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Il Borghese

Caro Direttore,

un grazie sincero a Bozzi Sentieri per avere ricordato il “Borghese” di Leo Longanesi, a settant’anni dal suo primo numero, e gli alti e bassi della sua esistenza. Non ho nulla da correggere su quanto egli ha scritto; permettimi tuttavia qualche piccola aggiunta, legata a ricordi personali non di collaboratore, ma di amico di alcuni fra i suoi redattori.

“Il Borghese” non nacque come organo neofascista. Longanesi, del resto, dopo il 25 luglio non aveva aderito alla Rsi, anzi aveva scritto per il “Messaggero” un editoriale in cui celebrava il ritorno alla libertà. Ma la libertà ritrovata lo deluse e per questo divenne, se non un “leo-fascista”, come qualcuno scrisse scherzosamente di lui, un anti-anti-fascista, e tale rimase. Prodotto di questa sensibilità fu “Il Borghese”, espressione di una cultura laica e anticomunista, che non si riconosceva nel confessionalismo della Dc, della quale per altro paventava le aperture a sinistra. In un primo momento poteva accadere che un giovane e promettente storico come Giovanni Spadolini potesse collaborare simultaneamente al “Borghese” e al “Mondo” di Mario Pannunzio; solo in un secondo tempo gli fu posto da quest’ultimo l’aut aut fra le due testate e l’ex collaboratore di “Italia e Civiltà” optò per la seconda, aprendosi la strada per una prestigiosa carriera giornalistica, accademica e infine politica.

La testimonianza di Melchionda

Comunque “Il Borghese” era tutt’altro che collaterale al Msi. Roberto Melchionda, un fine studioso di Evola che per vivere fece il capoufficio stampa della Confindustria di Firenze, mi raccontò della sua mancata collaborazione al settimanale quando era un giovanissimo reduce della Rsi. Longanesi gli propose un articolo sui ragazzi delle organizzazioni giovanili missine e, com’era sua abitudine, gli spiegò come avrebbe dovuto scriverlo: rappresentando l’iperattivismo di questi giovani che volantinavano, facevano a botte con gli avversari, affiggevano manifesti quasi come il prodotto di una sovrabbondanza vitale, di un esubero di “energia orgonica”. Melchionda declinò l’invito: a scrivere un articolo così – come in fondo Longanesi gliel’aveva già scritto – gli sarebbe sembrato di tradire il suo mondo. E dire che all’epoca era squattrinato e disoccupato, e “Il Borghese” pagava bene…

La direzione di Mario Tedeschi e la svolta più a destra

La radicalizzazione a destra del settimanale incominciò dopo la morte di Longanesi, con la direzione di Mario Tedeschi, che era un reduce della X Mas, e con l’allontanamento di Montanelli, che per altro aveva quasi sempre pubblicato i suoi articoli sotto pseudonimo, per motivi di esclusiva con il “Corriere” e presumo anche di opportunità politica. Per motivi di opportunità, come mi rivelò tanti anni fa lo stesso Melchionda, Montanelli si tirò fuori all’ultimo momento dal tentativo di trasformare i circoli del “Borghese” che Longanesi aveva fondato in un movimento politico, per il quale aveva scelto la profetica denominazione di “Lega dei Fratelli d’Italia”. Così Montanelli lasciò l’amico solo sul palco del milanese Teatro Odeon a presentare con un istrionico e travolgente discorso il movimento, che naturalmente ebbe vita breve.

Il derby tra il Borghese e il Mondo

La questione però è più complessa. Dalla morte di Longanesi in realtà si andò verificando in buona parte del giornalismo italiano una biforcazione, si parva licet, fra una destra e una sinistra longanesiana. La destra longanesiana fu quella di Tedeschi e di Gianna Preda, caporedattrice e comproprietaria del settimanale, e poi di Montanelli (l’impaginazione del primo “Giornale” aveva eleganze da “Omnibus”). La sinistra fu quella dei Pannunzio, dei Cederna, dei Gorresio degli Scalfari, che, partita col “Mondo” da posizioni liberali critiche del keynesismo, sarebbe approdata al radicalismo dell’“Europeo” e poi di “Repubblica”. In realtà, sia il “Borghese” che il “Mondo” si rivolgevano a un pubblico borghese, ma si trattava di due borghesie diverse. Quella di Tedeschi era una vecchia borghesia di colonnelli in pensione, di funzionari statali “di gruppo A”, di professionisti all’antica (non a caso “Il Borghese” troneggiava nelle sale lettura dei Circoli Ufficiali e nelle anticamere dei dentisti); quella dei nipotini di Pannunzio, che pure, per molti aspetti, era un uomo d’ordine, era una neoborghesia rampante, quella che con gli anni ‘70 avrebbe finito per prevalere.

Le firme: da Montalli ad Accame e Prezzolini

Ciò nonostante, “Il Borghese” visse fino al 1972 proprio durante la gestione Tedeschi-Preda i suoi anni migliori, con tirature altissime che gli permettevano, nonostante gli scarsi introiti pubblicitari, di pagare un ottimo borderò, assicurandosi firme prestigiose come quella di Prezzolini, di mantenere redazioni locali, come quella di Firenze, cui fu destinato il giovane Giano Accame per “tenere d’occhio” il sindaco Giorgio La Pira e le sue aperture a sinistra, di avere inviati speciali anche all’estero, di promuovere un’attività editoriale di tutto rispetto. E questo nonostante la concorrenza a destra di almeno due settimanali, come il “Candido” di Guareschi e poi di Pisanò e “Lo Specchio” di Giorgio Nelson Page, per tacere di “Gente”, di Edilio Rusconi, settimanale popolare che però poteva vantare ottime pagine culturali, con collaboratori come Piero Capello, e inviati speciali come Luciano Garibaldi. I suoi articoli erano molto letti e seguiti nel “Palazzo” e potevano provocare una crisi ministeriale. Avvenne nel 1965. Gianna Preda, ben introdotta nei salotti registrò con un magnetofono nascosto una conversazione tenuta con Giorgio La Pira a casa di Bianca Rosa Provasoli coniugata Fanfani, sua amica nonché consorte dell’allora ministro degli Esteri, e poi, slealmente, pubblicò il tutto sul “Borghese”. Il “sindaco santo” (o “il santo pazzo”, come l’aveva ribattezzato Guareschi) aveva fatto dichiarazioni tanto imbarazzanti da costringere Fanfani alle dimissioni.

La crisi del settimanale

La crisi del “Borghese” ebbe inizio nel 1972. Fino ad allora il settimanale era stato un organo politico ma non partitico e aveva annoverato lettori in un’area di “grande destra” spaziante dal movimento sociale ai liberali, dai monarchici ai democristiani impazienti delle aperture a sinistra: nel 1963, per esempio, la Preda aveva redatto un dépliant propagandistico del Pli di Malagodi. Con le elezioni del 1972 “Il Borghese” divenne di fatto un organo ufficioso di partito con la candidatura di Tedeschi al Senato nelle liste del Msi-Destra Nazionale. Gianna Preda ci mise del suo, dando le parole a una marcetta un po’ kitsch, “L’ultima frontiera”, musicata Pino Roncon, con cui si aprivano i comizi di quella tormentata campagna elettorale (ma la sua adesione fu di breve durata: se ne allontanò per dissenso nei confronti delle posizioni antidivorziste della dirigenza missina).

Il successo meno brillante del previsto della Destra alle elezioni del 7 maggio, le ambiguità della gestione almirantiana del partito, oscillante fra appelli alla maggioranza silenziosa e istanze ribellistiche, la persecuzione giudiziaria e non solo giudiziaria del Movimento sociale, condussero Tedeschi a promuovere nel 1976 la scissione di Democrazia nazionale, che condusse al crollo delle vendite del settimanale. “Il Borghese”, che nel 1972 aveva perso parte del pubblico moderato, fu abbandonato quattro anni dopo dai lettori missini. Ho conosciuto abbonati del settimanale che non si recarono nemmeno a ritirare in edicola le copie cui avrebbero avuto diritto (anche allora usava dotare gli abbonati di buoni consegna, per ovviare ai disservizi postali), per non contaminarsi con quel foglio di “badogliani”. La sindrome del 25 luglio colpiva ancora!

La scissione di Democrazia nazionale

In realtà, Almirante ebbe la mala ventura di essere un ex leader della sinistra sociale del partito condannato a perseguire una politica di destra nazionale e un reduce della Rsi ossessionato dal mito della nobiltà della sconfitta incapace di amministrare una rispettabile pattuglia parlamentare in un momento in cui l’Italia sembrava volgersi a destra. A loro volta, gli scissionisti di Democrazia nazionale avevano il torto di dire cose in parte giuste (le loro posizioni anticipavano il revisionismo che portò alla nascita di An), ma di dirle nel momento e nel modo sbagliato. Fra loro, per altro, c’erano molti esponenti del fascismo storico, di alta levatura culturale, da Ernesto Di Marzio a Gianni Roberti, ma anche reduci della Rsi, come Piera Gatteschi, già comandante delle ausiliarie, ed esponenti di spicco del mondo giovanile, come Pietro Cerullo. L’adesione dell’ex “repubblichino” Tedeschi alla scissione era probabilmente legata alla sua adesione alla P2 di Licio Gelli, ma comunque l’intera operazione si rivelò un fallimento non solo elettorale. Se il “Borghese” sopravvisse fino alla morte del direttore fu probabilmente per gli introiti pubblicitari assicurati da accordi sottobanco con la Democrazia cristiana o per i buoni rapporti di Tedeschi col potentissimo direttore degli Affari riservati del ministero dell’Interno Federico Umberto D’Amato. Ma chi scrive – e non solo lui – si rifiuta di credere che egli sia stato davvero uno fra i mandanti della strage di Bologna, come insinuato da una recente indagine giudiziaria che pretenderebbe di processare i morti.

Soprattutto, non sarebbe giusto dimenticare i numerosi meriti non politici ma culturali e umani di Mario Tedeschi. In primo luogo la sua altissima concezione del giornalismo e della professione giornalistica. Un ex redattore del “Borghese” degli anni d’oro mi raccontò che il direttore  e proprietario della testata pagava lo stipendio ai redattori solo per scrivere, in genere un articolo o due a settimana: a impaginare la rivista ci pensava lui, aiutandosi con lo spago, come faceva Longanesi ai tempi di “Omnibus”. Certo, Tedeschi aveva le sue idee e tendeva a imporle ai redattori: memorabile il suo scontro sul Sessantotto con Giano Accame. Il grande scrittore e giornalista tendeva a cogliere gli aspetti positivi di quella rivolta giovanile contro il “sistema” e quando si vide rifiutare dal direttore un paio di volte i suoi articoli poco allineati, abbandonò il settimanale. Fu un peccato, ma occorre riconoscere che in quel caso era Tedeschi ad avere ragione.

Le raffinate pagine culturali

È giusto aggiungere che le pagine e le rubriche culturali del “Borghese” erano di un altissimo livello e la qualità di scrittura impeccabile. Certo, molti lettori incerti se acquistare una rivista osée o un giornale politico optavano per il settimanale di Tedeschi per le patinate pagine interne, a colori, in cui accanto alle foto rubate di notabili Dc con le dita nel naso era possibile contemplare le foto pruriginose di qualche discinta attricetta (riprodotte naturalmente perché i lettori potessero rendersi conto della corruzione dei tempi…). Ma una rubrica di bibliofilia elegante come “La bottega dell’antiquario” di Antonio Pescarzoli basterebbe oggi a nobilitare le pagine di qualsiasi rotocalco. Grazie a Tedeschi e a Claudio Quarantotto le Edizioni del Borghese, con le loro traduzioni delle opere di Paul Sérant, di Brasillach, ma anche del presidente dell’Internazionale liberale Salvador de Madariaga e dello stesso John Kennedy, sprovincializzarono negli anni ’60 il panorama culturale della destra.

Il tributo a Gianna Preda

Lo stesso si potrebbe dire di Gianna Preda. In un’epoca in cui le donne nei periodici erano confinate al ruolo della cronista mondana (o viceversa), Maria Giovanna Pazzagli coniugata Predassi – questo il suo vero nome – inaugurò un giornalismo d’assalto, a volte violento sino alla slealtà, ma efficace. E a riscattare “la Fallaci della destra” dal brutto tiro giocato a La Pira e a Fanfani basterebbe il coraggio con cui affrontò la morte precoce di tumore a sessant’anni da poco compiuti. Fiori per io, il libro di ricordi uscito in coincidenza con la sua scomparsa, raccolse l’apprezzamento anche di coloro che erano stati suoi acerrimi avversari.

Oggi i settimanali non sono apprezzati come una volta dai lettori e anche quelli che progressivamente fagocitarono il pubblico del “Borghese”, come “L’Europeo” o “L’Espresso”, non esistono più o sono ben lontani dai fasti di un tempo. Ma è giusto ricordare con nostalgia una rivista, e soprattutto una destra, che non c’è più, e difficilmente potrà ritornare.

Cultura (di E.Nistri). “Il Borghese” di Longanesi settimanale della migliore destra “Leo-fascista”

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Pausa di riflessione

La politica non è una cosa sporca, al contrario di quel che pensa e dice un banale senso comune in voga nel nostro paese. La politica la facciamo tutti e ogni giorno, consapevolmente o inconsapevolmente. Facciamo politica quando comperiamo cibi biologici dagli agricoltori o schifezze dell’industria agroalimentare zeppe di pesticidi e additivi chimici; quando scendiamo in piazza per difendere l’ambiente, protestare contro le guerre e gli armamenti, difendere i diritti di popoli aggrediti dall’Impero, o restiamo a casa a vedere la televisione che “la t’endurmenta come un cuiun” (Enzo Iannacci); quando scegliamo il treno per viaggiare o quando invece scegliamo l’auto o l’aereo; quando protestiamo contro le navi da crociera o quando andiamo invece in crociera. Eccetera.

Può essere una buona politica o una cattiva politica ma non è una politica sporca.

La politica è sporca quando si serve della manipolazione e della prepotenza per fare i propri interessi economici e/o di potere.

In Italia muoiono ogni anno di cancro centinaia di migliaia di persone. Gli ultimi dati ufficiali ci dicono 179.502 morti di cancro nel 2016ogni giorno in Italia 485 persone muoiono di cancro, e chiunque abbia visto morire di cancro una persona cara sa quanto terribile e penosa sia tale morte. Nello stesso anno in Europa sono morte di cancro quasi due milioni di persone, e il numero degli ammalati di cancro continua ad aumentare, anno dopo anno. Ma non è un’emergenza.

Dal 21 febbraio al 1 marzo sono morte in Italia 29 persone per le conseguenze del Coronavirustutti già ammalati di malattie ben più gravi (“tutti i deceduti avevano patologie pregresse”) e quasi tutti oltre gli ottanta anni di età.

Dal 21 febbraio al 2 marzo sono morte in Italia di cancro un po’ più di 4300 persone, e di queste dal 29 al 7 per cento, a seconda del tipo di tumore, aveva meno di 49 anni; dal 35 al 5 per cento, a seconda del tipo di tumore, aveva tra i 50 e i 69 anni. Il che vuol dire, se la matematica non è un’opinione, che una grande percentuale dei morti di tumore muore anzitempo. Ma non è un’emergenza.

Quanti bambini morti di cancro? Difficile trovare i dati, l’unico recente che ci viene fornito facilmente dall’AIRC (Associazione Italiana Ricerca Cancro) dice che nel 2018 in Europa i bambini malati di cancro erano tra i 300.000 e i 500.000.

Perché non c’è l’emergenza cancro? Perché il cancro è una malattia del sistema. Di un sistema che è padrone dei media e che domina la politica, e che quindi non conviene a nessuno, nei media e nella politica, mettere in discussione.

Invece, i virus sono una manna del cielo per chi vuole fare ricatti politici e restringere le libertà individuali e collettive.

Il cancro è una malattia prodotta dai pesticidi, dai conservanti a base di nitrati e di monossido di azoto, dal benzene, dagli ftalati della plastica, dalle 80.000 sostanze sintetiche sparpagliate nell’ambiente del pianeta. E’ una malattia di un progresso basato sullo sfruttamento senza limiti delle risorse e degli esseri viventi, sulla ricerca senza limiti e a qualsiasi costo del massimo profitto economico.

I coronavirus sono “tipi di virus che attaccano le vie respiratorie… I medici li associano a comuni raffreddori… tuttavia possono essere anche alla base di sviluppi più gravi…”

“Un virus che ha una mortalità ancora più bassa di un virus influenzale… I morti erano persone già malate, di cancro o con malattie croniche cardio respiratorie, avrebbe potuto ucciderle anche un virus influenzale” (Vincenzo D’Anna, presidente Ordine Nazionale Biologi).

Nella provincia di Hubei, quella dove si trova la ormai famigerata città di Wuhan, ci dicono che la mortalità complessiva tra gli ammalati in seguito all’infezione da Coronavirus è del 2,9 % nel Hubei, dello 0,4% (!!!) nel resto della Cina.

Dato che lo Hubei e la città di Wuhan sono una delle zone della Cina con l’aria più inquinata, un mix di carbone bruciato e gas di scarico, un tipo di inquinamento nuovo e inedito, che gli scienziati cinesi stanno studiando e di cui uno studio Cina-USA cerca di capire le conseguenze sulla salute umana (“la chimica dell’inquinamento dell’aria urbana in Cina non ha precedenti), penso che un tribunale di gente onesta e sensata assolverebbe il coronavirus “perché il fatto non sussiste”. Mi domanderei anche quale sia il tasso di mortalità tra gli abitanti dello Hubei non affetti dal coronavirus.

E allora? Dov’è l’epidemia, dove sono i rischi per la salute pubblica (a parte l’inquinamento dell’aria della pianura padana che, quello sì, dovrebbe allarmare gli amministratori della zona con l’aria più inquinata d’Europa)? Da cosa nascono l’allarme, il terrore, gli inquietanti provvedimenti liberticidi, il can can mediatico?

Il 27 febbraio la situazione si è chiarita, il mistero è stato svelato: “Salvini, governo di emergenza senza Conte”; Fuori onda di Fontana a Gallera: “Oggi mi ha mandato un messaggino di sostegno anche Renzi, siamo arrivati proprio… il suo odio per Conte…”.

Lombardia, Veneto, Emilia Romagna hanno adottato misure da coprifuoco (divieto di assembramento! L’ultima volta che è successo c’era il fascismo in Italia, forse qualcuno ne ha nostalgia). I cittadini sono diventati ostaggi di un ricatto politico. Un governo pavido, diviso, un Don Abbondio della politica, ha cominciato a reagire (male) al decimo secondo. I mediaservi hanno fiancheggiato la parte che sembrava più forte, in attesa di vedere come si metteva la parata. El pueblo ha reagito come ci si aspettava: panico da virus senza se e senza ma di una percentuale significativa, rabbia e sconforto di una percentuale altrettanto o forse più significativa ma che non aveva parola né visibilità, anche perché le era stato proibito di riunirsi e di protestare.

E questo sì, fa davvero paura.

Come fa paura lo sbandieramento del vaccino prossimo venturo da parte di una multinazionale farmaceutica americana. Ma come, i virus delle vie respiratorie (virus RNA) di cui fanno parte i tanto diffamati coronavirus, mutano tanto rapidamente che, da uno studio del Center for Disease Control and Prevention di Atlanta risulta che l’efficacia della vaccinazione annuale contro l’influenza oscilla tra il 10%  e il 60%, e questi fanno oggi un vaccino che sarà pronto fra un anno, per un virus che in un anno muterà quattro o più volte?

Fa paura, oltre all’onnipresenza dei mercanti di farmaci sfornati sempre più velocemente e con sempre meno controlli, il fatto che la minaccia dei virus, persino dei virus del raffreddore, gridata e amplificata dai media, sia diventata oggi un’arma di limitazione delle libertà democratiche, di distrazione di massa.

Ci dicono che c’è una crisi economica provocata dal coronavirus. La crisi economica c’era già, anche se in questo paese nessuno ce lo diceva. Il 17 gennaio 2019 il sito finanziario Bloomberg intitolava “Dimenticate la guerra dei dazi: la Cina è già in crisi”, e sullo stesso tono decine di siti economici nel mondo.

Del resto già da maggio 2019 i siti economici italiani parlavano di crisi economica globale, citando la capo economista del Fondo Monetario Internazionale.

Il coronavirus si dimostra di nuovo innocente ma dargli la colpa della crisi equivale a nascondere le motivazioni reali della crisi di un sistema economico basato, oltre che su consumi e sprechi furibondi, sui debiti delle imprese, sui folli finanziamenti degli stati e delle istituzioni internazionali alle multinazionali, sulla stampa di dollari e sui bassi tassi di interesse che hanno permesso pericolose speculazioni finanziarie e un aumento del debito globale che è arrivato alla stratosferica cifra di 244.000 miliardi di dollari.

E, infine, un sistema che si basa sullo sfruttamento illimitato della natura e del lavoro umano non può che finire per autodistruggersi, poiché distrugge le sue stesse risorse e i suoi “consumatori”.

Certo, i politici che hanno messo in quarantena un intero paese hanno dato il loro piccolo contributo a rallentare per un attimo la corsa economica (non quella dei supermercati e dell’agroalimentare o del parafarmaceutico), ma sono ininfluenti per quel che riguarda la crisi economica globale, che pare sia solo al suo inizio.

Dire la verità sulla crisi vorrebbe dire prendere in considerazione la necessità di cambiare radicalmente economia e società, di uscire dal capitalismo, e allora ben venga il virus espiatorio, che ottunde intelligenze e percezioni.

Ultimo effetto (ma non in ordine d’importanza) auspicato dai prestigiatori della disinformazione: farci dimenticare la crisi climatica e l’emergenza ambientale, le vere minacce alla sopravvivenza umana.

Mentre le falde si svuotano, gli insetti impollinatori spariscono, le tempeste ci sommergono, i raccolti vanno alla malora (altro che fare incetta di alimenti, cominciate a coltivarveli!), decine di milioni di ettari di foreste bruciano o vengono criminalmente abbattute, si crea il panico su un tipo di virus che è in giro per il mondo e si attacca agli umani almeno dal 1960, con le inevitabili mutazioni come tutti i virus, e che provoca l’influenza.

Il mondo è in mano ai folli, a quel tipo umano che nei film sul Titanic correva nella cabina già allagata per recuperare i soldi e poi annegava, e l’ultima cosa di lui che si vedeva sopra le onde era la mano che li stringeva.

Cerchiamo di non farci contagiare da una simile follia, cerchiamo di non annegare.

 

Fake News

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Manuale di Resistenza al Potere

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Filosofia della Paura

http://www.ilcambiamento.it//articoli/lo-strano-virus-che-limita-le-liberta-democratiche

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La Germania del XXI secolo

In Europa, il primo scorcio del XXI secolo è stato segnato dal protrarsi della crisi economica dell’Occidente e dallo scoppio delle tensioni interne all’Unione Europea. Una crisi duplice, prodromo del parto – stentato – della nuova fase geopolitica del multipolarismo, un lungo periodo di transizione nel quale il nostro continente è chiamato – come già cento anni or sono – a dare risposte importanti sulla soglia di mutamenti epocali, di fronte alla debolezza di un sistema egemonico in declino.
Dalla svolta del 1871, la Germania è al centro della cosiddetta questione europea, e tutti gli ultimi grandi eventi della storia continentale sono stati segnati dalle scelte compiute da questo Paese, la cui percezione è ancora inflluenzata da luoghi comuni e stereotipi che rimandano a noti trascorsi politici. Stretta tra gli attuali rigurgiti neo-egemonici e lo spettro dell’eterno Sonderweg, la Germania ha assunto nell’immaginario il ruolo di Sfinge politica, immagine un po’ enfatica, e di certo lacunosa nel descrivere, all’insegna della complessità, il tormentato rapporto di un popolo con la propria storia e le responsabilità delle sue classi dirigenti, incapaci di scegliere – come ammoniva Thomas Mann nel 1953 – tra un’ “Europa tedesca” e una “Germania europea”.

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Il libro sconvolgente di Christophe Brusset “Siete pazzi a mangiarlo!”, scritto in qualità di manager che per vent’anni ha lavorato dell’industria agroalimentare, è una discesa horror in un sistema capace, come molti business dai grandi numeri, di azioni aberranti dove la vittima è sempre il consumatore.

Il libro sconvolgente di Christophe Brusset “Siete pazzi a mangiarlo!”, scritto in qualità di manager che per vent’anni ha lavorato dell’industria agroalimentare, è una discesa horror in un sistema capace, come molti business dai grandi numeri, di azioni aberranti dove la vittima è sempre il consumatore. Una galleria di esempi vomitevoli in cui c’è l’imbarazzo della scelta dello schifo che costantemente e in maniera imperterrita le industrie alimentari propinano alla gente senza alcuno scrupolo.

Prodotti sofisticati, andati a male, con escrementi, vermi, tossici, scaduti, che provengono da paesi con controlli irrisori e fatti passare per nazionali, trucchi e falsificazioni di ogni genere, truffe, corruzioni, collusioni con le autorità pubbliche, non manca nulla. Importazione e occhi chiusi su alimenti fuori da ogni parametro a seconda della potenza politica e commerciale dal paese da cui provengono. Poi però si fanno autentiche campagne terroristiche per fare vaccinare tutti, quando il cibo a livello industriale che mangiamo è spesso quanto di più dannoso si possa immaginare. Ma attaccare e criminalizzare una famiglia che vuole solo scegliere liberamente come curarsi è molto più facile che mettersi contro grandi industrie o interi paesi dai quali importano cibo insano che avvelena la nostra salute. Del resto non c’è nulla di cui stupirsi perché Brusset ci chiarisce quali sono le regole del sistema : «Il Bene era tutto ciò che aumenta il profitto, il Male era perdere soldi. La menzogna, la dissimulazione, la malafede e persino la truffa, senza essere degli scopi in sé, erano positive, se miglioravano i risultati attesi».

E ancora: «Imbrogliare il consumatore è facilissimo, in più è legale! Mi spingerei persino a sostenere che si è istigati a farlo».

«Il liberismo non è l’assenza di regole, è l’applicazione della legge della giungla».

«Un’impresa non è un servizio sociale dello Stato. La sua finalità non è il benessere dei suoi dipendenti o la soddisfazione dei suoi clienti, ma il profitto, o il margine di guadagno».

«Siamo sinceri e diretti: l’unica cosa che interessa agli industriali e alle grandi catene di supermercati è il vostro denaro, non certo la vostra felicità e la vostra salute. Non fatevi ingannare dalle spacconate di quei parolai che vi giurano, con la mano sul cuore e la lacrima pronta, che lottano per il vostro benessere e difendono il vostro potere d’acquisto. E’ tutta una commedia, una millanteria, nient’altro. Non fidatevi di nessuno, siate vigili e soprattutto siate esigenti! Dovete rendervi conto una volta per tutte che in fin dei conti siete voi consumatori ad avere il potere. Siete voi che decidete se comprare o meno nei vari reparti quello che vi viene offerto. Usate questo potere per cambiare finalmente le cose».

Leggendo il libro si stenterà a credere di quanta autentica immondizia venga data in pasto alle persone per raggiungere il profitto ad ogni costo. E anche lo schifo è possibile venderlo, basta avere i prestigiatori della menzogna a disposizione e il gioco è fatto. «Quando si ha un prodotto da vendere, soprattutto se è di qualità mediocre o addirittura scadente e la concorrenza infuria, la cosa migliore è curare la sua presentazione: la confezione. Questo è il lavoro del marketing, gli specialisti delle apparenze, i campioni della cosmetica e del re-looking del prodotto».

Brusset indica anche delle soluzioni.

«L’ideale – e l’unica soluzione radicale- sarebbe naturalmente quella di bandire definitivamente qualsiasi prodotto industriale, e di limitarsi a prodotti grezzi, freschi, non trasformati».

«Nei vostri acquisti alimentari dovete sempre privilegiare la prossimità. Scegliete le origini locali o nazionali. Da una parte fa bene all’occupazione; dall’altra, i prodotti che non hanno attraversato molteplici frontiere, presentano necessariamente meno rischi di adulterazione, di mescolanza o di inganno sulle origini, la specie o la qualità. Abbiamo la fortuna di avere nei nostri paesi prodotti variati e di qualità: sono questi che bisogna scegliere».

E, aggiungiamo noi, autoprodursi il più possibile e il resto comprarlo in gruppi di acquisto collettivo e da piccoli produttori locali biologici in cui è possibile verificare tutta la lavorazione. Non solo si mangia più saporito e sano ma ci si prepara per tempo alle prossime inevitabili crisi di approvvigionamento che ci saranno, frutto di una società allo sbando che non sarà più in grado di garantire nulla. Quindi pensiamoci direttamente noi prima di ritrovarci nei guai.

https://www.macrolibrarsi.it/libri/__siete-pazzi-a-mangiarlo-christophe-brusset-libro.php?pn=2867

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Confessioni di un trafficante di uomini

Il libro “Confessioni di un trafficante di uomini di Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci per i tipi editoriali della “Chiarelettere” è uscito nel 2014. Da allora la situazione non è cambiata di molto se non per il fatto che sono spuntate come funghi le tante ONG sia in funzione di raccordo con questi traffici sia, principalmente, di ragioni politiche eterodirette (come i fatti recenti delle varie Sea Watch dimostrano). I profitti stellari che si conseguono con questa moderna tratta di uomini, non più esercitata in forma schiavistica ma secondo i canoni del merdoso ultraliberismo contemporaneo, sono difesi guarda caso dai #restiamoumani. Potranno pensare quel che vogliono gli umanitaristi a prescindere, ma non importa ciò che pensano di se stessi, conta il fatto che il loro agire è ORGANICAMENTE funzionale al sistema della libera circolazione di merci capitali e uomini. Se ne facciano una ragione, non sono né buoni né umani, sono semplicemente COMPLICI. Riporto di seguito un paragrafo significativo del libro in questione. Sono disposto a passarlo (il file) a chi me ne faccia richiesta. Buona lettura

«UN AFFARE DA MILIARDI DI DOLLARI

I proventi di questa attività si aggirano tra i tre e i dieci miliardi di dollari l’anno. Altre fonti parlano di un mercato dal valore annuo di venti miliardi di dollari americani. Insomma, per quanto le stime siano sempre da prendere con cautela e presentino delle discrepanze tra loro, stiamo parlando comunque di una montagna di denaro. Quello steso fiume di quattrini che c’è dietro ogni barcone che sbarca a Lampedusa, Agrigento o Crotone; dietro ogni camion che approda a Bari dalla Grecia; dietro ogni gruppo di finti turisti che sbarca a Malpensa. Parliamo del secondo business più redditizio al mondo dopo la droga, tant’è che spesso le rotte e a volte gli operatori sono gli stessi: se il business della cocaina non funziona, si può sostituire con quello degli esseri umani. Alla peggio con le armi. Ma con una sostanziale differenza: se un camion di migranti si perde nel deserto e i clienti hanno già pagato la tratta, chi se ne frega; se un barcone con 45 clienti che hanno già pagato il “biglietto” affonda, chi se ne frega; se un afgano viene sorpreso su un camper greco tra Patrasso e Bari, in fondo, chi se ne frega, ma se perdo una partita di cocaina tra Bissau e Dakar, sono problemi seri.

Ma qual è il tariffario della più grande agenzia di viaggi illegale del mondo? Il sito Havocsope.com raccoglie dati da casi giudiziari, articoli di giornali, agenzie di stampa e altri fonti in tutto il mondo. Li abbiamo arricchiti con quelli dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) e con le nostre ricerche sul campo. Queste cifre vanno prese con le pinze, perché le tariffe cambiano spesso, a seconda delle rotte di immigrazione […].

Ecco le richieste dei trafficanti, in dollari Usa:

– Afghanistan-Regno Unito (Londra): 25.000
– Afghanistan-Iran: 700
– Africa subsahariana-Nordafrica: 2.500
– Asia-Europa: 3.000-10.000
– Brasile-Usa: 13.000-17.000
– Cina-Usa: 40.000-70.000
– Cina-Regno Unito: 41.800
– Cina-Italia: 15.000
– Iraq-Regno Unito: 10.500
– Nordafrica (coste)-Italia (Lampedusa), Sicilia, Calabria): dai 1.500 ai 3.000
– …
La regola base è che l’economia del trafficante di uomini è ancora principalmente affidata al contante… [continua con le “Regole del riciclaggio”]

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62409

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Imperi di polvere

Imperi di polvere

di byebyeunclesam

La civiltà globalizzata nasce simbolicamente nel 1944 con la conquista americana di Roma, la più antica capitale dell’Occidente. Imperi di polvere, al di là dei falsi miti della storia ufficiale, narra le vicende di agenti CIA che, durante la Guerra Fredda, operano per imporre in Europa il modello culturale americano e l’egemonia linguistica dell’inglese.
Il potere dei Presidenti viene progressivamente annullato consegnandolo ai poteri forti che condizionano le decisioni fondamentali dell’umanità. L’assassinio dei fratelli Kennedy è l’epilogo di un dramma che ci lascia il vuoto di una cultura unica senza senso e senza scopo.
Un romanzo coraggioso, basato su fatti autentici, che svela cose e fatti sconosciuti.

Imperi di polvere,
di Claudio Mauri
Edizioni Solfanelli, pp. 168, € 14

Claudio Mauri ha collaborato dagli anni Ottanta alle pagine culturali di giornali e riviste, in particolar modo a quelle de Il Giornale e il Giorno.
Nel 1982 e nel 1983 ha pubblicato le biografie di due famosi giornalisti: Montanelli l’eretico e Il cittadino Scalfari, entrambe edite da Sugarco. Nel 1992 ha scritto il saggio Le geometrie frattali di Gadda (KOS, n. 87) e nel 1997 è stato finalista al Premio Letterario Arturo Loria con il racconto Il segreto.
Nel 2005 ha pubblicato La catena invisibile (Mursia), romanzo storico basato su testimonianze autentiche e una lunga ricerca documentaria, incentrato sul tema del “fascismo magico”. L’anno successivo sono apparsi i suoi saggi Tre attentati al Duce: una pista esoterica e Aleister Crowley in Italia (in Esoterismo e fascismo, Edizioni Mediterranee, 2006).
Nel 2013 ha pubblicato il libro Milano su una nuvola, una raccolta di poesie dedicate alla sua città, nel 2014 e nel 2015 i testi teatrali Il male viene dal cielo (edito da Tabula Fati, parla della strage di 184 scolari milanesi ad opera dell’aviazione statunitense durante il bombardamento del 20 ottobre 1944) e Il naufragio della notte.

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Prezzolini

L’Italia finisce ecco quel che resta, era un’opera famosa di Giuseppe Prezzolini uscita in America giusto ottant’anni fa col titolo The Legacy of Italy. Tornò in libreria in Italia nel 1958 con quel titolo verace e sconfortante.

Sono passati tanti anni ma la percezione di un’Italia che finisce si è fatta più acuta e intimamente contraddittoria. Ma quando finisce di finire questa benedetta Italia, se da secoli si annuncia il suo declino, e se da sessanta e più si annuncia il suo tramonto? Eppure quando Prezzolini pubblicava quel libro, l’Italia era in pieno boom economico e demografico, era in crescita, stava velocemente passando da paese agricolo e premoderno a paese industriale, impiegatizio, con un indice di benessere mai visto, l’istruzione obbligatoria e l’alfabetizzazione cresciuta grazie soprattutto alla tv. Sarebbero stati non solo gli autori antimoderni ma anche poeti come Pasolini o registi come Antonioni in Deserto rosso a raccontare il lato b del benessere e del consumo, il degrado nel cuore della crescita, la regressione dietro il trionfale progressismo. Però gli indicatori biologici ed economici allora erano in crescita: i figli stavano meglio dei padri, da genitori analfabeti venivano fuori figli laureati, era un boom di insediamenti industriali, di edilizia, di scuole e negozi, l’emigrazione si era fermata, e gli italiani, i meridionali sopra tutti, erano in forte espansione demografica. Il paese poteva essere spiritualmente declinante, ma era biologicamente rampante.

E oggi? Oggi il Declino di cui diffusamente si parla – e che dà il titolo a un testo recente di un economista, Andrea Capussela – non è più una percezione opinabile. La fine dell’Italia poggia su dati numerici, è quantitativa oltre che qualitativa, è materiale oltre che spirituale, è biologica oltre che culturale. Il prefatore del libro, Gianfranco Pasquino se la prende col governo in carica, ma i dati più preoccupanti non sono economici e politici ma anagrafici e demografici. In Italia i morti superano i nati, i vecchi superano i giovani, per ogni laureato che se ne va dall’Italia sono arrivati tre migranti senz’arte né parte. Ecco il dramma italiano in tre atti. Non è solo l’arrivo dei migranti, come a volte si semplifica, perché le emergenze demografiche del nostro Paese in realtà sono ben tre, e intrecciate.

Femministe antifasciste

La prima è quella ormai proverbiale, vistosa, che ci pone in testa alla tetra classifica: il record euro-occidentale di denatalità a cui si accompagna quel dato anagrafico così lugubre dei morti che superano i nati, come non accadeva nemmeno ai tempi delle guerre e delle carestie. È un dato tremendo perché congiurano vari fattori: non si fanno figli perché siamo egoisti e non sopportiamo più i bambini, non vogliamo proiettare la nostra vita nel futuro, non ci sono i mezzi, le case, le strutture, gli asili, per figliare. Uno sfascio culturale e psicologico, sociale ed economico, senza precedenti. Anche se per decenni ci avevano imbottito la testa dicendo che le società più moderne, più civili fanno meno figli; sono le popolazioni arretrate, succubi della religione, a procreare. Ora, invece, l’“arretrato” sud scavalca perfino il nord nella denatalità.

La seconda emergenza che viene presentata come una conquista è la fuga dei ragazzi all’estero. Una fuga non paragonabile ai flussi emigratori di altre epoche perché a partire stavolta non sono i poveri e i meno istruiti, ma di solito, chi ha titoli di studio superiori, lauree e master in economia e ingegneria, ricercatori, pionieri. Ora, ammesso che la fuga all’estero dei ragazzi sia dal punto di vista soggettivo un vantaggio per loro e un segno della loro mentalità globale, da cittadini del mondo, generazione Erasmus-Ryanair, di certo la loro partenza impoverisce l’Italia, a cominciare dal sud, spezza le famiglie, svuota le nostre città, ridotte a ricovero d’anziani e di migranti.

E qui veniamo alla terza emergenza, quella dei migranti. I flussi sono stati contenuti dalla politica di Salvini, s’è trattato di risposte efficaci ma simboliche; non di una radicale, ampia strategia di risposta. Dalla parte dei flussi migratori non c’è solo la Chiesa di Bergoglio e Mattarella, c’è una macchina da guerra che potremmo riassumere nella sigla MMS: Magistratura, Media, Sinistra.

Anzi se dovessimo fare una graduatoria, dovremmo dire che il pericolo principale dei flussi migratori non proviene dagli stessi migranti, e nemmeno dagli impresari dei loro sbarchi, dagli scafisti alle Ong, ma sono i magistrati, sono le corti, sono le loro sentenze. Che criminalizzano chi vuol far rispettare la legge e le frontiere, come è previsto anche dalla Costituzione, e aprono ogni giorno a colpi di sentenze, varchi per il loro ingresso, ora perché omosessuali ora perché sfuggiti a qualunque disagio, non solo guerra e carestia, ora perché l’onere della prova di essere fuggiti per la situazione di pericolo non spetta più a chi chiede asilo ma a chi deve valutarlo. Altrimenti vale la loro autoattestazione. Non sono i clandestini, gli irregolari, a doversi giustificare ma i magistrati, i sindaci, i prefetti in caso decidano di rispedirli. Una situazione assurda, da incubo e da farsa, in cui il Delitto è a norma di legge e la norma diventa Delitto, insieme con la sovranità e la tutela dei confini e di chi vi abita dentro.

Il problema, dunque, non è solo quello dei migranti che ora potrebbero riprendere gli sbarchi col favore dell’estate, della crisi libica, delle espulsioni tedesche e dei giudici, ma è triplice: se non nascono più figli e se quelli che nascono se ne vanno dall’Italia, i flussi migratori sono la mazzata finale, la sostituzione di popolo una volta evacuati gli italiani, l’estrema unzione alla nostra civiltà. Lì finisce l’Italia, ma sul serio. E rispetto al titolo già pessimistico del libro di Prezzolini diventa sempre più difficile indicare “quel che resta”. L’Italia finisce punto e basta.

Fonte: Marcello Veneziani

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La guerra che ci fanno

«Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre». A dirlo, nel lontano 1858, fu il presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln. E da allora l’apparato politico-militare del suo Paese deve averlo preso molto sul serio, garantendo la difesa degli interessi di un pugno di industriali, possidenti e speculatori grazie a un esercito dotato di una forza d’urto senza precedenti nella storia dell’umanità. Ma se non esiste luogo del mondo che non sia costretto a fare amaramente i conti con i colonizzatori del pianeta, Raúl Capote spiega come la forza delle armi sia in realtà subordinata all’uso di una forza ancora più grande: la forza espressa grazie alla cultura, alla musica, ai mezzi d’informazione e alla propaganda, vale a dire la vera arma segreta – spesso invisibile – di cui di servono gli Stati Uniti. Passando in rassegna quella che è la lunga storia di colonizzazione culturale a stelle e a strisce e forte della sua personale esperienza di ex agente segreto infiltrato nella CIA, Capote dà voce alla storia mai raccontata della dominazione statunitense sul resto del mondo e, in modo particolare, su Cuba e l’America Latina. La storia di una guerra sporca, capace di strumentalizzare, corrompere e piegare ai propri fini interi movimenti giovanili e prestigiose istituzioni culturali. Ma, allo stesso tempo, anche il punto debole dell’ideologia consumistica che pervade e corrompe l’imperialismo degli USA, contro cui questo libro è stato scritto e pubblicato.

La guerra che ci fanno. La storia mai raccontata della CIA e della dominazione statunitense sul resto del mondo,
di Raúl Antonio Capote.
A cura di Claudia Proietti, Red Star Press, pp. 256, € 16

Raúl Antonio Capote, nato a L’Avana nel 1961, dal 1990 al 2000 riesce a infiltrarsi nella CIA, contribuendo così a depotenziare le manovre con le quali gli Stati Uniti tentano di destabilizzare Cuba.
Professore di storia, cultura e letteratura cubana, ha pubblicato, tra le altre cose, il libro Un altro agente a L’Avana (2015), dedicato alla sua esperienza di agente segreto.

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Cattocomunismo

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Giorgetti accompagna velocemente il lettore a identificare come lo scopo principale del cattocomunismo, nella odierna forma ancor più virulenta, sia quello di uniformare le menti: “Il livellamento che si propone oggi è subdolo, perché si cela dietro un velo di buonismo, di piagnonismo, di umanitarismo: così facendo si deprime il singolo contemporaneamente danneggiando anche la società” (8). È ovvio che l’autore sa bene che la maggior parte delle persone non conosce le origini di questo male. Pertanto, egli giustamente fornisce delle esaustive informazioni storiche sulla genesi di questo paradossale fenomeno, il quale porta assieme due mondi che in teoria dovrebbero essere antagonisti, ma che, sciaguratamente, in quella che i tradizionalisti sogliono chiamare la “Coda del Kali Yuga”, si trovano fusi in un unico deviante pensiero. Il cattocomunismo nasce nei primi anni ’40 del Novecento. Figura di spicco per la creazione di questo movimento fu Franco Rodano (1920 – 1983), allora studente universitario e membro della suddetta Azione Cattolica, che negli anni è stata una: “[…] mescolanza delle ipocrisie social-pretesche” e che: “darà infine origine a quella atmosfera melensa, dolciastra e velenosa che costituisce il senso comune ancor oggi dominante” (31-32). L’infausto impegno politico di Rodano fu capace di insinuare nella parte intellettualmente debole del Cristianesimo le sue personali convinzioni marxiste. Eppure, alla ideologia cattocomunista non sono state risparmiate critiche feroci; è il caso di Don Gianni Baget Bozzo. Questo enigmatico, ma pur sempre dotto sacerdote, non lesinò possenti bordate a quel gruppo di cristiani di sinistra che tentava e tenta tuttora di imporre la propria morale in Italia, stigmatizzandone non solo le storture, ma segnatamente la assurdità della loro stessa esistenza, quando: “un comunismo senza rivoluzione diventa omologo a un cattolicesimo senza cristianità” (31). In definitiva, Bozzo ci fa notare che quello che potremmo tranquillamente etichettare come il “peggio di due mondi” sta alla radice del processo di degenerescenza della Chiesa. Tale profonda crisi, che pare essere irreversibile, è causata da quello che in questo libro viene chiamato il: “dialogo con il mondo” (51). Ragionandoci su, non può non venire tosto in mente quello che sentiamo a ogni Angelus o predicazione bergogliana… via la teologia, in malora qualsivoglia richiamo ai doveri del fedele, e avanti, quasi a mo’ di un lavaggio del cervello, con una demagogia spicciola di peroniana memoria, ove non si chiede affatto di pregare seriamente – oramai pratica da reazionari – ma di accogliere, nonché di commiserare senza discernimento. Infine, tanto per ricondurre il tutto puntualmente a un dissacrante materialismo, il fatidico: “Buon pranzo”. Ragion per cui, Bergoglio dialogherà pure con il mondo, ma non certo con i cattolici!

Smascherare le menzogne del Potere

In questo volumetto di battaglia vi è una messa a nudo delle menzogne che ci propinano oggi i sedicenti buonisti. Già, poiché dietro il dogma della eguaglianza, si cela subdolamente quel “bastardismo universale” (39) tanto caro al Conte austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi (1894 – 1972), latore del “Paneuropäismus”. Il semplice fatto che la teologia contemporanea possa rimandare anche solo lontanamente a una figura oscura, nel senso quasi tolkieniano del termine, come Kalergi ci dà il polso di una situazione a nostro avviso assai drammatica. Ciononostante, il coraggio che caratterizza questo libro pulsa insistentemente; in esso arde il desiderio di smascherare le bugie veicolate dal Sistema. In effetti, in molte chiese e parrocchie, invece di tentare di offrire al credente una corretta comprensione riguardo alla morigeratezza del Cristianesimo autentico, numerosi preti, in piena sintonia con Bergoglio, si perdono in: “[…] vaniloqui sui poveri, gli ultimi e i derelitti di ogni risma che dovrebbero essere dei privilegiati sic et simpliciter, addirittura protagonisti dell’insegnamento evangelico nonché destinatari di ogni cura e preoccupazione in maniera aprioristica” (54). E non importa nemmeno che questi “ultimi” siano cattolici, alla insegna di una manifesta volontà di contaminazione, la quale non può che portare all’annientamento della Chiesa stessa. Si spera veramente che nessuno voglia ciò, ma non pare che ci sia all’orizzonte un movimento di opposizione a tale deriva. Che il Vaticano diventi uno Stato come tanti, e il Cristianesimo materia di cinico dibattito politico e non spirituale, questo crea inevitabilmente una condizione di malessere nel fedele; e tutto ciò sta avvenendo davanti ai nostri occhi.    

Ricordiamoci che parliamo di una pericolosa “malattia”

È comunque importante ricordare l’idea cardine su cui si basa la riflessione di Giorgetti e alla quale si è accennato all’inizio di questo scritto. Ovvero, che il cattocomunismo vada considerato alla stessa stregua di una malattia endemica, la principale patologia dell’Italia moderna, come viene indicato persino nel titolo del Primo Capitolo del libro (19), nel quale si illustra il perché sia necessario reputare il cattocomunismo un malanno sociale: “Avendo rilevato l’esistenza di un mondo mentale, psichico, altrettanto naturale e quindi ‘fisico” di quello comunemente detto materiale, si potrà altresì considerare l’esistenza di malattie riguardanti questa realtà, malattie che non avendo causa diretta in fattori concreti, abbiano un’esistenza tuttavia tangibile” (23). Non possiamo che condividere tale posizione, giacché questo “morbo invisibile” dal Secondo Dopoguerra in poi si è insinuato in profondità non solo nella cultura del nostro Paese, ma anche negli apparati dello Stato, i quali ritengono di potersi sostituire impunemente alla volontà del Popolo, in virtù di una auto-imposta conoscenza di ciò che è bene per il cittadino. In breve, parliamo della solita e insopportabile “superiorità morale” di quella parte minoritaria della Nazione, che tuttavia vuol contare più della maggioranza. E su questo argomento, possiamo consigliare un altro lavoro sempre di Giorgetti: Demofagia (Chieti, Solfanelli, 2017), in cui si spiega in modo articolato quello che Mark Twain (all’anagrafe: Samuel Langhorne Clemens, 1835 – 1910), quindi non un “pericoloso” sovranista, riuscì a racchiudere in poche e atrocemente vere parole: “Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare”.

estratto da http://www.barbadillo.it/82206-libri-come-guarire-dal-cattocomunismo-di-giorgetti/