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C’era una volta Tiscali

1961. ”Il giorno della civetta”, Leonardo Sciascia. Don Mariano Arena, boss, si rivolge al capitano dei Carabinieri, Bellodi, e pronuncia la “famosa frase”… . Il termine “quaquaraquà”, e le frasi che di seguito riporto, diventeranno il simbolo della cultura popolare, collegata al mondo dei mafiosi, alla mentalità, e alle regole che la costituiscono. Ma non è della mafia che voglio parlare.

Io ho una certa pratica del mondo. E quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà”.Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù, i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà. Che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo”.

Cosa voglio dire. Rispetto a quello che ha scritto Leonardo Sciascia, cosa è cambiato oggi, in questa società costituita sicuramente da uomini, ma soprattutto da mezzi uomini, ominicchi, piagliainculo e quaraquaqua? Nulla. Si è solo aggiunta un’altra categoria: gli uomini di mmerda, con due emme.

Gli uomini sono merce rara e preziosa. Ovvio. I mezzi uomini, fa intendere Sciascia, sono uomini preziosi, forse perché interpreta il loro ruolo come quello delle formichine, che tirano il carro al posto dei buoi, eroicamente, e non alzano mai la voce. Non è colpa di questi, se hanno poco coraggio. Il coraggio non si compra al supermercato, ma nello stesso tempo, non si può condannare chi non ce l’ha.

I “quaquaraquà” invece, sono diventati un genere di prima necessità, in questo Paese.Sciascia lo scriveva negli anni sessanta. Più di cinquat’anni fa. Un vero e proprio prodotto di consumo. Una sintesi di quello che è lo spaccato della vita di oggi, in tutti i campi.

Mio nonno Nicola, Cavaliere della Repubblica, eroe della Seconda Guerra Mondiale, come tanti suoi coetanei ex-combattenti, non ha mai creduto in questa politica. Avevo 5 anni, quando un giorno, un sabato mattina, lo accompagnai in una caserma della mia Città, per ritirare una medaglia e un foglietto di carta, dove era scritto che “era diventato cavaliere”, e tutto il resto. Ricordo che terminata la cerimonia, appena in strada, mi regalò la medaglia, il foglietto e tutta la sua delusione, riportandola in una dedica. Un foglietto di carta raccolto per strada, ancora utilizzabile, e vi impresse, con la “storica” penna che nascondeva dietro al fazzoletto bianco del taschino di tutti i suoi elegantissimi vestiti color pastello. D’estate e d’inverno. Sempre colori chiari: “L’Italia per cui ho combattuto, è solo un pezzo di metallo e una montagna di carta, che vi travolgerà. Ed io, vecchio e malato, sono responsabile per non aver fatto nulla di più che il mio dovere”. Parole dure, impresse nella mia mente, che prima non capivo. Ma dopo molti anni, ho capito molto bene, rileggendo un miliardo di volte quella frase, che non ho mai imparato a memoria. Conservo ancora quel foglietto. Anzi, un pezzo di “carta di strada”, che man mano che passano gli anni, ora i decenni, mi sembra sempre più bello. E attuale.

Son passati 45 anni. In un soffio di vento. Non è trascorso giorno in cui non ho pensato a quelle parole. E questa è la prima volta che le riprendo per qualcuno, che non siano i miei ricordi. Nonno ha vissuto questa nuova Italia del dopo guerra, fino alla metà degli anni ottanta. Ha donato, come tanti ragazzi di allora, la sua giovinezza a questo Paese, per regalare una Nazione giusta ai suoi figli, ma soprattutto ai suoi nipoti. Ma nello stesso tempo, anche se ero piccolino, leggevo nei suoi occhi una sconcertante voglia che fosse tutto vero, con altrettanto sconcertante consapevolezza che purtroppo, si sarebbe rivelato un grande bluff. Come è stato. Tutto uguale a come era allora. Non è cambiato nulla.

Gli ominicchi, ed i pigliainculo fanno piccolo questo paese. Che un tempo fu grande. Gli uomini sono le vittime. I quaraquaqua, fanno le leggi. Gli uomini di mmerda, tirano il carro dei sacrifici, con masochismo, provando un piacere perverso di condivisione del crimine autorizzato, giustificandolo, tollerandolo e alimentandolo con naturale indole da perdente, caratteristica tipica dei mezzi uomini e mezze bestie. Questo è il mio personale pensiero. Gli uomini “mezzi uomini” di Sciascia, oggi scrutano l’orizzonte e non parlano, non intervengono. I piaglianculo, gli ominicchi… .

La verità è anche un’altra. In questo grande caos, i ruoli che Leonardo Sciascia aveva stabilito che fossero, come i gironi danteschi, i vari livelli di questa società malata, oggi si rivelano falsi pure questi, perché la confusione rende sovrana. L’appiattimento, è così presente nella società, che il livellamento intellettuale, culturale, politico, si rivela fatale, per la buona riuscita di qualsiasi programma serio di sviluppo, non solo economico, ma della sopravivenza stessa di questo pezzo di umanità, meglio noto come Popolo Italiano. Forse sarebbe stato meglio avere una differenza tra persone, piuttosto che il nulla assoluto.

Mio nonno diceva che avere a che fare con i cretini è pericoloso. Aveva ragione! 

 

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Il viaggiatore sedentario

Alle origini della democrazia, nell’Atene di Pericle, solo al presidente della boulé, il consiglio cittadino, era consentito prendere appunti sulla sua tavoletta di cera. Gli altri membri dovevano parlare a braccio, per garantire la sorgiva sincerità del confronto faccia a faccia. Oggi, al tempo di Internet, si può comunicare tutto a tutti, in tempo reale, su scala planetaria, ma non c’è più nulla da comunicare di umanamente significativo e profondo. Si sono persi il contatto diretto, il linguaggio del corpo, il fatto e l’antefatto, il peso e la complessità dell’esperire umano. Tutto è semplificato, alleggerito, velocizzato. Basta cliccare. Ma l’uomo numerico è preciso e svuotato nello stesso tempo. È rapido, veloce, perpetuamente nomade o navigatore nell’oceano-pattumiera del web, ma sedentario. Vede tutto e non tocca niente. È frenetico e immobile nello stesso tempo, informato di tutto e concentrato su niente. Perché nella nostra società irretita, sempre interconnessa e fragilissima, Internet e gli altri innumerevoli media celebrano e consacrano la confusione fra valori strumentali a valori finali.

https://www.amazon.it/viaggiatore-sedentario-Internet-societ%C3%A0-irretita/dp/8810567773/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&qid=1538118068&sr=8-1-fkmr0&keywords=Ferrarotti+cronaca&&linkCode=ll1&tag=terzapaginain-21&linkId=dbe26a461c363a115bc7fdd1ac4354aa&language=it_IT

L’autore:

Laureatosi in filosofia all’Università di Torino nel 1949, con una tesi su “La sociologia di Thorstein Veblen“, fondò con l’amico Nicola Abbagnano nel 1951 i Quaderni di Sociologia, ai quali dette un seguito nel 1967, fondando anche la rivista di cui è ancora direttore, La critica sociologica.

Fu tra i collaboratori di Adriano Olivetti dal 1948 per circa dodici anni e, in rappresentanza del Movimento Comunità, deputato indipendente al Parlamento per la III Legislatura (1958-1963) della Repubblica Italiana (subentrò in Parlamento, ad Adriano Olivetti, dopo le sue dimissioni, il 12 novembre 1959).

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Il golpe inglese

Questo libro apre uno squarcio importante nella storia del nostro paese e risponde a quesiti altrimenti indecifrabili che nemmeno le inchieste giudiziarie sono riuscite a chiarire del tutto. A cominciare dal delitto Matteotti (1924) per arrivare alla morte di Mattei (1962) e di Moro (1978). Ogni volta che gli italiani hanno provato a decidere del proprio destino, gli inglesi sono intervenuti. Ora i documenti desecretati, che i due autori hanno consultato negli archivi londinesi di Kew Gardens, lo dimostrano. Da quelle carte emerge con chiarezza che non è Washington a ordire piani eversivi per l’Italia, come si è sempre creduto, ma soprattutto Londra, che non vuol perdere il controllo delle rotte petrolifere e contrasta la politica filoaraba e terzomondista di Mattei, Gronchi, Moro e Fanfani. Il petrolio però non è il solo problema. Per gli inglesi anche i comunisti sono un’ossessione. Tanto da contrastarli con ogni mezzo. Persino arruolando schiere di giornalisti, intellettuali e politici per orientare l’opinione pubblica e il voto degli italiani. Finché si arriva al 1976, l’anno che apre al PCI le porte del governo. A Londra progettano un golpe. Ma l’ipotesi viene alla fine scartata a favore di un’altra “azione sovversiva”. Si scatena così un’ondata terroristica che culmina nell’assassinio di Aldo Moro.

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ONG

“Con questo notevole e documentato libro Sonia Savioli ci rende edotti del ruolo effettivo che queste organizzazioni svolgono aprendoci gli occhi sulle infinite menzogne che, quotidianamente, ci sono riversate dall’informazione a senso unico in cui siamo immersi e da cui siamo soffocati.
E’ un libro di piacevole lettura, l’autrice possiede una forte carica ironica che rende la lettura oltre che istruttiva anche molto gradevole.
Lo scritto della Savioli, oltre ad informarci sulle varie ONG, traccia una mappa in cui sono evidenziati e dimostrati i rapporti e le interconnessioni esistenti tra di loro e tra i finanziatori sia privati che statali, con i relativi obiettivi, sia quelli dichiarati sia quelli non dichiarati, ma reali.
Scopriamo così un mondo di conquistatori e di sfruttatori mascherati da integerrimi benefattori.
Molti, se non tutti, iniziano ad avere dubbi sull’efficacia e sul ruolo delle ONG, sui costi, sulle continue richieste di firme e di aiuti in denaro che queste strutture, quotidianamente, richiedono ai cittadini tramite annunci, volantini e soprattutto via internet; una forma di elemosina a tutto campo, una S. Vincenzo universale di cui siamo vittime, non conosciamo l’utilizzo di queste donazioni che però ci fanno sentire con la coscienza a posto, ci danno la sensazione, in qualche modo, di dare un contributo per risolvere i problemi del mondo.
Possiamo dire che questo libro ci apre gli occhi sugli effetti nefasti che le ONG provocano nelle varie parti del mondo e sul loro spregiudicato modo di operare dall’Africa alla Birmania, ci parla del cinismo assoluto che distrugge intere popolazioni costringendole a una miseria, prima mai vista, con la distruzione delle culture locali che le rende schiave, che le usa come cavie umane, obbligandole a sperimentare farmaci dannosi, spacciandoli per una insperata salvezza, mettendole in condizioni di emigrare per giungere in Europa con un sogno che non si realizzerà, ma diverrà un doloroso incubo.
E’ un libro che smitizza falsi miti e finte buone azioni con gli aiuti internazionali, non richiesti, che giovano solamente alle grandi multinazionali, aumentandone a dismisura i guadagni.”

Dalla recensione di Luigi Cecchetti.

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La fabbrica del falso

Perché chiamiamo democratico un Paese dove il governo è stato eletto dal 20 per cento degli elettori? Perché dopo ogni “riforma” stiamo peggio di prima? Come può un muro di cemento alto otto metri e lungo centinaia di chilometri diventare un “recinto difensivo”? In cosa è diversa la tortura dalle “pressioni fisiche moderate” o dalle “tecniche di interrogatorio rafforzate”? Perché nei telegiornali i Territori occupati diventano “Territori”? Perché un terrorista che compie una strage a Damasco diventa un ribelle? Che cosa distingue l’economia di mercato dal capitalismo? Rispondere a queste domande significa occuparsi del grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo: la menzogna.

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Invito alla lettura

Biblioteca Ariostea Ferrara
lunedì 10 settembre 2018 ore 17

1915-18 Album ferrarese. Come i civili hanno vissuto il conflitto

A cura di Giorgio Mantovani e Mauro Bovoli

Ne parlerà con i curatori Enrico Trevisani dell’Archivio Storico Comunale di Ferrara
Giorgio Mantovani accompagna da tempo i lettori di cose ferraresi, sulla stampa periodica come con dettagliate mostre a tema, seguendo una “vocazione” di narratore di un passato non troppo lontano eletto come premessa della vita contemporanea. Nell’occasione odierna si cimenta con un tema ben strutturato nella sfera degli studiosi, decisivo per le sorti della Ferrara e dell’Italia, la Guerra mondiale di cui ricorrono i cent’anni dalla fine. La formula è sempre quella con cui Mantovani ha esercitato la sua attività di ricercatore: lontano dal fronte, ma in una posizione di osservatore a fuoco sul quadro complessivo della “città di retrovia” che subì tutte le conseguenze, dalle incursioni via mare all’arrivo di interminabili colonne di feriti e di profughi, oltre al proprio contributo di vite e di risorse che dovette pagare assieme a tutte le province dell’Italia da poco costituita in stato nazion ale. “Come i civili hanno vissuto il conflitto” è il sottotitolo che dà ragione di tutta la ricerca, condotta prevalentemente sulla stampa locale e su un’iconografia che rifugge dal repertorio della retorica nazionale, giocando su un delicato equilibrio fra il prima, la Ferrara di primo Novecento, e le nuove figure plasmate dalle urgenze del conflitto e dall’inquieto dopoguerra che segnò in tutto un punto di non ritorno.
Con il patrocinio della Deputazione Provinciale Ferrarese di Storia Patria           

Incontro con l’autore martedì 11 settembre 2018 ore 17

Nel giardino della Salamandra

​Presentazione del libro di Alessandro Bergonzini

Elis Colombini Editore, 2017
Dialogano con l’Autore Vainer Merighi (già Presidente dell’Ente Palio di Ferrara) e Giuliano Barbolini (già sindaco di Modena e Senatore della Repubblica)
Battaglie, intrighi, amore, morte, passioni… c’è tutto questo, e molto altro, nel giardino della Salamandra. Parigi, 1526. Phil è un giovane aristocratico impegnato a spendere la propria vita tra donne, feste e bagordi, sempre a corto di denaro e per tali motivi in perenne contrasto col padre. Vacuo, prepotente e capriccioso, pare attenderlo una vita futile, finché i grandi conflitti che percorrono l’Europa in quegli anni cruciali non travolgono anche lui, portandolo a un passo dal patibolo e facendogli toccare con mano l’amore, la morte, il terrore, il coraggio, l’amicizia… Una svolta radicale, che lo porterà a vivere mille avventure e lo trasformerà in un uomo. A far da sfondo alle vicende del romanzo ci sono i grandi eventi della Storia: gli anni cruciali del secondo decennio del Cinquecento, che vedono l’Europa trasformarsi in un grande campo di battaglia nel quale si scontrano gli eserciti del re di Francia Francesco I e dell’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V e dove la guerra si combatte non solo con le armi, ma anche con l’oro, i complotti, le astuzie diplomatiche.
In collaborazione con l’Ente Palio Città di Ferrara in occasione del cinquantesimo anniversario dell’edizione moderna.

Incontro con l’autore mercoledì 12 settembre 2018 ore 17

Disturbi di luminosità

Presentazione del libro di Ilaria Palomba

Gaffi editore, 2018
Dialoga con l’autrice Francesca Mariotti
Incontro di SLOW READING con la scrittrice romana Ilaria Palomba e il suo ultimo romanzo, edito da Gaffi e uscito lo scorso giugno. Storia di donna in cui la protagonista, affetta da un disturbo borderline, racconta il suo percorso interiore. “Disturbi di luminosità, infanzia retroattiva, precipitosamente, l’idea della morte mi sbatte in faccia con il fervore di un’aquila, mi becca la pelle, gli occhi, le pupille. La morte non esiste. La morte esiste. La morte è un passaggio. La morte è la fine. La morte sono io e sei tu che mi leggi. Tutto l’amore si trasforma in morte. E non c’è verso di tornare, se non cambiando corpo.” Una storia cruda e crudele, scritta magistralmente che non risparmia dettagli e non edulcora l’amaro … in fuga continua per l’Europa e piena anche di fascinazione per la letteratura, la poesia e la filosofia, canali privilegiati di luce.
Disturbi di luminosità è un urlo. Voglio poter essere ascoltata. Voglio che si guardi al disagio con meno disprezzo.
A cura dell’Associazione Culturale Olimpia Morata di Ferrara

Incontro con l’autore giovedì 13 settembre 2018 ore 17

La strada di Marco

Presentazione del libro di Nicola Bianchi

Storia di un ragazzo, di una curva maledetta e di una battaglia giudiziaria da Ferrara a Strasburgo: il “caso Coletta”
Prefazione dell’avvocato Nicodemo Gentile
Faust Edizioni, collana di criminologia ‘Reato di lettura’, 2018
Ne parlerà con l’autore Cristina Battista (giornalista Gruppo Mediaset)
Saranno presenti Antonella Finotti e Daniele Coletta (genitori di Marco), e Fausto Bassini (editore).
9 settembre 2005. Una notte. Un canale. Un ragazzo. Sedici metri di guardrail (mancanti). Due genitori-coraggio. Perché scrivere un libro su Marco Coletta? A proteggere il canale di via Raffanello (Baura) che lo ha inghiottito, mancava la protezione, mancava quel guardrail di lamiera che delimita il pezzo d’asfalto con il vuoto. Un filo vitale che, sette mesi dopo, è stato installato e ha salvato la bellezza di undici vite umane. Questo libro vuole raccontare la breve vita di un ragazzo poco più che ventenne, dei suoi sogni, del suo calvario e quello di una famiglia che ha lottato fino all’ultimo per ridargli giustizia, in ogni sede, da Ferrara sino alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Perdendo tutto, ma mai la dignità.
Nicola Bianchi (Portomaggiore, 1978), giornalista professionista dal 2007, è vice caposervizio della redazione ferrarese di “QN – il Resto del Carlino”.  Cronista di nera e giudiziaria, ha raccontato i casi più scottanti della provincia: dall’omicidio Aldrovandi al crac Coopcostruttori, dal fallimento Carife alla costruzione dell’ospedale di Cona. Nel 2015 è stato votato “giornalista dell’anno” dall’Associazione Stampa Ferrara per avere contribuito, con i suoi articoli-inchiesta, alla riapertura delle indagini su un ‘cold case’ di trent’anni prima: l’assassinio, a Goro, del diciottenne Willy Branchi.

Conferenze e Convegni venerdì 14 settembre 2018 ore 17

Famiglie nelle società umane. Quanti tipi e perché? Uno sguardo antropologico

Conferenza di Francesco Remotti

Presentazione di Lina Pavanelli
Se c’è una cosa di cui gli antropologi sono sicuri, questa è senza dubbio la varietà dei modelli di famiglia nelle società umane. È vero che in tutte le società riscontriamo l’esistenza di gruppi domestici, caratterizzati da intimità, solidarietà, coesistenza, persistenza nel tempo, e non sbaglieremmo se volessimo chiamarli “famiglie”. Sbaglieremmo però nel ritenere che esse siano tutte riconducibili alla famiglia nucleare. I modelli di famiglia sono davvero molti, persino divergenti, e sarà istruttivo esplorare alcuni di essi (partendo per esempio dalla distinzione tra famiglie coniugali e famiglie consanguinee) per capire quali siano le esigenze a cui rispondono o i principi su cui sono costruiti: esigenze e principi in cui potremmo anche riconoscerci o a cui ispirarci.
A cura dell’Istituto Gramsci di Ferrara e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

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Anschluss

Nel video in questione lo studioso cita pochi ma eloquenti dati: a causa della parità 1:1 tra i due marchi decisa anzi imposta dal governo occidentale di Bonn la maggior parte delle aziende all’Est venne dichiarata insolvente in pochi giorni. Ciò ebbe delle conseguenze devastanti in termini economici; sempre Giacchè afferma che tra il 1989 e il 1991 il prodotto interno lordo della Germania Est era sceso del 44%, crollo che non ha molti precedenti nella storia moderna. Inoltre la produzione industriale era calata nello stesso periodo di tempo del 65%! Se teniamo conto che durante i governi europeisti di Monti, Letta e Renzi che avrebbero “salvato” l’Italia, la nostra produzione industriale è calata del 25% causando un’emigrazione senza precedenti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale di centinaia di migliaia di italiani all’anno, allora forse riusciamo a capire le proporzioni del collasso economico verificatosi all’epoca nelle regioni orientali tedesche. Una vecchia conoscenza dei greci come l’ex Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, all’epoca Ministro degli Interni della Germania Ovest oltre che responsabile delle negoziazioni per la riunificazione economica prima e finanziaria poi delle due Germanie, ebbe ad annotare nelle sue memorie: “A Lothar de Maizière era ben chiaro che con l’introduzione della moneta occidentale le imprese della DDR di colpo non sarebbero più state in grado di competere.” Per la cronaca politica De Maizière era stato l’ultimo Presidente del Consiglio della Repubblica Democratica Tedesca per poi passare alla CDU guidata all’epoca da Kohl.

Questi tremendi dati macroeconomici raramente vengono snocciolati dai media tedeschi. Sarebbe in un certo senso come ammettere il fallimento di un progetto politico voluto e guidato esclusivamente dal governo tedesco e mai messo in discussione. Molto più facile etichettare gli oppositori e i delusi della politica degli ultimi 30 anni come nazisti e razzisti ignoranti. Infatti anche quel che rimane della sinistra in questo momento rappresentata al Bundestag e le sue frange radicali di fatto scendendo in piazza e scandendo stantii slogan antifascisti, difendono il governo Merkel e le politiche liberistiche operate nei länder orientali, senza comprendere le ragioni ed il disagio profondo di milioni di persone che anni dopo la riunificazione votavano ancora i partiti di sinistra. A questo punto definire come puro caso l’affermazione elettorale dell’Afd ad est del paese oppure bollarlo come sintomo di razzismo ed ignoranza delle popolazioni locali, risulterebbe un insulto all’intelligenza. Non sarà nemmeno un caso che i partiti di estrema destra abbiano raccolto voti a piene mani nelle regioni facenti parte della vecchia DDR e che non sono contrassegnate da una maggior presenza di stranieri, che invece sono più numerosi ad Ovest, bensì­ da più alti tassi di disoccupazione rispetto al resto del paese. Ancora una volta le statistiche ufficiali ci vengono incontro: secondo la fonte Statista.de, il quale viene considerato il sito maggiormente affidabile in Germania per la raccolta di statistiche e rilevamenti di sondaggi, il tasso ufficiale di disoccupazione in Germania è del 5,2%, mentre quello per le sole regioni orientali raggiunge quota 6,8%. In tutti i länder ad est la disoccupazione si mantiene su livelli più alti di quello nazionale: nel Sachsen (regione di Chemnitz) è del 5,8%, nel Brandenburg del 6,2%, nel Mecklenburg-Vorpommern (regione di nascita della Merkel) addirittura del 7,5% ma il culmine di disoccupati viene raggiunto nella regione della Sachsen-Anhalt con il 7,6%. Tutti questi länder, come detto, facevano parte della DDR e tutti hanno conosciuto le medesime difficoltà  economiche ben raccontate da Giacchè. In verità  le cifre sarebbero ben diverse in senso negativo se includessero anche i lavoratori a salari bassi (geringfügig entlohnte Beschäftigte). La Bundesagentur für Arbeit, che altro non è che l’Agenzia Federale col compito di erogare i sussidi di disoccupazione e di trovare dei lavori per gli inoccupati, ha pubblicato sul suo sito ufficiale un report che attesta come in Germania vi siano qualcosa come 4.734.500 persone che vivono solo con un salario basso (per esempio Minijobs da 450 Euro al mese ma non solo) mentre ve ne sono altre 2.834.600 che associano alla loro attività lavorativa oppure al sussidio Hartz IV un lavoro sussidiario (Nebenjobs). In totale fanno la bellezza di 7 milioni e mezzo di lavoratori poveri nel paese considerato da tutti gli autorevoli analisti come il più ricco d’Europa. Senza contare che molti di questi nuovi poveri tengono moglie e figli, che di sicuro non vivono di agiatezza, e senza poi dimenticare quei 4 milioni di persone, tedesche e straniere, che ancora oggi percepiscono il sussidio sociale cosiddetto Hartz IV (400 Euro netti al mese con l’aggiunta della copertura statale di alcune spese come parte dell’affitto e l’assicurazione sanitaria). Parliamo perciò di un “indotto” di povertà  crescente, che trova il suo epicentro proprio in quelle regioni orientali interessate dal voto di protesta di milioni di elettori verso Alternative für Deutschland, partito bollato in maniera volutamente superficiale da tutti gli organi di stampa tedeschi come populista e razzista.

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Benedet d’al marcà

Due parole di introduzione: l’articolo proviene dall’archivio di bondeno.com ed è stato scritto da un emigrato di Bondeno che da più di vent’anni risiede e lavora negli USA come docente di italiano all’università.

Oggi, 11 settembre 2007, resto in casa e tengo spenta la radio. Non mi importa se New York è più o meno sicura di sei anni fa dagli attacchi aerei perché so che tra gli otto milioni di persone dell’isola di Manhattan è fin troppo facile imboscarsi per chiunque, terrorista o meno. Apro un vecchio numero del New Yorker e trovo altre preoccupazioni: un economista sostiene che la democrazia è da abolire.
Bryan Caplan insegna alla George Mason University e ha appena pubblicato il libro “The Myth of thè Rational Voter: Why Democracies Choose Bad Politics” (Princeton University Press). Secondo Caplan, gli elettori sono un gregge di pecore che vota senza razionalità, a seconda dei tanti preconcetti dominanti e in chiaro contrasto con la competenza di chi invece dovrebbe prendere le decisioni fondamentali, cioè gli economisti. Per esempio, per la gente comune il prezzo della benzina è troppo caro, mentre per gli economisti può andare. Oppure, per la gente comune i salari degli impieghi creati di recente negli Stati Uniti per ovviare alla disoccupazione sono bassi, per gli economisti, invece, possono andare (se l’offerta supera la domanda, i prezzi si abbassano). Se per la gente comune i salari dei grandi dirigenti finanziari sono scandalosamente alti, per gli economisti van bene così (ci mancherebbe altro: sono i loro compagni di scuola…).
Il punto di Caplan è che nessuno ragiona veramente come un economista: nessuno, votando, pensa solo al proprio interesse e basta, come è giusto e doveroso in un’economia di mercato, dove il vantaggio del singolo diventa a lungo andare il vantaggio di tutti. Questa è la vera razionalità; perciò bisognerebbe insegnare
più economia nelle scuole e meno letteratura. E una grande scoperta, per rne, sapere che dare un calcio nel culo a chi si sa che non può restituirtelo (delizioso e razionalissimo Leonardino in terza elementare!), rubare un’automobile solo perché non è chiusa a chiave o non ha l’antifurto, ammazzare qualcuno per pigliarsi i suoi averi se si riesce a far sparire il cadavere e a restare impuniti non solo è sommamente razionale (lo dicono gli economisti), ma addirittura utile alla comunità, visto che il vantaggio del singolo ricade sempre come effetto su tutti. E infatti sarebbe ora di premiare la Camorra per l’indotto economico che produce e senza il quale il nostro paese probabilmente non sopravviverebbe.
Qualche anno fa un professore di teologia della Harvard Divinity School osservava che, leggendo il Financial Times, gli bastava sostituire “Market” con “God” per ottenere qualcosa di simile a San Tommaso. Il Mercato vede e provvede, per le sue vie oscure, al benessere di tutti, ma soprattutto di chi segue le sue leggi, osserva i suoi comandamenti e medita la sua parola di giorno e di notte, perché egli è via, verità e vita. Pochi giorni fa m’è capitato di prendere il caffè assieme a due economisti che avevano voglia di parlare italiano: un israeliano in carriera e un indiano molto famoso. In poco tempo attorno all’indiano si fece un crocchio di francesi, svizzeri, tedeschi, danesi e altro. Poi passò un giovane italo-tedesco, che entrò in fretta e furia (è al mio livello di carriera, ma prende il doppio di me); poi si misero a sparlare di un catalano. Mi sembrava di essere nell’abbazia del Nome della Rosa, col capitale al posto di Dio, naturalmente, e l’inglese al posto del latino. Loro decidevano i destini del mondo e io ero il povero maestrino d’italiano incompetente, a cui al massimo toccava di votare per i soliti quattro fantocci che alla fine, da destra o a sinistra, si fanno assistere e si rivolgono… agli economisti!
La Chiesa non è un’istituzione democratica. Dio ha detto a Pietro che era pietra e su quella pietra si sarebbe fondata la Chiesa; non ha chiesto ai fedeli di eleggere la loro guida. Perché dovrebbe esserlo il Mercato, che della Chiesa ha preso il posto? Perché non dovrebbe privilegiare chi tutti i giorni medita e riflette sul suo andamento e si comporta come razionalmente si dovrebbe comportare, cioè inseguendo il proprio interesse e basta (contribuendo così all’interesse generale)? A New York lo sanno anche i preti cattolici. Nel suo “Diario americano” (Boringhieri), Giulio Sapelli dice che a messa, a New York, si trova gente di ogni condizione sociale: dallo spazzino irlandese o italiano (quelli che cantano il mattino) alla lavandaia messicana al giovane in carriera a Wall Street. Mentre celebra, il sacerdote è teso e cupo perché invoca un unico destino e un unico padre celeste: di fronte a Dio siamo tutti uguali. Ma finita la messa (in scena), ecco che il prete va alla porta e saluta i fedeli che escono. Ed è nel saluto finale del prete che si vede chiaramente chi appartiene all’inferno della povertà, chi al purgatorio del lavoro sottopagato e chi è invece Benedetto dal Mercato.

Andrea Malaguti

Nota: oltre a quello di Caplan qui è citato anche un libro di Giulio Sapelli di cui si è fatto il nome come possibile presidente del consiglio durante le trattative per il nuovo governo M5S-Lega.

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Mani pulite

E tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. […] Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale.” Queste parole risuonarono alla Camera dei Deputati il 3 luglio 1992. A pronunciarle fu Bettino Craxi, segretario del Partito Socialista Italiano. Nei primi mesi dell’inchiesta Mani Pulite spettò al politico milanese, il principale indagato, spiegare la verità: tutti i partiti erano a conoscenza del sistema di tangenti per l’assegnazione degli appalti pubblici.

L’unica ricostruzione possibile

A ventitré anni di distanza da Tangentopoli, Mattia Feltri – firma della Stampa e nonché giornalista di coraggiosa fede garantista – ha deciso di raccontare Mani pulite, l’inchiesta condotta da un pool di magistrati milanesi a partire dal 1992. I pubblici ministeri Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro scavarono nelle intricate e fosche relazioni tra i partiti della Prima Repubblica e l’imprenditoria italiana, denunciando un vasto giro di tangenti. Per Mattia Feltri ci sono ancora troppi dubbi da risolvere: dai metodi, giudicati eccessivamente coercitivi, ai sospettati, con tanti nomi celebri sfuggiti alle indagini. In Novantatré: l’anno del terrore di Mani pulite (Marsilio, 2016) il giornalista ricostruisce giorno per giorno il 1993, evidenziando le notizie più rilevanti. Feltri lo confessa: anche lui ha tifato, come molti, per Di Pietro e i suoi colleghi, ma adesso, a distanza di anni, ha dovuto ammettere i tanti aspetti poco chiari della vicenda giudiziaria.

Dubbi e retroscena

Cosa fu l’inchiesta Mani pulite? C’è chi la definì una congiura dei partiti o un complotto orchestrato da potenti lobby straniere. Feltri nega qualsiasi ipotesi cospirazionista, ma riconosce l’esistenza di interessi politici ed economici che in alcuni casi incentivarono il clima inquisitorio di Mani pulite. È innegabile che il 2 giugno 1992, sul panfilo della casa regnante inglese, Britannia, a poche miglia dal porto di Civitavecchia, si svolse un incontro riservato sulle privatizzazioni delle aziende pubbliche italiane. Verosimilmente la confusione politica interna agevolò la speculazione finanziaria. Nel racconto di Feltri emerge l’eccessiva mediatizzazione dell’inchiesta, costantemente sotto i riflettori dei telegiornali e di programmi televisivi confezionati ad hoc. Da casa si tifava per Di Pietro e si invocava la repressione per i corrotti. Bastava un avviso di garanzia, che non è sinonimo di colpevolezza, per essere condannato in direttissima dai media e dall’opinione pubblica. Non tutti riuscirono a sopportare questo stato di cose. Politici e servitori della giustizia, come il magistrato Domenico Signorino, o imprenditori, ricordando, per esempio, Raul Gardini, preferirono suicidarsi per sfuggire alla calunnia. Le notizie trapelavano con troppa facilità dai tribunali e i maggiori quotidiani erano propensi a pubblicare anche i verbali degli interrogatori, accentuando lo sdegno degli italiani.

Finta rivoluzione

Mani pulite fu una rivoluzione? Così la presentarono i media e alcuni partiti politici, ma essa naufragò negli anni. Il libro di Feltri ci aiuta a ricostruire con lucidità quanto avvenne nel 1993, con una disamina lontana dai fumi forcaioli che hanno segnato l’immaginario italiano di quel periodo.

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