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ONG

“Con questo notevole e documentato libro Sonia Savioli ci rende edotti del ruolo effettivo che queste organizzazioni svolgono aprendoci gli occhi sulle infinite menzogne che, quotidianamente, ci sono riversate dall’informazione a senso unico in cui siamo immersi e da cui siamo soffocati.
E’ un libro di piacevole lettura, l’autrice possiede una forte carica ironica che rende la lettura oltre che istruttiva anche molto gradevole.
Lo scritto della Savioli, oltre ad informarci sulle varie ONG, traccia una mappa in cui sono evidenziati e dimostrati i rapporti e le interconnessioni esistenti tra di loro e tra i finanziatori sia privati che statali, con i relativi obiettivi, sia quelli dichiarati sia quelli non dichiarati, ma reali.
Scopriamo così un mondo di conquistatori e di sfruttatori mascherati da integerrimi benefattori.
Molti, se non tutti, iniziano ad avere dubbi sull’efficacia e sul ruolo delle ONG, sui costi, sulle continue richieste di firme e di aiuti in denaro che queste strutture, quotidianamente, richiedono ai cittadini tramite annunci, volantini e soprattutto via internet; una forma di elemosina a tutto campo, una S. Vincenzo universale di cui siamo vittime, non conosciamo l’utilizzo di queste donazioni che però ci fanno sentire con la coscienza a posto, ci danno la sensazione, in qualche modo, di dare un contributo per risolvere i problemi del mondo.
Possiamo dire che questo libro ci apre gli occhi sugli effetti nefasti che le ONG provocano nelle varie parti del mondo e sul loro spregiudicato modo di operare dall’Africa alla Birmania, ci parla del cinismo assoluto che distrugge intere popolazioni costringendole a una miseria, prima mai vista, con la distruzione delle culture locali che le rende schiave, che le usa come cavie umane, obbligandole a sperimentare farmaci dannosi, spacciandoli per una insperata salvezza, mettendole in condizioni di emigrare per giungere in Europa con un sogno che non si realizzerà, ma diverrà un doloroso incubo.
E’ un libro che smitizza falsi miti e finte buone azioni con gli aiuti internazionali, non richiesti, che giovano solamente alle grandi multinazionali, aumentandone a dismisura i guadagni.”

Dalla recensione di Luigi Cecchetti.

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La fabbrica del falso

Perché chiamiamo democratico un Paese dove il governo è stato eletto dal 20 per cento degli elettori? Perché dopo ogni “riforma” stiamo peggio di prima? Come può un muro di cemento alto otto metri e lungo centinaia di chilometri diventare un “recinto difensivo”? In cosa è diversa la tortura dalle “pressioni fisiche moderate” o dalle “tecniche di interrogatorio rafforzate”? Perché nei telegiornali i Territori occupati diventano “Territori”? Perché un terrorista che compie una strage a Damasco diventa un ribelle? Che cosa distingue l’economia di mercato dal capitalismo? Rispondere a queste domande significa occuparsi del grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo: la menzogna.

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Invito alla lettura

Biblioteca Ariostea Ferrara
lunedì 10 settembre 2018 ore 17

1915-18 Album ferrarese. Come i civili hanno vissuto il conflitto

A cura di Giorgio Mantovani e Mauro Bovoli

Ne parlerà con i curatori Enrico Trevisani dell’Archivio Storico Comunale di Ferrara
Giorgio Mantovani accompagna da tempo i lettori di cose ferraresi, sulla stampa periodica come con dettagliate mostre a tema, seguendo una “vocazione” di narratore di un passato non troppo lontano eletto come premessa della vita contemporanea. Nell’occasione odierna si cimenta con un tema ben strutturato nella sfera degli studiosi, decisivo per le sorti della Ferrara e dell’Italia, la Guerra mondiale di cui ricorrono i cent’anni dalla fine. La formula è sempre quella con cui Mantovani ha esercitato la sua attività di ricercatore: lontano dal fronte, ma in una posizione di osservatore a fuoco sul quadro complessivo della “città di retrovia” che subì tutte le conseguenze, dalle incursioni via mare all’arrivo di interminabili colonne di feriti e di profughi, oltre al proprio contributo di vite e di risorse che dovette pagare assieme a tutte le province dell’Italia da poco costituita in stato nazion ale. “Come i civili hanno vissuto il conflitto” è il sottotitolo che dà ragione di tutta la ricerca, condotta prevalentemente sulla stampa locale e su un’iconografia che rifugge dal repertorio della retorica nazionale, giocando su un delicato equilibrio fra il prima, la Ferrara di primo Novecento, e le nuove figure plasmate dalle urgenze del conflitto e dall’inquieto dopoguerra che segnò in tutto un punto di non ritorno.
Con il patrocinio della Deputazione Provinciale Ferrarese di Storia Patria           

Incontro con l’autore martedì 11 settembre 2018 ore 17

Nel giardino della Salamandra

​Presentazione del libro di Alessandro Bergonzini

Elis Colombini Editore, 2017
Dialogano con l’Autore Vainer Merighi (già Presidente dell’Ente Palio di Ferrara) e Giuliano Barbolini (già sindaco di Modena e Senatore della Repubblica)
Battaglie, intrighi, amore, morte, passioni… c’è tutto questo, e molto altro, nel giardino della Salamandra. Parigi, 1526. Phil è un giovane aristocratico impegnato a spendere la propria vita tra donne, feste e bagordi, sempre a corto di denaro e per tali motivi in perenne contrasto col padre. Vacuo, prepotente e capriccioso, pare attenderlo una vita futile, finché i grandi conflitti che percorrono l’Europa in quegli anni cruciali non travolgono anche lui, portandolo a un passo dal patibolo e facendogli toccare con mano l’amore, la morte, il terrore, il coraggio, l’amicizia… Una svolta radicale, che lo porterà a vivere mille avventure e lo trasformerà in un uomo. A far da sfondo alle vicende del romanzo ci sono i grandi eventi della Storia: gli anni cruciali del secondo decennio del Cinquecento, che vedono l’Europa trasformarsi in un grande campo di battaglia nel quale si scontrano gli eserciti del re di Francia Francesco I e dell’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V e dove la guerra si combatte non solo con le armi, ma anche con l’oro, i complotti, le astuzie diplomatiche.
In collaborazione con l’Ente Palio Città di Ferrara in occasione del cinquantesimo anniversario dell’edizione moderna.

Incontro con l’autore mercoledì 12 settembre 2018 ore 17

Disturbi di luminosità

Presentazione del libro di Ilaria Palomba

Gaffi editore, 2018
Dialoga con l’autrice Francesca Mariotti
Incontro di SLOW READING con la scrittrice romana Ilaria Palomba e il suo ultimo romanzo, edito da Gaffi e uscito lo scorso giugno. Storia di donna in cui la protagonista, affetta da un disturbo borderline, racconta il suo percorso interiore. “Disturbi di luminosità, infanzia retroattiva, precipitosamente, l’idea della morte mi sbatte in faccia con il fervore di un’aquila, mi becca la pelle, gli occhi, le pupille. La morte non esiste. La morte esiste. La morte è un passaggio. La morte è la fine. La morte sono io e sei tu che mi leggi. Tutto l’amore si trasforma in morte. E non c’è verso di tornare, se non cambiando corpo.” Una storia cruda e crudele, scritta magistralmente che non risparmia dettagli e non edulcora l’amaro … in fuga continua per l’Europa e piena anche di fascinazione per la letteratura, la poesia e la filosofia, canali privilegiati di luce.
Disturbi di luminosità è un urlo. Voglio poter essere ascoltata. Voglio che si guardi al disagio con meno disprezzo.
A cura dell’Associazione Culturale Olimpia Morata di Ferrara

Incontro con l’autore giovedì 13 settembre 2018 ore 17

La strada di Marco

Presentazione del libro di Nicola Bianchi

Storia di un ragazzo, di una curva maledetta e di una battaglia giudiziaria da Ferrara a Strasburgo: il “caso Coletta”
Prefazione dell’avvocato Nicodemo Gentile
Faust Edizioni, collana di criminologia ‘Reato di lettura’, 2018
Ne parlerà con l’autore Cristina Battista (giornalista Gruppo Mediaset)
Saranno presenti Antonella Finotti e Daniele Coletta (genitori di Marco), e Fausto Bassini (editore).
9 settembre 2005. Una notte. Un canale. Un ragazzo. Sedici metri di guardrail (mancanti). Due genitori-coraggio. Perché scrivere un libro su Marco Coletta? A proteggere il canale di via Raffanello (Baura) che lo ha inghiottito, mancava la protezione, mancava quel guardrail di lamiera che delimita il pezzo d’asfalto con il vuoto. Un filo vitale che, sette mesi dopo, è stato installato e ha salvato la bellezza di undici vite umane. Questo libro vuole raccontare la breve vita di un ragazzo poco più che ventenne, dei suoi sogni, del suo calvario e quello di una famiglia che ha lottato fino all’ultimo per ridargli giustizia, in ogni sede, da Ferrara sino alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Perdendo tutto, ma mai la dignità.
Nicola Bianchi (Portomaggiore, 1978), giornalista professionista dal 2007, è vice caposervizio della redazione ferrarese di “QN – il Resto del Carlino”.  Cronista di nera e giudiziaria, ha raccontato i casi più scottanti della provincia: dall’omicidio Aldrovandi al crac Coopcostruttori, dal fallimento Carife alla costruzione dell’ospedale di Cona. Nel 2015 è stato votato “giornalista dell’anno” dall’Associazione Stampa Ferrara per avere contribuito, con i suoi articoli-inchiesta, alla riapertura delle indagini su un ‘cold case’ di trent’anni prima: l’assassinio, a Goro, del diciottenne Willy Branchi.

Conferenze e Convegni venerdì 14 settembre 2018 ore 17

Famiglie nelle società umane. Quanti tipi e perché? Uno sguardo antropologico

Conferenza di Francesco Remotti

Presentazione di Lina Pavanelli
Se c’è una cosa di cui gli antropologi sono sicuri, questa è senza dubbio la varietà dei modelli di famiglia nelle società umane. È vero che in tutte le società riscontriamo l’esistenza di gruppi domestici, caratterizzati da intimità, solidarietà, coesistenza, persistenza nel tempo, e non sbaglieremmo se volessimo chiamarli “famiglie”. Sbaglieremmo però nel ritenere che esse siano tutte riconducibili alla famiglia nucleare. I modelli di famiglia sono davvero molti, persino divergenti, e sarà istruttivo esplorare alcuni di essi (partendo per esempio dalla distinzione tra famiglie coniugali e famiglie consanguinee) per capire quali siano le esigenze a cui rispondono o i principi su cui sono costruiti: esigenze e principi in cui potremmo anche riconoscerci o a cui ispirarci.
A cura dell’Istituto Gramsci di Ferrara e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

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Anschluss

Nel video in questione lo studioso cita pochi ma eloquenti dati: a causa della parità 1:1 tra i due marchi decisa anzi imposta dal governo occidentale di Bonn la maggior parte delle aziende all’Est venne dichiarata insolvente in pochi giorni. Ciò ebbe delle conseguenze devastanti in termini economici; sempre Giacchè afferma che tra il 1989 e il 1991 il prodotto interno lordo della Germania Est era sceso del 44%, crollo che non ha molti precedenti nella storia moderna. Inoltre la produzione industriale era calata nello stesso periodo di tempo del 65%! Se teniamo conto che durante i governi europeisti di Monti, Letta e Renzi che avrebbero “salvato” l’Italia, la nostra produzione industriale è calata del 25% causando un’emigrazione senza precedenti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale di centinaia di migliaia di italiani all’anno, allora forse riusciamo a capire le proporzioni del collasso economico verificatosi all’epoca nelle regioni orientali tedesche. Una vecchia conoscenza dei greci come l’ex Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, all’epoca Ministro degli Interni della Germania Ovest oltre che responsabile delle negoziazioni per la riunificazione economica prima e finanziaria poi delle due Germanie, ebbe ad annotare nelle sue memorie: “A Lothar de Maizière era ben chiaro che con l’introduzione della moneta occidentale le imprese della DDR di colpo non sarebbero più state in grado di competere.” Per la cronaca politica De Maizière era stato l’ultimo Presidente del Consiglio della Repubblica Democratica Tedesca per poi passare alla CDU guidata all’epoca da Kohl.

Questi tremendi dati macroeconomici raramente vengono snocciolati dai media tedeschi. Sarebbe in un certo senso come ammettere il fallimento di un progetto politico voluto e guidato esclusivamente dal governo tedesco e mai messo in discussione. Molto più facile etichettare gli oppositori e i delusi della politica degli ultimi 30 anni come nazisti e razzisti ignoranti. Infatti anche quel che rimane della sinistra in questo momento rappresentata al Bundestag e le sue frange radicali di fatto scendendo in piazza e scandendo stantii slogan antifascisti, difendono il governo Merkel e le politiche liberistiche operate nei länder orientali, senza comprendere le ragioni ed il disagio profondo di milioni di persone che anni dopo la riunificazione votavano ancora i partiti di sinistra. A questo punto definire come puro caso l’affermazione elettorale dell’Afd ad est del paese oppure bollarlo come sintomo di razzismo ed ignoranza delle popolazioni locali, risulterebbe un insulto all’intelligenza. Non sarà nemmeno un caso che i partiti di estrema destra abbiano raccolto voti a piene mani nelle regioni facenti parte della vecchia DDR e che non sono contrassegnate da una maggior presenza di stranieri, che invece sono più numerosi ad Ovest, bensì­ da più alti tassi di disoccupazione rispetto al resto del paese. Ancora una volta le statistiche ufficiali ci vengono incontro: secondo la fonte Statista.de, il quale viene considerato il sito maggiormente affidabile in Germania per la raccolta di statistiche e rilevamenti di sondaggi, il tasso ufficiale di disoccupazione in Germania è del 5,2%, mentre quello per le sole regioni orientali raggiunge quota 6,8%. In tutti i länder ad est la disoccupazione si mantiene su livelli più alti di quello nazionale: nel Sachsen (regione di Chemnitz) è del 5,8%, nel Brandenburg del 6,2%, nel Mecklenburg-Vorpommern (regione di nascita della Merkel) addirittura del 7,5% ma il culmine di disoccupati viene raggiunto nella regione della Sachsen-Anhalt con il 7,6%. Tutti questi länder, come detto, facevano parte della DDR e tutti hanno conosciuto le medesime difficoltà  economiche ben raccontate da Giacchè. In verità  le cifre sarebbero ben diverse in senso negativo se includessero anche i lavoratori a salari bassi (geringfügig entlohnte Beschäftigte). La Bundesagentur für Arbeit, che altro non è che l’Agenzia Federale col compito di erogare i sussidi di disoccupazione e di trovare dei lavori per gli inoccupati, ha pubblicato sul suo sito ufficiale un report che attesta come in Germania vi siano qualcosa come 4.734.500 persone che vivono solo con un salario basso (per esempio Minijobs da 450 Euro al mese ma non solo) mentre ve ne sono altre 2.834.600 che associano alla loro attività lavorativa oppure al sussidio Hartz IV un lavoro sussidiario (Nebenjobs). In totale fanno la bellezza di 7 milioni e mezzo di lavoratori poveri nel paese considerato da tutti gli autorevoli analisti come il più ricco d’Europa. Senza contare che molti di questi nuovi poveri tengono moglie e figli, che di sicuro non vivono di agiatezza, e senza poi dimenticare quei 4 milioni di persone, tedesche e straniere, che ancora oggi percepiscono il sussidio sociale cosiddetto Hartz IV (400 Euro netti al mese con l’aggiunta della copertura statale di alcune spese come parte dell’affitto e l’assicurazione sanitaria). Parliamo perciò di un “indotto” di povertà  crescente, che trova il suo epicentro proprio in quelle regioni orientali interessate dal voto di protesta di milioni di elettori verso Alternative für Deutschland, partito bollato in maniera volutamente superficiale da tutti gli organi di stampa tedeschi come populista e razzista.

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Benedet d’al marcà

Due parole di introduzione: l’articolo proviene dall’archivio di bondeno.com ed è stato scritto da un emigrato di Bondeno che da più di vent’anni risiede e lavora negli USA come docente di italiano all’università.

Oggi, 11 settembre 2007, resto in casa e tengo spenta la radio. Non mi importa se New York è più o meno sicura di sei anni fa dagli attacchi aerei perché so che tra gli otto milioni di persone dell’isola di Manhattan è fin troppo facile imboscarsi per chiunque, terrorista o meno. Apro un vecchio numero del New Yorker e trovo altre preoccupazioni: un economista sostiene che la democrazia è da abolire.
Bryan Caplan insegna alla George Mason University e ha appena pubblicato il libro “The Myth of thè Rational Voter: Why Democracies Choose Bad Politics” (Princeton University Press). Secondo Caplan, gli elettori sono un gregge di pecore che vota senza razionalità, a seconda dei tanti preconcetti dominanti e in chiaro contrasto con la competenza di chi invece dovrebbe prendere le decisioni fondamentali, cioè gli economisti. Per esempio, per la gente comune il prezzo della benzina è troppo caro, mentre per gli economisti può andare. Oppure, per la gente comune i salari degli impieghi creati di recente negli Stati Uniti per ovviare alla disoccupazione sono bassi, per gli economisti, invece, possono andare (se l’offerta supera la domanda, i prezzi si abbassano). Se per la gente comune i salari dei grandi dirigenti finanziari sono scandalosamente alti, per gli economisti van bene così (ci mancherebbe altro: sono i loro compagni di scuola…).
Il punto di Caplan è che nessuno ragiona veramente come un economista: nessuno, votando, pensa solo al proprio interesse e basta, come è giusto e doveroso in un’economia di mercato, dove il vantaggio del singolo diventa a lungo andare il vantaggio di tutti. Questa è la vera razionalità; perciò bisognerebbe insegnare
più economia nelle scuole e meno letteratura. E una grande scoperta, per rne, sapere che dare un calcio nel culo a chi si sa che non può restituirtelo (delizioso e razionalissimo Leonardino in terza elementare!), rubare un’automobile solo perché non è chiusa a chiave o non ha l’antifurto, ammazzare qualcuno per pigliarsi i suoi averi se si riesce a far sparire il cadavere e a restare impuniti non solo è sommamente razionale (lo dicono gli economisti), ma addirittura utile alla comunità, visto che il vantaggio del singolo ricade sempre come effetto su tutti. E infatti sarebbe ora di premiare la Camorra per l’indotto economico che produce e senza il quale il nostro paese probabilmente non sopravviverebbe.
Qualche anno fa un professore di teologia della Harvard Divinity School osservava che, leggendo il Financial Times, gli bastava sostituire “Market” con “God” per ottenere qualcosa di simile a San Tommaso. Il Mercato vede e provvede, per le sue vie oscure, al benessere di tutti, ma soprattutto di chi segue le sue leggi, osserva i suoi comandamenti e medita la sua parola di giorno e di notte, perché egli è via, verità e vita. Pochi giorni fa m’è capitato di prendere il caffè assieme a due economisti che avevano voglia di parlare italiano: un israeliano in carriera e un indiano molto famoso. In poco tempo attorno all’indiano si fece un crocchio di francesi, svizzeri, tedeschi, danesi e altro. Poi passò un giovane italo-tedesco, che entrò in fretta e furia (è al mio livello di carriera, ma prende il doppio di me); poi si misero a sparlare di un catalano. Mi sembrava di essere nell’abbazia del Nome della Rosa, col capitale al posto di Dio, naturalmente, e l’inglese al posto del latino. Loro decidevano i destini del mondo e io ero il povero maestrino d’italiano incompetente, a cui al massimo toccava di votare per i soliti quattro fantocci che alla fine, da destra o a sinistra, si fanno assistere e si rivolgono… agli economisti!
La Chiesa non è un’istituzione democratica. Dio ha detto a Pietro che era pietra e su quella pietra si sarebbe fondata la Chiesa; non ha chiesto ai fedeli di eleggere la loro guida. Perché dovrebbe esserlo il Mercato, che della Chiesa ha preso il posto? Perché non dovrebbe privilegiare chi tutti i giorni medita e riflette sul suo andamento e si comporta come razionalmente si dovrebbe comportare, cioè inseguendo il proprio interesse e basta (contribuendo così all’interesse generale)? A New York lo sanno anche i preti cattolici. Nel suo “Diario americano” (Boringhieri), Giulio Sapelli dice che a messa, a New York, si trova gente di ogni condizione sociale: dallo spazzino irlandese o italiano (quelli che cantano il mattino) alla lavandaia messicana al giovane in carriera a Wall Street. Mentre celebra, il sacerdote è teso e cupo perché invoca un unico destino e un unico padre celeste: di fronte a Dio siamo tutti uguali. Ma finita la messa (in scena), ecco che il prete va alla porta e saluta i fedeli che escono. Ed è nel saluto finale del prete che si vede chiaramente chi appartiene all’inferno della povertà, chi al purgatorio del lavoro sottopagato e chi è invece Benedetto dal Mercato.

Andrea Malaguti

Nota: oltre a quello di Caplan qui è citato anche un libro di Giulio Sapelli di cui si è fatto il nome come possibile presidente del consiglio durante le trattative per il nuovo governo M5S-Lega.

libri, storia

Mani pulite

E tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. […] Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale.” Queste parole risuonarono alla Camera dei Deputati il 3 luglio 1992. A pronunciarle fu Bettino Craxi, segretario del Partito Socialista Italiano. Nei primi mesi dell’inchiesta Mani Pulite spettò al politico milanese, il principale indagato, spiegare la verità: tutti i partiti erano a conoscenza del sistema di tangenti per l’assegnazione degli appalti pubblici.

L’unica ricostruzione possibile

A ventitré anni di distanza da Tangentopoli, Mattia Feltri – firma della Stampa e nonché giornalista di coraggiosa fede garantista – ha deciso di raccontare Mani pulite, l’inchiesta condotta da un pool di magistrati milanesi a partire dal 1992. I pubblici ministeri Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro scavarono nelle intricate e fosche relazioni tra i partiti della Prima Repubblica e l’imprenditoria italiana, denunciando un vasto giro di tangenti. Per Mattia Feltri ci sono ancora troppi dubbi da risolvere: dai metodi, giudicati eccessivamente coercitivi, ai sospettati, con tanti nomi celebri sfuggiti alle indagini. In Novantatré: l’anno del terrore di Mani pulite (Marsilio, 2016) il giornalista ricostruisce giorno per giorno il 1993, evidenziando le notizie più rilevanti. Feltri lo confessa: anche lui ha tifato, come molti, per Di Pietro e i suoi colleghi, ma adesso, a distanza di anni, ha dovuto ammettere i tanti aspetti poco chiari della vicenda giudiziaria.

Dubbi e retroscena

Cosa fu l’inchiesta Mani pulite? C’è chi la definì una congiura dei partiti o un complotto orchestrato da potenti lobby straniere. Feltri nega qualsiasi ipotesi cospirazionista, ma riconosce l’esistenza di interessi politici ed economici che in alcuni casi incentivarono il clima inquisitorio di Mani pulite. È innegabile che il 2 giugno 1992, sul panfilo della casa regnante inglese, Britannia, a poche miglia dal porto di Civitavecchia, si svolse un incontro riservato sulle privatizzazioni delle aziende pubbliche italiane. Verosimilmente la confusione politica interna agevolò la speculazione finanziaria. Nel racconto di Feltri emerge l’eccessiva mediatizzazione dell’inchiesta, costantemente sotto i riflettori dei telegiornali e di programmi televisivi confezionati ad hoc. Da casa si tifava per Di Pietro e si invocava la repressione per i corrotti. Bastava un avviso di garanzia, che non è sinonimo di colpevolezza, per essere condannato in direttissima dai media e dall’opinione pubblica. Non tutti riuscirono a sopportare questo stato di cose. Politici e servitori della giustizia, come il magistrato Domenico Signorino, o imprenditori, ricordando, per esempio, Raul Gardini, preferirono suicidarsi per sfuggire alla calunnia. Le notizie trapelavano con troppa facilità dai tribunali e i maggiori quotidiani erano propensi a pubblicare anche i verbali degli interrogatori, accentuando lo sdegno degli italiani.

Finta rivoluzione

Mani pulite fu una rivoluzione? Così la presentarono i media e alcuni partiti politici, ma essa naufragò negli anni. Il libro di Feltri ci aiuta a ricostruire con lucidità quanto avvenne nel 1993, con una disamina lontana dai fumi forcaioli che hanno segnato l’immaginario italiano di quel periodo.

http://www.barbadillo.it/75269-libri-novantatre-di-mattia-feltri-la-foto-autentica-della-falsa-rivoluzione-di-tangentopoli/

Argomenti vari, libri

Storia d’Italia

Una delle ragioni per le quali il nostro Paese non riesce ad uscire dal pantano politico-istituzionale, va individuata nella scarsa propensione delle nostre classi dirigenti all’autocritica. Tale capacità, che connota sempre le élite, può essere indotta solo da un serio confronto con la storia nazionale. Alcuni, tra i politologi più noti, stanno elaborando un approccio critico alla nostra contemporaneità. Tra essi, uno ruolo di rilievo è svolto, da anni, da Giorgio Galli, studioso di vaglia, già ordinario all’Università di Milano.

Lo si evince dalla sua ultima pubblicazione, La stagnazione d’Italia. Dalla ricostruzione alla corruzione in dieci nodi della storia italiana dal 1945 al 2017, fresco di stampa per i tipi dalla OAKS editrice (euro 12,00). Il libro raccoglie gli esiti di una serie di conversazioni intrattenute dall’autore con Luca Gallesi e Gian Guido Oliva. Dalle pagine del volume emerge una esegesi delle vicende italiane che, da un lato, colloca il Bel Paese lungo la traiettoria storico-politica seguita dalle democrazie d’Occidente, segnate, dapprima, dalla conquista dei diritti e del welfare nel “Trentennio glorioso” fino agli anni Settanta, e in seguito connotate da una netta inversione di tendenza, amplificatasi con la crisi del 2007. Nonostante ciò, le pagine di Galli fanno emergere, in modo altrettanto chiaro, l’ambiguità del caso Italia, stretto attorno a dieci nodi irrisolti e drammatici.

Il primo di essi è colto nel ‘golpe invisibile’, evocato da Ferruccio Parri, messo in atto ai suoi danni nel 1945. Quanto accadde in occasione della caduta del governo presieduto dal leader partigiano, fu magistralmente registrato in una pagina di Carlo Levi,  nel romanzo L’Orologio. Levi qui descrive, servendosi di pseudonimi, l’azione politicamente ‘stabilizzatrice’, messa in atto, dopo l’effimera parentesi resistenziale, dal segretario liberale Cattani, da De Gasperi e da Togliatti. In una parola “le forze della continuità e della restaurazione […] presero il sopravvento sulle forze della trasformazione e della rivoluzione democratica” (p. 11). L’accordo tra il leader DC e Togliatti prefigurava la futura polarizzazione del bipartitismo imperfetto, che bloccherà la dialettica politica per lungo tempo. IL PCI, con la defenestrazione di Parri e l’accantonamento delle sue riforme economico-fiscali, accettò le imposizione moderate della DC, favorendo il riemergere della classe dirigente prefascista. Il Paese reale tornò ad opporsi al Paese legale.

L’egemonia moderata venne confermata con il plebiscito elettorale pro DC del 18 aprile del 1948. La reazione comunista alla marginalizzazione politica delle masse fu teatralmente inscenata subito dopo l’attentato di Pallante al ‘Migliore’, il 14 luglio di quell’anno mirabile. Le piazze non potevano capovolgere il risultato del voto, e la classe dirigente comunista mostrò il suo velleitarismo, non riuscendo né a guidare, né, tantomeno, a sconfessare le manifestazioni violente esplose nelle nostre città. Non fu la vittoria di Bartali al Tour a placare le folle inneggianti alla Rivoluzione, ma l’azione dei vertici ‘normalizzatori’ del PCI e quella del governo. Le elezioni successive mostrarono un tratto che resterà invariato nella vita contrastata della Prima Repubblica “un costante travaso di voti dai socialisti ai comunisti fino all’implosione dell’URSS […] e, a destra, un costante ammonimento alla DC perché non si discostasse da posizioni conservatrici” (p. 27). Ma paradossalmente, proprio l’apertura di Tambroni al MSI di Michelini, che si apprestava, con il Congresso di Genova del 1960, a storicizzare l’esperienza fascista, fu l’espediente con il quale si chiuse definitivamente la parentesi centrista e si inaugurò l’apertura ai socialisti. La lunga e discussa stagione del centro-sinistra. L’operazione Tambroni-Gronchi ebbe un seguito nel 1976, con la scissione di Democrazia nazionale dal MSI, che avrebbe dovuto offrire un appoggio a destra alla DC, per impedire il compromesso storico. A dire di Galli tale tentativo sarebbe fallito: i DC,   Moro in particolare, erano fermamente contrari all’ingresso dei comunisti nella stanza dei bottoni.

Nodo cruciale della storia della prima Repubblica è da individuarsi nell’omicidio di Enrico Mattei “La morte di Mattei consegna l’Eni a Cefis, uno dei protagonisti del’golpe invisibile’ di ceti senza capacità imprenditoriali” (p. 39). L’ascesa politica di questo personaggio, rappresentante del capitalismo parassitario, indusse il socialista di sinistra Riccardo Lombardi, a rifiutare l’incarico ministeriale che gli era stato proposto nel primo governo Moro. Il “tintinnare di sciabole” prodotto dal presunto golpe del generale De Lorenzo, servì in verità a coprire la responsabilità di politici in combutta con l’emergente capitalismo affaristico-burocratico. Si affermò, in tal modo, la “strategia della tensione” o, per dirla con Galli della Loggia,  la stagione delle “tensioni con varie strategie”, di cui furono protagonisti servizi segreti, fascisti, anarchici, mafia e massoneria (P2). Le stragi, e Piazza Fontana in particolare, per Galli dovevano servire a bloccare l’avanzata delle sinistre. Sotto il profilo elettorale, il risultato non fu conseguito. In realtà, il vero golpe lo preparava l’Italia ‘sotterranea’ “né fascista né antifascista […] e avente come protagonista un ceto finanziario speculativo del quale è emblematico proprio Michele Sindona” (p. 56). Si trattò di un golpe bianco, che utilizzò i soggetti politici disponibili su piazza, forte di protezioni internazionali, soprattutto nord-atlantiche.

Il nodo essenziale della storia italiana, quindi, è da individuarsi nella lotta intestina che contrappose la borghesia tradizionale, incarnata dalla famiglia reale dell’imprenditoria italiana, gli Agnelli, alla nuova ‘borghesia di Stato’, affaristica in senso greve e parassitaria. La sua azione sulla scena politica nazionale sarebbe stata impersonata da politici, all’interno della sequela che da Cefis passa per Craxi ed, infine, giunge a Berlusconi e Renzi “personalità politiche con forti analogie” (p. 58). Un segno del cambio delle consegne, a favore del nuovo ceto borghese, sarebbe da individuarsi nella indegna liquidazione che fu realizzata a danno di un’industria prestigiosa, l’Olivetti. A differenza di Galli, siamo convinti che tale disputa sia stata una guerra per bande. Quella che lo studioso milanese definisce la borghesia tradizionale, in realtà non fu mai tale. La FIAT è  un’industria della ‘borghesia di Stato’ che, proprio come le imprese dei paladini dell’ultimo capitalismo nostrano, forse con minore evidenza e clamore, ha cercato comunque di profittare di governi e regimi diversi, fascismo incluso. I nodi della storia italiana si scioglieranno solo quando tornerà al centro della scena nazionale  l’obliato, a destra e a manca, bene comune.

Un libro che discutendo il nostro passato recente, consente di pensare a scenari futuri che non  sembrano promettere grandi cambiamenti.

http://www.barbadillo.it/75408-libri-la-stagnazione-ditalia-di-galli-la-storia-del-nostro-paese-in-dieci-nodi/

libri

Italia in frantumi

Un’azione dannosa di tale e plateale entità, che non basta a spiegarla l’incapacità del governatore: col senno di poi, vi si deve vedere una concertata, coerente e prolungata operazione di deliberato depauperamento dello Stato italiano, di dequalificazione dei lavoratori, di deprivazione di industrie avanzate o di alta tecnologia via “privatizzazioni” (aviazione, elettronica, difesa) per farlo “entrare in Europa” (Il trattato di Maastricht era stato appena firmato, nel febbraio 1992) in condizioni di inferiorità e di autonomia economica degradata.

Altrimenti non si spiega come, dopo l’insensato e costosissimo fallimento nella pretesa difesa della lira, Ciampi venga messo a capo del governo da Scalfaro, come venerato “tecnico”: Si noti, dopo che il governo Amato si dimette (aprile 1993) senza aver ricevuto il voto di sfiducia in parlamento, e Ciampi passa da Bankitalia al governo solo quattro giorni dopo. E’ praticamente un putsch: è la seconda volta nella storia d’Italia che un capo del governo viene scelto fuori dal parlamento – il primo essendo stato, il 25 luglio ’43, il generale Badoglio. Sono i mesi in cui infuria Mani Pulite, che annichila i partiti, specie il PSI di Craxi, si sbattono in galera il presidente dell’ENI Cagliari (suicida), si “suicida” Gardini della Ferruzzi… Nel giugno 1992, lo yacht della regina di Inghilterra, il Britannia, appare al largo di Civitavecchia e – in territorio britannico – salgono dirigenti italiani dell’IRI che discutono le privatizzazioni con banchieri americani e inglesi. Il discorso viene introdotto da Mario Draghi, allora funzionario del Tesoro. Ciampi accelera le privatizzazioni, coadiuvato da Romano Prodi rimesso alla presidenza dell’IRI per smantellarla.

E tutto ciò – privatizzazioni e il resto – non avvengono affatto come operazioni “di mercato”, ma al contrario: come imposizioni di Stato. Di uno Stato, s’intende, il cui centro è stato occupato da una centrale di potere auto-distruttiva.

Le vendite-svendite a stranieri hanno anche un altro effetto: “Attraverso il trasferimento all’estero dei profitti e dei risparmi, all’esterno dunque del sistema produttivo nazionale in luogo del loro sviluppo interno, si innesca a nostro danno un potente meccanismo di sottosviluppo” (Antonio Venier, Disastro di una nazione, Ar, 1997).

Così ci hanno fatto entrare nella UE. “Il patto di stabilità”, approvato dai nostri politici nel ’97, “provoca conseguenze gravemente dannose perché impedisce le politiche economiche espansionistiche in periodo di recessione e disoccupazione”. Il divieto di superare l’arbitrario 3% del Pil come deficit annuo,”condanna il nostro paese alla recessione permanente. E’ infatti noto, e confermato dall’esperienza di questo secolo, che il solo mezzo possibile di rilancio dell’attività economica in un paese industriale consiste nella spesa da parte dello Stato”, non finanziata da pressione fiscale aggiuntiva ma dal debito pubblico.

https://www.maurizioblondet.it/ricordo-il-fosforo-di-crotone-penso-allilva-di-taranto/

libri

Slow reading

Incontro con l’autore lunedì 4 giugno 2018 ore 17

Il tempo interiore. L’arte della visione di Andrej Tarkovskij

Presentazione del libro di Filippo Schillaci

Edizioni Lindau, 2017
Introduce Francesca Mariotti, presidente dell’Associazione Olimpia Morata di Ferrara
Intervengono Paolo Micalizzi (critico e storico del cinema) e Alberto Squarcia (Presidente Ferrara Film Commission)
La presentazione sarà arricchita da immagini e frame cinematografici. L’autore, che si occupa da oltre un ventennio di fotografia e cinema d’autore, esamina l’opera del maestro russo da un punto di vista fino a oggi inesplorato dalla critica, ovvero come forma d’arte innanzi tutto visiva. Dalla sua indagine emerge un Tarkovskij nuovo e sotto molti aspetti ancora sconosciuto a trent’anni dalla sua scomparsa. Per Andrej Tarkovskij fare cinema non consiste nel raccontare «piccole “storie”». I suoi film si presentano allo spettatore come opere di un’arte più vicina alla musica e alla poesia che alla letteratura. Rappresentazioni della vita che scorre nel fluire del tempo, essi ci immergono in un narrare in cui l’azione si è ineffabilmente rarefatta lasciando il posto a meditazioni che si fanno pura immagine, immerse nel silenzio e nel tempo. Un altro tempo.
Nell’ambito del progetto di SLOW READING, a cura dell’Associazione Olimpia Morata di Ferrara in collaborazione con Ferrara Film Commission

Conferenze e Convegni martedì 5 giugno 2018 ore 17

Cambiamenti climatici e loro previsioni

Conferenza di Gian Battista Vai

Si possono prevedere e chi o che cosa ne è responsabile?
Alluvioni, frane, terremoti, eruzioni vulcaniche scrivono una storia d’Italia in cui si succedono disastri, perdite di vite umane, danni economici, sconvolgimenti sociali. Di questa storia non si vede la fine, e mentre nuovi rischi incombono non abbiamo evitato i disastri che già furono delle società antiche. Ci hanno ormai convinti che i disastri naturali siano imprevedibili, escluse le catastrofi antropiche-climatiche ‘da fermare’. Cosa pensano gli studiosi della previsione? C’è una strada per pensare al futuro?
Testo consigliato: E. Guidoboni, F. Mulargia, V. Teti, Prevedibile Imprevedibile: eventi estremi nel prossimo futuro, Rubbettino, Soveria Manelli 2015, in cui sono sviluppati alcuni temi che verranno introdotti dal professor G.B. Vai.
Didascalia dell’immagine allegata: Colonia del corallo Cladocora caespitosa che 125 mila anni fa, nel Pleistocene superiore, formava scogliere costiere nel Golfo di Taranto e lungo l’intero bordo del Mediterraneo (foto prof. G.B. Vai).
A cura dell’Accademia delle Scienze di Ferrara

Incontro con l’autore mercoledì 6 giugno 2018 ore 17

L’occhio profondo

Presentazione del libro di Edoardo Penoncini

Al.Ce. Editore, 2018
Introduce e dialoga con l’autore Roberto Dall’Olio.
«Il poeta “nascosto” nel senso epicureo del “vivi nascostamente”… un poeta tuttavia che è visibile, quindi è nascosto, ma non appartato, chiuso, anzi, il suo occhio profondo è sempre aperto sul mondo, o sui mondi, che molteplici si intersecano nelle nostre vite come nella sua poesia…» (dalla Prefazione di Roberto Dall’Olio).
A tre anni dall’ultima raccolta in italiano (Vicus felix et nunc infelix. La luce dell’ultima casa, Al.Ce. 2015) torna con la sua «penna arguta, sottile, massiccia, paziente, meditata, scattante» (Prefazione) dopo aver «sistemato tutto/ sciolto l’ingorgo/ liberato l’amore della città/ sublimato il nostos del borgo/ e ammansito thanatos» con una raccolta che si potrebbe dire polisemica, dove l’esistenza con i suoi interrogativi non è solo quella del vissuto quotidiano tra l’esistenziale e lo spirituale, ma anche ciò attraverso cui veicoliamo il nostro vissuto, la parola e il sistema che la sorregge.
Edoardo Penoncini nasce nel 1951 ad Ambrogio di Copparo (Fe); dopo la laurea a Bologna, collabora per alcuni anni con le cattedre di Storia bizantina della Facoltà di Lettere e Filosofia e di Storia medievale della Facoltà di Magistero dell’Università degli Studi di Bologna; per tre anni è borsista presso l’Istituto per la storia di Bologna e redattore della “Rivista di studi bizantini e slavi”. Ha insegnato Lettere nella scuola secondaria fino al 2011 e collaborato per venticinque anni con la rivista “Scuola e didattica”: suoi lavori sono apparsi su riviste di storia e di didattica della storia e in volumi collettanei. In versi ha pubblicato otto raccolte ed è presente in diverse antologie. Tra i riconoscimenti più recenti mel 2017 il premio Pasini, il premio Gozzano e il premio il Bottaccio.
Con il patrocinio del Gruppo Scrittori Ferraresi

Incontro con l’autore giovedì 7 giugno 2018 ore 17

Le mille verità

Presentazione del libro di Francesco Casoni

Apogeo Editore, 2017
Due misteriose esplosioni hanno colpito il Comune di Porto Tolle. È una notizia clamorosa, quella capitata per le mani di Paolo, svogliato e disilluso giornalista di provincia, che si trova precipitato in una vicenda destinata a buttare all’aria il suo tran tran quotidiano. Un attentato terroristico? Un drammatico incidente? Un complotto politico? Giorno dopo giorno, si affastellano mille verità sull’accaduto. Ma cos’è successo veramente? E Paolo è sicuro di volerlo sapere davvero? Una commedia grottesca ambientata tra il Delta del Po e la città più noiosa d’Italia.
Francesco Casoni è nato a Rovigo nel 1980, è attualmente uno dei responsabili del Centro Servizi per il Volontariato della provincia di Rovigo. Giornalista, ha lavorato per il “Corriere del Veneto” e collabora all’emittente radiofonica Radio Kolbe di Rovigo. E’ anche disegnatore di fumetti e ha pubblicato con un amico, con lo pseudonimo Herschel & Svarion, il libro “Scarafaggi”. E’ tra i principali collaboratori della rivista REM e responsabile del blog www.remweb.it.

Incontro con l’autore venerdì 8 giugno 2018 ore 17

A cosa pensi?

Presentazione del libro di Chiara Cerigato

Parteciperà all’evento e parlerà direttamente della propria malattia Simona Anedda, alla cui storia si ispira il volume.
Greta è tante cose: un’amante della libertà, una donna indipendente, sempre abituata a cavarsela da sola, un’appassionata di viaggi in solitaria per il mondo. Adesso è anche una disabile. Improvvisamente l’indipendenza viene sostituita nella lista delle priorità, cacciata a forza dalla malattia. A sostituirla è la ricerca di una felicità nuova e della sensazione di essere in un viaggio, nonostante tutto. Proprio un viaggio, sebbene non più in solitaria, porta Greta nella desiderata Islanda a incontrare persone, che formano un puzzle fondamentale per la riscoperta di una libertà diversa, ma vera.
Chiara Cerigato, classe 1992, dottoressa magistrale in Ingegneria Civile, da gennaio 2014 cura il blog di racconti “UnaOrdinataConfusione”. Instancabile viaggiatrice, ha girato il mondo in solitaria sempre con un quaderno e una penna a portata di mano