Economia, libri

Il grande reset

Fonte: Italicum

  1. La pandemia si è rivelata una opportunità per realizzare le trasformazioni programmate dal Grande Reset. I soggetti protagonisti di tale trasformazione si identificano dunque con la global class dominante nell’attuale sistema neoliberista globalizzato. Ma quale sarà il destino delle istituzioni democratiche nella prefigurazione di un sistema marcatamente elitario?

Quella in atto è una trasformazione sostanziale dell’assetto politico dei vari Paesi su scala mondiale. Con la strumentalizzazione della dichiarata pandemia, la democrazia, già di fatto ridotta a un ruolo puramente formale e svuotata del suo valore sostanziale, cede in modo definitivo a una forma di governo dei popoli manifestamente autoritaria e basata su una gestione tecnocratica. Ne abbiamo avuto un esempio plastico proprio nel nostro Paese: prendendo a pretesto la presunta emergenza pandemica, è stato impedito al popolo di votare, dando vita a un governo capeggiato da un tecnocrate stimato dai mercati, che riunisce in un calderone unico tutte le forze politiche, senza più alcuna connotazione distintiva né forma di opposizione. Di fatto si tratta di eseguire un piano sovranazionale stabilito e condiviso dall’élite mondialista che non ammette rivendicazioni democratiche.

  1. Il Grande Reset consiste in una programmazione di investimenti nel digitale e nel campo ambientale elaborata dalle élites mondiali dell’economia e della finanza. Il neoliberismo quindi, rinnegando se stesso e le sue radici ideologiche illuministe e liberiste, non si evolve dunque secondo una logica oligarchica di pianificazione centralizzata dell’economia assai simile a quella dei regimi del defunto socialismo reale?

Il neoliberismo, nonostante l’inganno lessicale, di liberale ha davvero poco, se non la libertà di accesso al consumo tramite la rete. Come dichiarato da Klaus Schwab nel piano del Grande Reset, lo Stato attraverso la tecnologia eserciterà il potere e il controllo, garantendo l’ordine grazie all’intesa con i giganti aziendali, veri protagonisti nello scacchiere globale. Saranno loro a garantire un ordine mondiale, di concerto con attori istituzionali sovranazionali e facendo da raccordo tra gli Stati.

Il neoliberismo realmente esistente, a differenza di quello ideologico puro, non è favorevole come dichiara alla libertà dei mercati: esso, al contrario, promuove il predominio delle imprese giganti nell’ambito della vita pubblica.

Di fatto è l’evoluzione del sistema economico ordoliberista, in cui il mercato e la concorrenza sono pilastri imprescindibili, ma non la concorrenza astratta, accademica, che prevede la competizione di una moltitudine di operatori in un contesto di libero accesso al mercato; la partita si svolge tra pochi operatori, accumulatori di grandi capitali, che deflazionano il lavoro e si avvalgono di tecnologie sempre più invasive, in un mercato dove le istituzioni statali rappresentano i guardiani che decidono se il giocatore sia degno di entrare in campo oppure no. Ne deriva un mercato elitario, non accessibile a tutti, ma solo a chi ha il peso e il potere per farne parte, un club esclusivo per pochi eletti, che competono tramite rapporti di forza.

  1. L’automazione, genererà grandi mutamenti nei processi produttivi, con incrementi vorticosi di produttività, ma nel contempo, determinerà grandi decrementi occupazionali per masse di lavoratori. Il progresso tecnologico distrusse in passato alcune professioni, ma in seguito ne generò altre che avrebbero poi riassorbito la disoccupazione. Ma quali nuove forme di occupazione potranno crearsi con il Grande Reset, che è stata concepito proprio in funzione di una automazione dei processi produttivi polarizzata su ristrette e specifiche competenze di un numero assai esiguo di occupati?

Grazie alle “nuove abitudini” introdotte dalle norme restrittive e di confinamento sociale, si sta finalmente realizzando la tanto agognata Quarta Rivoluzione Industriale, incentrata su intelligenza artificiale e rete veloce. Non si tratta semplicemente dell’evoluzione e della fiducia nel progresso della tecnica, che da sempre caratterizza la storia umana, ma piuttosto di una sua deriva. Oggi siamo arrivati a concepire macchine in grado di svolgere le professioni più disparate, non solo quelle manuali ma anche attività concettuali e complesse, dall’assistenza sanitaria al giornalismo. Nelle precedenti rivoluzioni industriali le vecchie professioni sono state rimpiazzate dalla creazione di nuovi lavori, ma nella Quarta, che di industriale ha ben poco, non si profila l’attivazione di un processo compensativo per la creazione.

Nei documenti ufficiali del Grande Reset pubblicati sul sito del Forum di Davos si dichiara esplicitamente che gli attuali mercati rappresentano un ostacolo allo sviluppo dei nuovi, basati prevalentemente su intelligenza artificiale, farmaceutica, big data, green economy e finanza speculativa a essa collegata, nonché riqualificazione del personale. Quest’ultimo comparto prevede che il lavoratore provveda continuamente ad aggiornare e rivedere le sue competenze, con una pressione al cambiamento tale che la mente umana difficilmente potrà tollerare. In generale, a fronte di una desertificazione del tessuto produttivo che genererà milioni di nuovi disoccupati, i nuovi mercati sono per lo più a bassa intensità di capitale umano.

Ci troveremo ad affrontare il problema del senso di inutilità da parte di un’enorme nuova massa di disoccupati.

  1. La rivoluzione tecnologica del Grande Reset si tramuterà in un progetto di ingegneria sociale che coinvolgerà l’intera società. L’avvento dell’intelligenza artificiale potrebbe condurre ad una mutazione antropologica dell’uomo da essere sociale ad essere virtuale. L’innovazione, comportando nuove dipendenze tecnologiche, non potrebbe quindi generare, anziché il benessere e l’emancipazione, come nei secoli scorsi, una regressione generalizzata, oltre che delle condizioni economico – sociali, anche delle facoltà intellettive e creative dell’intera umanità?

Come afferma Klaus Schwab, il fondatore del Forum di Davos, la Quarta Rivoluzione Industriale e il potenziamento dell’intelligenza artificiale a essa associato cambieranno non solo ciò che facciamo ma anche ciò che siamo. Con la progressiva sostituzione delle relazioni personali con quelle virtuali e l’adozione della nuova normalità, indotta dalle restrizioni e dal confinamento, l’uomo sarà sempre più solo e la sua vita sempre più alienata dal contesto sociale. La connessione costante alla rete, lo smartworking come nuova modalità lavorativa, il telesport, la telemedicina e addirittura la teledidattica, lo porteranno a vivere in simbiosi con i dispositivi digitali, in un internet delle cose che collega tutto e rende ogni nostro gesto tracciabile. Non solo ogni azione avviene attraverso gli strumenti tecnologici, ma persino la nostra attività decisionale è demandata a un algoritmo, capace e autorizzato a scegliere al nostro posto in ogni sfera della nostra vita. Se da una parte questo porterà inevitabilmente a una regressione cognitiva e antropologica, alcuni dei cosiddetti visionari del nuovo mondo hanno già previsto come farvi fronte: con un’ibridazione uomo-macchina che permetterà all’intelligenza umana di espandersi di miliardi di volte. Uno scenario degno di un film distopico, da scongiurare in ogni modo, ma in linea con la visione del nuovo mondo.

  1. Nel mondo del post – COVID prefigurato da Klaus Schwab, si riproporranno i problemi di giustizia sociale, diseguaglianze e degrado ambientale già presenti nella fase pre – pandemica. Secondo Schwab il Grande Reset consisterebbe, oltre che in una rivoluzione economica e tecnologica, anche in una rigenerazione morale del sistema capitalista.  Ma non si comprende come le istanze keynesiane ed etico – morali di trasformazione della società, siano compatibili con il darwinismo sociale imposto dalla distruzione creativa. Non è inoltre assurdo che i protagonisti di questa rivoluzione siano proprio le oligarchie dominanti, già resesi responsabili del degrado morale e materiale in cui versa l’attuale mondo globalizzato?  

Decisamente lo è, ma siamo finiti nei tempi della dissonanza cognitiva eletta a verità, grazie a un lavoro sapiente e metodico di lavaggio del cervello e manipolazione delle masse che, attraverso la strumentalizzazione terroristica del Covid, ha raggiunto un livello inaudito. La popolazione, ipnotizzata dalla tv e dalla narrazione unica, è pronta a credere che 2+2=5 e a osannare chi lo sostiene. 

a cura di Luigi Tedeschi

libri, Primo piano

Accettare, approvare, applaudire

Fonte: L’intellettuale dissidente

Sembra un esercizio di fantasia pessimistica immaginare, in un futuro non troppo lontano, l’edificazione dell’Impero del Bene. Ma l’intellettuale francese Alain de Benoist, nell’ultimo libro La Nuova Censura, Contro il politicamente corretto (Diana edizioni, 2021), ci avvisa che non si tratta affatto di fantasia e ci descrive con dovizia di particolari, come se si trovasse davanti ad un cantiere e osservasse passo passo i costruttori all’opera, come i buoni per autocertificazione stiano preparando il mondo che verrà. La censura non è un fenomeno storico nuovo, ma negli ultimi decenni ha assunto forme nuove. De Benoist ne individua i tre pilastri: l’assoluta convinzione di trovarsi sempre dalla parte del Bene. Ridurre al silenzio, ostracizzare, marginalizzare fino a far sentire indegni di prendere parte al consesso civile, sono le prime azioni che chi si autonomina buono compie nei confronti dell’altro con la scusa di moralizzare la società, che non sarà più ordinata al bene, come in passato, ma al giusto, in un esito paradossale: ultra permissività, perché non si prescrivono più regole di comportamento ai singoli e, al contempo, ipermoralità. All’educazione, che ci coinvolge sia dal punto di vista cognitivo e morale, si sostituisce la delegittimazione del pensiero e dell’azione sulla sola base di cosa non si può dire o fare. Il secondo pilastro è il celebre politicamente corretto; importato da oltreoceano, è
“Un’emanazione dell’ideologia dei diritti, a cominciare dal diritto di avere diritti. (…) La causa profonda del politicamente corretto risiede nella cosiddetta metafisica della soggettività, che è una delle chiavi di volta della modernità”.
Un tripudio di io, che alimenta il narcisismo del risentimento e in una società trasformata nella sovrapposizione di suscettibilità, il paradigma cartesiano del penso, dunque sono – il primo mattone di quella metafisica della soggettività poc’anzi evocata- sembra diventare: mi lamento, dunque sono.
“Lo status di vittima autorizza tutto dal momento che si sa strumentalizzare il politicamente corretto e l’ideologia dei «diritti umani». Razzismo strutturale, sessismo inconscio, omofobia latente; è la tripletta vincente. Non è più l’essenza ma la lagnanza che precede l’esistenza. Il muro delle lamentazioni esteso all’intera società in nome del diritto a far sparire le discriminazioni.”
De Benoist continua affermando che il termine discriminare ha subìto nel corso del tempo uno slittamento semantico peggiorativo per cui non significa più discernere o distinguere, ma indica sempre e comunque un incitamento all’odio. L’intellettuale francese toccherà il punto più volte nel libro, la questione principale del politicamente corretto e della nuova censura: il crollo cognitivo di fronte alla realtà. Stare di fronte alla realtà significa esprimere un giudizio che non è di valore, cioè morale, ma è principalmente di fatto. Significa constatare ciò che è altro da noi, ciò che ci sta davanti e il linguaggio ci consente di individuarlo, di riconoscerlo. Poiché la lotta alle discriminazioni è diventata la priorità dell’azione pubblica, il giudizio di fatto rischia di essere completamente assorbito dal giudizio di valore; si designa realtà non ciò che è, ma ciò che deve essere. Il nuovo Impero del Bene, quindi, sarà edificato sulla confusione tra criteri epistemologici e morali. Terzo pilastro, la censura non promana più principalmente dal potere pubblico, ma dai mezzi di informazione che ne sono diventati i principali vettori. Questo ha determinato la sostituzione dell’intellettuale impegnato con l’intellettuale a gettone, la cui missione, un tempo sintetizzata dalle tre “C”, criticare, contestare, combattere, oggi è sintetizzata nelle tre “A”, accettare, approvare, applaudire. De Benoist continua dicendo che il pensiero unico è prima di tutto conseguenza  

leggi tutto su https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-impero-del-bene

libri, storia

Mario Trombino

Sono suoi i tre libri che presento qui:

manuale di educazione civica

Come avrete capito si parla di filosofia, nel blog dedicato ai miei ricordi personali (memorabiliadiario) scrivo come l’ho conosciuto; sono libri di consultazione per studiosi, particolarmente adatti per i professionisti dell’educazione.

libri

Asylums

Un’istituzione totale può essere definita come il luogo di resistenza e di lavoro di gruppi di persone che – tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo – si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato. Prenderemo come esempio esplicativo le prigioni nella misura in cui il loro carattere più tipico è riscontrabile anche in istituzioni i cui membri non hanno violato alcuna legge. Questo libro tratta il problema delle istituzioni sociali in generale, e degli ospedali psichiatrici in particolare, con lo scopo precipuo di mettere a fuoco il mondo dell’internato”. Così scrive Goffman in apertura di Asylums. Egli realizza una descrizione impressionante di “ciò che realmente succede” in un’istituzione totale, al di là delle retoriche scientifiche, terapeutiche o morali con cui chi detiene il potere nell’istituzione giustifica le degradazioni degli esseri umani che solitamente avvengono. Ciò che Goffman compie, in Asylums, è una sorta di esercizio morale: rovesciare la pretesa che le istituzioni dettino la loro logica alle scienze sociali, far “parlare” attraverso la rievocazione sociologica di semplici gesti la dimensione tipicamente umana della resistenza all’oppressione. (Prefazione di Alessandro Del Lago, postfazione di Franco e Franca Basaglia)

libri

Adelphi in sconto

Il libro degli emblemi. Secondo le edizioni del 1531 e del 1534

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Autore:Andrea Alciato
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Curatore:M. Gabriele
Editore:Adelphi
Collana:Classici
Codice EAN:9788845924415
Anno edizione:2009
Anno pubblicazione:2009
Dati:LXXVI-731 p.,libro rilegato
un esempio

Il connubio tra immagini e parole, oggi così pervasivo, ha in realtà una storia ben più antica e nobile di quel che si tende a credere, e autorevoli progenitori tanto celebrati in passato quanto ormai trascurati. Fra questi è certamente da annoverare Andrea Alciato, grande erudito, umanista, «austero e insofferente» giurista tra i più insigni del XVI secolo. Il suo «Emblematum liber» (1531), galleria di situazioni umane trasfigurate in metafore e in mirabili simboli ‘geroglifici’, ambiva a trasmettere – similmente agli «Adagia» di Erasmo – un patrimonio di saggezza e moralità, attraverso una efficace visualizzazione verbale e iconografica di alti concetti o di semplici pensieri. Divenne invece l’archetipo di un genere di letteratura che non solo conobbe in Europa fin dalla sua nascita uno straordinario successo, ma esercitò un decisivo influsso, tanto da diventare un riferimento inevitabile, se si vuole capire molta parte dell’arte e della letteratura successive. «Il libro degli Emblemi» viene qui proposto per la prima volta in una edizione che se darà piena soddisfazione agli studiosi, i quali da tempo denunciavano un inspiegabile vuoto editoriale, costituirà per tutti gli altri lettori un’entusiasmante scoperta: il volume accoglie infatti, oltre al testo latino – criticamente stabilito sulla base del raffronto fra le due prime edizioni (1531 e 1534) –, la traduzione, le illustrazioni di altre due fondamentali stampe (1550, 1621) e un vasto commento, che di ciascun emblema individua le fonti speculative e iconologiche. Sarà così possibile ritrovare le radici da cui scaturì un’idea semplice e geniale: creare parole dalle quali possano fiorire immagini e viceversa, in uno sposalizio etico e filosofico dove si ascolta l’immagine e si vede la parola.

Libraccio.it

libri, memorie

L’odore delle bugie

Fonte: EreticaMente

Le bugie hanno un odore acre e penetrante. L’aria ne è satura, i suoi miasmi penetrano ovunque. Persino in Vaticano, tra intrighi curiali e fumi d’incenso, si respira un greve tanfo di menzogne. I più non lo avvertono, essendo pseudofagi. Si cibano di bugie, e il loro olfatto vi è ormai abituato. Anzi, sono convinti che l’informazione ufficiale fornisca ogni giorno nuove razioni di sacrosanta verità.
Le bugie son composte di atomi, molecole, tessuti. Quando giungono a formare un intero organismo diventano ‘versioni ufficiali’, di natura pubblica o privata. Nella prima son contenuti i tipici olezzi del giornalismo ufficiale, della medicina ufficiale, della storia ufficiale, della religione ufficiale, dei comunicati ufficiali e così via.
Molti credono a tali esposizioni dei fatti perché affetti da una sorta di neotenia spirituale. Anche in età adulta conservano tratti di soggezione infantile nei confronti di esperti e autorità. Ne fanno le ipostasi di potenti e onniscienti Genitori, con conseguenze nefaste nella comprensione della realtà. Questi pseudo-genitori infatti non hanno scrupoli nel mentire. Paradigmatico è il recente caso della pseudo-pandemia, questa sorta di fiaba ipnotica e angosciante, apoteosi della ‘versione ufficiale’ e del suo carattere manipolatorio.
Ogni manifestazione ufficiale di carattere scientifico, morale o culturale, ha per i più natura apodittica, potenza oracolare. Ma tale fenomeno ha le sue prime origini nel privato. La versione ufficiale nasce come elaborazione dell’immagine di sé. È una specie di film in cui ognuno proietta la sua vita. Quando lo mostra agli altri ne taglia alcune scene, altre le modifica. Ma anche la copia per sé fa ampio uso di invenzioni e specchi deformanti.  Perché in realtà l’uomo ha bisogno di mentire a sé stesso prima che agli altri.
Così, ogni società composta di bugiardi deve di necessità mentire a sé stessa. I valori che esibisce sono ipocrite foglie di fico. La Versione Ufficiale, nata da una rimozione psichica, diviene prassi del mentirsi l’un l’altro, il conformismo della falsità. È l’intreccio di forze suggestive e autosuggestive; rappresentazione di sé con cui la società e gli individui che la compongono, in modo solidale, sostituiscono i fatti con versioni ad hoc.
La bugia è la più elementare e diffusa forma di potere perché permette a chiunque un controllo sulla realtà. Presenta un doppio vantaggio: illudere ed essere illusi. Col tempo il mentire forma un blocco compatto, la cui stabilità poggia sulla coerenza delle bugie che ne formano la base. Diviene così fondamento della personalità individuale e dei vari statuti sociali. Come un ammortizzatore, stempera gli attriti tra la coscienza e il reale.
La ‘versione ufficiale’ non è una copertura superficiale della verità. Se scavassimo, troveremmo altre bugie. Vi sono persone e società che mentono a sé stesse per nascondere una bugia più profonda che ne copre un’altra più profonda ancora. Forse esiste una Menzogna Madre, radicale e originaria. O forse la vita è come una cipolla, strati di bugie senza un nocciolo. Cercando potremmo forse scoprirlo, ma l’attenersi alle versioni ufficiali provoca un’atrofia progressiva nell’organo della realtà.
Se capita che qualcuno si metta a cercare è perché le bugie, a lungo andare, possono creare sofferenza. Se una bugia ne contraddice un’altra, se un complesso di bugie entra in conflitto con un altro, si incrina quella stabilità interiore fondata su un auto-inganno armonico, e si manifestano delle crepe, ossia disturbi psichici di natura personale o collettiva.
In tal caso si può prendere coscienza della propria inautenticità e intraprendere una dolorosa discesa agli inferi, negli abissi della realtà negata. Il primo passo verso la verità è smantellare le versioni ufficiali, quelle di dominio pubblico come quelle più personali. Si ritorna così gradualmente pseudo-sensibili e si impara nuovamente a riconoscere l’odore della bugia. Questo però costa tempo e fatica. Più comodo è inventarsi nuove bugie o puntellare quelle vecchie. Psicoterapie o artifici intellettuali possono rimpiazzare le menzogne traballanti con altre più solide e funzionali.
La versione ufficiale coincide in sostanza con la difesa di una identità. Non fidarsene significherebbe aprirsi a dubbi esistenziali. Governo, sanità e mass media non potrebbero ammannirci ogni giorno fanfaluche su contagi e vaccini se la gente non conservasse nel fondo dell’anima questa colpevole abitudine di fuggire la verità, di illudersi. È per questa tacita connivenza col falso che la gente si piega docilmente ai decreti; trova sensati protocolli assurdi, ed è pronta a consegnare la sua vita nelle mani di manipolatori scientifici senza scrupoli. E non si può dire se goda più chi inganna o chi è ingannato.
Alla gente non interessa la verità, non la cerca, ne ha paura. La rassicurano solo le versioni ufficiali. Ne ha bisogno come di una droga. Senza, potrebbe dubitare di esistere. Si guarda bene dal verificarne l’autenticità, dal vederne la fallacia o l’incoerenza. Il suo equilibrio mentale si fonda sulla complicità tra le bugie del Sistema e le sue. Prova quindi un’animalesca ostilità verso chi le metta in discussione. Teme chi minacci di smascherare la sua collusione con un sistema strutturalmente falso. Non si confronta sul piano dei fatti oggettivi, dove fiuta una minaccia per la sua bolla psicologica. Si limita a esorcizzare con formule magiche o con scomuniche ufficiali ogni forma di pensiero divergente. E definisce ‘negazionismo’ ciò che nega la sua negazione della realtà.
La nostra società, secondo vecchi canoni totalitari, si difende dai dissidenti classificandoli come casi patologici. Nel definirli ricorre alle solite infamanti etichette: “negazionisti, complottisti”. Per confutarli non porta prove reali ma sentenzia ex cathedra che i loro argomenti sono deliranti o farneticanti. Termini che suonano come anatemi e scongiuri, e rivelano la sua isterica paura della verità.
In fondo, la Versione Ufficiale è una religione, e oggi un esercito di chierici fa muro per proteggerne il dogma. Politici, medici, giornalisti, son tutti mossi da un’apparente preoccupazione per il bene comune. Mentono, e lo si vede benissimo. Ma la sensibilità comune non lo nota, essendo ostruita da vecchi coaguli di bugie. Eppure, in quei paladini dell’ufficialità, è evidente il conflitto tra la maschera e il volto, la frattura tra la coscienza e l’inconscio. Occorrono anni di ferrea, gesuitica disciplina, oltre a un eccezionale talento, per celare questi intimi dissidi. E i nostri pubblici bugiardi non sono certo dei Mazzarino.
Prendete un politico noto. La mimica innaturale, l’affettazione della voce, ogni parola tradisce in lui la falsità. Ma anche fosse maestro nel simulare e nel dissimulare, abile nell’illudere occhi e orecchi, non potrebbe ingannare un olfatto sano. Non il senso fisico, ma un organo più sottile, un naso spirituale. Allora, se anche cercasse di coprire il fetore delle bugie in un’aura profumata, pensereste di lui ciò che Napoleone diceva di Talleyrand: “merda in calze di seta”.

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libri

La patologizzazione del dissenso

Fonte: Comedonchisciotte

Aldous Huxley: un metodo farmacologico per “piegare” le menti dei cittadini

“Credo che le oligarchie troveranno forme più efficienti di governare e soddisfare la loro sete di potere e saranno simili a quelle descritte in Il mondo nuovo“.

In una lettera del 21 ottobre 1949, lo scrittore Aldous Huxley scriveva a George Orwell che nel prossimo futuro il potere avrebbe presto attuato the ultimate revolution: “inducendo le persone ad amare il loro stato di schiavitù”.

Huxley si mostrava convinto che i governanti avrebbero assunto la forma della dittatura “dolce”, in quanto avrebbero trovato nell’ipnotismo, nel condizionamento infantile e nei metodi farmacologici della psichiatria un’arma decisiva per piegare le menti e il volere delle masse. Un’ipotesi che il romanziere inglese avrebbe confermato nel 1958 nel suo saggio Ritorno al mondo nuovo.

Nel 1932 lo stesso Huxley aveva ambientato il suo capolavoro distopico, Il mondo nuovo, in un mondo globale pacificato, in cui una droga di Stato, il soma, controlla lo stato d’animo dei cittadini.

Nella distopia huxleyana non c’è posto per le emozioni forti, per l’amore, per l’odio o per il dissenso. Non c’è spazio per l’intuizione, l’arte, la poesia, la famiglia.

Le persone sono arrivate ad amare le proprie catene perché  sono state manipolate prima ancora della nascita tramite l’eugenetica e da adulte sono totalmente spersonalizzate e manipolate nel profondo.

In questo modo non è possibile alcuna forma di ribellione. E il potere ha raggiunto il proprio scopo: fare in modo che i cittadini non diano fastidio.

Di fatto, per creare una società apparentemente perfetta e pacificata si devono controllare se non addirittura annientare, cancellare le emozioni, rendendo i cittadini degli zombie.

La patologizzazione del dissenso

La creazione di una sorta di “terrore sanitario” sta diventando il grimaldello per scardinare le libertà individuali e stringere le maglie del controllo sociale.

Come mostro nell’edizione ampliata e aggiornata di Fake news (Arianna Editrice), i casi di censura, boicottaggio e attacchi sempre più spietati contro l’informazione indipendente si fanno ormai quotidiani.

Ci dobbiamo chiedere se la biosicurezza non ci stia portando verso una dittatura sanitaria  e se non si stia tentando di patologizzare il dissenso per poter intervenire in maniera coatta e creare un pericoloso precedente: trattare e ospedalizzare i dissidenti.

Nella società del politicamente corretto coloro che non si allineano al pensiero unico vengono da tempo denigrati, perseguitati e marchiati con etichette diverse e tuttavia sempre denigratorie, per incasellare appunto il dissenso; ora, però, a quest’opera capillare di discredito si affianca il tentativo di curare i dissidenti per riportare costoro nel giusto binario e poterli riaccogliere nella società.

Nell’ultimo anno abbiamo assistito a inquietanti precedenti, dalla creazione della nuova espressione “sovranismo psichico” (1) alla proposta di una ricercatrice dell’Istituto italiano di tecnologia di utilizzare scariche elettriche  o magnetiche per influenzare il cervello e curare gli stereotipi e i pregiudizi sociali. (2)

Per Galimberti i negazionisti sono “pazzi”

Ultimo esempio in ordine di tempo di patologizzazione del dissenso sono state le dichiarazioni del filosofo Umberto Galimberti che, ospite della trasmissione Atlantide su La7, (3) ha equiparato i negazionisti del Covid ai pazzi:

“I negazionisti hanno paura della paura. Più che paura provano angoscia. Perdono i punti di riferimento. E arrivano a essere dei deliranti. Il negazionismo è una forma di contenimento dell’angoscia […]. Coi pazzi non è facile ragionare. Si può persuadere chi nega la realtà che la realtà è differente? Molto difficilmente”.

La sua esternazione non è isolata: negli ultimi mesi si sta cercando di indurre l’opinione pubblica a sostenere l’equiparazione tra negazionisti (ma anche complottisti e NO vax) ai pazzi, che andrebbero quindi sottoposti a cure psichiatriche per poter essere riaccettati in seno alla società.

Alla luce dei casi di Tso a Dario Musso (4) e all’avvocatessa di Heidelberg, Beate Bahner, molto critica con le misure prese dal governo per la quarantena da Coronavirus, (5) il tentativo di psichiatrizzare i dissidenti dovrebbe sollevare l’indignazione non solo degli addetti ai lavori, ma della popolazione.

Il problema di fondo è che sotto l’etichetta denigratoria di “negazionista” ma anche “complottista” rientra chiunque critichi la versione ufficiale della narrativa mainstream o si permetta di dissentire dai provvedimenti governativi basati sul biopotere.

Curare il dissenso

Ci troviamo di fronte a un atteggiamento paternalistico, autoritario e scientista del potere che mira a ottenere cieca obbedienza da parte dei cittadini e nel caso che questi si rifiutino di sottomettersi in modo acritico, di poter correggere il comportamento e il pensiero di costoro attraverso la psichiatria o la tecnologia.

Il totalitarismo dei buoni sentimenti (“buoni” solo in apparenza) ha i suoi cani da guardia pronti a riportare all’ovile chiunque dissenta od osi manifestare pubblicamente dei dubbi. Oggi la psicopolizia sembra pronta a elaborare nuovi strumenti degni di una psicodittatura.

Si vuole neutralizzare la coscienza critica e censurare qualunque forma di dissidenza. Chi dissente va censurato, deve arrivare a vergognarsi non solo di quello che ha detto, ma di quello che ha “osato” pensare.

Potrà pertanto essere riaccettato nella comunità solo a patto di umiliarsi, di chiedere pubblicamente perdono, di sottoporsi a cure psichiatriche per guarire da una malattia che il totalitarismo progressista spera di curare: pensare in modo libero e critico. Fake News 4D – Libro 4D

libri, Primo piano

Glebalizzazione

Fonte: Diego Fusaro

Verrà il giorno in cui si dovrà pur fare chiarezza sulla globalizzazione atlantista a stelle e strisce. Essa è l’americanizzazione coatta del pianeta o, se preferite, il transito del mondo intero al modello unico, fondato su a) liberismo e su b) potenza unica del Leviatano a stelle e strisce. Un solo esempio. Paul Bremer, a capo dell’Autorità provvisoria in Iraq nel 2003, emise il decreto che riorganizzava l’economia iraquena. Si passava alla proprietà privata integrale, con privatizzazioni del pubblico e apertura dei mercati. L’Iraq era liberato, diceva la propaganda. No, era semplicemente stato annesso al nuovo ordine liberista e atlantista globale. Modalità Cile di Pinochet, per intenderci: che subito, dopo l’uccisione infame di Allende, si rivolse a economisti di stretta fede liberista per ridefinire l’economia cilena, facendo del Cile una colonia USA. Il fulcro delle pratiche neoliberiste resta il seguente: se il benessere degli istituti finanziari e quello del popolo sono in competizione, si sceglie puntualmente il benessere dei primi. Come ho cercato più estesamente di chiarire nel mio libro “Glebalizzazione” (2019), col liberismo, lo Stato non scompare. Semplicemente diventa Stato liberista. Che governa per il mercato e in suo nome. Deve dunque essere uno Stato attivo, per favorire, creare e garantire un buon contesto per gli affari, assicurando operativamente anzitutto che il loro interesse venga prima degli altri. La costruzione di condizioni propizie per il prosperare del commercio e delle istituzioni finanziarie è allora – ha ragione David Harvey – il quid proprium del neoliberismo. Altro punto nodale: per creare un buon clima per gli affari, lo Stato liberista deve impoverire i cittadini, consentendo il lavoro precario e l’esproprio dei beni comuni. Ne abbiamo un fulgido esempio nella UE: si impoveriscono i popoli, con tagli alla spesa pubblica e politiche di austerità depressiva. Poscia li si indebitano, con prestiti usurai e calibrati ad hoc per essere inestinguibili e per incatenate per sempre chi se ne avvale (modalità Grecia, modalità Mes). Non mi stancherò di ribadirlo ad nauseam: occorre liberarsi dal liberismo.

Editore: Rizzoli
Anno edizione:2019
In commercio dal:17 settembre 2019
Pagine:320 p., Rilegato
  • EAN: 9788817141369
EPUB con DRM

9,99 €
Rilegato

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