Argomenti vari, Società

La morte della borghesia

E abbiamo 500 mila giovani adulti tra i 30 e i 34 anni che non hanno mai lavorato: rischiano di diventare degli esclusi permanenti non solo dal lavoro, ma anche dalla possibilità di costruirsi una vita”. Il risultato è che l’incidenza della povertà oggi è molto più alta tra bambini e giovani che tra gli anziani. Un milione e 200 mila minorenni fanno parte di famiglie che non sono in grado di comprare beni e servizi indispensabili per una vita accettabile. “Un bambino che vive per anni in povertà”, avverte Sabbadini, “ha molte probabilità di restare povero da grande: accumula svantaggi fin da piccolo e vede ridursi le proprie chance di mobilità sociale”.

Il quadro è oggettivamente complesso e bisogna dire che la sovrabbondanza dei dati statistici e delle testimonianze, offerte da “Millenium”, aiuta solo in parte, soprattutto  laddove non affronta alcuni dei nodi culturali del problema. A cominciare dalla distinzione tra borghesia e ceto medio.

Giuseppe De Rita, che sul tema ci aggiorna da decenni, sostiene che la borghesia in Italia non c’è, surrogata dal ceto medio. La differenza? La borghesia ha coscienza di sé e delle sue responsabilità sociali, il ceto medio ripiega nell’egoismo. Allargando la visione si può dire che alla borghesia manchi  la consapevolezza del proprio ruolo culturale, capace di informare, di dare forma, all’intera società. Per questo, oggi, forse non è morta, ma certamente rischia l’agonia.

Storicamente la borghesia propriamente detta era la classe dei diritti, ma soprattutto dei doveri. Era la paladina della famiglia. Credeva nella Patria e ad essa arrivava ad immolare  i propri figli, trovando così una nuova legittimità sociale  e politica (dalle guerre risorgimentali al primo conflitto mondiale, dal fascismo alla Ricostruzione). Era una borghesia “etica”, in cui il culto del lavoro e dell’intrapresa si sposava con il ruolo pubblico, secondo una visione nazionale del sacrificio.

Oggi, sempre più spesso, essa  parla “al singolare”, in ragione di un’ identità borghese che esaurisce nella sfera individuale l’essenza dell’essere moderno.  Riduzionismo e particolarismo ne sono i corollari esistenziali: un riduzionismo dai forti tratti consumistici, un particolarismo economicistico ed un relativismo etico  che paiono essere diventati le ragioni ultime ed essenziali del finalismo borghese, surrogato dal ceto medio.

Di questa crisi occorre prendere coscienza per le sue conseguenze diffuse, laddove, nei secoli,  l’ orizzonte borghese e la sua composizione sociale sono andati  ben al di là delle analisi di chi identificava  la borghesia come “la classe dei capitalisti moderni, che sono proprietari dei mezzi di produzione e impiegano lavoro salariato” (Marx ed Engels),  comprendendo invece ceti professionali, tecnici dei servizi e della burocrazia statale, lavoratori del commercio, esponenti della cultura e quanti operano  nel mondo dell’Istruzione. Perciò si può dire che una “buona”  borghesia (culturalmente motivata) serva a tutti, anche per tenere vivo ed alto il confronto (non necessariamente lo scontro) sociale e culturale. I sindacalisti rivoluzionari, agli inizi del XX Secolo, lo avevano ben capito, quando chiedevano alla borghesia dell’epoca, stanca ed incerta anche allora,  di uscire fuori dai suoi piccoli confini, dall’appagamento individualistico, accettando le sfide della modernità, all’interno di un’organica visione nazionale.

http://www.barbadillo.it/81998-focus-la-borghesia-assopita-nel-nuovo-millennio-perche-risvegliare-lorizzonte-di-classe/

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Argomenti vari, conferenza

Medice cura te ipsum

Incontro con l’autore lunedi’ 25 marzo 2019 ore 17

Se penso che. Un manifesto contro il nichilismo e l’indifferenza

Presentazione del libro di Fosco Foglietta

Grafikamente editore in Forlì, 2018
Partecipano il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani e la senatrice Paola Boldrini.
L’autore è noto ai ferraresi per la sua attività di direttore generale dell’azienda U.S.L. della città dal 2002 al 2010. Ha sempre lavorato nel settore della sanità e dei servizi sociali, anche a Cesena e a Bologna, poi è stato presidente di CUP 2000 SpA. Il volume prende spunto dall’esperienza professionale e umana dell’autore per affrontare le tematiche che la società contemporanea sta vivendo. Cerca di sottolineare il bisogno del risveglio dell’etica attraverso le conoscenze delle realtà complesse e i modi di concepire ed esercitare il potere (con l’evidente crisi delle “élites”) con l’obiettivo di aver sempre presente la qualità della vita e la dignità dell’uomo.

La tredicesima Musa

Incontro con l’autore martedi’ 26 marzo 2019 ore 17

La tredicesima musa

Presentazione del libro di Carlo Degli Andreasi

La Carmelina Edizioni, 2019
Questo romanzo è un delicato abominio, è l’ennesimo viaggio-racconto di cui non si avverte la necessità, un esercizio d’arbitrio, una nuvola di parole inconsistente come il fumo; lo stesso fumo che dai sigari rituali dei sacerdoti Maya, saliva agli spiriti divini per portare loro una preghiera. Un’epoca, la seconda metà degli anni 70 del XX secolo; un’età, i 18 anni del giovane improbabile Odisseo; un luogo non-luogo, Genova, limite oltre il quale si apre solo un mare “mentale” con le sue sirene. Il viaggio e la notte sono inscindibili in questo racconto-arca, dieci ore di tragitto interminabili tra la metafisica Ferrara e l’inesplicabile Genova, una “via crucis” pagana fatta di attesa di coincidenze e ritardi incomprensibili. Un viaggio in treno, ma forse è meglio dire un viaggio su binari, per quel senso di inevitabile ed obbligato che riassumono in sé un itinerario, per l’appunto, che si dipana nell&# 39;arco di una notte per andare da “lei”. Infine si presenta lei “la fine del tempo” con la sua sensualità, le sue sigarette Turmac, i suoi occhi di specchio d’argento.
L’autore dice di sé: “La mia origine da due famiglie, una toscana e l’altra ferrarese entrambe antiche, sono tutt’ora motivo di complessità nella mia immaginazione che mi sostiene in ogni azzardo. A mio padre devo l’amore per la lettura e il piacere di generare racconti. La Letteratura è una nave e al contempo il mare che solca, è un viaggio inquieto che ho intrapreso dalle prime letture, un viaggio che continua imprevedibile. Sono un estimatore del pensiero libero da vincoli razionalisti o metafisici, perché credo nella “complessità”, nella forza del simbolo e della metafora. Sono assertore che in ogni evento esiste un equilibrio, una forma aurea, percepibile a determinate condizioni, nascoste in tutta evidenza dal divino prestigiatore, a noi il piacere della rivelazione.”

Incontro con l’autore mercoledi’ 27 marzo 2019 ore 17

È tornato il cane nero. Gli enigmi di Camilla Faà

Presentazione del libro di Cinzia Montagna

Dialoga con l’Autrice Nicoletta Zucchini (Gruppo Scrittori Ferraresi)
I Marchesi del Monferrato Editore, 2014
A due anni da “Nec ferro nec igne – Nel segno di Camilla” di Cinzia Montagna, il Circolo Culturale “I Marchesi del Monferrato” propone un aggiornamento su quanto accaduto dopo la pubblicazione del primo libro dedicato a Camilla Faà, contessa di Bruno (1599 – 1662). Il titolo “E’ tornato il cane nero” si riferisce all’elemento più clamoroso conseguente alla pubblicazione del 2012: il restauro del ritratto di Camilla, condotto nel 2013, ha svelato l’esistenza di un cane nero dipinto accanto alla contessina. Il cane fu nascosto da interventi pittorici dei quali non è stato ancora possibile ricostruire sinora né la motivazione né la datazione. E’ questo uno degli enigmi che trovano sviluppo nel libro scritto dalla Montagna, oltre all’esistenza di due ritratti di bambini, l’uno conservato a Bruno e l’altro a Torino, del tutto simili come posa e abbigliamento ma diversi per caratteristiche somatiche. E ancora: quante sono realmente le sepolture del Chiostro del Corpus Domini di Ferrara, dove la tomba di Camilla è posta accanto a quella di Lucrezia Borgia? La contessina morì davvero nel 1662 oppure la data è il risultato di un’errata interpretazione dell’epigrafe fatta incidere dalle nipoti in sua memoria? Perché la rivale di Camilla, Caterina De’ Medici, la vera moglie del Duca Ferdinando Gonzaga, ebbe così a cuore la sorte del suo figliastro, Giacinto, nato da Camilla e Ferdinando? Il romanzo cerca di rispondere a tali interrogativi, senza però dimenticare il filo conduttore che dà nome alla Collana: Gridonia, il piccolo petauro dello zucchero che l’animaletto da compagnia della voce narrante, torna anche in questo romanzo, lasciando però i lettori con il fiato sospeso sino alle ultime pagine.
Cinzia Montagna è giornalista e lavora in ambito enogastronomico. E’ laureata in Teoria e Storia della Storiografia presso l’Università degli Studi di Pavia sulle tecniche narrative storiche e d’invenzione. Fra le sue pubblicazioni di tema storico e saggistico, aggiornamento e completamento del volume di L.Mastropietro, Santa Giuletta, storia, popolazione ed economia, Oi Petres, Pavia, 1990; Osasco, un paese, una storia – Comune di Osasco, dicembre 2004; Mario Campagnoli, l’uomo, la Dc e la Coldiretti, Casteggio, settembre 2005; Terre Pavesi, Provincia di Pavia, Ed. Sangiorgio – Genova, luglio 2005; Oltrepò, dove le vigne e le colline disegnano il cielo in Marketing Culturale – Valorizzazione di istituzioni culturali – Strategie di Promozione del Territorio, Franco Angeli Ed., Milano 2006. Suoi numerosi racconti di fantas cienza sociale pubblicati in “Futuro Europa” – Rassegna Europea di SF, Perseo, Bologna.

Conferenze e Convegni giovedi’ 28 marzo 2019 ore 17

Le parole del benessere

Conferenza di Chiara Baratelli

Introduce Antonio Moschi
Comunicare è un’abilità complessa che permette di condividere con gli altri informazioni, esperienze, vissuti e, soprattutto, di costruire relazioni significative. Tuttavia, molte volte la comunicazione può dar luogo a fraintendimenti, incomprensioni fino ad arrivare in talune occasioni alla rottura del rapporto con l’altro. Pensiamo ai conflitti che nascono con i colleghi di lavoro, con i familiari, con gli amici, con il partner. E’ nell’esperienza di ciascuno non sentirsi realmente ascoltati e capiti, con il risultato di avvertire un profondo senso di solitudine, in modo particolare quando si è alle prese con esperienze dolorose o problemi importanti. Le parole sono importanti per il benessere individuale e sociale e di questo si parlerà.
Chiara Baratelli è Psicoanalista Psicoterapeuta. Si è specializzata come Psicoanalista nel 2004 all’Istituto Freudiano per la terapia, la clinica e la scienza di Roma, Scuola Psicoanalitica a orientamento lacaniano. Nel 2010 si è formata come Sessuologa clinica al CIS, Centro Italiano di Sessuologia di Bologna per la cura dei disturbi sessuali. Si occupa anche di formazione svolgendo attività di docenza sulle tematiche della comunicazione, organizzazione aziendale, educazione al ruolo, bilancio di competenze, elaborazione del lutto e accoglimento dei docenti presso enti di Formazione accreditati. E’ operatore di Training Autogeno e ha svolto numerosi interventi di prevenzione e sensibilizzazione sui disturbi alimentari nelle scuole medie e superiori del Veneto e dell’Emilia Romagna.
Per il ciclo “I colori della conoscenza” a cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Incontro con l’autore venerdi’ 29 marzo 2019 ore 17

Il moto delle cose

Presentazione del libro di Giancarlo Pontiggia

Introduce Angelo Andreotti
Mondadori, 2017
Pubblicato nella prestigiosa collana dello Specchio, Il moto delle cose di Giancarlo Pontiggia è una poesia di pensiero, ma alimentata da un’immaginazione fervida eppure controllata, che lascia spazio all’emozione nel suo sentire e osservare il mondo, un’emozione che si trasmette al lettore e che increspa l’attenta tessitura del verso. Quella di Pontiggia è una pronuncia impeccabile e limpida, classica, che talvolta si apre a lievi volute sonore, in giochi fonici o in eleganti armonie sottili, come sottile e profonda è la sua perlustrazione poetica dell’esserci e del mondo.
Giancarlo Pontiggia (Seregno 1952) ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Con parole remote (Guanda, 1998), Bosco del tempo (Guanda, 2005) – poi confluite in Origini (Interlinea, 2015) – e infine Il moto delle cose (Mondadori, 2017). Per il teatro ha scritto Stazioni (Nuova Editrice Magenta, 2010) e Ades. Tetralogia del sottosuolo (Neos, 2017). Saggi di poetica e riflessioni sulla letteratura si trovano nei volumi Contro il Romanticismo (Medusa, 2002), Lo stadio di Nemea (Moretti&Vitali, 2013), Undici dialoghi sulla poesia (La Vita Felice, 2014). Dal francese ha tradotto Bonnefoy, Céline, Mallarmé, Sade, Supervielle, Valéry, e dalle lingue classiche Rutilio Namaziano, Pindaro, Sallustio.
A cura del Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara

Argomenti vari, Società

Anniversari

Insomma: la faccenda Sessantotto è più complessa di come viene raccontata e ricordata. Per fortuna, in questo strano anniversario, è stato pubblicato anche un libro che da ragione di questa complessità. Si tratta de Il Sessantotto. Magie, Veleni & Incantesimi SPA (Solfanelli, Chieti) di Danilo Fabbroni. Un’opera che dà ragione di questa complessità riportando una mole immensa di notizie, nomi e fatti che amplifica a dismisura l’orizzonte del Sessantotto. Non si tratta di un libro complottista: non nomina (né allude ad) alcun «grande vecchio» e, a dir la verità, non parla nemmeno di complotti. Piuttosto, fissa su carta una serie di puntini, lasciando al lettore la facoltà di unirli per far emergere un disegno. Non è quindi, un libro di facile lettura. Tuttavia aiuta a comprendere la complessità e la vastità della realtà sociale e politica nella quale siamo immersi e, di conseguenza, ad evitare manicheismi e semplificazioni eccessive.

 

Al seguente link si può assistere alla presentazione che Danilo Fabbroni ha tenuto presso la Domus Orobica: https://www.youtube.com/watch?v=hPVAV6-oUwU&t=112s

 

Roberto Marchesini

Argomenti vari, Società, sociologia

Ricerca

offerta

Paolo Giatti, OFFERTA FORMATIVA E OFFERTA OCCUPAZIONALE NEL TERRITORIO DEL COMUNE DI BONDENO, 1994

Di questi tempi sarebbe improponibile: ” E’ oggettivamente una generazione di vittime, a partire dal materialismo pratico, dall’indifferenza a principi stabili come a vite radicate in un luogo ed in destino. Vittime dell’istruita ignoranza in cui sono stati cresciuti, della falsa equivalenza di ogni valore, della tolleranza di tutto senza giudizio di merito, diseducati alla riflessione, inclini al disprezzo per il sacrificio, trascinano la vita in un individualismo massificato il cui esito è il cinismo, la competizione ad ogni costo, la logica dei “vincenti”, la strumentalità e fungibilità dei rapporti” Roberto Pecchioli

https://www.scribd.com/document/369347507/Capitolo-III

Argomenti vari

Capitale e migrazioni

Per distinguersi dalla cacofonia di voci che interpretano le migrazioni di massa come un portato di una generica “globalizzazione capitalista”, facciamo uscire per le nostre edizioni un saggio chiarificatore di Franco Soldani, che addita le determinanti interne del fenomeno nelle decennali evoluzioni del capitale transnazionale e, in particolare, nei “giochi” della sua frazione attualmente dominante, il capitale finanziario a trazione statunitense.

Dalla subordinazione economica inaugurata su scala planetaria nel secondo dopoguerra fino alla costruzione del sistema di sottomissione finanziaria sotto la regia della FED, del FMI e della Banca mondiale (a partire dai famigerati “piani di aggiustamento strutturale”), si pongono le basi per la destabilizzazione permanente delle aree e dei paesi dominati (in Africa come in Asia ed America del Sud), facendo nel contempo ricorso, appena un qualche “ostacolo” appare all’orizzonte, all’infiltrazione cognitiva, alla “formazione” culturale delle classi dirigenti locali e alle guerre a bassa intensità e per procura.

E’ da questo brodo di coltura che si originano le successive e le attuali migrazioni di massa, compresa quella quota che si dirige verso il nostro paese. Una visione di questo tipo non è rintracciabile in nessuna delle posizioni che si contendono il davanti della scena nel dibattito sui fenomeni migratori che pare infuriare sui Megamedia occidentali: già solo per questa ragione varrebbe la pena approcciare la lettura di questo saggio.

Da non sottovalutare, poi, in questo quadro, la ricostruzione del ruolo della Cina quale terra d’elezione del capitale transnazionale, perno della “cheap labour economy” e “fabbrica del mondo”, dove una migrazione interna di trecento milioni di lavoratori supporta un processo di accumulazione di capitale la cui scala è cinese soltanto per la sua collocazione, coinvolgendo più in profondità i settori di punta del capitale finanziario (con tutti i ciclopici apparati della sua tecnoscienza).

Un’analisi quella del saggio che del resto si sviluppa nel solco del suo Geopolitica planetaria dell’impero.

Un volume unico di 224 pagine.

13 €

Può essere prenotato e ordinato scrivendo a: edizionif@faremondo.org

I costi di spedizione non sono a carico dell’acquirente.

Il versamento dell’importo per chi usa la posta può essere fatto, indicando la causale, mediante ricarica della carta postepay n° 5333 1710 2383 3508 intestata a Manuela Zaccheroni.

Chi preferisce invece utilizzare un bonifico bancario può usare il seguente Iban: IT92M3608105138253340453343

https://www.controinformazione.info/esce-da-faremondo-capitale-transnazionale-e-migrazioni-di-massa/

Argomenti vari, conferenza

Una geografia per la storia

lunedì 5 novembre 2018 ore 17

Biblioteca Ariostea Via delle Scienze, 17 Ferrara
Sala Agnelli

Presentazione del libro di Massimo Rossi

Edito da Fondazione Benetton studi e ricerche con Antiga edizioni (Treviso, 2016)
Dialogano con l’Autore Franco Cazzola e Anna Quarzi
Letture di Cristina Rossi
Nel Centenario della Grande Guerra porsi questo interrogativo significa riconsiderare il ruolo e il potere che ebbe il sapere geografico tra fine Ottocento e inizi Novecento, l’età dei nazionalismi, quando elaborare la carta della giovane nazione italiana significava esprimere speranze di redenzioni territoriali attraverso il disegno di nuovi confini. Ma la deriva nazionalistica impose anche nuovi nomi a luoghi e monti cambiando addirittura genere ai fiumi (la Piave/il Piave) semplificando un intenso dibattito che vide come protagonista il trentino Cesare Battisti.
Massimo Rossi, geografo storico, si è laureato con lode in Lettere all’Università di Ferrara e ha conseguito il dottorato di ricerca in Geografia storica presso l’Università di Genova. Vincitore di una borsa di studio della Newberry Library di Chicago, ha lavorato all’Istituto di studi rinascimentali di Ferrara come coordinatore dell’Archivio storico della cartografia estense. Ha insegnato Geografia allo IUAV di Venezia e all’Università di Ferrara. Socio della Deputazione di Storia Patria per le Venezie e membro del direttivo nazionale del Centro Italiano per gli Studi Storico-Geografici, è responsabile della Cartoteca e dell’area di ricerca Studi geografici della Fondazione Benetton Studi Ricerche di Treviso.
A cura della Deputazione Ferrarese di Storia Patria e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Spirito libero. Un giornalismo senza padrini né padroni

martedì 6 novembre 2018 ore 17

Biblioteca Ariostea Via delle Scienze, 17 Ferrara
Sala Agnelli

Presentazione del libro di Sergio Gessi

Prefazione di Paolo Pagliaro
Faust Edizioni, 2018
Ne parlano con l’autore Dalia Bighinati e Lucia Marchetti.
Sarà presente l’editore Fausto Bassini.
Il buon giornalismo richiede lucidità di analisi, capacità interpretativa, autonomia di pensiero e di giudizio, indipendenza intesa nella sua più ampia accezione. Serve, in sostanza, uno spirito libero e intraprendente, curioso e incoercibile per sostenere l’impegno di chi ha compito e dovere di presentare ai lettori non solo un’onesta ricostruzione dei fatti, ma anche plausibili interpretazioni, utili a comprendere il significato più ampio e profondo degli accadimenti e a desumere da essi la consapevolezza della realtà e del mondo in cui viviamo. Questo volume raccoglie riflessioni, interviste, storie di per sé significative e al contempo emblematiche e rappresentative di realtà più ampie, delle quali gli avvenimenti narrati sono specchio. Ferrara è attrice principale, ma in questo teatro entrano personaggi che evocano vicende di vasto interesse, nazionale e internazionale.
Dalla prefazione di Paolo Pagliaro: “Nel libro sono raccolti articoli, commenti, interviste che affrontano diverse questioni di interesse generale: dal tramonto delle ideologie alla rivoluzione digitale, dall’Islam alle migrazioni. Ma sullo sfondo o al centro c’è quasi sempre Ferrara. Un luogo dell’anima, si direbbe, ma anche l’archetipo della città mutevole, che si lascia amare ma non possedere. Che sorprende, scuote, tradisce”.
Sergio Gessi, 53 anni, è giornalista professionista dal 1993. Inizia a scrivere giovanissimo, a Ferrara, sua città di origine, sulle pagine locali del Resto del Carlino, dell’Unità e della Nuova Ferrara. Pubblica, fra gli altri, su il Manifesto, Cuore, la Nuova Venezia, il Sole 24 ore, Avvenimenti, Gambero Rosso e collabora con l’emittente televisiva Italia 7 Gold. Nel 1992 è assunto al quotidiano La Cronaca di Verona. In seguito (fra il 2002 e il 2009) è capo ufficio stampa del Comune di Ferrara e nel 2013 fonda il quotidiano online Ferraraitalia.it che tuttora dirige. Dalla metà degli anni ‘90 svolge anche attività di formazione e aggiornamento professionale per Ordini dei Giornalisti e Associazioni stampa in Valle d’Aosta, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Marche, Umbria, Basilicata. È docente universitario, dapprima a Bologna e allo Iulm di Milano poi, dal 2002, all’Università di Ferrara (ove tiene i corsi di Analisi del linguaggio giornalistico, Teorie e tecniche delle pubbliche relazioni, Etica della comunicazione e dell’informazione). Ha due figli, Emanuele ed Efrem.

#I love videogame: accompagniamo i giovani nel mondo videoludico

Mercoledì 7 novembre 2018 ore 16,30

Biblioteca Giorgio Bassani Via G. Grosoli, 42 (Barco) Ferrara
Auditorium

Laboratorio per ragazzi per l’uso consapevole dei videogiochi

– Come sono fatti i videogiochi?#game_education
– Le regole per giocare online e offline#sicurezzadigitale
– Creiamo un videogioco:-)#digitalskills

Tra le iniziative organizzate in occasione dell’International Games Week 2018, la Biblioteca G. Bassani in collaborazione con Digitalmente.Me promuove un laboratorio, condotto da Luca Berti,  per educare i giovanissimi (10-13 anni) ad un utilizzo sano e consapevole dei videogiochi.
La partecipazione è gratuita, ma è richiesta l’iscrizione al fine di una migliore organizzazione dell’attività.
Per informazioni e prenotazioni rivolgersi alla biblioteca Bassani al numero 0532797414 o inviare mail a info.bassani@comune.fe.it.

Argomenti vari

Lo stile italiano

Fonte: Claudio Risé

L’autore documenta attentamente quanto abbia danneggiato l’Italia
chi aveva puntato sulla quantità senza qualità. “Questa Italia perdente – nota ancora Benini – è però ancora in campo: prova in tutti i modi di continuare a creare problemi agli italiani appellandosi all’assistenza della politica e alla ricerca del privilegio delle rendite, degli incentivi e dei favori”.
Altro grande disastro era certo stata la svalutazione e perdita di identità delle scuole professionali e la politica fiscale ostile alla fortissima tradizione delle botteghe artigiane, osteggiate per ragioni di potere dai sindacati e dai partiti di massa di cui erano espressione. Ciò ha infatti prodotto una grande disoccupazione fra i giovani privi di formazioni professionali di qualità e d’altra
parte non interessati a percorsi universitari.

I né-né, giovani che non studiano né lavorano, un quarto circa dei giovani fra i 15 e i 35 anni, sono stati prodotti da questo disprezzo verso il lavoro manuale, da sempre privo di senso ma tuttora alimentato dalle burocrazie della vecchia politica.
Il danno provocato va oltre l’economia e ha messo a rischio saperi profondi, e l’equilibrio, anche territoriale, delle generazioni che vi sono state coinvolte.
“Artigianalità, spiega infatti Benini, è la connessione tra il cuore e la mente di un luogo, il metodo con cui si esprime il sapere e il sapore di un territorio, quella unicità che va sostenuta e promossa perché non è trasferibile altrove, ed è un patrimonio per tutti”. A valutazioni simili arriva d’altra parte anche tutto l’attualissimo campo di ricerca esposto da Luca Ciabarri nella recente raccolta di saggi: Cultura materiale, edito da Raffaello Cortina.
Un rischio ancora attuale, provocato proprio dal successo dello stile italiano, è quello della sua falsificazione. Per ogni prodotto italiano venduto nel mondo come italiano ce n’è un altro che finge di esserlo, ma non lo è, come il Parmesan che non è né italiano e tanto meno parmigiano; e negli USA si scoprì che veniva addizionato con trucioli di legno ricchi di cellulosa e pessimi per la salute. Più aumenta il successo del made in Italy, più aumentano anche i falsi. Ma è solo la conferma del successo.
Il valore dello stile italiano è la scoperta che si può vivere in un altro modo.
Non in “non luoghi” completamente artificiali, privi di vita e storia propria ma in territori carichi di energie creative consolidate nei secoli, con uno stile di vita attento al piacere (il gaudium, godimento, così importante anche nei Vangeli, come ricorda Benini), alla bellezza e alla convivialità, lontano dalla brutta cupezza delle ossessioni consumistiche. In un’attenzione al bello e al buono che impregna gli oggetti e chi li fa e li acquista, ma spinge anche tutti a guardare e salire molto più in alto.

Argomenti vari

Immunità di legge

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“Immunità di legge” non è un libro sui vaccini né tantomeno contro i vaccini. Utilizza la metafora vaccinale come chiave per offrirci la visione quasi intollerabile dell’attuale asservimento della scienza a scopi tutt’altro che scientifici. Perché il decreto Lorenzin, appunto, non riguarda i vaccini ma il concetto di trattamento sanitario obbligatorio. Quello che, in ambito psichiatrico, si riserva, come estrema ratio e con mille precauzioni di ordine morale e sociale, ai più riottosi e pericolosi malati di mente.
Come fanno notare giustamente gli autori, se l’introduzione del decreto aveva carattere emergenziale,  dovendo far fronte a chissà quale rischio pandemico mortale, l’unico motivo per il quale sarebbe, in linea di principio, giustificato il T.S.O. perché, di fronte alle rimostranze ed alle perplessità di opinione pubblica e medici, è stato poi ridotto il numero dei vaccini obbligatori da dodici a dieci? Forse perché non vi era alcuna emergenza pandemica? E perché minacciare, dichiarandolo apertamente, di voler togliere addirittura la patria potestà ai genitori che non vaccinassero i figli secondo i sacri protocolli? Una mostruosità e i cui autori si guardano bene dal rispondere alla domanda che ne scaturisce: “Toglierli ai genitori per affidarli a chi, a qualche Forteto”?
Se nessun bambino, nonostante lo zelo ideologico di alcune realtà locali, è stato finora allontanato dalla famiglia (e ci mancherebbe!) dall’inizio dell’anno scolastico il decreto Lorenzin sta di fatto impedendo a bambini sani di frequentare la scuola perché privi, per svariati motivi, della certificazione vaccinale prevista. Questa situazione più che incresciosa finora non ha trovato una vera volontà di soluzione da parte del governo in carica e in specie del ministro della Sanità Grillo,  la quale, nonostante i proclami pre-elettorali a riguardo, tergiversa, pasticcia e confonde le idee. Questo è un punto, gentile ministra, sul quale chi ha sostenuto quella coalizione, essendo la posta in gioco non quattro vaccini ma la conservazione della propria sovranità corporea e mentale,  credo non sia disposto a transigere ancora per molto.
Leggendo il libro, del resto, si può capire come dietro ai vaccini vi sia un combinato Totem e Tabù che coinvolge poteri e interessi al di là del raggio di azione del ministro di una lontana autoproclamatasi, grazie ad una serie di governi fantoccio, colonia dell’impero.
Il decreto Lorenzin è, tra l’altro, quasi la fotocopia della legge SB 277 della California, la più restrittiva degli Stati Uniti in ambito vaccinale, che anch’essa impedisce ai bambini di accedere alla scuola se privi di certificazione, che rende obbligatori una decina di vaccini e che fu varata nel 2015 sull’onda più emozionale che emergenziale di una epidemia di morbillo scoppiata a Disneyland l’anno prima. La solita politica del Patriot Act. E’ l’emergenza che causa il provvedimento o viceversa?
Chissà inoltre se il Bill Gates padrone di Microsoft che risulta essere, con i suoi 350 milioni di dollari, il maggiore finanziatore privato dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) attualmente concentrata come non mai sull’industria dei vaccini è lo stesso Bill Gates che ogni tanto paventa pandemie in grado di decimare la popolazione mondiale, invitando l’industria a mettere a punto sempre nuovi vaccini? Quella del creatore dell’unico sistema operativo vulnerabile ai virus e quindi dipendente dall’esistenza dei programmi antivirus, è una metafora sorprendente della sublimazione nevrotica; anche di coloro che, non essendo egli medico e quindi non titolato, secondo il primo postulato di Burioni, a parlare di cose mediche, non si sognano di dargli del somaro e di invitarlo ad andare a studiare.
L’autorevolezza sostituita dall’autoritarismo ad auctoritate. Il tribunale dell’Inquisizione si occupa degli eretici e dei nemici della Fede. Una ricerca scientifica non deve dimostrare qualcosa, deve solo assoggettarsi al sistema di valori ed alle priorità prestabiliti. Chi la redige deve appartenere al clan, utilizzare le parole d’ordine, dimostrare la propria indiscussa fedeltà al dogma.
Argomenti vari, Società

Unisex

È notizia di queste ore che a New York, a partire da questo periodo, i genitori dei neonati potranno scegliere di far scrivere sul certificato di nascita di questi ultimi, invece di “maschio” o “femmina”, la dicitura “Gender X”. Questa è solo l’ultima follia di una ideologia che sempre più si sta affermando nelle istituzioni. In pochi hanno il coraggio di denunciare questa situazione; e quei pochi che questo coraggio lo hanno, sono violentemente attaccati e messi alla pubblica gogna. Una situazione di cui tutti dovete prendere coscienza: ne vale del vostro futuro e di quello dei vostri figli.
Esiste un libro “speciale” in Italia dal titolo UNISEX e con sottotitolo “Cancellare l’identità sessuale: la nuova arma della manipolazione globale” pubblicato da Arianna Editrice. Gli autori sono la giornalista Enrica Perucchietti e lo scrittore Gianluca Marletta.

Perché questo libro è “speciale”? Perché è uno dei pochissimi libri esistenti che denunciano la così detta “ideologia gender” non tramite un altro credo dogmatico, bensì attraverso una vera e propria inchiesta molto documentata. A ogni affermazione, infatti, viene sempre riportata la documentazione e le fonti verificabili. Con UNISEX, dunque, a mio parere ci troviamo di fronte a una vera e propria opera di “giornalismo d’inchiesta”. Inchiesta che, appunto, data la quantità di fonti riportate, non può che lasciare scioccato e basito il lettore per le conclusioni a cui questo libro arriva. Infatti non a caso gli autori hanno subito numerose minacce (persino di morte), evidentemente da chi queste conclusioni non le può accettare. Non solo. Il libro “vanta” anche periodici tentativi di screditamento. L’ultimo — avvenuto proprio durante la scrittura di questo articolo — sì è verificato su Wikipedia dove, alla voce “Omosessualismo”, l’ideologia gender viene definita come “complotto che vedrebbe il movimento omosessuale tentare di reclutare le giovani generazioni per distruggere l’umanità”. Una definizione che non può che suscitare ilarità in chi la legge e far apparire uno sciocco chiunque affermi seriamente una cosa del genere. E quale testo viene riportato come “fonte” per questa definizione? Proprio il libro della Perucchietti e di Marletta. Ora, chiunque abbia letto il libro sa bene che non solo al suo interno non si trovano frasi in grado di giustificare un’affermazione del genere ma, soprattutto, il suo concetto di fondo è tutt’altro; inoltre il libro distingue in modo chiaro e netto (ripetendolo più volte durante il testo) tra la giusta e sacrosanta richiesta da parte degli omosessuali di ottenere rispetto per la propria persona e l’ “ideologia militante” di alcuni movimenti “omosessualisti” che spesso portano avanti e con forza idee pericolose e distruttive. Detto questo vediamo rapidamente, ma in modo serio, di cosa parla questo benedetto libro.
Alcuni gruppi spingono per l’affermazione totalitaria dell’ideologia gender
Questo è il primo messaggio di fondo che mi sembra di cogliere leggendo il libro. Ma, per comprendere il vero significato di questa affermazione, è necessario capire prima cos’è l’ideologia gender. Prima di tutto è una vera e propria “ideologia”. Perché? Perché una “ideologia” è, come riporta il Vocabolario Treccani, “ il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale”. Ora, dato che al mondo esistono persone che appartengono a gruppi sociali che sostengono che il sesso deve essere una scelta del singolo individuo che decide a seconda della sua volontà, è evidente che questi individui sono seguaci, appunto, dell’ideologia gender (anche se a molti questa definizione non piace). Sì perché, per coloro che non ne fossero a conoscenza, “gender” significa, sempre per citare il Vocabolario Treccani, “la distinzione di genere, in termini di appartenenza all’uno o all’altro sesso, non in quanto basata sulle differenze di natura biologica o fisica ma su componenti di natura sociale, culturale, comportamentale”. Quindi, secondo la “visione gender”, il signor Rossi può essere nato con tutti gli attributi maschili ben definiti ma se lui si comporta in modo femminile e dentro si sente di essere donna, allora la società lo dovrebbe riconoscere come donna. Non solo. Dopodomani potrebbe sentirsi di nuovo uomo e quindi, sempre secondo questa visione, essere uomo e così via.

Ma perché questa “visione gender” è diventata una “ideologia”? Il motivo è semplice: se alcuni individui possono sentire la propria natura sessuale completamente diversa da quella del proprio corpo, questo vuol dire che così deve essere la natura di tutti. Di conseguenza se finora il mondo è stato diviso in modo netto in “maschi” e “femmine” questo non è dovuto al fatto che la Natura ci ha voluti così, no: le cose stanno così soltanto perché siamo stati “manipolati” da istituzioni a cui ha fatto e continua a fare comodo la netta e chiara suddivisione tra maschi e femmine. Chiaro no? Certo, ci sarebbe poi da chiedere perché tutto il resto del mondo animale sia diviso sempre in maschi e femmine ma sorvoliamo.
A questo punto dovrebbe essere chiaro che, per chi la vede in questo modo, è assolutamente normale lottare al fine di compiere una “rivoluzione” culturale, sociale eccetera, che possa “liberare” l’essere umano dalla “gabbia sessuale” e poter vivere, finalmente, la sua “vera” natura utilizzando il suo corpo come semplice strumento per soddisfare la sua “vera natura”.
Penso sia inutile specificarlo ma, come si vede, tutto questo niente ha a che fare con un normale omosessuale che conduce la sua vita serenamente e in perfetta armonia con il suo corpo. Ma allora, se la stragrande maggioranza delle persone (siano esse eterosessuali o omosessuali) vivono serenamente senza questa “visione gender”, perché tutto questo affannarsi anche attraverso importanti lotte istituzionali come quelle riportate nel libro (e di cui quella del “Gender X” a New York di questi giorni è soltanto l’ultima in senso temporale)?
Se togli agli individui la propria identità sessuale li trasformi tutti in animali da pascolo
Ecco la semplice risposta.
Ogni persona, sin da bambina, comincia a formare la propria personalità a partire dal suo essere “maschietto” o “femminuccia”. Da lì, infatti, si vengono a creare particolari giochi nonché gruppi sociali che rinforzano la nostra natura che sentiamo, appunto, come naturale. Tutto questo attraversando vari stadi che ci porteranno a chiarire sempre meglio la nostra personalità e a poter dire con orgoglio “io”.
Ma ora mettiamoci dal punto di vista delle élite industriali e finanziarie mondiali. Da questo punto di vista è più facile gestire popoli composti da persone con ognuna una propria personalità ben formata oppure avere a che fare con masse di individui che non sanno nemmeno a che sesso appartengono? Ovviamente la risposta è la seconda giacché, in quel caso, non avendo nemmeno il più primordiale dei riferimenti interiori (e cioè quello dettato dal proprio sesso) ci si aggrapperà inevitabilmente — e come se fosse Dio in persona a parlare — a quello che verrà dettato dall’esterno. E chi sarà a parlare “dall’esterno” se non l’élite che detiene il potere?
In conclusione, che fare?
Quanto descritto finora non è che, ovviamente, una piccola parte dei concetti che ho colto dal libro e che vi consiglio di leggere affinché possiate farvi una vostra idea. Ma esiste una soluzione a tutto ciò? A me pare di intravederla in un libro di prossima uscita di Diego Fusaro intitolato Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia (Rizzoli Editore). Qui Fusaro — da quello che è stato possibile cogliere dalle anteprime e dalle dichiarazioni — propone di ritornare a rinforzare l’appartenenza al proprio sesso perché soltanto così sarà possibile ricostruire la famiglia, che è il primo nucleo su cui è possibile costituire, come spiega Hegel nel suo celebre libro Lineamenti di filosofia del diritto, una comunità, uno Stato e un senso di appartenenza.
Insomma, UNISEX e Il nuovo ordine erotico a mio parere sono due libri che dovranno essere letti insieme poiché l’uno descrive in modo dettagliato il problema e l’altro ne descrive la soluzione.
Buona lettura.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60984

Argomenti vari, libri

Storia d’Italia

Una delle ragioni per le quali il nostro Paese non riesce ad uscire dal pantano politico-istituzionale, va individuata nella scarsa propensione delle nostre classi dirigenti all’autocritica. Tale capacità, che connota sempre le élite, può essere indotta solo da un serio confronto con la storia nazionale. Alcuni, tra i politologi più noti, stanno elaborando un approccio critico alla nostra contemporaneità. Tra essi, uno ruolo di rilievo è svolto, da anni, da Giorgio Galli, studioso di vaglia, già ordinario all’Università di Milano.

Lo si evince dalla sua ultima pubblicazione, La stagnazione d’Italia. Dalla ricostruzione alla corruzione in dieci nodi della storia italiana dal 1945 al 2017, fresco di stampa per i tipi dalla OAKS editrice (euro 12,00). Il libro raccoglie gli esiti di una serie di conversazioni intrattenute dall’autore con Luca Gallesi e Gian Guido Oliva. Dalle pagine del volume emerge una esegesi delle vicende italiane che, da un lato, colloca il Bel Paese lungo la traiettoria storico-politica seguita dalle democrazie d’Occidente, segnate, dapprima, dalla conquista dei diritti e del welfare nel “Trentennio glorioso” fino agli anni Settanta, e in seguito connotate da una netta inversione di tendenza, amplificatasi con la crisi del 2007. Nonostante ciò, le pagine di Galli fanno emergere, in modo altrettanto chiaro, l’ambiguità del caso Italia, stretto attorno a dieci nodi irrisolti e drammatici.

Il primo di essi è colto nel ‘golpe invisibile’, evocato da Ferruccio Parri, messo in atto ai suoi danni nel 1945. Quanto accadde in occasione della caduta del governo presieduto dal leader partigiano, fu magistralmente registrato in una pagina di Carlo Levi,  nel romanzo L’Orologio. Levi qui descrive, servendosi di pseudonimi, l’azione politicamente ‘stabilizzatrice’, messa in atto, dopo l’effimera parentesi resistenziale, dal segretario liberale Cattani, da De Gasperi e da Togliatti. In una parola “le forze della continuità e della restaurazione […] presero il sopravvento sulle forze della trasformazione e della rivoluzione democratica” (p. 11). L’accordo tra il leader DC e Togliatti prefigurava la futura polarizzazione del bipartitismo imperfetto, che bloccherà la dialettica politica per lungo tempo. IL PCI, con la defenestrazione di Parri e l’accantonamento delle sue riforme economico-fiscali, accettò le imposizione moderate della DC, favorendo il riemergere della classe dirigente prefascista. Il Paese reale tornò ad opporsi al Paese legale.

L’egemonia moderata venne confermata con il plebiscito elettorale pro DC del 18 aprile del 1948. La reazione comunista alla marginalizzazione politica delle masse fu teatralmente inscenata subito dopo l’attentato di Pallante al ‘Migliore’, il 14 luglio di quell’anno mirabile. Le piazze non potevano capovolgere il risultato del voto, e la classe dirigente comunista mostrò il suo velleitarismo, non riuscendo né a guidare, né, tantomeno, a sconfessare le manifestazioni violente esplose nelle nostre città. Non fu la vittoria di Bartali al Tour a placare le folle inneggianti alla Rivoluzione, ma l’azione dei vertici ‘normalizzatori’ del PCI e quella del governo. Le elezioni successive mostrarono un tratto che resterà invariato nella vita contrastata della Prima Repubblica “un costante travaso di voti dai socialisti ai comunisti fino all’implosione dell’URSS […] e, a destra, un costante ammonimento alla DC perché non si discostasse da posizioni conservatrici” (p. 27). Ma paradossalmente, proprio l’apertura di Tambroni al MSI di Michelini, che si apprestava, con il Congresso di Genova del 1960, a storicizzare l’esperienza fascista, fu l’espediente con il quale si chiuse definitivamente la parentesi centrista e si inaugurò l’apertura ai socialisti. La lunga e discussa stagione del centro-sinistra. L’operazione Tambroni-Gronchi ebbe un seguito nel 1976, con la scissione di Democrazia nazionale dal MSI, che avrebbe dovuto offrire un appoggio a destra alla DC, per impedire il compromesso storico. A dire di Galli tale tentativo sarebbe fallito: i DC,   Moro in particolare, erano fermamente contrari all’ingresso dei comunisti nella stanza dei bottoni.

Nodo cruciale della storia della prima Repubblica è da individuarsi nell’omicidio di Enrico Mattei “La morte di Mattei consegna l’Eni a Cefis, uno dei protagonisti del’golpe invisibile’ di ceti senza capacità imprenditoriali” (p. 39). L’ascesa politica di questo personaggio, rappresentante del capitalismo parassitario, indusse il socialista di sinistra Riccardo Lombardi, a rifiutare l’incarico ministeriale che gli era stato proposto nel primo governo Moro. Il “tintinnare di sciabole” prodotto dal presunto golpe del generale De Lorenzo, servì in verità a coprire la responsabilità di politici in combutta con l’emergente capitalismo affaristico-burocratico. Si affermò, in tal modo, la “strategia della tensione” o, per dirla con Galli della Loggia,  la stagione delle “tensioni con varie strategie”, di cui furono protagonisti servizi segreti, fascisti, anarchici, mafia e massoneria (P2). Le stragi, e Piazza Fontana in particolare, per Galli dovevano servire a bloccare l’avanzata delle sinistre. Sotto il profilo elettorale, il risultato non fu conseguito. In realtà, il vero golpe lo preparava l’Italia ‘sotterranea’ “né fascista né antifascista […] e avente come protagonista un ceto finanziario speculativo del quale è emblematico proprio Michele Sindona” (p. 56). Si trattò di un golpe bianco, che utilizzò i soggetti politici disponibili su piazza, forte di protezioni internazionali, soprattutto nord-atlantiche.

Il nodo essenziale della storia italiana, quindi, è da individuarsi nella lotta intestina che contrappose la borghesia tradizionale, incarnata dalla famiglia reale dell’imprenditoria italiana, gli Agnelli, alla nuova ‘borghesia di Stato’, affaristica in senso greve e parassitaria. La sua azione sulla scena politica nazionale sarebbe stata impersonata da politici, all’interno della sequela che da Cefis passa per Craxi ed, infine, giunge a Berlusconi e Renzi “personalità politiche con forti analogie” (p. 58). Un segno del cambio delle consegne, a favore del nuovo ceto borghese, sarebbe da individuarsi nella indegna liquidazione che fu realizzata a danno di un’industria prestigiosa, l’Olivetti. A differenza di Galli, siamo convinti che tale disputa sia stata una guerra per bande. Quella che lo studioso milanese definisce la borghesia tradizionale, in realtà non fu mai tale. La FIAT è  un’industria della ‘borghesia di Stato’ che, proprio come le imprese dei paladini dell’ultimo capitalismo nostrano, forse con minore evidenza e clamore, ha cercato comunque di profittare di governi e regimi diversi, fascismo incluso. I nodi della storia italiana si scioglieranno solo quando tornerà al centro della scena nazionale  l’obliato, a destra e a manca, bene comune.

Un libro che discutendo il nostro passato recente, consente di pensare a scenari futuri che non  sembrano promettere grandi cambiamenti.

http://www.barbadillo.it/75408-libri-la-stagnazione-ditalia-di-galli-la-storia-del-nostro-paese-in-dieci-nodi/