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Unisex

È notizia di queste ore che a New York, a partire da questo periodo, i genitori dei neonati potranno scegliere di far scrivere sul certificato di nascita di questi ultimi, invece di “maschio” o “femmina”, la dicitura “Gender X”. Questa è solo l’ultima follia di una ideologia che sempre più si sta affermando nelle istituzioni. In pochi hanno il coraggio di denunciare questa situazione; e quei pochi che questo coraggio lo hanno, sono violentemente attaccati e messi alla pubblica gogna. Una situazione di cui tutti dovete prendere coscienza: ne vale del vostro futuro e di quello dei vostri figli.
Esiste un libro “speciale” in Italia dal titolo UNISEX e con sottotitolo “Cancellare l’identità sessuale: la nuova arma della manipolazione globale” pubblicato da Arianna Editrice. Gli autori sono la giornalista Enrica Perucchietti e lo scrittore Gianluca Marletta.

Perché questo libro è “speciale”? Perché è uno dei pochissimi libri esistenti che denunciano la così detta “ideologia gender” non tramite un altro credo dogmatico, bensì attraverso una vera e propria inchiesta molto documentata. A ogni affermazione, infatti, viene sempre riportata la documentazione e le fonti verificabili. Con UNISEX, dunque, a mio parere ci troviamo di fronte a una vera e propria opera di “giornalismo d’inchiesta”. Inchiesta che, appunto, data la quantità di fonti riportate, non può che lasciare scioccato e basito il lettore per le conclusioni a cui questo libro arriva. Infatti non a caso gli autori hanno subito numerose minacce (persino di morte), evidentemente da chi queste conclusioni non le può accettare. Non solo. Il libro “vanta” anche periodici tentativi di screditamento. L’ultimo — avvenuto proprio durante la scrittura di questo articolo — sì è verificato su Wikipedia dove, alla voce “Omosessualismo”, l’ideologia gender viene definita come “complotto che vedrebbe il movimento omosessuale tentare di reclutare le giovani generazioni per distruggere l’umanità”. Una definizione che non può che suscitare ilarità in chi la legge e far apparire uno sciocco chiunque affermi seriamente una cosa del genere. E quale testo viene riportato come “fonte” per questa definizione? Proprio il libro della Perucchietti e di Marletta. Ora, chiunque abbia letto il libro sa bene che non solo al suo interno non si trovano frasi in grado di giustificare un’affermazione del genere ma, soprattutto, il suo concetto di fondo è tutt’altro; inoltre il libro distingue in modo chiaro e netto (ripetendolo più volte durante il testo) tra la giusta e sacrosanta richiesta da parte degli omosessuali di ottenere rispetto per la propria persona e l’ “ideologia militante” di alcuni movimenti “omosessualisti” che spesso portano avanti e con forza idee pericolose e distruttive. Detto questo vediamo rapidamente, ma in modo serio, di cosa parla questo benedetto libro.
Alcuni gruppi spingono per l’affermazione totalitaria dell’ideologia gender
Questo è il primo messaggio di fondo che mi sembra di cogliere leggendo il libro. Ma, per comprendere il vero significato di questa affermazione, è necessario capire prima cos’è l’ideologia gender. Prima di tutto è una vera e propria “ideologia”. Perché? Perché una “ideologia” è, come riporta il Vocabolario Treccani, “ il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale”. Ora, dato che al mondo esistono persone che appartengono a gruppi sociali che sostengono che il sesso deve essere una scelta del singolo individuo che decide a seconda della sua volontà, è evidente che questi individui sono seguaci, appunto, dell’ideologia gender (anche se a molti questa definizione non piace). Sì perché, per coloro che non ne fossero a conoscenza, “gender” significa, sempre per citare il Vocabolario Treccani, “la distinzione di genere, in termini di appartenenza all’uno o all’altro sesso, non in quanto basata sulle differenze di natura biologica o fisica ma su componenti di natura sociale, culturale, comportamentale”. Quindi, secondo la “visione gender”, il signor Rossi può essere nato con tutti gli attributi maschili ben definiti ma se lui si comporta in modo femminile e dentro si sente di essere donna, allora la società lo dovrebbe riconoscere come donna. Non solo. Dopodomani potrebbe sentirsi di nuovo uomo e quindi, sempre secondo questa visione, essere uomo e così via.

Ma perché questa “visione gender” è diventata una “ideologia”? Il motivo è semplice: se alcuni individui possono sentire la propria natura sessuale completamente diversa da quella del proprio corpo, questo vuol dire che così deve essere la natura di tutti. Di conseguenza se finora il mondo è stato diviso in modo netto in “maschi” e “femmine” questo non è dovuto al fatto che la Natura ci ha voluti così, no: le cose stanno così soltanto perché siamo stati “manipolati” da istituzioni a cui ha fatto e continua a fare comodo la netta e chiara suddivisione tra maschi e femmine. Chiaro no? Certo, ci sarebbe poi da chiedere perché tutto il resto del mondo animale sia diviso sempre in maschi e femmine ma sorvoliamo.
A questo punto dovrebbe essere chiaro che, per chi la vede in questo modo, è assolutamente normale lottare al fine di compiere una “rivoluzione” culturale, sociale eccetera, che possa “liberare” l’essere umano dalla “gabbia sessuale” e poter vivere, finalmente, la sua “vera” natura utilizzando il suo corpo come semplice strumento per soddisfare la sua “vera natura”.
Penso sia inutile specificarlo ma, come si vede, tutto questo niente ha a che fare con un normale omosessuale che conduce la sua vita serenamente e in perfetta armonia con il suo corpo. Ma allora, se la stragrande maggioranza delle persone (siano esse eterosessuali o omosessuali) vivono serenamente senza questa “visione gender”, perché tutto questo affannarsi anche attraverso importanti lotte istituzionali come quelle riportate nel libro (e di cui quella del “Gender X” a New York di questi giorni è soltanto l’ultima in senso temporale)?
Se togli agli individui la propria identità sessuale li trasformi tutti in animali da pascolo
Ecco la semplice risposta.
Ogni persona, sin da bambina, comincia a formare la propria personalità a partire dal suo essere “maschietto” o “femminuccia”. Da lì, infatti, si vengono a creare particolari giochi nonché gruppi sociali che rinforzano la nostra natura che sentiamo, appunto, come naturale. Tutto questo attraversando vari stadi che ci porteranno a chiarire sempre meglio la nostra personalità e a poter dire con orgoglio “io”.
Ma ora mettiamoci dal punto di vista delle élite industriali e finanziarie mondiali. Da questo punto di vista è più facile gestire popoli composti da persone con ognuna una propria personalità ben formata oppure avere a che fare con masse di individui che non sanno nemmeno a che sesso appartengono? Ovviamente la risposta è la seconda giacché, in quel caso, non avendo nemmeno il più primordiale dei riferimenti interiori (e cioè quello dettato dal proprio sesso) ci si aggrapperà inevitabilmente — e come se fosse Dio in persona a parlare — a quello che verrà dettato dall’esterno. E chi sarà a parlare “dall’esterno” se non l’élite che detiene il potere?
In conclusione, che fare?
Quanto descritto finora non è che, ovviamente, una piccola parte dei concetti che ho colto dal libro e che vi consiglio di leggere affinché possiate farvi una vostra idea. Ma esiste una soluzione a tutto ciò? A me pare di intravederla in un libro di prossima uscita di Diego Fusaro intitolato Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia (Rizzoli Editore). Qui Fusaro — da quello che è stato possibile cogliere dalle anteprime e dalle dichiarazioni — propone di ritornare a rinforzare l’appartenenza al proprio sesso perché soltanto così sarà possibile ricostruire la famiglia, che è il primo nucleo su cui è possibile costituire, come spiega Hegel nel suo celebre libro Lineamenti di filosofia del diritto, una comunità, uno Stato e un senso di appartenenza.
Insomma, UNISEX e Il nuovo ordine erotico a mio parere sono due libri che dovranno essere letti insieme poiché l’uno descrive in modo dettagliato il problema e l’altro ne descrive la soluzione.
Buona lettura.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60984

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Storia d’Italia

Una delle ragioni per le quali il nostro Paese non riesce ad uscire dal pantano politico-istituzionale, va individuata nella scarsa propensione delle nostre classi dirigenti all’autocritica. Tale capacità, che connota sempre le élite, può essere indotta solo da un serio confronto con la storia nazionale. Alcuni, tra i politologi più noti, stanno elaborando un approccio critico alla nostra contemporaneità. Tra essi, uno ruolo di rilievo è svolto, da anni, da Giorgio Galli, studioso di vaglia, già ordinario all’Università di Milano.

Lo si evince dalla sua ultima pubblicazione, La stagnazione d’Italia. Dalla ricostruzione alla corruzione in dieci nodi della storia italiana dal 1945 al 2017, fresco di stampa per i tipi dalla OAKS editrice (euro 12,00). Il libro raccoglie gli esiti di una serie di conversazioni intrattenute dall’autore con Luca Gallesi e Gian Guido Oliva. Dalle pagine del volume emerge una esegesi delle vicende italiane che, da un lato, colloca il Bel Paese lungo la traiettoria storico-politica seguita dalle democrazie d’Occidente, segnate, dapprima, dalla conquista dei diritti e del welfare nel “Trentennio glorioso” fino agli anni Settanta, e in seguito connotate da una netta inversione di tendenza, amplificatasi con la crisi del 2007. Nonostante ciò, le pagine di Galli fanno emergere, in modo altrettanto chiaro, l’ambiguità del caso Italia, stretto attorno a dieci nodi irrisolti e drammatici.

Il primo di essi è colto nel ‘golpe invisibile’, evocato da Ferruccio Parri, messo in atto ai suoi danni nel 1945. Quanto accadde in occasione della caduta del governo presieduto dal leader partigiano, fu magistralmente registrato in una pagina di Carlo Levi,  nel romanzo L’Orologio. Levi qui descrive, servendosi di pseudonimi, l’azione politicamente ‘stabilizzatrice’, messa in atto, dopo l’effimera parentesi resistenziale, dal segretario liberale Cattani, da De Gasperi e da Togliatti. In una parola “le forze della continuità e della restaurazione […] presero il sopravvento sulle forze della trasformazione e della rivoluzione democratica” (p. 11). L’accordo tra il leader DC e Togliatti prefigurava la futura polarizzazione del bipartitismo imperfetto, che bloccherà la dialettica politica per lungo tempo. IL PCI, con la defenestrazione di Parri e l’accantonamento delle sue riforme economico-fiscali, accettò le imposizione moderate della DC, favorendo il riemergere della classe dirigente prefascista. Il Paese reale tornò ad opporsi al Paese legale.

L’egemonia moderata venne confermata con il plebiscito elettorale pro DC del 18 aprile del 1948. La reazione comunista alla marginalizzazione politica delle masse fu teatralmente inscenata subito dopo l’attentato di Pallante al ‘Migliore’, il 14 luglio di quell’anno mirabile. Le piazze non potevano capovolgere il risultato del voto, e la classe dirigente comunista mostrò il suo velleitarismo, non riuscendo né a guidare, né, tantomeno, a sconfessare le manifestazioni violente esplose nelle nostre città. Non fu la vittoria di Bartali al Tour a placare le folle inneggianti alla Rivoluzione, ma l’azione dei vertici ‘normalizzatori’ del PCI e quella del governo. Le elezioni successive mostrarono un tratto che resterà invariato nella vita contrastata della Prima Repubblica “un costante travaso di voti dai socialisti ai comunisti fino all’implosione dell’URSS […] e, a destra, un costante ammonimento alla DC perché non si discostasse da posizioni conservatrici” (p. 27). Ma paradossalmente, proprio l’apertura di Tambroni al MSI di Michelini, che si apprestava, con il Congresso di Genova del 1960, a storicizzare l’esperienza fascista, fu l’espediente con il quale si chiuse definitivamente la parentesi centrista e si inaugurò l’apertura ai socialisti. La lunga e discussa stagione del centro-sinistra. L’operazione Tambroni-Gronchi ebbe un seguito nel 1976, con la scissione di Democrazia nazionale dal MSI, che avrebbe dovuto offrire un appoggio a destra alla DC, per impedire il compromesso storico. A dire di Galli tale tentativo sarebbe fallito: i DC,   Moro in particolare, erano fermamente contrari all’ingresso dei comunisti nella stanza dei bottoni.

Nodo cruciale della storia della prima Repubblica è da individuarsi nell’omicidio di Enrico Mattei “La morte di Mattei consegna l’Eni a Cefis, uno dei protagonisti del’golpe invisibile’ di ceti senza capacità imprenditoriali” (p. 39). L’ascesa politica di questo personaggio, rappresentante del capitalismo parassitario, indusse il socialista di sinistra Riccardo Lombardi, a rifiutare l’incarico ministeriale che gli era stato proposto nel primo governo Moro. Il “tintinnare di sciabole” prodotto dal presunto golpe del generale De Lorenzo, servì in verità a coprire la responsabilità di politici in combutta con l’emergente capitalismo affaristico-burocratico. Si affermò, in tal modo, la “strategia della tensione” o, per dirla con Galli della Loggia,  la stagione delle “tensioni con varie strategie”, di cui furono protagonisti servizi segreti, fascisti, anarchici, mafia e massoneria (P2). Le stragi, e Piazza Fontana in particolare, per Galli dovevano servire a bloccare l’avanzata delle sinistre. Sotto il profilo elettorale, il risultato non fu conseguito. In realtà, il vero golpe lo preparava l’Italia ‘sotterranea’ “né fascista né antifascista […] e avente come protagonista un ceto finanziario speculativo del quale è emblematico proprio Michele Sindona” (p. 56). Si trattò di un golpe bianco, che utilizzò i soggetti politici disponibili su piazza, forte di protezioni internazionali, soprattutto nord-atlantiche.

Il nodo essenziale della storia italiana, quindi, è da individuarsi nella lotta intestina che contrappose la borghesia tradizionale, incarnata dalla famiglia reale dell’imprenditoria italiana, gli Agnelli, alla nuova ‘borghesia di Stato’, affaristica in senso greve e parassitaria. La sua azione sulla scena politica nazionale sarebbe stata impersonata da politici, all’interno della sequela che da Cefis passa per Craxi ed, infine, giunge a Berlusconi e Renzi “personalità politiche con forti analogie” (p. 58). Un segno del cambio delle consegne, a favore del nuovo ceto borghese, sarebbe da individuarsi nella indegna liquidazione che fu realizzata a danno di un’industria prestigiosa, l’Olivetti. A differenza di Galli, siamo convinti che tale disputa sia stata una guerra per bande. Quella che lo studioso milanese definisce la borghesia tradizionale, in realtà non fu mai tale. La FIAT è  un’industria della ‘borghesia di Stato’ che, proprio come le imprese dei paladini dell’ultimo capitalismo nostrano, forse con minore evidenza e clamore, ha cercato comunque di profittare di governi e regimi diversi, fascismo incluso. I nodi della storia italiana si scioglieranno solo quando tornerà al centro della scena nazionale  l’obliato, a destra e a manca, bene comune.

Un libro che discutendo il nostro passato recente, consente di pensare a scenari futuri che non  sembrano promettere grandi cambiamenti.

http://www.barbadillo.it/75408-libri-la-stagnazione-ditalia-di-galli-la-storia-del-nostro-paese-in-dieci-nodi/

Argomenti vari

Il caso David Rossi

Venerdì 24 Novembre ore 18 – Libreria Ibs-Libraccio – Sala dell’Oratorio San Crispino

Presentazione del libro di Davide Vecchi “ Il Caso David Rossi. Il suicidio imperfetto del manager di Mote dei Paschi di Siena” (Chiarelettere, 2017)

Ne parlano con l’autore Giovanni Rossi Presidente Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna e

Riccardo Forni, Presidente dell’Associazione Stampa di Ferrara

 

Parlare di Monte Paschi di Siena è parlare della Storia del Bel Paese a far data dal 1472, anno di fondazione; basti pensare ai Tesori d’Arte mondiali che MPS racchiude https://www.mpsart.it

Non solo: è anche avere il coraggio di guardare in faccia il volto oscuro della politica e della finanza.

Davide Vecchi*, firma de Il Fatto Quotidiano, con il suo ultimo libro ‘Il suicidio imperfetto del manager Monte dei Paschi di Siena’, inserisce la morte di David Rossi nella lunga serie dei misteri d’Italia “perché dal momento che le prime indagini furono fatte in maniera frettolosa e superficiale è chiaro che, a distanza di così tanti anni, non possono essere più ritrovate prove che potrebbero rivelarsi fondamentali”[1].

Parlare di David Rossi e della sua morte – archiviata dai giudici come suicidio – significa parlare di Siena e della sua banca, una banca di fatto “pubblica”. Oggi, infatti, l’azionista di maggioranza del Gruppo Montepaschi è lo Stato Italiano che detiene, complessivamente, il 52,184% del capitale sociale, con la partecipazione diretta del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Nata come monte di pietà per dare aiuto alla popolazione disagiata di Siena, MPS è la più antica banca in attività ed è ritenuta anche la più longeva al mondo.

Diciamo, con una battuta, che, a far data dalla profonda riforma delle fondazioni bancarie, la cosiddetta legge Amato-Ciampi, e con la successiva legge finanziaria 2002 (articolo 11 della legge 28 dicembre 2001, n. 448), gli uomini scelti dalla Fondazione MPS per il governo della MPS S.p.a. -4° gruppo bancario italiano per numero di filiali, dopo Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco BPM- hanno, progressivamente, “smarrito la diritta via” … e son entrati in una “selva oscura”, per dirla con il tosco Dante.

Con  Giovanni Rossi, neo Presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna, ho il piacere d’invitarvi a partecipare anche con riflessioni e domande alla presentazione del libro del collega Davide Vecchi.

 

* Davide Vecchi. Giornalista. https://www.ilfattoquotidiano.it/blog/dvecchi/  Sono nato a Perugia dove ho studiato Scienze politiche e iniziato a lavorare alla cronaca locale de Il Messaggero. Avevo 23 anni. Nera, bianca, giudiziaria, politica. Dopo un anno mi sono trasferito a Milano per entrare alla scuola di giornalismo Walter Tobagi e sono stato travolto dal lavoro. Nel 2000 sono assunto nel primo quotidiano on-line, eDay: preistoria del web finanziato dal “visionario” Elserino Piol che aveva appena dato la luce a Tiscali. Da allora ho lavorato (tra l’altro) per Metro, il Venerdì di Repubblica, l’Espresso. Poi l’Adnkronos, dal 2004. Ho seguito tanta politica.

O meglio: tanti politici. Quasi sette anni di agenzie di stampa. Fino a luglio 2010, quando sono arrivato al Fatto Quotidiano dove mi occupo principalmente di politica e cronaca giudiziaria. Ho seguito le hard news degli ultimi anni.

Dal caso Ruby allo scandalo Mose fino a Mafia Capitale. Nel 2012 ho scritto I Barbari sognanti per Aliberti sul fallimento della Lega Nord.

Nel 2014 per Chiarelettere, ho iniziato a occuparmi dell’ascesa di Renzi nel libro L’intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia.

Due anni dopo, sempre per Chiarelettere, ho pubblicato Matteo Renzi, il prezzo del potere, sui primi due anni di Governo dell’ex rottamatore. Entrambi ancora in libreria.


Riccardo Forni, giornalista professionista. Presidente Associazione Stampa di Ferrara.

Argomenti vari, libri

Quale felicità?

 

È in uscita per le edizioni del Mulino il libro Storia economica della felicità. Abbiamo intervistato l’autore, Emanuele Felice – in questo caso il nome è un presagio! – che è professore associato di Storia economica all’Università “Gabriele D’Annunzio” di Chieti-Pescara. L’intervista è a cura di Carlo De Maria.

 

Come è nata l’idea di scrivere un libro sulla storia della felicità?

L’idea è nata rileggendo alcuni autori dell’Illuminismo. Ad esempio, François-Jean de Castellux che nel XVIII secolo scrisse Considerazioni sopra la sorte dell’umanità nelle diverse epoche della storia moderna, che in effetti è il primo tentativo di tracciare una storia della felicità. Anche gli illuministi italiani hanno studiato la felicità come dimensione pubblica. E mi sono accorto che questi intellettuali avevano una visione della felicità umana che era in sostanza legata ai diritti dell’uomo. Una concezione diversa rispetto a quanto emerge, oggi, da studi condotti a livello internazionale dall’ONU, dove si predilige una interpretazione soggettiva della felicità essenzialmente rilevata attraverso sondaggi, in base alla quale paradossalmente alcuni Stati assoluti, in cui i diritti umani vengono violati, come Emirati Arabi e Uzbekistan, mostrano di avere i cittadini più felici.

Nelle mie ricerche da tempo mi occupo di Amartya Sen, dell’indice di sviluppo umano e degli altri indicatori alternativi al Prodotto interno lordo (PIL). In ambito internazionale, negli ultimi decenni due alternative al PIL si sono affermate, almeno in parte: l’approccio dello sviluppo umano e delle capabilities di Sen e Nussbaum e l’approccio dell’utilitarismo basato invece sui sondaggi, su domande del tipo “Quanto ti senti felice?” (che Sen critica perché i suoi risultati sono inevitabilmente frutto di condizionamento mentale).

L’approccio delle capabilities di Sen e Nussbaum (o delle libertà reali di van Parijs) è molto in linea con la visione che avevano gli illuministi (non tutti), fondata sui diritti umani e, in particolare, sul diritto a ricercare la felicità (“the pursuit of happiness”) sancito nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. In aggiunta, l’Illuminismo ha anche valenza nella storia economica mondiale, dal momento che costituisce la base ideale da cui poi prenderà slancio la rivoluzione industriale. Da queste premesse, sorgeva l’esigenza, e l’utilità, di scrivere una storia economica della felicità che fosse diversa dalla vulgata oggi prevalente.

Alla luce dello studio che hai condotto, è possibile rispondere alla domanda: qual è la natura della felicità?

La felicità è fortemente condizionata dall’idea che gli esseri umani si fanno su di essa. Cambia, dunque, nel corso della storia. Però è sicuramente legata a un aspetto, che è il senso della vita. Ovviamente quale sia il senso della vita è una risposta mutevole. Oggi, il senso della vita e, dunque, la nostra visione della felicità si orientano generalmente in due modi: cercare di soddisfare quanti più desideri possibili di arricchimento e godimento, oppure avere una visione che contemperi benessere materiale, libertà (soprattutto libertà da e, dunque, diritti umani), possibilità di realizzarsi (capabilities) e relazioni umane.

Un bivio, questo, che comincia a delinearsi, grosso modo, con l’Illuminismo, quando si superano le visioni precedenti della felicità, proprie del mondo preindustriale e agricolo. Anche in questo caso possiamo individuare due grandi modelli, entrambi influenzati da un contesto nel quale il progresso scientifico non era ancora contemplato: una felicità ultraterrena – “la felicità non è di questo mondo” – tipica delle grandi religioni monoteiste nella parte occidentale dell’Eurasia, e una felicità ascetica, soprattutto di impronta buddista, ma presente anche nel mondo romano (pensiamo ai cinici, agli epicurei, per certi versi agli stoici), che invece porta ad affermare che la felicità si ottiene limitando i desideri. In altre parole, la felicità si può avere anche su questa terra, a patto però di limitare i desideri. Isaiah Berlin, criticando questa visione, affermava ironicamente che, a forza di ridurre i desideri, “alla fine la persona più felice è quella morta…”. Si trattava, in ogni modo, di una visione terrena della felicità, ma ancora prettamente individuale e non orientata alla trasformazione del mondo.

Gli stoici articolarono una posizione in parte diversa, legando sì la felicità all’atarassia però insistendo anche sull’importanza di un principio attivo, il logos, e cioè il connettersi con la ragione universale, alludendo in questo modo a una possibile trasformazione del mondo. La cultura stoica, tuttavia, non riuscì a trasformare il mondo romano perché non contemplava la conoscenza pratica, il progresso tecnologico.

Il lungo processo che parte dall’Europa medievale, si accelera con la Riforma e culmina nella rivoluzione scientifica e nell’Illuminismo, cambia radicalmente la visione della felicità. Si crea un nuovo paradigma che insiste sulla conoscenza utile: la conoscenza, cioè, deve essere orientata al cambiamento, al progresso. Questo porta all’idea che la felicità sia possibile su questa terra, e per tutti, attraverso la trasformazione delle istituzioni e la crescita economica. Alla conoscenza utile si lega anche l’uguaglianza formale tra le persone. L’idea che tutti abbiano il diritto a ricercare la propria felicità.

L’Illuminismo rappresenta, dunque, un cambiamento di paradigma che si associa alla Rivoluzione industriale. Cesura che porta alle due visioni odierne della felicità: quella improntata all’edonismo e quella che cerca di conciliare il piacere con l’etica, e quindi con i diritti umani. Naturalmente resistono anche le visioni preesistenti della felicità, quella ultraterrena e quella ascetica, che si confrontano faticosamente con le visioni odierne.

Arrivando agli anni Duemila, intravedi nel tempo presente una “curvatura” peculiare dell’idea di felicità?

C’è il rischio di una distopia della felicità, cioè il rischio che la felicità diventi non più un diritto, ma quasi un dovere. Questo avviene, ad esempio, in certe aziende, multinazionali e non solo, che obbligano di fatto i loro dipendenti a mostrarsi sorridenti verso i clienti (e ne controllano puntualmente l’atteggiamento). Oppure, in una monarchia assoluta come gli Emirati Arabi Uniti, dove è stato creato un ministero per l’happyness, la felicità. Un modello di felicità imposto, dove manca la dimensione genuina delle relazioni umane.

Un altro rischio incombente è quello di una felicità sintetica e artificiale, unicamente legata ai sensi, raggiungibile attraverso farmaci o droghe a buon mercato e facilmente disponibili (anche nei paesi meno sviluppati): un dollaro al giorno, una pilloletta, la prendi e sei felice… Manca però il senso della vita.

Contro questo modello distopico – anticipato da alcuni capolavori della fantascienza, come Brave New World (1932) di Aldous Huxley – rimane l’altra strada, che è quella che si rintraccia appunto ripercorrendo la storia degli ultimi secoli, nei quali alla crescita economica, alla crescita delle nostre disponibilità materiali, si è accompagnato anche un miglioramento etico, dei diritti e delle libertà. Questo collegamento (tra crescita economica e progresso etico) non è scontato, come ci mostra proprio la storia del Novecento con il nazismo e lo stalinismo, ma è comunque una partita aperta, che vale la pena di giocare. Si tratta di una partita individuale e collettiva, allo stesso tempo.

http://rivista.clionet.it/vol1/intervista/felice-storia-economica-della-felicita

 

Argomenti vari, libri

Il fondamentalismo Hollywoodista

Inside Job (2010)
Inside job è un documentario sulla crisi finanziaria del 2008 che ebbe uno straordinario successo, giungendo a vincere anche l’Oscar per miglior documentario. Si tratta tuttavia di un prodotto hollywoodista assegnabile al filone delle liturgie di catarsi di giustizia onirica, poiché denunciando le malefatte dei grandi banchieri fornisce al pubblico l’illusione onirica che giustizia sia fatta. In realtà, nessuna, ma proprio nessuna giustizia è fatta, I cittadini sono le grandi vittime finali dell’artefatta crisi finanziaria del 2008 e la loro rabbia e frustrazione vengono vendicate solo virtualmente da questo film che altro non fa che raccontare al pubblico ciò che esso già sapeva — e cioè come si è sviluppata la crisi del 2008, più o meno. A causa dei soliti meccanismi di proiezione psico-logica il pubblico che fu gabbato nel mondo reale trae qualche sollievo virtuale nell’esperienza onirica della visione del film. Insidejob finge di essere un documentario “di denuncia” ed antisistema, ma non si è mai visto a Hollywood un film antisistema vincere l’Oscar e se si è visto vuoi dire che non era antisistema. Il successo del film, ovvero la soddisfazione del pubblico gabbato a sentirsi spiegare come è stato gabbato, ricorda quel detto popolare italiano: “È vero, le ho prese di brutto, ma quante gliene ho dette!” Il titolo del film, infine, è un’altra furbata hollywoodista mica male. Il termine “inside job” è infatti divenuto popolare in riferi-mento agli attentati dell111 settembre 2001, per esprimere il concetto che quegli attentati erano stati organizzati dall’interno del sistema di potere americano. Gli autori del film se ne sono appropriati per esprimere un significato diverso, a tal modo scollegandolo nella mente del grande pubblico dagli imbarazzanti eventi dell’11 settembre. Provate oggi a “googhelare” il termine “inside job”: pagine e pagine di risultati con soli riferimenti a questo film, nessuna più traccia dell’uso che ha reso il termine popolare. Espressione idiomatica sequestrata con successo, il suo significato convertito in qualcosa di innocuo per il sistema.
Strategie di manipolazione prevalenti:
• Catarsi di giustìzia onirica e rivalsa fittizia
• Assunzione di controllo della narrativa del dissenso
• Intercettazione e ridefinizione semantica di un espressione idiomatica scomoda
Roberto Quaglia


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Immigrazione

All’ordine del giorno resta, in tutta Europa, il tema dei migranti e la soluzione da assumere per affrontare questo problema sempre di più pressante. Intere baraccopoli con migliaia di immigrati vengono spazzate via, eliminate, come a Calais e a Foggia, in molti centri di raccolta si susseguono i tentativi di rivolta, le carrette del mare continuano a sbarcare carichi umani sulle coste italiane, il terrorismo incombe e le agenzie di intelligence indicano i rischio che fra le migliaia di migranti si infiltrino terroristi. Gli attentati periodicamente scuotono la coscienza degli europei. Che fare? A questa domanda i governi europei non sembrano pronti a rispondere. La rivista Eurasia, con gli strumenti geopolitici, di analisi demografica, e di prospezione, affronta questo tema nell’ultimo numero (Eurasia, 4/2016, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, pagg. 205, euro 18; www.eurasia-rivista.com).Lo fa con un dossario di 180 pagine interamente dedicato al tema “Migrazioni o invasioni?”.

Il direttore Claudio Mutti fa un’operazione necessaria quando si parla di migrazione, invasioni, trasferimenti, accordi: mette a posto i concetti basandosi sul significato delle parole e richiamandosi a eventi storici. Lo fa con chiarezza e efficacia. Sgomberato il campo da interpretazioni grossolane, ideologiche o approssimative, nel fascicolo, uno dei migliori pubblicati dalla redazione di Eurasia, si affrontano, con dati, bibliografie, analisi e revisioni storiche, aspetti fondamentali come le manovre geopolitiche dietro i flussi migratori (Giovanni Petrosillo) la situazione dei rifugiati e migranti nel Mediterraneo (Stefano Vernole) un’analisi economica dei migranti in Francia (Alain de Benoist) il piano di destabilizzazione dell’Europa (Wayne Madsen, Gennaro Scala, Enrico Galoppini) la diffusione del precariato (Gianluca Marletta) i flussi migratori (Alessandra Colla, Anna Bono, Ivelina Dimitrova), e un’analisi degli accordi sull’immigrazione (Aldo Braccio e Ali Reza Jalali). Non mancano due saggi storici sulle invasioni barbariche (Andrea Galletti e Claudio Mutti). Chiudono il fascicolo articoli sulla Russia e un’intervista al segretario regionale della Lega Nord in Emilia Romagna, Gianluca Vinci.

http://www.barbadillo.it/63595-riviste-eurasia-leuropa-e-vittima-di-migrazioni-o-di-vere-e-proprie-invasioni/

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Geopolitica dell’ortodossia

Il mondo religioso, per la sua forza intrinseca e per il richiamo al soprannaturale, può offrire una serie di simboli e miti in grado di catalizzare un patrimonio di identità, tradizioni e storia che può contribuire a rafforzare un soggetto politico. Il richiamo a questo “deposito spirituale” è più ricorrente di quanto si immagini: vari studiosi di geopolitica hanno più volte affrontato questo tema e analizzate le dinamiche e gli sviluppi nello scenario politico internazionale. Adesso, il dossier centrale dell’ultimo numero di Eurasia, rivista di studi geopolitici diretta da Claudio Mutti (n.3 del 2016) è dedicato alla “Geopolitica dell’Ortodossia”. Contributi molto interessanti che spaziano dagli aspetti storici, come lo scisma d’Oriente (Domenico Cadararo), la valenza dell’Oriente e dell’Occidente nell’ecumene cristiana, le differenti chiese ortodosse, serba (Bataille), greca (Tsopanis), bulgara (Dimitrova), l’ortodossia araba (Thual), l’ortodossia e il cattolicesimo romano (Zamfirescu). Ancora: il contrasto esistente in Romania fra “valori atlantici” e ortodossia è di particolare interesse. Non manca una sezione di documenti su aspetti specifici dell’ortodossia che affrontano tematiche come Bisanzio e il Bizantinismo, la Chiesa ortodossa nel mondo, l’appartenenza etnica e l’organizzazione della Chiesa ortodossa, oltre all’approfondimento della posizione contro la globalizzazione da parte della Chiesa ortodossa russa.

Due articoli sul Vicino Oriente, sul tentato golpe in Turchia e le nuove prospettive politiche del governo turco nell’ambito dei rapporti fra Turchia ed Europa alla luce della crisi migratoria (Braccio e Cappelluti). Il fascicolo si conclude con la consueta rubrica di libri.

Il direttore, Claudio Mutti, nell’analizzare, in apertura di fascicolo, il tema dell’ortodossia, sottolinea l’importanza della translatio imperii che si tradusse, dopo la individuazione di Costantinopoli come seconda Roma, nel passaggio del titolo imperiale a Mosca (perciò definita Terza Roma) e la sua funzione geopolitica, oltre che spirituale e religiosa.

*Eurasia, n. 3/2016, Edizioni All’Insegna del Veltro, Parma, 2016, pagg. 184, euro 18. [www.eurasia-rivista.com]

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Il pensiero unico

di Luciano Lago Lo schianto tra due treni nella campagna tra Andria e Bari sembra sia uno dei peggiori incidenti ferroviari avvenuto in Italia dal dopoguerra. Sconcerto per le circostanze della strage: un possibile guasto ai computer che gestiscono il transito lungo il tratto a binario unico che corre in aperta campagna“, tuttavia è accertato che le comunicazioni su questa linea avvengono per telefono. Il  “binario unico” CORATO (BARI) – Tutti i telegiornali ed i siti internet seguono a dare le informazioni sul grave incidente ferroviario avvenuto in Puglia: uno scontro fra due treni della società privata Ferrotranviaria che gestisce la linea Ferrovie Bari Nord, avvenuto questa mattina, tra Ruvo di Puglia e Corato, in aperta campagna, su un binario unico: un impatto frontale e “violentissimo”, che ha un bilancio molto pesante: 25 le vittime accertate e molti feriti ricoverati tra Andria e gli altri ospedali di Bisceglie e Barletta.“ Costernazione di molta parte dell’opinione pubblica  che realizza soltanto adesso l’esistenza di una vetusta linea ferroviaria a binario unico analoga a quelle realizzate nel 19° secolo che non è la sola ma caratteristica in molti parti del sud, dalla Calabria alla Sicilia alla Puglia (ma anche in alcune tratte locali al Nord). Sul tratto, a binario unico, non sono previsti scambi e, per quanto il sistema si presuma computerizzato, sembra che da una delle due stazioni non sia arrivato il segnale di stop per uno dei due treni, treni di pendolari soprattutto. “ In sostanza si apprende che, mentre i governi che si alternano in Italia discutono ancora sulla TAV, un opera costosissima di alta velocità considerata inutile, costosa e superflua, una parte dell’Italia, il Mezzogiorno, si ritrova con infrastrutture ferroviarie tipiche dei paesi del 4° mondo. La domanda di alcuni analisti è la seguente: Si potevano fare investimenti in infrastrutture al sud da parte di Governi che, firmando il “Fiscal Compact”, il pareggio di Bilancio, (per adeguarsi all’Europa) si sono castrati da soli sulla possibilità di investimenti pubblici per infrastrutture? Risposta no!  Se ne accorgono però soltanto adesso, prima non sapevano o ignoravano che il Mezzogiorno d’Italia (e non solo quello) pullula di clientelismo e di sprechi ma si trova in totale assenza di infrastrutture moderne e nelle reti dei trasporti e in tutti gli altri settori. D’altra parte da Bruxelles e dagli adepti della sinistra mondialista è stato imposto una forma di pensiero unico: “ce lo chiede l’Europa e bisogna adeguarsi”. I politici italiani di sinistra e di destra si sono subito adeguati. Tutto il resto, l’interesse nazionale ad ammodernare il paese nelle infrastrutture, spendendo a debito e creando nuova occupazione, era ed è un concetto totalmente assente nelle classi politiche di sinistra e di destra che si sono alternati al Governo. Prevale l’ideologia economica neoliberista che vede il primato delle leggi del “mercato” e delle privatizzazioni. Il Pensiero Unico Che cosa sia il Pensiero Unico lo abbiamo scritto varie volte: Si tratta di quella ideologia progressista, moderna, al passo con i tempi che ha eliminato i vecchi tabù economici e metapolitici che una volta erano presenti nella coscienza di chi doveva amministrare e sono stati sostituiti con altri concetti più moderni, avanzati e di rilevanza sociale ed economica. Viviamo in un mondo aperto e globalizzato e non si può certo rimanere ancorati al proprio paese, alla propria realtà locale ed alla cultura del posto (ci dicono) ma bisogna aprirsi mentalmente ai nuovi concetti che arrivano da fuori, non si sa bene da dove ma quasi sempre dall’”Amerika”, dalle “democrazie avanzate” e dagli esperti di etica, dai grandi sociologhi e dai “maitre a penser” d’oltralpe, questo è quanto predica l’ideologia mondialista  della globalizzazione. Il cittadino che pensa e vorrebbe farlo con un proprio metro di giudizio che gli deriva dalla sua estrazione e dalla sua cultura, si sente invischiato, avviluppato in questa nuova ideologia che inibisce qualsiasi pensiero ribelle che lo vuole omologare ai concetti prevalenti a prescindere da qualsiasi obiezione. Si vive un epoca dove sono cadute le vecchi ideologie, dopo la caduta del muro di Berlino, trionfa invece quale ideologia diffusa e professata il liberalismo o meglio ancora la concezione neo liberale che risulta quella trionfante, basata sul dogma del libero mercato. Tutti i personaggi pubblici si proclamano liberali o quanto meno a favore del libero mercato e guai a contraddirli, si passa per retrogradi o nostalgici del veterocomunismo o dell’autarchia fascista. Quindi non esiste spazio per l’intervento dello Stato che dovrebbe investire in opere pubbliche spendendo risorse (che non possiede perchè ha ceduto la facoltà di battere moneta) ed aggravando il suo deficit, visto che dovrebbe chiedere i soldi in prestito entità bancarie internazionali. L’intervento dello Stato viene considerato obsoleto dagli economisti neoliberisti che inorridiscono al solo pensiero di uno Stato inteventista, d’altra parte l’Europa non ce lo permetterebbe. Il mercato è una specie di entità superiore la cui mano invisibile corregge le deviazioni ed asperità dei provvedimenti economici, i mercati finanziari in particolare sono talmente onnipotenti da determinare da soli l’orientamento generale delle economie, il livello dei prezzi, la competitività e l’andamento dei profitti per le grandi imprese. Certo non possono ammodernare le infrastrutture ma si può affidare il compito al mercato ed ai nuovi gestori, se ne hanno voglia, nel ruolo di investire ed ammodernare le infrastrutture. Se ci chiediamo in che cosa consiste il pensiero unico dobbiamo considerare che questo è in concreto la trasposizione in termini ideologici che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di entità economiche e specialmente di quelle del grande capitale finanziario sovranazionale. Le sue principali fonti si trovano nelle grandi istituzioni internazionali come l’ONU e organismi collegati come l’UNESCO, UNHCR, FAO, ecc., l’Organizzazione per la cooperazione e sviluppo economico (OCSE), il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale, l’organizzazione per il commercio mondiale (WTO), la Commissione Europea, il sistema (cartello) delle banche centrali, tutti organismi che finanziano ONG, centri di ricerca, università e fondazioni chiamati a sviluppare le idee e le iniziative tutte collegate al pensiero unico ed all’ideologia mondialista propria di queste organizzazioni. I concetti di questo pensiero unico e dell’ideologia mondialista vengono diffusi attraverso tutti i principali media ed in particolare quelli anglosassoni di informazione economica come l’Economist, il Financial Times, il Wall Street Journal, agenzie come Reuters, CNN, ecc. Tutti concetti ripresi dalla stampa nazionale ed europea e fedelmente fatti propri dagli opinionisti di Repubblica, del Corriere della sera, della Stampa, ecc. dalle principali reti televisive, tutti media di proprietà dei principali gruppi industriali e finanziari. Il fondamento del pensiero unico, oltre all’ideologia liberale e neo liberista, è il concetto del primato dell’economia sulla politica, di conseguenza dell’importanza del giudizio dei mercati prima di qualsiasi altro. Una politica fatta da un governo può essere positiva se incontra il favorevole giudizio dei mercati e negativa se invece viene giudicata non conforme e incontra lo sfavore di questi che si manifesta il più delle volte con un declassamento delle onnipotenti agenzie di rating che sono tutte consociate con le principali banche d’affari (guarda caso). Il verbo principale del pensiero unico è quello che predica la necessità di adeguarsi al mercato da parte di tutti: i governi devono adeguare la loro politica economica ai mercati, i lavoratori devono adeguare i loro contratti, salari e condizioni di lavoro al mercato (del lavoro), le imprese devono adeguare la loro produzione al mercato per essere competitive, lo Stato deve privatizzare i suoi servi essenziali e non, Il mercato a sua volta è dominato dal libero scambio illimitato (come fattore di progresso) e questo si basa sull’abolizione delle frontiere, sulla globalizzazione dell’economia, libera circolazione dei capitali e sull’omologazione delle condizioni di lavoro e dei diritti. Si predica il concetto del sempre meno stato e più mercato come toccasana di tutti i mali, la privatizzazione dei servizi, l’efficienza in un sistema dove ciascuno sia responsabile del proprio benessere., quale retaggio della mentalità calvinista anglosassone. Questi concetti sono ripetuti ossessivamente da tutti gli organi di informazione e dai politici senza distinzione fra destra e sinistra e questo conferisce una tale forza di intimidazione da soffocare qualsiasi tentativo di dissidenza o di riflessione libera. Il pensiero Unico sinteticamente questo, in ambito economico, ed è impossibile resistergli. Si è portati quasi a pensare, in ambito europeo, che i circa 21 milioni di disoccupati in Europa, il disastro urbano, la precarizzazione generale del lavoro, la corruzione delle classi politiche, le tensioni nelle grandi periferie delle grandi aree urbane, il saccheggio dell’ambiente e l’inquinamento, il ritorno dei razzismi, degli integralismi religiosi, la marea degli esclusi, l’immigrazione di massa, tutto questo non sia che un miraggio, una allucinazione in grave discordanza con questo che dovrebbe essere il migliore dei mondi edificato in base ai precetti del Pensiero Unico e della globalizzazione. Poi intervengono avvenimenti come il disastro ferroviario in Puglia e qualcuno arriva a riflettere: c’era ancora il binario unico in Puglia, ma non era il mercato che doveva risolvere tutto, non ci avevano detto forse di affidarci a lui, una”entità superiore” ? Qualche cosa non quadra e le persone più avvedute iniziano a porsi delle domande. Non troppe però poiché il sistema non ti permettere di riflettere e di fare delle valutazioni che si discostano dal “Pensiero Unico”, Si potrebbe passare per “retrogadi e populisti”. Il Pensiero Unico come il Binario Unico: una tragedia tipicamente italiana.

http://www.controinformazione.info/binario-unico-e-pensiero-unico-le-due-tragedie-italiane/

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Pilastri, nasce piazza Po

Scrittore, archeologo, storico locale, tra i fondatori della cooperativa di arte e spettacolo “Unità e progresso”, 70 anni di vita, che gestisce il cinematografo e le altre attività della Casa del popolo.
Pilastri celebra Gianfranco Po, intitolandogli la piazza piazza principale proprio nell’occasione dei 70 anni della ‘sua’ cooperativa. Questo pomeriggio la cerimonia ufficiale, alla presenza del sindaco Fabio Bergamini, di Alan Fabbri, del vicesindaco Simone Saletti, autorità e familiari. La giunta nei giorni scorsi ha deliberato il nuovo nome della piazza, donando alla frazione una targa ricordo. Per l’occasione presenti anche il fratello di Gianfranco Po, Valentino, e il nipote, Moreno.
Gianfranco Po – da tutti chiamato ‘Giano’ – nasce nel 1925, di professione ufficiale d’anagrafe, è appassionato di storia locale. Realizza la mappa del passato di Pilastri, è il primo a individuare il sito archeologico de “I Verri”, oggi importante centro di scavo sulle tracce dell’antica popolazione Terramaricola dell’età del Bronzo. Appassionato scrittore, Po pubblica tre libri dedicati alla storia locale, un altro ancora inedito (Pilastri, storie, documenti, tradizioni”). Tantissimi i contributi sulle riviste di settore e sui giornali del territorio. L’autore muore nel 1998, lasciando tantissimi documenti e scritti. Fu anche radioamatore e, in tempi lontanissimi da cellulari e internet, riuscì a mettersi in contatto, via radio, con paesi come il Vietnam del nord e l’Indocina. “”Un cultore del territorio, un uomo fiero della sua appartenenza, uno studioso della nostra terra, un pilastrese illustre che ha investito la sua vita nell’approfondimento e nella divulgazione delle tante ricchezze del nostro territorio”: così lo ha ricordato il sindaco Bergamini questo pomeriggio. A illustrare le opere e l’apporto alla cultura locale è stato invece Daniele Biancardi, dell’associazione Bondeno Cultura. “Prima di Gianfranco Pilastri non aveva storia, ma solo memoria. Basti pensare che alla biblioteca Ariostea non c’erano scritti alla voce ‘Pilastri’. Gianfranco si mise a scrivere e colmò questo vuoto”. Moreno Po, il nipote, ne ha invece tratteggiato il profilo umano: “Gianfranco aveva le qualità che servono per conservare la memoria di un luogo: la curiosità e la pazienza, di ascoltare e di scrivere”.
Un ricordo e un ringraziamento l’ha espresso questo pomeriggio anche Angelo Caselli, presidente della cooperativa: “Gianfranco ha sempre creduto nella forza sociale della cooperazione e ne ha organizzato la prima festa, per il 25ennale. Era il 1971”.

Da sin Caselli, Moreno Po e Valentino Po, il fratello

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estratto da http://www.comune.bondeno.fe.it/1376-pilastri-nasce-piazza-po