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La Cina del XXI secolo – incontro/dibattito a Bologna

“All’entrata del Palazzo d’Estate a Pechino, si legge, inciso su bronzo, che il 18 ottobre 1860 (II Guerra dell’Oppio) Lord Elgin, allora Alto Commissario britannico, ordinò la distruzione del palazzo. Circa 3.500 soldati saccheggiarono e misero a ferro e fuoco padiglioni, sale e giardini. In altri avvisi di altri luoghi monumentali, si legge che lo stesso copione fu seguito nel 1900 durante la rivolta dei Boxer ad opera dei militari dell’alleanza delle otto nazioni (Austria-Ungheria, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti). Così il visitatore straniero – con un certo disagio – mette a fuoco che furono le potenze coloniali in un’inguaribile presunzione di superiorità a saccheggiare i tesori della Cina, senza che essa avesse mai invaso territori stranieri.
Andando per luoghi sacri, il turista occidentale si accorge anche della difficoltà con cui le guide cercano di semplificare (e adattare) concetti di una saggezza millenaria, distante dalla nostra cultura per sostanza e modi di espressione. Di conseguenza, al contrario di quanto scandivano slogan degli anni ’70, la Cina non appare per niente vicina, ma più lontana che mai. Appare, soprattutto, sfuggente alle banalizzazioni che la dipingono, senza mezzi termini, come potenza economica e dittatura materialista. Errori prospettici e forzature interpretative vengono alimentati dai media, che, con la complicità di inviati speciali ed economisti, sommergono di numeri sulla dilagante esportazione e sul fatto che la finanza cinese sta comprando Pireo, canale di Suez, squadra del Milan… e sta progettando nuove vie della seta marittime e terrestri. Purtroppo si deve riconoscere che la Cina è un mondo cui l’Occidente ancora guarda con timore e diffidenza, appena un po’ attutiti dalle prospettive vantaggiose di collaborazione commerciale; si continuano, infatti, a sentire fin troppe opinioni e facili ‘post-verità’ – quelle che ci piacciono a conferma dei nostri pregiudizi – su una Cina nemica di buddhismo e cristianesimo, oltre che violatrice impenitente di diritti umani e consumatrice alimentare di innocenti cuccioli di cane.”
(Da La perla del drago. Stato e religioni in Cina, di Maria Morigi, Anteo Edizioni, pp. 13-14)

https://byebyeunclesam.wordpress.com/2019/10/01/la-cina-del-xxi-secolo-incontro-dibattito-a-bologna/

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libri, storia

James Gregor

Come ebbe a scrivere Giuseppe Prezzolini, presentando il saggio “L’ideologia del fascismo”, edito da “Il Borghese” nel 1974, l’opera di Gregor confermava come “Il ‘totalitarismo’ , sia comunista che fascista, non è stato l’opera di dementi o di malvagi (anche se vi sono stati fra comunisti e fra fascisti dei dementi e dei malvagi); ma bensì di pensatori politici che hanno avuto tanto una certa logica nella critica dello Stato liberale quanto una certa inventiva nel proporre (e talora attuare) istituzioni nuove”.

Su questa linea Gregor arriva a identificare nel fascismo “un tipo estremo di movimento rivoluzionario di massa”, qualificato dalla sua aspirazione “ad impegnare la totalità delle risorse umane e naturali di una comunità storica per lo sviluppo nazionale”, espressione di un “movimento di modernizzazione”, impegnato a dare “una possibile risposta ai problemi politici e sociali che accompagnano gli sforzi di una nazione sottosviluppata per uscire dalla sua situazione e conquistare un ‘posto al sole’”.

Con analisi del genere il docente di Berkeley non poteva non essere costretto a scontrarsi , in Italia, con il conformismo della nostra editoria, trovando, d’altro canto, attenzione e disponibilità d’ascolto da parte del mondo culturale non-allineato. L’editore Giovanni Volpe gli dà spazio. In occasione del centenario mussoliniano (1983) Gregor è tra i relatori del convegno su “l’Italia tra le due guerre”, con una prolusione dedicata a “Mussolini e la Storia”, nella quale – senza nulla concedere ai facili nostalgismi ma neppure alla retorica corrente – evidenzia il valore universale dell’esperienza fascista, esempio di un autoritarismo moderno, nel quale Mussolini appare come il capostipite di una ideologia “social-nazionalista” sviluppatasi ben oltre i confini italiani e ben al di là del Ventennio.

L’idea di fondo, su cui Gregor lavorerà per anni, è che il fascismo arrivò, nel dopoguerra a segnare la scena politica internazionale: dal cosiddetto “socialismo africano” al “socialismo arabo”, con personaggi del calibro di Gamal Abdel Nasser, fino a toccare l’Asia, con le politiche di modernizzazione ed industrializzazione di Taiwan, Singapore e della Corea del Sud, sotto l’egida di regimi autoritari, a guida carismatica, interessando persino l’esperienza della Cina post maoista.

Al termine di questo rapido excursus rimane il rammarico che molte delle opere di Gregor, peraltro pubblicate dai maggiori editori di letteratura accademica degli Stati Uniti (Princeton University Press, Stanford University Press, Yale University Press e California University Press) non abbiano trovato, nel nostro Paese, adeguata attenzione, segno di un conformismo duro a morire, rafforzatosi negli ultimi anni, che bene si sposa con un certo provincialismo nostrano. Per il valore e l’originalità delle analisi l’opera di Gregor resta comunque come una preziosa eredità a disposizione soprattutto delle giovani generazioni di studiosi e della cultura anticonformista: un’eredità da non disperdere, nel nome di uno studioso a “stelle e strisce” che della storia d’Italia aveva capito molto di più rispetto a certi paludati intellettuali nostrani.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/fuor-di-retorica-e-nostalgie-in-ricordo-dello-studioso-statunitense-james-gregor

https://www.amazon.it/Panunzio-sindacalismo-fondamento-razionale-fascismo/dp/1291928480/ref=sr_1_7?adgrpid=54203585218&gclid=EAIaIQobChMInsq__-DF5AIVD853Ch1h-w88EAAYASAAEgKISvD_BwE&hvadid=255217546288&hvdev=c&hvlocphy=20534&hvnetw=g&hvpos=1t1&hvqmt=e&hvrand=12000157834854515973&hvtargid=kwd-304172150572&hydadcr=28432_1717411&keywords=a+james+gregor&qid=1568101841&s=gateway&sr=8-7

 

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Plutocrazie

Abbiamo letto il saggio ‘Oligarchia per popoli superflui’ (sottotitolo molto significativo: L’ingegneria sociale della decrescita infelice), uscito in prima edizione nel 2010, e in seconda (molto ampliata e aggiornata) nel 2018 per i tipi di Aurora Boreale. Di questo saggio ci ha impressionato la critica al mondialismo contro il quale questa Redazione si schiera nella battaglia a difesa dei valori tradizionali. Meme, fake news come nuove armi di influenza sociale, la governance oligarchica italiana tra legalità e guerra, la tirannia della quantità, le emergenze pubbliche nazionali, la liquidazione dello Stato, la sovranità economica e monetaria sono alcuni temi trattati in questo testo e su questi argomenti abbiamo posto le nostre domande.

1. Avv. Della Luna, intanto la ringraziamo per la sua gentile disponibilità. Qualcosa è cambiato a partire dal 1981: si sono uniti i banchieri di tutto il mondo e non i proletari, al contrario di ciò che preconizzava Karla Marx. Il popolo sembra essere in soggezione per il prevedibile futuro. È importante la sua teoria delle quattro epoche basata su questi punti: Oligarchia territoriale, Capitalismo industriale, Capitalismo finanziario, Demotecnica. Ce la sintetizza per piacere?

Ecco in breve la sequenza delle epoche:

1-EPOCA DELLE OLIGARCHIE TERRITORIALI, fino al 1850 circa. Vi sono molte oligarchie territoriali in competizione tra loro, perlopiù regni. Necessitano ciascuna di masse per reggersi e competere con le altre: soldati (carne da cannone), lavoratori, coloni, contribuenti; quindi favoriscono la natalità e difendono i confini. È una solidarietà necessitata tra dominanti-governati-territorio. I sovrani si espongono in prima persona: se falliscono o vengono battuti, possono perdere territori, il trono o la vita.

2 – EPOCA DEL CAPITALISMO INDUSTRIALE, dal 1850 circa al 1990 circa. La produzione in massa di beni di consumo, resa possibile dalla tecnica, crea la necessità di diffondere il reddito a strati sempre più ampi della popolazione onde poter vendere i prodotti dell’industria e remunerare il capitale investito, nonché per sviluppare l’industria bellica necessaria per le guerre coloniali e industriali. Si sviluppa l’ingegneria socio-culturale e la tecnologia della propaganda e della produzione del consenso; la democrazia si realizza come la tecnica di portare la popolazione ad approvare o accettare ciò che decide la classe dominante. In seguito, nel XX° secolo, nei paesi ricchi viene ideato e inculcato il consumismo per indurre le classi subalterne ad assimilare valori e bisogni artificiali, funzionali al potere, e idonei a impedire il sorgere della coscienza di classe internazionalista e della lotta di classe. Ciò porta a una maggiore distribuzione del reddito alle classi popolari: apparenza di progresso, democrazia e giustizia sociali. Intanto però si costruisce l’indebitamento pubblico e privato, quindi la dipendenza della società dai banchieri, i quali gradualmente subentrano nel potere politico reale. Il capitalismo assume il controllo delle grandi potenze, usandole come piattaforme politico-militari-tecnologiche per sottomettere e gestire le nazioni.

3 – EPOCA DEL CAPITALISMO FINANZIARIO, dal 1990 circa a ieri. I capitalisti finanziari di tutto il mondo si uniscono in un cartello per il dominio anche politico del mondo. È l’epoca del capitalismo finanziario assoluto, della fine delle ideologie e della storia nel liberismo di mercato a-temporale presentato come organizzazione definitivamente e scientificamente razionale della società globale secondo il paradigma darwinistico e malthusiano. Assistiamo a: dematerializzazione della moneta, della ricchezza, degli strumenti di azione e controllo; denazionalizzazione degli ordinamenti giuridici, con lo smantellamento degli Stati nazionali parlamentari indipendenti e democratici, delle coscienze e identità storiche nazionali nell’immigrazione di massa; progressiva omogeneizzazione delle genti e mercificazione di tutto; finanziarizzazione della società: la classe bancaria esautora e dirige lo Stato; i grandi finanzieri puntano, per massimizzare i profitti, non alla massimizzazione della produzione e delle vendite – come faceva il capitalismo industriale dell’economia reale-, bensì alla massimizzazione delle oscillazioni (bolle), le quali consentono i guadagni speculativi: da qui la successione interminabile di crisi economiche; fine della res publica (tutto è nel mercato privato) e della funzione sociale dello Stato. La smaterializzazione delle guerre e dei processi produttivi congiunta alla loro automazione rende superflue le masse e priva i popoli e i lavoratori di importanza e di forza di contrattazione; onde la graduale e crescente eliminazione dei ceti medi, la precarizzazione del lavoro dipendente e autonomo, la perdita di quote di reddito (in favore del capitale finanziario), di diritti sindacali, di capacità di partecipazione ai danni del popolo, associata a policy deflative a tutela delle rendite finanziarie. Viene riassorbita, nel tempo, la distribuzione di reddito in favore delle classi popolari, fatta nel periodo precedente per diffondere il consumismo.

4 – EPOCA DEMOTECNICA Siamo oramai da qualche anno entrati in un’epoca, a cui è dedicato il mio saggio Tecnoschiavi (Arianna Editrice, 2019), nella quale scienza e tecnica offrono alla classe dominante la possibilità di monitorare, schedare e condizionare capillarmente e in diretta, intervenendo per legge persino nel corpo della gente, sul piano biologico: informatica, droni, smart dust, cibi, chimica, nanomacchine, denaro informatico obbligatorio. Vi è poi il trans-umanesimo: gli umani potenziati geneticamente e/o con innesti elettronici: manipolazione biogenomica, gestione zootecnica della popolazione. Così diviene oggettivamente possibile la soluzione dei problemi di sovrapopolazione, inquinamento, esaurimento delle risorse – e delle guerre per accaparrarsi le risorse stesse: si tratta di ridurre radicalmente la consistenza e i consumi della popolazione del pianeta mediante vari strumenti di bio-politica che abbassano la salute, l’intelligenza, la fertilità, il desiderio di riprodursi, le difese immunitarie.

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Il maschio selvatico

Il futuro è delle donne, più intelligenti, più sensibili, multitasking… Quante volte avete sentito questi refrain? Lo psicoterapeuta Claudio Risé parla di «character assassination del genere maschile». E di «una vasta campagna di denigrazione tesa a distruggere credibilità e reputazione di un intero gruppo sociale ». Come è potuto accadere? E come se ne esce? Lo specialista lo spiega in Il maschio selvatico 2 (Edizioni San Paolo), un saggio rieditato e aggiornato che da 23 anni è un cult book e che, ora che il delitto è sotto gli occhi di tutti, pone nuove domande e offre nuove risposte. Di seguito, cinque spunti.

Perché rimpiangere il maschio selvatico? L’uomo ha cominciato a star male, fisicamente e psicologicamente, dice Risé, quando si è allontanato dalla natura, sposando uno stile di vita robotico. Il “selvatico” teorizzato da Risé è invece capace di un appassionato rapporto con l’ambiente incontaminato, «non per ragioni estetiche o di performance sportiva» ma perché vi trova «pienezza e benessere fisico, spirituale e creativo». L’allontanamento dalla wilderness avrebbe minato anche i rapporti fra i sessi: «Nelle antiche saghe, il selvatico vede la fanciulla in una radura, se ne innamora e la prende sul suo carro: questa immediatezza oggi è aborrita dentro relazioni costruite dalla A alla Z, intellettualizzate, mentre l’amore è la scoperta dell’altro dentro di te, è il bosco dove scopri la bambina a cui vuoi bene».

Perché parlare del maschile è diventato “politicamente scorretto”?

Quando nel 1992 Risé pensò il suo primo Maschio Selvatico, molti provarono a dissuaderlo. «Un editore mi suggerì di scrivere piuttosto un libro sul pene, poiché le performance sessuali potevano ancora interessare il sistema mediatico» ricorda. Ma qual è lo specifico maschile che disturba? La risposta fa riflettere: «I moderni sistemi economici e politici hanno spinto le donne nel mondo del lavoro per poterle sfruttare e pagare poco. Per indurle all’affermazione, era necessario costruire l’immagine di un uomo predatore e distruttivo, da demolire. In quest’ottica, il maschio selvatico imbarazza perché non è aggressivo e cade innamorato delle donne».

Perché il maschio contemporaneo è insicuro e debole?

Oggi l’uomo è “il colpevole”, deve chiedere scusa, è un mostro o un cretino, a prescindere. I ragazzi non scrivono più sui muri “Jessica ti amo” ma “Jessica ti chiedo perdono”. «La cultura della colpa» spiega Risé «è comoda anche per i maschi, i quali, chiedendo scusa, possono dirsi che è tutto a posto e accantonare la responsabilità di mettere a fuoco il loro progetto di vita e di relazione».

Le pratiche sessuali definiscono davvero l’identità di una persona?

Mentre avanzano nuove teorie di genere e lo scienziato Umberto Veronesi ha sostenuto che saremo tutti bisessuali, in molte scuole italiane si è eliminata dai moduli la dicitura “madre e padre” a favore di identità neutre come “genitore 1 e genitore 2”. «Si fa confusione tra identità e orientamento sessuale », accusa Risé, «il genere è fondativo dell’identità della persona, le pratiche sessuali sono una cosa diversa». Nell’azzerare le differenze, a partire dal linguaggio, stiamo forse ingabbiando le identità in schemi che escludono la ricchezza espressiva, affettiva e spirituale, dei maschi in particolare?

Potremo davvero fare a meno dei maschi? Qualcuna aspetta questo momento con trepidazione: presto, la donna gestirà totalmente la maternità con la fecondazione artificiale e sarà la disfatta totale del maschio, relegato a facchino, giardiniere, uomo di fatica. Ma siamo sicuri che il mondo funzionerà meglio?

«Il maschile e il femminile sono aspetti presenti dentro di noi, non possiamo distruggerli senza creare un disastro nella psiche. E non è vero che i figli senza padre stanno benissimo, gli studi in proposito affrontano archi temporali brevi, sono organizzati su base volontaristica e non sono attendibili» assicura Risé. «Buona parte della propaganda sulla maternità senza padri è spinta dagli interessi delle società di ingegneria genetica e biotecnologica».

Infine, una postilla sulle donne. Oltre al “maschio selvatico” si sono perdute anche Le donne selvatiche, titolo di un libro scritto dal professore con la moglie Moidi Paregger, sempre per le Edizioni San Paolo. «Le donne che seguo in analisi non sono gratificate, né rinfrancate dal sistematico assassinio del maschile» osserva Risé. «Da millenni, l’evoluzione si basa sulle buone relazioni fra i due generi». (Da Io Donna)

http://www.barbadillo.it/39895-lintervista-claudio-rise-maschile-e-selvatico-uguale-politicamente-scorretto/

conferenza, libri

Italia sovrana

“È ora che nasca uno Stato sovrano che difenda gli italiani contro lo strapotere dell’Unione Europea, il ricatto dei mercati e il globalismo che cancella l’identità dei popoli”.

Lo ha dichiarato su Fb il prof. Paolo Becchi, ordinario di Filosofia del Diritto all’Università di Genova, annunciando l’uscita del suo ultimo libro “Italia Sovrana” editore Sperling & Kupfer che sarà presentato anche a Genova.

“Sovranismo” è la parola oggi più diffusa in campo politico, la risposta al fallimento dell’Unione europea, che in sostanza ha privato gli Stati della loro sovranità per sottometterli ai diktat dei mercati.

Ma che cosa significa essere sovranisti? Il prof. Becchi, che è stato fra i primi a sostenere e diffondere quest’idea, delinea in pagine rapide e sferzanti la strategia e le basi ideologiche di un nuovo progetto politico che contrappone la libertà e l’identità delle nazioni all’asservimento politico ed economico imposto da Bruxelles.

“La globalizzazione ha tentato di farci sentire cittadini del mondo, ma ci siamo trovati semplicemente privi di Patria. Ha predicato l’allargamento della democrazia e ci ha reso schiavi dell’eurocrazia.

Ha costruito per noi l’economia dei desideri, distruggendo la possibilità di soddisfare i bisogni veri: il lavoro, la salute, la sicurezza, l’istruzione.

È ora di cambiare. L’Italia deve ritrovare le proprie radici e le proprie tradizioni, in un’unità non astratta, ma che valorizzi le comunità territoriali. Deve ricominciare a pensare in grande per tornare a essere grande”.

L’ultima opera del prof. Becchi è un pamphlet lucido e corrosivo contro i vecchi partiti e i governi che hanno sacrificato gli interessi dei cittadini ai vincoli europei. Un appello appassionato alle nuove forze politiche, perché si impegnino in una rivoluzione che restituisca agli italiani la voglia di essere una nazione.

Il prof. Becchi presenterà il suo Libro a Modena, presso il Circolo “La Terra dei Padri”, il giorno 6 Aprile 2019, alle ore 17,30.

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Giordano Bruno, Figlio d’Ermete

di Luca Valentini – 18/02/2019

Giordano Bruno, Figlio d’Ermete

Fonte: Ereticamente

L’intelligenza deve dominare sulla barbarie 
delle superstizioni e delle fedi religiose incupite dalla bigotteria…
L’uomo adopera soltanto un infinitesimo delle sue possibilità cerebrali, 
occorre liberare questo deterrente intellettuale
che è prigioniero in ogni individuo “ (1)

E’ nostra ferma intenzione con questo sintetico scritto celebrare forse la personalità, insieme con Pitagora e Platone, che in maniera più alta e profonda ha rappresentato il pensiero filosofico d’Occidente, nel 419° anniversario del suo eccidio, ad opera della Santa Inquisizione: ci riferiamo al monaco domenicano Giordano Filippo Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600). Inquadreremo l’aurea figura di Bruno secondo una prospettiva scevra dalle solite e stantie interpretazioni di parte e di fazione, ma riconducendo la dottrina da lui espressa nell’alveo più naturale ed obbligato entro cui va necessariamente riconnessa, cioè quella aurea della Tradizione Ermetica, come hanno sapientemente documentato riferimenti irrinunciabili della cultura esoterica europea ed italiana, quali risultano essere Frances A. Yates, Leen Spruit e Gabriele La Porta, oltre a quanto già da noi esaminato in questo sito (2).

La figura di Giordano Bruno è stata assunta spesso negli ultimi anni come icona dell’Illuminismo, del pensiero laico, fagocitata nella dicotomica e duale sfida tra clericali e modernisti di fede latomistica e non solo, tradendo profondamente quella che fu la portata sapienziale del suo insegnamento, il quale non poteva erigerlo ad antesignano di Voltaire, né tantomeno ad uno stregone dedito a culti negromantici. Quanto, inoltre, la tormentata vicenda del Nolano sia stata utilizzata ad usum delphini da certa Massoneria tra l’800 ed il ‘900 è già stato documentato magistralmente da Luigi Morrone, nella prima parte del suo speciale su “Massoneria e Fascismo”, pubblicato in questo sito (3). Giordano Bruno sfugge a tali dicotomie manichee ed il saggio citato in nota dell’emerito prof. Gabriele La Porta mette in discussione tali vedute, riposizionando la sua vita e le sue opere nel giusto solco, cioè quello a-religioso e a-politico della Tradizione Ermetica Occidentale, in linea di continuità ideale sia con la misteriosofia antica, greca ed egizia, sia col neoplatonismo teurgico di un Porfirio o di un Giamblico, ed in connessione assolutamente libera ma altamente referenziale con tutto quel nobile mondo che dalla fine del ’700 ai primi decenni del ‘900 ha gravitato intorno all’aurea figura di Giuliano Kremmerz ed alla Schola Hermetica Napoletana.

Tale è la linea ermeneutica seguita (giustamente, a nostro modesto parere) da La Porta, che infrange le false e contrapposte opinioni di che cerca invano di inglobare il pensiero bruniano nella propria ed ottusa categoria esistenziale. La sua Magia ci offre, infatti, inusuali ricollegamenti filosofali, che vanno ben oltre il particolareggiato riferimento individuale, per estendersi, ad esempio, al neoplatonismo fiorentino, al Botticelli, agli ambienti magici di Parigi, Praga e Londra, fino a condurci a Shakespeare. La Magia Bruniana è, come evidenziato dalla Yates (4), la perfetta prosecuzione della Occulta Philosophia di Cornelio Agrippa, in cui ad una magia superstiziosa, di volgare dominio psichico ed astrologico, si contrapponeva un’Alta Magia, molto simile alla Teurgia degli Antichi, tramite cui il Mago, seguendo la dottrina dell’Asclepius di Ermete Trismegisto, si trasmutava egli stesso come magnete e ponte unificatore tra mondo della materia e Divino, superando ogni dicotomia agostiniana e misticheggiante, riconquistando quell’Unità del Cosmo di platonica e pagana memoria. Come evidenzia anche Leen Spruit, nel suo Magia, Socia Naturae “Bruno distingue fra una magia che si fonda sulla superstizione e una magia che si effettua per regulatam fidem” (5).

L’esegesi di Gabriele La Porta, infatti, ha il profondo merito di qualificare ancora più in profondità l’analisi iniziata da Frances A. Yates e di usare il Nolano come grimaldello, come crivello per penetrare in un mondo, in una dimensione che è quella dei Ficino, dei Pico della Mirandola, dei Campanella, dei Cusano, del pitagorismo e del platonismo arcaici, dimensione non razionale o filosofeggiante, ma altamente trasmutatoria. Tale è l’insegnamento sapienziale, che va oltre il misticismo delle masse; tale è l’Arte divina e rituale, come lo stesso Bruno afferma, quale magia naturale: è arte, soprattutto della memoria, di quell’anamnesi platonica che riscopre il reale e sacro fondamento intellegibile degli elementi, della Natura, degli Uomini e degli Dei. A chi, invece, si attarda a ravvisare prestiti o riporti forzosi nelle opere di Bruno nei confronti di Ficino o di Raimondo Lullo o di altri pensatori precedenti, rammentiamo serenamente come la Sapienza non conosca copyright, ma come vi siano stati uomini ed espressioni diverse di un’Idea imperitura: tale fu spesso la prospettiva, per esempio, anche di un Evola (che purtroppo non comprese la profondità ermetica delle opere del Nolano, considerandolo erroneamente un mero anticipatore della modernità), che non si prefigurò mai come un filosofo innovativo ed originale, ma come un mezzo umano tramite cui rinverdire non le sue idee, ma “le Idee da me difese”.

Altro aspetto importante evidenziato da Gabriele La Porta è quello insito alle indicazioni del De Umbris Idearum. Nelle carte magiche contenute nel trattato, l’aspetto mnemonico si coniuga con l’aspetto terapeutico, in riferimento anche agli studi di Cornelio Agrippa e Teucro Babilonese, in quanto l’evocazione dell’immagine rappresenta una propedeutica riequilibrante rispetto alla palingenesi alchimica della misura, del giusto dosaggio medico:

Il mezzo è l’immaginazione, basato sui 36 decani, perfetta riproduzione del primo effluvio delle idee. Se l’uomo-imago le avrà impresse in sé, sostiene il filosofo, potrà modificare la realtà nel momento in cui le immagini andranno ad edificare il mondo” (6).

In Giordano Bruno, pertanto, non si ricerchi la risposta a tutti gli arcani insoluti, perché si avrebbe a costatare solo un’amara delusione. Nel suo insegnamento ermetico sono indicate diligentemente le chiavi e le vie con cui è possibile approcciarsi ad una tradizione millenaria, di virgiliana memoria, in cui un mondo arcaico determinò la propria eternità, nell’ambito del pensiero liberato e non del libero pensiero, secondo ciò che si conquista alchimicamente quale intuizione ancestrale e sovrarazionale dell’Intelligere di Minerva:

Il pensiero umano, che pure ha nel senso il suo fondamento, partecipa alla costruzione unitaria del tutto, in quanto procedendo dal senso, lo trascende e giunge alla concezione della infinità unità” (7).

Nella società contemporanea, ove l’arroganza poco democratica del pensiero unico, nei più disparati campi (dalla cultura alla politica, dalla medicina alla filosofia), ma anche nell’universo tradizionalista, ove ancora circolano dogmatici portatori di verità assolute, che assurdamente non si potrebbero né discutere né tantomeno comparare o confutare, ci si renda conto quanto la prospettiva eretica della figura di Giordano Bruno possa assurgere ad un vero e proprio simbolo di libertà intellettuale. Il lettore, a proposito, non si lasci incantare dalla solita e stantia dialettica tra ecumenici e laici, tra vaticanisti e difensori del pensiero modernista, i quali hanno utilizzato strumentalmente il Nolano ognuno per i propri interessi di parte, come predetto. Anche nei confronti delle nuove indagini scientifiche, l’insegnamento di Bruno sia inquadrato nel solco della centralità dell’Uomo e della sua libera indagine:

” Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo” (De l’infinito universo et Mondi).

Il libero pensiero, da una prospettiva realmente tradizionale, non è la dimensione del disordine cerebrale, dello scatenamento delle moderne pulsioni psicanalitiche o istintuali, dell’asservimento sottile e subliminale alle logiche pseudo – culturali del mondialismo, ma può e deve assumere caratteristiche radicalmente diverse. La prospettiva di Bruno non si rivolgeva, infatti, verso un orizzonte temporale, verso un futuro con un suo preciso incedere progressista, ma era indirizzata verso quella dimensione classica che ritrova l’Eterno, senza patire le logiche passatiste o futuriste (dell’avvenire). Il libero pensiero bruniano si configurava essere come una costante identificazione con un preciso ordine ideale, con una precisa assunzione esistenziale, in cui la Libertà si esplicitava quale riconoscimento ontologico della propria radice interiore, del riconoscimento della propria Patria Ideale, quel Bene, quell’Idea archetipica, trascendente ed immanente, a cui spesso fecero allusione anche Platone ed Evola. Bruno sul tema è stato molto chiaro:

Maestro quando potrò ritrovarvi ?” “Guarda dentro di te, Sagredo ascolta la tua voce interiore e ricorda che l’unico vero maestro è l’Essere che sussurra al tuo interno”. (Dialogo tra Giordano Bruno e Sagredo).

In tale ermeneutica, il pensiero del Nolano potrebbe assumere quelle determinazioni di autentica validazione tali che esso possa risultare davvero dirompente dinanzi a qualsiasi imposizione culturale, a qualsiasi dogma, a qualsiasi forzatura, per cui la Verità sia la sola espressione della propria esperienza, sociale, politica, intellettuale, quale superamento attivo e cosciente del limite raziocinante:

 Ho lottato, è già tanto, ho creduto nella mia vittoria. È già qualcosa essere arrivati fin qui: non aver temuto morire, l’aver preferito coraggiosa morte a vita da imbecille” (De Monade, numero et figura).

Vi si impone l’esplicitazione allegorica di un’idealità, di una concezione del Sacro, di un Ordine, origine noetica che era il fulcro delle antiche civiltà tradizionali e che meravigliosamente riecheggia nelle opere magiche e filosofiche del Nolano. Le opere, la vita, la morte di Bruno, infatti, ci indicano idealmente tutto ciò che appartiene alla nostra Tradizione d’Occidente e tutto ciò che ne è assolutamente estraneo, quale specifico atteggiamento culturale che riconosce la propria specificità e per tale consapevolezza riesce a riconoscere, rispettare e tutelare quella altrui:

” Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di avere vinto” (Dialogo tra Giordano Bruno e Sagredo).

Giordano Bruno, infine, noi lo ricordiamo come autentico Figlio d’Ermete, quale portatore di una fiaccola mai spenta nell’alveo magico – teurgico della migliore Paganitas (così si espressero i magisti del Gruppo di Ur sul significato profondo dell’ermetismo), della sempre feconda Tradizione d’Occidente, che ancora oggi torna a far paura ai dogmatici di ogni latitudine:

A Minerva quelli che a ogni cosa antepongono il consiglio, la prudenza, la Sapienza e l’intelletto” (8).

Note:

1 – Gabriele La Porta, Giordano Bruno, Edizioni Bompiani, p. 57.
2 – http://www.ereticamente.net/2016/02/il-nolano-e-la-natura-magica-del-divino-luca-valentini.html
3 – http://www.ereticamente.net/2018/12/fascismo-e-massoneria-storia-di-rapporti-complessi-1-parte.html Riportiamo l’espressione del Mola «L’elevazione del Nolano a emblema della Massoneria … non va giudicata sotto il profilo della rispondenza filologica tra il suo sistema filosofico e gli orientamenti prevalenti nella Famiglia … bensì va apprezzata per la sua efficacia rappresentativa. Per i massoni (che non ne conoscevano il pensiero) Bruno era la vittima del dogmatismo teocratico di Roma in combutta con i sordidi intrighi dell’assolutistica diplomazia veneziana. Al tempo stesso era l’uomo che fra il rogo e la rinunzia alle sue più profonde convinzioni scelse il martirio, onorando, quindi, non l’ateismo o il rifiuto del cristianesimo (come poi asserito da certo malinteso positivismo) ma la libertà di “ricerca” e, quindi, la libertà di religione».
4 – Frances A. Yates – Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Edizioni Laterza, p.204ss.
5 – Leen Spruit, Il problema della conoscenza in Giordano Bruno, Edizioni Biblopolis, p. 149.
6 – Gabriele La Porta, op. cit., p. 170.
7 – Gabriele La Porta, op. cit., p. 124.
8 – Orazione di congedo di Giordano Bruno all’Accademia di Wittenber, 8 Marzo 1588.

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Wittgenstein

Invito alla lettura lunedì 18 febbraio 2019 ore 17

​Marco Vannini

MARGHERITA PORETE: LO SPECCHIO DELLE ANIME SEMPLICI

Introduce Marcello Girone Daloli
Lo Specchio delle anime semplici è un testo medievale francese che solo nel ventesimo secolo è stato attribuito alla sua vera autrice, Margherita Porete, una beghina del nord della Francia, bruciata come eretica a Parigi nel 1310 proprio per questo suo libro. Esso era rimasto per secoli occultato dall’autorità religiosa e sollo pochi spiriti eletti – da santa Caterina da Genova a Simone Weil – lo avevano stimato, finché oggi è stato riconosciuto in tutta la sua grandezza, capolavoro della mistica cristiana. In forma di dialogo, anzi, di “contrasto”, tratta del cammino che l’anima, spogliandosi progressivamente delle menzogne, fa per giungere alla sua propria “semplicità”, ovvero vera essenza, che è Dio stesso. Ispirato profondamente dal libro fu anche Meister Eckhart, presente a Parigi al tempo del processo e della morte di Margherita.
Marco Vannini, studioso della tradizione spirituale (ricordiamo la sua Storia della mistica occidentale, Le Lettere, Firenze) ed editore italiano di tutte le opere di Eckhart, è autore della introduzione e delle note allo Specchio, di cui ha curato la edizione italiana, insieme a Giovanna Fozzer.

Incontro con l’autore martedì 19 febbraio 2019 ore 17

Il cantone del diavolo

Presentazione del libro di Marco Cevolani

Casa Editrice Freccia D’oro, 2018
Dialoga con l’autore Roberto Tira
Mattia Rosetti è un ragazzo di quattordici anni e vive a Borgopianura, in provincia di Ferrara, con due papà. È appassionato di storia e adora inventare cose. In questa collana di libri, pensata per ragazzi ma con un occhio anche per i lettori più grandi, Mattia vivrà mirabolanti avventure, che lo porteranno in giro per il mondo e a viaggiare nel tempo, sfidando incredibili pericoli e oscure minacce. In questo primo episodio Mattia sarà chiamato ad indagare su uno dei misteri che riguardano uno dei pittori più grandi di tutti i tempi: il Guercino. Un giorno, durante una gita scolastica alla Chiesa del Rosario di Cento viene a conoscenza di un mistero legato ad uno dei colori più ricercati del famoso pittore, il Blu Guercino. Assieme all’amico Massimiliano si getterà a capofitto in questa nuova avventura, che lo porterà a fronteggiare la temibile Confraternita.
Marco Cevolani, centese, ha fatto il suo esordio letterario nel 2010 per il Rovescio Editore di Roma con NON POSSO STARE ALTROVE e PER UNA VITA INTERA, dove compare per la prima volta il personaggio di Mattia. Fonda la Casa Editrice Freccia D’Oro nel 2012. Nel 2015 pubblica QUANDO LE COSE CAMBIANO DI PESO scritto a quattro mani con l’amico giornalista Giuliano Monari.
A cura della Casa Editrice Freccia D’oro

Incontro con l’autore mercoledì 20 febbraio 2019 ore 17

Lo scarabocchio

Presentazione del libro di ​Silvano Mastromatteo

Albatros, Roma, 2018
Presentazione con accompagnamento musicale: alla chitarra Pasquale Soleo e al pianoforte Silvano Mastromatteo
La definisce Scarabocchio Silvano Mastromatteo, la sua prima silloge di poesie, una raccolta ricchissima e variegata, che svela fin dal titolo le sue intenzioni: la presente è un modo per raccontare attraverso mille storie e sotto il velame dei versi, il ritratto di questa nostra Italia. Una storia unica che, come spesso succede, in quei racconti assume presto una sorta di valore di un’epica popolare, si chiude sulla pagina ma non nella vicenda, che sembra procedere e continuare, espandersi al di fuori della carta, sopravvivendo così al di fuori dello spazio e del tempo. Questa silloge è profondamente impegnata, pur essendo ben lontana dai canoni della cosiddetta poesia d’engagement, e si avvicina invece molto di più alla lingua e alle strutture delle Pasquinate, che presentavano dietro un apparente sorriso la lama della critica stretta forte tra i denti.
Silvano Mastromatteo – 1975 – compositore, arrangiatore, insegnante, di Vico del Gargano (FG). Lo Scarabocchio è la sua prima esperienza letteraria. È diplomato in Canto Lirico e in Didattica della Musica. Consegue la Laurea con Lode in Discipline Musicali Indirizzo Jazz – pianoforte, presso il Conservatorio Umberto Giordano di Foggia. Studia composizione e arrangiamento.

Conferenze e Convegni giovedì 21 febbraio 2019 ore 17

I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo

Conferenza di Nicola Alessandrini

Introduce Sandra Carli Ballola
Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. Questa celebre e lapidaria proposizione chiude il Tractatus Logico-Philosophicus, conferendogli l’aurea crepuscolare dell’ultimo libro di filosofia. Animo inquieto, ingegnere, giardiniere, maestro elementare, architetto e professore di filosofia a Cambridge, Ludwig Wittgenstein ci ha consegnato uno dei più grandi e controversi capolavori filosofici del Ventesimo secolo. Un’opera scritta tra i bombardamenti della Prima guerra mondiale e guidata dall’imperativo di svelare l’intima relazione tra linguaggio, pensiero e mondo: cosa ne sarebbe, infatti, del mondo senza parole che lo rappresentino? La riflessione del Tractatus scopre tutta la sua attualità nell’epoca del generale depauperamento del linguaggio, mostrando con urgenza la centralità della scuola quale laboratorio linguistico per eccellenza che può allargare i limiti del linguaggio, che sono i limiti del nostro mondo.
Per il ciclo “I colori della conoscenza” a cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Conferenze e Convegni venerdì 22 febbraio 2019 ore 17

Il labirinto come metafora

Conferenza di Andrea Gatti (Università di Ferrara)

La conferenza propone un’indagine sul tema del labirinto dal punto di vista storico e antropologico, nonché un percorso sulla sua  fortuna letteraria (dalla mitologia greca ai racconti di Borges), con specifica attenzione  alle sue valenze emblematiche. Oltre che “simbolo naturale della perplessità”, il labirinto verrà considerato come possibile metafora di alcuni aspetti del vivere contemporaneo.
Per il ciclo Libri in scena, in occasione dello spettacolo di prosa “Ho perso il filo”, con Angela Finocchiaro, in scena al Teatro Comunale dal 22 al 24 febbraio
A cura dell’Associazione Amici della biblioteca Ariostea

 

Economia, libri

Il valore di tutto

Al cuore della crisi economica e finanziaria degli ultimi anni c’è un problema evidente: nel moderno capitalismo l’estrazione del valore, ovvero la raccolta dei profitti – dai dividendi degli azionisti ai bonus dei banchieri – è ricompensato assai meglio della creazione effettiva di valore. Oggi scambiamo chi raccoglie i profitti con chi effettivamente crea valore, chi guadagna con chi produce. Quel concetto di valore così centrale nella storia del pensiero economico – basti pensare alle riflessioni di Ricardo, Marx, Schumpeter e Keynes – oggi è misconosciuto o distorto tanto nella teoria quanto nella prassi. Se vogliamo riformare il capitalismo dobbiamo porci una serie di domande radicali: da dove viene la ricchezza? Chi crea il valore? Chi lo estrae? Chi lo sottrae? Solo rispondendo a queste domande possiamo sostituire l’attuale sistema capitalistico di tipo parassitario con un capitalismo più sostenibile, più interdipendente: un sistema che funzioni per tutti. Con questo libro Mariana Mazzucato riaccende un dibattito indispensabile sul mondo in cui vorremmo vivere.

autori, libri, Società

La fine del sacro

Ma nelle riflessioni di Sergio Quinzio (Religione e futuro, ripeto: anno 1962) ci sono molti altri punti che mi hanno costretto a restare con il naso incollato alle pagine polverose.

Sentite qui: «La religione, da cosa virile, è diventata cosa tipicamente femminile, da donnicciole, e i nostri ragazzi considerano un punto d’onore e una prova di maturità disprezzarla».

Ecco, espresso in due righe, un concetto al quale mi capita di pensare quando sento dire che nella Chiesa bisogna dare più spazio alla donna. Ora so che sarò giudicato maschilista, retrogrado e tutto il resto, ma penso che la richiesta di dare più spazio alla donna possa essere avanzata solo da chi non conosce la realtà della Chiesa. Perché oggi nelle parrocchie le donne hanno già spazio, moltissimo, forse  troppo. Non per colpa loro, sia chiaro, ma per colpa di maschi che non ci sono, che sono spariti. E così è difficile negare che sia in atto un processo di femminilizzazione del cattolicesimo.

Ma vado avanti. Riflettendo sulle chiese protestanti, verso le quali è di moda per noi cattolici cercare affannosamente un  dialogo, come se da ciò dipendesse il destino della nostra Chiesa, a un certo punto l’autore afferma che «la sopravvivenza di queste chiese nel mondo contemporaneo è pagata al prezzo della rinuncia alla loro fede, che è stata più o meno ovunque trasformata in generico moralismo liberaleggiante». Ed è vero, verissimo, come si può ben vedere andando a fare un giro nel Nord Europa. Pertanto viene da chiedersi perché noi cattolici dobbiamo tanto ricercare il dialogo con qualcuno che, di fatto, si è spogliato o si sta spogliando della propria fede, e non dovremmo invece cercare di convertire questi fratelli.

Molte altre sarebbero  le pagine da sottolineare. Per esempio quando Quinzio osserva che oggi, non essendoci più la religione, non c’è più neppure l’ateismo (bei tempi quelli in cui religiosi e atei si affrontavano a viso aperto. Oggi, invece, domina purtroppo l’indifferenza, che emerge anche tra coloro che, solo nominalmente, ancora si definiscono religiosi e atei) o quando annota che abbiamo ridotto Dio a un padre di oggi, succube dei figli, togliendogli ogni capacità di giudizio, oppure quando dice che la religione (e qui il pensiero va a tutti i nostri dolciastri teorici dell’ascolto, della tolleranza, dell’apertura) se è davvero tale non è vaga e affettata consolazione, ma «è una cosa potente», assoluta, che riguarda il sangue e la morte.

E che dire dei passaggi in cui l’autore osserva che la religione non produce più nulla? Guardiamo a noi cattolici: non più poesia, non più architettura, non più musica, non più pittura. Solo, al più, scimmiottature o «provocazioni» (parola che piace a chi non ha nulla da dire) o, addirittura, contro-testimonianze (come si vede bene nel caso delle orrende nuove chiese, progettate e costruite per far scappare i fedeli e non per farli entrare).

Mi fermo qui, perché le citazioni sarebbero innumerevoli.

https://www.maurizioblondet.it/ma-la-religione-e-morta/