Società, sociologia

Terrore sanitario

Già in un libro pubblicato sette anni fa, che vale ora la pena di rileggere attentamente (Tempêtes microbiennes, Gallimard 2013), Patrick Zylberman aveva descritto il processo attraverso il quale la sicurezza sanitaria, finallora rimasta ai margini dei calcoli politici, stava diventando parte essenziale delle strategie politiche statuali e internazionali. In questione è nulla di meno che la creazione di una sorta di “terrore sanitario” come strumento per governare quello che veniva definito come il worst case scenario, lo scenario del caso peggiore. È secondo questa logica del peggio che già nel 2005 l’organizzazione mondiale della salute aveva annunciato da “due a 150 milioni di morti per l’influenza aviaria in arrivo”, suggerendo una strategia politica che gli stati allora non erano ancora preparati ad accogliere.

Zylberman mostra che il dispositivo che si suggeriva si articolava in tre punti: 1) costruzione, sulla base di un rischio possibile, di uno scenario fittizio, in cui i dati vengono presentati in modo da favorire comportamenti che permettono di governare una situazione estrema; 2) adozione della logica del peggio come regime di razionalità politica; 3) l’organizzazione integrale del corpo dei cittadini in modo da rafforzare al massimo l’adesione alle istituzioni di governo, producendo una sorta di civismo superlativo in cui gli obblighi imposti vengono presentati come prove di altruismo e il cittadino non ha più un diritto alla salute (health safety), ma diventa giuridicamente obbligato alla salute (biosecurity).

Quello che Zylberman descriveva nel 2013 si è oggi puntualmente verificato. È evidente che, al di là della situazione di emergenza legata a un certo virus che potrà in futuro lasciar posto ad un altro, in questione è il disegno di un paradigma di governo la cui efficacia supera di gran lunga quella di tutte le forme di governo che la storia politica dell’occidente abbia finora conosciuto. Se già, nel progressivo decadere delle ideologie e delle fedi politiche, le ragioni di sicurezza avevano permesso di far accettare dai cittadini limitazioni delle libertà che non erano prima disposti ad accettare, la biosicurezza si è dimostrata capace di presentare l’assoluta cessazione di ogni attività politica e di ogni rapporto sociale come la massima forma di partecipazione civica. Si è così potuto assistere al paradosso di organizzazioni di sinistra, tradizionalmente abituate a rivendicare diritti e denunciare violazioni della costituzione, accettare senza riserve limitazioni delle libertà decise con decreti ministeriali privi di ogni legalità e che nemmeno il fascismo aveva mai sognato di poter imporre.

È evidente – e le stesse autorità di governo non cessano di ricordarcelo – che il cosiddetto “distanziamento sociale” diventerà il modello della politica che ci aspetta e che (come i rappresentati di una cosiddetta task force, i cui membri si trovano in palese conflitto di interesse con la funzione che dovrebbero esercitare, hanno annunciato) si approfitterà di questo distanziamento per sostituire ovunque i dispositivi tecnologici digitali ai rapporti umani nella loro fisicità, divenuti come tali sospetti di contagio (contagio politico, s’intende). Le lezioni universitarie, come il MIUR ha già raccomandato, si faranno dall’anno prossimo stabilmente on line, non ci si riconoscerà più guardandosi nel volto, che potrà essere coperto da una maschera sanitaria, ma attraverso dispositivi digitali che riconosceranno dati biologici obbligatoriamente prelevati e ogni “assembramento”, che sia fatto per motivi politici o semplicemente di amicizia, continuerà a essere vietato.

In questione è un’intera concezione dei destini della società umana in una prospettiva che per molti aspetti sembra aver assunto dalle religioni ormai al loro tramonto l’idea apocalittica di una fine del mondo. Dopo che la politica era stata sostituita dall’economia, ora anche questa per poter governare dovrà essere integrata con il nuovo paradigma di biosicurezza, al quale tutte le altre esigenze dovranno essere sacrificate. È legittimo chiedersi se una tale società potrà ancora definirsi umana o se la perdita dei rapporti sensibili, del volto, dell’amicizia, dell’amore possa essere veramente compensata da una sicurezza sanitaria astratta e presumibilmente del tutto fittizia.
Fonte: Quodlibet

politica

L’agonia di una civiltà

Fonte: Italicum

 

Intervista ad Adriano Segatori, autore del libro “L’Europa tradita e l’agonia di una civiltà”, Ad Maiora 2020, a cura di Luigi Tedeschi

 

1) Con l’avvento della modernità si affermò l’eurocentrismo, il primato cioè scientifico, politico e culturale dell’Europa nel mondo. Tuttavia la modernità, di matrice illuminista ed empirista,  comportò l’erosione progressiva delle radici identitarie, culturali e religiose dei popoli europei, fino a quasi dissolverle del tutto. L’immigrazione e soprattutto l’islamismo non hanno potuto avere nella società europea questa rilevante incidenza a causa del vuoto di valori morali e religiosi generato dalla modernità e dal materialismo dominante in tutto l’Occidente?

Sul tracollo morale e religioso dell’Europa come fattore favorente l’aggressione islamista e la volontà di conquista e sottomissione della stessa da parte del radicalismo jihadista credo che non ci siano dubbi. Per altro, una parte almeno della nostra area – e io ne ho fatto parte senza alcun rimorso né rimpianto – ha salutato con entusiasmo il ritorno di Khomeini in Iran e la caduta del governo corrotto dello Scià. Era l’idea del ritorno del sacro e della sobrietà quasi spartana contro la degenerazione laica di tipo occidentale e la depravazione dei costumi secondo la mentalità capitalista. Abbiamo fatto, però un errore di calcolo, per certi versi simile a quello in cui è caduta la sinistra quando sosteneva il Fronte di Liberazione Nazionale algerino ed altri movimenti musulmani intransigenti. Il fatto che l’Islam, nella sua concezione totalizzante, è l’unica fede riconosciuta e, con essa, anche l’unico statuto giuridico accettato. Gli islamisti non riconoscono il dialogo, il confronto, l’interpretazione, perché il Corano è legge, ed ad essa deve assoggettarsi il pensiero, il comportamento, la vita, la stessa scienza. Abbiamo pensato che l’Islam poteva dare una sferzata alla sonnolenta società occidentale, raddrizzandola nei princìpi per una nuova visione del mondo e della vita. L’ottimismo si è scontrato con una realtà sanguinaria e regressiva.

2) L’Islam costituisce oggi una minaccia per l’Occidente in quanto portatore di una visione del mondo integralista – religiosa, che prescrive la “guerra santa”. Ma, secondo il pensiero di Danilo Zolo, non fu l’Occidente americano a teorizzare per primo lo “scontro di civiltà”? Non fu l’America di Bush che, disconoscendo il principio fondamentale del diritto internazionale della inviolabilità della sovranità degli stati, pose in atto a sua volta una “guerra santa” contro gli “stati canaglia”, in nome della pseudo religione dei diritti umani e della esportazione della democrazia? L’Islam radicale non trasse le sue origini nei paesi più strettamente legati all’Occidente quali l’Arabia saudita, gli Emirati Arabi, ed altri?

Ormai è accertato che l’Islam guerriero – Al Qaida è l’esempio primo – è stato finanziato, armato e supportato dagli americani in funzione antisovietica durante la guerra in Afghanistan. Potremmo fare un parallelismo scandaloso con l’Italia. Per combattere il fascismo, l’organizzazione antifascista ha reclutato i mafiosi, ha pianificato lo sbarco anglo-americano, ha facilitato la sostituzione degli uomini nelle istituzioni. Ci siamo trovati con i corrotti negli organismi di Stato, con la mafia strutturata nei centri di potere e le basi americane in una nazione ridotta a territorio di servitù. Così, l’Islam ha vinto sui russi, si è strutturato come esercito, ha impostato un progetto ideologico-religioso, ha pianificato una strategia contro l’Occidente seguendo tattiche diversificate e metodologie più o meno sofisticate. Quello che doveva essere un cobelligerante, o quanto meno un complice, contro il comunismo si è trasformato nell’antagonista più pericoloso della nostra civiltà. Una specie di eterogenesi dei fini: da alleato a padrone nel primo caso, da coalizzato a nemico nel secondo. Anche in questo caso si sono fatti male i conti: la troppa presunzione non ha calcolato le conseguenze delle azioni.

3) L’ideologia dei diritti umani dominante in Occidente ha come finalità la creazione di una società cosmopolita e multietnica. Pertanto l’Occidente ha incentivato per decenni l’immigrazione, esaltato i valori della diversità, della tolleranza e promosso politiche di integrazione nella società occidentale. Ma questa integrazione non si rivela impossibile, a causa del rifiuto degli immigrati (specie se islamici), in quanto queste comunità vogliono preservare la loro identità? Non è più esatto parlare di volontà di assimilazione all’Occidente (in base al modello americano), più che di integrazione, dato che il liberismo cosmopolita tende ad omologare ad un unica cultura egualitaria, materialista e mercatista tutta l’umanità? L’integrazione, non è invece una assurda pretesa europea di imporre agli immigrati la condivisione di valori della società civile in cui gli europei stessi non credono più?

Qui l’analisi si fa più complessa, con un rischio elevato di incomprensione nel sedicente ambiente. Sarebbe il caso di porci degli interrogativi seri e onesti. Siamo disposti a rinunciare alle comodità offerteci dalla tecnica? Siamo persuasi a rifiutare il benessere fino ad ora goduto? Siamo sicuri di poter accettare una riduzione dei diritti acquisiti in nome della parità con altre culture? Per quanto mi riguarda la risposta è no, e ritengo – con piena assunzione di responsabilità – che ogni risposta affermativa sia solo un ipocrita buonismo ed una farisaica demagogia. Secoli di storia hanno condotto alla nostra civiltà attuale. Che questa debba essere ridiscussa e ridimensionata nelle sue espressioni e nei suoi stili di vita è un fatto indiscutibile, ma il cambiamento deve essere praticato per decisioni e forze interne, non delegato alla pressione allogena. Il multiculturalismo è fallito nella sua deformazione monoculturale americana, ma anche l’integrazione, il policulturalismo, la coabitazione etnica ed altre amene illusioni hanno ceduto davanti alla realtà islamista. Parafrasando Lenin posso dire che il sistema attuale è un male rispetto alla nostra comunità di destino, ma è un bene a confronto dell’oscurantismo e dell’arretratezza musulmana.

4) Il senso di colpa diffuso tra gli europei come cultura di massa, è un rilevante elemento della decomposizione della nostra società. Esso si tramuta in passività e rassegnazione generalizzata alla decadenza della nostra civiltà. Tale senso di colpa per il passato imperialista e colonialista europeo viene collettivamente avvertito come assoluto ed irredimibile. Ed è dal senso di colpa che deriva il rinnegamento della propria storia e della propria identità. Esso ha la sua origine nell’ideologia liberale e, secondo me, più che condurre ad un atteggiamento di subalternità verso le minoranze etniche, si riassume in un fondamentale odio verso se stessi. Infatti, per omologarsi alla postmodernità incipiente, le istituzioni e soprattutto la Chiesa Cattolica, non odiano la loro storia e con essa, tutti i valori che ne costituiscono la loro legittimità e quindi la loro ragion d’essere? Gli europei, per trasformarsi in cittadini del mondo globale, non devono perdere il fondamentale senso della propria esistenza ed approdare ad un nichilismo globalista multietnico?

L’odio verso l’Europa, verso la nostra civiltà, verso la nostra storia ha origine lontane e radici comuniste. È del comunista Louis Aragon l’esaltato discorso ai giovani madrileni nel 1925 – novantacinque anni fa, tanto per sottolineare – per la condanna a morte dell’Europa, per l’esaltazione del disfattismo e l’apologia del terrore. E’ di Sartre la gioia sadica per l’Europa “fottuta”. E’ da questa matrice che nascondono i fomentatori del senso di colpa per ogni forma di orgoglio e grandezza della nostra civiltà. Da questi si è diffusa in maniera metastatica fino agli attuali loro nipotini il disprezzo per i proprio retaggio, il disgusto per la sua bellezza, l’odio per la sua potenza, la repulsione verso la sua stessa esistenza. E allora ben vengano – secondo loro – i distruttori di ogni ricordo e di ogni memoria; ben vengano i profanatori dell’arte e della magnificenza; ben vengano i calunniatori della sua stessa identità. Se al delirio terzomondista e al piagnisteo della colonizzazione ci aggiungiamo la teologia sovversiva del papato caratterizzata dal clerico-marxismo gesuitico, non vedo molte speranze di resurrezione dal connubio perverso tra relativismo religioso e capitolazione laica.

 

5) In merito alle problematiche affrontate da Alain de Benoist riguardo alla fine dell’eurocentrismo esaminate nel tuo libro, vorrei fare qualche osservazione. La diversità, quale sinonimo di identità, non è la fondamentale rivendicazione dei popoli di una Europa ormai assimilata e totalmente integrata nell’Occidente americano? L’affermazione della diversità presuppone pertanto la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli. I primi ad essere colonizzati già nel ‘900 non siamo stati noi europei? Quindi le potenze emergenti, quali la Russia, la Cina, l’Iran ed altre, non costituiscono un fronte di resistenza formato da stati nazionali avversi a quella globalizzazione, definita da Latouche come “l’occidentalizzazione del mondo? Questi stati sovrani, non si oppongono all’Occidente in quanto in essi sopravvivono valori della società premoderna, che invece in Europa sono quasi scomparsi?

Il problema identitario è strettamente legato a quello della sovranità: vale per i popoli e vale per l’individuo. Sia la psicologia delle masse che quella dell’Io singolo si basano su alcuni parametri ineludibili: uno è che il riconoscimento dell’Altro, quindi il confronto con il diverso, esige sempre una certezza ed una valorizzazione di sé; il secondo è la possibilità, oltre alla capacità, di poter decidere in totale autonomia ed assumersi la responsabilità delle decisioni assunte. Un esempio di questa armonia è stato, secondo me, la Mitteleuropa, dove più popoli, con lingue, culture, espressioni artistiche, economie diverse vivevano tra pari sotto l’insegna di un’unica autorità imperiale. Sono d’accordo con Te sul fatto che la colonizzazione è iniziata agli inizi del ‘900, con l’intervento degli americani nella prima guerra civile europea – sulle cui motivazioni, reali e non apparenti, sarebbe ancora molto da studiare – e con l’istituzione della Società delle Nazioni. Nella simbolica politica già il termine “società” è preoccupante: un contratto tra soci che viene stipulato e mantenuto fintanto che gli utili coincidono, e quindi può anche essere recesso unilateralmente. Ben altro sarebbe una comunità di destino nella quale i popoli si trovano in una visione del mondo condivisa. Il discorso su Cina, Russia e Iran aprirebbe una discussione da volumi, che per quanto di mia competenza si accentra su tre paradigmi: presenza di leader carismatici, elevato orgoglio nazionale e senso di appartenenza del popolo, sogno millenario della politica nazionale ed internazionale.

6) La pandemia del COVID 19 comporterà mutamenti rilevanti nella geopolitica mondiale. Non potrebbe verificarsi una riviviscenza degli stati nazionali, con ripristino dei confini, contenimento dell’immigrazione, rilocalizzazione della produzione e quindi determinarsi il progressivo tramonto dell’era della globalizzazione? Oppure, l’espandersi della pandemia a livello globale, non potrebbe invece favorire l’istaurarsi di un governo oligarchico e tecnocratico globale che avveri le profezie della distopia orwelliana? Quale orizzonte giudichi più plausibile?

Non essendo democratico, e di conseguenza non parlando di ciò che non conosco, escludo ogni commento che riguardi le questioni economiche. Dal punto di vista simbolico mi pare che la globalizzazione sia stata caratterizzata finora da due processi: la diffusione della povertà e quella del virus – due disgrazie concomitanti. Il dato significativo dal mio punto di osservazione è il tracollo dell’utopia europea così come è stata realizzata. Un sistema societario – secondo la definizione accennata prima – dove alcuni Stati si spartiscono gli utili e gli altri assistono alla predazione. Poi, al momento di una difficoltà comune, ogni contratto di solidarietà viene disdetto e ognuno si chiude alla ricerca del proprio profitto e del proprio interesse più miserabile. Che un nuovo ordine mondiale su base tecnocratica, e quindi sul controllo dei popoli attraverso strumentazioni sofisticate e pacifiche, possa prendere il sopravvento sulle sovranità nazionali mi pare che in una certa misura sia in atto da tempo. Un totalitarismo orwelliano sull’Occidente e sugli europei – gli “ovestoidi miti” di Zinov’ev, i mansueti abitanti occidentali – può anche essere nella mente di certi strateghi, ma questi sottovalutano il problema islamista da cui siamo partiti. I  musulmani sono circa il 23% della popolazione mondiale (1.8 miliardi), e se questi dovessero non dico partecipare attivamente, ma quanto meno passivamente aderire al sogno di riconquista dei loro predicatori, non ci sarebbe nessun strumento tecnologico né seduzione economica per fermarli. Un Occidente docile, incapace di reazione, indebolito da un benessere viziato, senza più nessun principio in cui credere né un futuro per il quale combattere non potrà fare nulla davanti alla massa islamista disposta a morire e ad uccidere per un dogma religioso e per l’intoccabilità di un profeta.

Se non si arriverà ad una rianimazione spirituale e politica insieme, con le forze non alienate della post-modernità, questa Europa sarà “fottuta”, per riprendere la terminologia di Sartre, e la responsabilità non sarà riversabile sui nemici esterni o sull’irreversibilità di un destino crudele.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-europa-tradita-e-l-agonia-di-una-civilta

politica

Andrea Zhok

Il mondo in cui viviamo è egemonizzato dalla prospettiva liberale e dal capitalismo. Certo, rispetto agli anni Settanta, la contemporaneità è attraversata da un diffuso pessimismo, alimentato dalla crisi del 2008, ed ora amplificato dalla pandemia da Covid-19. Molti ritengono che il «sistema liberale» sia giunto al capolinea. Viviamo una fase di lento tramonto di tale ideologia, anche se gli oppositori del liberalismo incontrano difficoltà a progettare un futuro diverso dal presente utilitarista. Può essere d’aiuto, allo scopo, un approfondimento teorico della «ragione liberale». La fornisce un libro del ricercatore triestino Andrea Zhok, Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente, da poco edito da Meltemi. Il volume ricostruisce in modo organico la genesi del liberalismo, giungendo all’esegesi del suo farsi mondo nella contemporaneità.

L’interpretazione dello studioso è transpolitica, in quanto la sua è storia filosofica. Zhok si interroga su due componenti indissolubilmente presenti nel percorso umano: la motivazione e la determinazione. La prima sfera è afferente ai bisogni e alle volontà degli uomini, la seconda è data dalle condizioni in cui essi si trovano ad agire: «Nella storia le determinazioni non sono mai cause necessitanti […] ma circoscrivono spazi di maggiore o minore possibilità» (p. 14), il che implica che sia possibile attingere a spazi politici apparentemente inattingibili. La teorizzazione della «fine della storia» (Fukuyama), pensata dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si fondava sulla constatazione che la liberal-democrazia capitalista era insuperabile in quanto fondata sul: «confluire di due istanze […] da un lato la ricerca dell’efficienza, dall’altro la ricerca del riconoscimento reciproco tra individui» (p. 17). Tale certezza è oggi venuta meno.

Per Foucault, al contrario, il liberalismo non è una teoria politica coerente, in quanto si è affermato in termini di prassi governamentale. Gli orientamenti del liberalismo classico, a suo dire, dopo il Secondo conflitto mondiale, si sono sviluppati nell’ordoliberismo e nel neoliberismo. Al centro di tali scelte, la biopolitica intesa quale: «politica economica che si appropria della vita umana e delle sue espressioni» (pp. 20-21). E’ possibile, comunque, individuare i due assetti portanti del «liberalismo storico»: 1) l’evidente individualismo normativo ed assiologico; 2) la visione della società strutturata attorno allo scambio economico. L’imporsi della ragione liberale va   letto in sintonia all’affermarsi del capitalismo. Tutto ebbe inizio con la Rivoluzione industriale inglese, nella quale trovarono sintesi le istanze filosofiche di Hobbes, Locke e Smith, attorno a tre assi portanti: la legittimazione dell’agire individuale, la creazione di un’efficiente pratica monetaria e la rivoluzione tecnico-scientifica, supportate dal capitale sociale ed istituzionale, ovvero da un solido Stato nazionale. Prerequisiti del liberalismo moderno vengono rintracciati da Zhok nel mondo antico, in particolare nell’affermazione della costituzione cognitiva individuale che rese l’uomo, attraverso forme alfabetiche semplici e flessibili, soggetto riflettente, atto a cogliersi come altro rispetto alla comunità. L’accelerazione decisiva di tale processo si manifestò nel 1455, con l’invenzione della stampa a caratteri mobili e, successivamente, con la Riforma protestante. In essa:    «l’anima individuale viene letteralmente innalzata senza mediazioni al cospetto di Dio» (p. 36).

La scienza moderna galileiana, riducendo la natura a dimensione meramente quantitativa, rese la natura comprensibile attraverso la matematizzazione: ciò aprì le porte alla manipolabilità tecnica: «Il mondo diviene […] un “grande oggetto” posto da un soggetto divino, che però viene immediatamente tolto anch’esso dal quadro» (p. 41). Ruolo significativo fu svolto dalla numerazione indiana, introdotta in Europa dagli arabi nel XII secolo, che adottava un alfabeto numerico di soli dieci numeri, per non dire, della nascita del denaro virtualizzato all’epoca della creazione della Banca d’Inghilterra nel 1695 (naturalmente privata). Il mercato liberale, sorse dalla fusione di due sfere differenti, il mercato locale e il commercio internazionale, messa a punto dalla monarchia inglese. Hobbes non fece che dare unità filosofica a quanto emerso nella scienza e lesse la natura quale: «luogo delle relazioni meccaniche tra corpi in moto» (p. 62), pensando la libertà quale semplice mancanza di coazioni esterne. Il suo stato di natura è il luogo del conflitto perenne, dal quale si esce delegando in toto la libertà individuale alla Stato assoluto. Per ovviare a tale soluzione, nient’affatto liberale, Locke pose i tre diritti naturali inalienabili: autoconservazione, libertà e proprietà. Quest’ultima è indiscutibile, in quanto la prima proprietà di ognuno di noi è il corpo, che deve poter agire liberamente.

Tolleranza e divisione dei poteri sono la risultante, per Locke, della delega parziale a vantaggio dello Stato del diritto di libertà. In ogni caso, l’individuo e i suoi diritti rimangono, anche in lui,  prioritari rispetto al bene comune. Smith giungerà a sostenere, ricorrendo alla mano invisibile del mercato, che il perseguimento dell’interesse privato (il vizio, secondo l’etica antica) è in grado di produrre il bene comune (la virtù). Se nel Settecento, le realizzazioni del liberalismo furono giudicate un progresso, nel corso della storia successiva, la ragione liberale è, andata «solidificandosi». Lo si evince, nella realtà contemporanea, dal politicamente corretto, che marca i confini di ciò che può essere pensato legittimamente. Ricorda Zhok, che chiunque intenda mettere in discussione i principi fondanti della ragione liberale, subisce la reductio ad Hitlerum. Inoltre, la religione dei diritti umani, di cui è parte integrante la teoria gender, ha fatto perdere di vista: «ogni interesse collettivo» (p. 266), in quanto centrata sui diritti del singolo, di un narciso, il cui mondo interiore svuotato di senso, è riempito in modo effimero dall’inseguimento delle merci e dal novum che il mercato offre. Il «totalitarismo» liberale mostra una capacità autosalvifica straordinaria: fa crescere opposizioni teoriche che restano interne la sistema. E’ il caso, dice Zhok, delle filosofie postmoderniste francesi: «E’ essenziale osservare come questa tendenza anti-olistica […] sia una perfetta incarnazione dell’individualismo liberale classico, e sia agevolmente metabolizzata dalle dinamiche di mercato» (p. 285). Egli individua in Nietzsche il padre di tale corrente di pensiero. Non condividiamo tale giudizio, in quanto in Nietzsche è evidente il riferimento paradigmatico alla classicità, quale antidoto al moderno rizomatico.

L’autore rileva che «uscita di sicurezza» dalla società liquida può essere colta solo in una prospettiva «socialista». Riteniamo che ciò non debba rinviare al marxismo, ma a un «socialismo» capace di coniugarsi con il pensiero di Tradizione, atto a svolgere ruolo raffrenante nei confronti della dismisura, quint’essenza della «ragione liberale».

*Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente, di Andrea Zhok, da poco edito da Meltemi (per ordini: redazione@meltemieditore.it, 02/22471892, pp. 374, euro 22,00) 

Giovanni Sessa

Primo piano

Spillover

spilloverIl virus più noto è quello dell’influenza, virus mutante in tre tipi principali che ogni anno fa il giro del mondo contagiando tre milioni di persone e uccidendone 250.000 l’anno (morti SCoV2 in due mesi: dichiarati 235.000, stimabili 400-500.000). Molto noto anche HIV la cui malattia AIDS ha fatto più di trenta milioni di morti in 38 anni. I coronavirus si sono affacciati alla nostra attenzione già due volte, SARS 2003 e MERS 2012, il primo con mortalità al 10%, il secondo al 34%, fortunatamente contenuti ai primi passi di diffusione, 774 morti il primo, 322 il secondo. Gran parte dei patogeni da raffreddore sono coronavirus. I virus sono in migliaia di tipi in natura e nel mondo umano rientrano nelle dinamiche della “teoria degli eventi” che studia i pettegolezzi, i meme, il panico, le infezioni. Le pandemie virali sono infezioni in cui al panico sanitario si somma quello dei “pettegolezzi” mainstream o su Internet, colpisse le pecore sarebbe solo sanitario. Con le pecore simbolico-parlanti la faccenda si complica ovvero la complessità aumenta.

Il libro poi illustra fattori quali il tasso di infezione, di guarigione, di mortalità, densità di soglia, super untori, competenza di serbatoio, carica virale, numero riproduttivo di base (R > o < 1 detto “erreconzero”) che confluiscono in una scienza detta epidemiologia teorica la cui nascita formale è negli anni ’50, negli studi sulla malaria. Uno dei casi peggiori non per gli effetti ma per la potenzialità, fu la prima SARS. Spuntato fuori il virus nel Guangdong cinese (più a sud di Wuhan) proveniente dai pipistrelli e per via delle strane abitudini alimentari della zona (i famosi wet market, gastronomia del selvatico detta “yewei”), arrivato a diffondersi in settanta ospedali pechinesi (gli ospedali sono il primo amplificatore di contagio sorprattutto per via della pratica di intubazione da evitare se non si hanno condizioni di massima sicurezza), poi imbarcatosi in volo da Hong Kong e sbarcato in Canada. Per fortuna fu preso all’inizio dell’evento, circolò poco e poi scomparve per mancanza di rete di replicazione. Venne cioè trattato con quello che noi chiamiamo oggi “modello Sud Corea” che però in realtà proviene proprio dalla Cina, non è un modello politico è un modello sanitario-epidemiologico che si può usare solo se si arriva all’inizio della diffusione, dopo c’è solo il lockdown. Poiché aveva mortalità del 10% si fece notare presto, paradossalmente il nostro che ha minor mortalità lo ha reso inizialmente meno evidente. Dava sintomi che potevano esser facilmente scambiati per influenza fino alla polmonite, il che lo rendeva infido poiché -come detto- per questo tipo di virus tutto sta a quanto presto lo si diagnostica. Era proprio un coronavirus il virus temuto come causa dell’aspettato Next Big One, per sue specifiche caratteristiche potenziali di diffusione e contagio, a prescindere dalla mortalità che nel caso del SC2 è infatti bassa, ma il cui tasso di infettività è alto.

Oggi noi sorridiamo degli antichi che quando ignoravano la cause materiali di qualche fenomeno inventavano Grandi Spiriti agenti sopra il teatro umano. Ma continuiamo a fare lo stesso. Oggi chi nulla sa di demografia, ecologia generale e virologica, biogeografia, zoonosi, statistica e biologia molecolare, inventa altri tipi di Grandi Spiriti agenti, cause misteriose, intrighi internazionali, cospirazioni. Non è detto del tutto queste cose non esistano, anzi esistono senz’altro, ma si dovrebbe discriminare caso per caso ove applicare queste cause ipotetiche, finezza del discorso da cui siamo molti lontani per ignoranza diffusa. Solo chi ha la conoscenza completa potrebbe passare all’analisi dell’ipotesi “cospirazione intenzionale” la quale non è negata in via di principio ma solo a coloro che partono da questa a priori senza nulla sapere del ciò su cui andrebbe applicata.

A chiusura, si potrebbero far tre considerazioni in forma di domande: 1) perché nel discorso pubblico chiunque voglia esprimere giudizi su qualsivoglia argomento sa di doversi procurare qualche conoscenza minima sullo stesso se non vuol far la figura del cretino, mentre nel caso in oggetto nessuno sa quasi niente di biologia ed ecologia e tuttavia parla di tutto ed il suo contrario? 2) perché nessun intellettuale fa notare che il problema non è se debbano decidere i biologi sulle cose sociali o i politici di biologia stante che nessuno dei due sa niente dell’altro argomento e non invece si nota la mancanza di una cultura ampia e diffusa che permetta a gli specialisti di esser utili a i generalisti e viceversa arrivando addirittura a “filosofi” che parlano di bio-politica e non sanno nulla di biologia? In filosofia, il trattato forse più importate di Politica è stato scritto forse non a caso dal primo proto-biologo dell’Antichità (Aristotele); 3) perché nessuno si domanda il perché del fatto che da più di venti anni i virologi temevano l’arrivo di una pandemia probabilmente di un qualche coronavirus e nessuno ha fatto nulla per approntare delle difese preventive?

Del senno di poi, come si dice in questi casi “son piene le fosse”. Quelle fosse che se potessero parlare chiederebbero di riaprire, non i negozi, la mente.

Pierluigi Fagan in https://www.ariannaeditrice.it/articoli/spillover

storia

La crisi di Corfù

La crisi di Corfù fu innescata dall’uccisione dei membri di una missione militare italiana in territorio greco, episodio noto come “eccidio di Giannina”, avvenuta il 27 agosto 1923.
Mussolini, nel condannare l’eccidio, inviò un ultimatum al Governo greco pretendendo da esso, oltre alle scuse formali, l’istituzione di una commissione d’inchiesta che individuasse i colpevoli, la pena capitale per questi ultimi, un risarcimento economico di 50 milioni di lire e che la flotta greca rendesse gli onori alla bandiera italiana con un’apposita cerimonia.

La proposta venne accolta dal Governo greco solo in parte e Mussolini replicò schierando nel mar Ionio una squadra navale.

corfu
L’Italia occupò, quindi, Corfù, innescando la crisi. Atene chiese allora l’intervento della Società delle Nazioni, trovandovi l’appoggio di Londra, mentre Parigi accoglieva l’eccezione italiana che chiedeva che l’arbitrato fosse affidato alla Conferenza degli Ambasciatori.Il 27 settembre Corfù fu evacuata dalle truppe italiane dopo che la Conferenza degli Ambasciatori ebbe riconosciuto come legittime le richieste dell’Italia. Il Governo greco dovette, quindi, accettare di pagare i 50 milioni richiesti e di tributare gli onori alla bandiera italiana che la squadra navale ricevette al Falero, per far poi definitivamente ritorno a Taranto.

sociologia

La cultura del narcisismo

 

Più in generale, nel quarantennio trascorso dalla prima uscita di La cultura del narcisismo, è la stessa «democratizzazione dell’istruzione» a essersi rivelata nefasta, confermando quanto appunto Lasch vedeva in prospettiva: «Non ha allargato le cognizioni della gente comune sulla società moderna, né ha migliorato la qualità della cultura popolare e neppure ha accorciato il profondo divario tra ricchi e poveri. Ha contribuito invece al declino del pensiero critico e al decadimento degli standard intellettuali». Basta dare uno sguardo alla compagnia di giro degli «opinionisti televisivi», una vera e propria professione, per capire di cosa si sta parlando, per non dire della cloaca da web imperante.

La strage di anziani di cui sono lastricati questi giorni all’insegna del Covid-19 e dell’emergenza sanitaria, ci mette del resto sotto gli occhi, con evidenza schiacciante, ciò che Lasch aveva fotografato come un dato in fieri: «La nostra società non sa che farsene degli anziani. Li bolla come inutili, li obbliga ad andare in pensione prima che abbiano esaurito la loro capacità lavorativa e rafforza in ogni occasione la loro sensazione di superfluità. Svalutando l’esperienza e attribuendo una grande importanza alla forza fisica, alla destrezza, all’elasticità nello stare al passo con le idee nuove, la società definisce la produttività in termini che escludono automaticamente i cittadini anziani». Quello in cui ormai viviamo immersi sino al collo è un drammatico mutamento del senso storico, una società che, avendo perso l’idea del passato, ha perduto però ogni interesse per il futuro, non trasmette più perché non tramanda più, una sorta di eterna giovinezza-attualità con un’idea di crescita zero di popolazione.

Il nuovo millennio, dunque, realizza in pieno ciò che nel XX secolo era una linea di tendenza. Abbiamo di fatto un’etica della comodità e il culto dell’edonismo e dell’autorealizzazione. Abbiamo sostituito alla formazione di carattere la permissività, alla cura delle anime la cura della psiche, all’autorità individuale l’autorità parimenti irrazionale degli esperti di professione. Come scriveva Lasch, «le nuove strutture di dipendenza create dalla nuova classe dominante, e che agiscono con efficacia pari a quella con cui, in epoca precedente, venne sradicata la dipendenza del contadino dal suo signore, dell’apprendista dal suo padrone, della donna dal suo uomo», non sono il portato di un complotto o di «una colossale congiura ai danni delle nostre libertà». Più semplicemente, hanno a che fare con il susseguirsi di situazioni di emergenza di fronte alle quali il culto del pragmatismo da un lato, l’incapacità politica di vedere oltre i problemi immediati dall’altro, funzionano da provvisori tamponi per l’hic et nunc.

A ciò si unisce ciò che sempre Lasch definiva la protezione «del sistema del capitalismo corporativo dal quale i manager e i professionisti che lo gestiscono traggono i maggiori benefici. La maggior parte di noi è in grado di vedere il sistema, ma non la classe che lo controlla e che monopolizza la ricchezza che esso crea. Se rifiutiamo l’analisi di classe della società moderna, ci precludiamo la possibilità di comprendere l’origine delle nostre difficoltà, i motivi della loro persistenza, i modi eventuali di superarle». A emergenza finita, sarà forse il caso di riflettere su tutto questo.

Focus (di S.Solinas). La cultura del narcisismo di Lasch: negazione del passato e nuova crisi

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Il Borghese

Caro Direttore,

un grazie sincero a Bozzi Sentieri per avere ricordato il “Borghese” di Leo Longanesi, a settant’anni dal suo primo numero, e gli alti e bassi della sua esistenza. Non ho nulla da correggere su quanto egli ha scritto; permettimi tuttavia qualche piccola aggiunta, legata a ricordi personali non di collaboratore, ma di amico di alcuni fra i suoi redattori.

“Il Borghese” non nacque come organo neofascista. Longanesi, del resto, dopo il 25 luglio non aveva aderito alla Rsi, anzi aveva scritto per il “Messaggero” un editoriale in cui celebrava il ritorno alla libertà. Ma la libertà ritrovata lo deluse e per questo divenne, se non un “leo-fascista”, come qualcuno scrisse scherzosamente di lui, un anti-anti-fascista, e tale rimase. Prodotto di questa sensibilità fu “Il Borghese”, espressione di una cultura laica e anticomunista, che non si riconosceva nel confessionalismo della Dc, della quale per altro paventava le aperture a sinistra. In un primo momento poteva accadere che un giovane e promettente storico come Giovanni Spadolini potesse collaborare simultaneamente al “Borghese” e al “Mondo” di Mario Pannunzio; solo in un secondo tempo gli fu posto da quest’ultimo l’aut aut fra le due testate e l’ex collaboratore di “Italia e Civiltà” optò per la seconda, aprendosi la strada per una prestigiosa carriera giornalistica, accademica e infine politica.

La testimonianza di Melchionda

Comunque “Il Borghese” era tutt’altro che collaterale al Msi. Roberto Melchionda, un fine studioso di Evola che per vivere fece il capoufficio stampa della Confindustria di Firenze, mi raccontò della sua mancata collaborazione al settimanale quando era un giovanissimo reduce della Rsi. Longanesi gli propose un articolo sui ragazzi delle organizzazioni giovanili missine e, com’era sua abitudine, gli spiegò come avrebbe dovuto scriverlo: rappresentando l’iperattivismo di questi giovani che volantinavano, facevano a botte con gli avversari, affiggevano manifesti quasi come il prodotto di una sovrabbondanza vitale, di un esubero di “energia orgonica”. Melchionda declinò l’invito: a scrivere un articolo così – come in fondo Longanesi gliel’aveva già scritto – gli sarebbe sembrato di tradire il suo mondo. E dire che all’epoca era squattrinato e disoccupato, e “Il Borghese” pagava bene…

La direzione di Mario Tedeschi e la svolta più a destra

La radicalizzazione a destra del settimanale incominciò dopo la morte di Longanesi, con la direzione di Mario Tedeschi, che era un reduce della X Mas, e con l’allontanamento di Montanelli, che per altro aveva quasi sempre pubblicato i suoi articoli sotto pseudonimo, per motivi di esclusiva con il “Corriere” e presumo anche di opportunità politica. Per motivi di opportunità, come mi rivelò tanti anni fa lo stesso Melchionda, Montanelli si tirò fuori all’ultimo momento dal tentativo di trasformare i circoli del “Borghese” che Longanesi aveva fondato in un movimento politico, per il quale aveva scelto la profetica denominazione di “Lega dei Fratelli d’Italia”. Così Montanelli lasciò l’amico solo sul palco del milanese Teatro Odeon a presentare con un istrionico e travolgente discorso il movimento, che naturalmente ebbe vita breve.

Il derby tra il Borghese e il Mondo

La questione però è più complessa. Dalla morte di Longanesi in realtà si andò verificando in buona parte del giornalismo italiano una biforcazione, si parva licet, fra una destra e una sinistra longanesiana. La destra longanesiana fu quella di Tedeschi e di Gianna Preda, caporedattrice e comproprietaria del settimanale, e poi di Montanelli (l’impaginazione del primo “Giornale” aveva eleganze da “Omnibus”). La sinistra fu quella dei Pannunzio, dei Cederna, dei Gorresio degli Scalfari, che, partita col “Mondo” da posizioni liberali critiche del keynesismo, sarebbe approdata al radicalismo dell’“Europeo” e poi di “Repubblica”. In realtà, sia il “Borghese” che il “Mondo” si rivolgevano a un pubblico borghese, ma si trattava di due borghesie diverse. Quella di Tedeschi era una vecchia borghesia di colonnelli in pensione, di funzionari statali “di gruppo A”, di professionisti all’antica (non a caso “Il Borghese” troneggiava nelle sale lettura dei Circoli Ufficiali e nelle anticamere dei dentisti); quella dei nipotini di Pannunzio, che pure, per molti aspetti, era un uomo d’ordine, era una neoborghesia rampante, quella che con gli anni ‘70 avrebbe finito per prevalere.

Le firme: da Montalli ad Accame e Prezzolini

Ciò nonostante, “Il Borghese” visse fino al 1972 proprio durante la gestione Tedeschi-Preda i suoi anni migliori, con tirature altissime che gli permettevano, nonostante gli scarsi introiti pubblicitari, di pagare un ottimo borderò, assicurandosi firme prestigiose come quella di Prezzolini, di mantenere redazioni locali, come quella di Firenze, cui fu destinato il giovane Giano Accame per “tenere d’occhio” il sindaco Giorgio La Pira e le sue aperture a sinistra, di avere inviati speciali anche all’estero, di promuovere un’attività editoriale di tutto rispetto. E questo nonostante la concorrenza a destra di almeno due settimanali, come il “Candido” di Guareschi e poi di Pisanò e “Lo Specchio” di Giorgio Nelson Page, per tacere di “Gente”, di Edilio Rusconi, settimanale popolare che però poteva vantare ottime pagine culturali, con collaboratori come Piero Capello, e inviati speciali come Luciano Garibaldi. I suoi articoli erano molto letti e seguiti nel “Palazzo” e potevano provocare una crisi ministeriale. Avvenne nel 1965. Gianna Preda, ben introdotta nei salotti registrò con un magnetofono nascosto una conversazione tenuta con Giorgio La Pira a casa di Bianca Rosa Provasoli coniugata Fanfani, sua amica nonché consorte dell’allora ministro degli Esteri, e poi, slealmente, pubblicò il tutto sul “Borghese”. Il “sindaco santo” (o “il santo pazzo”, come l’aveva ribattezzato Guareschi) aveva fatto dichiarazioni tanto imbarazzanti da costringere Fanfani alle dimissioni.

La crisi del settimanale

La crisi del “Borghese” ebbe inizio nel 1972. Fino ad allora il settimanale era stato un organo politico ma non partitico e aveva annoverato lettori in un’area di “grande destra” spaziante dal movimento sociale ai liberali, dai monarchici ai democristiani impazienti delle aperture a sinistra: nel 1963, per esempio, la Preda aveva redatto un dépliant propagandistico del Pli di Malagodi. Con le elezioni del 1972 “Il Borghese” divenne di fatto un organo ufficioso di partito con la candidatura di Tedeschi al Senato nelle liste del Msi-Destra Nazionale. Gianna Preda ci mise del suo, dando le parole a una marcetta un po’ kitsch, “L’ultima frontiera”, musicata Pino Roncon, con cui si aprivano i comizi di quella tormentata campagna elettorale (ma la sua adesione fu di breve durata: se ne allontanò per dissenso nei confronti delle posizioni antidivorziste della dirigenza missina).

Il successo meno brillante del previsto della Destra alle elezioni del 7 maggio, le ambiguità della gestione almirantiana del partito, oscillante fra appelli alla maggioranza silenziosa e istanze ribellistiche, la persecuzione giudiziaria e non solo giudiziaria del Movimento sociale, condussero Tedeschi a promuovere nel 1976 la scissione di Democrazia nazionale, che condusse al crollo delle vendite del settimanale. “Il Borghese”, che nel 1972 aveva perso parte del pubblico moderato, fu abbandonato quattro anni dopo dai lettori missini. Ho conosciuto abbonati del settimanale che non si recarono nemmeno a ritirare in edicola le copie cui avrebbero avuto diritto (anche allora usava dotare gli abbonati di buoni consegna, per ovviare ai disservizi postali), per non contaminarsi con quel foglio di “badogliani”. La sindrome del 25 luglio colpiva ancora!

La scissione di Democrazia nazionale

In realtà, Almirante ebbe la mala ventura di essere un ex leader della sinistra sociale del partito condannato a perseguire una politica di destra nazionale e un reduce della Rsi ossessionato dal mito della nobiltà della sconfitta incapace di amministrare una rispettabile pattuglia parlamentare in un momento in cui l’Italia sembrava volgersi a destra. A loro volta, gli scissionisti di Democrazia nazionale avevano il torto di dire cose in parte giuste (le loro posizioni anticipavano il revisionismo che portò alla nascita di An), ma di dirle nel momento e nel modo sbagliato. Fra loro, per altro, c’erano molti esponenti del fascismo storico, di alta levatura culturale, da Ernesto Di Marzio a Gianni Roberti, ma anche reduci della Rsi, come Piera Gatteschi, già comandante delle ausiliarie, ed esponenti di spicco del mondo giovanile, come Pietro Cerullo. L’adesione dell’ex “repubblichino” Tedeschi alla scissione era probabilmente legata alla sua adesione alla P2 di Licio Gelli, ma comunque l’intera operazione si rivelò un fallimento non solo elettorale. Se il “Borghese” sopravvisse fino alla morte del direttore fu probabilmente per gli introiti pubblicitari assicurati da accordi sottobanco con la Democrazia cristiana o per i buoni rapporti di Tedeschi col potentissimo direttore degli Affari riservati del ministero dell’Interno Federico Umberto D’Amato. Ma chi scrive – e non solo lui – si rifiuta di credere che egli sia stato davvero uno fra i mandanti della strage di Bologna, come insinuato da una recente indagine giudiziaria che pretenderebbe di processare i morti.

Soprattutto, non sarebbe giusto dimenticare i numerosi meriti non politici ma culturali e umani di Mario Tedeschi. In primo luogo la sua altissima concezione del giornalismo e della professione giornalistica. Un ex redattore del “Borghese” degli anni d’oro mi raccontò che il direttore  e proprietario della testata pagava lo stipendio ai redattori solo per scrivere, in genere un articolo o due a settimana: a impaginare la rivista ci pensava lui, aiutandosi con lo spago, come faceva Longanesi ai tempi di “Omnibus”. Certo, Tedeschi aveva le sue idee e tendeva a imporle ai redattori: memorabile il suo scontro sul Sessantotto con Giano Accame. Il grande scrittore e giornalista tendeva a cogliere gli aspetti positivi di quella rivolta giovanile contro il “sistema” e quando si vide rifiutare dal direttore un paio di volte i suoi articoli poco allineati, abbandonò il settimanale. Fu un peccato, ma occorre riconoscere che in quel caso era Tedeschi ad avere ragione.

Le raffinate pagine culturali

È giusto aggiungere che le pagine e le rubriche culturali del “Borghese” erano di un altissimo livello e la qualità di scrittura impeccabile. Certo, molti lettori incerti se acquistare una rivista osée o un giornale politico optavano per il settimanale di Tedeschi per le patinate pagine interne, a colori, in cui accanto alle foto rubate di notabili Dc con le dita nel naso era possibile contemplare le foto pruriginose di qualche discinta attricetta (riprodotte naturalmente perché i lettori potessero rendersi conto della corruzione dei tempi…). Ma una rubrica di bibliofilia elegante come “La bottega dell’antiquario” di Antonio Pescarzoli basterebbe oggi a nobilitare le pagine di qualsiasi rotocalco. Grazie a Tedeschi e a Claudio Quarantotto le Edizioni del Borghese, con le loro traduzioni delle opere di Paul Sérant, di Brasillach, ma anche del presidente dell’Internazionale liberale Salvador de Madariaga e dello stesso John Kennedy, sprovincializzarono negli anni ’60 il panorama culturale della destra.

Il tributo a Gianna Preda

Lo stesso si potrebbe dire di Gianna Preda. In un’epoca in cui le donne nei periodici erano confinate al ruolo della cronista mondana (o viceversa), Maria Giovanna Pazzagli coniugata Predassi – questo il suo vero nome – inaugurò un giornalismo d’assalto, a volte violento sino alla slealtà, ma efficace. E a riscattare “la Fallaci della destra” dal brutto tiro giocato a La Pira e a Fanfani basterebbe il coraggio con cui affrontò la morte precoce di tumore a sessant’anni da poco compiuti. Fiori per io, il libro di ricordi uscito in coincidenza con la sua scomparsa, raccolse l’apprezzamento anche di coloro che erano stati suoi acerrimi avversari.

Oggi i settimanali non sono apprezzati come una volta dai lettori e anche quelli che progressivamente fagocitarono il pubblico del “Borghese”, come “L’Europeo” o “L’Espresso”, non esistono più o sono ben lontani dai fasti di un tempo. Ma è giusto ricordare con nostalgia una rivista, e soprattutto una destra, che non c’è più, e difficilmente potrà ritornare.

Cultura (di E.Nistri). “Il Borghese” di Longanesi settimanale della migliore destra “Leo-fascista”

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Pausa di riflessione

La politica non è una cosa sporca, al contrario di quel che pensa e dice un banale senso comune in voga nel nostro paese. La politica la facciamo tutti e ogni giorno, consapevolmente o inconsapevolmente. Facciamo politica quando comperiamo cibi biologici dagli agricoltori o schifezze dell’industria agroalimentare zeppe di pesticidi e additivi chimici; quando scendiamo in piazza per difendere l’ambiente, protestare contro le guerre e gli armamenti, difendere i diritti di popoli aggrediti dall’Impero, o restiamo a casa a vedere la televisione che “la t’endurmenta come un cuiun” (Enzo Iannacci); quando scegliamo il treno per viaggiare o quando invece scegliamo l’auto o l’aereo; quando protestiamo contro le navi da crociera o quando andiamo invece in crociera. Eccetera.

Può essere una buona politica o una cattiva politica ma non è una politica sporca.

La politica è sporca quando si serve della manipolazione e della prepotenza per fare i propri interessi economici e/o di potere.

In Italia muoiono ogni anno di cancro centinaia di migliaia di persone. Gli ultimi dati ufficiali ci dicono 179.502 morti di cancro nel 2016ogni giorno in Italia 485 persone muoiono di cancro, e chiunque abbia visto morire di cancro una persona cara sa quanto terribile e penosa sia tale morte. Nello stesso anno in Europa sono morte di cancro quasi due milioni di persone, e il numero degli ammalati di cancro continua ad aumentare, anno dopo anno. Ma non è un’emergenza.

Dal 21 febbraio al 1 marzo sono morte in Italia 29 persone per le conseguenze del Coronavirustutti già ammalati di malattie ben più gravi (“tutti i deceduti avevano patologie pregresse”) e quasi tutti oltre gli ottanta anni di età.

Dal 21 febbraio al 2 marzo sono morte in Italia di cancro un po’ più di 4300 persone, e di queste dal 29 al 7 per cento, a seconda del tipo di tumore, aveva meno di 49 anni; dal 35 al 5 per cento, a seconda del tipo di tumore, aveva tra i 50 e i 69 anni. Il che vuol dire, se la matematica non è un’opinione, che una grande percentuale dei morti di tumore muore anzitempo. Ma non è un’emergenza.

Quanti bambini morti di cancro? Difficile trovare i dati, l’unico recente che ci viene fornito facilmente dall’AIRC (Associazione Italiana Ricerca Cancro) dice che nel 2018 in Europa i bambini malati di cancro erano tra i 300.000 e i 500.000.

Perché non c’è l’emergenza cancro? Perché il cancro è una malattia del sistema. Di un sistema che è padrone dei media e che domina la politica, e che quindi non conviene a nessuno, nei media e nella politica, mettere in discussione.

Invece, i virus sono una manna del cielo per chi vuole fare ricatti politici e restringere le libertà individuali e collettive.

Il cancro è una malattia prodotta dai pesticidi, dai conservanti a base di nitrati e di monossido di azoto, dal benzene, dagli ftalati della plastica, dalle 80.000 sostanze sintetiche sparpagliate nell’ambiente del pianeta. E’ una malattia di un progresso basato sullo sfruttamento senza limiti delle risorse e degli esseri viventi, sulla ricerca senza limiti e a qualsiasi costo del massimo profitto economico.

I coronavirus sono “tipi di virus che attaccano le vie respiratorie… I medici li associano a comuni raffreddori… tuttavia possono essere anche alla base di sviluppi più gravi…”

“Un virus che ha una mortalità ancora più bassa di un virus influenzale… I morti erano persone già malate, di cancro o con malattie croniche cardio respiratorie, avrebbe potuto ucciderle anche un virus influenzale” (Vincenzo D’Anna, presidente Ordine Nazionale Biologi).

Nella provincia di Hubei, quella dove si trova la ormai famigerata città di Wuhan, ci dicono che la mortalità complessiva tra gli ammalati in seguito all’infezione da Coronavirus è del 2,9 % nel Hubei, dello 0,4% (!!!) nel resto della Cina.

Dato che lo Hubei e la città di Wuhan sono una delle zone della Cina con l’aria più inquinata, un mix di carbone bruciato e gas di scarico, un tipo di inquinamento nuovo e inedito, che gli scienziati cinesi stanno studiando e di cui uno studio Cina-USA cerca di capire le conseguenze sulla salute umana (“la chimica dell’inquinamento dell’aria urbana in Cina non ha precedenti), penso che un tribunale di gente onesta e sensata assolverebbe il coronavirus “perché il fatto non sussiste”. Mi domanderei anche quale sia il tasso di mortalità tra gli abitanti dello Hubei non affetti dal coronavirus.

E allora? Dov’è l’epidemia, dove sono i rischi per la salute pubblica (a parte l’inquinamento dell’aria della pianura padana che, quello sì, dovrebbe allarmare gli amministratori della zona con l’aria più inquinata d’Europa)? Da cosa nascono l’allarme, il terrore, gli inquietanti provvedimenti liberticidi, il can can mediatico?

Il 27 febbraio la situazione si è chiarita, il mistero è stato svelato: “Salvini, governo di emergenza senza Conte”; Fuori onda di Fontana a Gallera: “Oggi mi ha mandato un messaggino di sostegno anche Renzi, siamo arrivati proprio… il suo odio per Conte…”.

Lombardia, Veneto, Emilia Romagna hanno adottato misure da coprifuoco (divieto di assembramento! L’ultima volta che è successo c’era il fascismo in Italia, forse qualcuno ne ha nostalgia). I cittadini sono diventati ostaggi di un ricatto politico. Un governo pavido, diviso, un Don Abbondio della politica, ha cominciato a reagire (male) al decimo secondo. I mediaservi hanno fiancheggiato la parte che sembrava più forte, in attesa di vedere come si metteva la parata. El pueblo ha reagito come ci si aspettava: panico da virus senza se e senza ma di una percentuale significativa, rabbia e sconforto di una percentuale altrettanto o forse più significativa ma che non aveva parola né visibilità, anche perché le era stato proibito di riunirsi e di protestare.

E questo sì, fa davvero paura.

Come fa paura lo sbandieramento del vaccino prossimo venturo da parte di una multinazionale farmaceutica americana. Ma come, i virus delle vie respiratorie (virus RNA) di cui fanno parte i tanto diffamati coronavirus, mutano tanto rapidamente che, da uno studio del Center for Disease Control and Prevention di Atlanta risulta che l’efficacia della vaccinazione annuale contro l’influenza oscilla tra il 10%  e il 60%, e questi fanno oggi un vaccino che sarà pronto fra un anno, per un virus che in un anno muterà quattro o più volte?

Fa paura, oltre all’onnipresenza dei mercanti di farmaci sfornati sempre più velocemente e con sempre meno controlli, il fatto che la minaccia dei virus, persino dei virus del raffreddore, gridata e amplificata dai media, sia diventata oggi un’arma di limitazione delle libertà democratiche, di distrazione di massa.

Ci dicono che c’è una crisi economica provocata dal coronavirus. La crisi economica c’era già, anche se in questo paese nessuno ce lo diceva. Il 17 gennaio 2019 il sito finanziario Bloomberg intitolava “Dimenticate la guerra dei dazi: la Cina è già in crisi”, e sullo stesso tono decine di siti economici nel mondo.

Del resto già da maggio 2019 i siti economici italiani parlavano di crisi economica globale, citando la capo economista del Fondo Monetario Internazionale.

Il coronavirus si dimostra di nuovo innocente ma dargli la colpa della crisi equivale a nascondere le motivazioni reali della crisi di un sistema economico basato, oltre che su consumi e sprechi furibondi, sui debiti delle imprese, sui folli finanziamenti degli stati e delle istituzioni internazionali alle multinazionali, sulla stampa di dollari e sui bassi tassi di interesse che hanno permesso pericolose speculazioni finanziarie e un aumento del debito globale che è arrivato alla stratosferica cifra di 244.000 miliardi di dollari.

E, infine, un sistema che si basa sullo sfruttamento illimitato della natura e del lavoro umano non può che finire per autodistruggersi, poiché distrugge le sue stesse risorse e i suoi “consumatori”.

Certo, i politici che hanno messo in quarantena un intero paese hanno dato il loro piccolo contributo a rallentare per un attimo la corsa economica (non quella dei supermercati e dell’agroalimentare o del parafarmaceutico), ma sono ininfluenti per quel che riguarda la crisi economica globale, che pare sia solo al suo inizio.

Dire la verità sulla crisi vorrebbe dire prendere in considerazione la necessità di cambiare radicalmente economia e società, di uscire dal capitalismo, e allora ben venga il virus espiatorio, che ottunde intelligenze e percezioni.

Ultimo effetto (ma non in ordine d’importanza) auspicato dai prestigiatori della disinformazione: farci dimenticare la crisi climatica e l’emergenza ambientale, le vere minacce alla sopravvivenza umana.

Mentre le falde si svuotano, gli insetti impollinatori spariscono, le tempeste ci sommergono, i raccolti vanno alla malora (altro che fare incetta di alimenti, cominciate a coltivarveli!), decine di milioni di ettari di foreste bruciano o vengono criminalmente abbattute, si crea il panico su un tipo di virus che è in giro per il mondo e si attacca agli umani almeno dal 1960, con le inevitabili mutazioni come tutti i virus, e che provoca l’influenza.

Il mondo è in mano ai folli, a quel tipo umano che nei film sul Titanic correva nella cabina già allagata per recuperare i soldi e poi annegava, e l’ultima cosa di lui che si vedeva sopra le onde era la mano che li stringeva.

Cerchiamo di non farci contagiare da una simile follia, cerchiamo di non annegare.

 

Fake News

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Manuale di Resistenza al Potere

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Filosofia della Paura

http://www.ilcambiamento.it//articoli/lo-strano-virus-che-limita-le-liberta-democratiche

geopolitica

Per il grande pubblico

Thomas Barnett, assistente dell’ammiraglio Cebrowski, l’ha dettagliata in un libro destinato al grande pubblico, The Pentagon’s New Map (“La nuova mappa del Pentagono”).
Il piano consiste nell’adattare le missioni delle forze armate USA a una nuova forma di capitalismo, dove la Finanza ha il primato sull’Economia. Il mondo deve essere diviso in due. Da un lato gli Stati stabili, integrati nella globalizzazione (requisito che possiedono anche Russia e Cina); dall’altro una vasta zona di sfruttamento delle materie prime. Per questo motivo, conviene indebolire notevolmente – in linea ideale annientare – le strutture statali dei Paesi della zona e impedire con ogni mezzo che risorgano. Un “caos distruttore” – secondo l’espressione di Condoleeza Rice – che non deve essere scambiato con l’omonimo concetto rabbinico, benché i partigiani della teopolitica abbiano cercato in tutti i modi di seminare confusione. Non si tratta di distruggere un ordine cattivo per costruirne un altro migliore, bensì di distruggere ogni forma di organizzazione per impedire qualunque resistenza e permettere ai transnazionali di sfruttare la zona senza intralci politici: un progetto coloniale nel senso anglosassone del termine (da non confondere con una colonizzazione di popolamento).
Iniziando ad attuare la strategia Rumsfeld/Cebrowski, il presidente George Bush figlio parlò di “guerra senza fine”: non si tratta più di vincere guerre e sconfiggere avversari, bensì di far durare i conflitti il più a lungo possibile. Una guerra lunga “un secolo”, disse Bush. È stata, nei fatti, la strategia applicata in Medio Oriente Allargato, una zona che si estende dal Pakistan al Marocco e copre l’intero teatro operativo del CentCom nonché la parte settentrionale di quello dell’AfriCom. In passato i GI’s garantivano agli Stati Uniti l’accesso al petrolio del Golfo Persico (dottrina Carter). Ora i soldati statunitensi sono presenti in una zona quattro volte più vasta, con l’obiettivo di distruggere qualsiasi forma d’ordine.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/ancora-gli-amerikani