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La fine del sacro

Ma nelle riflessioni di Sergio Quinzio (Religione e futuro, ripeto: anno 1962) ci sono molti altri punti che mi hanno costretto a restare con il naso incollato alle pagine polverose.

Sentite qui: «La religione, da cosa virile, è diventata cosa tipicamente femminile, da donnicciole, e i nostri ragazzi considerano un punto d’onore e una prova di maturità disprezzarla».

Ecco, espresso in due righe, un concetto al quale mi capita di pensare quando sento dire che nella Chiesa bisogna dare più spazio alla donna. Ora so che sarò giudicato maschilista, retrogrado e tutto il resto, ma penso che la richiesta di dare più spazio alla donna possa essere avanzata solo da chi non conosce la realtà della Chiesa. Perché oggi nelle parrocchie le donne hanno già spazio, moltissimo, forse  troppo. Non per colpa loro, sia chiaro, ma per colpa di maschi che non ci sono, che sono spariti. E così è difficile negare che sia in atto un processo di femminilizzazione del cattolicesimo.

Ma vado avanti. Riflettendo sulle chiese protestanti, verso le quali è di moda per noi cattolici cercare affannosamente un  dialogo, come se da ciò dipendesse il destino della nostra Chiesa, a un certo punto l’autore afferma che «la sopravvivenza di queste chiese nel mondo contemporaneo è pagata al prezzo della rinuncia alla loro fede, che è stata più o meno ovunque trasformata in generico moralismo liberaleggiante». Ed è vero, verissimo, come si può ben vedere andando a fare un giro nel Nord Europa. Pertanto viene da chiedersi perché noi cattolici dobbiamo tanto ricercare il dialogo con qualcuno che, di fatto, si è spogliato o si sta spogliando della propria fede, e non dovremmo invece cercare di convertire questi fratelli.

Molte altre sarebbero  le pagine da sottolineare. Per esempio quando Quinzio osserva che oggi, non essendoci più la religione, non c’è più neppure l’ateismo (bei tempi quelli in cui religiosi e atei si affrontavano a viso aperto. Oggi, invece, domina purtroppo l’indifferenza, che emerge anche tra coloro che, solo nominalmente, ancora si definiscono religiosi e atei) o quando annota che abbiamo ridotto Dio a un padre di oggi, succube dei figli, togliendogli ogni capacità di giudizio, oppure quando dice che la religione (e qui il pensiero va a tutti i nostri dolciastri teorici dell’ascolto, della tolleranza, dell’apertura) se è davvero tale non è vaga e affettata consolazione, ma «è una cosa potente», assoluta, che riguarda il sangue e la morte.

E che dire dei passaggi in cui l’autore osserva che la religione non produce più nulla? Guardiamo a noi cattolici: non più poesia, non più architettura, non più musica, non più pittura. Solo, al più, scimmiottature o «provocazioni» (parola che piace a chi non ha nulla da dire) o, addirittura, contro-testimonianze (come si vede bene nel caso delle orrende nuove chiese, progettate e costruite per far scappare i fedeli e non per farli entrare).

Mi fermo qui, perché le citazioni sarebbero innumerevoli.

https://www.maurizioblondet.it/ma-la-religione-e-morta/

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Un giro di piazza


Anche la foto di copertina è dell’autore

Fabrizio Resca è nato a Ferrara nel 1956, Laureato presso l’Univer-sità di Ferrara con una tesi in antropologia culturale, tour leader e travel consultant professionista, ha esordito con la silloge di poesie Viaggio infinito (1989) a cui hanno fatto seguito Passi nella polvere (1991), Anime di passo (1998), Le nubi del Caribe. Appunti di viag-gio in poesia (1999), Fata Morgana (2000), Intervalli di marea (2001), II gioco delle Parche (2001). In narrativa ha pubblicato il vo-lume di impressioni di viaggio Odore di Russia (1995), il romanzo breve II volo del gabbiano azzurro (2002, premio “Niccolini”, Fer-rara 2003), Pensieri on the Road (2007) e Pensieri on thè Road (again) (2010), nonché altri racconti ed articoli pubblicati in varie antologie e riviste nazionali.

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Le radici del gusto

lunedì 26 novembre 2018 ore 17

Biblioteca Ariostea Via delle Scienze, 17 Ferrara
Sala Agnelli

Presentazione del libro di Carlo Mantovani

Edizioni del Loggione, 2018
Le radici del gusto è una guida turistica diversa dal solito, proponendo itinerari alternativi che, in nome di un turismo “illuminato”, portano alla scoperta dei piccoli grandi tesori nascosti della nostra regione: percorsi che uniscono cibo (cioè cultura) e paesaggio (cioè natura), la formula migliore per promuovere il territorio italiano, come scritto in un recente editoriale di Bell’Italia. Come le persone, anche le passioni a volte, incontrandosi, danno vita a qualcosa di nuovo e di bello: come è accaduto per questa guida, in cui sono confluite la passione dendronautica per gli alberi monumentali e quella gastronautica per le ricette e i prodotti della tradizione. Gli itinerari dendro-gastronomici, tra i sei e i nove per provincia, affiancano agli alberi monumentali (che affondano le radici nel terreno) le feste, sagre o fiere di paese che celebrino prodotti tipici o piatti tradizionali (i quali, a loro volta, affondano le radici nel territorio). Terreno e territorio, due elementi che nella guida si fondono in un abbraccio di golosa bellezza.
Un prodotto della Bassa. E’ questo, forse, il modo più giusto per definire Carlo Mantovani, giornalista e scrittore nato nel ‘67 a Concordia sulla Secchia (MO). Un autore poliedrico e vulcanico mosso non soltanto dall’istinto artistico, ma anche e soprattutto da un grande amore per il territorio: come testimonia Il Museo della Nebbia, un’installazione multisensoriale ideata nel 2016 per sottolineare il lato buono della nebbia. E come conferma questa guida, nata dal duplice amore per il bello (gli alberi monumentali) e per il buono (il cibo tradizionale): passioni irresistibili, che lo hanno spinto ad intraprendere un indimenticabile viaggio alla scoperta dei tesori naturalistici ed enogastronomici della nostra regione. Un viaggio così bello e così’ buono, che si vorrebbe non finisse mai.

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Colonia Italia

L’Italia colonia dell’impero britannico. Ecco le prove della guerra senza quartiere condotta per tutto il Novecento dalla diplomazia di Sua Maestà per controllare l’opinione pubblica italiana in funzione degli interessi economici e politici inglesi. Una guerra segreta perché combattuta con mezzi non convenzionali tra nazioni amiche e, per una lunga fase della loro storia, persino alleate. Invisibile ma non meno dura delle altre. E nella quale la stampa, la radio, la televisione, l’industria editoriale e dello spettacolo hanno avuto un ruolo preponderante. Il libro di Cereghino e Fasanella lo dimostra, prove (inedite) alla mano: la loro ricostruzione si basa su documenti del governo, della diplomazia e dell’intelligence del Regno Unito, rapporti confidential, secret e top secret declassificati in tempi recenti e a disposizione di giornalisti e studiosi. Basta consultarli, e le scoperte non mancano. Come lo schedario annualmente aggiornato dei “clienti” italiani (almeno mille negli anni Settanta) utili alla causa inglese e che viene in parte presentato in Appendice. Ma, al di là dei nomi coinvolti, ciò che è importante è rileggere la storia recente italiana dalla parte degli inglesi, il cui ruolo è sempre stato considerato secondario rispetto agli americani. Un grosso sbaglio. Se questi ultimi agivano esclusivamente in funzione anticomunista, gli inglesi combattevano anche “contro” quegli italiani – i De Gasperi, i Mattei, i Moro, solo per citarne alcuni – che mal sopportavano il ruolo di “protettorato” britannico. Una vera guerra che qui viene offerta, per la prima volta in tutta la sua portata politica, all’attenzione dell’opinione pubblica.

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I nemici della conoscenza

Il grande sviluppo tecnologico della nostra era ci ha dato accesso a una quantità di informazioni senza precedenti. Il risultato, però, non è stato l’inizio di un nuovo illuminismo, ma il sorgere di un’età dell’incompetenza in cui una sorta di egualitarismo narcisistico e disinformato sembra avere la meglio sul tradizionale sapere consolidato. Medici, professori, professionisti e specialisti di ogni tipo non sono più visti come le figure a cui affidarsi per un parere qualificato, ma come gli odiosi sostenitori di un sapere elitario e fondamentalmente inutile. Che farsene di libri, titoli di studio e anni di praticantato se esiste Wikipedia? Perché leggere saggi, ricerche e giornali quando Facebook mette a nostra disposizione notizie autentiche e di prima mano? L'”apertura” di Internet e la sua apparente libertà sono solo i primi colpevoli contro i quali Tom Nichols punta il dito. Oltre ai social network, alla democrazia dell'”uno vale uno” e ai semplicismi che la rete favorisce, Nichols attacca anche l’emergere del modello della customer satisfaction nell’educazione universitaria, la trasformazione dell’industria dei media in una macchina per l’intrattenimento aperta 24 ore su 24 e la spettacolarizzazione della politica.

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Lo sprecato

In questo libro, lo «Sprecato» Raffaele La Serra, classe 1920 e Volontario di Guerra, ci racconta la sua storia, che è stata poi la storia di tanti soldati italiani, in modo vivo e spesso ironico, narrando la sua esperienza di guerra tra i Bersaglieri della Divisione Ariete nelle battaglie di corazzati in Nord Africa nel 1941, quindi nel rinato XXXI Battaglione Guastatori in Italia e dopo l’8 settembre 1943 nel Battaglione Guastatori Alpini Valanga della Decima Flottiglia MAS, coinvolto nelle operazioni di controguerriglia e di difesa del confine orientale dell’Italia nel 1944-1945, distinguendosi nei duri scontri contro il IX Corpus di Tito nella Valle dell’Isonzo e a Tarnova.In appendice, oltre alle fotografie di proprietà dell’autore, sono presentate numerose rare foto dell’archivio del ricercatore Riccardo Maculan e di veterani del Battaglione Valanga.

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C’era una volta Tiscali

1961. ”Il giorno della civetta”, Leonardo Sciascia. Don Mariano Arena, boss, si rivolge al capitano dei Carabinieri, Bellodi, e pronuncia la “famosa frase”… . Il termine “quaquaraquà”, e le frasi che di seguito riporto, diventeranno il simbolo della cultura popolare, collegata al mondo dei mafiosi, alla mentalità, e alle regole che la costituiscono. Ma non è della mafia che voglio parlare.

Io ho una certa pratica del mondo. E quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà”.Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù, i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà. Che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo”.

Cosa voglio dire. Rispetto a quello che ha scritto Leonardo Sciascia, cosa è cambiato oggi, in questa società costituita sicuramente da uomini, ma soprattutto da mezzi uomini, ominicchi, piagliainculo e quaraquaqua? Nulla. Si è solo aggiunta un’altra categoria: gli uomini di mmerda, con due emme.

Gli uomini sono merce rara e preziosa. Ovvio. I mezzi uomini, fa intendere Sciascia, sono uomini preziosi, forse perché interpreta il loro ruolo come quello delle formichine, che tirano il carro al posto dei buoi, eroicamente, e non alzano mai la voce. Non è colpa di questi, se hanno poco coraggio. Il coraggio non si compra al supermercato, ma nello stesso tempo, non si può condannare chi non ce l’ha.

I “quaquaraquà” invece, sono diventati un genere di prima necessità, in questo Paese.Sciascia lo scriveva negli anni sessanta. Più di cinquat’anni fa. Un vero e proprio prodotto di consumo. Una sintesi di quello che è lo spaccato della vita di oggi, in tutti i campi.

Mio nonno Nicola, Cavaliere della Repubblica, eroe della Seconda Guerra Mondiale, come tanti suoi coetanei ex-combattenti, non ha mai creduto in questa politica. Avevo 5 anni, quando un giorno, un sabato mattina, lo accompagnai in una caserma della mia Città, per ritirare una medaglia e un foglietto di carta, dove era scritto che “era diventato cavaliere”, e tutto il resto. Ricordo che terminata la cerimonia, appena in strada, mi regalò la medaglia, il foglietto e tutta la sua delusione, riportandola in una dedica. Un foglietto di carta raccolto per strada, ancora utilizzabile, e vi impresse, con la “storica” penna che nascondeva dietro al fazzoletto bianco del taschino di tutti i suoi elegantissimi vestiti color pastello. D’estate e d’inverno. Sempre colori chiari: “L’Italia per cui ho combattuto, è solo un pezzo di metallo e una montagna di carta, che vi travolgerà. Ed io, vecchio e malato, sono responsabile per non aver fatto nulla di più che il mio dovere”. Parole dure, impresse nella mia mente, che prima non capivo. Ma dopo molti anni, ho capito molto bene, rileggendo un miliardo di volte quella frase, che non ho mai imparato a memoria. Conservo ancora quel foglietto. Anzi, un pezzo di “carta di strada”, che man mano che passano gli anni, ora i decenni, mi sembra sempre più bello. E attuale.

Son passati 45 anni. In un soffio di vento. Non è trascorso giorno in cui non ho pensato a quelle parole. E questa è la prima volta che le riprendo per qualcuno, che non siano i miei ricordi. Nonno ha vissuto questa nuova Italia del dopo guerra, fino alla metà degli anni ottanta. Ha donato, come tanti ragazzi di allora, la sua giovinezza a questo Paese, per regalare una Nazione giusta ai suoi figli, ma soprattutto ai suoi nipoti. Ma nello stesso tempo, anche se ero piccolino, leggevo nei suoi occhi una sconcertante voglia che fosse tutto vero, con altrettanto sconcertante consapevolezza che purtroppo, si sarebbe rivelato un grande bluff. Come è stato. Tutto uguale a come era allora. Non è cambiato nulla.

Gli ominicchi, ed i pigliainculo fanno piccolo questo paese. Che un tempo fu grande. Gli uomini sono le vittime. I quaraquaqua, fanno le leggi. Gli uomini di mmerda, tirano il carro dei sacrifici, con masochismo, provando un piacere perverso di condivisione del crimine autorizzato, giustificandolo, tollerandolo e alimentandolo con naturale indole da perdente, caratteristica tipica dei mezzi uomini e mezze bestie. Questo è il mio personale pensiero. Gli uomini “mezzi uomini” di Sciascia, oggi scrutano l’orizzonte e non parlano, non intervengono. I piaglianculo, gli ominicchi… .

La verità è anche un’altra. In questo grande caos, i ruoli che Leonardo Sciascia aveva stabilito che fossero, come i gironi danteschi, i vari livelli di questa società malata, oggi si rivelano falsi pure questi, perché la confusione rende sovrana. L’appiattimento, è così presente nella società, che il livellamento intellettuale, culturale, politico, si rivela fatale, per la buona riuscita di qualsiasi programma serio di sviluppo, non solo economico, ma della sopravivenza stessa di questo pezzo di umanità, meglio noto come Popolo Italiano. Forse sarebbe stato meglio avere una differenza tra persone, piuttosto che il nulla assoluto.

Mio nonno diceva che avere a che fare con i cretini è pericoloso. Aveva ragione! 

 

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Il viaggiatore sedentario

Alle origini della democrazia, nell’Atene di Pericle, solo al presidente della boulé, il consiglio cittadino, era consentito prendere appunti sulla sua tavoletta di cera. Gli altri membri dovevano parlare a braccio, per garantire la sorgiva sincerità del confronto faccia a faccia. Oggi, al tempo di Internet, si può comunicare tutto a tutti, in tempo reale, su scala planetaria, ma non c’è più nulla da comunicare di umanamente significativo e profondo. Si sono persi il contatto diretto, il linguaggio del corpo, il fatto e l’antefatto, il peso e la complessità dell’esperire umano. Tutto è semplificato, alleggerito, velocizzato. Basta cliccare. Ma l’uomo numerico è preciso e svuotato nello stesso tempo. È rapido, veloce, perpetuamente nomade o navigatore nell’oceano-pattumiera del web, ma sedentario. Vede tutto e non tocca niente. È frenetico e immobile nello stesso tempo, informato di tutto e concentrato su niente. Perché nella nostra società irretita, sempre interconnessa e fragilissima, Internet e gli altri innumerevoli media celebrano e consacrano la confusione fra valori strumentali a valori finali.

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L’autore:

Laureatosi in filosofia all’Università di Torino nel 1949, con una tesi su “La sociologia di Thorstein Veblen“, fondò con l’amico Nicola Abbagnano nel 1951 i Quaderni di Sociologia, ai quali dette un seguito nel 1967, fondando anche la rivista di cui è ancora direttore, La critica sociologica.

Fu tra i collaboratori di Adriano Olivetti dal 1948 per circa dodici anni e, in rappresentanza del Movimento Comunità, deputato indipendente al Parlamento per la III Legislatura (1958-1963) della Repubblica Italiana (subentrò in Parlamento, ad Adriano Olivetti, dopo le sue dimissioni, il 12 novembre 1959).

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Il golpe inglese

Questo libro apre uno squarcio importante nella storia del nostro paese e risponde a quesiti altrimenti indecifrabili che nemmeno le inchieste giudiziarie sono riuscite a chiarire del tutto. A cominciare dal delitto Matteotti (1924) per arrivare alla morte di Mattei (1962) e di Moro (1978). Ogni volta che gli italiani hanno provato a decidere del proprio destino, gli inglesi sono intervenuti. Ora i documenti desecretati, che i due autori hanno consultato negli archivi londinesi di Kew Gardens, lo dimostrano. Da quelle carte emerge con chiarezza che non è Washington a ordire piani eversivi per l’Italia, come si è sempre creduto, ma soprattutto Londra, che non vuol perdere il controllo delle rotte petrolifere e contrasta la politica filoaraba e terzomondista di Mattei, Gronchi, Moro e Fanfani. Il petrolio però non è il solo problema. Per gli inglesi anche i comunisti sono un’ossessione. Tanto da contrastarli con ogni mezzo. Persino arruolando schiere di giornalisti, intellettuali e politici per orientare l’opinione pubblica e il voto degli italiani. Finché si arriva al 1976, l’anno che apre al PCI le porte del governo. A Londra progettano un golpe. Ma l’ipotesi viene alla fine scartata a favore di un’altra “azione sovversiva”. Si scatena così un’ondata terroristica che culmina nell’assassinio di Aldo Moro.

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ONG

“Con questo notevole e documentato libro Sonia Savioli ci rende edotti del ruolo effettivo che queste organizzazioni svolgono aprendoci gli occhi sulle infinite menzogne che, quotidianamente, ci sono riversate dall’informazione a senso unico in cui siamo immersi e da cui siamo soffocati.
E’ un libro di piacevole lettura, l’autrice possiede una forte carica ironica che rende la lettura oltre che istruttiva anche molto gradevole.
Lo scritto della Savioli, oltre ad informarci sulle varie ONG, traccia una mappa in cui sono evidenziati e dimostrati i rapporti e le interconnessioni esistenti tra di loro e tra i finanziatori sia privati che statali, con i relativi obiettivi, sia quelli dichiarati sia quelli non dichiarati, ma reali.
Scopriamo così un mondo di conquistatori e di sfruttatori mascherati da integerrimi benefattori.
Molti, se non tutti, iniziano ad avere dubbi sull’efficacia e sul ruolo delle ONG, sui costi, sulle continue richieste di firme e di aiuti in denaro che queste strutture, quotidianamente, richiedono ai cittadini tramite annunci, volantini e soprattutto via internet; una forma di elemosina a tutto campo, una S. Vincenzo universale di cui siamo vittime, non conosciamo l’utilizzo di queste donazioni che però ci fanno sentire con la coscienza a posto, ci danno la sensazione, in qualche modo, di dare un contributo per risolvere i problemi del mondo.
Possiamo dire che questo libro ci apre gli occhi sugli effetti nefasti che le ONG provocano nelle varie parti del mondo e sul loro spregiudicato modo di operare dall’Africa alla Birmania, ci parla del cinismo assoluto che distrugge intere popolazioni costringendole a una miseria, prima mai vista, con la distruzione delle culture locali che le rende schiave, che le usa come cavie umane, obbligandole a sperimentare farmaci dannosi, spacciandoli per una insperata salvezza, mettendole in condizioni di emigrare per giungere in Europa con un sogno che non si realizzerà, ma diverrà un doloroso incubo.
E’ un libro che smitizza falsi miti e finte buone azioni con gli aiuti internazionali, non richiesti, che giovano solamente alle grandi multinazionali, aumentandone a dismisura i guadagni.”

Dalla recensione di Luigi Cecchetti.