Economia

Confessioni di un sicario dell’economia

Riportiamo un ampio stralcio di un’intervista a John Perkins, autore di “Confessioni di un sicario dell’economia” in occasione della nuova edizione del suo libro. Intervistato da YES magazine, l’ex consulente conferma che le politiche delle multinazionali di saccheggio nei confronti dei paesi del terzo mondo e in via di sviluppo si estendono ormai all’Europa e agli stessi USA. Tasselli di questa politica delle élite, foriera di disuguaglianza e regressione economica, sono le globalizzazione e gli accordi di libero scambio. Accordi già in essere come il NAFTA, sbandierati e combattuti come il TTIP, ma anche quelli in via di applicazione tra il silenzio dei più come il CETA, servono per consegnare alle imprese multinazionali la sovranità sui popoli.

 

Di Sarah van Gelder, 18 marzo 2016

 

Dodici anni fa, John Perkins pubblicò il suo libro Confessioni di un sicario dell’economia, che entrò rapidamente nella lista dei best seller del New York Times. Perkins descriveva la sua attività di persuasore dei capi di Stato perché adottassero politiche economiche che avrebbero impoverito i loro Paesi e compromesso le loro istituzioni democratiche. Queste politiche contribuivano ad arricchire una piccola élite locale mentre riempivano le tasche delle grandi multinazionali statunitensi.

Perkins diceva di essere stato reclutato dalla National Security Agency (NSA), ma di lavorare per una società di consulenza privata. Il suo lavoro di economista poco qualificato ma strapagato, era di produrre rapporti in grado di giustificare i ricchi contratti delle multinazionali USA, sprofondando le Nazioni vulnerabili in voragini di debiti. I Paesi che non cooperavano vedevano minacciata la propria economia. In Cile, per esempio, il Presidente Richard Nixon chiese, come è noto, che la CIA provocasse un “disastro economico” per delegittimare le prospettive del presidente democraticamente eletto Salvador Allende.

Se le pressioni economiche e le minacce non funzionavano, sostiene Perkins, venivano chiamati gli sciacalli per rovesciare o assassinare i capi di stato recalcitranti. In effetti , questo è quanto accadde ad Allende, con l’appoggio della CIA.

Il libro di Perkins è controverso, e alcuni hanno messo in dubbio parte delle sue affermazioni, per esempio il fatto che l’NSA fosse implicata in attività che non fossero la stesura e cancellazione di norme.

Perkins ha recentemente ripubblicato il suo libro con importanti aggiornamenti. La tesi di base del libro è la stessa, ma gli aggiornamenti mostrano che l’approccio degli assassini economici si è evoluto negli ultimi 12 anni. Tra le altre cose, le stesse città USA sono ormai sulla lista delle vittime designate. La combinazione di debito, austerità imposta, carenza di investimenti, privatizzazioni, e l’indebolimento dei governi democraticamente eletti sta ormai avvenendo anche qui (ossia negli USA NdVdE).

Non ho potuto far a meno di pensare a Flint, nel Michigan, che è in gestione di emergenza (“fate presto!” NdVdE) mentre leggevo Le nuove confessioni di un assassino economico.

Ho intervistato Perkins a casa sua, vicino a Seattle. Oltre a essere un assassino economico in riabilitazione, è un nonno e fondatore di “Dream Change and The Pachamama Alliance”, un’organizzazione che lavora per “un mondo che le nuove generazioni vorranno ereditare”.

Sarah van Gelder: Cosa è cambiato nel mondo da quando hai scritto le prime Confessioni di un sicario dell’economia?

John Perkins: La situazione è molto peggiorata negli ultimi 12 anni. Gli assassini economici e gli sciacalli si sono diffusi tremendamente, anche in Europa e negli Stati Uniti.

In passato si concentravano essenzialmente sul cosiddetto Terzo Mondo, o sui paesi in via di sviluppo, ma ormai vanno dappertutto.

E infatti, il cancro dell’impero delle multinazionali ha metastasi in tutta quella che chiamo la moribonda economia fallita globale. Questa economia è basata sulla distruzione di quelle stesse risorse da cui dipende, e sul potere militare. E’ ormai completamente globalizzata, ed è fallimentare.

van Gelder: ma come è successo che siamo passati da essere beneficiari di questa economia assassina, in passato, ad essere ora le sue vittime?

Perkins: è una domanda interessante perché, in passato, questa economia di assassini economici era propagandata per poter rendere l’America più ricca e presumibilmente per arricchire tutti i cittadini, ma nel momento in cui questo processo si è esteso agli Stati Uniti e all’Europa, il risultato è stato una enorme beneficio per i molto ricchi a spese di tutti gli altri.

Su scala globale sappiamo che 62 persone hanno ormai in mano gli stessi mezzi della metà più povera del mondo.

Naturalmente qui in America vediamo come il nostro governo sia paralizzato, semplicemente non funziona. Viene controllato dalle grandi multinazionali. Queste hanno capito che il nuovo obiettivo, la nuova risorsa, sono gli USA e l’Europa, e gli orribili avvenimenti successi in Grecia, e Irlanda e Islanda, stanno ormai avvenendo anche da noi, negli USA.

Assistiamo a questa situazione dove le statistiche ci mostrano una crescita economica, ma allo stesso tempo aumentano i pignoramenti di case e la disoccupazione.

van Gelder: si tratta della stessa dinamica debitoria che porta a amministratori di emergenza, i quali consegnano le redini dell’economia alle multinazionali private? Lo stesso meccanismo che vediamo nei paesi del terzo mondo?

Perkins: Sì. Quando ero un sicario dell’economia, una delle cose che facevamo era concedere enormi prestiti a questi Paesi, ma questi soldi non finivano mai davvero ai Paesi, finivano alle nostre stesse multinazionali che vi costruivano le infrastrutture. E quando i Paesi non riuscivano a ripagare i loro debiti, imponevamo la privatizzazione della gestione dell’acqua, delle fognature e della distribuzione elettrica.

Ormai vediamo succedere la stessa cosa negli Stati Uniti. Flint nel Michigan ne è un ottimo esempio. Non stiamo parlando di un impero degli Stati Uniti, si tratta di un impero delle multinazionali protette e appoggiate dall’esercito USA e dalla CIA. Ma non è un impero degli americani, non aiuta gli americani. Ci sfrutta nella stessa maniera in cui noi abbiamo sfruttato gli altri Paesi del mondo.

van Gelder: Sembra che gli americani inizino a capirlo. Come giudicheresti il pubblico americano, in quanto a essere pronto a fare qualcosa in merito?

Perkins: Viaggiando attraverso gli USA e nel mondo, vedo davvero che la gente si sta svegliando. Stiamo capendo. Capiamo che viviamo in una stazione spaziale molto fragile, non abbiamo alcuna navetta spaziale, e non possiamo andarcene. Dobbiamo risolvere la situazione, dobbiamo prendercene carico, perché stiamo distruggendo la stazione spaziale. Le grandi multinazionali la stanno distruggendo, ma queste vengono gestite da persone, e queste sono vulnerabili. Se ci pensiamo bene, i mercati sono una democrazia, se li usiamo nel modo giusto.

[…]

van Gelder: Vorrei chiederti del TPP, e degli altri accordi commerciali. C’è modo di intervenire su questi in modo che non continuino a incrementare la sfera di influenza delle multinazionali a spese delle democrazie locali?

Perkins: Questi accordi sono devastanti, danno alle multinazionali la sovranità sui governi. E’ ridicolo.

Vediamo i popoli dell’America Centrale terribilmente disperati, cercano di uscire da un sistema marcio, in primo luogo a causa degli accordi commerciali e delle nostre politiche nei confronti dell’America Latina. E naturalmente vediamo queste stesse politiche nel Medio Oriente e in Africa, queste onde migratorie che stanno investendo l’Europa dal Medio Oriente. Questi problemi terribili sono stati creati dall’ingordigia delle multinazionali.

Sono appena stato in America Centrale e quello che da noi viene definito un problema di immigrazione, in realtà è un problema di accordi commerciali.

Non si possono imporre dazi a causa degli accordi commerciali – NAFTA e CAFTA – ma gli USA possono dare aiuti di stato ai loro agricoltori. Gli altri governi non si possono permettere di aiutare i propri agricoltori. Perciò i nostri agricoltori riescono ad avere la meglio sui loro, a questo distrugge le altre economie, e anche altre cose, ed ecco perché si creano problemi di immigrazione.

van Gelder: Ci puoi parlare delle violenze da cui scappa la gente in America Centrale, e come queste siano legate al ruolo che hanno gli USA?

Perkins: Tre o quattro anni fa la CIA ha organizzato un colpo di stato contro il presidente democraticamente eletto dell’Honduras, Zelaya, perché non si è piegato a multinazionali grandi, globali e con legami con gli USA come Dole e Chiquita.

Il presidente voleva alzare il salario minimo a un livello ragionevole, e voleva una riforma agraria che garantisse che queste persone riuscissero a guadagnare dalla loro terra, anziché assistere alle multinazionali che lo facevano.

Le multinazionali non l’hanno potuto tollerare. Non è stato assassinato, ma è stato disarcionato con un colpo di stato, e spedito in un altro Paese, rimpiazzandolo con un dittatore brutale. Oggi l’Honduras è uno dei Paesi più violenti e sanguinari dell’emisfero.

Quello che abbiamo fatto fa paura. E quando una cosa così accade a un presidente, manda un messaggio a tutti gli altri presidenti dell’emisfero, e anzi di tutto il mondo: non intralciate i nostri piani. Non intralciate le multinazionali. O cooperate e vi arricchite, e tutti i vostri amici e le vostre famiglie si arricchiscono, oppure verrette disarcionati o assassinati. Si tratta di un messaggio molto forte.

http://vocidallestero.it/2016/10/06/nuove-confessioni-di-un-assassino-economico-stavolta-vengono-a-prendersi-la-democrazia/

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Economia, libri

Confessioni di un sicario dell’economia

In occasione dell’uscita del nuovo libro di John Perkins, ripubblichiamo un vecchio articolo di Bondeno.com sul libro precedente dello stesso autore.

Anche stavolta prendiamo spunto da un libro e da un film per un discorso incrociato sull’economia: il film è “Syriana”; il libro “Confessioni di un sicario dell’economia”.

Dal libro di John Perkins riportiamo un brano esemplificativo:«Il Venezuela era un caso classico. Tuttavia, mentre osservavo gli eventi che vi si stavano svolgendo, fui colpito dal fatto che il fronte di battaglia davvero significativo si trovava in un altro paese ancora. Era un fronte significativo non perché rappresentasse di più in termini di dollari o vite umane, ma perché comportava questioni che andavano ben oltre gli obiettivi materialistici che generalmente definiscono gli imperi. Questo fronte di battaglia si estendeva al di là degli eserciti di banchieri, dirigenti d’azienda e politici, fino in fondo all’anima della civiltà moderna. E si stava formando in un paese che avevo finito per conoscere e amare, il paese in cui avevo lavorato per la prima volta come volontario dei Peace Corps: l’Ecuador.
Negli anni trascorsi da quando mi ero recato là per la prima volta, nel 1968, questo minuscolo paese si era trasformato nella tipica vittima della corporatocrazia. Io e i miei contemporanei, e i nostri moderni equivalenti manageriali, eravamo riusciti a portarlo praticamente alla bancarotta. Gli avevamo prestato miliardi di
dollari perché potesse ingaggiare le nostre società di ingegneria e costruzioni affinchè realizzassero progetti che avrebbero favorito le sue famiglie più ricche. Di conseguenza, in quei tre decenni, il livello ufficiale di povertà era passato dal 50 al 70%, la sottoccupazione o la disoccupazione erano aumentate dal 15 al 70%, il debito pubblico era cresciuto da 240 milioni a 16 miliardi di dollari e la quota di risorse nazionali stanziata per i cittadini più poveri era scesa dal 20 al 6%. Oggi, l’Ecuador deve destinare quasi il 50% del suo bilancio nazionale unicamente a saldare i suoi debiti, anziché ad aiutare i milioni di suoi cittadini ufficialmente classificati come gravemente impoveriti.40
La situazione in Ecuador dimostra chiaramente che non si tratta del risultato di un complotto, bensì di un processo verificatosi durante amministrazioni sia democratiche che repubblicane, un processo che ha coinvolto tutte le principali banche multinazionali, molte corporation e aiuti esteri da una moltitudine di paesi. Gli Stati Uniti hanno svolto il ruolo di guida, ma non abbiamo agito da soli.
Durante quei tre decenni, migliaia di uomini e donne hanno contribuito a condurre l’Ecuador nella delicata posizione in cui si è ritrovato all’inizio del millennio. Alcuni di loro, come me, erano consapevoli di ciò che stavano facendo, ma la stragrande maggioranza aveva semplicemente svolto i compiti per i quali era stata istruita nelle facoltà di economia, ingegneria e giurisprudenza, o aveva seguito la guida di capi del mio stampo, che gli avevano illustrato il sistema con l’esempio della loro avidità e attraverso ricompense e punizioni intese a perpetuarlo. Nel peggiore dei casi, quei partecipanti consideravano innocuo il proprio ruolo; nel caso più ottimistico, ritenevano di star aiutando una nazione ridotta in miseria.
Sebbene inconsapevoli, ingannate e – in molti casi – illuse, queste persone non erano membri di un complotto clandestino; erano piuttosto il prodotto di un sistema che promuove la forma più sottile ed efficace di imperialismo che il mondo abbia mai conosciuto. Nessuno era stato costretto ad andare a cercare uomini e donne da corrompere o minacciare, perché erano già stati reclutati da società, banche e agenzie governative. Le tangenti erano costituite da stipendi, gratifiche, pensioni e polizze assicurative; le minacce si basavano sulle usanze sociali, sulle pressioni dei colleghi e sulle domande implicite circa il futuro dell’educazione dei loro figli.
Il sistema aveva avuto un successo spettacolare. All’inizio del nuovo millennio, l’Ecuador era ormai totalmente in trappola. L’avevamo in pugno, proprio come il padrino della mafia ha in pugno l’uomo al quale ha prestato più volte i soldi per il matrimonio della figlia e per la sua piccola impresa. Come ogni buon mafioso, avevamo preso tempo. Potevamo permetterci di essere pazienti, sapendo che sotto le foreste pluviali dell’Ecuador c’è un mare di petrolio, sapendo che il giorno giusto sarebbe arrivato».
Come si vede l’autore ha fatto parte di una élite di professionisti che hanno il compito di trasferire le ricchezze dei paesi “in via di sviluppo” ai governi e alle multinazionali dei paesi più sviluppati (gli USA in primo luogo).

A parere della critica (http://www.tempimoderni.com/db/dbfilm/film.php?id=1470)
il film si presenta confuso, forse la lettura del libro John Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia, 15 euro

può aiutarci a chiarirlo…

https://bondenocom.wordpress.com/2009/12/06/hoodwinked/

Economia, libri

Turbocapitalismo

Già il titolo aiuta: “L’immagine sinistra della globalizzazione”. Dove il “sinistra” non è sinonimo di funesto o sfavorevole, ma anche e soprattutto è un riferimento politico. Ad uno schieramento che ha rinunciato ai sogni di rivoluzione e di cambiamento per trasformarsi nel maggior sostenitore del turbo capitalismo. Una sinistra che ha rinunciato alla difesa dei più poveri per diventare la paladina degli alto borghesi globalizzati e dei pochi super capitalisti che controllano la stragrande maggioranza della ricchezza mondiale.

Una sinistra che blatera di antifascismo per inventarsi nemici inesistenti e distogliere l’attenzione dai problemi veri. Una sinistra che idolatra gli Usa ed Obama, che cancella i diritti dei lavoratori per sostituirli con i desideri individuali senza limiti e senza controlli. Una sinistra che lotta contro le frontiere per creare un nuovo mondo di sradicati assoldabili a poco prezzo in ogni parte del mondo. Con gusti omologati, con una sola lingua, con i consumi come unico obiettivo di vita.

E non è un caso che Borgognone abbia scelto, per introdurre il suo ottimo lavoro di demolizione e di ricostruzione, le frasi di personaggi come Alian de Benoist e Marine Le Pen. Una Marine Le Pen che replica alla “sinistra” Lilli Gruber. Ed è evidente che Paolo Borgognone, nello scontro, non è dalla parte della Gruber.

Tratto da Barbadillo

 

Argomenti vari, conferenza, Economia

Remo Bodei all’Ariostea

Dal 25-01-2016 al 30-01-2016

 

Lunedì 25 Gennaio 2016, ore 17

N-EURO, LO SCHIZOFRENICO DIBATTITO SULLA MONETA E LE BANCHE. A cura di Sergio Gessi

Per il ciclo “Chiavi di lettura”, organizzato da FerraraItalia, un incontro dedicato all’euro e agli istituti di credito.

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Simonetta Sandri Maestri, Riflessi Ritratti.
Martedì 26 Gennaio 2016, ore 17

Simonetta Sandra Maestri. RIFLESSI RITRATTI (Este Edition 2015)

Prefazione di Camilla Ghedini. Illustrazioni di Paola Braglia Scarpa ed Elena Maioli. Dialoga con l’autrice Matteo Pazzi. Interviene Gianna Vancini.

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Ferrara di Bassani
Mercoledì 27 Gennaio 2016, ore 17

LA FERRARA DI GIORGIO BASSANI. Itinerario nel Novecento. Conferenza di Alessandro Gulinati

Nel Giorno della Memoria Alessandro Gulinati, guida turistica ed ex-presidente della Pro Loco di Ferrara, propone una riscoperta dei luoghi legati alla vicenda narrativa di Bassani, nella realtà e nell’immaginario.

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DE CHIRICO: UN RITRATTO PSICOLOGICO
Giovedì 28 Gennaio 2016, ore 17

DE CHIRICO: UN RITRATTO PSICOLOGICO IN SETTE QUADRI. Conferenza di Stefano Caracciolo e Adello Vanni.

Per il ciclo “Anatomie della Mente IX – Sei conferenze di varia psicologia”, un incontro dedicato a Giorgio De Chirico.

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Elogio della Democrazia
Venerdì 29 Gennaio 2016, ore 17

ELOGIO DELLA DEMOCRAZIA: RAGIONI E PASSIONI. Conferenza di Remo Bodei

Primo incontro del ciclo “Le parole della Democrazia”. Piero Stefani introduce Remo Bodei, uno dei più importanti filosofi europei.

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Economia, libri

Oltre la siepe

oltrelasiepe-chiarelettere“Oltre la siepe” (Chiarelettere) di Mauro Gallegati (che insegna Macroeconomia avanzata presso l’Università Politecnica delle Marche, ad Ancona, e che collabora in varie attività di ricerca con il premio Nobel Joseph Stiglitz e con Bruce Greenwald, docente alla Columbia University) prova a ripensare l’economia senza cavalcare la moda della decrescita felice. Gallegati mette al centro della sua riflessione la nostra vita, rilegge la crisi economica di questo inizio secolo come un fatto strutturale, smaschera la natura profonda della legge innaturale che da decenni contraddistingue il nostro stare al mondo (vivere per lavorare, lavorare per consumare). Il paradigma della crescita quantitativa e illimitata è fallito, ma c’è un’altra economia possibile (Gallegati la chiama a-crescita), in cui l’innovazione ha un ruolo fondamentale, la distribuzione del reddito può essere più giusta, l’essere umano può riscoprire quella dimensione del vivere bene che non è un’utopia. Basta solo saperla vedere.

Leggi il seguito

estratto da: http://www.syloslabini.info/online/ripensare-leconomia-senza-cavalcare-la-moda-della-decrescita-felice/

convegno, Economia

Oltre l’euro

Il titolo e il sottotitolo sono già abbastanza eloquenti riguardo le principali chiavi di lettura su cui si sviluppa il libro: oltre l’euro non c’è nessun baratro, nessuna catastrofe irrimediabile, ma c’è soltanto un futuro che tocca a noi riscrivere e immaginare. E infatti prima di riprendercelo il nostro futuro, dobbiamo essere bravi ad immaginarlo. In caso contrario ci faremo incastrare, con o senza euro, in una nuova gabbia da cui sarà sempre più difficile e complicato sfuggire. La propaganda di regime, oggi più agguerrita che mai, cerca di congelare il dibattito su una presunta salvifica idea di stabilità, da cui per spontanea inerzia dovrebbero venire chissà quali miracoli. Tuttavia se un paese è in crisi profonda e non fa nulla per venire fuori dalla crisi, cullandosi in un fragile immobilismo, è chiaro che la crisi non potrà che peggiorare. Non sappiamo il motivo esatto per cui gli attuali governanti continuano ad assistere impassibili alla distruzione del paese e alla sofferenza del popolo. Opportunismo, servilismo, sudditanza, incompetenza, corruzione, malafede, volontà di controllo e di dominio di una massa di gente sfiduciata, impoverita, disperata. Molte possono essere le cause. Ma nessuna di queste giustifica il nostro immobilismo, quello di noi semplici cittadini che siamo le vittime sacrificali del massacro.

http://www.appelloalpopolo.it/?p=10440

Economia, editoria

Oltre l’austerità

“Oltre l’austerità”, un ebook gratuito per capire la crisi

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Da oggi è scaricabile gratis sul sito di MicroMega l’ebook “Oltre l’austerità”, a cura di Sergio Cesaratto e Massimo Pivetti. Un contributo indispensabile per approfondire i temi della crisi economica e sociale che ha investito l’Europa e le prospettive per la sua soluzione. Con estremo rigore analitico, ma con un linguaggio accessibile anche per il lettore non specialista, gli autori del volume fanno giustizia di molti luoghi comuni, superficialità ed errori con i quali, anche sulla stampa italiana, è stata raccontata la crisi.

SCARICA L’EBOOK: PDF EPUB
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Economia

L’economia del bene comune

In tema di bontà, segnaliamo un testo di Felber presentato a giugno al festival dell’economia di Trento:

Christian Felber, scrittore freelance e giovane economista austriaco, ha un’ambizione e non fa nulla per nasconderla: cambiare, meglio, trasformare l’economia così come oggi la viviamo. Al Festival dell’Economia 2012 è venuto per promuovere la sua ultima fatica letteraria: “L’Economia del bene comune”.

“La dignità dell’uomo è la dignità della terra” e quindi dobbiamo dignità all’uomo e alla terra“. L’assunto serve a Christian Felber per costruire la sua visione del mondo e dell’economia con l’obiettivo di creare un movimento in grado di incidere sul sistema economico.
La regole aurea dell’economia del bene comune vuole il denaro come un mezzo, così come l’utile e il capitale. “Ma se il denaro – avverte Felder – non è più un mezzo ma diventa uno scopo allora siamo contro la natura”. Lo scorso anno hanno aderito alle idee di Felber una quindicina di aziende tedesche ed austriache: in un solo anno le imprese associate sono salite a 700, in 15 diversi paesi: l’atto formale di adesione al movimento è la presentazione del bilancio del bene comune.
“Il denaro – incalza Felber – ha molti vantaggi ma anche molti svantaggi. Ad esempio, non può misurare l’obiettivo dell’economia che è il bene comune, la soddisfazione dei bisogni”. Felber lavora quindi su una proposta che sia in grado di risolvere la contraddizione dei valori tra coloro che fondano la propria attività sugli attuali criteri economici e di mercato, e coloro che lavorano per far funzionare i rapporti e le relazioni tra essere umani.

vedi scheda su IBS

Economia, Società

Convegno su Adriano Olivetti

Cultura e dignità del lavoro

da Adriano Olivetti a i giorni nostri

 

Convegno La Fabbrica al tempo di Adriano Olivetti mercoledì 13 giugno a Torino

 

Tra i relatori: Luciano Gallino, Furio Colombo, Giuseppe Lupo, Enrico Loccioni, Laura Olivetti, Piero Fassino

 

Aziende che chiudono e altre che trasferiscono all’estero la produzione, sempre più flessibilità nel mercato del lavoro in uscita, aumento del numero dei lavoratori precari e degli operai in cassa integrazione, carenze nel rispetto delle regole sulla sicurezza. La cultura del lavoro – e con essa la dignità del lavoro sta attraversando una crisi profonda. È realistico, nel contesto di una recessione internazionale, mettere al centro del sistema economico le persone e le loro capacità? È possibile, in una realtà di economia globalizzata, stimolare la competitività nel rispetto dei diritti dei lavoratori e delle istanze sociali e di giustizia? È fattibile un approccio più umanista, dove la fabbrica non sia profitto e guadagno per pochi, ma coinvolgimento di una comunità verso uno sviluppo effettivamente sostenibile? È possibile applicare alla moderna produzione industriale quell’attenzione alla qualità del lavoro, alla persona e al territorio perseguita più di cinquant’anni fa da Adriano Olivetti – industriale, uomo di cultura, politico e ideologo – e tanto lontana oggi nella concezione industriale che ha in Sergio Marchionne uno dei simboli più forti?

 

Queste e altre riflessioni e discussioni sullo stato della cultura del lavoro saranno proposte e dibattute nel convegno La Fabbrica ai tempi di Adriano Olivetti e nella tavola rotonda Per una nuova cultura del lavoro, in programma mercoledì 13 giugno al Teatro Vittoria di Torino (via Gramsci, 4). Parteciperanno il sindaco di Torino Piero Fassino, il saggista Giuseppe Lupo, il caporedattore Tg3 Rai Piemonte Carlo Cerrato, il sociologo Luciano Gallino, l’imprenditore Enrico Loccioni, la presidente della Fondazione Adriano Olivetti Laura Olivetti (figlia di Adriano), gli storici Piero Bevilacqua, Valerio Castronovo e Miguel Gotor, il giornalista Furio Colombo. A coordinare i lavori i giornalisti Paolo Mauri e Bruno Quaranta.

Ideati da Caterina Bottari Lattes e da Paolo Mauri, il convegno e la tavola rotonda sono organizzati dalla Fondazione Bottari Lattes in collaborazione con la Fondazione Adriano Olivetti e con il patrocinio della Città di Torino.

 

«Dedicare una giornata ad Adriano Olivetti e alla sua fabbrica – spiegano gli ideatori del convegno Caterina Bottari Lattes e Paolo Maurisignifi­ca innanzitutto ribadire che un progetto originale e articolato come il suo è ancora perfettamente attuale, soprattutto se si riflette sul­la portata di quel progetto, teso a incidere sul territorio, sui servizi, sull’urbanistica, sulla cultura in generale e sulla tutela materiale e psicologica degli individui coinvolti. Il convegno vuole sottolineare il valore umanistico dell’iniziativa e promuovere la difesa di un patrimonio inalienabile, raggiunto a prez­zo di lotte ormai secolari e oggi da molte parti minacciato: la dignità del lavoro».

 

Il programma della giornata prenderà il via alle ore 9,30 con i saluti di Caterina Bottari Lattes e Paolo Mauri, che apriranno il convegno La Fabbrica ai tempi di Adriano Olivetti, coordinato da Bruno Quaranta.

Piero Fassino parlerà di Fabbrica come comunità; Giuseppe Lupo presenterà l’intervento dal titolo Memorie di Adriano. La letteratura olivettiana fra utopia e disincanto; Carlo Cerrato ripercorrerà la figura di Olivetti con filmati dall’archivio Rai con il suo Immagini di Adriano, memoria di una vita in anticipo; Luciano Gallino rifletterà su Attualità della ‘fabbrica’ di Adriano Olivetti; Enrico Loccioni tratterà il tema Dal ‘metalmezzadro’ all’impresa della conoscenza; Laura Olivetti illustrerà La cultura della comunità: fabbrica, territorio e servizi culturali.

Nel pomeriggio la tavola rotonda Per una nuova cultura del lavoro, coordinata da Paolo Mauri, si aprirà alle ore 14,30 con la proiezione dell’ultima intervista video rilasciata da Adriano Olivetti al giornalista Rai Emilio Garroni, poco prima della scomparsa nel 1960. A discutere di cultura e dignità del lavoro: Piero Bevilacqua, Valerio Castronovo, Furio Colombo e Miguel Gotor.

 

Adriano Olivetti

Adriano Olivetti nasce a Ivrea nel 1901. Figlio di Camillo Olivetti, fu un industriale e un uomo politico di grande rilievo nella storia italiana del secondo Dopoguerra, mosso dalla ricerca su come si potessero armonizzare sviluppo industriale, affermazione dei diritti umani e democrazia partecipativa dentro e fuori la fabbrica. Muore improvvisamente nel 1960, lasciando un’azienda presente sui maggiori mercati internazionali, con circa 36.000 dipendenti, e un progetto culturale, sociale e politico, dove fabbrica e territorio sono integrati in un disegno comunitario.

Dopo la laurea in Chimica industriale, nel 1924 Olivetti inizia l’apprendistato come operaio nella fabbrica di macchine per scrivere fondata dal padre Camillo nel 1908 a Ivrea. L’anno successivo inizia a proporre un programma per modernizzare l’attività: dall’organizzazione decentrata del personale alla direzione per funzioni, dalla razionalizzazione dei tempi e metodi di montaggio allo sviluppo della rete commerciale in Italia e all’estero. Sin da subito concepisce innovative intuizioni di prodotto: la prima di queste è la prima macchina per scrivere portatile, la Mp1. Nel 1932 è nominato Direttore Generale dell’azienda e nel 1938 ne diventa Presidente, subentrando al padre. Guida così l’Olivetti verso obiettivi di eccellenza tecnologica, innovazione e apertura verso i mercati internazionali, con particolare cura per il design industriale e il miglioramento delle condizioni di vita dei dipendenti. Nel 1948 costituisce il Consiglio di Gestione, primo esempio in Italia di organismo paritetico con poteri consultivi sui finanziamenti per i servizi sociali e l’assistenza. Nel 1956 riduce l’orario di lavoro da 48 a 45 ore settimanali a parità di salario, in anticipo di diversi anni sui contratti nazionali di lavoro. Tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta introduce nel mercato alcuni prodotti destinati a diventare oggetti di culto, tra cui la macchina per scrivere Lexikon 80 (1948), la macchina per scrivere portatile Lettera 22 (1950), la calcolatrice Divisumma 24 (1956). Intanto la gamma dei prodotti viene ampliata, la capacità produttiva della fabbrica si espande e l’attenzione della Olivetti si concentra anche sull’emergente tecnologia elettronica.

La fabbrica diventa inoltre cenacolo di intellettuali che si uniscono attorno a Olivetti: sociologi, architetti, scrittori, scienziati della politica e dell’organizzazione industriale, psicologi del lavoro, come Paolo Volponi, Luciano Gallino, Franco Fortini, Luciano Foà, Furio Colombo, Tiziano Terzani, Franco Momigliano.

La poliedrica personalità di Olivetti lo porta a occuparsi anche di problemi di urbanistica, architettura, cultura, oltre che di riforme sociali e politiche. A Ivrea promuove la costruzione di nuovi edifici industriali, uffici, case per dipendenti, mense, asili, progettati da grandi architetti, dando origine a un sistema di servizi sociali per i dipendenti Olivetti, accessibili all’intera comunità eporediese. Nel 1951 collabora con il Comune di Ivrea per l’avvio di un nuovo Piano Regolatore della città.

Durante l’esilio in Svizzera (1944-1945) completa la stesura della sua opera più importante: L’ordine politico delle comunità, pubblicato alla fine del 1945. Nel libro sono espresse le idee che costituiscono la base programmatica del Movimento Comunità, movimento politico di orientamento liberalsocialista che fonda nel 1947 e di cui la rivista Comunità diventa il punto di riferimento culturale. Nel 1956 il Movimento Comunità si presenta alle elezioni amministrative e Adriano Olivetti viene eletto sindaco di Ivrea.

Fondazione Bottari Lattes

La Fondazione Bottari Lattes (www.fondazionebottarilattes.it), situata a Monforte d’Alba (Cn), è nata nel 2009 e ha come finalità la promozione della cultura e l’ampliamento della conoscenza del nome e della figura di Mario Lattes. Tra le principali attività organizzate: il Premio Bottari Lattes Grinzane (i vincitori dell’edizione 2012 Patrick Modiano, Laura Pariani, Romana Petri e Jón Kalman Stefánsson saranno premiati a Torino il 13 ottobre), le mostre di arte e fotografia (Freud-Rembrandt. Incisioni fino al 17 giugno), il Festival internazionale di musica Cambi di Stagione (con i prossimi concerti del 16 e 17 giugno), i convegni tematici e i progetti per le scuole (come Il Villaggio di Marco Polo).

 

Info: www.fondazionebottarilattes.it – 0173.789282 – segreteria@fondazionebottarilattes.it

 

 

Economia

Autoproduzione

Torrione S. Giovanni
Via Rampari di Belfiore 167
Ferrara
Orario:
21.30
Ingresso: a pagamento
4 aprile
Informazioni
Tel. 339 7886261
El Gallo Rojo – Una via collettiva all’auto produzione Incontro con A. Santimone, Z. De Rossi, P. Bittolo Bon
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