gioco, storia

La storia in gioco

Gian Luca Balestra, docente di ruolo, master in Dirigenza della Scuola, dottore in Storia Sociale Europea, laureato in Storia Contemporanea, coordinatore dell’iniziativa ludico-culturale “Si Gioca” (che ha animato per diversi anni la città di Ferrara) e del sito culturale “Spigolature.it”, grande divulgatore storico, ludico e culturale.

Sabato 7 settembre
Ore 12, Conferenza “La storia in gioco. Il gioco di simulazione da tavolo e l’insegnamento della Storia nelle scuole secondarie di secondo grado.”
Ore 14, workshop “Giocarsi la storia. Un approfondimento sul tema: la Guerra Civile americana, ovvero l’inizio di una nuova era.”

Per iscrizioni e programma completo di conferenze e workshop: https://www.gradara.org/gradara-educational-training/

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Primo piano

Metodo Di Bella

«Questo libro nasce per diffondere il “suo” metodo, la sua concezione terapeutica, realizzare il suo obiettivo primario: sollevare dalla disperazione e dalla sofferenza possibilmente dalla morte, ridare fiducia e sorriso a tanti sofferenti disperati, riportando la medicina dall’attuale deriva commerciale e speculativa all’antica dignità di arte etica, ippocratica, spirituale, unica via che attraverso la verità porta alla vita». Giuseppe Di Bella – figlio del professor Luigi Di Bella, padre della multiterapia contro il cancro – nel libro Scelta antitumore (Macro Edizioni e Uno Editori) parla di prevenzione, terapia farmacologica e stile di vita. In 368 pagine ha sintetizzato il pensiero scientifico e clinico di suo padre nella prevenzione e terapia contro il cancro. Il libro, primo nella classifica Bestseller di IBS libri di medicina e già in ristampa a venti giorni dall’uscita, contiene anche quattordici contenuti multimediali extra. «Un’opera complessa – scrive Carlo Ventura, professore di biologia molecolare Scuola di Medicina, Università di Bologna nella prefazione – capace di suscitare curiosità e interesse da parte non soltanto degli addetti ai lavori ma anche di quanti si confrontano direttamente o indirettamente con un problema in crescita e dalle connotazioni drammatiche». Un libro utile per tutti e che smentisce le false notizie diffuse da chi ha voluto affossare il metodo Di Bella.

Di Bella e la multiterapia contro i tumori
Il dottor Di Bella spiega le basi scientifiche e razionali del MDB: in che cosa consiste la​ multiterapia biologica dei tumori e la sua formulazione nella prevenzione; quanto incidono realmente l’alimentazione e l’ambiente​; quali sono gli agenti cancerogeni interni​ all’organismo ed esterni. Spiega, inoltre, il ruolo vitale della precocità della diagnosi e i limiti degli attuali protocolli oncologici. Inoltre documenta la scientificità della cura: pienamente confermata dalle banche dati biomediche ufficiali internazionali. Conferme dell’efficacia nella prevenzione e cura del tumore della melatonina idrosolubile MDB fattorialmente sinergica con la soluzione di retinoidi in vitamina E, vitamine C e D3. I benefici della multiterapia infatti sono avvalorati da un crescente numero di conferme sulle banche dati medico scientifiche internazionali.

Una ricerca che dura da oltre 50 anni
«Da oltre cinquant’anni – scrive Di Bella nell’introduzione – ho seguito le ricerche di mio padre, l’evoluzione del suo pensiero scientifico, la sua esperienza clinico-diagnostica, gli effetti terapeutici, le vessazioni, i contrasti, le umiliazioni che hanno contraddistinto la sua lunga attività di docente universitario, di medico e di scienziato. La totale incapacità di ingraziarsi i potenti e procacciarsi protettori eccellenti, d’inserirsi nelle mafie di potere, la sua repulsione istintiva al servilismo, al compromesso, all’adulazione, alla disonestà, unitamente ad un carattere schivo e al vizio imperdonabile di usare la parola per esprimere il proprio pensiero e non per dissimularlo, hanno penalizzato la sua carriera. Così come le meschinità e le invidie per i risultati clinici e scientifici conseguiti. Come tanti tra quelli che lo conobbero e frequentarono ho avuto sempre netta la percezione che la vastità e la profondità delle sue conoscenze nelle scienze matematiche e nella chimica, farmacia, medicina, biologia, fisica, fossero totalmente al di sopra delle comuni capacità e inarrivabili per chi non fosse dotato d’intelletto e volontà superiori».

La validità del metodo Di Bella
Per questi motivi, spiega ancora Giuseppe Di Bella, «non ho partecipato direttamente alle sue ricerche, ma le ho attentamente, entusiasticamente e costantemente seguite, cercando di fissare e ricordare ogni sua confidenza, ogni congresso, relazione, comunicazione o pubblicazione. In questi cinquanta anni ho constatato che puntualmente intuizioni che si potrebbero definire storiche per il progresso scientifico e le scienze mediche, come le possibilità terapeutiche e il razionale d’impiego di retinoidi, melatonina, somatostatina, vitamine E, D,C, sono state accolte con scettica indifferenza dal mondo scientifico e puntualmente confermate in media dopo decenni dalla letteratura scientifica, anche se ancora non valorizzate, in oncologia per ovvi e inconfessabili motivi».
E ancora: «Ho documentato come i circoli di potere che hanno grossolanamente falsificato la sperimentazione del metodo Di Bella del 1998 hanno instaurato una medicina autoritaria un’autentica dittatura terapeutica sempre più oppressiva e vincolante. Questa dittatura terapeutica si può tanto più facilmente realizzare quanto più un’opinione pubblica è rassegnata, inerte, distratta, incolta, ininfluente, disattenta, e pertanto plagiabile dai centri di potere che possono irretirla e asservirla ai propri interessi». E infine: «La ragione vera e profonda della rabbia isterica contro il professore Luigi Di Bella risiede essenzialmente nell’aver messo in crisi e delegittimato la dittatura terapeutica attraverso le dirette, numerose e pubbliche testimonianze di troppe persone guarite con la sua cura».

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62361

 

storia

Storia in viaggio

Ci sarà tempo sino a venerdì 2 agosto per iscriversi a Storia in Viaggio. Dall’Istria a Fossoli, la seconda edizione del viaggio della memoria promosso dalla Fondazione Fossoli e rivolto a tutta la cittadinanza. L’iniziativa si svolgerà nel mese di ottobre, e le tappe toccheranno il confine orientale italiano, tra Trieste e le zone adiacenti, sulle tracce dell’esodo giuliano-dalmata, che così direttamente ha coinvolto anche la storia del Campo di Fossoli e del territorio di Carpi, con la storia del Villaggio San Marco.
L’iniziativa si inserisce nella promozione, fatta nel corso del 2019 in Istria, della mostra fotografica di Lucia Castelli ‘Italiani d’Istria. Chi partì e chi rimase’, prodotta dalla Fondazione Fossoli.
Per tutta la durata del viaggio sarà presente la storica Maria Luisa Molinari, insegnante e Dottore di ricerca in Storia contemporanea, i cui studi si concentrano prevalentemente sulla storia del confine nord-orientale italiano del Novecento, con particolare riguardo all’esodo giuliano-dalmata, cui ha dedicato le tesi di laurea e di dottorato. È inoltre autrice di una monografia sul Villaggio San Marco, a Fossoli di Carpi, per la collana Quaderni di Fossoli.

La Fondazione Fossoli si avvale inoltre della preziosa collaborazione dei ricercatori dell’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia (IRSREC): Gloria Nemec, docente e ricercatrice di Storia sociale, ha affrontato in svariate pubblicazioni i processi collettivi che interessarono le popolazioni della zona alto-adriatica e i relativi lasciti di memorie. Franco Cecotti, ricercatore storico, ha pubblicato circa 40 saggi sulla storia dei confini, l’emigrazione italiana, le condizioni dei civili durante la prima guerra mondiale, la didattica della storia.

l viaggio sarà anche arricchito dalle parole di diversi testimoni, tra cui Fiore Filippaz, che accompagnerà i partecipanti nella a Padriciano, mentre la visita al Magazzino 18 di Trieste sarà condotta dal Direttore Piero Delbello.
Per ulteriori informazioni consultare il sito www.fondazionefossoli.org la pagina Facebook e il profilo Instagram Fondazione Fossoli.

Fai clic qui per vedere lo slideshow. 

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Argomenti vari

Imperi di polvere

Imperi di polvere

di byebyeunclesam

La civiltà globalizzata nasce simbolicamente nel 1944 con la conquista americana di Roma, la più antica capitale dell’Occidente. Imperi di polvere, al di là dei falsi miti della storia ufficiale, narra le vicende di agenti CIA che, durante la Guerra Fredda, operano per imporre in Europa il modello culturale americano e l’egemonia linguistica dell’inglese.
Il potere dei Presidenti viene progressivamente annullato consegnandolo ai poteri forti che condizionano le decisioni fondamentali dell’umanità. L’assassinio dei fratelli Kennedy è l’epilogo di un dramma che ci lascia il vuoto di una cultura unica senza senso e senza scopo.
Un romanzo coraggioso, basato su fatti autentici, che svela cose e fatti sconosciuti.

Imperi di polvere,
di Claudio Mauri
Edizioni Solfanelli, pp. 168, € 14

Claudio Mauri ha collaborato dagli anni Ottanta alle pagine culturali di giornali e riviste, in particolar modo a quelle de Il Giornale e il Giorno.
Nel 1982 e nel 1983 ha pubblicato le biografie di due famosi giornalisti: Montanelli l’eretico e Il cittadino Scalfari, entrambe edite da Sugarco. Nel 1992 ha scritto il saggio Le geometrie frattali di Gadda (KOS, n. 87) e nel 1997 è stato finalista al Premio Letterario Arturo Loria con il racconto Il segreto.
Nel 2005 ha pubblicato La catena invisibile (Mursia), romanzo storico basato su testimonianze autentiche e una lunga ricerca documentaria, incentrato sul tema del “fascismo magico”. L’anno successivo sono apparsi i suoi saggi Tre attentati al Duce: una pista esoterica e Aleister Crowley in Italia (in Esoterismo e fascismo, Edizioni Mediterranee, 2006).
Nel 2013 ha pubblicato il libro Milano su una nuvola, una raccolta di poesie dedicate alla sua città, nel 2014 e nel 2015 i testi teatrali Il male viene dal cielo (edito da Tabula Fati, parla della strage di 184 scolari milanesi ad opera dell’aviazione statunitense durante il bombardamento del 20 ottobre 1944) e Il naufragio della notte.

scuola

Vittime

Paolo Giatti, OFFERTA FORMATIVA E OFFERTA OCCUPAZIONALE NEL TERRITORIO DEL COMUNE DI BONDENO, 1994 Di questi tempi sarebbe improponibile: ” E’ oggettivamente una generazione di vittime, a partire dal materialismo pratico, dall’indifferenza a principi stabili come a vite radicate in un luogo ed in destino. Vittime dell’istruita ignoranza in cui sono stati cresciuti, della falsa equivalenza di ogni valore, della tolleranza di tutto senza giudizio di merito, diseducati alla riflessione, inclini al disprezzo per il sacrificio, trascinano la vita in un individualismo massificato il cui esito è il cinismo, la competizione ad ogni costo, la logica dei “vincenti”, la strumentalità e fungibilità dei rapporti” Roberto Pecchioli

 

storia

Kasserine, febbraio 1943

Grazie alla rimozione voluta della memoria e al bombardamento pluridecennale di film e romanzi nei quali abbiamo toccato i due estremi dell’auto-denigrazione e della cieca esaltazione dell’ex nemico, divenuto, chi sa come, il nostro grande amico e alleato, la maggior parte degli italiani ancora oggi ignora che non sempre gli americani ci hanno soverchiati con la loro poderosa macchina militare, e che il nostro esercito non sempre è stato costretto ad alzare miseramente bandiera bianca di fronte ad essi. Anche persone di una certa cultura, probabilmente, non hanno mai sentito parlare della battaglia del Passo di Kasserine, in Tunisia, del febbraio 1943, nella quale le forze italo-tedesche hanno inflitto una pesantissima sconfitta all’esercito americano da poco sbarcato sulle coste del Marocco e dell’Algeria, e mirante a ricongiungersi all’Ottava Armata britannica, già vittoriosa (grazie alla sua schiacciante superiorità in uomini e mezzi) ad El Alamein; una sconfitta che, dopo pochi giorni di duri combattimenti, assunse le proporzioni, materiali e anche morali, di una vera e propria disfatta. Questo, i libri di testo e i nostri professori di liceo si sono dimenticati di raccontarcelo: che a soli pochi mesi dallo sbarco in Sicilia, antefatto del crollo dell’Italia e del disonorevole armistizio dell’8 settembre, i nostri soldati, insieme ai loro camerati tedeschi e sotto l’eccellente direzione tattica e strategica di due generali germanici, Rommel e von Arnim, seppero battersi come leoni e fecero mordere la polvere ai soldati americani giunti fin laggiù gonfi di boria e convinti che, grazie al loro numero, all’efficienza logistica e alla disponibilità pressoché inesauribile di armi e materiali, non avrebbero dovuto quasi combattere, ma si sarebbero impadroniti di tutto il Nord Africa senza colpo ferire.

Questo episodio, e anche il ruolo notevole svolto dalle truppe italiane, specialmente dalla divisione corazzataCentauro e da due reggimenti di bersaglieri, è stato rievocato da una delle storie militari della Seconda guerra mondiale più obiettive, o, se si preferisce, delle meno tendenziose, diffuse fra il grande pubblico: La seconda guerra mondiale del giornalista e storico Raymond Cartier (titolo originale: La seconde guerre mondiale, Paris, Librairie Larousse e Paris Match, 1965; traduzione dal francese di Edmondo Aroldi, Milano, Mondadori, 1968, 2012, vol. 2, pp.130-132):

 

L’offensiva tedesca inizia il 1° febbraio. Riunite sotto il comando di un luogotenente di von Arnim, il generale Heinz Ziegler, la 10a e la 21a divisione corazzate cacciano gli americani dal colle di Faid, chiudendo il balcone che si erano aperti sulla piana di Gabès. Il 14 riprende l’offensiva. Con 200 carri, Ziegler prepara una manovra a tenaglia attorno alla località di Sidi, abu-Zid, un quadrato di case bianche ai piedi della dorsale orientale. L’avversario è la 1a divisione corazzata americana con forze equivalenti ma esperienza bellica di gran lunga inferiore. Un debole contrattacco fallisce. Accerchiati, molti battaglioni si arrendono. 112 carri americani vengono distrutti o catturati. Ike [Dwight D. Eisenhower] vacilla sotto il colpo. Di ritorno da un giro d’ispezione al fronte, inalberando per la prima volta la sua quarta stella, stava visitando le rovine di Timgad nel momento in cui la sua migliore divisione crollava! Anche in America si dice che egli eccelle solo nella politica e che dovrebbe cedere le operazioni militari al suo assistente inglese, generale Alexander.  Rommel ha partecipato all’offensiva. Lasciando le sue truppe non motorizzate sulla linea del Mareth, egli ha formati con l’Afrika Korps un raggruppamento del valore di una divisione corazzata con la quale ha marciato su Gafsa. Non ha dovuto combattere perché la città era stata evacuata dagli americani che si ritiravano precipitosamente su Tebessa. È una nuova rapida avanzata, tra gruppi di arabi che acclamano i tedeschi e spogliano i cadaveri. I carri armati arrivano all’aeroporto di Thelepte tra le fiamme di 30 aeroplani che gli americani hanno incendiato all’ultimo minuto. Il 17 febbraio Rommel è ai piedi della dorsale occidentale, davanti al passo di Kasserine, in collegamento con Arnim che ha appena preso Sbeitla, al centro del pianoro. Tutto il sud del fronte alleato è crollato. Ma la discordia regna nel comando tedesco. Rommel, che ha fatto 120 chilometri in tre giorni, non può comprendere perché von Arnim ne ha fatti appena 30 e cosa egli aspetti per sfruttare la sua vittoria di Sid -abu-Zid. Ignora che Arnim intende spostare il suo sforzo a nord con un’offensiva frontale nella valle della Megerda, mentre lui, Rommel, fedele alla tattica del deserto, concepisce la continuazione delle operazioni sotto forma di un vasto movimento aggirante verso Tebessa e ulteriormente verso Bona, nell’intento di piombare sulle comunicazioni del nemico e costringerlo ad evacuare precipitosamente la Tunisia. Gli arbitri, Kesselring e il comando supremo, sono a Roma. Rommel invia loro il suo capo di stato maggiore, Bayerlein, e attende febbricitante le loro decisioni. Arrivano all’una del mattino del 19 febbraio, recandogli insieme una soddisfazione e una delusione. Vengono poste ai suoi ordini alcune divisioni corazzate, ma il comando supremo trova troppo ardita l’idea del movimento aggirante verso Tebessa. Il maresciallo Rommel dovrà tenersi più ad est, marciando solo su Le Kef, al fine di non divergere troppo dalla 5a armata corazzata. Rommel deplora la riduzione della sua manovra, ma non può protrarre la discussione. Il tempo stringe. Il nemico si rafforza. Bisogna colpirlo.

L’offensiva tedesca comincia l’indomani. Rommel ha deciso di attaccare simultaneamente i colli di Sbiba e di Kasserine, libero di trasferire il suo sforzo principale nella zona più propizia. Da Sbeitla la 21a divisone corazzata marcia verso Sbiba. Attraverso Kasserine il Deutsche Afrika Korps si impegna nei solchi dell’uadi Hatab che conducono al colle. La 10a divisione corazzata e la divisione italiana “Centauro” sono di riserva, pronte a portarsi a destra o a sinistra. La terra inzuppata di pioggia si appiccica ai cingoli dei carri; una fitta nebbia ritarda l’alba e sopprime l’aurora. Ancora una volta i combattenti sono circondati dall’Africa gelida. Sui colli, gli Alleati sono ancora in piena improvvisazione. A Sbiba, un distaccamento del 19° corpo viene affrettatamente rinforzato con elementi della 6a divisione corazzata britannica. A Kasserine, il colonnello americano Stark assume, alle 6 del mattino, il comando del settore. Non ha con sé che un battaglione del 26° fanteria, un battaglione di carri e una batteria di vecchi 75 francesi. Occorrono rinforzi, ma il comando esita a sguarnire gli altri settori, avendo l’impressione che l’attacco principale si produrrà più a nord, verso Fonduk o Pont-du-Fahs. Fortunatamente per gli Alleati, i tedeschi partono da troppo lontano. La 21a divisione corazzata avanza verso Sbiba con una lentezza che irrita Rommel. Al colle di Kasserine egli aveva contato sull’azione di sorpresa del 3° battaglione da ricognizione, ma 200 motociclisti sono veramente un distaccamento troppo debole per stanare un nemico munito di artiglieria. La battaglia inizia solo alla fine del pomeriggio. Quando cade la notte, l’Afrika Korps ha preso una bicocca, il bordj Chami, a 1000 metri dal colle. Ma la linea delle creste resta agli Alleati. L’indomani cade il colle di Kasserine. I bersaglieri della divisione “Centauro” hanno brillantemente compiuto l’assalto finale. 2450 prigionieri validi contro 192 caduti: gli americani dimostrano che il loro ardore  combattivo lascia a desiderare. Kesselring raggiunge Rommel sul colle e i due marescialli passeggiano in mezzo a una quantità impressionante di materiale abbandonato. “Abbiamo molto da imparare da loro” dice Rommel facendo notare la perfezione del sistema di standardizzazione americano. “Sì” risponde Kesselring “ma anche loro hanno qualcosa da imparare da noi!”

 

Pur facendo una certa confusione fra la 131a Divisione corazzata Centauro, che all’epoca disponeva di soli 23 carri, e i bersaglieri del 5° e del 7° Reggimento, impegnati in duri scontri ravvicinati con gli americani (il colonnello Luigi Bonfanti, comandante del 7°, cadde eroicamente in combattimento), lo storico francese riconosce il valore e l’efficacia della partecipazione italiana alla battaglia del passo di Kasserine, che si risolse nella più grande sconfitta tattica dell’esercito statunitense di tutta la Seconda guerra mondiale, con una precipitosa ritirata di 140 km. in una sola settimana. Forse se ne ricordarono bene gli americani, qualche mese dopo, durante lo sbarco in Sicilia, allorché si vendicarono facendo fucilare sul posto, contro ogni legge di guerra, prigionieri italiani e tedeschi catturati nel corso della battaglia per la conquista dell’isola, nel tristemente  famoso massacro di Biscari del 10-14 luglio 1943, nel quale vennero passati per le armi 12 civili italiani, 76 militari italiani e alcuni soldati tedeschi, dopo che si erano arresi. Si trattò di due episodi distinti, una prima strage ordinata dal capitano Compton, e una seconda perpetrata dal sergente West, denunciati da un cappellano militare e che provocarono un’inchiesta, al termine della quale West fu condannato da una corte marziale, ma poi subito rimesso in servizio, mentre Compton venne assolto. Entrambi si giustificarono adducendo di aver preso alla lettera una frase pronunciata dal generale Patton alla vigilia dello sbarco: Se si arrendono solo quando gli sei addosso, ammazzali! E questi sono i signori che vollero il tribunale di Norimberga…

Le truppe italiane, che si batterono con valore fino a quando il fronte interno resse e il Comando supremo, che pur non aveva mai brillato per genialità o per fermezza, continuò ad esistere a a impartire direttive, non si macchiarono di simili atrocità, pur battendosi in condizioni materiali e psicologiche assai meno favorevoli di quelle che assistettero gli americani e gli inglesi nel 1943, prima in Tunisia e poi in Sicilia. Eppure quanti giovani italiani, e anche meno giovani, sanno che le nostre forze armate, ancora nel febbraio del 1943, a sei mesi dal crollo, erano ancora capaci di battersi con ardore e sprezzo del pericolo, e che fecero vedere i sorci verdi all’esercito più potente che il mondo avesse mai visto? Praticamente nessuno. Eppure sarebbe stato dovere degli storici, dei giornalisti, dei registi e degli scrittori tramandare quelle gesta, non per ottuso spirito nazionalistico, ma per rispetto della verità e per onorare quanti caddero sul campo dell’onore, sacrificando la vita per ritardare la sconfitta e l’invasione della patria con l’orrore dei bombardamenti aerei sulle città indifese. In un Paese normale, il cui popolo possieda sufficiente coscienza di sé e abbastanza fierezza da non vergognarsi della propria storia e delle proprie tradizioni, comprese quelle militari, l’eroico sacrificio dei carristi e dei bersaglieri del passo di Kasserine sarebbe stato tramandato alla memoria delle nuove generazioni: sarebbero stati scritti dei saggi storici e anche, perché no, dei romanzi, e girati dei film, e tenute delle conferenze. Invece qualcuno, a partire dal 1945, decise che l’Italia doveva tirare un rigo su tutte queste magnifiche pagine di valore, e che doveva essere tramandata solo la memoria di quanti combatterono per la “libertà”: vale a dire che bisognava creare il mito della Resistenza, di una lotta nobile e pura per altissimi ideali, occultando l’atroce realtà di una belluina guerra civile, nella quale italiani massacrarono altri italiani, comprese donne e ragazzi, e incrudelirono soprattutto dopo la resa dei vinti, calpestando ogni legge umana e divina per perpetrare le più efferate vendette. Il modello era sempre, guarda caso, quello dei tanto strombazzati “liberatori”, quello di Patton, che aveva incitato i suoi soldati a non mostrare pietà e a massacrare anche quelli che si erano già arresi. Così, gli eroi di Kasserine, come il colonnello Bonfanti, e quelli di altre cento e cento battaglie, dalla Grecia alla Russia, dall’Egitto all’Etiopia, e quelli caduti nei cieli e nei mari di tutto il mondo, vennero rimossi, o ricordati solo malvolentieri e a denti stretti; mentre si fabbricarono degli eroi di cartapesta, i partigiani comunisti, molti dei quali furono dei veri e propri criminali, che avrebbero meritato non gli onori dei libri di scuola e, addirittura, le medaglie al valore, ma un tribunale che li giudicasse per le atrocità delle quali si erano macchiati. Così il popolo italiano, dopo il 1945, è stato cresciuto con una educazione alla rovescia e con una consapevolezza totalmente distorta dei suoi padri e del suo passato recente: si è dato a intendere che i valorosi combattenti di Culqualber, di Nikolaiewka, di El Alamein, avevano sacrificato la vita, nel migliore dei casi, per un ideale sbagliato, mentre non esiste ideale più alto, per un soldato, che l’amor di patria, indipendentemente dal governo che esiste in quel momento storico e dalle finalità strategiche e politiche per cui la guerra viene combattuta. Non aver capito ciò o averlo capito tanto bene da volerlo cancellare dalle coscienze è il crimine di cui si è macchiata, fin dal suo sorgere, la Repubblica italiana nata dalle rovine di una sconfitta che fu umiliante solo per il modo in cui avvenne, con la doppiezza, l’inganno e il tradimento, e col misero opportunismo di voler saltare, all’ultimo minuto, sul carro del vincitore. Tale fu il prezzo che l’Italia ha pagato per essere accolta nel consesso delle nazioni, col trattato di Parigi del 1947: e ne fa fede il vergognoso articolo 16, che impone il condono preventivo ai traditori, evidentemente persone grate ai vincitori.

di Francesco Lamendola – 20/06/2019

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62138

 

Argomenti vari

Prezzolini

L’Italia finisce ecco quel che resta, era un’opera famosa di Giuseppe Prezzolini uscita in America giusto ottant’anni fa col titolo The Legacy of Italy. Tornò in libreria in Italia nel 1958 con quel titolo verace e sconfortante.

Sono passati tanti anni ma la percezione di un’Italia che finisce si è fatta più acuta e intimamente contraddittoria. Ma quando finisce di finire questa benedetta Italia, se da secoli si annuncia il suo declino, e se da sessanta e più si annuncia il suo tramonto? Eppure quando Prezzolini pubblicava quel libro, l’Italia era in pieno boom economico e demografico, era in crescita, stava velocemente passando da paese agricolo e premoderno a paese industriale, impiegatizio, con un indice di benessere mai visto, l’istruzione obbligatoria e l’alfabetizzazione cresciuta grazie soprattutto alla tv. Sarebbero stati non solo gli autori antimoderni ma anche poeti come Pasolini o registi come Antonioni in Deserto rosso a raccontare il lato b del benessere e del consumo, il degrado nel cuore della crescita, la regressione dietro il trionfale progressismo. Però gli indicatori biologici ed economici allora erano in crescita: i figli stavano meglio dei padri, da genitori analfabeti venivano fuori figli laureati, era un boom di insediamenti industriali, di edilizia, di scuole e negozi, l’emigrazione si era fermata, e gli italiani, i meridionali sopra tutti, erano in forte espansione demografica. Il paese poteva essere spiritualmente declinante, ma era biologicamente rampante.

E oggi? Oggi il Declino di cui diffusamente si parla – e che dà il titolo a un testo recente di un economista, Andrea Capussela – non è più una percezione opinabile. La fine dell’Italia poggia su dati numerici, è quantitativa oltre che qualitativa, è materiale oltre che spirituale, è biologica oltre che culturale. Il prefatore del libro, Gianfranco Pasquino se la prende col governo in carica, ma i dati più preoccupanti non sono economici e politici ma anagrafici e demografici. In Italia i morti superano i nati, i vecchi superano i giovani, per ogni laureato che se ne va dall’Italia sono arrivati tre migranti senz’arte né parte. Ecco il dramma italiano in tre atti. Non è solo l’arrivo dei migranti, come a volte si semplifica, perché le emergenze demografiche del nostro Paese in realtà sono ben tre, e intrecciate.

Femministe antifasciste

La prima è quella ormai proverbiale, vistosa, che ci pone in testa alla tetra classifica: il record euro-occidentale di denatalità a cui si accompagna quel dato anagrafico così lugubre dei morti che superano i nati, come non accadeva nemmeno ai tempi delle guerre e delle carestie. È un dato tremendo perché congiurano vari fattori: non si fanno figli perché siamo egoisti e non sopportiamo più i bambini, non vogliamo proiettare la nostra vita nel futuro, non ci sono i mezzi, le case, le strutture, gli asili, per figliare. Uno sfascio culturale e psicologico, sociale ed economico, senza precedenti. Anche se per decenni ci avevano imbottito la testa dicendo che le società più moderne, più civili fanno meno figli; sono le popolazioni arretrate, succubi della religione, a procreare. Ora, invece, l’“arretrato” sud scavalca perfino il nord nella denatalità.

La seconda emergenza che viene presentata come una conquista è la fuga dei ragazzi all’estero. Una fuga non paragonabile ai flussi emigratori di altre epoche perché a partire stavolta non sono i poveri e i meno istruiti, ma di solito, chi ha titoli di studio superiori, lauree e master in economia e ingegneria, ricercatori, pionieri. Ora, ammesso che la fuga all’estero dei ragazzi sia dal punto di vista soggettivo un vantaggio per loro e un segno della loro mentalità globale, da cittadini del mondo, generazione Erasmus-Ryanair, di certo la loro partenza impoverisce l’Italia, a cominciare dal sud, spezza le famiglie, svuota le nostre città, ridotte a ricovero d’anziani e di migranti.

E qui veniamo alla terza emergenza, quella dei migranti. I flussi sono stati contenuti dalla politica di Salvini, s’è trattato di risposte efficaci ma simboliche; non di una radicale, ampia strategia di risposta. Dalla parte dei flussi migratori non c’è solo la Chiesa di Bergoglio e Mattarella, c’è una macchina da guerra che potremmo riassumere nella sigla MMS: Magistratura, Media, Sinistra.

Anzi se dovessimo fare una graduatoria, dovremmo dire che il pericolo principale dei flussi migratori non proviene dagli stessi migranti, e nemmeno dagli impresari dei loro sbarchi, dagli scafisti alle Ong, ma sono i magistrati, sono le corti, sono le loro sentenze. Che criminalizzano chi vuol far rispettare la legge e le frontiere, come è previsto anche dalla Costituzione, e aprono ogni giorno a colpi di sentenze, varchi per il loro ingresso, ora perché omosessuali ora perché sfuggiti a qualunque disagio, non solo guerra e carestia, ora perché l’onere della prova di essere fuggiti per la situazione di pericolo non spetta più a chi chiede asilo ma a chi deve valutarlo. Altrimenti vale la loro autoattestazione. Non sono i clandestini, gli irregolari, a doversi giustificare ma i magistrati, i sindaci, i prefetti in caso decidano di rispedirli. Una situazione assurda, da incubo e da farsa, in cui il Delitto è a norma di legge e la norma diventa Delitto, insieme con la sovranità e la tutela dei confini e di chi vi abita dentro.

Il problema, dunque, non è solo quello dei migranti che ora potrebbero riprendere gli sbarchi col favore dell’estate, della crisi libica, delle espulsioni tedesche e dei giudici, ma è triplice: se non nascono più figli e se quelli che nascono se ne vanno dall’Italia, i flussi migratori sono la mazzata finale, la sostituzione di popolo una volta evacuati gli italiani, l’estrema unzione alla nostra civiltà. Lì finisce l’Italia, ma sul serio. E rispetto al titolo già pessimistico del libro di Prezzolini diventa sempre più difficile indicare “quel che resta”. L’Italia finisce punto e basta.

Fonte: Marcello Veneziani

sociologia

Teoria della classe disagiata

ll ciclo è questo:

1- si deindustrializza il Paese e se ne distruggono i corpi intermedi;
2- le classi subalterne accettano il processo e spingono per la ricerca della loro felicità attraverso il circuito edonistico dell’intrattenimento;(il c.d. riflusso: primi anni ’80 N.d.R.)
3- resesi atomi alla ricerca del godimento illimitato, esse non sono in grado di organizzarsi e non hanno più i luoghi politici, economici e sociali per farlo;
4- non pensano più che possano esistere soluzioni politiche ed egemoniche.

Quindi il lavoro culturale non viene più messo in piedi per fare del bene alla società, semmai ci si limita ad intrattenerla con i meme per la propria autorealizzazione (bellissimo il pezzo del saggio sulla produzione memetica), non certo per creare un mondo migliore. Per questo il lavoro culturale è vissuto come un’opportunità, non come qualcosa che debba garantire lo sviluppo della società: il lavoro culturale e politico non è più visto come servizio agli altri ma solo come realizzazione di se stessi.

Francesco Berni in http://appelloalpopolo.it/?p=35931&fbclid=IwAR3BIF1-R_pd9yq0zCda7yp-0t2LCP9T_JxRAxJ02OyQK5nCFTDFiPenHMo

sociologia

La democrazia dei creduloni

Un mondo interconnesso. Notizie immediatamente disponibili. Un mercato mondiale in cui vendere con poco sforzo (economico e mentale) i propri prodotti cognitivi. Uno scambio immediato di opinioni e informazioni. Questo è il meraviglioso strumento che il web ha reso disponibile alle democrazie. Uno strumento che sembra però esaltare alcuni pericolosi difetti naturali del nostro modo di pensare, primo fra tutti la pigrizia mentale. Le soluzioni facili sono le più economiche: credere è molto più economico che ragionare. Il web è uno strumento di democrazia che abbiamo il dovere di difendere e affinché diventi davvero utilizzabile per nutrire la democrazia della conoscenza è necessario però imparare a utilizzarlo, è necessario arginare una pericolosa deriva verso una democrazia non già di sapienti, ma di creduloni. (Silvia Morante)
Gérald Bronner è professore di Sociologia, membro dell’Institut Universitaire de France e dell’Académie des technologies francese. È esperto di credenze collettive e di fenomeni cognitivi sociali. Su questi argomenti ha pubblicato molti libri, tra cui Empire des croyances (PUF, 2003), che è stato premiato dall’Académie des Sciences Morales et Politiques, e La pensée extréme: comment des hommes ordinaire deviennent des fanatiques (Denoel, 2009), tradotto in italiano per il Mulino, con cui ha vinto il premio europeo Amalfi per la Sociologia e le Scienze sociali.

filosofia

La teoria di genere

La teoria di genere è il prodotto di una società totalitaria ?

È il prodotto di una società il cui obiettivo è di condurre una guerra totale alla natura per fare in modo che tutto, proprio tutto, diventi artefatto, un prodotto, un oggetto, una cosa, un artificio, un utensile, ovvero in altre parole: un valore mercantile. Nell’arco di cento anni vi è la possibilità di un capitalismo integrale nel quale si produrrà tutto e dunque tutto si comprerà e tutto si venderà. La teoria di genere è una delle prime pietre di questo carcere planetario. Essa prepara il “transumano” che è l’obiettivo finale del capitalismo. In altre parole: non la soppressione del capitale come credono i neomarxisti, ma la sua affermazione totale, definitiva, irreversibile.

Concedendo l’accesso alla procreazione assistita alle coppie di donne, la filiazione biologica sarà sostituita da una “filiazione di intenzione”. Secondo Lei questo contribuirà all’instaurarsi di una società totalitaria, come descritto nel libro “1984”?

Questo è da comprendere all’interno del processo di snaturamento e trasformazione artificiale della realtà. Si rinnega la natura, la si distrugge, la si disprezza, la si sporca, la si devasta, la si sfrutta, la si inquina, e poi la si sostituisce con qualcosa di artificiale. Per esempio con i corpi: più ormoni, più ghiandole endocrine, più testosterone, ma comunque cose che alterano l’equilibrio endocrino! Cercate di capire.. Oppure anche le iniezioni ormonali per quelli che vogliono cambiare sesso. Questo odio della natura, questa guerra di distruzione dichiarata alla natura è propedeutica al progetto “transumanista”

D’altra parte non sono mai stato padre biologico, ma grazie ad un matrimonio con la donna che è lo sguardo vigile sotto il quale ora io scrivo, a seguito dell’adozione dei suoi due figli adulti, sono diventato padre e nonno del bambino di quella che è diventata la mia figlia adulta: dunque non sono contro una “filiazione di intenzione” perché io stesso ne incarno il progetto, ma il tutto deve essere all’interno di una logica nella quale non si priva il bambino dei punti di riferimento ai quali ha diritto. Ho molto combattuto contro la metapsicologia della psicanalisi freudiana e posso dire che mi ritrovo nella battaglia di alcuni psicanalisti che si oppongono a questa scomparsa del padre, in favore sia della comparsa di un doppio padre sia di quella di una doppia madre.

L’incendio di Notre-Dame è stato un elettroshock per molta gente ma è anche stata l’occasione di riscoprire un’eredità architettonica e spirituale . Era una presa in giro per la società “nichilista” che Lei denuncia ?

Io mi sono opposto alla lettura di questo o di quell’altro che riciclavano le vecchie bestialità del pensiero magico: punizione divina, segnale inviato da Dio, avvertimento inviato ai miscredenti… Ho anche sentito dire che la mano di Dio aveva allontanato dal fuoco la famosa corona di spine del Cristo, senza riuscire a capire come mai questa stessa mano aveva potuto contemporaneamente permettere il Corto Circuito oppure l’innesco doloso!
Al contrario, ho raccontato in “Decadenza” che l’avventura della Sagrada Familia di Barcellona faceva senso: decisa e cominciata nel XIX secolo, continuata ma mai riuscita ad essere terminata nel XX secolo, comunque benedetta da un Papa che ha abdicato nel XXI secolo, e poi teatro di un attentato islamista fortunatamente sventato, era un concentrato della storia del Cristianesimo decadente . (Leggete anche: “Michel Onfray piange Notre Dame de Paris.)

Dalla finestra del mio ufficio vedo l’abbazia degli Uomini costruita da Guglielmo il Conquistatore 1000 anni fa: in una trentina di anni, ha costruito due abbazie in questa sola la città – senza parlare del castello e degli altri edifici laici… bisogna dire che la velocità del Paraclito non è più la stessa! Ma l’incendio di Notre-Dame entra in un’altra prospettiva: mentre aspettiamo le conclusioni dell’inchiesta incaricata, si tratta di un incidente nel quale Dio non ha avuto più potere che lo Spirito del Tempo.

a cura di Samuel Pruvot e Hugues Lefèvre

Fonte: http://www.famillechretienne.fr

Link: https://www.famillechretienne.fr/politique-societe/bioethique/michel-onfray-la-theorie-du-genre-prepare-le-transhumain-objectif-final-du-capitalisme-255280

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di GIAKKI49