Argomenti vari, mostra, mostre

Ricominciamo

RICOMINCIAMO DAL FUTURO
Le opere di Michelangelo Miani verranno esposte dal 24 al 30 settembre 2012, nei
locali al pianterreno.
Mostra di fotografia “Ambiente (e) Futuro: Scatti liberi”
Narrativa di Fantascienza: il futuro, l’ambiente, il viaggio nel tempo.
PROGRAMMA
SABATO 22 SETTEMBRE
POMERIGGIO
16-19 Seminario PRIMIT , relatore Sandro Pascucci
16.00 : 16.30 = breve storia della moneta (nascita della moneta, medioevo, banche
centrali)
16.30 : 17.00 = situazione monetaria attuale (banche centrali e politici collusi)
pausa 10 minuti
17.10 : 18.00 = come recuperare la sovranità monetaria (proposte tecniche)
18.00 : 18:50 = pericoli sociali di non intervento (dibattito)
19.00 = fine lavori
SERA
20.30 Retrofuturo: Uomini e lavoro alla Olivetti, una occasione mancata
DOMENICA 23 SETTEMBRE
MATTINA
10.30 “Arcipelago SCEC: per una economia a misura d’Uomo” Presenta Lisa
Bortolotti, responsabile regionale dell’associazione
POMERIGGIO
16 “GDR (Giocare, Divertirsi, Riflettere)”
Filmato “Si Gioca: La Crisi” (2012) Reloaded (coordinatore Gian Luca Balestra;
interverranno Francesco Giombini, Gianluca Maragno, Antonella Chinaglia)
Argomento: si parlerà del gioco e dei giochi disponibili (prevalentemente a sfondo
economico)
(a cura dell’associazione “Spigoli & Culture” di Ferrara e della ludoteca di Bondeno)
SERA
20.30 Serata ludoteca con giochi di economia (Acquire, Le Havre, Coloni di Catari,
Power Grid ecc.)
SABATO 29 SETTEMBRE
15.30 Apertura lavori, presentazione delle Associazioni Culturali “L°araba Fenice di
Bondeno” e “La Fenice” di Bergamo, lettura della lettera di sostegno del Collegio
Vescovile S. Alessandro di Bergamo.
15.45 LA FENICE: TRA MITO E STORIA (prof. Gian Paolo G. Scharf, Uninsubria,
Varese)
17.00 MEMORIE NON VOLATILI PER APPLICAZIONI SPAZIO – PROGETTI (Ing.
Cristiano Calligaro, RedCatDevices, Responsabile del progetto SkyFlash,
18.15 GUNDAM: ERA UN FUTURO POSSIBILE (dott. Luigi Mastromatteo, Liceo
Torricelli, Roma)
20.30 La ludoteca “I signori della nebbia” presenta VegeTables, un gioco di Daniele
Ferri. Sarà presente l’autore
DOMENICA 30 SETTEMBRE
MATTINA
10.00 Apertura dei lavori
10.15 Visita guidata agli ambienti della mostra
11.00 SCRIVERE DI FANTASCIENZA (Paolo Aresi, scrittore e giornalista, Eco di
Bergamo)
12.00 DOCTOR WHO: L’EMBLEMA DELLA SCI FI INGLESE, dal 1963 ai giorni nostri
(prof. Alessandro Gaj, European School of Economics, Università di Madrid)
POMERIGGIO
15.00 RINNOVARE L’ENERGIA DELL’ACQUA PER UN FUTURO MIGLIORE (prof.
Alberto Tripoli, Libera Università Nichols Flames, Bergamo)
16.15 STAPPA LA CREATIVITA’: INNOVARE “PRATICAMENTE” IN TEMPI DI CRISI
PER UN FUTURO MIGLIORE (Alessandra Mattioni, Life Coach – Lecce)
17.30 Controfuturi, ovvero come i Cigni neri governano le nostre vite.
(D.ssa Raffaella Trigona, Università di Bergamo)
SERA
20.30 Stefano Balestra presenta il suo film “Run Time”

Argomenti vari, Società

La grande livellatrice

https://amzn.to/2Xyu7Dw

Si può trovare una cura per la disuguaglianza che non sia peggio della malattia? Da quando gli esseri umani hanno iniziato a coltivare la terra, ad allevare bestiame e a trasmettere i loro beni ai figli, si è realizzata una ripartizione squilibrata delle risorse: in altri termini, la concentrazione del reddito ha proceduto di pari passo con la civilizzazione. Nel corso di migliaia di anni, solo quattro «forze» – come i cavalieri dell’apocalisse – si sono mostrate efficaci nel ridurre la disuguaglianza: le grandi guerre, il fallimento degli stati, le rivoluzioni e le epidemie. Tutti eventi traumatici. Oggi la violenza che ha limitato la disuguaglianza nel passato sembra essere diminuita, ma che ne è delle prospettive per un futuro più equo? Le politiche attuate negli ultimi cinquant’anni per combattere il fenomeno non hanno dato risultati concreti: al contrario, le disparità di reddito sono aumentate quasi ovunque nei paesi occidentali. Un certo grado di disuguaglianza, che la stabilità e l’economia di mercato comportano, è forse il prezzo da pagare per vivere pacificamente?

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Per pochi, non per tutti

Nel 2012, dopo il terremoto dell’Emilia, organizzammo a Bondeno una manifestazione che si articolò per due fine settimana comprendente mostra fotografica e incontri telematici (già allora) e in presenza:

http://ambientefuturo.info

Visto il nessun interesse da parte di un ipotetico pubblico, pensai di lasciare comunque una traccia con un blog visibile a tutti ma non pubblicizzato; ogni tanto qualcuno ci capita per caso:

https://terzapaginaweb.wordpress.com

Questa è la trilogia della settimana…

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Konrad Lorenz

Come stupirsi che gli ecologi siano considerati dei “sognatori nostalgici” quando ammoniscono che l’oro e il denaro sono soltanto dei simboli e che le materie prime necessarie alla vita, come l’aria pura e l’acqua non inquinata, presto non si potranno più acquistare neppure per tutto l’oro del mondo?». 

 Così scriveva Konrad Lorenz (1903-1989),  scienziato naturalista e filosofo ecologista, ne “Il declino dell’uomo” (Piano B, 2017, pp. 229, € 16). Pubblicato nel 1983, pochi anni prima della sua scomparsa e dopo dieci anni dal celebre “Gli otto peccati della nostra società”, il testo, che è un po’ la summa della sua attività di studioso e di ricercatore, è di una stringente attualità. Nessuno dei pericoli denunciati da Lorenz, dall’inquinamento alla distruzione degli spazi vitali, dalla sovrappopolazione alla perdita delle qualità umane proprie dell’uomo, dall’eccesso di competizione all’abnorme crescita economica è stato debitamente affrontato o minimamente risolto. 

“Il declino dell’uomo” di Konrad Lorenz

Vicolo cieco

L’umanità sembra aver imboccato, anzi, un vicolo cieco e la crescita quantitativa sembra porre termine alla evoluzione creatrice che ha da sempre contrassegnato la storia della natura e dell’uomo. Lo scientismo, vale a dire l’opinione che sia reale solo quello che si può misurare o quantificare, negando quindi valore all’esperienza soggettiva ed interiore, alle emozioni, ai sentimenti, è la concezione del mondo oggi dominante che ha portato ad uno svuotamento di senso e a una progressiva disumanizzazione.  Ma, contrariamente a quanto farebbe pensare il titolo, “Il declino dell’uomo” non è il libro di un pessimista. Ci sono, malgrado tutto, ragioni per essere ottimisti:

«Non dobbiamo dimenticare quanto sia recente la nostra capacità di avvertire i pericoli di disumanizzazione che ci minacciano. L’esempio della mia stessa evoluzione scientifica dimostra che fino a poco tempo fa neppure uno studioso abituato a pensare in termini biologici aveva chiari in mente i pericoli che ci minacciano. Gli ammonimenti di William Vogt contro l’incauta distruzione delle condizioni di equilibrio ecologico non mi avevano affatto convinto (…) È stato in fondo soltanto il libro di Rachel Carson, The silent spring (Primavera silenziosa), a destare la mia attenzione, spingendomi a scendere in campo contro la tecnocrazia. (…) Tutto a un tratto vidi con chiarezza che la fede ingenua nel progresso, l’eccesso di organizzazione, l’agglomerarsi di grandi masse umane in spazi ristretti, si combinano fra loro, formando un circolo vizioso e rafforzandosi reciprocamente. Finalmente vidi come siano stretti i rapporti fra la scomparsa dei lati umani dell’uomo e l’autoannientamento del genere umano.»

D’altronde, dove deve prendere un giovane i suoi ideali? 

«Quando un giovane cresce in città, in un ambiente esclusivamente dedito a interessi materiali, industriali o finanziari, non c’è da stupirsi se egli non vede nel proprio padre, per quanto successo abbia avuto e per quanta carriera abbia fatto, un modello da imitare; tanto più se il giovane si rende conto che questi uomini di successo, costantemente sulla soglia dell’infarto, subiscono forti stress e non sono per nulla felici. (…) Un giovane che cresca nelle zone più popolate di una moderna metropoli ha poche occasioni per conoscere la bellezza e l’armonia della creazione organica. (…) C’è da stupirsi se diventa cinico e afferma che “la vita è senza senso”?».

Sennonché la sensibilità per la bellezza e l’armonia della natura ha bisogno d’essere educata. E rivolgendosi alle giovani generazioni, su cui riposa la sua (e nostra) speranza di un mutamento dei valori oggi dominanti (che si riassumono nella corsa al guadagno e al successo), ma forse anche agli educatori illuminati, Lorenz dà un consiglio da scolpire a caratteri cubitali: «la miglior scuola nella quale un giovane possa apprendere che l’universo è dotato di senso è la pratica diretta con la natura.» 

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/konrad-lorenz-e-il-declino-dell-uomo-senza-ecologia

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Cos’è il lievito madre?

 

I lieviti che abbiamo a disposizione per ottenere pizza, pane e focacce sono:

-madre o pasta acida
-lievito di birra
-lievito istantaneo a base di cremortartaro
-bicarbonato di sodio

Il LIEVITO MADRE potrebbe essere definito un “impasto di farina e acqua lasciato fermentare spontaneamente, ovvero senza l’inoculazione di nuovi microbi fermentativi”. Questo significa che la pasta madre non necessita, dopo la creazione, di ulteriori aggiunte di lieviti o batteri. E’ infatti sufficiente che, periodicamente e con sistematicità, vengano alimentati i microorganismi in essa già presenti.
Il lievito madre è quindi un alimento VIVO che deve essere conservato nel rispetto dei batteri e dei miceti che lo compongono. Il lievito madre si mantiene grazie ad una sorta di “moto perpetuo” e potrebbe essere definito un lievito inesauribile!

Inoltre mentre il lievito di birra è costituito esclusivamente (o quasi) da lieviti Saccharomyces (prevalentemente cerevisiae) che lavora per fermentazione alcolica, il lievito madre possiede una maggior varietà di microorganismi attivi tra i quali, oltre ai lieviti (Saccharomyces e Candida), figurano alcuni batteri lattici omofermentanti (ovvero che producono solo acido lattico e anidride carbonica) ed eterofermentanti (ovvero che producono anche composti secondari come acido acetico, etanolo ecc.). Questi batteri, producendo anche acido lattico e acetico determinano “l’acidificazione della pasta” e sono responsabili di varie modificazioni nutrizionali, organolettiche e gustative del prodotto ottenuto col lievito madre.

I vantaggi dei lievitati con pasta madre:

-il gusto più ricco e intenso
-la durata maggiore del prodotto
-la riduzione a livello intestinale di un antinutriente chiamato acido fitico che riduce l’assorbimento di ferro e zinco

Come ravvivare o rinfrescare il lievito madre?

Prelevare la madre dal frigo e, per ridurre i tempi, metterla a bagno maria immergendo il vasetto in un pentolino di acqua a 35 -40 ° per 10 minuti circa.

Estrarre la madre dal vasetto, pesarla e inserire in una terrina il 60% del peso della madre di acqua  tiepida. Ad esempio, se la madre pesa 200 g, servono 120g di acqua tiepida .

Sciogliere la madre nell’acqua tiepida e aggiungere una quantità di farina pari al peso della madre. Non e’ necessario ravvivare sempre con la stessa farina , sono ben accette farine anche integrali.

Lavorare a mano fino a raggiungimento di consistenza e brevemente  l’impasto.

Dividere  in due parti la madre ravvivata:
-Una parte andrà nel vasetto chiuso subito e mettendolo in frigo dopo un paio d’ore.
-Avvolgere con la pellicola in una terrina l’altra parte e riporre in ambiente caldo e a temperatura costante di circa 23-25°C fino al triplo delle sue dimensioni iniziali.

E le farine? Facciamo chiarezza

Le farine si suddividono in tipo:

-00 e 0 che hanno completamente perso la CRUSCA ed il GERME DI GRANO, cioe’ la parte vitale del chicco per lasciar spazio unicamente ad amidi e zuccheri;
-1 e 2 che contengono una frazione di proteine e soprattutto fibre senza che queste siano separate meccanicamente dal germe;
integrale ottenuta dalla macinazione dell’intero chicco privato unicamente delle cuticole più esterne

ATTENZIONE: in commercio esistono anche farine e prodotti da forno integrali che in realtà sono prodotti con farina raffinata con aggiunta di crusca.

Cos’è il glutine?

Il glutine (dal latino gluten = colla) è un complesso alimentare costituito principalmente da proteine (gliadine e glutenine). Nei semi di origine, le proteine che compongono il glutine hanno la funzione di nutrire l’embrione durante la germinazione. Originariamente separate nell’endosperma della cariosside, si combinano insieme per formare glutine negli impasti a base di farina, previo attivazione dell’acqua (nella quale NON si scioglono ma si assemblano).

La panificazione è resa possibile dalla presenza del glutine, che come abbiamo già detto si forma in seguito all’idratazione e all’azione meccanica dell’impasto.

Nel momento in cui aggiungiamo acqua alla farina, le gliadine (formate da un’unica catena proteica) cominciano ad associarsi formando delle fibrille (fibre piccole e sottili), che conferiscono estensibilità alla massa glutinica.
Contemporaneamente, anche le glutenine (composte da diverse subunità proteiche) si assemblano, dando origine a fibre di dimensioni maggiori e formando una struttura, stabile e molto coesiva, che dona all’impasto consistenza e una certa resistenza all’estensione.

 

Facciamo il Pane

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Il Lievito Madre

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Il Borghese

Caro Direttore,

un grazie sincero a Bozzi Sentieri per avere ricordato il “Borghese” di Leo Longanesi, a settant’anni dal suo primo numero, e gli alti e bassi della sua esistenza. Non ho nulla da correggere su quanto egli ha scritto; permettimi tuttavia qualche piccola aggiunta, legata a ricordi personali non di collaboratore, ma di amico di alcuni fra i suoi redattori.

“Il Borghese” non nacque come organo neofascista. Longanesi, del resto, dopo il 25 luglio non aveva aderito alla Rsi, anzi aveva scritto per il “Messaggero” un editoriale in cui celebrava il ritorno alla libertà. Ma la libertà ritrovata lo deluse e per questo divenne, se non un “leo-fascista”, come qualcuno scrisse scherzosamente di lui, un anti-anti-fascista, e tale rimase. Prodotto di questa sensibilità fu “Il Borghese”, espressione di una cultura laica e anticomunista, che non si riconosceva nel confessionalismo della Dc, della quale per altro paventava le aperture a sinistra. In un primo momento poteva accadere che un giovane e promettente storico come Giovanni Spadolini potesse collaborare simultaneamente al “Borghese” e al “Mondo” di Mario Pannunzio; solo in un secondo tempo gli fu posto da quest’ultimo l’aut aut fra le due testate e l’ex collaboratore di “Italia e Civiltà” optò per la seconda, aprendosi la strada per una prestigiosa carriera giornalistica, accademica e infine politica.

La testimonianza di Melchionda

Comunque “Il Borghese” era tutt’altro che collaterale al Msi. Roberto Melchionda, un fine studioso di Evola che per vivere fece il capoufficio stampa della Confindustria di Firenze, mi raccontò della sua mancata collaborazione al settimanale quando era un giovanissimo reduce della Rsi. Longanesi gli propose un articolo sui ragazzi delle organizzazioni giovanili missine e, com’era sua abitudine, gli spiegò come avrebbe dovuto scriverlo: rappresentando l’iperattivismo di questi giovani che volantinavano, facevano a botte con gli avversari, affiggevano manifesti quasi come il prodotto di una sovrabbondanza vitale, di un esubero di “energia orgonica”. Melchionda declinò l’invito: a scrivere un articolo così – come in fondo Longanesi gliel’aveva già scritto – gli sarebbe sembrato di tradire il suo mondo. E dire che all’epoca era squattrinato e disoccupato, e “Il Borghese” pagava bene…

La direzione di Mario Tedeschi e la svolta più a destra

La radicalizzazione a destra del settimanale incominciò dopo la morte di Longanesi, con la direzione di Mario Tedeschi, che era un reduce della X Mas, e con l’allontanamento di Montanelli, che per altro aveva quasi sempre pubblicato i suoi articoli sotto pseudonimo, per motivi di esclusiva con il “Corriere” e presumo anche di opportunità politica. Per motivi di opportunità, come mi rivelò tanti anni fa lo stesso Melchionda, Montanelli si tirò fuori all’ultimo momento dal tentativo di trasformare i circoli del “Borghese” che Longanesi aveva fondato in un movimento politico, per il quale aveva scelto la profetica denominazione di “Lega dei Fratelli d’Italia”. Così Montanelli lasciò l’amico solo sul palco del milanese Teatro Odeon a presentare con un istrionico e travolgente discorso il movimento, che naturalmente ebbe vita breve.

Il derby tra il Borghese e il Mondo

La questione però è più complessa. Dalla morte di Longanesi in realtà si andò verificando in buona parte del giornalismo italiano una biforcazione, si parva licet, fra una destra e una sinistra longanesiana. La destra longanesiana fu quella di Tedeschi e di Gianna Preda, caporedattrice e comproprietaria del settimanale, e poi di Montanelli (l’impaginazione del primo “Giornale” aveva eleganze da “Omnibus”). La sinistra fu quella dei Pannunzio, dei Cederna, dei Gorresio degli Scalfari, che, partita col “Mondo” da posizioni liberali critiche del keynesismo, sarebbe approdata al radicalismo dell’“Europeo” e poi di “Repubblica”. In realtà, sia il “Borghese” che il “Mondo” si rivolgevano a un pubblico borghese, ma si trattava di due borghesie diverse. Quella di Tedeschi era una vecchia borghesia di colonnelli in pensione, di funzionari statali “di gruppo A”, di professionisti all’antica (non a caso “Il Borghese” troneggiava nelle sale lettura dei Circoli Ufficiali e nelle anticamere dei dentisti); quella dei nipotini di Pannunzio, che pure, per molti aspetti, era un uomo d’ordine, era una neoborghesia rampante, quella che con gli anni ‘70 avrebbe finito per prevalere.

Le firme: da Montalli ad Accame e Prezzolini

Ciò nonostante, “Il Borghese” visse fino al 1972 proprio durante la gestione Tedeschi-Preda i suoi anni migliori, con tirature altissime che gli permettevano, nonostante gli scarsi introiti pubblicitari, di pagare un ottimo borderò, assicurandosi firme prestigiose come quella di Prezzolini, di mantenere redazioni locali, come quella di Firenze, cui fu destinato il giovane Giano Accame per “tenere d’occhio” il sindaco Giorgio La Pira e le sue aperture a sinistra, di avere inviati speciali anche all’estero, di promuovere un’attività editoriale di tutto rispetto. E questo nonostante la concorrenza a destra di almeno due settimanali, come il “Candido” di Guareschi e poi di Pisanò e “Lo Specchio” di Giorgio Nelson Page, per tacere di “Gente”, di Edilio Rusconi, settimanale popolare che però poteva vantare ottime pagine culturali, con collaboratori come Piero Capello, e inviati speciali come Luciano Garibaldi. I suoi articoli erano molto letti e seguiti nel “Palazzo” e potevano provocare una crisi ministeriale. Avvenne nel 1965. Gianna Preda, ben introdotta nei salotti registrò con un magnetofono nascosto una conversazione tenuta con Giorgio La Pira a casa di Bianca Rosa Provasoli coniugata Fanfani, sua amica nonché consorte dell’allora ministro degli Esteri, e poi, slealmente, pubblicò il tutto sul “Borghese”. Il “sindaco santo” (o “il santo pazzo”, come l’aveva ribattezzato Guareschi) aveva fatto dichiarazioni tanto imbarazzanti da costringere Fanfani alle dimissioni.

La crisi del settimanale

La crisi del “Borghese” ebbe inizio nel 1972. Fino ad allora il settimanale era stato un organo politico ma non partitico e aveva annoverato lettori in un’area di “grande destra” spaziante dal movimento sociale ai liberali, dai monarchici ai democristiani impazienti delle aperture a sinistra: nel 1963, per esempio, la Preda aveva redatto un dépliant propagandistico del Pli di Malagodi. Con le elezioni del 1972 “Il Borghese” divenne di fatto un organo ufficioso di partito con la candidatura di Tedeschi al Senato nelle liste del Msi-Destra Nazionale. Gianna Preda ci mise del suo, dando le parole a una marcetta un po’ kitsch, “L’ultima frontiera”, musicata Pino Roncon, con cui si aprivano i comizi di quella tormentata campagna elettorale (ma la sua adesione fu di breve durata: se ne allontanò per dissenso nei confronti delle posizioni antidivorziste della dirigenza missina).

Il successo meno brillante del previsto della Destra alle elezioni del 7 maggio, le ambiguità della gestione almirantiana del partito, oscillante fra appelli alla maggioranza silenziosa e istanze ribellistiche, la persecuzione giudiziaria e non solo giudiziaria del Movimento sociale, condussero Tedeschi a promuovere nel 1976 la scissione di Democrazia nazionale, che condusse al crollo delle vendite del settimanale. “Il Borghese”, che nel 1972 aveva perso parte del pubblico moderato, fu abbandonato quattro anni dopo dai lettori missini. Ho conosciuto abbonati del settimanale che non si recarono nemmeno a ritirare in edicola le copie cui avrebbero avuto diritto (anche allora usava dotare gli abbonati di buoni consegna, per ovviare ai disservizi postali), per non contaminarsi con quel foglio di “badogliani”. La sindrome del 25 luglio colpiva ancora!

La scissione di Democrazia nazionale

In realtà, Almirante ebbe la mala ventura di essere un ex leader della sinistra sociale del partito condannato a perseguire una politica di destra nazionale e un reduce della Rsi ossessionato dal mito della nobiltà della sconfitta incapace di amministrare una rispettabile pattuglia parlamentare in un momento in cui l’Italia sembrava volgersi a destra. A loro volta, gli scissionisti di Democrazia nazionale avevano il torto di dire cose in parte giuste (le loro posizioni anticipavano il revisionismo che portò alla nascita di An), ma di dirle nel momento e nel modo sbagliato. Fra loro, per altro, c’erano molti esponenti del fascismo storico, di alta levatura culturale, da Ernesto Di Marzio a Gianni Roberti, ma anche reduci della Rsi, come Piera Gatteschi, già comandante delle ausiliarie, ed esponenti di spicco del mondo giovanile, come Pietro Cerullo. L’adesione dell’ex “repubblichino” Tedeschi alla scissione era probabilmente legata alla sua adesione alla P2 di Licio Gelli, ma comunque l’intera operazione si rivelò un fallimento non solo elettorale. Se il “Borghese” sopravvisse fino alla morte del direttore fu probabilmente per gli introiti pubblicitari assicurati da accordi sottobanco con la Democrazia cristiana o per i buoni rapporti di Tedeschi col potentissimo direttore degli Affari riservati del ministero dell’Interno Federico Umberto D’Amato. Ma chi scrive – e non solo lui – si rifiuta di credere che egli sia stato davvero uno fra i mandanti della strage di Bologna, come insinuato da una recente indagine giudiziaria che pretenderebbe di processare i morti.

Soprattutto, non sarebbe giusto dimenticare i numerosi meriti non politici ma culturali e umani di Mario Tedeschi. In primo luogo la sua altissima concezione del giornalismo e della professione giornalistica. Un ex redattore del “Borghese” degli anni d’oro mi raccontò che il direttore  e proprietario della testata pagava lo stipendio ai redattori solo per scrivere, in genere un articolo o due a settimana: a impaginare la rivista ci pensava lui, aiutandosi con lo spago, come faceva Longanesi ai tempi di “Omnibus”. Certo, Tedeschi aveva le sue idee e tendeva a imporle ai redattori: memorabile il suo scontro sul Sessantotto con Giano Accame. Il grande scrittore e giornalista tendeva a cogliere gli aspetti positivi di quella rivolta giovanile contro il “sistema” e quando si vide rifiutare dal direttore un paio di volte i suoi articoli poco allineati, abbandonò il settimanale. Fu un peccato, ma occorre riconoscere che in quel caso era Tedeschi ad avere ragione.

Le raffinate pagine culturali

È giusto aggiungere che le pagine e le rubriche culturali del “Borghese” erano di un altissimo livello e la qualità di scrittura impeccabile. Certo, molti lettori incerti se acquistare una rivista osée o un giornale politico optavano per il settimanale di Tedeschi per le patinate pagine interne, a colori, in cui accanto alle foto rubate di notabili Dc con le dita nel naso era possibile contemplare le foto pruriginose di qualche discinta attricetta (riprodotte naturalmente perché i lettori potessero rendersi conto della corruzione dei tempi…). Ma una rubrica di bibliofilia elegante come “La bottega dell’antiquario” di Antonio Pescarzoli basterebbe oggi a nobilitare le pagine di qualsiasi rotocalco. Grazie a Tedeschi e a Claudio Quarantotto le Edizioni del Borghese, con le loro traduzioni delle opere di Paul Sérant, di Brasillach, ma anche del presidente dell’Internazionale liberale Salvador de Madariaga e dello stesso John Kennedy, sprovincializzarono negli anni ’60 il panorama culturale della destra.

Il tributo a Gianna Preda

Lo stesso si potrebbe dire di Gianna Preda. In un’epoca in cui le donne nei periodici erano confinate al ruolo della cronista mondana (o viceversa), Maria Giovanna Pazzagli coniugata Predassi – questo il suo vero nome – inaugurò un giornalismo d’assalto, a volte violento sino alla slealtà, ma efficace. E a riscattare “la Fallaci della destra” dal brutto tiro giocato a La Pira e a Fanfani basterebbe il coraggio con cui affrontò la morte precoce di tumore a sessant’anni da poco compiuti. Fiori per io, il libro di ricordi uscito in coincidenza con la sua scomparsa, raccolse l’apprezzamento anche di coloro che erano stati suoi acerrimi avversari.

Oggi i settimanali non sono apprezzati come una volta dai lettori e anche quelli che progressivamente fagocitarono il pubblico del “Borghese”, come “L’Europeo” o “L’Espresso”, non esistono più o sono ben lontani dai fasti di un tempo. Ma è giusto ricordare con nostalgia una rivista, e soprattutto una destra, che non c’è più, e difficilmente potrà ritornare.

Cultura (di E.Nistri). “Il Borghese” di Longanesi settimanale della migliore destra “Leo-fascista”

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Pausa di riflessione

La politica non è una cosa sporca, al contrario di quel che pensa e dice un banale senso comune in voga nel nostro paese. La politica la facciamo tutti e ogni giorno, consapevolmente o inconsapevolmente. Facciamo politica quando comperiamo cibi biologici dagli agricoltori o schifezze dell’industria agroalimentare zeppe di pesticidi e additivi chimici; quando scendiamo in piazza per difendere l’ambiente, protestare contro le guerre e gli armamenti, difendere i diritti di popoli aggrediti dall’Impero, o restiamo a casa a vedere la televisione che “la t’endurmenta come un cuiun” (Enzo Iannacci); quando scegliamo il treno per viaggiare o quando invece scegliamo l’auto o l’aereo; quando protestiamo contro le navi da crociera o quando andiamo invece in crociera. Eccetera.

Può essere una buona politica o una cattiva politica ma non è una politica sporca.

La politica è sporca quando si serve della manipolazione e della prepotenza per fare i propri interessi economici e/o di potere.

In Italia muoiono ogni anno di cancro centinaia di migliaia di persone. Gli ultimi dati ufficiali ci dicono 179.502 morti di cancro nel 2016ogni giorno in Italia 485 persone muoiono di cancro, e chiunque abbia visto morire di cancro una persona cara sa quanto terribile e penosa sia tale morte. Nello stesso anno in Europa sono morte di cancro quasi due milioni di persone, e il numero degli ammalati di cancro continua ad aumentare, anno dopo anno. Ma non è un’emergenza.

Dal 21 febbraio al 1 marzo sono morte in Italia 29 persone per le conseguenze del Coronavirustutti già ammalati di malattie ben più gravi (“tutti i deceduti avevano patologie pregresse”) e quasi tutti oltre gli ottanta anni di età.

Dal 21 febbraio al 2 marzo sono morte in Italia di cancro un po’ più di 4300 persone, e di queste dal 29 al 7 per cento, a seconda del tipo di tumore, aveva meno di 49 anni; dal 35 al 5 per cento, a seconda del tipo di tumore, aveva tra i 50 e i 69 anni. Il che vuol dire, se la matematica non è un’opinione, che una grande percentuale dei morti di tumore muore anzitempo. Ma non è un’emergenza.

Quanti bambini morti di cancro? Difficile trovare i dati, l’unico recente che ci viene fornito facilmente dall’AIRC (Associazione Italiana Ricerca Cancro) dice che nel 2018 in Europa i bambini malati di cancro erano tra i 300.000 e i 500.000.

Perché non c’è l’emergenza cancro? Perché il cancro è una malattia del sistema. Di un sistema che è padrone dei media e che domina la politica, e che quindi non conviene a nessuno, nei media e nella politica, mettere in discussione.

Invece, i virus sono una manna del cielo per chi vuole fare ricatti politici e restringere le libertà individuali e collettive.

Il cancro è una malattia prodotta dai pesticidi, dai conservanti a base di nitrati e di monossido di azoto, dal benzene, dagli ftalati della plastica, dalle 80.000 sostanze sintetiche sparpagliate nell’ambiente del pianeta. E’ una malattia di un progresso basato sullo sfruttamento senza limiti delle risorse e degli esseri viventi, sulla ricerca senza limiti e a qualsiasi costo del massimo profitto economico.

I coronavirus sono “tipi di virus che attaccano le vie respiratorie… I medici li associano a comuni raffreddori… tuttavia possono essere anche alla base di sviluppi più gravi…”

“Un virus che ha una mortalità ancora più bassa di un virus influenzale… I morti erano persone già malate, di cancro o con malattie croniche cardio respiratorie, avrebbe potuto ucciderle anche un virus influenzale” (Vincenzo D’Anna, presidente Ordine Nazionale Biologi).

Nella provincia di Hubei, quella dove si trova la ormai famigerata città di Wuhan, ci dicono che la mortalità complessiva tra gli ammalati in seguito all’infezione da Coronavirus è del 2,9 % nel Hubei, dello 0,4% (!!!) nel resto della Cina.

Dato che lo Hubei e la città di Wuhan sono una delle zone della Cina con l’aria più inquinata, un mix di carbone bruciato e gas di scarico, un tipo di inquinamento nuovo e inedito, che gli scienziati cinesi stanno studiando e di cui uno studio Cina-USA cerca di capire le conseguenze sulla salute umana (“la chimica dell’inquinamento dell’aria urbana in Cina non ha precedenti), penso che un tribunale di gente onesta e sensata assolverebbe il coronavirus “perché il fatto non sussiste”. Mi domanderei anche quale sia il tasso di mortalità tra gli abitanti dello Hubei non affetti dal coronavirus.

E allora? Dov’è l’epidemia, dove sono i rischi per la salute pubblica (a parte l’inquinamento dell’aria della pianura padana che, quello sì, dovrebbe allarmare gli amministratori della zona con l’aria più inquinata d’Europa)? Da cosa nascono l’allarme, il terrore, gli inquietanti provvedimenti liberticidi, il can can mediatico?

Il 27 febbraio la situazione si è chiarita, il mistero è stato svelato: “Salvini, governo di emergenza senza Conte”; Fuori onda di Fontana a Gallera: “Oggi mi ha mandato un messaggino di sostegno anche Renzi, siamo arrivati proprio… il suo odio per Conte…”.

Lombardia, Veneto, Emilia Romagna hanno adottato misure da coprifuoco (divieto di assembramento! L’ultima volta che è successo c’era il fascismo in Italia, forse qualcuno ne ha nostalgia). I cittadini sono diventati ostaggi di un ricatto politico. Un governo pavido, diviso, un Don Abbondio della politica, ha cominciato a reagire (male) al decimo secondo. I mediaservi hanno fiancheggiato la parte che sembrava più forte, in attesa di vedere come si metteva la parata. El pueblo ha reagito come ci si aspettava: panico da virus senza se e senza ma di una percentuale significativa, rabbia e sconforto di una percentuale altrettanto o forse più significativa ma che non aveva parola né visibilità, anche perché le era stato proibito di riunirsi e di protestare.

E questo sì, fa davvero paura.

Come fa paura lo sbandieramento del vaccino prossimo venturo da parte di una multinazionale farmaceutica americana. Ma come, i virus delle vie respiratorie (virus RNA) di cui fanno parte i tanto diffamati coronavirus, mutano tanto rapidamente che, da uno studio del Center for Disease Control and Prevention di Atlanta risulta che l’efficacia della vaccinazione annuale contro l’influenza oscilla tra il 10%  e il 60%, e questi fanno oggi un vaccino che sarà pronto fra un anno, per un virus che in un anno muterà quattro o più volte?

Fa paura, oltre all’onnipresenza dei mercanti di farmaci sfornati sempre più velocemente e con sempre meno controlli, il fatto che la minaccia dei virus, persino dei virus del raffreddore, gridata e amplificata dai media, sia diventata oggi un’arma di limitazione delle libertà democratiche, di distrazione di massa.

Ci dicono che c’è una crisi economica provocata dal coronavirus. La crisi economica c’era già, anche se in questo paese nessuno ce lo diceva. Il 17 gennaio 2019 il sito finanziario Bloomberg intitolava “Dimenticate la guerra dei dazi: la Cina è già in crisi”, e sullo stesso tono decine di siti economici nel mondo.

Del resto già da maggio 2019 i siti economici italiani parlavano di crisi economica globale, citando la capo economista del Fondo Monetario Internazionale.

Il coronavirus si dimostra di nuovo innocente ma dargli la colpa della crisi equivale a nascondere le motivazioni reali della crisi di un sistema economico basato, oltre che su consumi e sprechi furibondi, sui debiti delle imprese, sui folli finanziamenti degli stati e delle istituzioni internazionali alle multinazionali, sulla stampa di dollari e sui bassi tassi di interesse che hanno permesso pericolose speculazioni finanziarie e un aumento del debito globale che è arrivato alla stratosferica cifra di 244.000 miliardi di dollari.

E, infine, un sistema che si basa sullo sfruttamento illimitato della natura e del lavoro umano non può che finire per autodistruggersi, poiché distrugge le sue stesse risorse e i suoi “consumatori”.

Certo, i politici che hanno messo in quarantena un intero paese hanno dato il loro piccolo contributo a rallentare per un attimo la corsa economica (non quella dei supermercati e dell’agroalimentare o del parafarmaceutico), ma sono ininfluenti per quel che riguarda la crisi economica globale, che pare sia solo al suo inizio.

Dire la verità sulla crisi vorrebbe dire prendere in considerazione la necessità di cambiare radicalmente economia e società, di uscire dal capitalismo, e allora ben venga il virus espiatorio, che ottunde intelligenze e percezioni.

Ultimo effetto (ma non in ordine d’importanza) auspicato dai prestigiatori della disinformazione: farci dimenticare la crisi climatica e l’emergenza ambientale, le vere minacce alla sopravvivenza umana.

Mentre le falde si svuotano, gli insetti impollinatori spariscono, le tempeste ci sommergono, i raccolti vanno alla malora (altro che fare incetta di alimenti, cominciate a coltivarveli!), decine di milioni di ettari di foreste bruciano o vengono criminalmente abbattute, si crea il panico su un tipo di virus che è in giro per il mondo e si attacca agli umani almeno dal 1960, con le inevitabili mutazioni come tutti i virus, e che provoca l’influenza.

Il mondo è in mano ai folli, a quel tipo umano che nei film sul Titanic correva nella cabina già allagata per recuperare i soldi e poi annegava, e l’ultima cosa di lui che si vedeva sopra le onde era la mano che li stringeva.

Cerchiamo di non farci contagiare da una simile follia, cerchiamo di non annegare.

 

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Manuale di Resistenza al Potere

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Filosofia della Paura

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La Germania del XXI secolo

In Europa, il primo scorcio del XXI secolo è stato segnato dal protrarsi della crisi economica dell’Occidente e dallo scoppio delle tensioni interne all’Unione Europea. Una crisi duplice, prodromo del parto – stentato – della nuova fase geopolitica del multipolarismo, un lungo periodo di transizione nel quale il nostro continente è chiamato – come già cento anni or sono – a dare risposte importanti sulla soglia di mutamenti epocali, di fronte alla debolezza di un sistema egemonico in declino.
Dalla svolta del 1871, la Germania è al centro della cosiddetta questione europea, e tutti gli ultimi grandi eventi della storia continentale sono stati segnati dalle scelte compiute da questo Paese, la cui percezione è ancora inflluenzata da luoghi comuni e stereotipi che rimandano a noti trascorsi politici. Stretta tra gli attuali rigurgiti neo-egemonici e lo spettro dell’eterno Sonderweg, la Germania ha assunto nell’immaginario il ruolo di Sfinge politica, immagine un po’ enfatica, e di certo lacunosa nel descrivere, all’insegna della complessità, il tormentato rapporto di un popolo con la propria storia e le responsabilità delle sue classi dirigenti, incapaci di scegliere – come ammoniva Thomas Mann nel 1953 – tra un’ “Europa tedesca” e una “Germania europea”.

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Il libro sconvolgente di Christophe Brusset “Siete pazzi a mangiarlo!”, scritto in qualità di manager che per vent’anni ha lavorato dell’industria agroalimentare, è una discesa horror in un sistema capace, come molti business dai grandi numeri, di azioni aberranti dove la vittima è sempre il consumatore.

Il libro sconvolgente di Christophe Brusset “Siete pazzi a mangiarlo!”, scritto in qualità di manager che per vent’anni ha lavorato dell’industria agroalimentare, è una discesa horror in un sistema capace, come molti business dai grandi numeri, di azioni aberranti dove la vittima è sempre il consumatore. Una galleria di esempi vomitevoli in cui c’è l’imbarazzo della scelta dello schifo che costantemente e in maniera imperterrita le industrie alimentari propinano alla gente senza alcuno scrupolo.

Prodotti sofisticati, andati a male, con escrementi, vermi, tossici, scaduti, che provengono da paesi con controlli irrisori e fatti passare per nazionali, trucchi e falsificazioni di ogni genere, truffe, corruzioni, collusioni con le autorità pubbliche, non manca nulla. Importazione e occhi chiusi su alimenti fuori da ogni parametro a seconda della potenza politica e commerciale dal paese da cui provengono. Poi però si fanno autentiche campagne terroristiche per fare vaccinare tutti, quando il cibo a livello industriale che mangiamo è spesso quanto di più dannoso si possa immaginare. Ma attaccare e criminalizzare una famiglia che vuole solo scegliere liberamente come curarsi è molto più facile che mettersi contro grandi industrie o interi paesi dai quali importano cibo insano che avvelena la nostra salute. Del resto non c’è nulla di cui stupirsi perché Brusset ci chiarisce quali sono le regole del sistema : «Il Bene era tutto ciò che aumenta il profitto, il Male era perdere soldi. La menzogna, la dissimulazione, la malafede e persino la truffa, senza essere degli scopi in sé, erano positive, se miglioravano i risultati attesi».

E ancora: «Imbrogliare il consumatore è facilissimo, in più è legale! Mi spingerei persino a sostenere che si è istigati a farlo».

«Il liberismo non è l’assenza di regole, è l’applicazione della legge della giungla».

«Un’impresa non è un servizio sociale dello Stato. La sua finalità non è il benessere dei suoi dipendenti o la soddisfazione dei suoi clienti, ma il profitto, o il margine di guadagno».

«Siamo sinceri e diretti: l’unica cosa che interessa agli industriali e alle grandi catene di supermercati è il vostro denaro, non certo la vostra felicità e la vostra salute. Non fatevi ingannare dalle spacconate di quei parolai che vi giurano, con la mano sul cuore e la lacrima pronta, che lottano per il vostro benessere e difendono il vostro potere d’acquisto. E’ tutta una commedia, una millanteria, nient’altro. Non fidatevi di nessuno, siate vigili e soprattutto siate esigenti! Dovete rendervi conto una volta per tutte che in fin dei conti siete voi consumatori ad avere il potere. Siete voi che decidete se comprare o meno nei vari reparti quello che vi viene offerto. Usate questo potere per cambiare finalmente le cose».

Leggendo il libro si stenterà a credere di quanta autentica immondizia venga data in pasto alle persone per raggiungere il profitto ad ogni costo. E anche lo schifo è possibile venderlo, basta avere i prestigiatori della menzogna a disposizione e il gioco è fatto. «Quando si ha un prodotto da vendere, soprattutto se è di qualità mediocre o addirittura scadente e la concorrenza infuria, la cosa migliore è curare la sua presentazione: la confezione. Questo è il lavoro del marketing, gli specialisti delle apparenze, i campioni della cosmetica e del re-looking del prodotto».

Brusset indica anche delle soluzioni.

«L’ideale – e l’unica soluzione radicale- sarebbe naturalmente quella di bandire definitivamente qualsiasi prodotto industriale, e di limitarsi a prodotti grezzi, freschi, non trasformati».

«Nei vostri acquisti alimentari dovete sempre privilegiare la prossimità. Scegliete le origini locali o nazionali. Da una parte fa bene all’occupazione; dall’altra, i prodotti che non hanno attraversato molteplici frontiere, presentano necessariamente meno rischi di adulterazione, di mescolanza o di inganno sulle origini, la specie o la qualità. Abbiamo la fortuna di avere nei nostri paesi prodotti variati e di qualità: sono questi che bisogna scegliere».

E, aggiungiamo noi, autoprodursi il più possibile e il resto comprarlo in gruppi di acquisto collettivo e da piccoli produttori locali biologici in cui è possibile verificare tutta la lavorazione. Non solo si mangia più saporito e sano ma ci si prepara per tempo alle prossime inevitabili crisi di approvvigionamento che ci saranno, frutto di una società allo sbando che non sarà più in grado di garantire nulla. Quindi pensiamoci direttamente noi prima di ritrovarci nei guai.

https://www.macrolibrarsi.it/libri/__siete-pazzi-a-mangiarlo-christophe-brusset-libro.php?pn=2867