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Italia sovrana

“È ora che nasca uno Stato sovrano che difenda gli italiani contro lo strapotere dell’Unione Europea, il ricatto dei mercati e il globalismo che cancella l’identità dei popoli”.

Lo ha dichiarato su Fb il prof. Paolo Becchi, ordinario di Filosofia del Diritto all’Università di Genova, annunciando l’uscita del suo ultimo libro “Italia Sovrana” editore Sperling & Kupfer che sarà presentato anche a Genova.

“Sovranismo” è la parola oggi più diffusa in campo politico, la risposta al fallimento dell’Unione europea, che in sostanza ha privato gli Stati della loro sovranità per sottometterli ai diktat dei mercati.

Ma che cosa significa essere sovranisti? Il prof. Becchi, che è stato fra i primi a sostenere e diffondere quest’idea, delinea in pagine rapide e sferzanti la strategia e le basi ideologiche di un nuovo progetto politico che contrappone la libertà e l’identità delle nazioni all’asservimento politico ed economico imposto da Bruxelles.

“La globalizzazione ha tentato di farci sentire cittadini del mondo, ma ci siamo trovati semplicemente privi di Patria. Ha predicato l’allargamento della democrazia e ci ha reso schiavi dell’eurocrazia.

Ha costruito per noi l’economia dei desideri, distruggendo la possibilità di soddisfare i bisogni veri: il lavoro, la salute, la sicurezza, l’istruzione.

È ora di cambiare. L’Italia deve ritrovare le proprie radici e le proprie tradizioni, in un’unità non astratta, ma che valorizzi le comunità territoriali. Deve ricominciare a pensare in grande per tornare a essere grande”.

L’ultima opera del prof. Becchi è un pamphlet lucido e corrosivo contro i vecchi partiti e i governi che hanno sacrificato gli interessi dei cittadini ai vincoli europei. Un appello appassionato alle nuove forze politiche, perché si impegnino in una rivoluzione che restituisca agli italiani la voglia di essere una nazione.

Il prof. Becchi presenterà il suo Libro a Modena, presso il Circolo “La Terra dei Padri”, il giorno 6 Aprile 2019, alle ore 17,30.

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Giordano Bruno, Figlio d’Ermete

di Luca Valentini – 18/02/2019

Giordano Bruno, Figlio d’Ermete

Fonte: Ereticamente

L’intelligenza deve dominare sulla barbarie 
delle superstizioni e delle fedi religiose incupite dalla bigotteria…
L’uomo adopera soltanto un infinitesimo delle sue possibilità cerebrali, 
occorre liberare questo deterrente intellettuale
che è prigioniero in ogni individuo “ (1)

E’ nostra ferma intenzione con questo sintetico scritto celebrare forse la personalità, insieme con Pitagora e Platone, che in maniera più alta e profonda ha rappresentato il pensiero filosofico d’Occidente, nel 419° anniversario del suo eccidio, ad opera della Santa Inquisizione: ci riferiamo al monaco domenicano Giordano Filippo Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600). Inquadreremo l’aurea figura di Bruno secondo una prospettiva scevra dalle solite e stantie interpretazioni di parte e di fazione, ma riconducendo la dottrina da lui espressa nell’alveo più naturale ed obbligato entro cui va necessariamente riconnessa, cioè quella aurea della Tradizione Ermetica, come hanno sapientemente documentato riferimenti irrinunciabili della cultura esoterica europea ed italiana, quali risultano essere Frances A. Yates, Leen Spruit e Gabriele La Porta, oltre a quanto già da noi esaminato in questo sito (2).

La figura di Giordano Bruno è stata assunta spesso negli ultimi anni come icona dell’Illuminismo, del pensiero laico, fagocitata nella dicotomica e duale sfida tra clericali e modernisti di fede latomistica e non solo, tradendo profondamente quella che fu la portata sapienziale del suo insegnamento, il quale non poteva erigerlo ad antesignano di Voltaire, né tantomeno ad uno stregone dedito a culti negromantici. Quanto, inoltre, la tormentata vicenda del Nolano sia stata utilizzata ad usum delphini da certa Massoneria tra l’800 ed il ‘900 è già stato documentato magistralmente da Luigi Morrone, nella prima parte del suo speciale su “Massoneria e Fascismo”, pubblicato in questo sito (3). Giordano Bruno sfugge a tali dicotomie manichee ed il saggio citato in nota dell’emerito prof. Gabriele La Porta mette in discussione tali vedute, riposizionando la sua vita e le sue opere nel giusto solco, cioè quello a-religioso e a-politico della Tradizione Ermetica Occidentale, in linea di continuità ideale sia con la misteriosofia antica, greca ed egizia, sia col neoplatonismo teurgico di un Porfirio o di un Giamblico, ed in connessione assolutamente libera ma altamente referenziale con tutto quel nobile mondo che dalla fine del ’700 ai primi decenni del ‘900 ha gravitato intorno all’aurea figura di Giuliano Kremmerz ed alla Schola Hermetica Napoletana.

Tale è la linea ermeneutica seguita (giustamente, a nostro modesto parere) da La Porta, che infrange le false e contrapposte opinioni di che cerca invano di inglobare il pensiero bruniano nella propria ed ottusa categoria esistenziale. La sua Magia ci offre, infatti, inusuali ricollegamenti filosofali, che vanno ben oltre il particolareggiato riferimento individuale, per estendersi, ad esempio, al neoplatonismo fiorentino, al Botticelli, agli ambienti magici di Parigi, Praga e Londra, fino a condurci a Shakespeare. La Magia Bruniana è, come evidenziato dalla Yates (4), la perfetta prosecuzione della Occulta Philosophia di Cornelio Agrippa, in cui ad una magia superstiziosa, di volgare dominio psichico ed astrologico, si contrapponeva un’Alta Magia, molto simile alla Teurgia degli Antichi, tramite cui il Mago, seguendo la dottrina dell’Asclepius di Ermete Trismegisto, si trasmutava egli stesso come magnete e ponte unificatore tra mondo della materia e Divino, superando ogni dicotomia agostiniana e misticheggiante, riconquistando quell’Unità del Cosmo di platonica e pagana memoria. Come evidenzia anche Leen Spruit, nel suo Magia, Socia Naturae “Bruno distingue fra una magia che si fonda sulla superstizione e una magia che si effettua per regulatam fidem” (5).

L’esegesi di Gabriele La Porta, infatti, ha il profondo merito di qualificare ancora più in profondità l’analisi iniziata da Frances A. Yates e di usare il Nolano come grimaldello, come crivello per penetrare in un mondo, in una dimensione che è quella dei Ficino, dei Pico della Mirandola, dei Campanella, dei Cusano, del pitagorismo e del platonismo arcaici, dimensione non razionale o filosofeggiante, ma altamente trasmutatoria. Tale è l’insegnamento sapienziale, che va oltre il misticismo delle masse; tale è l’Arte divina e rituale, come lo stesso Bruno afferma, quale magia naturale: è arte, soprattutto della memoria, di quell’anamnesi platonica che riscopre il reale e sacro fondamento intellegibile degli elementi, della Natura, degli Uomini e degli Dei. A chi, invece, si attarda a ravvisare prestiti o riporti forzosi nelle opere di Bruno nei confronti di Ficino o di Raimondo Lullo o di altri pensatori precedenti, rammentiamo serenamente come la Sapienza non conosca copyright, ma come vi siano stati uomini ed espressioni diverse di un’Idea imperitura: tale fu spesso la prospettiva, per esempio, anche di un Evola (che purtroppo non comprese la profondità ermetica delle opere del Nolano, considerandolo erroneamente un mero anticipatore della modernità), che non si prefigurò mai come un filosofo innovativo ed originale, ma come un mezzo umano tramite cui rinverdire non le sue idee, ma “le Idee da me difese”.

Altro aspetto importante evidenziato da Gabriele La Porta è quello insito alle indicazioni del De Umbris Idearum. Nelle carte magiche contenute nel trattato, l’aspetto mnemonico si coniuga con l’aspetto terapeutico, in riferimento anche agli studi di Cornelio Agrippa e Teucro Babilonese, in quanto l’evocazione dell’immagine rappresenta una propedeutica riequilibrante rispetto alla palingenesi alchimica della misura, del giusto dosaggio medico:

Il mezzo è l’immaginazione, basato sui 36 decani, perfetta riproduzione del primo effluvio delle idee. Se l’uomo-imago le avrà impresse in sé, sostiene il filosofo, potrà modificare la realtà nel momento in cui le immagini andranno ad edificare il mondo” (6).

In Giordano Bruno, pertanto, non si ricerchi la risposta a tutti gli arcani insoluti, perché si avrebbe a costatare solo un’amara delusione. Nel suo insegnamento ermetico sono indicate diligentemente le chiavi e le vie con cui è possibile approcciarsi ad una tradizione millenaria, di virgiliana memoria, in cui un mondo arcaico determinò la propria eternità, nell’ambito del pensiero liberato e non del libero pensiero, secondo ciò che si conquista alchimicamente quale intuizione ancestrale e sovrarazionale dell’Intelligere di Minerva:

Il pensiero umano, che pure ha nel senso il suo fondamento, partecipa alla costruzione unitaria del tutto, in quanto procedendo dal senso, lo trascende e giunge alla concezione della infinità unità” (7).

Nella società contemporanea, ove l’arroganza poco democratica del pensiero unico, nei più disparati campi (dalla cultura alla politica, dalla medicina alla filosofia), ma anche nell’universo tradizionalista, ove ancora circolano dogmatici portatori di verità assolute, che assurdamente non si potrebbero né discutere né tantomeno comparare o confutare, ci si renda conto quanto la prospettiva eretica della figura di Giordano Bruno possa assurgere ad un vero e proprio simbolo di libertà intellettuale. Il lettore, a proposito, non si lasci incantare dalla solita e stantia dialettica tra ecumenici e laici, tra vaticanisti e difensori del pensiero modernista, i quali hanno utilizzato strumentalmente il Nolano ognuno per i propri interessi di parte, come predetto. Anche nei confronti delle nuove indagini scientifiche, l’insegnamento di Bruno sia inquadrato nel solco della centralità dell’Uomo e della sua libera indagine:

” Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo” (De l’infinito universo et Mondi).

Il libero pensiero, da una prospettiva realmente tradizionale, non è la dimensione del disordine cerebrale, dello scatenamento delle moderne pulsioni psicanalitiche o istintuali, dell’asservimento sottile e subliminale alle logiche pseudo – culturali del mondialismo, ma può e deve assumere caratteristiche radicalmente diverse. La prospettiva di Bruno non si rivolgeva, infatti, verso un orizzonte temporale, verso un futuro con un suo preciso incedere progressista, ma era indirizzata verso quella dimensione classica che ritrova l’Eterno, senza patire le logiche passatiste o futuriste (dell’avvenire). Il libero pensiero bruniano si configurava essere come una costante identificazione con un preciso ordine ideale, con una precisa assunzione esistenziale, in cui la Libertà si esplicitava quale riconoscimento ontologico della propria radice interiore, del riconoscimento della propria Patria Ideale, quel Bene, quell’Idea archetipica, trascendente ed immanente, a cui spesso fecero allusione anche Platone ed Evola. Bruno sul tema è stato molto chiaro:

Maestro quando potrò ritrovarvi ?” “Guarda dentro di te, Sagredo ascolta la tua voce interiore e ricorda che l’unico vero maestro è l’Essere che sussurra al tuo interno”. (Dialogo tra Giordano Bruno e Sagredo).

In tale ermeneutica, il pensiero del Nolano potrebbe assumere quelle determinazioni di autentica validazione tali che esso possa risultare davvero dirompente dinanzi a qualsiasi imposizione culturale, a qualsiasi dogma, a qualsiasi forzatura, per cui la Verità sia la sola espressione della propria esperienza, sociale, politica, intellettuale, quale superamento attivo e cosciente del limite raziocinante:

 Ho lottato, è già tanto, ho creduto nella mia vittoria. È già qualcosa essere arrivati fin qui: non aver temuto morire, l’aver preferito coraggiosa morte a vita da imbecille” (De Monade, numero et figura).

Vi si impone l’esplicitazione allegorica di un’idealità, di una concezione del Sacro, di un Ordine, origine noetica che era il fulcro delle antiche civiltà tradizionali e che meravigliosamente riecheggia nelle opere magiche e filosofiche del Nolano. Le opere, la vita, la morte di Bruno, infatti, ci indicano idealmente tutto ciò che appartiene alla nostra Tradizione d’Occidente e tutto ciò che ne è assolutamente estraneo, quale specifico atteggiamento culturale che riconosce la propria specificità e per tale consapevolezza riesce a riconoscere, rispettare e tutelare quella altrui:

” Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di avere vinto” (Dialogo tra Giordano Bruno e Sagredo).

Giordano Bruno, infine, noi lo ricordiamo come autentico Figlio d’Ermete, quale portatore di una fiaccola mai spenta nell’alveo magico – teurgico della migliore Paganitas (così si espressero i magisti del Gruppo di Ur sul significato profondo dell’ermetismo), della sempre feconda Tradizione d’Occidente, che ancora oggi torna a far paura ai dogmatici di ogni latitudine:

A Minerva quelli che a ogni cosa antepongono il consiglio, la prudenza, la Sapienza e l’intelletto” (8).

Note:

1 – Gabriele La Porta, Giordano Bruno, Edizioni Bompiani, p. 57.
2 – http://www.ereticamente.net/2016/02/il-nolano-e-la-natura-magica-del-divino-luca-valentini.html
3 – http://www.ereticamente.net/2018/12/fascismo-e-massoneria-storia-di-rapporti-complessi-1-parte.html Riportiamo l’espressione del Mola «L’elevazione del Nolano a emblema della Massoneria … non va giudicata sotto il profilo della rispondenza filologica tra il suo sistema filosofico e gli orientamenti prevalenti nella Famiglia … bensì va apprezzata per la sua efficacia rappresentativa. Per i massoni (che non ne conoscevano il pensiero) Bruno era la vittima del dogmatismo teocratico di Roma in combutta con i sordidi intrighi dell’assolutistica diplomazia veneziana. Al tempo stesso era l’uomo che fra il rogo e la rinunzia alle sue più profonde convinzioni scelse il martirio, onorando, quindi, non l’ateismo o il rifiuto del cristianesimo (come poi asserito da certo malinteso positivismo) ma la libertà di “ricerca” e, quindi, la libertà di religione».
4 – Frances A. Yates – Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Edizioni Laterza, p.204ss.
5 – Leen Spruit, Il problema della conoscenza in Giordano Bruno, Edizioni Biblopolis, p. 149.
6 – Gabriele La Porta, op. cit., p. 170.
7 – Gabriele La Porta, op. cit., p. 124.
8 – Orazione di congedo di Giordano Bruno all’Accademia di Wittenber, 8 Marzo 1588.

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Wittgenstein

Invito alla lettura lunedì 18 febbraio 2019 ore 17

​Marco Vannini

MARGHERITA PORETE: LO SPECCHIO DELLE ANIME SEMPLICI

Introduce Marcello Girone Daloli
Lo Specchio delle anime semplici è un testo medievale francese che solo nel ventesimo secolo è stato attribuito alla sua vera autrice, Margherita Porete, una beghina del nord della Francia, bruciata come eretica a Parigi nel 1310 proprio per questo suo libro. Esso era rimasto per secoli occultato dall’autorità religiosa e sollo pochi spiriti eletti – da santa Caterina da Genova a Simone Weil – lo avevano stimato, finché oggi è stato riconosciuto in tutta la sua grandezza, capolavoro della mistica cristiana. In forma di dialogo, anzi, di “contrasto”, tratta del cammino che l’anima, spogliandosi progressivamente delle menzogne, fa per giungere alla sua propria “semplicità”, ovvero vera essenza, che è Dio stesso. Ispirato profondamente dal libro fu anche Meister Eckhart, presente a Parigi al tempo del processo e della morte di Margherita.
Marco Vannini, studioso della tradizione spirituale (ricordiamo la sua Storia della mistica occidentale, Le Lettere, Firenze) ed editore italiano di tutte le opere di Eckhart, è autore della introduzione e delle note allo Specchio, di cui ha curato la edizione italiana, insieme a Giovanna Fozzer.

Incontro con l’autore martedì 19 febbraio 2019 ore 17

Il cantone del diavolo

Presentazione del libro di Marco Cevolani

Casa Editrice Freccia D’oro, 2018
Dialoga con l’autore Roberto Tira
Mattia Rosetti è un ragazzo di quattordici anni e vive a Borgopianura, in provincia di Ferrara, con due papà. È appassionato di storia e adora inventare cose. In questa collana di libri, pensata per ragazzi ma con un occhio anche per i lettori più grandi, Mattia vivrà mirabolanti avventure, che lo porteranno in giro per il mondo e a viaggiare nel tempo, sfidando incredibili pericoli e oscure minacce. In questo primo episodio Mattia sarà chiamato ad indagare su uno dei misteri che riguardano uno dei pittori più grandi di tutti i tempi: il Guercino. Un giorno, durante una gita scolastica alla Chiesa del Rosario di Cento viene a conoscenza di un mistero legato ad uno dei colori più ricercati del famoso pittore, il Blu Guercino. Assieme all’amico Massimiliano si getterà a capofitto in questa nuova avventura, che lo porterà a fronteggiare la temibile Confraternita.
Marco Cevolani, centese, ha fatto il suo esordio letterario nel 2010 per il Rovescio Editore di Roma con NON POSSO STARE ALTROVE e PER UNA VITA INTERA, dove compare per la prima volta il personaggio di Mattia. Fonda la Casa Editrice Freccia D’Oro nel 2012. Nel 2015 pubblica QUANDO LE COSE CAMBIANO DI PESO scritto a quattro mani con l’amico giornalista Giuliano Monari.
A cura della Casa Editrice Freccia D’oro

Incontro con l’autore mercoledì 20 febbraio 2019 ore 17

Lo scarabocchio

Presentazione del libro di ​Silvano Mastromatteo

Albatros, Roma, 2018
Presentazione con accompagnamento musicale: alla chitarra Pasquale Soleo e al pianoforte Silvano Mastromatteo
La definisce Scarabocchio Silvano Mastromatteo, la sua prima silloge di poesie, una raccolta ricchissima e variegata, che svela fin dal titolo le sue intenzioni: la presente è un modo per raccontare attraverso mille storie e sotto il velame dei versi, il ritratto di questa nostra Italia. Una storia unica che, come spesso succede, in quei racconti assume presto una sorta di valore di un’epica popolare, si chiude sulla pagina ma non nella vicenda, che sembra procedere e continuare, espandersi al di fuori della carta, sopravvivendo così al di fuori dello spazio e del tempo. Questa silloge è profondamente impegnata, pur essendo ben lontana dai canoni della cosiddetta poesia d’engagement, e si avvicina invece molto di più alla lingua e alle strutture delle Pasquinate, che presentavano dietro un apparente sorriso la lama della critica stretta forte tra i denti.
Silvano Mastromatteo – 1975 – compositore, arrangiatore, insegnante, di Vico del Gargano (FG). Lo Scarabocchio è la sua prima esperienza letteraria. È diplomato in Canto Lirico e in Didattica della Musica. Consegue la Laurea con Lode in Discipline Musicali Indirizzo Jazz – pianoforte, presso il Conservatorio Umberto Giordano di Foggia. Studia composizione e arrangiamento.

Conferenze e Convegni giovedì 21 febbraio 2019 ore 17

I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo

Conferenza di Nicola Alessandrini

Introduce Sandra Carli Ballola
Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. Questa celebre e lapidaria proposizione chiude il Tractatus Logico-Philosophicus, conferendogli l’aurea crepuscolare dell’ultimo libro di filosofia. Animo inquieto, ingegnere, giardiniere, maestro elementare, architetto e professore di filosofia a Cambridge, Ludwig Wittgenstein ci ha consegnato uno dei più grandi e controversi capolavori filosofici del Ventesimo secolo. Un’opera scritta tra i bombardamenti della Prima guerra mondiale e guidata dall’imperativo di svelare l’intima relazione tra linguaggio, pensiero e mondo: cosa ne sarebbe, infatti, del mondo senza parole che lo rappresentino? La riflessione del Tractatus scopre tutta la sua attualità nell’epoca del generale depauperamento del linguaggio, mostrando con urgenza la centralità della scuola quale laboratorio linguistico per eccellenza che può allargare i limiti del linguaggio, che sono i limiti del nostro mondo.
Per il ciclo “I colori della conoscenza” a cura di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

Conferenze e Convegni venerdì 22 febbraio 2019 ore 17

Il labirinto come metafora

Conferenza di Andrea Gatti (Università di Ferrara)

La conferenza propone un’indagine sul tema del labirinto dal punto di vista storico e antropologico, nonché un percorso sulla sua  fortuna letteraria (dalla mitologia greca ai racconti di Borges), con specifica attenzione  alle sue valenze emblematiche. Oltre che “simbolo naturale della perplessità”, il labirinto verrà considerato come possibile metafora di alcuni aspetti del vivere contemporaneo.
Per il ciclo Libri in scena, in occasione dello spettacolo di prosa “Ho perso il filo”, con Angela Finocchiaro, in scena al Teatro Comunale dal 22 al 24 febbraio
A cura dell’Associazione Amici della biblioteca Ariostea

 

Economia, libri

Il valore di tutto

Al cuore della crisi economica e finanziaria degli ultimi anni c’è un problema evidente: nel moderno capitalismo l’estrazione del valore, ovvero la raccolta dei profitti – dai dividendi degli azionisti ai bonus dei banchieri – è ricompensato assai meglio della creazione effettiva di valore. Oggi scambiamo chi raccoglie i profitti con chi effettivamente crea valore, chi guadagna con chi produce. Quel concetto di valore così centrale nella storia del pensiero economico – basti pensare alle riflessioni di Ricardo, Marx, Schumpeter e Keynes – oggi è misconosciuto o distorto tanto nella teoria quanto nella prassi. Se vogliamo riformare il capitalismo dobbiamo porci una serie di domande radicali: da dove viene la ricchezza? Chi crea il valore? Chi lo estrae? Chi lo sottrae? Solo rispondendo a queste domande possiamo sostituire l’attuale sistema capitalistico di tipo parassitario con un capitalismo più sostenibile, più interdipendente: un sistema che funzioni per tutti. Con questo libro Mariana Mazzucato riaccende un dibattito indispensabile sul mondo in cui vorremmo vivere.

autori, libri, Società

La fine del sacro

Ma nelle riflessioni di Sergio Quinzio (Religione e futuro, ripeto: anno 1962) ci sono molti altri punti che mi hanno costretto a restare con il naso incollato alle pagine polverose.

Sentite qui: «La religione, da cosa virile, è diventata cosa tipicamente femminile, da donnicciole, e i nostri ragazzi considerano un punto d’onore e una prova di maturità disprezzarla».

Ecco, espresso in due righe, un concetto al quale mi capita di pensare quando sento dire che nella Chiesa bisogna dare più spazio alla donna. Ora so che sarò giudicato maschilista, retrogrado e tutto il resto, ma penso che la richiesta di dare più spazio alla donna possa essere avanzata solo da chi non conosce la realtà della Chiesa. Perché oggi nelle parrocchie le donne hanno già spazio, moltissimo, forse  troppo. Non per colpa loro, sia chiaro, ma per colpa di maschi che non ci sono, che sono spariti. E così è difficile negare che sia in atto un processo di femminilizzazione del cattolicesimo.

Ma vado avanti. Riflettendo sulle chiese protestanti, verso le quali è di moda per noi cattolici cercare affannosamente un  dialogo, come se da ciò dipendesse il destino della nostra Chiesa, a un certo punto l’autore afferma che «la sopravvivenza di queste chiese nel mondo contemporaneo è pagata al prezzo della rinuncia alla loro fede, che è stata più o meno ovunque trasformata in generico moralismo liberaleggiante». Ed è vero, verissimo, come si può ben vedere andando a fare un giro nel Nord Europa. Pertanto viene da chiedersi perché noi cattolici dobbiamo tanto ricercare il dialogo con qualcuno che, di fatto, si è spogliato o si sta spogliando della propria fede, e non dovremmo invece cercare di convertire questi fratelli.

Molte altre sarebbero  le pagine da sottolineare. Per esempio quando Quinzio osserva che oggi, non essendoci più la religione, non c’è più neppure l’ateismo (bei tempi quelli in cui religiosi e atei si affrontavano a viso aperto. Oggi, invece, domina purtroppo l’indifferenza, che emerge anche tra coloro che, solo nominalmente, ancora si definiscono religiosi e atei) o quando annota che abbiamo ridotto Dio a un padre di oggi, succube dei figli, togliendogli ogni capacità di giudizio, oppure quando dice che la religione (e qui il pensiero va a tutti i nostri dolciastri teorici dell’ascolto, della tolleranza, dell’apertura) se è davvero tale non è vaga e affettata consolazione, ma «è una cosa potente», assoluta, che riguarda il sangue e la morte.

E che dire dei passaggi in cui l’autore osserva che la religione non produce più nulla? Guardiamo a noi cattolici: non più poesia, non più architettura, non più musica, non più pittura. Solo, al più, scimmiottature o «provocazioni» (parola che piace a chi non ha nulla da dire) o, addirittura, contro-testimonianze (come si vede bene nel caso delle orrende nuove chiese, progettate e costruite per far scappare i fedeli e non per farli entrare).

Mi fermo qui, perché le citazioni sarebbero innumerevoli.

https://www.maurizioblondet.it/ma-la-religione-e-morta/

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Un giro di piazza


Anche la foto di copertina è dell’autore

Fabrizio Resca è nato a Ferrara nel 1956, Laureato presso l’Univer-sità di Ferrara con una tesi in antropologia culturale, tour leader e travel consultant professionista, ha esordito con la silloge di poesie Viaggio infinito (1989) a cui hanno fatto seguito Passi nella polvere (1991), Anime di passo (1998), Le nubi del Caribe. Appunti di viag-gio in poesia (1999), Fata Morgana (2000), Intervalli di marea (2001), II gioco delle Parche (2001). In narrativa ha pubblicato il vo-lume di impressioni di viaggio Odore di Russia (1995), il romanzo breve II volo del gabbiano azzurro (2002, premio “Niccolini”, Fer-rara 2003), Pensieri on the Road (2007) e Pensieri on thè Road (again) (2010), nonché altri racconti ed articoli pubblicati in varie antologie e riviste nazionali.

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Le radici del gusto

lunedì 26 novembre 2018 ore 17

Biblioteca Ariostea Via delle Scienze, 17 Ferrara
Sala Agnelli

Presentazione del libro di Carlo Mantovani

Edizioni del Loggione, 2018
Le radici del gusto è una guida turistica diversa dal solito, proponendo itinerari alternativi che, in nome di un turismo “illuminato”, portano alla scoperta dei piccoli grandi tesori nascosti della nostra regione: percorsi che uniscono cibo (cioè cultura) e paesaggio (cioè natura), la formula migliore per promuovere il territorio italiano, come scritto in un recente editoriale di Bell’Italia. Come le persone, anche le passioni a volte, incontrandosi, danno vita a qualcosa di nuovo e di bello: come è accaduto per questa guida, in cui sono confluite la passione dendronautica per gli alberi monumentali e quella gastronautica per le ricette e i prodotti della tradizione. Gli itinerari dendro-gastronomici, tra i sei e i nove per provincia, affiancano agli alberi monumentali (che affondano le radici nel terreno) le feste, sagre o fiere di paese che celebrino prodotti tipici o piatti tradizionali (i quali, a loro volta, affondano le radici nel territorio). Terreno e territorio, due elementi che nella guida si fondono in un abbraccio di golosa bellezza.
Un prodotto della Bassa. E’ questo, forse, il modo più giusto per definire Carlo Mantovani, giornalista e scrittore nato nel ‘67 a Concordia sulla Secchia (MO). Un autore poliedrico e vulcanico mosso non soltanto dall’istinto artistico, ma anche e soprattutto da un grande amore per il territorio: come testimonia Il Museo della Nebbia, un’installazione multisensoriale ideata nel 2016 per sottolineare il lato buono della nebbia. E come conferma questa guida, nata dal duplice amore per il bello (gli alberi monumentali) e per il buono (il cibo tradizionale): passioni irresistibili, che lo hanno spinto ad intraprendere un indimenticabile viaggio alla scoperta dei tesori naturalistici ed enogastronomici della nostra regione. Un viaggio così bello e così’ buono, che si vorrebbe non finisse mai.

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Colonia Italia

L’Italia colonia dell’impero britannico. Ecco le prove della guerra senza quartiere condotta per tutto il Novecento dalla diplomazia di Sua Maestà per controllare l’opinione pubblica italiana in funzione degli interessi economici e politici inglesi. Una guerra segreta perché combattuta con mezzi non convenzionali tra nazioni amiche e, per una lunga fase della loro storia, persino alleate. Invisibile ma non meno dura delle altre. E nella quale la stampa, la radio, la televisione, l’industria editoriale e dello spettacolo hanno avuto un ruolo preponderante. Il libro di Cereghino e Fasanella lo dimostra, prove (inedite) alla mano: la loro ricostruzione si basa su documenti del governo, della diplomazia e dell’intelligence del Regno Unito, rapporti confidential, secret e top secret declassificati in tempi recenti e a disposizione di giornalisti e studiosi. Basta consultarli, e le scoperte non mancano. Come lo schedario annualmente aggiornato dei “clienti” italiani (almeno mille negli anni Settanta) utili alla causa inglese e che viene in parte presentato in Appendice. Ma, al di là dei nomi coinvolti, ciò che è importante è rileggere la storia recente italiana dalla parte degli inglesi, il cui ruolo è sempre stato considerato secondario rispetto agli americani. Un grosso sbaglio. Se questi ultimi agivano esclusivamente in funzione anticomunista, gli inglesi combattevano anche “contro” quegli italiani – i De Gasperi, i Mattei, i Moro, solo per citarne alcuni – che mal sopportavano il ruolo di “protettorato” britannico. Una vera guerra che qui viene offerta, per la prima volta in tutta la sua portata politica, all’attenzione dell’opinione pubblica.

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I nemici della conoscenza

Il grande sviluppo tecnologico della nostra era ci ha dato accesso a una quantità di informazioni senza precedenti. Il risultato, però, non è stato l’inizio di un nuovo illuminismo, ma il sorgere di un’età dell’incompetenza in cui una sorta di egualitarismo narcisistico e disinformato sembra avere la meglio sul tradizionale sapere consolidato. Medici, professori, professionisti e specialisti di ogni tipo non sono più visti come le figure a cui affidarsi per un parere qualificato, ma come gli odiosi sostenitori di un sapere elitario e fondamentalmente inutile. Che farsene di libri, titoli di studio e anni di praticantato se esiste Wikipedia? Perché leggere saggi, ricerche e giornali quando Facebook mette a nostra disposizione notizie autentiche e di prima mano? L'”apertura” di Internet e la sua apparente libertà sono solo i primi colpevoli contro i quali Tom Nichols punta il dito. Oltre ai social network, alla democrazia dell'”uno vale uno” e ai semplicismi che la rete favorisce, Nichols attacca anche l’emergere del modello della customer satisfaction nell’educazione universitaria, la trasformazione dell’industria dei media in una macchina per l’intrattenimento aperta 24 ore su 24 e la spettacolarizzazione della politica.

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Lo sprecato

In questo libro, lo «Sprecato» Raffaele La Serra, classe 1920 e Volontario di Guerra, ci racconta la sua storia, che è stata poi la storia di tanti soldati italiani, in modo vivo e spesso ironico, narrando la sua esperienza di guerra tra i Bersaglieri della Divisione Ariete nelle battaglie di corazzati in Nord Africa nel 1941, quindi nel rinato XXXI Battaglione Guastatori in Italia e dopo l’8 settembre 1943 nel Battaglione Guastatori Alpini Valanga della Decima Flottiglia MAS, coinvolto nelle operazioni di controguerriglia e di difesa del confine orientale dell’Italia nel 1944-1945, distinguendosi nei duri scontri contro il IX Corpus di Tito nella Valle dell’Isonzo e a Tarnova.In appendice, oltre alle fotografie di proprietà dell’autore, sono presentate numerose rare foto dell’archivio del ricercatore Riccardo Maculan e di veterani del Battaglione Valanga.