliche relazioni, Etica della comunicazione e dell’informazione). Ha due figli, Emanuele ed Efrem.

#I love videogame: accompagniamo i giovani nel mondo videoludico

Mercoledì 7 novembre 2018 ore 16,30

Biblioteca Giorgio Bassani Via G. Grosoli, 42 (Barco) Ferrara
Auditorium

Laboratorio per ragazzi per l’uso consapevole dei videogiochi

– Come sono fatti i videogiochi?#game_education
– Le regole per giocare online e offline#sicurezzadigitale
– Creiamo un videogioco:-)#digitalskills

Tra le iniziative organizzate in occasione dell’International Games Week 2018, la Biblioteca G. Bassani in collaborazione con Digitalmente.Me promuove un laboratorio, condotto da Luca Berti,  per educare i giovanissimi (10-13 anni) ad un utilizzo sano e consapevole dei videogiochi.
La partecipazione è gratuita, ma è richiesta l’iscrizione al fine di una migliore organizzazione dell’attività.
Per informazioni e prenotazioni rivolgersi alla biblioteca Bassani al numero 0532797414 o inviare mail a info.bassani@comune.fe.it.

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Argomenti vari

Lo stile italiano

Fonte: Claudio Risé

L’autore documenta attentamente quanto abbia danneggiato l’Italia
chi aveva puntato sulla quantità senza qualità. “Questa Italia perdente – nota ancora Benini – è però ancora in campo: prova in tutti i modi di continuare a creare problemi agli italiani appellandosi all’assistenza della politica e alla ricerca del privilegio delle rendite, degli incentivi e dei favori”.
Altro grande disastro era certo stata la svalutazione e perdita di identità delle scuole professionali e la politica fiscale ostile alla fortissima tradizione delle botteghe artigiane, osteggiate per ragioni di potere dai sindacati e dai partiti di massa di cui erano espressione. Ciò ha infatti prodotto una grande disoccupazione fra i giovani privi di formazioni professionali di qualità e d’altra
parte non interessati a percorsi universitari.

I né-né, giovani che non studiano né lavorano, un quarto circa dei giovani fra i 15 e i 35 anni, sono stati prodotti da questo disprezzo verso il lavoro manuale, da sempre privo di senso ma tuttora alimentato dalle burocrazie della vecchia politica.
Il danno provocato va oltre l’economia e ha messo a rischio saperi profondi, e l’equilibrio, anche territoriale, delle generazioni che vi sono state coinvolte.
“Artigianalità, spiega infatti Benini, è la connessione tra il cuore e la mente di un luogo, il metodo con cui si esprime il sapere e il sapore di un territorio, quella unicità che va sostenuta e promossa perché non è trasferibile altrove, ed è un patrimonio per tutti”. A valutazioni simili arriva d’altra parte anche tutto l’attualissimo campo di ricerca esposto da Luca Ciabarri nella recente raccolta di saggi: Cultura materiale, edito da Raffaello Cortina.
Un rischio ancora attuale, provocato proprio dal successo dello stile italiano, è quello della sua falsificazione. Per ogni prodotto italiano venduto nel mondo come italiano ce n’è un altro che finge di esserlo, ma non lo è, come il Parmesan che non è né italiano e tanto meno parmigiano; e negli USA si scoprì che veniva addizionato con trucioli di legno ricchi di cellulosa e pessimi per la salute. Più aumenta il successo del made in Italy, più aumentano anche i falsi. Ma è solo la conferma del successo.
Il valore dello stile italiano è la scoperta che si può vivere in un altro modo.
Non in “non luoghi” completamente artificiali, privi di vita e storia propria ma in territori carichi di energie creative consolidate nei secoli, con uno stile di vita attento al piacere (il gaudium, godimento, così importante anche nei Vangeli, come ricorda Benini), alla bellezza e alla convivialità, lontano dalla brutta cupezza delle ossessioni consumistiche. In un’attenzione al bello e al buono che impregna gli oggetti e chi li fa e li acquista, ma spinge anche tutti a guardare e salire molto più in alto.

Argomenti vari

Immunità di legge

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“Immunità di legge” non è un libro sui vaccini né tantomeno contro i vaccini. Utilizza la metafora vaccinale come chiave per offrirci la visione quasi intollerabile dell’attuale asservimento della scienza a scopi tutt’altro che scientifici. Perché il decreto Lorenzin, appunto, non riguarda i vaccini ma il concetto di trattamento sanitario obbligatorio. Quello che, in ambito psichiatrico, si riserva, come estrema ratio e con mille precauzioni di ordine morale e sociale, ai più riottosi e pericolosi malati di mente.
Come fanno notare giustamente gli autori, se l’introduzione del decreto aveva carattere emergenziale,  dovendo far fronte a chissà quale rischio pandemico mortale, l’unico motivo per il quale sarebbe, in linea di principio, giustificato il T.S.O. perché, di fronte alle rimostranze ed alle perplessità di opinione pubblica e medici, è stato poi ridotto il numero dei vaccini obbligatori da dodici a dieci? Forse perché non vi era alcuna emergenza pandemica? E perché minacciare, dichiarandolo apertamente, di voler togliere addirittura la patria potestà ai genitori che non vaccinassero i figli secondo i sacri protocolli? Una mostruosità e i cui autori si guardano bene dal rispondere alla domanda che ne scaturisce: “Toglierli ai genitori per affidarli a chi, a qualche Forteto”?
Se nessun bambino, nonostante lo zelo ideologico di alcune realtà locali, è stato finora allontanato dalla famiglia (e ci mancherebbe!) dall’inizio dell’anno scolastico il decreto Lorenzin sta di fatto impedendo a bambini sani di frequentare la scuola perché privi, per svariati motivi, della certificazione vaccinale prevista. Questa situazione più che incresciosa finora non ha trovato una vera volontà di soluzione da parte del governo in carica e in specie del ministro della Sanità Grillo,  la quale, nonostante i proclami pre-elettorali a riguardo, tergiversa, pasticcia e confonde le idee. Questo è un punto, gentile ministra, sul quale chi ha sostenuto quella coalizione, essendo la posta in gioco non quattro vaccini ma la conservazione della propria sovranità corporea e mentale,  credo non sia disposto a transigere ancora per molto.
Leggendo il libro, del resto, si può capire come dietro ai vaccini vi sia un combinato Totem e Tabù che coinvolge poteri e interessi al di là del raggio di azione del ministro di una lontana autoproclamatasi, grazie ad una serie di governi fantoccio, colonia dell’impero.
Il decreto Lorenzin è, tra l’altro, quasi la fotocopia della legge SB 277 della California, la più restrittiva degli Stati Uniti in ambito vaccinale, che anch’essa impedisce ai bambini di accedere alla scuola se privi di certificazione, che rende obbligatori una decina di vaccini e che fu varata nel 2015 sull’onda più emozionale che emergenziale di una epidemia di morbillo scoppiata a Disneyland l’anno prima. La solita politica del Patriot Act. E’ l’emergenza che causa il provvedimento o viceversa?
Chissà inoltre se il Bill Gates padrone di Microsoft che risulta essere, con i suoi 350 milioni di dollari, il maggiore finanziatore privato dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) attualmente concentrata come non mai sull’industria dei vaccini è lo stesso Bill Gates che ogni tanto paventa pandemie in grado di decimare la popolazione mondiale, invitando l’industria a mettere a punto sempre nuovi vaccini? Quella del creatore dell’unico sistema operativo vulnerabile ai virus e quindi dipendente dall’esistenza dei programmi antivirus, è una metafora sorprendente della sublimazione nevrotica; anche di coloro che, non essendo egli medico e quindi non titolato, secondo il primo postulato di Burioni, a parlare di cose mediche, non si sognano di dargli del somaro e di invitarlo ad andare a studiare.
L’autorevolezza sostituita dall’autoritarismo ad auctoritate. Il tribunale dell’Inquisizione si occupa degli eretici e dei nemici della Fede. Una ricerca scientifica non deve dimostrare qualcosa, deve solo assoggettarsi al sistema di valori ed alle priorità prestabiliti. Chi la redige deve appartenere al clan, utilizzare le parole d’ordine, dimostrare la propria indiscussa fedeltà al dogma.
Argomenti vari, Società

Unisex

È notizia di queste ore che a New York, a partire da questo periodo, i genitori dei neonati potranno scegliere di far scrivere sul certificato di nascita di questi ultimi, invece di “maschio” o “femmina”, la dicitura “Gender X”. Questa è solo l’ultima follia di una ideologia che sempre più si sta affermando nelle istituzioni. In pochi hanno il coraggio di denunciare questa situazione; e quei pochi che questo coraggio lo hanno, sono violentemente attaccati e messi alla pubblica gogna. Una situazione di cui tutti dovete prendere coscienza: ne vale del vostro futuro e di quello dei vostri figli.
Esiste un libro “speciale” in Italia dal titolo UNISEX e con sottotitolo “Cancellare l’identità sessuale: la nuova arma della manipolazione globale” pubblicato da Arianna Editrice. Gli autori sono la giornalista Enrica Perucchietti e lo scrittore Gianluca Marletta.

Perché questo libro è “speciale”? Perché è uno dei pochissimi libri esistenti che denunciano la così detta “ideologia gender” non tramite un altro credo dogmatico, bensì attraverso una vera e propria inchiesta molto documentata. A ogni affermazione, infatti, viene sempre riportata la documentazione e le fonti verificabili. Con UNISEX, dunque, a mio parere ci troviamo di fronte a una vera e propria opera di “giornalismo d’inchiesta”. Inchiesta che, appunto, data la quantità di fonti riportate, non può che lasciare scioccato e basito il lettore per le conclusioni a cui questo libro arriva. Infatti non a caso gli autori hanno subito numerose minacce (persino di morte), evidentemente da chi queste conclusioni non le può accettare. Non solo. Il libro “vanta” anche periodici tentativi di screditamento. L’ultimo — avvenuto proprio durante la scrittura di questo articolo — sì è verificato su Wikipedia dove, alla voce “Omosessualismo”, l’ideologia gender viene definita come “complotto che vedrebbe il movimento omosessuale tentare di reclutare le giovani generazioni per distruggere l’umanità”. Una definizione che non può che suscitare ilarità in chi la legge e far apparire uno sciocco chiunque affermi seriamente una cosa del genere. E quale testo viene riportato come “fonte” per questa definizione? Proprio il libro della Perucchietti e di Marletta. Ora, chiunque abbia letto il libro sa bene che non solo al suo interno non si trovano frasi in grado di giustificare un’affermazione del genere ma, soprattutto, il suo concetto di fondo è tutt’altro; inoltre il libro distingue in modo chiaro e netto (ripetendolo più volte durante il testo) tra la giusta e sacrosanta richiesta da parte degli omosessuali di ottenere rispetto per la propria persona e l’ “ideologia militante” di alcuni movimenti “omosessualisti” che spesso portano avanti e con forza idee pericolose e distruttive. Detto questo vediamo rapidamente, ma in modo serio, di cosa parla questo benedetto libro.
Alcuni gruppi spingono per l’affermazione totalitaria dell’ideologia gender
Questo è il primo messaggio di fondo che mi sembra di cogliere leggendo il libro. Ma, per comprendere il vero significato di questa affermazione, è necessario capire prima cos’è l’ideologia gender. Prima di tutto è una vera e propria “ideologia”. Perché? Perché una “ideologia” è, come riporta il Vocabolario Treccani, “ il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale”. Ora, dato che al mondo esistono persone che appartengono a gruppi sociali che sostengono che il sesso deve essere una scelta del singolo individuo che decide a seconda della sua volontà, è evidente che questi individui sono seguaci, appunto, dell’ideologia gender (anche se a molti questa definizione non piace). Sì perché, per coloro che non ne fossero a conoscenza, “gender” significa, sempre per citare il Vocabolario Treccani, “la distinzione di genere, in termini di appartenenza all’uno o all’altro sesso, non in quanto basata sulle differenze di natura biologica o fisica ma su componenti di natura sociale, culturale, comportamentale”. Quindi, secondo la “visione gender”, il signor Rossi può essere nato con tutti gli attributi maschili ben definiti ma se lui si comporta in modo femminile e dentro si sente di essere donna, allora la società lo dovrebbe riconoscere come donna. Non solo. Dopodomani potrebbe sentirsi di nuovo uomo e quindi, sempre secondo questa visione, essere uomo e così via.

Ma perché questa “visione gender” è diventata una “ideologia”? Il motivo è semplice: se alcuni individui possono sentire la propria natura sessuale completamente diversa da quella del proprio corpo, questo vuol dire che così deve essere la natura di tutti. Di conseguenza se finora il mondo è stato diviso in modo netto in “maschi” e “femmine” questo non è dovuto al fatto che la Natura ci ha voluti così, no: le cose stanno così soltanto perché siamo stati “manipolati” da istituzioni a cui ha fatto e continua a fare comodo la netta e chiara suddivisione tra maschi e femmine. Chiaro no? Certo, ci sarebbe poi da chiedere perché tutto il resto del mondo animale sia diviso sempre in maschi e femmine ma sorvoliamo.
A questo punto dovrebbe essere chiaro che, per chi la vede in questo modo, è assolutamente normale lottare al fine di compiere una “rivoluzione” culturale, sociale eccetera, che possa “liberare” l’essere umano dalla “gabbia sessuale” e poter vivere, finalmente, la sua “vera” natura utilizzando il suo corpo come semplice strumento per soddisfare la sua “vera natura”.
Penso sia inutile specificarlo ma, come si vede, tutto questo niente ha a che fare con un normale omosessuale che conduce la sua vita serenamente e in perfetta armonia con il suo corpo. Ma allora, se la stragrande maggioranza delle persone (siano esse eterosessuali o omosessuali) vivono serenamente senza questa “visione gender”, perché tutto questo affannarsi anche attraverso importanti lotte istituzionali come quelle riportate nel libro (e di cui quella del “Gender X” a New York di questi giorni è soltanto l’ultima in senso temporale)?
Se togli agli individui la propria identità sessuale li trasformi tutti in animali da pascolo
Ecco la semplice risposta.
Ogni persona, sin da bambina, comincia a formare la propria personalità a partire dal suo essere “maschietto” o “femminuccia”. Da lì, infatti, si vengono a creare particolari giochi nonché gruppi sociali che rinforzano la nostra natura che sentiamo, appunto, come naturale. Tutto questo attraversando vari stadi che ci porteranno a chiarire sempre meglio la nostra personalità e a poter dire con orgoglio “io”.
Ma ora mettiamoci dal punto di vista delle élite industriali e finanziarie mondiali. Da questo punto di vista è più facile gestire popoli composti da persone con ognuna una propria personalità ben formata oppure avere a che fare con masse di individui che non sanno nemmeno a che sesso appartengono? Ovviamente la risposta è la seconda giacché, in quel caso, non avendo nemmeno il più primordiale dei riferimenti interiori (e cioè quello dettato dal proprio sesso) ci si aggrapperà inevitabilmente — e come se fosse Dio in persona a parlare — a quello che verrà dettato dall’esterno. E chi sarà a parlare “dall’esterno” se non l’élite che detiene il potere?
In conclusione, che fare?
Quanto descritto finora non è che, ovviamente, una piccola parte dei concetti che ho colto dal libro e che vi consiglio di leggere affinché possiate farvi una vostra idea. Ma esiste una soluzione a tutto ciò? A me pare di intravederla in un libro di prossima uscita di Diego Fusaro intitolato Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia (Rizzoli Editore). Qui Fusaro — da quello che è stato possibile cogliere dalle anteprime e dalle dichiarazioni — propone di ritornare a rinforzare l’appartenenza al proprio sesso perché soltanto così sarà possibile ricostruire la famiglia, che è il primo nucleo su cui è possibile costituire, come spiega Hegel nel suo celebre libro Lineamenti di filosofia del diritto, una comunità, uno Stato e un senso di appartenenza.
Insomma, UNISEX e Il nuovo ordine erotico a mio parere sono due libri che dovranno essere letti insieme poiché l’uno descrive in modo dettagliato il problema e l’altro ne descrive la soluzione.
Buona lettura.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60984

Argomenti vari, libri

Storia d’Italia

Una delle ragioni per le quali il nostro Paese non riesce ad uscire dal pantano politico-istituzionale, va individuata nella scarsa propensione delle nostre classi dirigenti all’autocritica. Tale capacità, che connota sempre le élite, può essere indotta solo da un serio confronto con la storia nazionale. Alcuni, tra i politologi più noti, stanno elaborando un approccio critico alla nostra contemporaneità. Tra essi, uno ruolo di rilievo è svolto, da anni, da Giorgio Galli, studioso di vaglia, già ordinario all’Università di Milano.

Lo si evince dalla sua ultima pubblicazione, La stagnazione d’Italia. Dalla ricostruzione alla corruzione in dieci nodi della storia italiana dal 1945 al 2017, fresco di stampa per i tipi dalla OAKS editrice (euro 12,00). Il libro raccoglie gli esiti di una serie di conversazioni intrattenute dall’autore con Luca Gallesi e Gian Guido Oliva. Dalle pagine del volume emerge una esegesi delle vicende italiane che, da un lato, colloca il Bel Paese lungo la traiettoria storico-politica seguita dalle democrazie d’Occidente, segnate, dapprima, dalla conquista dei diritti e del welfare nel “Trentennio glorioso” fino agli anni Settanta, e in seguito connotate da una netta inversione di tendenza, amplificatasi con la crisi del 2007. Nonostante ciò, le pagine di Galli fanno emergere, in modo altrettanto chiaro, l’ambiguità del caso Italia, stretto attorno a dieci nodi irrisolti e drammatici.

Il primo di essi è colto nel ‘golpe invisibile’, evocato da Ferruccio Parri, messo in atto ai suoi danni nel 1945. Quanto accadde in occasione della caduta del governo presieduto dal leader partigiano, fu magistralmente registrato in una pagina di Carlo Levi,  nel romanzo L’Orologio. Levi qui descrive, servendosi di pseudonimi, l’azione politicamente ‘stabilizzatrice’, messa in atto, dopo l’effimera parentesi resistenziale, dal segretario liberale Cattani, da De Gasperi e da Togliatti. In una parola “le forze della continuità e della restaurazione […] presero il sopravvento sulle forze della trasformazione e della rivoluzione democratica” (p. 11). L’accordo tra il leader DC e Togliatti prefigurava la futura polarizzazione del bipartitismo imperfetto, che bloccherà la dialettica politica per lungo tempo. IL PCI, con la defenestrazione di Parri e l’accantonamento delle sue riforme economico-fiscali, accettò le imposizione moderate della DC, favorendo il riemergere della classe dirigente prefascista. Il Paese reale tornò ad opporsi al Paese legale.

L’egemonia moderata venne confermata con il plebiscito elettorale pro DC del 18 aprile del 1948. La reazione comunista alla marginalizzazione politica delle masse fu teatralmente inscenata subito dopo l’attentato di Pallante al ‘Migliore’, il 14 luglio di quell’anno mirabile. Le piazze non potevano capovolgere il risultato del voto, e la classe dirigente comunista mostrò il suo velleitarismo, non riuscendo né a guidare, né, tantomeno, a sconfessare le manifestazioni violente esplose nelle nostre città. Non fu la vittoria di Bartali al Tour a placare le folle inneggianti alla Rivoluzione, ma l’azione dei vertici ‘normalizzatori’ del PCI e quella del governo. Le elezioni successive mostrarono un tratto che resterà invariato nella vita contrastata della Prima Repubblica “un costante travaso di voti dai socialisti ai comunisti fino all’implosione dell’URSS […] e, a destra, un costante ammonimento alla DC perché non si discostasse da posizioni conservatrici” (p. 27). Ma paradossalmente, proprio l’apertura di Tambroni al MSI di Michelini, che si apprestava, con il Congresso di Genova del 1960, a storicizzare l’esperienza fascista, fu l’espediente con il quale si chiuse definitivamente la parentesi centrista e si inaugurò l’apertura ai socialisti. La lunga e discussa stagione del centro-sinistra. L’operazione Tambroni-Gronchi ebbe un seguito nel 1976, con la scissione di Democrazia nazionale dal MSI, che avrebbe dovuto offrire un appoggio a destra alla DC, per impedire il compromesso storico. A dire di Galli tale tentativo sarebbe fallito: i DC,   Moro in particolare, erano fermamente contrari all’ingresso dei comunisti nella stanza dei bottoni.

Nodo cruciale della storia della prima Repubblica è da individuarsi nell’omicidio di Enrico Mattei “La morte di Mattei consegna l’Eni a Cefis, uno dei protagonisti del’golpe invisibile’ di ceti senza capacità imprenditoriali” (p. 39). L’ascesa politica di questo personaggio, rappresentante del capitalismo parassitario, indusse il socialista di sinistra Riccardo Lombardi, a rifiutare l’incarico ministeriale che gli era stato proposto nel primo governo Moro. Il “tintinnare di sciabole” prodotto dal presunto golpe del generale De Lorenzo, servì in verità a coprire la responsabilità di politici in combutta con l’emergente capitalismo affaristico-burocratico. Si affermò, in tal modo, la “strategia della tensione” o, per dirla con Galli della Loggia,  la stagione delle “tensioni con varie strategie”, di cui furono protagonisti servizi segreti, fascisti, anarchici, mafia e massoneria (P2). Le stragi, e Piazza Fontana in particolare, per Galli dovevano servire a bloccare l’avanzata delle sinistre. Sotto il profilo elettorale, il risultato non fu conseguito. In realtà, il vero golpe lo preparava l’Italia ‘sotterranea’ “né fascista né antifascista […] e avente come protagonista un ceto finanziario speculativo del quale è emblematico proprio Michele Sindona” (p. 56). Si trattò di un golpe bianco, che utilizzò i soggetti politici disponibili su piazza, forte di protezioni internazionali, soprattutto nord-atlantiche.

Il nodo essenziale della storia italiana, quindi, è da individuarsi nella lotta intestina che contrappose la borghesia tradizionale, incarnata dalla famiglia reale dell’imprenditoria italiana, gli Agnelli, alla nuova ‘borghesia di Stato’, affaristica in senso greve e parassitaria. La sua azione sulla scena politica nazionale sarebbe stata impersonata da politici, all’interno della sequela che da Cefis passa per Craxi ed, infine, giunge a Berlusconi e Renzi “personalità politiche con forti analogie” (p. 58). Un segno del cambio delle consegne, a favore del nuovo ceto borghese, sarebbe da individuarsi nella indegna liquidazione che fu realizzata a danno di un’industria prestigiosa, l’Olivetti. A differenza di Galli, siamo convinti che tale disputa sia stata una guerra per bande. Quella che lo studioso milanese definisce la borghesia tradizionale, in realtà non fu mai tale. La FIAT è  un’industria della ‘borghesia di Stato’ che, proprio come le imprese dei paladini dell’ultimo capitalismo nostrano, forse con minore evidenza e clamore, ha cercato comunque di profittare di governi e regimi diversi, fascismo incluso. I nodi della storia italiana si scioglieranno solo quando tornerà al centro della scena nazionale  l’obliato, a destra e a manca, bene comune.

Un libro che discutendo il nostro passato recente, consente di pensare a scenari futuri che non  sembrano promettere grandi cambiamenti.

http://www.barbadillo.it/75408-libri-la-stagnazione-ditalia-di-galli-la-storia-del-nostro-paese-in-dieci-nodi/

Argomenti vari

Il caso David Rossi

Venerdì 24 Novembre ore 18 – Libreria Ibs-Libraccio – Sala dell’Oratorio San Crispino

Presentazione del libro di Davide Vecchi “ Il Caso David Rossi. Il suicidio imperfetto del manager di Mote dei Paschi di Siena” (Chiarelettere, 2017)

Ne parlano con l’autore Giovanni Rossi Presidente Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna e

Riccardo Forni, Presidente dell’Associazione Stampa di Ferrara

 

Parlare di Monte Paschi di Siena è parlare della Storia del Bel Paese a far data dal 1472, anno di fondazione; basti pensare ai Tesori d’Arte mondiali che MPS racchiude https://www.mpsart.it

Non solo: è anche avere il coraggio di guardare in faccia il volto oscuro della politica e della finanza.

Davide Vecchi*, firma de Il Fatto Quotidiano, con il suo ultimo libro ‘Il suicidio imperfetto del manager Monte dei Paschi di Siena’, inserisce la morte di David Rossi nella lunga serie dei misteri d’Italia “perché dal momento che le prime indagini furono fatte in maniera frettolosa e superficiale è chiaro che, a distanza di così tanti anni, non possono essere più ritrovate prove che potrebbero rivelarsi fondamentali”[1].

Parlare di David Rossi e della sua morte – archiviata dai giudici come suicidio – significa parlare di Siena e della sua banca, una banca di fatto “pubblica”. Oggi, infatti, l’azionista di maggioranza del Gruppo Montepaschi è lo Stato Italiano che detiene, complessivamente, il 52,184% del capitale sociale, con la partecipazione diretta del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Nata come monte di pietà per dare aiuto alla popolazione disagiata di Siena, MPS è la più antica banca in attività ed è ritenuta anche la più longeva al mondo.

Diciamo, con una battuta, che, a far data dalla profonda riforma delle fondazioni bancarie, la cosiddetta legge Amato-Ciampi, e con la successiva legge finanziaria 2002 (articolo 11 della legge 28 dicembre 2001, n. 448), gli uomini scelti dalla Fondazione MPS per il governo della MPS S.p.a. -4° gruppo bancario italiano per numero di filiali, dopo Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco BPM- hanno, progressivamente, “smarrito la diritta via” … e son entrati in una “selva oscura”, per dirla con il tosco Dante.

Con  Giovanni Rossi, neo Presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna, ho il piacere d’invitarvi a partecipare anche con riflessioni e domande alla presentazione del libro del collega Davide Vecchi.

 

* Davide Vecchi. Giornalista. https://www.ilfattoquotidiano.it/blog/dvecchi/  Sono nato a Perugia dove ho studiato Scienze politiche e iniziato a lavorare alla cronaca locale de Il Messaggero. Avevo 23 anni. Nera, bianca, giudiziaria, politica. Dopo un anno mi sono trasferito a Milano per entrare alla scuola di giornalismo Walter Tobagi e sono stato travolto dal lavoro. Nel 2000 sono assunto nel primo quotidiano on-line, eDay: preistoria del web finanziato dal “visionario” Elserino Piol che aveva appena dato la luce a Tiscali. Da allora ho lavorato (tra l’altro) per Metro, il Venerdì di Repubblica, l’Espresso. Poi l’Adnkronos, dal 2004. Ho seguito tanta politica.

O meglio: tanti politici. Quasi sette anni di agenzie di stampa. Fino a luglio 2010, quando sono arrivato al Fatto Quotidiano dove mi occupo principalmente di politica e cronaca giudiziaria. Ho seguito le hard news degli ultimi anni.

Dal caso Ruby allo scandalo Mose fino a Mafia Capitale. Nel 2012 ho scritto I Barbari sognanti per Aliberti sul fallimento della Lega Nord.

Nel 2014 per Chiarelettere, ho iniziato a occuparmi dell’ascesa di Renzi nel libro L’intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia.

Due anni dopo, sempre per Chiarelettere, ho pubblicato Matteo Renzi, il prezzo del potere, sui primi due anni di Governo dell’ex rottamatore. Entrambi ancora in libreria.


Riccardo Forni, giornalista professionista. Presidente Associazione Stampa di Ferrara.

Argomenti vari, libri

Quale felicità?

 

È in uscita per le edizioni del Mulino il libro Storia economica della felicità. Abbiamo intervistato l’autore, Emanuele Felice – in questo caso il nome è un presagio! – che è professore associato di Storia economica all’Università “Gabriele D’Annunzio” di Chieti-Pescara. L’intervista è a cura di Carlo De Maria.

 

Come è nata l’idea di scrivere un libro sulla storia della felicità?

L’idea è nata rileggendo alcuni autori dell’Illuminismo. Ad esempio, François-Jean de Castellux che nel XVIII secolo scrisse Considerazioni sopra la sorte dell’umanità nelle diverse epoche della storia moderna, che in effetti è il primo tentativo di tracciare una storia della felicità. Anche gli illuministi italiani hanno studiato la felicità come dimensione pubblica. E mi sono accorto che questi intellettuali avevano una visione della felicità umana che era in sostanza legata ai diritti dell’uomo. Una concezione diversa rispetto a quanto emerge, oggi, da studi condotti a livello internazionale dall’ONU, dove si predilige una interpretazione soggettiva della felicità essenzialmente rilevata attraverso sondaggi, in base alla quale paradossalmente alcuni Stati assoluti, in cui i diritti umani vengono violati, come Emirati Arabi e Uzbekistan, mostrano di avere i cittadini più felici.

Nelle mie ricerche da tempo mi occupo di Amartya Sen, dell’indice di sviluppo umano e degli altri indicatori alternativi al Prodotto interno lordo (PIL). In ambito internazionale, negli ultimi decenni due alternative al PIL si sono affermate, almeno in parte: l’approccio dello sviluppo umano e delle capabilities di Sen e Nussbaum e l’approccio dell’utilitarismo basato invece sui sondaggi, su domande del tipo “Quanto ti senti felice?” (che Sen critica perché i suoi risultati sono inevitabilmente frutto di condizionamento mentale).

L’approccio delle capabilities di Sen e Nussbaum (o delle libertà reali di van Parijs) è molto in linea con la visione che avevano gli illuministi (non tutti), fondata sui diritti umani e, in particolare, sul diritto a ricercare la felicità (“the pursuit of happiness”) sancito nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. In aggiunta, l’Illuminismo ha anche valenza nella storia economica mondiale, dal momento che costituisce la base ideale da cui poi prenderà slancio la rivoluzione industriale. Da queste premesse, sorgeva l’esigenza, e l’utilità, di scrivere una storia economica della felicità che fosse diversa dalla vulgata oggi prevalente.

Alla luce dello studio che hai condotto, è possibile rispondere alla domanda: qual è la natura della felicità?

La felicità è fortemente condizionata dall’idea che gli esseri umani si fanno su di essa. Cambia, dunque, nel corso della storia. Però è sicuramente legata a un aspetto, che è il senso della vita. Ovviamente quale sia il senso della vita è una risposta mutevole. Oggi, il senso della vita e, dunque, la nostra visione della felicità si orientano generalmente in due modi: cercare di soddisfare quanti più desideri possibili di arricchimento e godimento, oppure avere una visione che contemperi benessere materiale, libertà (soprattutto libertà da e, dunque, diritti umani), possibilità di realizzarsi (capabilities) e relazioni umane.

Un bivio, questo, che comincia a delinearsi, grosso modo, con l’Illuminismo, quando si superano le visioni precedenti della felicità, proprie del mondo preindustriale e agricolo. Anche in questo caso possiamo individuare due grandi modelli, entrambi influenzati da un contesto nel quale il progresso scientifico non era ancora contemplato: una felicità ultraterrena – “la felicità non è di questo mondo” – tipica delle grandi religioni monoteiste nella parte occidentale dell’Eurasia, e una felicità ascetica, soprattutto di impronta buddista, ma presente anche nel mondo romano (pensiamo ai cinici, agli epicurei, per certi versi agli stoici), che invece porta ad affermare che la felicità si ottiene limitando i desideri. In altre parole, la felicità si può avere anche su questa terra, a patto però di limitare i desideri. Isaiah Berlin, criticando questa visione, affermava ironicamente che, a forza di ridurre i desideri, “alla fine la persona più felice è quella morta…”. Si trattava, in ogni modo, di una visione terrena della felicità, ma ancora prettamente individuale e non orientata alla trasformazione del mondo.

Gli stoici articolarono una posizione in parte diversa, legando sì la felicità all’atarassia però insistendo anche sull’importanza di un principio attivo, il logos, e cioè il connettersi con la ragione universale, alludendo in questo modo a una possibile trasformazione del mondo. La cultura stoica, tuttavia, non riuscì a trasformare il mondo romano perché non contemplava la conoscenza pratica, il progresso tecnologico.

Il lungo processo che parte dall’Europa medievale, si accelera con la Riforma e culmina nella rivoluzione scientifica e nell’Illuminismo, cambia radicalmente la visione della felicità. Si crea un nuovo paradigma che insiste sulla conoscenza utile: la conoscenza, cioè, deve essere orientata al cambiamento, al progresso. Questo porta all’idea che la felicità sia possibile su questa terra, e per tutti, attraverso la trasformazione delle istituzioni e la crescita economica. Alla conoscenza utile si lega anche l’uguaglianza formale tra le persone. L’idea che tutti abbiano il diritto a ricercare la propria felicità.

L’Illuminismo rappresenta, dunque, un cambiamento di paradigma che si associa alla Rivoluzione industriale. Cesura che porta alle due visioni odierne della felicità: quella improntata all’edonismo e quella che cerca di conciliare il piacere con l’etica, e quindi con i diritti umani. Naturalmente resistono anche le visioni preesistenti della felicità, quella ultraterrena e quella ascetica, che si confrontano faticosamente con le visioni odierne.

Arrivando agli anni Duemila, intravedi nel tempo presente una “curvatura” peculiare dell’idea di felicità?

C’è il rischio di una distopia della felicità, cioè il rischio che la felicità diventi non più un diritto, ma quasi un dovere. Questo avviene, ad esempio, in certe aziende, multinazionali e non solo, che obbligano di fatto i loro dipendenti a mostrarsi sorridenti verso i clienti (e ne controllano puntualmente l’atteggiamento). Oppure, in una monarchia assoluta come gli Emirati Arabi Uniti, dove è stato creato un ministero per l’happyness, la felicità. Un modello di felicità imposto, dove manca la dimensione genuina delle relazioni umane.

Un altro rischio incombente è quello di una felicità sintetica e artificiale, unicamente legata ai sensi, raggiungibile attraverso farmaci o droghe a buon mercato e facilmente disponibili (anche nei paesi meno sviluppati): un dollaro al giorno, una pilloletta, la prendi e sei felice… Manca però il senso della vita.

Contro questo modello distopico – anticipato da alcuni capolavori della fantascienza, come Brave New World (1932) di Aldous Huxley – rimane l’altra strada, che è quella che si rintraccia appunto ripercorrendo la storia degli ultimi secoli, nei quali alla crescita economica, alla crescita delle nostre disponibilità materiali, si è accompagnato anche un miglioramento etico, dei diritti e delle libertà. Questo collegamento (tra crescita economica e progresso etico) non è scontato, come ci mostra proprio la storia del Novecento con il nazismo e lo stalinismo, ma è comunque una partita aperta, che vale la pena di giocare. Si tratta di una partita individuale e collettiva, allo stesso tempo.

http://rivista.clionet.it/vol1/intervista/felice-storia-economica-della-felicita

 

Argomenti vari, libri

Il fondamentalismo Hollywoodista

Inside Job (2010)
Inside job è un documentario sulla crisi finanziaria del 2008 che ebbe uno straordinario successo, giungendo a vincere anche l’Oscar per miglior documentario. Si tratta tuttavia di un prodotto hollywoodista assegnabile al filone delle liturgie di catarsi di giustizia onirica, poiché denunciando le malefatte dei grandi banchieri fornisce al pubblico l’illusione onirica che giustizia sia fatta. In realtà, nessuna, ma proprio nessuna giustizia è fatta, I cittadini sono le grandi vittime finali dell’artefatta crisi finanziaria del 2008 e la loro rabbia e frustrazione vengono vendicate solo virtualmente da questo film che altro non fa che raccontare al pubblico ciò che esso già sapeva — e cioè come si è sviluppata la crisi del 2008, più o meno. A causa dei soliti meccanismi di proiezione psico-logica il pubblico che fu gabbato nel mondo reale trae qualche sollievo virtuale nell’esperienza onirica della visione del film. Insidejob finge di essere un documentario “di denuncia” ed antisistema, ma non si è mai visto a Hollywood un film antisistema vincere l’Oscar e se si è visto vuoi dire che non era antisistema. Il successo del film, ovvero la soddisfazione del pubblico gabbato a sentirsi spiegare come è stato gabbato, ricorda quel detto popolare italiano: “È vero, le ho prese di brutto, ma quante gliene ho dette!” Il titolo del film, infine, è un’altra furbata hollywoodista mica male. Il termine “inside job” è infatti divenuto popolare in riferi-mento agli attentati dell111 settembre 2001, per esprimere il concetto che quegli attentati erano stati organizzati dall’interno del sistema di potere americano. Gli autori del film se ne sono appropriati per esprimere un significato diverso, a tal modo scollegandolo nella mente del grande pubblico dagli imbarazzanti eventi dell’11 settembre. Provate oggi a “googhelare” il termine “inside job”: pagine e pagine di risultati con soli riferimenti a questo film, nessuna più traccia dell’uso che ha reso il termine popolare. Espressione idiomatica sequestrata con successo, il suo significato convertito in qualcosa di innocuo per il sistema.
Strategie di manipolazione prevalenti:
• Catarsi di giustìzia onirica e rivalsa fittizia
• Assunzione di controllo della narrativa del dissenso
• Intercettazione e ridefinizione semantica di un espressione idiomatica scomoda
Roberto Quaglia


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Argomenti vari, editoria, Società

Immigrazione

All’ordine del giorno resta, in tutta Europa, il tema dei migranti e la soluzione da assumere per affrontare questo problema sempre di più pressante. Intere baraccopoli con migliaia di immigrati vengono spazzate via, eliminate, come a Calais e a Foggia, in molti centri di raccolta si susseguono i tentativi di rivolta, le carrette del mare continuano a sbarcare carichi umani sulle coste italiane, il terrorismo incombe e le agenzie di intelligence indicano i rischio che fra le migliaia di migranti si infiltrino terroristi. Gli attentati periodicamente scuotono la coscienza degli europei. Che fare? A questa domanda i governi europei non sembrano pronti a rispondere. La rivista Eurasia, con gli strumenti geopolitici, di analisi demografica, e di prospezione, affronta questo tema nell’ultimo numero (Eurasia, 4/2016, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, pagg. 205, euro 18; www.eurasia-rivista.com).Lo fa con un dossario di 180 pagine interamente dedicato al tema “Migrazioni o invasioni?”.

Il direttore Claudio Mutti fa un’operazione necessaria quando si parla di migrazione, invasioni, trasferimenti, accordi: mette a posto i concetti basandosi sul significato delle parole e richiamandosi a eventi storici. Lo fa con chiarezza e efficacia. Sgomberato il campo da interpretazioni grossolane, ideologiche o approssimative, nel fascicolo, uno dei migliori pubblicati dalla redazione di Eurasia, si affrontano, con dati, bibliografie, analisi e revisioni storiche, aspetti fondamentali come le manovre geopolitiche dietro i flussi migratori (Giovanni Petrosillo) la situazione dei rifugiati e migranti nel Mediterraneo (Stefano Vernole) un’analisi economica dei migranti in Francia (Alain de Benoist) il piano di destabilizzazione dell’Europa (Wayne Madsen, Gennaro Scala, Enrico Galoppini) la diffusione del precariato (Gianluca Marletta) i flussi migratori (Alessandra Colla, Anna Bono, Ivelina Dimitrova), e un’analisi degli accordi sull’immigrazione (Aldo Braccio e Ali Reza Jalali). Non mancano due saggi storici sulle invasioni barbariche (Andrea Galletti e Claudio Mutti). Chiudono il fascicolo articoli sulla Russia e un’intervista al segretario regionale della Lega Nord in Emilia Romagna, Gianluca Vinci.

http://www.barbadillo.it/63595-riviste-eurasia-leuropa-e-vittima-di-migrazioni-o-di-vere-e-proprie-invasioni/

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Argomenti vari

Geopolitica dell’ortodossia

Il mondo religioso, per la sua forza intrinseca e per il richiamo al soprannaturale, può offrire una serie di simboli e miti in grado di catalizzare un patrimonio di identità, tradizioni e storia che può contribuire a rafforzare un soggetto politico. Il richiamo a questo “deposito spirituale” è più ricorrente di quanto si immagini: vari studiosi di geopolitica hanno più volte affrontato questo tema e analizzate le dinamiche e gli sviluppi nello scenario politico internazionale. Adesso, il dossier centrale dell’ultimo numero di Eurasia, rivista di studi geopolitici diretta da Claudio Mutti (n.3 del 2016) è dedicato alla “Geopolitica dell’Ortodossia”. Contributi molto interessanti che spaziano dagli aspetti storici, come lo scisma d’Oriente (Domenico Cadararo), la valenza dell’Oriente e dell’Occidente nell’ecumene cristiana, le differenti chiese ortodosse, serba (Bataille), greca (Tsopanis), bulgara (Dimitrova), l’ortodossia araba (Thual), l’ortodossia e il cattolicesimo romano (Zamfirescu). Ancora: il contrasto esistente in Romania fra “valori atlantici” e ortodossia è di particolare interesse. Non manca una sezione di documenti su aspetti specifici dell’ortodossia che affrontano tematiche come Bisanzio e il Bizantinismo, la Chiesa ortodossa nel mondo, l’appartenenza etnica e l’organizzazione della Chiesa ortodossa, oltre all’approfondimento della posizione contro la globalizzazione da parte della Chiesa ortodossa russa.

Due articoli sul Vicino Oriente, sul tentato golpe in Turchia e le nuove prospettive politiche del governo turco nell’ambito dei rapporti fra Turchia ed Europa alla luce della crisi migratoria (Braccio e Cappelluti). Il fascicolo si conclude con la consueta rubrica di libri.

Il direttore, Claudio Mutti, nell’analizzare, in apertura di fascicolo, il tema dell’ortodossia, sottolinea l’importanza della translatio imperii che si tradusse, dopo la individuazione di Costantinopoli come seconda Roma, nel passaggio del titolo imperiale a Mosca (perciò definita Terza Roma) e la sua funzione geopolitica, oltre che spirituale e religiosa.

*Eurasia, n. 3/2016, Edizioni All’Insegna del Veltro, Parma, 2016, pagg. 184, euro 18. [www.eurasia-rivista.com]

@barbadilloit