Economia

Cosa è “scientifico”

Questo mi porta a chiudere il cerchio con Beatrice e Sidney Webb, i fondatori della London School of Economics and Political Science, dove Besley e Burgess lavorano, i quali hanno sostenuto esattamente la visione opposta, dicendo che “ciò che è più urgentemente necessario… è un’estensione del forte braccio della legge a protezione dei lavoratori oppressi nelle difficili trattative” (Webb and Webb 1902, p. xvii). I Webbs hanno sostenuto i salari minimi, il determinare un limite massimo delle ore lavorative, e un consistente aumento del potere dei lavoratori di contrapporsi per metter fine al parassitismo dei datori di lavoro, e spingendo per portare la “democrazia” nell’industria attraverso i sindacati e la contrattazione collettiva.  E questo è quanto, per il progresso dell’ economia.

 

Bibliografia

 

Baccaro, L. and D. Rei. 2007. ‘Institutional determinants of unemployment in OECD countries: does the deregulatory view hold water?’ International Organization 61 (3): 527-569.

 

Besley, T. and R. Burgess. 2004. ‘Can labor regulation hinder economic performance? Evidence from India.’ Quarterly Journal of Economics 119 (1): 91-134.

 

Besley, T. and R. Burgess. 2019. Economic Organisation and Public Policy Programme (EOPP) Indian States Datahttp://www.lse.ac.uk/economics/people/personal/eopp-indian-states-data

 

Bhattacharjea, A. 2006. ‘Labor market regulation and industrial performance in India. A critical review of the empirical evidence.’ The Indian Journal of Labor Economics 49 (2): 211-232.

 

Botero, J., S. Djankov, R. La Porta, F. Lopez-de-Silanes and A. Shleifer. 2004. ‘The regulation of labor.’ Quarterly Journal of Economics 119: 1339-1382.

 

Chatterjee, U. and R. Kanbur. 2015. ‘Non‐compliance with India’s Factories Act: Magnitude and

patterns.’ International Labor Review 154 (3): 393-412.

 

D’Ippoliti, C. 2018. ‘‘Many-citedness’: citations measure more than just scientific impact.’ INET Working Paper No. 57. New York: Institute for New Economic Thinking. https://www.ineteconomics.org/uploads/papers/WP_57-DIppoliti-revised.pdf

 

D’Souza, E. 2010. ‘The employment effects of labor legislation in India: a critical essay.’ Industrial Relations Journal 41 (2): 122–35.

 

Ferguson, T. and R. Johnson. 2018. Research Evaluation in Economic Theory and Policy: Identifying and Overcoming Institutional Dysfunctions. Policy Brief to the G20 Argentina. Discutibile su: https://www.g20-insights.org/policy_briefs/research-evaluation-in-economic-theory-and-policy-identifying-and-overcoming-institutional-dysfunctions/

 

Howell, D., D. Baker, A. Glyn and J. Schmitt. 2007. ‘Are protective labor market Institutions at the root of unemployment? A critical review of the evidence.’ Capitalism and Society 2 (1): 1-73.

 

IMF. 2016. ‘Time for a supply side boost? Macroeconomic effects of labor and product market reforms in advanced economies.’ World Economic Outlook 2016. Washington, DC: IMF. pp. 101–142.

 

Jayadev, A. and A. Narayan. 2018. ‘The evolution of India’s industrial labor share and its correlates.’ CSE Working Paper 2018-4. Azim Premji University: Centre for Sustainable Employment.

 

Kanbur, R. and L. Ronconi. 2016. ‘Enforcement matters: the effective regulation of labor.’ CEPR Discussion Paper No. 11098. Disponibile su: https://cepr.org/active/publications/ discussion_papers/dp.php?dpno=11098

 

Karak, A. and D. Basu. 2019. ‘Profitability or industrial relations: what explains manufacturing performance across Indian states?’ Development and Change, forthcoming.

 

Roychowdhury. 2014. ‘The labor market flexibility debate in India: Re‐examining the case for signing voluntary contracts.’ International Labor Review 153 (3): 473-487.

 

Storm, S. and J. Capaldo. 2018. ‘Labor institutions and development under globalization.’ INET Working Paper No. 76. New York: Institute for New Economic Thinking. https://www.ineteconomics.org/uploads/papers/WP_76-Storm-and-Capaldo-Final.pdf

 

Vergeer, R. and A. Kleinknecht. 2012. ‘Do flexible labor markets indeed reduce unemployment? A robustness check. Review of Social Economy 70 (4): 1-17.

 

Webb, S. and B. Webb. 1902. Problems of Modern Industry. New York, NY: New World

 

World Bank. 2005. World Development Report 2005: A Better Investment Climate for Everyone. Washington, DC: World Bank.

 

World Bank. 2008. Doing Business: An Independent Evaluation Report. Washington, DC: World Bank.

 

 

Servaas Storm è un economista e saggista olandese (Università di Delft); lavora nel campo della macroeconomia, del progresso tecnologico, della distribuzione del reddito & crescita economica, finanza, sviluppo e riforme strutturali e cambiamento climatico.

Annunci
Economia, libri

Il valore di tutto

Al cuore della crisi economica e finanziaria degli ultimi anni c’è un problema evidente: nel moderno capitalismo l’estrazione del valore, ovvero la raccolta dei profitti – dai dividendi degli azionisti ai bonus dei banchieri – è ricompensato assai meglio della creazione effettiva di valore. Oggi scambiamo chi raccoglie i profitti con chi effettivamente crea valore, chi guadagna con chi produce. Quel concetto di valore così centrale nella storia del pensiero economico – basti pensare alle riflessioni di Ricardo, Marx, Schumpeter e Keynes – oggi è misconosciuto o distorto tanto nella teoria quanto nella prassi. Se vogliamo riformare il capitalismo dobbiamo porci una serie di domande radicali: da dove viene la ricchezza? Chi crea il valore? Chi lo estrae? Chi lo sottrae? Solo rispondendo a queste domande possiamo sostituire l’attuale sistema capitalistico di tipo parassitario con un capitalismo più sostenibile, più interdipendente: un sistema che funzioni per tutti. Con questo libro Mariana Mazzucato riaccende un dibattito indispensabile sul mondo in cui vorremmo vivere.

Economia

La scelta è politica

  1. Se emetti CCT, tramite Poste, CassaDepositi e MontePaschi che sono controllati dallo Stato e smetti di emettere BTP su cui c’è la spread chi ci rimette ? Le altre banche, Unicredit ecc che rifilano ai risparmiatori i loro prodotti – Le Banche e fondi esteri che coi BTP hanno 3% e speculano.”

Perché allora non lo si fa ? Perché per Unicredit, Intesa, UBI ecc sarebbe un salasso, di colpo tutte le porcherie di fondi e prodotti strutturati “garantiti” e polizze che vendono al pubblico verrebbero spiazzati dai CCT a rischio zero e rendimento che copre l’inflazione…

Qui finisce il thread. Come noterete, Zibordi insiste a chiamare col femminile “la spread”, mentre a mio parere  è un neutro anglosassone. Ma non m’impunterei su questo.

Non sono in grado di giudicare l’idea di Grossi e Zibordi sui CCT. Vedo che alcuni twitterologhi  ne discutono l’efficacia, e mi va bene:le idee sono essenzialmente discutibili, proprio per questo vanno discusse. Monti, Ciampi, Draghi non si sono mai esposti a discussione, ed ecco i risultati.

Fatto sta che dal twitterologo  io imparo molto, e non farà  male nemmeno a voi seguirlo. Ha scritto con altri questi volumi:

Di altri twitterologi sapienti che ho scoperto vi parlo fra qualche giorno.

 

L’articolo ESISTE UN METODO PER SFUGGIRE ALLO SPREAD? proviene da Blondet & Friends.

Economia

La Matrix europea

  •   E’ l’anno della riunione sul Britannia quando il gotha della finanza internazionale attracca a Civitavecchia con uno yacht della Corona inglese. Sono venuti a ridisegnare il capitalismo in italia a danno degli italiani, a fare incetta delle nostre migliori aziende e ad arruolare quelli che saranno i loro fedeli servitori al Governo del paese a cui garantiranno incarichi di prestigio: il maggior beneficiario sarà Mario Draghi ma tra i più servili Prodi, Andreatta, Ciampi, Amato, D’alema. I primi 3 erano già entrati a pieno titolo nelle organizzazioni del capitalismo speculativo anglo/americano che aveva deciso di attaccare e conquistare  il nostro paese con l’appoggio di spietate banche d’affari come la Goldman Sachs che favorirà gli incredibili scatti di carriera dei suoi ex dipendenti:  Prodi e Draghi prima e Mario Monti dopo.

E’ l’anno in cui in soli 7 giorni cambiano il sistema monetario italiano che viene sottratto dal controllo del Governo e messo nelle mani della finanza speculativa. Per farlo vengono privatizzati gli istituti di credito e gli enti pubblici compresi quelli azionisti della Banca D’Italia, è l’anno in cui viene impedito al Ministero del Tesoro di concordare con la Banca d’Italia il tasso ufficiale di sconto (costo del denaro alla sua emissione) che viene quindi ceduto a privati. E’ l’anno della firma del Trattato di Maastricht e l’adesione ai vincoli europei. In pratica è l’anno in cui un manipolo di uomini palesemente al servizio del Cartello finanziario internazionale ha ceduto ogni nostra sovranità.
Bisognava passare alle aziende di Stato, l’attacco speculativo di Soros che aveva deprezzato la lira di quasi il 30% permetteva l’acquisto dei nostri gioielli di Stato a prezzi di saldo e così arrivarono gli avvoltoi.
La maggior parte delle nostre aziende statali strategiche passò in mano straniera o comunque fu privatizzata. Ma la cosa più eclatante fu che l’IRI (istituto di ricostruzione industriale) che nella pancia alla fine degli anni ’80 aveva circa 1000 società, fiore all’occhiello del nostro paese fu smembrata e svenduta con la complicità del suo Presidente storico Romano Prodi (dal 1982 al 1989 e durante un periodo tra il 1993 ed il 1994) che fu premiato dal Cartello che favorì la sua ascesa alla Presidenza del Consiglio  in Italia e poi alla Commissione Europea. A sostituirlo come Presidente del Consiglio in Italia e a continuare il suo lavoro di smembramento delle aziende di Stato ci penserà Massimo D’Alema che nel 1999 favorirà la cessione, tra le altre, di Autostrade per l’Italia e Autogrill alla famiglia Benetton, che di fatto hanno, così, assunto il monopolio assoluto nel settore del pedaggio e della ristorazione autostradale. Una operazione che farà perdere allo Stato italiano miliardi di fatturato ogni anno.

Le carte ci dicono che in quegli anni il Presidente dell’IRI era tale Gian Maria Gros-Pietro.
Lo conoscevate ? Io credo di no. Invece il Cartello finanziario speculativo lo conosceva bene e nel 2001 lo convocò alla riunione del Bilderberg in Svezia, indovinate insieme a chi ? Insieme a Mario Draghi e ad un certo Mario Monti entrambi saranno ampiamente ripagati dal Cartello stesso che in futuro riuscì a piazzare Draghi alla Banca d’Italia e poi alla  BCE e Mario Monti dalla Goldman Sachs alla Commissione Europea e poi a capo del Governo (non eletto) in Italia.

E che cosa ne è stato di Gian Maria Gros Pietro ? qui viene il bello. Qui arriviamo al tema di questo post.
Gian Maria Gros-Pietro, che già nel fatidico 1992 era Presidente della Commissione per le Strategie industriali nelle privatizzazioni del Ministero dell’Industria, nel 1994 diviene membro della Commissione per le Privatizzazioni istituita indovinate da chi ? da Mario Draghi. Ora capite come lavora il Cartello finanziario speculativo per mettere tentacoli ovunque e per far si che ci sia sempre un proprio esponente nei ruoli chiave. Ma non finisce qui. Come abbiamo visto nel 1997 Gross Pietro è Presidente dell’Iri mentre viene organizzata la cessione a prezzi di saldo di Autostrade per l’italia che avverrà nel 1999 col passaggio al Gruppo Atlantia s.p.a, controllata da Edizione srl, la holding di famiglia dei Benetton.
Gros-Pietro firma la cessione.
Ora immaginate l’inimmaginabile.
Cosa accade nel 2002 ? Gian Maria Gros-Pietro, dopo aver gestito la privatizzazione dell’Eni andrà a presiedere per quasi 10 anni indovinate che cosa?… proprio la Atlantia S.p.a, la società alla quale solo tre anni prima, come dipendente pubblico, aveva svenduto la gestione dei servizi autostradali italiani.
Le jeux sont fait.

https://www.maurizioblondet.it/20747-2/

Economia

Neoliberismo e povertà

di Ilaria Bifarini – 25/07/2018

Neoliberismo e povertà

Fonte: Ereticamente

Ogni tanto, tra le varie notizie di propaganda che dipingono un paese irreale, in cui un aumento quasi impercettibile del Pil – peraltro stimato- e una diminuzione lievissima del tasso di disoccupazione attualmente alle stelle -perlopiù legata a fattori stagionali- vengono spacciati per crescita, trapela qualche dato reale sullo stato di salute del Paese. Uno di questi è quello divulgato ieri dall’Istat -e precedentemente anche dall’OCSE – sul livello di disuguaglianza interno alla popolazione: mentre una fascia ristretta della popolazione diventa sempre più ricca la schiacciante maggioranza si impoverisce. In un solo anno, dal 2015 al 2016, la percentuale di italiani a rischio povertà o esclusione sociale è passata dal 28,7% al 30%.

Il trend non è solo a livello nazionale, ma rispecchia una tendenza globale in atto già da decenni ed è strettamente collegato alla modello “di sviluppo” neoliberista e alla finanziarizzazione dell’economia ad esso connessa. Se osserviamo i valori relativi al reddito medio del 99% della popolazione più povera e dell’1% più ricco, osserviamo come i primi siano cresciuti fortemente a partire dal dopo guerra fino agli anni 70, contro un ritmo più moderato del secondo gruppo. Improvvisamente il trend si inverte, inizia il rallentamento della ricchezza del 99% più povero (cioè la stragrande maggioranza della popolazione del mondo, cioè noi) a fronte di un’impennata del reddito dell’1% più ricco.

Cosa accade in questi anni? Di certo non è casuale che proprio il 1973, anno della crisi petrolifera e della conseguente stagnazione, segni la data di morte del keynesismo e il trionfo indiscusso della dottrina neoliberista. L’economia reale lascia il passo alla finanza, che diventa sempre più predatoria e totalizzante, l’apertura al commercio mondiale diventa sempre più completa e priva di protezioni statali, l’inflazione e il debito pubblico diventano i nemici giurati mentre l’austerity il nuovo culto. L’indice di Gini, che misura il livello di disuguaglianza all’interno di una popolazione, cresce su scala globale, come riflesso di un modello economico fallimentare e infondato applicato a livello universale. In uno studio effettuato sul caso degli Stati Uniti è stato stimato che una crescita del 2% del Pil comporta una decrescita del reddito del 90% della popolazione.

Siamo dunque di fronte a un modello economico di crescita antisociale in cui all’aumento del reddito globale corrisponde un impoverimento della quasi totalità della popolazione, ad eccezione di una ristretta fascia di élite che si fa sempre più esclusiva.
Basti pensare che nel 2012 metà della ricchezza mondiale era concentrata in soli 64 individui. Oggi la stessa ricchezza è detenuta da un manipolo limitatissimo di otto persone. D’altronde le proiezioni dell’OCSE sul lungo periodo parlano chiaro: saremo sempre più poveri e più diseguali, tanto che da qui a una quarantina d’anni il tasso di disuguaglianza aumenterà del 40%.

La correlazione con il modello economico neoliberista, e in particolare con il mantra dell’austerity, è talmente evidente che persino il Fondo Monetario Internazionale, l’istituzione icona delle politiche neoliberiste, in un suo studio (Neoliberalism Oversold, IMF, 2016) ha dovuto riconoscere la fallacia di questa politica. È stato calcolato che in media un consolidamento del debito pari all’1% del Pil aumenta dello 0,6% il livello di disoccupazione di lungo termine e fa crescere dell’1,5% in cinque anni il tasso di disuguaglianza!

Secondo gli economisti del Fondo monetario, le politiche di austerity non solo, infatti, comportano costi per il welfare, ma danneggiano anche la domanda, aggravando così il problema della disoccupazione, in un circolo vizioso che aumenta la disuguaglianza, nonché la corruzione a essa correlata. Non è infatti difficile comprendere come l’élite di privilegiati eserciti un potere sempre maggiori su una fascia sempre più alta della popolazione a rischio povertà, disposta ad accettare le logiche clientelari per sopravvivere…

Nonostante l’evidenza dimostrata sia dagli studi economici sia dai dati inconfutabili della realtà, gli organismi economici sovranazionali che governano il mondo continuano ad applicare le stesse rovinose politiche economiche, che risultano altamente efficaci e redditizie per quell’1% della popolazione, che pure va sempre più restringendosi e divenendo sempre più élitarista al suo interno. Il paradosso economico è divenuto realtà.

Ilaria Bifarini (http://ilariabifarini.com/)

è nata a Rieti l’1 aprile del 1980 e si è diplomata al Liceo classico “Terenzio Varrone”. Dopo essersi trasferita nel 1999 a Milano, nel 2004 si è laureata col massimo dei voti in Economia della Pubblica amministrazione e delle Organizzazioni internazionali all’Università “Luigi Bocconi” di Milano. In seguito ha frequentato la Scuola Italiana per le Organizzazioni Internazionali di Roma ed il Corso di Liberalismo presso l’Istituto “Luigi Einaudi” di Roma. Ha conseguito inoltre l’abilitazione alla professione di dottoressa commercialista e revisore contabile. Dopo esperienze professionali nel pubblico e nel privato, attraverso un cammino fatto di studio ed introspezione, si è via via discostata dalla formazione prettamente neoliberista derivante dai miei studi. Nel 2017 ha pubblicato il mio primo libro, “Neoliberismo e manipolazione di massa – Storia di una bocconiana redenta”, iniziando ad impegnarmi concretamente nello smascheramento dell’inganno neoliberista. A distanza di un anno è uscito il mio “I coloni dell’austerity. Africa, neoliberismo e migrazioni di massa” (https://www.amazon.it/coloni-dellausterity-Africa-neoliberismo-migrazioni/dp/1980621195/ref=sr_1_2?ie=UTF8&qid=1521981805&sr=8-2&keywords=bifarini), dove porto avanti il cammino di ricerca intrapreso e analizzo le cause dell’attuale fenomeno migratorio attraverso una chiave di lettura inedita e sconosciuta al mainstream.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60796

Economia

Luciano Gallino

La crisi che stiamo vivendo è stata sovente rappresentata come un fenomeno naturale imprevedibile: un terremoto, uno tsunami. Oppure come un incidente capitato a un sistema, quello finanziario, che di per sé funzionava perfettamente. In realtà è stata il risultato di una risposta sbagliata, di ordine finanziario, che la politica ha dato al rallentamento dell’economia reale in corso da lungo tempo. E non, come afferma Bruxelles, il prodotto del debito eccessivo che gli Stati avrebbero contratto a causa della crescente spesa sociale. Al contrario è stato favorito lo sviluppo senza limite delle attività speculative dei grandi gruppi finanziari. Avere lasciato il potere di creare denaro per nove decimi alle banche private è un difetto che sta minando alla base l’economia. E questo con la complicità dell’intero sistema politico e finanziario (la Bce, la Fed, la Banca d’Inghilterra, i fondi speculativi e quelli sovrani, i governi e la Commissione europea). Poche decine di migliaia di individui, i responsabili, contro decine di milioni di vittime. Senza contare che per rimediare ai guasti del sistema finanziario le politiche di austerità stanno generando pesanti recessioni: nell’intento di proseguire con ogni mezzo la redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto in atto da oltre trent’anni.

Luciano Gallino non era un euroscettico. Considerava l’Unione Europea la più grande invenzione politica, civile ed economica degli ultimi due secoli. Ma vedeva con sofferenza questa Europa ridotta al servizio delle potenti lobbies della finanza e delle banche, portavoce delle maggiori élites europee a scapito dei diritti fondamentali della grande maggioranza dei cittadini e, cosa ancor più grave, culla di un’inarrestabile redistribuzione del reddito e della ricchezza dal basso verso l’alto, con la conseguente crescita delle disuguaglianze. Era sua convinzione che le politiche economiche e sociali dettate dai mercati finanziari hanno portato gli Stati a una cessione di sovranità in materia di spesa per protezione sociale, scuola, università, quota salari sul Pil, contratti di lavoro e molto altro ancora. L’euro si è così trasformato nello strumento della vittoria del neo-liberismo su ogni altra corrente di pensiero. A causa di un’errata interpretazione della recessione, il peso esorbitante del sistema finanziario non ha avuto un freno, le relazioni industriali sono arretrate, i sindacati sono stati ridimensionati, la mancanza di occupazione mostra il profilo di una catastrofe sociale. Prima che gli effetti del dissennato ‘Patto fiscale’ facciano scendere una cappa soffocante di miseria sulle prossime generazioni, Luciano Gallino elenca i modi concreti per uscire dall’euro, rimanendo l’Italia paese membro dell’Unione europea.

Economia, libri

Italia-Germania

Il libro può essere quello dell’ordinario di Politica Monetaria e Fiscale dell’università di Siena,  Sergio Cesaratto , “Chi non rispetta le regole? Italia e Germania, doppie morali dell’euro” (Imprimatur, 124 pagine, 14 euro).

 

l libro dimostra proprio quel che dice nel titolo, che la Germania infrange costantemente,  e sempre a proprio vantaggio, le   regole di una unione monetaria; che impone normative  assurde,  che avvicinano la destabilizzazione delle economie deboli, invece di scongiurarle; che  vuole “ottenere la disciplina” dei paesi con alto debito, come l’Italia, “accrescendone la possibilità di una crisi finanziaria”, e  pretende di “stabilizzare i mercati avvicinando il loro breaking point”, come ha scritto Walter Munchau del Financial Times, quindi è persino negativo a conseguire i fini che si propone, il risanamento e la prosperità.

http://vocidallestero.it/2018/05/08/munchau-sul-ft-il-bilancio-della-germania-una-sciagura-in-arrivo/

Economia, libri

Parli sempre di soldi

7895937_2771147Viviamo quotidianamente, e inconsapevolmente, in un paradosso: la nostra esistenza ruota attorno al denaro, che dobbiamo guadagnare, spendere e risparmiare per vivere, anche se, in realtà nessuno sa bene che cosa sia né, tantomeno, da dove provenga e da cosa dipenda esattamente la sua importanza. Valore in sé, misura del valore di tutti i beni, mezzo di scambio: il denaro è un po’ come il tempo per Sant’Agostino: tutti sappiamo di cosa si tratta, tranne quando lo si deve spiegare…

A queste domande tenta di dare una risposta Hans Magnus Enzensberger, reduce dal successo del Mago dei numeri, dedicandosi ora agli arcana imperi degli economisti, raccontati come in una favola. Un’anziana ereditiera, Zia Fè, tra una crociera e un viaggio passa del tempo coi suoi tre nipoti, alternando storie fantastiche con domande, semplici solo in apparenza,  sulla natura dei soldi. Veniamo così a scoprire che le crisi economiche non sono occasionali ma periodiche e inevitabili; che il denaro ha valore solo ed esclusivamente perché glielo diamo noi quando lo accettiamo; che la quantità di banconote in circolazione non dipende dai beni prodotti né  dal lavoro offerto ma dalle speculazioni di pochi eletti; che le banche prestano soldi soltanto a chi li ha già (ma questo lo sapevamo), e che se un comune cittadino non riesce a restituire una piccola somma viene spremuto fino all’inverosimile, mentre se gli amici di una banca si fanno prestare milioni di euro e spariscono, sono ancora i comuni cittadini a rimetterci (e, purtroppo, sapevamo già anche questo!).

Un libro assolutamente piacevole, che scherzando coglie nel segno, senza preoccuparsi di scandalizzare le anime belle, come quando la Zia, ad esempio, diffida i nipoti dal fare beneficenza perché “dietro i bambini africani morti di fame” ci sono i lauti stipendi delle organizzazioni non governative, oppure quando spiega che politici e burocrati, “se uno ha un’idea e cerca di ottenere qualcosa, gli mettono il bastone tra le ruote”. E, per finire, colpisce un’idea che sta serpeggiando, ossia l’abolizione del contante, con la scusa ipocrita che favorirebbe la malavita, quando sarebbe proprio la malavita più pericolosa, quella degli speculatori, che si impadronirebbe anche dell’ultima, piccola libertà che ci resta, ovvero di spendere quello che vogliamo quando vogliamo.

*Parli sempre di soldi!  di Hans Magnus Enzenberger, traduzione di Isabella Amico di Meane, Einaudi pp.184  € 18,50

http://www.barbadillo.it/72523-libri-parli-sempre-di-soldi-di-hans-magnus-enzenberger-gli-arcana-imperi-degli-economisti/

Economia

Il caso dell’ecatombe

Il caso dell’“ecatombe”, il sacrificio di 100 buoi, è forse il più interessante e può aiutarci a chiarire molti aspetti di queste operazioni sacrificali. Recenti analisi linguistiche hanno dimostrato che in greco e in altre lingue indoeuropee il termine veniva usato sia in riferimento alla quantità dei buoi sacrificati sia come indicazione “esemplare” del valore “quasi-monetario” coperto da questo animale. Proprio in virtù di questo complesso sistema rituale Omero ha potuto stimare come corrispondenti ad un valore di 100 buoi le armi di Glauco che dovranno essere scambiate con quelle di Diomede valutate invece solamente 9 buoi (Il. VI, 235). Così anche Licaone dovrà dare ad Achille 100 buoi come pagamento di un riscatto (Il. XXI, 79), Laerte potrà acquisire Euriclea pagando 100 buoi (Od. I, 430-431), e ad ogni ascoltatore dei poemi omerici sembrerà cosa assolutamente normale che ciascun crine dorato dell’egida dell’eccelsa dèa Athena debba essere valutato 100 buoi, il massimo concepibile per ogni buon Acheo (Il. II, 449). Come risulta evidente da questi rapidi cenni, l’ecatombe non è solo il sacrificio omerico per eccellenza, quello “più gradito agli dèi”, ma anche un atto rituale con valore “esemplare” ed archetipico che ha una sua precisa base ponderale perché “vale 100 buoi” e “fa” 100 buoi.

Procedere ad una grande immolazione come l’ecatombe trascende le esigenze che dettano l’adempimento di ogni abituale sacrificio e colloca questo rito in una dimensione cosmica che non può essere delimitata all’interno di una delle solite manifestazioni di magnificenza dei sovrani omerici trasposta su un piano sacrificale. Non solo, proprio a causa dei suoi fondamenti sacrali il bue (e, dunque, per molti aspetti anche l’ecatombe, considerata sempre l’atto sacrificale più completo) è servito non solo a commisurare il valore di ogni singolo bene, ma anche ad indicare la forma sacra “archetipica” che ha orientato per lungo tempo molte misurazioni ponderali. Come è evidente, l’immolazione di “100 buoi” era considerata l’azione sacra “esemplare” del mondo omerico, quella che alimentava anche tutti i riferimenti ponderali ritenuti essenziali per indicare la quantità di beni occorrenti nella registrazione della ricchezza mobile. Bernhard Laum ricordava che “le diverse cifre relative ai buoi offerti in sacrificio ricorrono con molta frequenza nei poemi omerici”, e forse proprio a causa del loro radicamento rituale a poco a poco queste cifre furono considerate veri e propri “numeri sacri”, valori di una realtà spirituale e simbolica rivelantesi su un piano archetipale. L’intera serie di questi numeri assumerà il valore di un’“indicazione esemplare” cui sarà impossibile sottrarsi; questi numeri diventeranno “segni archetipali”, “forme formanti” con una loro fortissima carica simbolica che per molti aspetti continueranno ad avere un ruolo importante persino in molta parte delle successive speculazioni filosofiche. Si tratta di cifre, numeri e segni ordinati sempre, e con una costanza che non lascia spazio ad alcun dubbio, attorno al bue quale animale da sacrificio valutato, proprio come conseguenza inevitabile di questi aspetti rituali e non certo come frutto del puro caso, anche come  fondamentale unità di conto —forse con la sola eccezione del numero 4 del cui utilizzo rituale, d’altronde, si hanno modeste attestazioni che tuttavia sembrano autorevolmente confermate dalla menzione di Il., XXIII, 704-705: “per lo sconfitto come premio pose una donna / esperta in molti lavori, che valeva 4 buoi[1].

[1] Per le modalità valutative delle vittime dei sacrifici cfr. L. Soverini, Qualità e prezzi delle vittime sacrificali, in N. Parise (cur.), Bernhard Laum. Origine della moneta e teoria del sacrificio, cit., pp. 111-119.

* * *

[Il presente studio è il cap. V, pp. 65-74 del libro di Nuccio D’Anna, Le radici sacre della monetazione, Solfanelli Editore, Chieti, 2017. riportato in http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=58851

Economia

Il peccatore

di Paolo Cacciari – 10/02/2017

Fonte: Comune info

 

Papa Bergoglio con un discorso pronunciato in Vaticano il 4 febbraio scorso ha compiuto un passo decisivo nella definizione del suo pensiero in materia di economia. L’occasione è stata un’udienza con il movimento dell’Economia di Comunione che si ispira a Chiara Lubich, un’imprenditrice che negli anni ’70 in Brasile dette vita ad esperimenti di imprese organizzate in “cittadelle” industriali che si sono date la regola di ripartire i profitti a beneficio dei dipendenti e di “coloro che sono nel bisogno”. Anche in Italia, a Loppiano in Toscana, esiste un Polo produttivo di imprese che seguono i principi dell’Economia di comunione e una Scuola di Economia civile coordinata dall’economista Luigino Bruni.

La novità del discorso di Bergoglio, rispetto alla stessa enciclica Laudato si’ (Papa Francesco, Laudato si’. Enciclica sulla cura della casa comune, Edizioni San Paolo, 2015, leggi anche Il Cantico che non c’era) e a tutta la Dottrina sociale della Chiesa (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, 2004), è che questa volta il papa non si è limitato a denunciare i peccati (gli eccessi, gli effetti collaterali indesiderati) dell’economia, ma ha chiamato il peccatore per nome: il capitalismo.

“Quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto”.

E ancora:

“Il capitalismo continua a produrre scarti”, cioè poveri, emarginati, esclusi dalla società.

Non mi pare che dalla Chiesa romana sia mai giunta una condanna così esplicita del capitalismo. Vediamo alcuni passaggi dell’impegnativo discorso pubblicato sull’Avvenire di domenica 5 febbraio con il significativo titolo di prima pagina a 4 colonne: “Altra economia, ora”. Gli imprenditori che applicano i principi e le regole dell’“economia di comunione” operano un

“profondo cambiamento del modo di vedere e di vivere l’impresa. L’impresa non solo può non distruggere la comunione tra le persone, ma può edificarla, può promuoverla”.

Foto di Francis Azevedo

Tre i temi scelti: il denaro, la povertà e il futuro.

Sul denaro Bergoglio ricorda il Gesù di Giovanni della cacciata dei mercanti dal tempio e prosegue con un bagno di realismo:

Il denaro è importante, soprattutto quando non c’è e da esso dipende il cibo, la scuola, il futuro dei figli. Ma diventa idolo quando diventa il fine (…) [quando] l’accumulo di denaro per sé diventa il fine del proprio agire”.

La soluzione:

“Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo con altri”.

ARTICOLI CORRELATI

Mettiamo in comune

Salvare il capitalismo?

Cibo negato. È il capitalismo, bellezza

Senza denaro, sarebbe terribile

Per Bergoglio la lotta alla povertà (“curare, sfamare, istruire i poveri”) ha bisogno di istituzioni pubbliche efficaci fondate sulla solidarietà e il reciproco soccorso. Qui sta “la ragione delle tasse” come forma di solidarietà e la condanna morale all’“elusione e alla evasione fiscale”. Ma attenzione, l’assistenza ai bisognosi non deve servire a nascondere le cause della povertà:

“questo non lo si dirà mai abbastanza – il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare. Il principale problema etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere”.

Il ragionamento di Bergoglio riguarda il funzionamento dell’economia in senso generale e ridicolizza i puerili tentativi con cui un certo capitalismo tenta di riparare i danni arrecati alle persone e all’ambiente naturale. Lo scritto è davvero magistrale:

“Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto piantano alberi, per compensare parte del danno arrecato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è ipocrisia!”.

Più avanti precisa:

Il capitalismo conosce la filantropia non la comunione”.

Nuit debout, Parigi 2016. Foto di Francis Azevedo

Leggendo queste parole a me sono venute in mente tanta parte della cooperazione internazionale, la fondazione Bill&Melinda Gates che pretende di insegnare agli africani come vivere, ma anche le illusioni distribuite a piene mani dalle industrie della green economy, dai “fondi di investimento etici”, dei certificati di Responsabilità sociale delle imprese e così via, tentando di umanizzare il capitalismo. Prosegue quindi Bergoglio più chiaro che mai, quasi a voler richiamare i suoi bravi interlocutori imprenditori dell’economia di comunione ad un impegno ancora più profondo:

“Bisogna allora puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale. Imitare il buon Sammaritano non è sufficiente”.

E ancora:

“Occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture del peccato che producono briganti e vittime”.

Verso la fine torna sul concetto: è necessario

“cambiare le strutture per prevenire la creazione delle vittime e degli scarti”.

Infine il tema del futuro; come comportarsi per apportare cambiamenti.

Non occorre essere in molti per cambiare la nostra vita – dice Bergoglio – “Piccoli gruppi” possono funzionare da seme, sale ed enzima per il lievito (leggi anche Ripartire dai piccoli gruppi di don Roberto Sardelli). “Tutte le volte che le persone, i popoli e persino la Chiesa hanno pensato di salvare il mondo crescendo nei numeri, hanno prodotto strutture di potere, dimenticando i poveri”. Dono e amore, reciprocità e condivisione sono le leve del cambiamento. “Il ‘no’ ad un’economia che uccide diventi un ‘sì’ ad un’economia che fa vivere”, conclude.

Per quanti si occupano in vario modo e in varie forme di economia solidale questo discorso del papa appare molto incoraggiante.

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=58293