editoria, libri, sociologia

Bondeno

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 byPaolo Giatti

Sociologia Dell’educazione • Scuola e formazione

Sistema formativo e sistema occupazionale a Bondeno, indagine sul campo

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libri, Primo piano

Glebalizzazione

Fonte: Diego Fusaro

Verrà il giorno in cui si dovrà pur fare chiarezza sulla globalizzazione atlantista a stelle e strisce. Essa è l’americanizzazione coatta del pianeta o, se preferite, il transito del mondo intero al modello unico, fondato su a) liberismo e su b) potenza unica del Leviatano a stelle e strisce. Un solo esempio. Paul Bremer, a capo dell’Autorità provvisoria in Iraq nel 2003, emise il decreto che riorganizzava l’economia iraquena. Si passava alla proprietà privata integrale, con privatizzazioni del pubblico e apertura dei mercati. L’Iraq era liberato, diceva la propaganda. No, era semplicemente stato annesso al nuovo ordine liberista e atlantista globale. Modalità Cile di Pinochet, per intenderci: che subito, dopo l’uccisione infame di Allende, si rivolse a economisti di stretta fede liberista per ridefinire l’economia cilena, facendo del Cile una colonia USA. Il fulcro delle pratiche neoliberiste resta il seguente: se il benessere degli istituti finanziari e quello del popolo sono in competizione, si sceglie puntualmente il benessere dei primi. Come ho cercato più estesamente di chiarire nel mio libro “Glebalizzazione” (2019), col liberismo, lo Stato non scompare. Semplicemente diventa Stato liberista. Che governa per il mercato e in suo nome. Deve dunque essere uno Stato attivo, per favorire, creare e garantire un buon contesto per gli affari, assicurando operativamente anzitutto che il loro interesse venga prima degli altri. La costruzione di condizioni propizie per il prosperare del commercio e delle istituzioni finanziarie è allora – ha ragione David Harvey – il quid proprium del neoliberismo. Altro punto nodale: per creare un buon clima per gli affari, lo Stato liberista deve impoverire i cittadini, consentendo il lavoro precario e l’esproprio dei beni comuni. Ne abbiamo un fulgido esempio nella UE: si impoveriscono i popoli, con tagli alla spesa pubblica e politiche di austerità depressiva. Poscia li si indebitano, con prestiti usurai e calibrati ad hoc per essere inestinguibili e per incatenate per sempre chi se ne avvale (modalità Grecia, modalità Mes). Non mi stancherò di ribadirlo ad nauseam: occorre liberarsi dal liberismo.

Editore: Rizzoli
Anno edizione:2019
In commercio dal:17 settembre 2019
Pagine:320 p., Rilegato
  • EAN: 9788817141369
EPUB con DRM

9,99 €
Rilegato

17,10 €

nella classifica Bestseller di IBS Libri Società, politica e comunicazione – Argomenti d’interesse generale – Problemi e processi sociali – Globalizzazione

libri

Non c’ero mai stato

Un tempo, nelle case editrici, anche esistevano  i cosiddetti redattori. Essi seguivano l’iter dei libri; spesso intervenivano sull’autore per migliorare e definire il progetto, la stesura; correggevano l’italiano, lo stile; diventavano dei coautori ignorati dal pubblico.  Oggi si chiamano editors, non senza inutilità del cambiamento di nome. Le loro funzioni si sono allargate a misura del crescere dell’ignoranza e del velleitarismo degli scrittori; a volte gli editors hanno anche il compito di cernita e valutazione degli inediti, respingendone la gran parte; e ormai il loro raggio di azione si estende alla vera e propria creazione. Sono fabbricanti di romanzi, saggi, scrittori. Nella mia vita, ne ho conosciuto di bravissimi, sia prima che dopo il cambio di nome.

Vladimiro Bottone ha scritto due mirabili romanzi che si svolgono a Napoli, la sua città, sotto Ferdinando II. Sono dei gialli radicati nella storia e nella ricostruzione ambientale di affascinante ricchezza. Ora invece pubblica un romanzo, sempre ambientato a Napoli, ma ai giorni nostri. Un odioso personaggio lo fa abitare addirittura nel palazzo nel quale abito anche io.  E il protagonista è appunto un bravissimo editor sui sessant’anni tornato nella sua città dopo esser stato un temutissimo redattore in una grande casa editrice del nord. Ernesto Aloja abita pur egli nella mia strada, il Corso Vittorio Emanuele, e dal suo terrazzo gode la vista del Golfo e di Capri. Il protagonista di Non c’ero mai stato (Neri Pozza, pp. 399, euro 20) si è ritirato, e l’idea del suo passato lavoro lo disgusta, così come, in genere, gli scrittori ai quali ha dovuto dare una base, e a volte il completo edificio. Viene tuttavia raggiunto da una importuna trentenne, bella, fragile e insieme dominatrice, la quale gli reca un romanzo in compimento. Ernesto Aloja incomincia a incontrarsi con Lena una volta alla settimana per correggere il lavoro di una ragazza non del tutto priva di talento. Il romanzo è la storia di una ragazza nella quale non facciamo fatica a riconoscere un alter ego dell’autrice. Si svolge attraverso anche descrizioni di sesso estremo, inquietante, che solo la grazia stilistica di Bottone può far accettare senza che appaiano una gratuita volgarità.

Poi il sesso estremo, anche saffico, coinvolge lo stesso editor, costretto a esperienze nei locali di sballo giovanilistici. Ma il fatto è ch’egli è divenuto totalmente dipendente dalla ragazza. Verso i due terzi del romanzo entriamo nel vero e proprio inferno, con Aloja che, ricevendo una terribile notizia, cade quasi in fin di vita. Naturalmente, non posso svelare gli eventi conclusivi per non togliere al lettore la sorpresa, anzi le torbide sorprese così abilmente fabbricate. Posso solo esortare a leggere Non c’ero mai stato.

www.paoloisotta.it

*Da Libero Quotidiano

libri

Giampaolo Pansa

Era la prova che Pansa aveva colto nel segno, proprio un piemontese allievo di gran sacerdoti dell’antifascismo “azionista” torinese come Alessandro Galante Garrone. Di più: Pansa fu con Scalfari tra i fondatori dell’organo della sinistra progressista borghese La Repubblica, il giornale del giuramento antifascista e delle porte sbarrate a chiunque non condividesse la vulgata dell’Italia ufficiale, “laica, democratica, antifascista”, come recitava la litania lauretana di lorsignori e lorcompagni.

Quei libri, quel sangue dei vinti finalmente ammesso e lavato, sono la prova non solo della falsità storica su cui si è fondata l’Italia del dopo 1945, sconfitta ma vincitrice, bombardata e occupata ma felice, sino a festeggiare, unica nazione al mondo, una sconfitta rovinosa riconfigurata, con un atto di sorprendente acrobazia, in liberazione da un governo, anno zero, la tabula rasa da cui riscrivere una nuova Storia. Il re repubblicano era sempre stato nudo, ma perché finalmente lo si cominciasse ad ammettere, ci volle un giornalista ormai pensionato, che forse voleva pagare il suo personalissimo debito con la verità. Non cambiò opinione, lo spigoloso monferrino: non è diventato fascista in vecchiaia, né ha rinnegato le sue idee. Semplicemente, ha detto e dimostrato a voce alta, prove alla mano, ciò che molti sapevano e neppure sussurravano.

Quel terribile periodo della guerra civile, tra torti e ragioni, eroismi e vigliaccherie, generosità ed assassinio di fratelli, non fu la fulgida lotta di un popolo di prodi contro una cricca criminale, ma un confronto tremendo, un carico di odio reciproco dal quale, a guerra finita, la nazione avrebbe dovuto uscire chiedendosi scusa, perdono per il male, il rancore, il dolore. In una guerra civile, non ci sono santi e demoni, ma parti in lotta senza esclusione di colpi. Per questo le ferite devono essere curate in fretta o diventano cancrena. Da noi, la cancrena è ancora in corso: antifascisti in assenza di fascismo scorrazzano per le strade, occupano gli schermi televisivi e pontificano con la mano sul cuore. Anticomunisti in assenza di comunismo hanno minore visibilità, ma raccontano a se stessi una storia esaurita da trent’anni.

E’ un dramma civile e nazionale dalle colpe antiche. Giampaolo Pansa è stato probabilmente la personalità che, con le armi che aveva, la sua penna acuminata, la sua coscienza di uomo libero, più ha fatto, negli ultimi vent’anni, per sgombrare il campo da macerie vecchie e marcite, da narrazioni di parte, lavorando a quella ricomposizione degli spiriti che è la premessa per una storia condivisa. E’ significativo che il suo apporta esca da quello stesso mondo che ha tanto lavorato per gettare sale sulle ferite, per torcere vicende, storie ed avvenimenti in una narrazione di cui pretendeva l’esclusiva e che ha posto a fondamento di una storia nazionale falsa. Hanno nascosto non solo la guerra civile, i fascisti della RSI con i suoi seicentomila militi, i suoi morti, ma anche l’esercito del Sud, i bombardamenti dei “liberatori”, il ruolo della mafia, il ruolo preponderante, pressoché esclusivo, degli eserciti stranieri alleati nell’esito della guerra.

Occorreva azzerare il passato, tutto il passato, non solo quello in camicia nera. Non funziona così: erede della sua storia, anche della più controversa, è sempre un popolo intero. Per questo, i confronti civili lasciano ferite tanto profonde, se non si cerca di cicatrizzarle in un nuovo inizio.  C’è voluto un fondatore del giornale più inserito nel potere, più vicino all’ufficialità culturale e storica di 70 anni di storia italiana per squarciare il velo e mostrare, finalmente, le ferite nascoste, le verità mai dette, i dolori, le umiliazioni e il lungo esilio di una parte non piccola del nostro popolo.

A Genova, nel cimitero di Staglieno, un sacrario collettivo accoglie i resti di circa 1.500 morti della parte che “aveva torto”. Recuperati con pazienza e coraggio da donne e uomini animati da pietà e non da vendetta, sono testimoni silenziosi di una tragedia davanti alla quale vale solo il rispetto. Una vedova di guerra ci raccontò la sua emozione davanti ai resti di una giovanissima ausiliaria, una ragazza della classe 1924, uccisa a bruciapelo con un colpo alla nuca. Della sua vita erano rimaste poche ossa, i documenti, un pettine e una spazzola per capelli, muti testimoni della grazia giovanile di una vita spezzata.

A quella sconosciuta ci sentiamo di dedicare un saluto, come a qualunque uomo o donna morto per un’idea coltivata in buona fede. Strano davvero che agli italiani brava gente sia stato necessario tanto tempo, tanto odio, tanto dolore, per accogliere il racconto di Giampaolo Pansa, l’avversario che abbiamo imparato a rispettare. Quali siano state le sue ragioni, le sue idee e la sua vita, che la terra sia lieve a Giampaolo Pansa, testimone della storia, testimone della verità per un’Italia che non dimentichi più nulla e rispetti tutti i suoi figli.

L’articolo PANSA, LA VERITA’ E LA STORIA proviene da Blondet & Friends.

libri

Incontri all’IBS

Presentazioni librarie

  • Gennaio 2020

  • Ferrara – Ibs + Libraccio – Palazzo di San Crispino – Piazza Trento Trieste
  • Martedì 14 gennaio , ore 18:00
    Gerardo Greco
    Guerra calda
    Dialogano con l’autore il Sindaco Alan Fabbri, Alessandro Balboni e Marco Gulinelli
    Mercoledì 15 gennaio , ore 17:30
    Marco Nonato
    Palio di San Giorgio
    Torneo delle Contrade per l’arme di S.Giorgio 1933-1939
    Dialogano con l’autore Marco Gulinelli e Leopoldo Santini
    Venerdì 17 gennaio , ore 18:00
    Valerio Pappi
    La vendetta del lago Pacifico
    Con letture di Marco Sgarbi
    Sabato 18 gennaio, ore 18:00
    Alberto Ronchi
    Anni meravigliosi
    Dialoga con l’autore Michele Ronchi Stefanati

 

geopolitica, libri

Anschluss

Non mi pento, ovviamente, della riunificazione tedesca, che è andata di pari passo con la riunificazione europea. Ma mi pento del modo in cui è stato fatta. La riunificazione avrebbe potuto essere l’occasione per un sorpasso simultaneo dei sistemi occidentali e orientali, mantenendo il meglio di ciascuno di essi e respingendo il peggio. Invece, abbiamo assistito alla totale annessione dell’ex DDR da parte della Germania federale. Approfittando delle circostanze, la Repubblica federale, per mezzo di Treuhand, alla fine acquistò la Repubblica democratica per sottoporla a una terapia di shock liberale-liberista, vale a dire a un regime di sfruttamento capitalistico di cui non aveva finito pagare il prezzo. Trenta anni dopo la riunificazione, la maggior parte delle persone in Sassonia, Brandeburgo e Turingia si sente ancora come cittadini di seconda classe”.

Alain d Benoist

giacché

 

libri

La Cina del XXI secolo – incontro/dibattito a Bologna

“All’entrata del Palazzo d’Estate a Pechino, si legge, inciso su bronzo, che il 18 ottobre 1860 (II Guerra dell’Oppio) Lord Elgin, allora Alto Commissario britannico, ordinò la distruzione del palazzo. Circa 3.500 soldati saccheggiarono e misero a ferro e fuoco padiglioni, sale e giardini. In altri avvisi di altri luoghi monumentali, si legge che lo stesso copione fu seguito nel 1900 durante la rivolta dei Boxer ad opera dei militari dell’alleanza delle otto nazioni (Austria-Ungheria, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti). Così il visitatore straniero – con un certo disagio – mette a fuoco che furono le potenze coloniali in un’inguaribile presunzione di superiorità a saccheggiare i tesori della Cina, senza che essa avesse mai invaso territori stranieri.
Andando per luoghi sacri, il turista occidentale si accorge anche della difficoltà con cui le guide cercano di semplificare (e adattare) concetti di una saggezza millenaria, distante dalla nostra cultura per sostanza e modi di espressione. Di conseguenza, al contrario di quanto scandivano slogan degli anni ’70, la Cina non appare per niente vicina, ma più lontana che mai. Appare, soprattutto, sfuggente alle banalizzazioni che la dipingono, senza mezzi termini, come potenza economica e dittatura materialista. Errori prospettici e forzature interpretative vengono alimentati dai media, che, con la complicità di inviati speciali ed economisti, sommergono di numeri sulla dilagante esportazione e sul fatto che la finanza cinese sta comprando Pireo, canale di Suez, squadra del Milan… e sta progettando nuove vie della seta marittime e terrestri. Purtroppo si deve riconoscere che la Cina è un mondo cui l’Occidente ancora guarda con timore e diffidenza, appena un po’ attutiti dalle prospettive vantaggiose di collaborazione commerciale; si continuano, infatti, a sentire fin troppe opinioni e facili ‘post-verità’ – quelle che ci piacciono a conferma dei nostri pregiudizi – su una Cina nemica di buddhismo e cristianesimo, oltre che violatrice impenitente di diritti umani e consumatrice alimentare di innocenti cuccioli di cane.”
(Da La perla del drago. Stato e religioni in Cina, di Maria Morigi, Anteo Edizioni, pp. 13-14)

https://byebyeunclesam.wordpress.com/2019/10/01/la-cina-del-xxi-secolo-incontro-dibattito-a-bologna/

libri, storia

James Gregor

Come ebbe a scrivere Giuseppe Prezzolini, presentando il saggio “L’ideologia del fascismo”, edito da “Il Borghese” nel 1974, l’opera di Gregor confermava come “Il ‘totalitarismo’ , sia comunista che fascista, non è stato l’opera di dementi o di malvagi (anche se vi sono stati fra comunisti e fra fascisti dei dementi e dei malvagi); ma bensì di pensatori politici che hanno avuto tanto una certa logica nella critica dello Stato liberale quanto una certa inventiva nel proporre (e talora attuare) istituzioni nuove”.

Su questa linea Gregor arriva a identificare nel fascismo “un tipo estremo di movimento rivoluzionario di massa”, qualificato dalla sua aspirazione “ad impegnare la totalità delle risorse umane e naturali di una comunità storica per lo sviluppo nazionale”, espressione di un “movimento di modernizzazione”, impegnato a dare “una possibile risposta ai problemi politici e sociali che accompagnano gli sforzi di una nazione sottosviluppata per uscire dalla sua situazione e conquistare un ‘posto al sole’”.

Con analisi del genere il docente di Berkeley non poteva non essere costretto a scontrarsi , in Italia, con il conformismo della nostra editoria, trovando, d’altro canto, attenzione e disponibilità d’ascolto da parte del mondo culturale non-allineato. L’editore Giovanni Volpe gli dà spazio. In occasione del centenario mussoliniano (1983) Gregor è tra i relatori del convegno su “l’Italia tra le due guerre”, con una prolusione dedicata a “Mussolini e la Storia”, nella quale – senza nulla concedere ai facili nostalgismi ma neppure alla retorica corrente – evidenzia il valore universale dell’esperienza fascista, esempio di un autoritarismo moderno, nel quale Mussolini appare come il capostipite di una ideologia “social-nazionalista” sviluppatasi ben oltre i confini italiani e ben al di là del Ventennio.

L’idea di fondo, su cui Gregor lavorerà per anni, è che il fascismo arrivò, nel dopoguerra a segnare la scena politica internazionale: dal cosiddetto “socialismo africano” al “socialismo arabo”, con personaggi del calibro di Gamal Abdel Nasser, fino a toccare l’Asia, con le politiche di modernizzazione ed industrializzazione di Taiwan, Singapore e della Corea del Sud, sotto l’egida di regimi autoritari, a guida carismatica, interessando persino l’esperienza della Cina post maoista.

Al termine di questo rapido excursus rimane il rammarico che molte delle opere di Gregor, peraltro pubblicate dai maggiori editori di letteratura accademica degli Stati Uniti (Princeton University Press, Stanford University Press, Yale University Press e California University Press) non abbiano trovato, nel nostro Paese, adeguata attenzione, segno di un conformismo duro a morire, rafforzatosi negli ultimi anni, che bene si sposa con un certo provincialismo nostrano. Per il valore e l’originalità delle analisi l’opera di Gregor resta comunque come una preziosa eredità a disposizione soprattutto delle giovani generazioni di studiosi e della cultura anticonformista: un’eredità da non disperdere, nel nome di uno studioso a “stelle e strisce” che della storia d’Italia aveva capito molto di più rispetto a certi paludati intellettuali nostrani.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/fuor-di-retorica-e-nostalgie-in-ricordo-dello-studioso-statunitense-james-gregor

https://www.amazon.it/Panunzio-sindacalismo-fondamento-razionale-fascismo/dp/1291928480/ref=sr_1_7?adgrpid=54203585218&gclid=EAIaIQobChMInsq__-DF5AIVD853Ch1h-w88EAAYASAAEgKISvD_BwE&hvadid=255217546288&hvdev=c&hvlocphy=20534&hvnetw=g&hvpos=1t1&hvqmt=e&hvrand=12000157834854515973&hvtargid=kwd-304172150572&hydadcr=28432_1717411&keywords=a+james+gregor&qid=1568101841&s=gateway&sr=8-7

 

editoria, libri

Plutocrazie

Abbiamo letto il saggio ‘Oligarchia per popoli superflui’ (sottotitolo molto significativo: L’ingegneria sociale della decrescita infelice), uscito in prima edizione nel 2010, e in seconda (molto ampliata e aggiornata) nel 2018 per i tipi di Aurora Boreale. Di questo saggio ci ha impressionato la critica al mondialismo contro il quale questa Redazione si schiera nella battaglia a difesa dei valori tradizionali. Meme, fake news come nuove armi di influenza sociale, la governance oligarchica italiana tra legalità e guerra, la tirannia della quantità, le emergenze pubbliche nazionali, la liquidazione dello Stato, la sovranità economica e monetaria sono alcuni temi trattati in questo testo e su questi argomenti abbiamo posto le nostre domande.

1. Avv. Della Luna, intanto la ringraziamo per la sua gentile disponibilità. Qualcosa è cambiato a partire dal 1981: si sono uniti i banchieri di tutto il mondo e non i proletari, al contrario di ciò che preconizzava Karla Marx. Il popolo sembra essere in soggezione per il prevedibile futuro. È importante la sua teoria delle quattro epoche basata su questi punti: Oligarchia territoriale, Capitalismo industriale, Capitalismo finanziario, Demotecnica. Ce la sintetizza per piacere?

Ecco in breve la sequenza delle epoche:

1-EPOCA DELLE OLIGARCHIE TERRITORIALI, fino al 1850 circa. Vi sono molte oligarchie territoriali in competizione tra loro, perlopiù regni. Necessitano ciascuna di masse per reggersi e competere con le altre: soldati (carne da cannone), lavoratori, coloni, contribuenti; quindi favoriscono la natalità e difendono i confini. È una solidarietà necessitata tra dominanti-governati-territorio. I sovrani si espongono in prima persona: se falliscono o vengono battuti, possono perdere territori, il trono o la vita.

2 – EPOCA DEL CAPITALISMO INDUSTRIALE, dal 1850 circa al 1990 circa. La produzione in massa di beni di consumo, resa possibile dalla tecnica, crea la necessità di diffondere il reddito a strati sempre più ampi della popolazione onde poter vendere i prodotti dell’industria e remunerare il capitale investito, nonché per sviluppare l’industria bellica necessaria per le guerre coloniali e industriali. Si sviluppa l’ingegneria socio-culturale e la tecnologia della propaganda e della produzione del consenso; la democrazia si realizza come la tecnica di portare la popolazione ad approvare o accettare ciò che decide la classe dominante. In seguito, nel XX° secolo, nei paesi ricchi viene ideato e inculcato il consumismo per indurre le classi subalterne ad assimilare valori e bisogni artificiali, funzionali al potere, e idonei a impedire il sorgere della coscienza di classe internazionalista e della lotta di classe. Ciò porta a una maggiore distribuzione del reddito alle classi popolari: apparenza di progresso, democrazia e giustizia sociali. Intanto però si costruisce l’indebitamento pubblico e privato, quindi la dipendenza della società dai banchieri, i quali gradualmente subentrano nel potere politico reale. Il capitalismo assume il controllo delle grandi potenze, usandole come piattaforme politico-militari-tecnologiche per sottomettere e gestire le nazioni.

3 – EPOCA DEL CAPITALISMO FINANZIARIO, dal 1990 circa a ieri. I capitalisti finanziari di tutto il mondo si uniscono in un cartello per il dominio anche politico del mondo. È l’epoca del capitalismo finanziario assoluto, della fine delle ideologie e della storia nel liberismo di mercato a-temporale presentato come organizzazione definitivamente e scientificamente razionale della società globale secondo il paradigma darwinistico e malthusiano. Assistiamo a: dematerializzazione della moneta, della ricchezza, degli strumenti di azione e controllo; denazionalizzazione degli ordinamenti giuridici, con lo smantellamento degli Stati nazionali parlamentari indipendenti e democratici, delle coscienze e identità storiche nazionali nell’immigrazione di massa; progressiva omogeneizzazione delle genti e mercificazione di tutto; finanziarizzazione della società: la classe bancaria esautora e dirige lo Stato; i grandi finanzieri puntano, per massimizzare i profitti, non alla massimizzazione della produzione e delle vendite – come faceva il capitalismo industriale dell’economia reale-, bensì alla massimizzazione delle oscillazioni (bolle), le quali consentono i guadagni speculativi: da qui la successione interminabile di crisi economiche; fine della res publica (tutto è nel mercato privato) e della funzione sociale dello Stato. La smaterializzazione delle guerre e dei processi produttivi congiunta alla loro automazione rende superflue le masse e priva i popoli e i lavoratori di importanza e di forza di contrattazione; onde la graduale e crescente eliminazione dei ceti medi, la precarizzazione del lavoro dipendente e autonomo, la perdita di quote di reddito (in favore del capitale finanziario), di diritti sindacali, di capacità di partecipazione ai danni del popolo, associata a policy deflative a tutela delle rendite finanziarie. Viene riassorbita, nel tempo, la distribuzione di reddito in favore delle classi popolari, fatta nel periodo precedente per diffondere il consumismo.

4 – EPOCA DEMOTECNICA Siamo oramai da qualche anno entrati in un’epoca, a cui è dedicato il mio saggio Tecnoschiavi (Arianna Editrice, 2019), nella quale scienza e tecnica offrono alla classe dominante la possibilità di monitorare, schedare e condizionare capillarmente e in diretta, intervenendo per legge persino nel corpo della gente, sul piano biologico: informatica, droni, smart dust, cibi, chimica, nanomacchine, denaro informatico obbligatorio. Vi è poi il trans-umanesimo: gli umani potenziati geneticamente e/o con innesti elettronici: manipolazione biogenomica, gestione zootecnica della popolazione. Così diviene oggettivamente possibile la soluzione dei problemi di sovrapopolazione, inquinamento, esaurimento delle risorse – e delle guerre per accaparrarsi le risorse stesse: si tratta di ridurre radicalmente la consistenza e i consumi della popolazione del pianeta mediante vari strumenti di bio-politica che abbassano la salute, l’intelligenza, la fertilità, il desiderio di riprodursi, le difese immunitarie.

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