autori, Letteratura

Charles Bukowski

«Gente pazza veniva a trovarmi – nazisti, anarchici, pittori, musicisti, scemi, geni e scrittori scadenti. Mi confidavano tutte le loro idee pensando che io potessi capirle. Certe notti mi guardavo intorno e c’erano tra otto e quattordici persone sedute in giro sul tappeto, e io ne conoscevo solo due o tre»: Charles Bukowksi era uno scrittore irriverente, non conformista, estraneo ai circoli borghesi e la sua esistenza era costellata di incontri impossibili o imprevisti. Anche la sera nella sua abitazione. Nel ventennale della scomparsa, Roberto Alfatti Appetiti ha curato una documentata biografia dell’autore di Post Office, cadenzando in dieci capitoli l’esistenza artistica, ora scombinata ora surreale, di uno scrittore amato da generazioni di irregolari.
«Bukowski», scrive Alfatti Appetiti, «non parla di cose sicure, i figuranti della sua giostra, in bilico tra miseria, assurdità e follia, non hanno rete di protezione e neanche Bukowski ne ha. Non si riveste da portavoce o scrittore. Parla di sé, rielabora immaginificamente le proprie esperienze, le insaporisce, ma senza infingimenti. Esibisce con noncuranza difetti e debolezze, ostenta incoerenze e crudeltà». Aveva un talento speciale, al quale univa la passione per gli irregolari della letteratura dai quali traeva ispirazione e citazioni. Amava, tra gli altri, Ezra Pound, Louis Ferdinand Céline, Knut Hamsun, Fedor Dostoevskij. I suoi scritti, anche se possono apparire nichilisti, hanno la capacità di indicare una strada per comprendere o conoscere l’animo umano. Si portava dietro la fama di «nazista» e nel libro c’è un capitolo ad hoc, «Camerata Bukowski», nel quale è narrata la genesi di questa «collocazione» che Buk alimentava per il gusto di «épater le bourgeois».

E se l’opinione pubblica americana, ai tempi del secondo conflitto mondiale, era tutta orientata contro la Germania nazionalsocialista, Bukowski non si allineava: «Quanto a me, non avevo nessuna voglia di andare in guerra per proteggere il tipo di vita che conducevo o salvaguardare il mio futuro. Non avevo libertà. Non avevo niente. Forse, con Hitler al governo, mi sarebbe toccata un po’ di fica ogni tanto, e magari qualcosa di più del dollaro a settimana che mi passavano i miei genitori. Non avevo niente da perdere».

In queste posizioni non c’è un sottofondo di elaborazione ideologica, ma «naturale spirito di contraddizione», rivelato con franchezza. «Non ero nazista per carattere o per scelta», spiegava, «ma erano gli insegnanti ad appiccicarmi addosso quell’etichetta, con il loro atteggiamento conformista, le loro idee conformiste e i loro pregiudizi antitedeschi». Ammirava molto Céline: «Gli hanno fatto tirare fuori le budella e lui ha riso e ha costretto loro a ridere. Un uomo molto coraggioso. Mi piace il coraggio. Mi piace vederlo dappertutto. (…) È una questione di stile, che è l’unica cosa che ci resta».

La raffinata biografia di Alfatti Appetiti è piena di aneddoti e di richiami ai romanzi e alle poesie, che costringeranno piacevolmente il lettore a cercare nella più vicina biblioteca o libreria i testi del genio americano, provando una lucida empatia per Buk e la sua visione del mondo, che resta straordinariamente attuale nei nostri tempi, nei quali si afferma un opprimente pensiero totalitario globalista: «L’unica cosa che possiamo fare è opporci come meglio ci riesce alla forza della corrente. Ecco perché mi interessano tanto le corse dei cavalli, credo: la bellezza della sconfitta, la laboriosa opposizione all’irresistibile matematica della morte». In conclusione la forza narrativa di Tutti dicono che sono un bastardo è anche nella musicalità del racconto di Alfatti Appetiti che, pagina dopo pagina, ci accompagna nel mondo di Bukowski al punto che sembra di sentire il rumore della macchina da scrivere dell’autore di Factotum o il profumo delle sue sigarette in una di quelle notti interminabili che possono conoscere soltanto gli spiriti liberi.

*Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Bukowski di Roberto Alfatti Appetiti
(Bietti edizioni, 2014 – Pagg. 331 – € 19)

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autori, Letteratura

Accordi eretici

Era tutto quello che avevo dentro, e che sentivo di dover dire. È una canzone un po’ rabberciata, perché la musica la abbiamo scritta dopo, la abbiamo cucita sopra il testo, e si sente. L’ho scritta in modo piuttosto colto, anche per distanziarla da Don Raffae’. Sciascia diceva che la canzone, per essere utile, deve essere scritta da un uomo di cultura che sappia, però, esprimersi in maniera popolare. Però il disco mi sembrava un po’ fragilino, ed allora ho sentito il bisogno di impiegnarmi, e l’ho fatto, svolazzando anche in alto. Ci sono molti riferimenti letterari. Ho voluto anche sfoggiare un po’ di cultura, perché in pochi, magari, hanno letto Oswald De Andrade. Ma non è sfoggio in realtà, perché mi è venuta piuttosto spontaneamente: sai, molto dipende dai panni di cui ci si veste quando si scrive. Ti metti nei panni di Don Vito Cacace e ti viene Don Raffae’, ti metti nei panni di chi vuol fare poesia e ti viene La domenica delle salme. Quanto al riferimento alla Baggina, non è la prima volta che mi capita di presagire qualcosa nelle mie canzoni.

Il riferimento a Curcio è preciso. Io dicevo semplicemente che non si capiva come mai si vedevano circolare per le nostre strade e per le nostre piazze, piazza Fontana compresa, delle persone che avevano sulla schiena assassinii plurimi e, appunto, come mai il signor Renato Curcio, che non ha mai ammazzato nessuno, era in galera da più lustri e nessuno si occupava di tirarlo fuori. Direi solamente per il fatto che non si era pentito, non si era dissociato, non aveva usufruito di quella nuova legge che, certamente, non fa parte del mio mondo morale… Il riferimento poi all’amputazione della gamba, voleva essere anche un richiamo alla condizione sanitaria delle nostre carceri.

[In Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, pp. 68-69]

D. Perché l’avete scritta?

R. Volevamo esprimere il nostro disappunto nei confronti della democrazia che stava diventando sempre meno democrazia. Democrazia reale non lo è mai stata, ma almeno si poteva sperare che resistesse come democrazia formale e invece si sta scoprendo che è un’oligarchia. Lo sapevamo tutti, però nessuno si peritava di dirlo. È una canzone disperata di persone che credevano di poter vivere almeno in una democrazia e si sono accorte che questa democrazia non esisteva più.

D. È dunque un atto d’accusa.

R. Sicuramente, e lo è anche nei nostri confronti. C’è una tirata contro i cantautori che avevano una voce potente per il vaffanculo, e invece non l’hanno fatto a tempo debito. Io credo che in qualche maniera la canzone possa influire sulla coscienza sociale, almeno a livello epidermico, Noto che ci sono tante persone che vengono nel camerino alla fine di ogni spettacolo e che mi dicono: siamo cresciuti con le tue canzoni e abbiamo fatto crescere i nostri figli con le tue canzoni. E non so fino a che punto sia una cosa giusta. Credo che in qualche misura le canzoni possano orientare le persone a pensare in un determinato modo e a comportarsi di conseguenza.

[Intervista di Luciano Lanza (1993). Ora in Signora Libertà, Signorina Anarchia, p. 17]

È il ritratto dei diversi aspetti dell’Italia e dell’Occidente in genere alla fine degli anni Ottanta. Ancora una volta De André fa inconsciamente la parte del profeta con la chitarra, citando, all’inizio, la Baggina, cioè la Casa di riposo per anziani Pio Albergo Trivulzio di Milano, che nel giro di poco tempo diventerà celeberrima; di lì partirà la prima denuncia per corruzione di tangentopoli. Si passa poi ai semafori, occupati da immigrati polacchi con le loro spazzole da lavavetri, i loro mercatini e i loro traffici di prostituzione, per arrivare ai trafficanti di saponette diretti all’Est. Subito dopo vediamo “la scimmia del quarto Reich” simboleggiare la preoccupante ripresa di movimenti neonazisti in Germania e un po’ in tutta Europa; infine la piramide di Cheope, monumento tanto imponente quanto inutile, ricostruito oggi “schiavo per schiavo / comunista per comunista”. Uno sguardo è riservato ad una pagina ancora sanguinante del nostro recente passato: il terrorismo. Renato Curcio, il capo storico delle Brigate Rosse, è ritratto come un carbonaro, un prigioniero politico ancora in carcere, nonostante non abbia mai ammazzato nessuno, perché non ha voluto rinnegare il proprio passato. Il riferimento a Pietro Maroncelli attraverso l’amputazione della gamba riporta l’ambientazione nel secolo scorso, come a dire che le condizioni sanitarie in Italia, e in particolare nelle carceri, non sono migliorate poi molto. Nella canzone c’è anche posto per condannare alcuni colleghi, troppo propensi a cantare o a scrivere canzoni cambiando continuamente cavallo da battaglia a seconda dell’argomento più alla moda: “voi che avete cantato per i longobardi e i centralisti / per l’Amazzonia e per la pecunia”, denuncia tagliente, questa, e fatta da chi sicuramente aveva tutto il diritto di farla. Tra questa folla di personaggi passano, quasi non visti, gli addetti alla nostalgia, tra i quali “il cadavere di Utopia”: utopia della libertà, utopia dell’anarchia, cresciuta nel ’68 e morta in mezzo alla città moderna e civile, dove chi vuole rimanere libero lo può restare soltanto se ha un cannone nel cortile.

[Matteo Borsani – Luca Maciacchini, Anima salva, p. 147-148]

Ecco un esempio di come anche il mondo della musica possa esprimere forti motivazioni di tipo morale e politico. Nell’albume Le nuvole, del 1990, che la critica specializzata considera unanimamente un capolavoro della moderna canzone d’autore, Fabrizio De André ha inserito (tra tante altre invenzioni verbali e musicali) una polemica e tagliente invettiva, scritta in collaborazione con l’etnomusicologo Mauro Pagani, contro lo sfascio dell’Italia contemporanea (o, forse, di quella che potrebbe essere l’Italia in un immediato futuro).

Il testo possiede una sua valenza specifica, che è possibile cogliere anche indipendentemente dall’accompagnamento strumentale […]. Ricordiamo comunque che la strumentazione è limitata ad alcuni elementi essenziali: chitarra, violino e “kazoo” (un piccolo tubo di canna al cui interno una membrana vibra emettendo un suono aspro; si tratta di uno strumento “povero”, usato nei riti magici dell’Africa occidentale e diffuso nel sud degli Stati Uniti, poi adottato da jazzisti e cantanti folk).

L’esecuzione musicale, vibrante e quasi angosciosa (ad un certo punto si avverte anche il sibilo di una sirena), si chiude con un assordante canto di cicale, che possiamo interpretare in due modi: come elemento di ulteriore polemica dell’autore nei confronti di una umanità che – nonostante tutto – vuole continuare irresponsabilmente a divertirsi, o come allusione al fatto che ogni forma di protesta contro i pericoli che ci sovrastano è ormai ridotta a un inutile e monotono canto, un fastidioso e petulante cicaleccio in sottofondo, del quale nessuno quasi più si accorge.

Dopo una strofa introduttiva (vv. 1-12), che ci presenta un uomo in fuga in una spettrale alba milanese, il testo si snoda attraverso tre segmenti di disuguale lunghezza (vv. 13-29, 38-58, 67-81), intervallati da un triplice ritornello di otto versi (vv. 30-37, 59-66, 82-89; il primo verso di ognuno è sempre uguale) e suggellati da una quartina di chiusura (vv. 90-93), che richiama vagamente il classico congedo della canzone petrarchesca. All’interno di questi otto segmenti complessivi, le scansioni narrative si susseguono ad intervalli di quattro versi (vv. 1-4, 5-8, 9-12, ecc.); si sottraggono a questa misura fissa soltanto due blocchi narrativi di cinque versi (vv. 25-28 e 42-46) e l’intero segmento dei vv. 67-81. Tali precisazioni ci sembrano necessarie per capire meglio il senso del componimento, del tutto privo di segni interpuntivi (sono soltanto segnalati col trattino i discorsi dei vv. 41, 51-54, 65-66, 72-81).

Andrà sottolineato anche, per un’ulteriore definizione degli aspetti formali del testo, l’uso della rima o, più frequentemente, dell’assonanza, tipica dei componimenti destinati ad essere musicati. De André ha sostenuto in un’intervista che l’uso della rima nasce dal bisogno di creare già nei versi un’unità armonica, un effetto sonoro indipendente da quello creato dalla melodia e dal canto. Ciò è particolarmente importante quando nella canzone (come in questo caso) si voglia privilegiare il contenuto: la rima e l’assonanza, infatti, servono a far sì che i versi rimangano meglio impressi nella memoria.

Il testo ci presenta dunque, in un accumulo di apparente incoerenza, lo scenario cupo di uno sfacelo imminente; lo stesso titolo, che stravolge la denominazione di una festosa ricorrenza della cristianità, è indicativo del senso di abbandono, di corruzione e di morte che incombe sulla realtà. Anziché essere il tradizionale giorno della spensieratezza, la Domenica celebra qui i momenti di una crisi irreversibile, fino al disfacimento finale delle salme delle vittime e alle esequie, paradossalmente dolci (cfr. i flauti del v. 84), degli ideali utopici di una società perfetta e felice.

I riferimenti, non sempre decifrabili con sicurezza, appaiono immersi in una calma sinistra e allucinante, in un caos metropolitano di folle anormalità (nella registrazione musicale si avverte anche in sottofondo, in corrispondenza dei vv. 59-66, il suono lacerante di una sirena): il crollo delle ideologie, la morte dei profughi, la folle allegria di chi ancora si illude, la retorica dei discorsi politici, i sussulti di un’estrema difesa individuale nell’imminenza della catastrofe (vv. 55-58), il dissolversi dei miti prima della pace terrificante (v. 89) che normalizzerà ogni cosa.

Il senso della resa collettiva viene espresso con un linguaggio che spazia dalla citazione colta (vv. 40, 65) all’espressione scurrile (vv. 15, 24, 50, 71, 81). Il tono prevalente è quello del duro sarcasmo e dell’aspra denuncia, uniche armi rimaste a chi può soltanto essere testimone dell’immenso naufragio della nostra cosiddetta civiltà, che ha provveduto ad annullare ogni voce di dissenso e a livellare ogni forma di antagonismo.

Ci sembra comunque che il testo esprima anche un convincimento di segno positivo. Se c’è ancora una coscienza civile, e se essa ancora riesce a provare rabbia e indignazione, non deve chiudersi in sé, nelle catacombe (v. 68). È vero, forse non è più possibile cambiare il mondo, come si intendeva fare nei tumultuosi decenni appena trascorsi; ma almeno evitiamo di pensare soltanto ai fatti nostri, perché l’esercizio dell’ironia feroce può essere l’antidoto più efficace contro lo squallore dilagante e l’arrogante ipocrisia del potere”.

[Paolo Briganti – Walter Spaggiari, Poesia & C., pp. 396-400]

Una durissima invettiva sulla falsa pace sociale raggiunta subito dopo la caduta del Muro di Berlino […]. Nel pezzo, per inciso, Fabrizio ha una delle sue intuizioni citando la Baggina, così come viene chiamata a Milano la Casa di riposo per anziani Pio Albergo Trivulzio. Due anni dopo, da lì, sarebbe esploso il caso di Tangentopoli che avrebbe spazzato i vecchi partiti.

Perché quella scimmia del Quarto Reich che balla sopra il muro? “Sono molto preoccupato, in Germania Est ci sono state violazioni di tombe ebraiche”, spiegava allora l’autore, “ed è una cosa che si sta diffondendo in tutta Europa; mi sembra un rigurgito nazista”. Tra epica e lirica c’è anche la piramide di Cheope: “Un monumento aberrante e inutile, direi berlusconiano”. Nella famosa domenica delle salme vengono inviati “fanti, cavalli, cani e un somaro ad annunciare l’amputazione della gamba di Renato Curcio, il carbonaro”… Dice De André: “Curcio non si è dissociato, non ha approfittato di questa regola non morale; e vedo circolare gente che ha tanti omicidi sulle spalle… Curcio non ha ammazzato nessuno. E d’altra parte non vorrei che gli succedesse quanto accadde a Maroncelli nel carcere austriaco. Anche perché tengo a sottolineare l’aspetto sanitario delle carceri italiane!”.

Di chi è la colpa? De André si getta nel mucchio anche se non ha certo niente da spartire con i cantautori che hanno cantato “sui trampoli e in ginocchio / coi pianoforti a tracolla / vestiti da Pinocchio”; con chi ha cantato “per i longobardi, i centralisti, per l’Amazzonia, la pecunia nei palastilisti”.

Erano gli anni dell’edonismo reaganiano e, in Italia, del craxismo. Al Palatrussardi alcuni socialisti intervenivano a tutti i grandi concerti in compagnia di “bambole fasciate di rosso”.

[Alfredo Franchini, Uomini e donne di Fabrizio De André, pp. 55-56]

La domenica delle salme è un grande affresco in stile Bruegel: in esso la supposta fine della storia viene smascherata per quello che è: un’altra delle tante menzogne che i poteri utilizzano per celare l’avidità oscena del loro agire.

De André li vede tutti, non ne perde uno: “i trafficanti di saponette [che mettono] pancia verso est”, “la scimmia del quarto Reich [che balla] la polka sopra il muro”, “il ministro dei temporali / in un tripudio di tromboni / [che auspica] la democrazia / con la tovaglia sulla mani e le mani sui coglioni”.

La “fine della storia” è anche il tempo in cui “la piramide di Cheope / [vuole] essere ricostruita in quel giorno di festa / masso per masso / schiavo per schiavo / comunista per comunista”; tanto non c’è ribellione: “La domenica delle salme / non si udirono fucilate / il gas esilarante / presidiava le strade / la domenica della salme / si portò via tutti i pensieri / e le regine del tua culpa / affollarono i parrucchieri”. E poi, per essere liberi, basta avere “un cannone nel cortile”. Sembra di vedere in questa umanità del dopo-genocidio la carta del Matto dei tarocchi, gli occhi al cielo e un piede già nel baratro a simboleggiare l’irresponsabilità di chi, accompagnando “il cadavere di Utopia”, canta “quant’è bella giovinezza / non vogliamo più invecchiare”.

E tra i responsabili di questa “pace terrificante”, gli stessi cantautori: “voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio / coi pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio / voi che avete cantato per i longobardi e i centralisti / per l’Amazzonia e per la pecunia / nei palastilisti / e dai padri Maristi / voi avevate voci potenti / lingue allenate a battere il tamburo / voi avevate voci potenti / adatte per il vaffanculo”.

Come non rivedere, quasi fosse un vecchio documentario, le immagini di chi, nei decenni scorsi, guadagnava un applauso in più (con il corrispettivo aumento del conto in banca), recitando solidarietà con saluti a pugno chiuso e che oggi, magari, l’applauso in più e l’ingrossamento del portafoglio lo guadagna con monili tricolori all’occhiello della giacca?

Ma come, insieme a loro, non vedere anche tutti coloro i quali applaudivano o si indignavano a comando e che continuano ancora oggi, impotenti comparse, a “gonfiarsi” nelle piazze (il popolo delle piazze) e davanti ai tribunali “in un coro / di vibrante protesta” quando la politica della società dello spettacolo lo richieda – magari, guarda caso, proprio all’ora del TG?

Ma le nuvole, si sa, “vanno / vengono”, sono il simbolo arcaico di un divenire incessante sul quale l’uomo non ha alcun potere se non quello di imparare a “guardare” anche con la luce alterata di un cielo oscurato.

Ed è quello che Fabrizio De André fa con Anime salve (1996), la sua produzione più recente, dando ancora voce, e quindi spessore di dignità, a chi tra le nuvole deve comunque vivere subendone, spesso per primo, i rovesci.

[Romano Giuffrida e Bruno Bigoni, in Fabrizio De André. Accordi eretici, pp. 60-61]

Dal sito di Giuseppe Cirigliano.

autori

Televisione

Carlo Freccero, in quota M5S nel CDA della RAI, pubblica un articolo sul Manifesto che riportiamo sotto al suo libro più famoso (che trovate su Amazon)

La sinistra è oggi in crisi e si chiede come potrebbe parlare ai nuovi populismi per ricondurli nei binari di una democrazia elitaria che assomiglia più ad un’oligarchia che ad una democrazia in senso proprio.

Viceversa, anche quando dice di voler ascoltare il malessere di cui i populismi sono espressione, la sinistra si trincera nei luoghi comuni del politicamente corretto. Mentre, secondo me, basterebbe un’autoanalisi oggettiva per capire le cose da un’altra angolazione. La domanda è cos’è oggi la sinistra e cos’era una volta la sinistra? Perché c’è stato un così radicale cambiamento? So già la risposta. Ci sbagliavamo. E se ci sbagliassimo adesso?

In ogni caso riflettere su cosa sia stata la sinistra alle sue origini, contiene già la risposta al problema del populismo oggi.

Prima il populismo di destra non c’era perché molte delle istanze del populismo di oggi erano a sinistra. E la crescita dei diritti del popolo non era considerata reazionaria, ma progressista.

La grande frattura a sinistra inizia con la cosiddetta terza via e la resa completa dai progressisti nei confronti del neoliberismo. Da allora siamo immersi nel pensiero unico tanto da aver perso la memoria di noi stessi.

Nel 1968 avevo vent’anni ed ero di sinistra. Cosa significava allora essere di sinistra? Credere nella lotta di classe e nella coscienza di classe. Nessuno pensava allora che nel popolo ci fosse qualcosa di sbagliato che le élites dovevano “raddrizzare” per il bene del popolo stesso. Era il popolo che, assumendo coscienza, poteva e doveva guidare la società. E questo concetto, prima che di sinistra, è democratico.

Cos’è oggi essere di sinistra?

Essere politicamente corretti. Accettare il pensiero unico in maniera acritica e credere, presuntuosamente che, in quanto detentrici del pensiero unico, le élites devono guidare un popolo ignorante e rozzo, irritante per la sua mancanza di educazione.

È vero, questo popolo, il popolo che si raccoglie sotto l’etichetta di “populismo” non ha nulla a che fare con il concetto di “coscienza di classe” sulla base della quale, invece il proletariato marxista era considerato in grado di fare le scelte migliori per la società tutta. Ma è comunque un popolo che esprime un malessere, che coglie delle contraddizioni che sono reali e drammatiche, nella narrazione idilliaca del pensiero unico che vede nel neoliberismo e nei suoi diktat “il migliore dei mondi possibili”.

In quanto poi all’educazione al “politicamente corretto” che distingue le élites del popolo e che dovrebbe costituire la ragione della loro superiorità rispetto al popolo, siamo sicuri che sia “vera” e non sia piuttosto frutto di propaganda?

Da quando studio la propaganda non credo più al politicamente corretto. I diritti umani a cui abbiamo sacrificato i diritti sociali, mi sembrano usciti direttamente dalla Finestra di Overton, una metodologia per condizionare l’opinione pubblica con un graduale e progressivo lavaggio del cervello.

Cosa resta di sinistra a sinistra?

L’apparente solidarietà per gli ultimi. Oggi l’attenzione che ieri si tributava al proletariato, viene tributata ai migranti. È evidente che usare un linguaggio come quello della Lega e negare ogni forma di solidarietà è disturbante, scandaloso.

Ma almeno attrae l’attenzione su un fenomeno su cui, come altri considerati “naturali” dal pensiero unico, non ci poniamo alcun interrogativo. Per le élites i migranti non costituiscono problema perché risiedono in altri quartieri e insidiano posti di lavoro e salari che sono appannaggio delle classi più impreparate alla competizione neoliberista. Ma proprio ponendoci dal lato dei migranti e dei loro diritti, quale maggior diritto dovremmo riconoscere loro, se non il diritto a non emigrare, a non rischiare la vita su barconi improvvisati, a non subire violenze ed abusi, a non conoscere il disprezzo e il razzismo delle società che non vorrebbero accoglierli?

Sono stupefatto di vedere che il buonismo di sinistra si limita all’accoglienza ma non si pone mai il problema delle cause. Perché ci sono oggi tanti migranti? Perché siriani e libici che fino all’intervento dell’Occidente godevano di un tenore di vita elevato, sono oggi profughi in terra straniera? Non sono forse vittime di quel “politicamente corretto” che ci obbliga, come occidentali a continue missioni di pace e di solidarietà per restituire la democrazia ai paesi ancora al di fuori delle regole del neoliberismo? Non si tratta di “aiutarli a casa loro” ma di lasciarli in pace a casa loro.

L’ottusa opposizione populista all’immigrazione, segnala comunque un problema che alle sinistre tradizionali sfugge, perché, nell’ordine del discorso del pensiero unico dove tutto è “naturale”, e tutto è “irriformabile” e l’unica risposta possibile non è la coscienza, ma la carità.

Ma essere di sinistra non può ridursi ad un atteggiamento caritatevole, richiede piuttosto una visione diversa della società, rispetto all’ordine vigente. (da Il manifesto)

http://www.barbadillo.it/75292-il-punto-di-c-freccero-perche-la-sinistra-del-politicamente-corretto-e-perdente/

autori, Letteratura

Balzac, Zola e Maupassant

venerdì 1 giugno 2018 ore 17

​Balzac, Zola e Maupassant

Luciano Montanari rilegge tre grandi classici dell’Ottocento francese da lui stesso tradotti

Honoré de Balzac (Honorine), Guy de Maupassant (L’Uliveto) ed Émile Zola (Madame Sourdis).
Letture di Patrizia Fiorini e Sandro Mingozzi
Al pianoforte Vanessa Avanzi
Tutti i partecipanti fanno parte del Gruppo teatrale Gli Acchiappastorie
Nutrendo una grande stima e un profondo amore per la letteratura francese, cerco di tradurre senza snaturarne lo stile, pur consapevole della differenza rispetto a quello attuale. E ho scelto romanzi e racconti mai (o quasi) tradotti, dove io personalmente avverto la polvere della storia, e in ogni caso introvabili nelle librerie, e disponibili soltanto in alcune biblioteche.”
Luciano Montanari, scrittore e commediografo ferrarese. Appassionato di musica lirica e sinfonica, recensisce spettacoli, concerti e varie produzioni letterarie. Cultore di letteratura italiana e francese, preferisce in primis gli autori “classici”, con particolare propensione per Luigi Pirandello ed Émile Zola, dai quali peraltro si sente ispirato per i suoi lavori, costruiti principalmente sullo studio psicologico dei personaggi che crea. Ha pubblicato numerosi romanzi, scritto tre commedie in italiano e quattro in dialetto e composto i versi per due “arie da camera”. Ha ricevuto, nel 2010, una “Menzione di merito” al prestigioso Concorso di letteratura italiana e straniera “Alberto Tallone” di Alpignano (To) per un racconto in lingua francese.

autori, Letteratura

Alberto Savinio

Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico, nasce nel 1891 ad Atene, dove si diploma al conservatorio in pianoforte e composizione nel 1903, ma come, a soli dodici anni? Tutte le biografie trovate sul web danno come certa questa data, ma sappiamo che tutte le biografie del web hanno in comune di essere copiate da wikipedia. Muore a Roma nel 1952
Alberto Savinio fu musicista, scrittore, drammaturgo, regista, critico culturale per il Corriere della Sera, ma soprattutto pittore, come il fratello De Chirico, con la differenza che lui era quello bravo, anche se meno noto al grosso pubblico.
Come avverte nella brevissima prefazione di Ascolto il tuo cuore città, «questo è un libro discorsivo: un entretenimiento. Queste poche righe per avvertire che un libro «discorsivo» non è un libro minore, ma al contrario un libro maggiore: un libro massimo. Un libro di là dalle grandi luci e dalla grandi ombre, di là dalle vette e dagli abissi – di là dalle invenzioni, dalle rivelazioni, dalle illuminazioni. Nell’ambizione di fare «un’opera» c’è ancora della puerilità. Intesa questa puerilità e superata, non si scrivono libri, se ancora si ha voglia di scrivere, se non come un lungo e tranquillo conversare. La fase «cosmogonica» della poesia – e del pensiero – è superato, sottintesa, e «taciuta»; per quel pudore che è regola rigorosa sul piano di questa superiore civiltà.(…) Poi, più oltre, più su, luogo non ci sarà nemmeno per un discorso; ma solo per il silenzio».

La sua scrittura è brillante, imprevedibile negli accostamenti, arguta nelle citazioni, surreale e visionaria come la sua pittura; una bonaria ironia pervade questo insolito reportage di viaggio tra il Veneto e Milano, mescolando realtà e  ricordo, in un intreccio che rende la lettura estremamente piacevole e stimolante.

Un esempio di questa ineffabile prosa, la più stupefacente mai letta:

«Di tutte le vie di questa città così squisitamente peripatetica e dialogica, via Manzoni è la meno atta al conversare. Nel suo primo tratto principalmente, tra la Scala e il Monte Napoleone, via Manzoni è un enorme camminatorio di pietra, che colonne di artiglierià traversano senza interruzione, le une montanti le altre discendenti. Il cupo fragore di questi tram ermetici e bassi, meno fatti per correre sulla superficie della terra che sul fondo del mare, non penetra in noi per le orecchie ma per lo stomaco. Chi è costretto a passare per via Manzoni di giorno e a piedi, affretta il passo e tiene la bocca chiusa come per gelo. Se ha cosa molto urgente e importante da comunicare al compagno, gli accenna di fermarsi, si volta verso di lui, fa tromba con le mani, e come marinaio nella bufera gli grida: «Ti sei ricordato di scrivere a Quasimodo che il colore degli ulivi greci, che Anacreonte chiama chlorós, è impropriamente tradotto “glauco”, perché la qualità marina di questo aggetivo, il suo umidore, le immagini opache che esso evoca, la sua stessa sonorità cupa, rotonda, sdentata, molle, da “tuffo”, si affà alle cose marine e soprattutto sottomarine, non al fogliame dell’ulivo greco, così terrestre, così asciutto, così palladico?» Dopo di che fa cenno al compagno che ha finito, e riprende la strada affrettando anche più il passo, come il treno che è stato costretto a fermarsi per alcun incidente, e accellera per arrivare in orario».

Per non parlare di quando disquisisce sulle caratteristiche dei formaggi:


«Il Parmigiano è un formaggio base. E’ nella famiglia dei formaggi ciò che il contrabasso è nella famiglia degli strumenti a corda. Ai bassi profondi, fondamentali, paterni del Parmigiano, si appoggiano gl’individui più leggeri del quartetto caseario: i Taleggi e le Crescenze, viole e contralti della famiglia, la schiera delle Robiole e degli Stracchini (Stracchino: formaggio “stanco” che, come una fanciulla sullo sviluppo, sviene nel piatto) al che si aggiunge la minutaglia degli acuti, i colleghi sottili dei flauti e degli ottavini, quei formaggi bianchi di Montevecchia, piccoli e tracagnotti,che macerano, occhiuti di pepe, in un verde lago d’olio. Stella Alpina è un formaggio virginale, in abito di prima comunicanda. Quanto al Mascarpone, questo compromesso tra il burro e la panna, esso è il cappone dei formaggi: un grasso eunuco che, per voluttà, ha rinunciato alla voluttà.
S’intende che la parte del violencello del quartetto dell’orchestra casearia, la fa la Groviera. (…)
Il Parmigiano è grave, robusto, fidato. La sua forma a ruota di carro attesta la solidità del suo sapore. E’ il Morgante Maggiore(*) dei formaggi.
Il Parmigiano non è figlio unico. Ha due fratelli:il Reggiano e il Lodigiano, tre giganti della casearia. Si ammiri la ieratica disposizione di questa trinità caceresca. Tre gravi fratelli collocati a breve distanza uno dall’altro sulla stessa via consolare, schierati da settentrione a mezzogiorno, “appoggiati” ciascuno a una forte città, come l’armata alla sua base: a Lodi il Lodigiano, a Reggio Emilia il Reggiano, a Parma il Parmigiano».
 
(*) Poema burlesco in versi di Luigi Pulci (1432-1484)

La prova della grandezza di Savinio scrittore la si può intuire dalla decisione di Sellerio di pubblicarne tutta l’opera narrativa, compreso un racconto inedito, che potrete trovare in questo link:

https://www.adelphi.it/catalogo/autore/179/p2

autori, biblioteca, conferenza, convegno

Le bande marciano in Archivio

Conferenze e Convegni lunedì 20 novembre 2017 ore 17
​Tesori d’arte in campagna

Le sculture della pieve di Argenta (1122)

Ne parlano Alessandra Mottola Molfino (museologa), Aniello Zamboni (storico) e Francesco Pertegato, autore del libro Argenta avamposto occidentale della Chiesa di Ravenna.
La pieve di Argenta, un tempo sulla riva destra del Po di Primaro, conserva le tracce di eventi cruciali che hanno visto la Chiesa di Ravenna al centro della storia europea. La fondazione del primitivo monasterium dedicato a S. Giorgio martire, nel 569, per iniziativa dell’arcivescovo Agnello, ha probabilmente avuto l’obiettivo di vincere le ultime sacche di resistenza dei goti ariani, dopo la riconquista bizantina ad opera di Giustiniano. Nel 1122, l’ampliamento della piccola basilica chiude simbolicamente il più lungo scisma della chiesa d’occidente, iniziato nel 1080 quando Guiberto viene nominato arcivescovo dall’imperatore Enrico IV, poi eletto papa col nome di Clemente III (meglio antipapa, contro Gregorio VII), e concluso nel 1118 dall’arcivescovo Gualtiero che ritorna sotto l’egida del papa di Roma Gelasio II, il quale lo reintegra nella giurisdizione delle 13 diocesi suffraganee (Ferrara inclusa). Col rarissim o ciclo di affreschi di soggetto apocalittico, in larga parte perduto, ma soprattutto con lo straordinario portale, scolpito da un allievo di Nicolò (che lavorerà poi al portale della nostra cattedrale), l’adesione alla riforma della Chiesa trova compiuta espressione. Portale che, per la complessità tematica e la qualità stilistica, va annoverato tra i caposaldi della rinascita della scultura in Italia, come vanno riconoscendo studiosi autorevoli.
Iniziativa a cura di Italia Nostra Sezione di Ferrara.
Incontro con l’autore martedì 21 novembre 2017 ore 17
S.P.A.L., un sogno biancoazzurro

Presentazione del volume di Graziano Gruppioni

Dalle origini del calcio a Ferrara alla prima serie A
(2G Editrice)
Con alcuni interventi di Giorgio Mantovani e il contributo fotografico di Roberto Zaramella
Prefazione di Enrico Testa
Il volume ripercorre le tappe della diffusione del calcio a Ferrara, dall’attività dei primi circoli sportivi di fine Ottocento alla fondazione della Spal nel 1913 e si chiude con il campionato 1927/28 e la prima serie A. La narrazione ricompone in un grande affresco il mondo dello sport ferrarese a cavallo tra Otto e Novecento e restituisce la voce dei protagonisti e le testimonianze dell’epoca attraverso una fitta rete di cronache riprese da quotidiani locali e testate nazionali, con un ricco apparato di fonti. La struttura del volume si articola lungo un doppio binario: le cronache sportive cittadine da un lato, che fanno da cornice con le gare di ciclismo, motociclismo, podismo e nuoto, e dall’altro la ricostruzione completa dei campionati di calcio a cui prese parte la Spal. Il ritmo dei capitoli dedicati alle gare sportive è arricchito qua e là da affondi tematici sui circoli ferraresi (Palestra Ginnastica Ferrara, Circolo Ars et l abor, Spal) e sugli spazi cittadini che furono teatro degli appuntamenti calcistici, da Piazza d’Armi al nuovo Stadio Paolo Mazza. Molto suggestivo appare il ricco apparato fotografico che correda il volume e restituisce l’atmosfera e i volti dei protagonisti del calcio ferrarese di inizio Novecento.
Graziano Gruppioni fondatore della case editrice “2G” è nato a Viconovo (Fe) nel 1948. Grande appassionato di storia locale, collabora attivamente con la stampa ferrarese. Ha pubblicato nel 2000 la raccolta “Proverbi ferraresi” (Este Edition); nel 2001 ha dato alle stampe con la casa editrice Liberty house “La cucina ferrarese in due ricettari ottocenteschi” e “Memorie storiche di Sabbioncello San Pietro”; con la casa editrice 2G ha pubblicato “Sconosciuti” (2007), “La nostra storia. Storie di storia ferrarese” (il volume I nel 2010 e il II nel 2014), “Proverbi, filastrocche e indovinelli in dialetto ferrarese” (2013), “La Ferrara nascosta” (2014), “Ferrara e i suoi mille misteri” (2016), “Espressioni e modi di dire del dialetto ferrarese” (2017).
Conferenze e Convegni mercoledì 22 novembre 2017 ore 16
La Riforma protestante: storia e attualità

Conferenza di Emidio Campi (Facoltà teologica Zurigo)

L’incontro, moderato da Piero Stefani, si concluderà con alcuni canti della Riforma a cura della Maestra Maria Elena Mazzella.
La locuzione reformatio ecclesiae (Riforma della Chiesa) evoca immediatamente la figura di Martin Lutero, il frate agostiniano che sfidò la Chiesa di Roma con le sue novantacinque tesi. Prima ancora di designare il vasto movimento che dette origine al protestantesimo l’espressione Riforma della Chiesa ha avuto una valenza ampia e inoltre nei secoli successivi ha subito notevoli variazioni di significato. La conferenza spigola in alcune interpretazioni patristiche e soprattutto medievali della locuzione reformatio ecclesiae, dà conto dell’uso che ne fu fatto nelle controversie confessionali del XVI secolo e nel cristianesimo occidentale della prima età moderna, Infine si sofferma sul significato odierno in una prospettiva ecumenica.
A cura dell’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea
Conferenze e Convegni giovedì 23 novembre 2017 ore 17
Letture e dialoghi sulla Costituzione Italiana

Progetto SLOW READING

Così datata e così ancora da applicare, è la Legge delle Leggi, quadro in cui i nostri Diritti e Doveri si possono e si devono realizzare.
Interverranno Paolo Siconolfi, docente di Diritto Costituzionale, e Michele Poltronieri, studioso della Carta Costituzionale.
Lo scrittore Alberto Rizzi intervallerà i discorsi con alcune poesie e letture recitate sul tema.
Nell’ambito del Progetto SLOW READING a cura dell’Associazione Culturale Olimpia Morata di Ferrara.
Conferenze e Convegni venerdì 24 novembre 2017 ore 17
La passione della libertà

Conferenza di Umberto Curi

Coordina Sandra Carli Ballola
Si cercherà di approfondire il concetto di libertà, muovendo da alcune precisazioni di carattere linguistico- etimologico. Distinzione fra libertà “di” e libertà”da”. Libertà e necessità. Si procederà quindi ad un’analisi del tema della libertà in riferimento al pensiero di alcuni autori della tradizione filosofica, con particolare riferimento al rapporto fra libertà e conoscenza nel pensiero di Platone.
Per il ciclo “Libertà” a cura di Istituto Gramsci di Ferrara e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara
Conferenze e Convegni sabato 25 novembre alle ore 10
Musicanti: le bande marciano in Archivio

– Giornata di studi –

Un progetto di recupero, gestione e valorizzazione delle fonti musicali storiche del territorio ferrarese
La giornata di studi nasce dalla volontà del Servizio biblioteche e Archivi di iniziare un percorso di recupero e valorizzazione del grande patrimonio musicale bandistico del territorio ferrarese. Un itinerario ricco e coinvolgente che narra attraverso i molteplici materiali custoditi nell’Archivio storico comunale e nell’archivio fotografico del Centro etnografico ferrarese la storia e le vicende di una realtà che ha affascinato intere generazioni.

Programma
Ore 10 -13 Sessione mattutina: La Banda, funzione civile e patrimonio culturale
Ore 15-18.30 Sessione pomeridiana: Archivi e fondi musicali bandistici, esperienze a confronto

Saluti
Massimo Maisto, vicesindaco e assessore alle Istituzioni e Politiche culturali del Comune di Ferrara;
Marcella Zappaterra, consigliere della Regione Emilia-Romagna;
Francesco Colaiacovo, presidente del Conservatorio Statale di Musica “G.Frescobaldi”, Ferrara

Presidenza dei lavori
Loretta Vancini, Soprintendenza Archivistica e Bibliografica dell’Emilia-Romagna; Brunella Argelli, IBC-Archivi Regione Emilia-Romagna

Relazioni e testimonianze
Enrico Spinelli, Gian Paolo Borghi, Mario Gessi, Enrico Trevisani, Pasquale Spinelli, Igino Conforzi, Roberto Roda, Mirna Bonazza, Paolo Fresu e altri

Al termine dei lavori esibizione della Filarmonica Giuseppe Verdi di Cona.

La giornata di studi è stata promossa e organizzata da Comune di Ferrara, Assessorato alle Istituzioni e Politiche Culturali, Servizio Biblioteche e Archivi, Archivio Storico Comunale, Biblioteca Comunale Ariostea, Centro Etnografico Ferrarese.
Adesioni e collaborazioni: Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Soprintendenza Archivistica e bibliografica dell’Emilia-Romagna, Regione Emilia-Romagna, IBC, Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, Conservatorio Statale di Musica G. Frescobaldi di Ferrara, Fondazione Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara, Fondazione Ugo e Olga Levi di Venezia, Associazione Amici della Biblioteca Ariostea di Ferrara, Associazione  culturale “Astor Piazzolla” di Pesaro, Libreria musicale Ut Orpheus di Bologna.

 

autori, Letteratura

Dante e le “rime petrose”

Luigi Villani (Roma 1878-1931), il critico e poeta a cui dobbiamo la dimostrazione – molto  convincente – che i “Fedeli d’Amore” di cui  Dante era esponente e forse magister, era una confraternita segreta di stampo ghibellino, che impartiva ai suoi adepti una pratica ascetica specifica,  rituali e canali di  grazia con la quale ritenevano di poter giungere alla “illuminazione”, o stato ontologicodi realizzazione spirituale.

 

 

La Chiesa come Pietra

Era anche una setta ostile al Papato corrotto di allora, la Chiesa  chiamata “Pietra”   nel linguaggio convenuto dei settari. E’ la Chiesa  spostata ad Avignone, la Chiesa che ha distrutto l’ordine monastico dei Templari e mandato al rogo i suoi gran maestri; per il Dante delle “rime petrose”  e i  suoi Fedeli d’Amore, irati  DISPERATI ed agghiacciati, è una pietra tombale  che tiene prigioniera la Sapienza Santa, ed impedisce a i fedeli la salvezza eterna.  Tu “Ch’eri già bianca ed or sei nera e tetra –  aprimi, petra, sì ch’io Petra veggia – che il cor mi dice che ancor viva seggia – petra è di fuor che dentro petra face”:  invettiva ben chiara a chi vuol capire: fa’, o detestata Petra, chi’o veda sotto la tua pietra Pietro, ché  tu  ormai rendi “pietre” i fedeli e veri cristiani, non fai giungere a loro la grazia  santificante. Impressionante accusa, nata da un’esasperazione che anche i cattolici veri d’oggi conoscono, dove si accusa la Chiesa non da posizioni laiciste, ma da una fede cristiana autentica e potente; una fede e una ascetica superiore che può accusare a la gerarchia clericale, lo stesso Papa, di tradimento  metafisico, e di usurpazione del potere temporale – inteso come Impero, ossia un potere  sacrale, essenziale anch’esso perla salvazione umana.

Del resto, l’Alighieri non faceva mistero della sua esperienza mistica reale.  “Perché  appressando sé al suo disire [Dio Amore]/ nostro intelletto si sprofonda tanto/che retro la memoria non può ire”, dirà nel primo canto del Paradiso. E nell’epistola a Can Grande della Scala,  spiega che questi  versi alludono alla stessa esperienza del passo di San Paolo ai Corinti, dove parla di uno [Paolo stesso] che fu “rapito a questo modo al terzo cielo, se nel corpo o senza il corpo,  lo sa Dio”.   E se   gli invidi (invidiosi) non credono ciò possibile, “leggano Ricardo di San Vittore, e non invidieranno”.

Riccardo di San  Vittore (1100-1173) fu amico di San Bernardo –  colui che scrisse la regola per i Templari – ed autore di testi di ascetica che mirano a portare il fedele alla  visione diretta del divino  –  l’apice spirituale dove “non sono più io che vivo”,  dove l’amante si identifica con l’Amato –  tanto che fu chiamato Magnus Contemplator.

http://www.maurizioblondet.it/segreto-dante-perche-el-papa-orrore/

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autori, biblioteca, conferenza

Autori all’Ariostea

Conferenze e Convegni Lunedì 9 ottobre 2017 ore 10,30

ELENA COME TESSITRICE NELL’ILIADE E NELL’ODISSEA

Conferenza di Lowell Edmunds, Rutgers University, USA

Introduce Angela Maria Andrisano, Università di Ferrara
Filologo classico di grande spessore, Lowell Edmunds è professore emerito della Rutgers University (New Jersey, U.S.A.), in cui ha insegnato a partire dal 1988. La sua produzione scientifica è vastissima: a partire da Omero L.E. ha esplorato con risultati sempre originali svariati ambiti della Letteratura greca, nonché latina. La ricca bibliografia mostra una costante attenzione al teatro greco (comico e tragico) e al mito (quello di Edipo in particolare), ma anche a questioni drammaturgiche rilevanti come la costruzione dello spazio teatrale, cui lo studioso ha dedicato pagine teoriche di grande rilevanza. Basti citare alcuni dei suoi libri per capire come il suo profilo sia quello di un filologo classico a tutto tondo, che ha padroneggiato la cultura greco-latina, offrendo contributi di ampio respiro: a Tucidide dedicò già un volume nel 1975 (Chance and Intelligence in Thucydides, Loeb Classical Monographs), quindi ai Cav alieri di Aristofane (Cleon, Knights, and Aristophanes’ Politics, 1987). Seguono  Theatrical Space and Historical Place in Sophocles’ Oedipus at Colonus (1996), Intertextuality and the reading of Roman poetry (2001). A Edipo sono dedicati due volumi (Oedipus: The Ancient Legend and Its Later Analogues 1996, ristampa di un volume del 1983 e Oedipus. Gods and heroes of the ancient 2006), mentre è recentissimo lo studio dedicato alla tradizione del mito di Elena (Stealing Helen:The Myth of the Abducted Wife in Comparative Perspective, 2015). Alla figura mitologica di Elena, personaggio dominante nella Letteratura greca, che ha originato molte riscritture successive, L.E. dedicherà la conferenza che si terrà presso la Biblioteca Ariostea (Elena come tessitrice nell’Iliade e nell’Odissea ).

 

Incontro con l’autore Lunedì 9 ottobre 2017 ore 17

HARPO SPEAKS

Presentazione del volume curato e tradotto da Martina Biscarini

ERGA Edizioni, Genova, 2017
Dialoga con la curatrice Maria Silvia Avanzato
Si tratta della prima edizione in lingua italiana dell’autobiografia di Harpo Marx, scritta con il giornalista Rowland Barber. Un libro zeppo di strepitosi aneddoti e di ricostruzioni d’epoca, tradotto in italiano solo ora, da Erga edizioni, a cura di Martina Biscarini.
Martina Biscarini è nata a Empoli e vive a Bologna. Si è laureata nel 2009 in DAMS a indirizzo cinema con una tesi sull’autoimmagine di Harpo Marx nell’autobiografia Harpo Speaks e nel 2016 in Letterature e Lingue Moderne e Classiche all’Università di Ferrara. Ha conseguito nel gennaio 2012 un MA in videomaking alla Kingston University (Surrey). Ha già pubblicato il saggio “Il Cinema è L’Arma Più Forte” dedicato alla genesi, sviluppo e caduta del cinema durante il fascismo.

Incontro con l’autore Martedì 10 ottobre 2017 ore 17

AGGRAPPATI STIAMO

Presentazione del libro di Claudio Gamberoni

Prefazione di Giuseppe Ferrara. Nota critica di Matteo Pazzi
Edizioni Kolibris, 2017
Interverranno e dialogheranno con l’autore Matteo Pazzi e Giuseppe Ferrara.
La presentazione sarà accompagnata dalla lettura di alcuni testi da parte di Alessandro Tagliati e dalle musiche eseguite dal Maestro d’arpa celtica Speranza Cataldo.
In questa nuova raccolta, Gamberoni ci fa comprendere (to understand) il compito arduo e forse irraggiungibile della poesia e lo fa nel modo più semplice (by standing under) restando in basso, muovendo cioè i piedi, dando un ritmo e, a passi brevi arrivare sul bordo della pagina per tornare indietro e ricominciare ancora una volta. “Con dolcezza il poeta accarezza le prigioni della terra, prigioni colte nel loro sciuparsi o sfaldarsi o pregare e così facendo cuce e ricuce attorno ai suoi e ai nostri occhi le mani fredde del tempo. Soppesare o quasi mettere sotto processo il peso dei giorni che corrono via…” (dalla nota critica di M. Pazzi), questo si può fare con la poesia e questo fa Gamberoni in queste pagine.
Claudio Gamberoni è ferrarese di nascita, ma ormai da oltre trent’anni vive nella vicina S.M. Maddalena. Appassionato alpinista, ha da tempo abbandonato l’attività a causa di un incidente. È questa la sua seconda pubblicazione, la prima, “Io siamo” (Este Edition 2010) fu recensita positivamente da R. Carifi sulla rivista Poesia. Suoi testi sono apparsi sulla rivista del Gsf, l’Ippogrifo. Ha partecipato a molti reading poetici e ricevuto numerose segnalazioni nei concorsi poetici ai quali ha partecipato.
Con il patrocinio del Gruppo Scrittori Ferraresi

Incontro con l’autore Mercoledì 11 ottobre 2017 ore 17

SPAL: DAL SOGNO AL PARADISO

Presentazione del libro di Sergio Pesci

Gli anni della rinascita nelle immagini di uno storico fotoreporter (2013-2017)
Faust Edizioni, collana di sport ‘Eupalla’, 2017
Volume a cura di Lorenzo Battaglioli e Fausto Bassini
Ne parleranno con l’autore: Luciana Pareschi (Delegato CONI per la provincia di Ferrara), Alessandro Sovrani (Telestense), Mauro Malaguti (il Resto del Carlino)
Con un saluto di Simone Merli (Assessore allo sport – Comune di Ferrara)
Interverranno alcuni responsabili di Banca Mediolanum – Ferrara (‘main sponsor’ del volume) e Valentina Ferozzi (presidente del Centro Coordinamento Spal Clubs).
La trionfale cavalcata della S.P.A.L. (Società Polisportiva Ars et Labor) – da nobile decaduta del calcio italiano in serie D, fino al ritorno in serie A dopo 49 anni grazie all’abilità di una dirigenza tutta ferrarese: la famiglia Colombarini e il presidente Walter Mattioli – le sue gesta, i suoi gol, i suoi protagonisti e la sua tifoseria raccontati dalla Nikon di Sergio Pesci, fotoreporter di lungo corso per le maggiori testate quotidiane e periodiche, “artista dello scatto” che immortala i biancoazzurri da ben 36 anni. Un volume fotografico con 150 immagini a colori e le prestigiose prefazioni di: Tiziano Tagliani (Sindaco di Ferrara) – Simone Merli (Assessore allo sport del Comune di Ferrara) – Federica Lodi (giornalista di Sky Sport) – Mauro Malaguti (giornalista del Resto del Carlino) – Gianni De Biasi (allenatore internazionale).
Sergio Pesci, ferrarese purosangue e giornalista di lungo corso, ha collaborato in veste di fotoreporter con le maggiori testate nazionali e internazionali. Ha fondato l’agenzia fotografica Business Press e attualmente, con la sua inseparabile Nikon, documenta la cronaca bianca, nera e sportiva per il marchio QN – Quotidiano Nazionale.

Incontro con l’autore Giovedì 12 ottobre 2017 ore 17

DONNE IN FUGA – Vite ribelli nel Medioevo

Presentazione del libro di Serena Mazzi

Il Mulino, Bologna, 2017.
Ne parla con l’autrice Silvana Vecchio
Nel Medioevo le donne vivevano in genere in una posizione di rigida sottomissione: obbligate a ubbidire agli uomini, padri, mariti o padroni, raramente riuscivano a ribellarsi manifestando indipendenza di giudizio o di comportamento. Ma non sono mancate sante, regine, badesse, semplici monache, umili contadine, serve, schiave, eretiche, streghe, prostitute che hanno scelto di sottrarsi a tale destino di subordinazione, resistendo, opponendosi, fuggendo. Donne decise a viaggiare, conoscere, insegnare, lavorare, combattere, predicare. O semplicemente a difendersi da un marito violento, da un padrone brutale. O a salvarsi la vita, scampando ai roghi dell’Inquisizione. Da Margery Kempe a Giovanna d’Arco, da santa Brigida a Eleonora d’Aquitania, alle tante ignote o dimenticate donne in fuga verso la libertà.
A cura dell’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea

Incontro con l’autore Venerdì 13 ottobre 2017 ore 17

LA MACCHIA SULLE ALI

Presentazione del libro di Mara Novelli

Este Edition, Ferrara, 2017
Prefazione di Claudio Cazzola
Dialogherà con l’Autrice l’editore Riccardo Roversi
Con il presente mannello di liriche Mara Novelli riprende il filo della memoria ben saldo nelle proprie mani, la cui documentazione più recente (senza ripercorrerne l’’intera bibliografia), sta nelle raccolte intitolate Il tempo dei canti (2013) e Le antiche ginestre (2015), senza tacere la decisiva testimonianza apparsa nel 2011 e contenuta nei racconti del volume La neve al campo di Marte. Il tema delle ali del titolo permea di sé l’intera silloge, connotate come esse sono, adesso, da una “macchia”, alla cui scoperta veniamo invitati mediante la lettura dei testi. La voce della poetessa si squaderna sommessa, come da marchio distintivo costante, eppure soffusa, questa volta, di un sospiro supremo. (Claudio Cazzola)
Mara Novelli è nata a Firenze e vive a Ferrara. Giornalista, collabora a ‘La Nazione’, ‘il Resto del Carlino’ e ‘Cinecritica’. Fra il 1983 e il 2007 ha pubblicato le sillogi poetiche: Le lune fuggitive (1983, finalista Premio Viareggio “Opera Prima”), Lo zoo di carta (1994), In qualche luogo non lontano (2003), Il cuore scavato (2005) e Frammenti (2007). Fra i molti premi conseguiti, nel 2008 si è aggiudicata il 1° Premio al Concorso Letterario Internazionale “Città di San Pietroburgo”. Per questa casa editrice sono già apparsi il breve racconto di ambientazione ferrarese Quei giorni (2009), la raccolta di poesie La stanza delle rondini (2011) e La neve al Campo di Marte (2012, Premio della giuria al Concorso Internazionale “Il Convivio” di Catania). Nel 2013 ha pubblicato “Il tempo dei canti”, raccolta di poesie e nel 2015 “Le antiche ginestre”.

 

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autori, libri

Autori a corte

Autori a Corte – presentazioni letterarie con degustazione.

  • 5, 12, 18, 19, 25 luglio 2017

  • Ferrara – Sedi diverse
  • Programma:

    MERCOLEDI’ 5 LUGLIO

    Salotto Roverella – Palazzo Roverella, Corso Giovecca, 47
    Inaugurazione della rassegna
    Ore 19.00 Roberto Pazzi “Lazzaro” (Bompiani)
    IBS+Libraccio – Palazzo S. Crisino, Piazza Trento Trieste
    Ore 20.30 Fulvio Bertolino “La Bassona nuda” (Edizioni La Carmelina)
    Ore 21.15 Tavola Rotonda: fantasy e dintorni
    Aristide Bergamasco “Contagio” (Leone Editore)
    Giulio Fortini “I manoscritti di Enoch”
    Alexis Saints “Fernik”
    Alen Grana “I signori delle balene” (LaPiccolaVolante) conduce Matteo Rubini (Ferrara Bynight)
    INFO: tel. 05321825598; 3929452716
    autoriacorte@libero.it
  • http://www.autoriacorte.onweb.it/
  • Ingresso: Tutte le presentazioni e le degustazioni sono ad ingresso gratuito.

Incontri all’Ibs + Libraccio

Presentazioni librarie

  • Venerdì 7 Luglio ore 21.30

  • Ferrara – Ibs + Libraccio – Palazzo di San Crispino – Piazza Trento Trieste
  • Programma:
    Per la rassegna “Drink a book”
    presentazione di Matteo B. Bianchi “Maria accanto”
    In collaborazione con Circomassimo–Arcigay e Arcilesbica Ferrara
  • http://negozi.libraccio.it/eventi
  • Ingresso: Ingresso libero