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Imperi di polvere

Imperi di polvere

di byebyeunclesam

La civiltà globalizzata nasce simbolicamente nel 1944 con la conquista americana di Roma, la più antica capitale dell’Occidente. Imperi di polvere, al di là dei falsi miti della storia ufficiale, narra le vicende di agenti CIA che, durante la Guerra Fredda, operano per imporre in Europa il modello culturale americano e l’egemonia linguistica dell’inglese.
Il potere dei Presidenti viene progressivamente annullato consegnandolo ai poteri forti che condizionano le decisioni fondamentali dell’umanità. L’assassinio dei fratelli Kennedy è l’epilogo di un dramma che ci lascia il vuoto di una cultura unica senza senso e senza scopo.
Un romanzo coraggioso, basato su fatti autentici, che svela cose e fatti sconosciuti.

Imperi di polvere,
di Claudio Mauri
Edizioni Solfanelli, pp. 168, € 14

Claudio Mauri ha collaborato dagli anni Ottanta alle pagine culturali di giornali e riviste, in particolar modo a quelle de Il Giornale e il Giorno.
Nel 1982 e nel 1983 ha pubblicato le biografie di due famosi giornalisti: Montanelli l’eretico e Il cittadino Scalfari, entrambe edite da Sugarco. Nel 1992 ha scritto il saggio Le geometrie frattali di Gadda (KOS, n. 87) e nel 1997 è stato finalista al Premio Letterario Arturo Loria con il racconto Il segreto.
Nel 2005 ha pubblicato La catena invisibile (Mursia), romanzo storico basato su testimonianze autentiche e una lunga ricerca documentaria, incentrato sul tema del “fascismo magico”. L’anno successivo sono apparsi i suoi saggi Tre attentati al Duce: una pista esoterica e Aleister Crowley in Italia (in Esoterismo e fascismo, Edizioni Mediterranee, 2006).
Nel 2013 ha pubblicato il libro Milano su una nuvola, una raccolta di poesie dedicate alla sua città, nel 2014 e nel 2015 i testi teatrali Il male viene dal cielo (edito da Tabula Fati, parla della strage di 184 scolari milanesi ad opera dell’aviazione statunitense durante il bombardamento del 20 ottobre 1944) e Il naufragio della notte.

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Prezzolini

L’Italia finisce ecco quel che resta, era un’opera famosa di Giuseppe Prezzolini uscita in America giusto ottant’anni fa col titolo The Legacy of Italy. Tornò in libreria in Italia nel 1958 con quel titolo verace e sconfortante.

Sono passati tanti anni ma la percezione di un’Italia che finisce si è fatta più acuta e intimamente contraddittoria. Ma quando finisce di finire questa benedetta Italia, se da secoli si annuncia il suo declino, e se da sessanta e più si annuncia il suo tramonto? Eppure quando Prezzolini pubblicava quel libro, l’Italia era in pieno boom economico e demografico, era in crescita, stava velocemente passando da paese agricolo e premoderno a paese industriale, impiegatizio, con un indice di benessere mai visto, l’istruzione obbligatoria e l’alfabetizzazione cresciuta grazie soprattutto alla tv. Sarebbero stati non solo gli autori antimoderni ma anche poeti come Pasolini o registi come Antonioni in Deserto rosso a raccontare il lato b del benessere e del consumo, il degrado nel cuore della crescita, la regressione dietro il trionfale progressismo. Però gli indicatori biologici ed economici allora erano in crescita: i figli stavano meglio dei padri, da genitori analfabeti venivano fuori figli laureati, era un boom di insediamenti industriali, di edilizia, di scuole e negozi, l’emigrazione si era fermata, e gli italiani, i meridionali sopra tutti, erano in forte espansione demografica. Il paese poteva essere spiritualmente declinante, ma era biologicamente rampante.

E oggi? Oggi il Declino di cui diffusamente si parla – e che dà il titolo a un testo recente di un economista, Andrea Capussela – non è più una percezione opinabile. La fine dell’Italia poggia su dati numerici, è quantitativa oltre che qualitativa, è materiale oltre che spirituale, è biologica oltre che culturale. Il prefatore del libro, Gianfranco Pasquino se la prende col governo in carica, ma i dati più preoccupanti non sono economici e politici ma anagrafici e demografici. In Italia i morti superano i nati, i vecchi superano i giovani, per ogni laureato che se ne va dall’Italia sono arrivati tre migranti senz’arte né parte. Ecco il dramma italiano in tre atti. Non è solo l’arrivo dei migranti, come a volte si semplifica, perché le emergenze demografiche del nostro Paese in realtà sono ben tre, e intrecciate.

Femministe antifasciste

La prima è quella ormai proverbiale, vistosa, che ci pone in testa alla tetra classifica: il record euro-occidentale di denatalità a cui si accompagna quel dato anagrafico così lugubre dei morti che superano i nati, come non accadeva nemmeno ai tempi delle guerre e delle carestie. È un dato tremendo perché congiurano vari fattori: non si fanno figli perché siamo egoisti e non sopportiamo più i bambini, non vogliamo proiettare la nostra vita nel futuro, non ci sono i mezzi, le case, le strutture, gli asili, per figliare. Uno sfascio culturale e psicologico, sociale ed economico, senza precedenti. Anche se per decenni ci avevano imbottito la testa dicendo che le società più moderne, più civili fanno meno figli; sono le popolazioni arretrate, succubi della religione, a procreare. Ora, invece, l’“arretrato” sud scavalca perfino il nord nella denatalità.

La seconda emergenza che viene presentata come una conquista è la fuga dei ragazzi all’estero. Una fuga non paragonabile ai flussi emigratori di altre epoche perché a partire stavolta non sono i poveri e i meno istruiti, ma di solito, chi ha titoli di studio superiori, lauree e master in economia e ingegneria, ricercatori, pionieri. Ora, ammesso che la fuga all’estero dei ragazzi sia dal punto di vista soggettivo un vantaggio per loro e un segno della loro mentalità globale, da cittadini del mondo, generazione Erasmus-Ryanair, di certo la loro partenza impoverisce l’Italia, a cominciare dal sud, spezza le famiglie, svuota le nostre città, ridotte a ricovero d’anziani e di migranti.

E qui veniamo alla terza emergenza, quella dei migranti. I flussi sono stati contenuti dalla politica di Salvini, s’è trattato di risposte efficaci ma simboliche; non di una radicale, ampia strategia di risposta. Dalla parte dei flussi migratori non c’è solo la Chiesa di Bergoglio e Mattarella, c’è una macchina da guerra che potremmo riassumere nella sigla MMS: Magistratura, Media, Sinistra.

Anzi se dovessimo fare una graduatoria, dovremmo dire che il pericolo principale dei flussi migratori non proviene dagli stessi migranti, e nemmeno dagli impresari dei loro sbarchi, dagli scafisti alle Ong, ma sono i magistrati, sono le corti, sono le loro sentenze. Che criminalizzano chi vuol far rispettare la legge e le frontiere, come è previsto anche dalla Costituzione, e aprono ogni giorno a colpi di sentenze, varchi per il loro ingresso, ora perché omosessuali ora perché sfuggiti a qualunque disagio, non solo guerra e carestia, ora perché l’onere della prova di essere fuggiti per la situazione di pericolo non spetta più a chi chiede asilo ma a chi deve valutarlo. Altrimenti vale la loro autoattestazione. Non sono i clandestini, gli irregolari, a doversi giustificare ma i magistrati, i sindaci, i prefetti in caso decidano di rispedirli. Una situazione assurda, da incubo e da farsa, in cui il Delitto è a norma di legge e la norma diventa Delitto, insieme con la sovranità e la tutela dei confini e di chi vi abita dentro.

Il problema, dunque, non è solo quello dei migranti che ora potrebbero riprendere gli sbarchi col favore dell’estate, della crisi libica, delle espulsioni tedesche e dei giudici, ma è triplice: se non nascono più figli e se quelli che nascono se ne vanno dall’Italia, i flussi migratori sono la mazzata finale, la sostituzione di popolo una volta evacuati gli italiani, l’estrema unzione alla nostra civiltà. Lì finisce l’Italia, ma sul serio. E rispetto al titolo già pessimistico del libro di Prezzolini diventa sempre più difficile indicare “quel che resta”. L’Italia finisce punto e basta.

Fonte: Marcello Veneziani

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La guerra che ci fanno

«Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre». A dirlo, nel lontano 1858, fu il presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln. E da allora l’apparato politico-militare del suo Paese deve averlo preso molto sul serio, garantendo la difesa degli interessi di un pugno di industriali, possidenti e speculatori grazie a un esercito dotato di una forza d’urto senza precedenti nella storia dell’umanità. Ma se non esiste luogo del mondo che non sia costretto a fare amaramente i conti con i colonizzatori del pianeta, Raúl Capote spiega come la forza delle armi sia in realtà subordinata all’uso di una forza ancora più grande: la forza espressa grazie alla cultura, alla musica, ai mezzi d’informazione e alla propaganda, vale a dire la vera arma segreta – spesso invisibile – di cui di servono gli Stati Uniti. Passando in rassegna quella che è la lunga storia di colonizzazione culturale a stelle e a strisce e forte della sua personale esperienza di ex agente segreto infiltrato nella CIA, Capote dà voce alla storia mai raccontata della dominazione statunitense sul resto del mondo e, in modo particolare, su Cuba e l’America Latina. La storia di una guerra sporca, capace di strumentalizzare, corrompere e piegare ai propri fini interi movimenti giovanili e prestigiose istituzioni culturali. Ma, allo stesso tempo, anche il punto debole dell’ideologia consumistica che pervade e corrompe l’imperialismo degli USA, contro cui questo libro è stato scritto e pubblicato.

La guerra che ci fanno. La storia mai raccontata della CIA e della dominazione statunitense sul resto del mondo,
di Raúl Antonio Capote.
A cura di Claudia Proietti, Red Star Press, pp. 256, € 16

Raúl Antonio Capote, nato a L’Avana nel 1961, dal 1990 al 2000 riesce a infiltrarsi nella CIA, contribuendo così a depotenziare le manovre con le quali gli Stati Uniti tentano di destabilizzare Cuba.
Professore di storia, cultura e letteratura cubana, ha pubblicato, tra le altre cose, il libro Un altro agente a L’Avana (2015), dedicato alla sua esperienza di agente segreto.

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Cattocomunismo

https://www.amazon.it/Come-guarire-cattocomunismo-Renzo-Giorgetti/dp/8833050734/ref=as_li_ss_tl?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=come+guarire+dal+cattocomunismo&qid=1556361969&s=books&sr=1-1-fkmrnull&linkCode=ll1&tag=terzapaginain-21&linkId=ce4021d294ee7ae7ff5d67c65c44f0ef&language=it_IT

Giorgetti accompagna velocemente il lettore a identificare come lo scopo principale del cattocomunismo, nella odierna forma ancor più virulenta, sia quello di uniformare le menti: “Il livellamento che si propone oggi è subdolo, perché si cela dietro un velo di buonismo, di piagnonismo, di umanitarismo: così facendo si deprime il singolo contemporaneamente danneggiando anche la società” (8). È ovvio che l’autore sa bene che la maggior parte delle persone non conosce le origini di questo male. Pertanto, egli giustamente fornisce delle esaustive informazioni storiche sulla genesi di questo paradossale fenomeno, il quale porta assieme due mondi che in teoria dovrebbero essere antagonisti, ma che, sciaguratamente, in quella che i tradizionalisti sogliono chiamare la “Coda del Kali Yuga”, si trovano fusi in un unico deviante pensiero. Il cattocomunismo nasce nei primi anni ’40 del Novecento. Figura di spicco per la creazione di questo movimento fu Franco Rodano (1920 – 1983), allora studente universitario e membro della suddetta Azione Cattolica, che negli anni è stata una: “[…] mescolanza delle ipocrisie social-pretesche” e che: “darà infine origine a quella atmosfera melensa, dolciastra e velenosa che costituisce il senso comune ancor oggi dominante” (31-32). L’infausto impegno politico di Rodano fu capace di insinuare nella parte intellettualmente debole del Cristianesimo le sue personali convinzioni marxiste. Eppure, alla ideologia cattocomunista non sono state risparmiate critiche feroci; è il caso di Don Gianni Baget Bozzo. Questo enigmatico, ma pur sempre dotto sacerdote, non lesinò possenti bordate a quel gruppo di cristiani di sinistra che tentava e tenta tuttora di imporre la propria morale in Italia, stigmatizzandone non solo le storture, ma segnatamente la assurdità della loro stessa esistenza, quando: “un comunismo senza rivoluzione diventa omologo a un cattolicesimo senza cristianità” (31). In definitiva, Bozzo ci fa notare che quello che potremmo tranquillamente etichettare come il “peggio di due mondi” sta alla radice del processo di degenerescenza della Chiesa. Tale profonda crisi, che pare essere irreversibile, è causata da quello che in questo libro viene chiamato il: “dialogo con il mondo” (51). Ragionandoci su, non può non venire tosto in mente quello che sentiamo a ogni Angelus o predicazione bergogliana… via la teologia, in malora qualsivoglia richiamo ai doveri del fedele, e avanti, quasi a mo’ di un lavaggio del cervello, con una demagogia spicciola di peroniana memoria, ove non si chiede affatto di pregare seriamente – oramai pratica da reazionari – ma di accogliere, nonché di commiserare senza discernimento. Infine, tanto per ricondurre il tutto puntualmente a un dissacrante materialismo, il fatidico: “Buon pranzo”. Ragion per cui, Bergoglio dialogherà pure con il mondo, ma non certo con i cattolici!

Smascherare le menzogne del Potere

In questo volumetto di battaglia vi è una messa a nudo delle menzogne che ci propinano oggi i sedicenti buonisti. Già, poiché dietro il dogma della eguaglianza, si cela subdolamente quel “bastardismo universale” (39) tanto caro al Conte austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi (1894 – 1972), latore del “Paneuropäismus”. Il semplice fatto che la teologia contemporanea possa rimandare anche solo lontanamente a una figura oscura, nel senso quasi tolkieniano del termine, come Kalergi ci dà il polso di una situazione a nostro avviso assai drammatica. Ciononostante, il coraggio che caratterizza questo libro pulsa insistentemente; in esso arde il desiderio di smascherare le bugie veicolate dal Sistema. In effetti, in molte chiese e parrocchie, invece di tentare di offrire al credente una corretta comprensione riguardo alla morigeratezza del Cristianesimo autentico, numerosi preti, in piena sintonia con Bergoglio, si perdono in: “[…] vaniloqui sui poveri, gli ultimi e i derelitti di ogni risma che dovrebbero essere dei privilegiati sic et simpliciter, addirittura protagonisti dell’insegnamento evangelico nonché destinatari di ogni cura e preoccupazione in maniera aprioristica” (54). E non importa nemmeno che questi “ultimi” siano cattolici, alla insegna di una manifesta volontà di contaminazione, la quale non può che portare all’annientamento della Chiesa stessa. Si spera veramente che nessuno voglia ciò, ma non pare che ci sia all’orizzonte un movimento di opposizione a tale deriva. Che il Vaticano diventi uno Stato come tanti, e il Cristianesimo materia di cinico dibattito politico e non spirituale, questo crea inevitabilmente una condizione di malessere nel fedele; e tutto ciò sta avvenendo davanti ai nostri occhi.    

Ricordiamoci che parliamo di una pericolosa “malattia”

È comunque importante ricordare l’idea cardine su cui si basa la riflessione di Giorgetti e alla quale si è accennato all’inizio di questo scritto. Ovvero, che il cattocomunismo vada considerato alla stessa stregua di una malattia endemica, la principale patologia dell’Italia moderna, come viene indicato persino nel titolo del Primo Capitolo del libro (19), nel quale si illustra il perché sia necessario reputare il cattocomunismo un malanno sociale: “Avendo rilevato l’esistenza di un mondo mentale, psichico, altrettanto naturale e quindi ‘fisico” di quello comunemente detto materiale, si potrà altresì considerare l’esistenza di malattie riguardanti questa realtà, malattie che non avendo causa diretta in fattori concreti, abbiano un’esistenza tuttavia tangibile” (23). Non possiamo che condividere tale posizione, giacché questo “morbo invisibile” dal Secondo Dopoguerra in poi si è insinuato in profondità non solo nella cultura del nostro Paese, ma anche negli apparati dello Stato, i quali ritengono di potersi sostituire impunemente alla volontà del Popolo, in virtù di una auto-imposta conoscenza di ciò che è bene per il cittadino. In breve, parliamo della solita e insopportabile “superiorità morale” di quella parte minoritaria della Nazione, che tuttavia vuol contare più della maggioranza. E su questo argomento, possiamo consigliare un altro lavoro sempre di Giorgetti: Demofagia (Chieti, Solfanelli, 2017), in cui si spiega in modo articolato quello che Mark Twain (all’anagrafe: Samuel Langhorne Clemens, 1835 – 1910), quindi non un “pericoloso” sovranista, riuscì a racchiudere in poche e atrocemente vere parole: “Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare”.

estratto da http://www.barbadillo.it/82206-libri-come-guarire-dal-cattocomunismo-di-giorgetti/

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La morte della borghesia

E abbiamo 500 mila giovani adulti tra i 30 e i 34 anni che non hanno mai lavorato: rischiano di diventare degli esclusi permanenti non solo dal lavoro, ma anche dalla possibilità di costruirsi una vita”. Il risultato è che l’incidenza della povertà oggi è molto più alta tra bambini e giovani che tra gli anziani. Un milione e 200 mila minorenni fanno parte di famiglie che non sono in grado di comprare beni e servizi indispensabili per una vita accettabile. “Un bambino che vive per anni in povertà”, avverte Sabbadini, “ha molte probabilità di restare povero da grande: accumula svantaggi fin da piccolo e vede ridursi le proprie chance di mobilità sociale”.

Il quadro è oggettivamente complesso e bisogna dire che la sovrabbondanza dei dati statistici e delle testimonianze, offerte da “Millenium”, aiuta solo in parte, soprattutto  laddove non affronta alcuni dei nodi culturali del problema. A cominciare dalla distinzione tra borghesia e ceto medio.

Giuseppe De Rita, che sul tema ci aggiorna da decenni, sostiene che la borghesia in Italia non c’è, surrogata dal ceto medio. La differenza? La borghesia ha coscienza di sé e delle sue responsabilità sociali, il ceto medio ripiega nell’egoismo. Allargando la visione si può dire che alla borghesia manchi  la consapevolezza del proprio ruolo culturale, capace di informare, di dare forma, all’intera società. Per questo, oggi, forse non è morta, ma certamente rischia l’agonia.

Storicamente la borghesia propriamente detta era la classe dei diritti, ma soprattutto dei doveri. Era la paladina della famiglia. Credeva nella Patria e ad essa arrivava ad immolare  i propri figli, trovando così una nuova legittimità sociale  e politica (dalle guerre risorgimentali al primo conflitto mondiale, dal fascismo alla Ricostruzione). Era una borghesia “etica”, in cui il culto del lavoro e dell’intrapresa si sposava con il ruolo pubblico, secondo una visione nazionale del sacrificio.

Oggi, sempre più spesso, essa  parla “al singolare”, in ragione di un’ identità borghese che esaurisce nella sfera individuale l’essenza dell’essere moderno.  Riduzionismo e particolarismo ne sono i corollari esistenziali: un riduzionismo dai forti tratti consumistici, un particolarismo economicistico ed un relativismo etico  che paiono essere diventati le ragioni ultime ed essenziali del finalismo borghese, surrogato dal ceto medio.

Di questa crisi occorre prendere coscienza per le sue conseguenze diffuse, laddove, nei secoli,  l’ orizzonte borghese e la sua composizione sociale sono andati  ben al di là delle analisi di chi identificava  la borghesia come “la classe dei capitalisti moderni, che sono proprietari dei mezzi di produzione e impiegano lavoro salariato” (Marx ed Engels),  comprendendo invece ceti professionali, tecnici dei servizi e della burocrazia statale, lavoratori del commercio, esponenti della cultura e quanti operano  nel mondo dell’Istruzione. Perciò si può dire che una “buona”  borghesia (culturalmente motivata) serva a tutti, anche per tenere vivo ed alto il confronto (non necessariamente lo scontro) sociale e culturale. I sindacalisti rivoluzionari, agli inizi del XX Secolo, lo avevano ben capito, quando chiedevano alla borghesia dell’epoca, stanca ed incerta anche allora,  di uscire fuori dai suoi piccoli confini, dall’appagamento individualistico, accettando le sfide della modernità, all’interno di un’organica visione nazionale.

http://www.barbadillo.it/81998-focus-la-borghesia-assopita-nel-nuovo-millennio-perche-risvegliare-lorizzonte-di-classe/

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Medice cura te ipsum

Incontro con l’autore lunedi’ 25 marzo 2019 ore 17

Se penso che. Un manifesto contro il nichilismo e l’indifferenza

Presentazione del libro di Fosco Foglietta

Grafikamente editore in Forlì, 2018
Partecipano il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani e la senatrice Paola Boldrini.
L’autore è noto ai ferraresi per la sua attività di direttore generale dell’azienda U.S.L. della città dal 2002 al 2010. Ha sempre lavorato nel settore della sanità e dei servizi sociali, anche a Cesena e a Bologna, poi è stato presidente di CUP 2000 SpA. Il volume prende spunto dall’esperienza professionale e umana dell’autore per affrontare le tematiche che la società contemporanea sta vivendo. Cerca di sottolineare il bisogno del risveglio dell’etica attraverso le conoscenze delle realtà complesse e i modi di concepire ed esercitare il potere (con l’evidente crisi delle “élites”) con l’obiettivo di aver sempre presente la qualità della vita e la dignità dell’uomo.

La tredicesima Musa

Incontro con l’autore martedi’ 26 marzo 2019 ore 17

La tredicesima musa

Presentazione del libro di Carlo Degli Andreasi

La Carmelina Edizioni, 2019
Questo romanzo è un delicato abominio, è l’ennesimo viaggio-racconto di cui non si avverte la necessità, un esercizio d’arbitrio, una nuvola di parole inconsistente come il fumo; lo stesso fumo che dai sigari rituali dei sacerdoti Maya, saliva agli spiriti divini per portare loro una preghiera. Un’epoca, la seconda metà degli anni 70 del XX secolo; un’età, i 18 anni del giovane improbabile Odisseo; un luogo non-luogo, Genova, limite oltre il quale si apre solo un mare “mentale” con le sue sirene. Il viaggio e la notte sono inscindibili in questo racconto-arca, dieci ore di tragitto interminabili tra la metafisica Ferrara e l’inesplicabile Genova, una “via crucis” pagana fatta di attesa di coincidenze e ritardi incomprensibili. Un viaggio in treno, ma forse è meglio dire un viaggio su binari, per quel senso di inevitabile ed obbligato che riassumono in sé un itinerario, per l’appunto, che si dipana nell&# 39;arco di una notte per andare da “lei”. Infine si presenta lei “la fine del tempo” con la sua sensualità, le sue sigarette Turmac, i suoi occhi di specchio d’argento.
L’autore dice di sé: “La mia origine da due famiglie, una toscana e l’altra ferrarese entrambe antiche, sono tutt’ora motivo di complessità nella mia immaginazione che mi sostiene in ogni azzardo. A mio padre devo l’amore per la lettura e il piacere di generare racconti. La Letteratura è una nave e al contempo il mare che solca, è un viaggio inquieto che ho intrapreso dalle prime letture, un viaggio che continua imprevedibile. Sono un estimatore del pensiero libero da vincoli razionalisti o metafisici, perché credo nella “complessità”, nella forza del simbolo e della metafora. Sono assertore che in ogni evento esiste un equilibrio, una forma aurea, percepibile a determinate condizioni, nascoste in tutta evidenza dal divino prestigiatore, a noi il piacere della rivelazione.”

Incontro con l’autore mercoledi’ 27 marzo 2019 ore 17

È tornato il cane nero. Gli enigmi di Camilla Faà

Presentazione del libro di Cinzia Montagna

Dialoga con l’Autrice Nicoletta Zucchini (Gruppo Scrittori Ferraresi)
I Marchesi del Monferrato Editore, 2014
A due anni da “Nec ferro nec igne – Nel segno di Camilla” di Cinzia Montagna, il Circolo Culturale “I Marchesi del Monferrato” propone un aggiornamento su quanto accaduto dopo la pubblicazione del primo libro dedicato a Camilla Faà, contessa di Bruno (1599 – 1662). Il titolo “E’ tornato il cane nero” si riferisce all’elemento più clamoroso conseguente alla pubblicazione del 2012: il restauro del ritratto di Camilla, condotto nel 2013, ha svelato l’esistenza di un cane nero dipinto accanto alla contessina. Il cane fu nascosto da interventi pittorici dei quali non è stato ancora possibile ricostruire sinora né la motivazione né la datazione. E’ questo uno degli enigmi che trovano sviluppo nel libro scritto dalla Montagna, oltre all’esistenza di due ritratti di bambini, l’uno conservato a Bruno e l’altro a Torino, del tutto simili come posa e abbigliamento ma diversi per caratteristiche somatiche. E ancora: quante sono realmente le sepolture del Chiostro del Corpus Domini di Ferrara, dove la tomba di Camilla è posta accanto a quella di Lucrezia Borgia? La contessina morì davvero nel 1662 oppure la data è il risultato di un’errata interpretazione dell’epigrafe fatta incidere dalle nipoti in sua memoria? Perché la rivale di Camilla, Caterina De’ Medici, la vera moglie del Duca Ferdinando Gonzaga, ebbe così a cuore la sorte del suo figliastro, Giacinto, nato da Camilla e Ferdinando? Il romanzo cerca di rispondere a tali interrogativi, senza però dimenticare il filo conduttore che dà nome alla Collana: Gridonia, il piccolo petauro dello zucchero che l’animaletto da compagnia della voce narrante, torna anche in questo romanzo, lasciando però i lettori con il fiato sospeso sino alle ultime pagine.
Cinzia Montagna è giornalista e lavora in ambito enogastronomico. E’ laureata in Teoria e Storia della Storiografia presso l’Università degli Studi di Pavia sulle tecniche narrative storiche e d’invenzione. Fra le sue pubblicazioni di tema storico e saggistico, aggiornamento e completamento del volume di L.Mastropietro, Santa Giuletta, storia, popolazione ed economia, Oi Petres, Pavia, 1990; Osasco, un paese, una storia – Comune di Osasco, dicembre 2004; Mario Campagnoli, l’uomo, la Dc e la Coldiretti, Casteggio, settembre 2005; Terre Pavesi, Provincia di Pavia, Ed. Sangiorgio – Genova, luglio 2005; Oltrepò, dove le vigne e le colline disegnano il cielo in Marketing Culturale – Valorizzazione di istituzioni culturali – Strategie di Promozione del Territorio, Franco Angeli Ed., Milano 2006. Suoi numerosi racconti di fantas cienza sociale pubblicati in “Futuro Europa” – Rassegna Europea di SF, Perseo, Bologna.

Conferenze e Convegni giovedi’ 28 marzo 2019 ore 17

Le parole del benessere

Conferenza di Chiara Baratelli

Introduce Antonio Moschi
Comunicare è un’abilità complessa che permette di condividere con gli altri informazioni, esperienze, vissuti e, soprattutto, di costruire relazioni significative. Tuttavia, molte volte la comunicazione può dar luogo a fraintendimenti, incomprensioni fino ad arrivare in talune occasioni alla rottura del rapporto con l’altro. Pensiamo ai conflitti che nascono con i colleghi di lavoro, con i familiari, con gli amici, con il partner. E’ nell’esperienza di ciascuno non sentirsi realmente ascoltati e capiti, con il risultato di avvertire un profondo senso di solitudine, in modo particolare quando si è alle prese con esperienze dolorose o problemi importanti. Le parole sono importanti per il benessere individuale e sociale e di questo si parlerà.
Chiara Baratelli è Psicoanalista Psicoterapeuta. Si è specializzata come Psicoanalista nel 2004 all’Istituto Freudiano per la terapia, la clinica e la scienza di Roma, Scuola Psicoanalitica a orientamento lacaniano. Nel 2010 si è formata come Sessuologa clinica al CIS, Centro Italiano di Sessuologia di Bologna per la cura dei disturbi sessuali. Si occupa anche di formazione svolgendo attività di docenza sulle tematiche della comunicazione, organizzazione aziendale, educazione al ruolo, bilancio di competenze, elaborazione del lutto e accoglimento dei docenti presso enti di Formazione accreditati. E’ operatore di Training Autogeno e ha svolto numerosi interventi di prevenzione e sensibilizzazione sui disturbi alimentari nelle scuole medie e superiori del Veneto e dell’Emilia Romagna.
Per il ciclo “I colori della conoscenza” a cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Incontro con l’autore venerdi’ 29 marzo 2019 ore 17

Il moto delle cose

Presentazione del libro di Giancarlo Pontiggia

Introduce Angelo Andreotti
Mondadori, 2017
Pubblicato nella prestigiosa collana dello Specchio, Il moto delle cose di Giancarlo Pontiggia è una poesia di pensiero, ma alimentata da un’immaginazione fervida eppure controllata, che lascia spazio all’emozione nel suo sentire e osservare il mondo, un’emozione che si trasmette al lettore e che increspa l’attenta tessitura del verso. Quella di Pontiggia è una pronuncia impeccabile e limpida, classica, che talvolta si apre a lievi volute sonore, in giochi fonici o in eleganti armonie sottili, come sottile e profonda è la sua perlustrazione poetica dell’esserci e del mondo.
Giancarlo Pontiggia (Seregno 1952) ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Con parole remote (Guanda, 1998), Bosco del tempo (Guanda, 2005) – poi confluite in Origini (Interlinea, 2015) – e infine Il moto delle cose (Mondadori, 2017). Per il teatro ha scritto Stazioni (Nuova Editrice Magenta, 2010) e Ades. Tetralogia del sottosuolo (Neos, 2017). Saggi di poetica e riflessioni sulla letteratura si trovano nei volumi Contro il Romanticismo (Medusa, 2002), Lo stadio di Nemea (Moretti&Vitali, 2013), Undici dialoghi sulla poesia (La Vita Felice, 2014). Dal francese ha tradotto Bonnefoy, Céline, Mallarmé, Sade, Supervielle, Valéry, e dalle lingue classiche Rutilio Namaziano, Pindaro, Sallustio.
A cura del Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara

Argomenti vari, Società

Anniversari

Insomma: la faccenda Sessantotto è più complessa di come viene raccontata e ricordata. Per fortuna, in questo strano anniversario, è stato pubblicato anche un libro che da ragione di questa complessità. Si tratta de Il Sessantotto. Magie, Veleni & Incantesimi SPA (Solfanelli, Chieti) di Danilo Fabbroni. Un’opera che dà ragione di questa complessità riportando una mole immensa di notizie, nomi e fatti che amplifica a dismisura l’orizzonte del Sessantotto. Non si tratta di un libro complottista: non nomina (né allude ad) alcun «grande vecchio» e, a dir la verità, non parla nemmeno di complotti. Piuttosto, fissa su carta una serie di puntini, lasciando al lettore la facoltà di unirli per far emergere un disegno. Non è quindi, un libro di facile lettura. Tuttavia aiuta a comprendere la complessità e la vastità della realtà sociale e politica nella quale siamo immersi e, di conseguenza, ad evitare manicheismi e semplificazioni eccessive.

 

Al seguente link si può assistere alla presentazione che Danilo Fabbroni ha tenuto presso la Domus Orobica: https://www.youtube.com/watch?v=hPVAV6-oUwU&t=112s

 

Roberto Marchesini

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Paolo Giatti, OFFERTA FORMATIVA E OFFERTA OCCUPAZIONALE NEL TERRITORIO DEL COMUNE DI BONDENO, 1994

Di questi tempi sarebbe improponibile: ” E’ oggettivamente una generazione di vittime, a partire dal materialismo pratico, dall’indifferenza a principi stabili come a vite radicate in un luogo ed in destino. Vittime dell’istruita ignoranza in cui sono stati cresciuti, della falsa equivalenza di ogni valore, della tolleranza di tutto senza giudizio di merito, diseducati alla riflessione, inclini al disprezzo per il sacrificio, trascinano la vita in un individualismo massificato il cui esito è il cinismo, la competizione ad ogni costo, la logica dei “vincenti”, la strumentalità e fungibilità dei rapporti” Roberto Pecchioli

https://www.scribd.com/document/369347507/Capitolo-III

Argomenti vari

Capitale e migrazioni

Per distinguersi dalla cacofonia di voci che interpretano le migrazioni di massa come un portato di una generica “globalizzazione capitalista”, facciamo uscire per le nostre edizioni un saggio chiarificatore di Franco Soldani, che addita le determinanti interne del fenomeno nelle decennali evoluzioni del capitale transnazionale e, in particolare, nei “giochi” della sua frazione attualmente dominante, il capitale finanziario a trazione statunitense.

Dalla subordinazione economica inaugurata su scala planetaria nel secondo dopoguerra fino alla costruzione del sistema di sottomissione finanziaria sotto la regia della FED, del FMI e della Banca mondiale (a partire dai famigerati “piani di aggiustamento strutturale”), si pongono le basi per la destabilizzazione permanente delle aree e dei paesi dominati (in Africa come in Asia ed America del Sud), facendo nel contempo ricorso, appena un qualche “ostacolo” appare all’orizzonte, all’infiltrazione cognitiva, alla “formazione” culturale delle classi dirigenti locali e alle guerre a bassa intensità e per procura.

E’ da questo brodo di coltura che si originano le successive e le attuali migrazioni di massa, compresa quella quota che si dirige verso il nostro paese. Una visione di questo tipo non è rintracciabile in nessuna delle posizioni che si contendono il davanti della scena nel dibattito sui fenomeni migratori che pare infuriare sui Megamedia occidentali: già solo per questa ragione varrebbe la pena approcciare la lettura di questo saggio.

Da non sottovalutare, poi, in questo quadro, la ricostruzione del ruolo della Cina quale terra d’elezione del capitale transnazionale, perno della “cheap labour economy” e “fabbrica del mondo”, dove una migrazione interna di trecento milioni di lavoratori supporta un processo di accumulazione di capitale la cui scala è cinese soltanto per la sua collocazione, coinvolgendo più in profondità i settori di punta del capitale finanziario (con tutti i ciclopici apparati della sua tecnoscienza).

Un’analisi quella del saggio che del resto si sviluppa nel solco del suo Geopolitica planetaria dell’impero.

Un volume unico di 224 pagine.

13 €

Può essere prenotato e ordinato scrivendo a: edizionif@faremondo.org

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https://www.controinformazione.info/esce-da-faremondo-capitale-transnazionale-e-migrazioni-di-massa/

Argomenti vari, conferenza

Una geografia per la storia

lunedì 5 novembre 2018 ore 17

Biblioteca Ariostea Via delle Scienze, 17 Ferrara
Sala Agnelli

Presentazione del libro di Massimo Rossi

Edito da Fondazione Benetton studi e ricerche con Antiga edizioni (Treviso, 2016)
Dialogano con l’Autore Franco Cazzola e Anna Quarzi
Letture di Cristina Rossi
Nel Centenario della Grande Guerra porsi questo interrogativo significa riconsiderare il ruolo e il potere che ebbe il sapere geografico tra fine Ottocento e inizi Novecento, l’età dei nazionalismi, quando elaborare la carta della giovane nazione italiana significava esprimere speranze di redenzioni territoriali attraverso il disegno di nuovi confini. Ma la deriva nazionalistica impose anche nuovi nomi a luoghi e monti cambiando addirittura genere ai fiumi (la Piave/il Piave) semplificando un intenso dibattito che vide come protagonista il trentino Cesare Battisti.
Massimo Rossi, geografo storico, si è laureato con lode in Lettere all’Università di Ferrara e ha conseguito il dottorato di ricerca in Geografia storica presso l’Università di Genova. Vincitore di una borsa di studio della Newberry Library di Chicago, ha lavorato all’Istituto di studi rinascimentali di Ferrara come coordinatore dell’Archivio storico della cartografia estense. Ha insegnato Geografia allo IUAV di Venezia e all’Università di Ferrara. Socio della Deputazione di Storia Patria per le Venezie e membro del direttivo nazionale del Centro Italiano per gli Studi Storico-Geografici, è responsabile della Cartoteca e dell’area di ricerca Studi geografici della Fondazione Benetton Studi Ricerche di Treviso.
A cura della Deputazione Ferrarese di Storia Patria e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Spirito libero. Un giornalismo senza padrini né padroni

martedì 6 novembre 2018 ore 17

Biblioteca Ariostea Via delle Scienze, 17 Ferrara
Sala Agnelli

Presentazione del libro di Sergio Gessi

Prefazione di Paolo Pagliaro
Faust Edizioni, 2018
Ne parlano con l’autore Dalia Bighinati e Lucia Marchetti.
Sarà presente l’editore Fausto Bassini.
Il buon giornalismo richiede lucidità di analisi, capacità interpretativa, autonomia di pensiero e di giudizio, indipendenza intesa nella sua più ampia accezione. Serve, in sostanza, uno spirito libero e intraprendente, curioso e incoercibile per sostenere l’impegno di chi ha compito e dovere di presentare ai lettori non solo un’onesta ricostruzione dei fatti, ma anche plausibili interpretazioni, utili a comprendere il significato più ampio e profondo degli accadimenti e a desumere da essi la consapevolezza della realtà e del mondo in cui viviamo. Questo volume raccoglie riflessioni, interviste, storie di per sé significative e al contempo emblematiche e rappresentative di realtà più ampie, delle quali gli avvenimenti narrati sono specchio. Ferrara è attrice principale, ma in questo teatro entrano personaggi che evocano vicende di vasto interesse, nazionale e internazionale.
Dalla prefazione di Paolo Pagliaro: “Nel libro sono raccolti articoli, commenti, interviste che affrontano diverse questioni di interesse generale: dal tramonto delle ideologie alla rivoluzione digitale, dall’Islam alle migrazioni. Ma sullo sfondo o al centro c’è quasi sempre Ferrara. Un luogo dell’anima, si direbbe, ma anche l’archetipo della città mutevole, che si lascia amare ma non possedere. Che sorprende, scuote, tradisce”.
Sergio Gessi, 53 anni, è giornalista professionista dal 1993. Inizia a scrivere giovanissimo, a Ferrara, sua città di origine, sulle pagine locali del Resto del Carlino, dell’Unità e della Nuova Ferrara. Pubblica, fra gli altri, su il Manifesto, Cuore, la Nuova Venezia, il Sole 24 ore, Avvenimenti, Gambero Rosso e collabora con l’emittente televisiva Italia 7 Gold. Nel 1992 è assunto al quotidiano La Cronaca di Verona. In seguito (fra il 2002 e il 2009) è capo ufficio stampa del Comune di Ferrara e nel 2013 fonda il quotidiano online Ferraraitalia.it che tuttora dirige. Dalla metà degli anni ‘90 svolge anche attività di formazione e aggiornamento professionale per Ordini dei Giornalisti e Associazioni stampa in Valle d’Aosta, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Marche, Umbria, Basilicata. È docente universitario, dapprima a Bologna e allo Iulm di Milano poi, dal 2002, all’Università di Ferrara (ove tiene i corsi di Analisi del linguaggio giornalistico, Teorie e tecniche delle pubbliche relazioni, Etica della comunicazione e dell’informazione). Ha due figli, Emanuele ed Efrem.

#I love videogame: accompagniamo i giovani nel mondo videoludico

Mercoledì 7 novembre 2018 ore 16,30

Biblioteca Giorgio Bassani Via G. Grosoli, 42 (Barco) Ferrara
Auditorium

Laboratorio per ragazzi per l’uso consapevole dei videogiochi

– Come sono fatti i videogiochi?#game_education
– Le regole per giocare online e offline#sicurezzadigitale
– Creiamo un videogioco:-)#digitalskills

Tra le iniziative organizzate in occasione dell’International Games Week 2018, la Biblioteca G. Bassani in collaborazione con Digitalmente.Me promuove un laboratorio, condotto da Luca Berti,  per educare i giovanissimi (10-13 anni) ad un utilizzo sano e consapevole dei videogiochi.
La partecipazione è gratuita, ma è richiesta l’iscrizione al fine di una migliore organizzazione dell’attività.
Per informazioni e prenotazioni rivolgersi alla biblioteca Bassani al numero 0532797414 o inviare mail a info.bassani@comune.fe.it.