autori, Letteratura

Accordi eretici

Era tutto quello che avevo dentro, e che sentivo di dover dire. È una canzone un po’ rabberciata, perché la musica la abbiamo scritta dopo, la abbiamo cucita sopra il testo, e si sente. L’ho scritta in modo piuttosto colto, anche per distanziarla da Don Raffae’. Sciascia diceva che la canzone, per essere utile, deve essere scritta da un uomo di cultura che sappia, però, esprimersi in maniera popolare. Però il disco mi sembrava un po’ fragilino, ed allora ho sentito il bisogno di impiegnarmi, e l’ho fatto, svolazzando anche in alto. Ci sono molti riferimenti letterari. Ho voluto anche sfoggiare un po’ di cultura, perché in pochi, magari, hanno letto Oswald De Andrade. Ma non è sfoggio in realtà, perché mi è venuta piuttosto spontaneamente: sai, molto dipende dai panni di cui ci si veste quando si scrive. Ti metti nei panni di Don Vito Cacace e ti viene Don Raffae’, ti metti nei panni di chi vuol fare poesia e ti viene La domenica delle salme. Quanto al riferimento alla Baggina, non è la prima volta che mi capita di presagire qualcosa nelle mie canzoni.

Il riferimento a Curcio è preciso. Io dicevo semplicemente che non si capiva come mai si vedevano circolare per le nostre strade e per le nostre piazze, piazza Fontana compresa, delle persone che avevano sulla schiena assassinii plurimi e, appunto, come mai il signor Renato Curcio, che non ha mai ammazzato nessuno, era in galera da più lustri e nessuno si occupava di tirarlo fuori. Direi solamente per il fatto che non si era pentito, non si era dissociato, non aveva usufruito di quella nuova legge che, certamente, non fa parte del mio mondo morale… Il riferimento poi all’amputazione della gamba, voleva essere anche un richiamo alla condizione sanitaria delle nostre carceri.

[In Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, pp. 68-69]

D. Perché l’avete scritta?

R. Volevamo esprimere il nostro disappunto nei confronti della democrazia che stava diventando sempre meno democrazia. Democrazia reale non lo è mai stata, ma almeno si poteva sperare che resistesse come democrazia formale e invece si sta scoprendo che è un’oligarchia. Lo sapevamo tutti, però nessuno si peritava di dirlo. È una canzone disperata di persone che credevano di poter vivere almeno in una democrazia e si sono accorte che questa democrazia non esisteva più.

D. È dunque un atto d’accusa.

R. Sicuramente, e lo è anche nei nostri confronti. C’è una tirata contro i cantautori che avevano una voce potente per il vaffanculo, e invece non l’hanno fatto a tempo debito. Io credo che in qualche maniera la canzone possa influire sulla coscienza sociale, almeno a livello epidermico, Noto che ci sono tante persone che vengono nel camerino alla fine di ogni spettacolo e che mi dicono: siamo cresciuti con le tue canzoni e abbiamo fatto crescere i nostri figli con le tue canzoni. E non so fino a che punto sia una cosa giusta. Credo che in qualche misura le canzoni possano orientare le persone a pensare in un determinato modo e a comportarsi di conseguenza.

[Intervista di Luciano Lanza (1993). Ora in Signora Libertà, Signorina Anarchia, p. 17]

È il ritratto dei diversi aspetti dell’Italia e dell’Occidente in genere alla fine degli anni Ottanta. Ancora una volta De André fa inconsciamente la parte del profeta con la chitarra, citando, all’inizio, la Baggina, cioè la Casa di riposo per anziani Pio Albergo Trivulzio di Milano, che nel giro di poco tempo diventerà celeberrima; di lì partirà la prima denuncia per corruzione di tangentopoli. Si passa poi ai semafori, occupati da immigrati polacchi con le loro spazzole da lavavetri, i loro mercatini e i loro traffici di prostituzione, per arrivare ai trafficanti di saponette diretti all’Est. Subito dopo vediamo “la scimmia del quarto Reich” simboleggiare la preoccupante ripresa di movimenti neonazisti in Germania e un po’ in tutta Europa; infine la piramide di Cheope, monumento tanto imponente quanto inutile, ricostruito oggi “schiavo per schiavo / comunista per comunista”. Uno sguardo è riservato ad una pagina ancora sanguinante del nostro recente passato: il terrorismo. Renato Curcio, il capo storico delle Brigate Rosse, è ritratto come un carbonaro, un prigioniero politico ancora in carcere, nonostante non abbia mai ammazzato nessuno, perché non ha voluto rinnegare il proprio passato. Il riferimento a Pietro Maroncelli attraverso l’amputazione della gamba riporta l’ambientazione nel secolo scorso, come a dire che le condizioni sanitarie in Italia, e in particolare nelle carceri, non sono migliorate poi molto. Nella canzone c’è anche posto per condannare alcuni colleghi, troppo propensi a cantare o a scrivere canzoni cambiando continuamente cavallo da battaglia a seconda dell’argomento più alla moda: “voi che avete cantato per i longobardi e i centralisti / per l’Amazzonia e per la pecunia”, denuncia tagliente, questa, e fatta da chi sicuramente aveva tutto il diritto di farla. Tra questa folla di personaggi passano, quasi non visti, gli addetti alla nostalgia, tra i quali “il cadavere di Utopia”: utopia della libertà, utopia dell’anarchia, cresciuta nel ’68 e morta in mezzo alla città moderna e civile, dove chi vuole rimanere libero lo può restare soltanto se ha un cannone nel cortile.

[Matteo Borsani – Luca Maciacchini, Anima salva, p. 147-148]

Ecco un esempio di come anche il mondo della musica possa esprimere forti motivazioni di tipo morale e politico. Nell’albume Le nuvole, del 1990, che la critica specializzata considera unanimamente un capolavoro della moderna canzone d’autore, Fabrizio De André ha inserito (tra tante altre invenzioni verbali e musicali) una polemica e tagliente invettiva, scritta in collaborazione con l’etnomusicologo Mauro Pagani, contro lo sfascio dell’Italia contemporanea (o, forse, di quella che potrebbe essere l’Italia in un immediato futuro).

Il testo possiede una sua valenza specifica, che è possibile cogliere anche indipendentemente dall’accompagnamento strumentale […]. Ricordiamo comunque che la strumentazione è limitata ad alcuni elementi essenziali: chitarra, violino e “kazoo” (un piccolo tubo di canna al cui interno una membrana vibra emettendo un suono aspro; si tratta di uno strumento “povero”, usato nei riti magici dell’Africa occidentale e diffuso nel sud degli Stati Uniti, poi adottato da jazzisti e cantanti folk).

L’esecuzione musicale, vibrante e quasi angosciosa (ad un certo punto si avverte anche il sibilo di una sirena), si chiude con un assordante canto di cicale, che possiamo interpretare in due modi: come elemento di ulteriore polemica dell’autore nei confronti di una umanità che – nonostante tutto – vuole continuare irresponsabilmente a divertirsi, o come allusione al fatto che ogni forma di protesta contro i pericoli che ci sovrastano è ormai ridotta a un inutile e monotono canto, un fastidioso e petulante cicaleccio in sottofondo, del quale nessuno quasi più si accorge.

Dopo una strofa introduttiva (vv. 1-12), che ci presenta un uomo in fuga in una spettrale alba milanese, il testo si snoda attraverso tre segmenti di disuguale lunghezza (vv. 13-29, 38-58, 67-81), intervallati da un triplice ritornello di otto versi (vv. 30-37, 59-66, 82-89; il primo verso di ognuno è sempre uguale) e suggellati da una quartina di chiusura (vv. 90-93), che richiama vagamente il classico congedo della canzone petrarchesca. All’interno di questi otto segmenti complessivi, le scansioni narrative si susseguono ad intervalli di quattro versi (vv. 1-4, 5-8, 9-12, ecc.); si sottraggono a questa misura fissa soltanto due blocchi narrativi di cinque versi (vv. 25-28 e 42-46) e l’intero segmento dei vv. 67-81. Tali precisazioni ci sembrano necessarie per capire meglio il senso del componimento, del tutto privo di segni interpuntivi (sono soltanto segnalati col trattino i discorsi dei vv. 41, 51-54, 65-66, 72-81).

Andrà sottolineato anche, per un’ulteriore definizione degli aspetti formali del testo, l’uso della rima o, più frequentemente, dell’assonanza, tipica dei componimenti destinati ad essere musicati. De André ha sostenuto in un’intervista che l’uso della rima nasce dal bisogno di creare già nei versi un’unità armonica, un effetto sonoro indipendente da quello creato dalla melodia e dal canto. Ciò è particolarmente importante quando nella canzone (come in questo caso) si voglia privilegiare il contenuto: la rima e l’assonanza, infatti, servono a far sì che i versi rimangano meglio impressi nella memoria.

Il testo ci presenta dunque, in un accumulo di apparente incoerenza, lo scenario cupo di uno sfacelo imminente; lo stesso titolo, che stravolge la denominazione di una festosa ricorrenza della cristianità, è indicativo del senso di abbandono, di corruzione e di morte che incombe sulla realtà. Anziché essere il tradizionale giorno della spensieratezza, la Domenica celebra qui i momenti di una crisi irreversibile, fino al disfacimento finale delle salme delle vittime e alle esequie, paradossalmente dolci (cfr. i flauti del v. 84), degli ideali utopici di una società perfetta e felice.

I riferimenti, non sempre decifrabili con sicurezza, appaiono immersi in una calma sinistra e allucinante, in un caos metropolitano di folle anormalità (nella registrazione musicale si avverte anche in sottofondo, in corrispondenza dei vv. 59-66, il suono lacerante di una sirena): il crollo delle ideologie, la morte dei profughi, la folle allegria di chi ancora si illude, la retorica dei discorsi politici, i sussulti di un’estrema difesa individuale nell’imminenza della catastrofe (vv. 55-58), il dissolversi dei miti prima della pace terrificante (v. 89) che normalizzerà ogni cosa.

Il senso della resa collettiva viene espresso con un linguaggio che spazia dalla citazione colta (vv. 40, 65) all’espressione scurrile (vv. 15, 24, 50, 71, 81). Il tono prevalente è quello del duro sarcasmo e dell’aspra denuncia, uniche armi rimaste a chi può soltanto essere testimone dell’immenso naufragio della nostra cosiddetta civiltà, che ha provveduto ad annullare ogni voce di dissenso e a livellare ogni forma di antagonismo.

Ci sembra comunque che il testo esprima anche un convincimento di segno positivo. Se c’è ancora una coscienza civile, e se essa ancora riesce a provare rabbia e indignazione, non deve chiudersi in sé, nelle catacombe (v. 68). È vero, forse non è più possibile cambiare il mondo, come si intendeva fare nei tumultuosi decenni appena trascorsi; ma almeno evitiamo di pensare soltanto ai fatti nostri, perché l’esercizio dell’ironia feroce può essere l’antidoto più efficace contro lo squallore dilagante e l’arrogante ipocrisia del potere”.

[Paolo Briganti – Walter Spaggiari, Poesia & C., pp. 396-400]

Una durissima invettiva sulla falsa pace sociale raggiunta subito dopo la caduta del Muro di Berlino […]. Nel pezzo, per inciso, Fabrizio ha una delle sue intuizioni citando la Baggina, così come viene chiamata a Milano la Casa di riposo per anziani Pio Albergo Trivulzio. Due anni dopo, da lì, sarebbe esploso il caso di Tangentopoli che avrebbe spazzato i vecchi partiti.

Perché quella scimmia del Quarto Reich che balla sopra il muro? “Sono molto preoccupato, in Germania Est ci sono state violazioni di tombe ebraiche”, spiegava allora l’autore, “ed è una cosa che si sta diffondendo in tutta Europa; mi sembra un rigurgito nazista”. Tra epica e lirica c’è anche la piramide di Cheope: “Un monumento aberrante e inutile, direi berlusconiano”. Nella famosa domenica delle salme vengono inviati “fanti, cavalli, cani e un somaro ad annunciare l’amputazione della gamba di Renato Curcio, il carbonaro”… Dice De André: “Curcio non si è dissociato, non ha approfittato di questa regola non morale; e vedo circolare gente che ha tanti omicidi sulle spalle… Curcio non ha ammazzato nessuno. E d’altra parte non vorrei che gli succedesse quanto accadde a Maroncelli nel carcere austriaco. Anche perché tengo a sottolineare l’aspetto sanitario delle carceri italiane!”.

Di chi è la colpa? De André si getta nel mucchio anche se non ha certo niente da spartire con i cantautori che hanno cantato “sui trampoli e in ginocchio / coi pianoforti a tracolla / vestiti da Pinocchio”; con chi ha cantato “per i longobardi, i centralisti, per l’Amazzonia, la pecunia nei palastilisti”.

Erano gli anni dell’edonismo reaganiano e, in Italia, del craxismo. Al Palatrussardi alcuni socialisti intervenivano a tutti i grandi concerti in compagnia di “bambole fasciate di rosso”.

[Alfredo Franchini, Uomini e donne di Fabrizio De André, pp. 55-56]

La domenica delle salme è un grande affresco in stile Bruegel: in esso la supposta fine della storia viene smascherata per quello che è: un’altra delle tante menzogne che i poteri utilizzano per celare l’avidità oscena del loro agire.

De André li vede tutti, non ne perde uno: “i trafficanti di saponette [che mettono] pancia verso est”, “la scimmia del quarto Reich [che balla] la polka sopra il muro”, “il ministro dei temporali / in un tripudio di tromboni / [che auspica] la democrazia / con la tovaglia sulla mani e le mani sui coglioni”.

La “fine della storia” è anche il tempo in cui “la piramide di Cheope / [vuole] essere ricostruita in quel giorno di festa / masso per masso / schiavo per schiavo / comunista per comunista”; tanto non c’è ribellione: “La domenica delle salme / non si udirono fucilate / il gas esilarante / presidiava le strade / la domenica della salme / si portò via tutti i pensieri / e le regine del tua culpa / affollarono i parrucchieri”. E poi, per essere liberi, basta avere “un cannone nel cortile”. Sembra di vedere in questa umanità del dopo-genocidio la carta del Matto dei tarocchi, gli occhi al cielo e un piede già nel baratro a simboleggiare l’irresponsabilità di chi, accompagnando “il cadavere di Utopia”, canta “quant’è bella giovinezza / non vogliamo più invecchiare”.

E tra i responsabili di questa “pace terrificante”, gli stessi cantautori: “voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio / coi pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio / voi che avete cantato per i longobardi e i centralisti / per l’Amazzonia e per la pecunia / nei palastilisti / e dai padri Maristi / voi avevate voci potenti / lingue allenate a battere il tamburo / voi avevate voci potenti / adatte per il vaffanculo”.

Come non rivedere, quasi fosse un vecchio documentario, le immagini di chi, nei decenni scorsi, guadagnava un applauso in più (con il corrispettivo aumento del conto in banca), recitando solidarietà con saluti a pugno chiuso e che oggi, magari, l’applauso in più e l’ingrossamento del portafoglio lo guadagna con monili tricolori all’occhiello della giacca?

Ma come, insieme a loro, non vedere anche tutti coloro i quali applaudivano o si indignavano a comando e che continuano ancora oggi, impotenti comparse, a “gonfiarsi” nelle piazze (il popolo delle piazze) e davanti ai tribunali “in un coro / di vibrante protesta” quando la politica della società dello spettacolo lo richieda – magari, guarda caso, proprio all’ora del TG?

Ma le nuvole, si sa, “vanno / vengono”, sono il simbolo arcaico di un divenire incessante sul quale l’uomo non ha alcun potere se non quello di imparare a “guardare” anche con la luce alterata di un cielo oscurato.

Ed è quello che Fabrizio De André fa con Anime salve (1996), la sua produzione più recente, dando ancora voce, e quindi spessore di dignità, a chi tra le nuvole deve comunque vivere subendone, spesso per primo, i rovesci.

[Romano Giuffrida e Bruno Bigoni, in Fabrizio De André. Accordi eretici, pp. 60-61]

Dal sito di Giuseppe Cirigliano.

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fantascienza

Il telepate

Gerald Howson ascolta per caso la conversazione tra due piccoli gangster e si accorge di aver “capito” molto di più di quello che i due hanno detto a parole. Visioni improvvise, misteriosi avvertimenti, esperienze condivise lo avviano per una strada pericolosa ma ricca di scoperte, perché adesso Howson sa che può leggere nel pensiero. Sotto la guida di altri telepati impara a servirsi delle sue facoltà per curare la mente altrui, ma ben presto scopre che il proprio equilibrio è sul punto di crollare. Per sfuggire all’invadenza di migliaia di coscienze, Howson è tentato di nascondersi nei sogni spettacolari che solo il cervello di un uomo dotato dei suoi poteri è in grado di creare, anche a rischio di perdere ogni contatto con la realtà. Finalista al premio Hugo 1965, Il telepate è sempre un classico della fantascienza inglese.

Grazie ad Amazon potete trovare i “vecchi” Urania anche nella edizione per Kindle e con la indicazione del traduttore (qui Ugo Malaguti)

editoria

Le leggi fondamentali della stupidità umana

Scritto originariamente in lingua inglese, “The Basic Laws of Human Stupidity” fu stampato per la prima volta nel 1976 in edizione numerata e fuori commercio sotto l’improbabile sigla editoriale dei “Mad Millers”, i mugnai pazzi. L’autore riteneva che il suo testo potesse essere pienamente apprezzato soltanto nella lingua in cui lo aveva scritto, e per molto tempo declinò la proposta di tradurlo. Solo nel 1988 accettò l’idea di pubblicarlo in versione italiana nel volume “Allegro ma non troppo”, insieme al saggio “Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo”, esso pure scritto in inglese e stampato fuori commercio dai Mad Millers per il Natale del 1973. Come volume a sé la versione inglese delle “Leggi fondamentali della stupidità umana” è poi stata pubblicata, sempre dal Mulino, nel 2011. Sia in quell’edizione, sia in questa prima italiana viene riproposta in apertura la nota al lettore scritta da Cipolla per l’edizione originale del 1976.

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Letteratura

La vita imita l’arte o è l’arte che imita la vita?

Proviamo a inaugurare una rubrica culturale domenicale come fanno i giornali “veri”?
Una miniera di spunti li offre l’opera di Honoré de Balzac (1799-1850). Il brano che qui riportiamo è tratto da Papa Goriot (1834) e il personaggio che parla è Vautrin, che fu anche il protagonista di un’opera teatrale, sempre di Balzac, scritta nel 1840, della quale (non a caso), fu proibita la rappresentazione.
Vautrin qui spiega a un giovane di 21 anni la sua visione della vita parigina:
“Sapete come qui ci si fa strada? Col lampo del genio o con l’accortezza della corruzione. Bisogna penetrare in questa massa d’uomini come una palla di cannone, o infiltrarvisi come la peste.
L’onestà non serve a nulla. Ci si piega sotto il potere del genio, lo si odia, si cerca di calunniarlo, perché esso prende ma non da; ma ci si piega a lui, se persiste; in una parola, lo si adora in ginocchio quando non lo si è potuto seppellire sotto il fango. Di corruzione ce n’è tanta, il talento è raro. Perciò, la corruzione è l’arma della mediocrità che abbonda, e voi ne sentirete ovunque la punta, (omissis)
Ma cosa credete che sia l’uomo onesto? A Parigi, l’uomo onesto è colui che tace, e si rifiuta di condividere un tal sistema di vita. Non vi parlo di quei poveri iloti che ovunque sgobbano senza esser mai ricompensati del loro lavoro, e che io chiamo la confraternita delle ciabatte del buon Dio. Certo, là è la virtù in tutto il fiore della sua sciocchezza, ma là è anche la miseria. Vedo da qui la smorfia di questa brava gente, se Iddio ci giocasse il brutto tiro di assentarsi al momento del giudizio universale. Se dunque volete far presto fortuna, bisogna essere già ricco o sembrarlo.
Per arricchire, si tratta qui di giocare grossi colpi; se no, il gioco è da spilorcio, e… servitor vostro! Se nelle cento carriere che potete intraprendere, s’incontrano dieci uomini che riescono rapidamente, il pubblico li chiama ladri. Traete le vostre conclusioni. Ecco la vita così com’è. Non è più bella della cucina, puzza. quanto questa e bisogna imbrattarsi le mani se si vuoi mangiare bene; sappiate tuttavia lavarvi bene la faccia; qui è tutta la morale dell’epoca nostra”.

Nota: l’articolo proviene dall’archivio di bondeno.com ed è datato 19 ottobre 2003. Il libro Papà Goriot di Balzac lo trovate ovunque in molteplici edizioni; anche per Kindle a 2 euro.

editoria

Leo Longanesi

Quando Salvini e la Meloni non erano ancora nati, nacque in Italia, dal grembo de Il Borghese, la Lega dei Fratelli d’Italia. Il padre era naturalmente Leo Longanesi. Sognò di far nascere un movimento nazionale, conservatore, popolare e borghese, che non fosse neofascista, liberale e tantomeno democristiano. Ma fosse seriamente postfascista, giacché notava Longanesi: “la nostra democrazia ha un solo male, ha una sola tara: quella di esistere come avversario del fascismo; essa per vivere non trova altra giustificazione che quella di combattere un fascismo morto con Mussolini. Così assistiamo a una lotta di cadaveri verticali contro un cadavere orizzontale”. Fantastico. Era il 1955 e 63 anni dopo siamo allo stesso punto, anche coi grillini al governo.

Allora come adesso, si avvertiva la necessità di doversi inventare, un movimento che rappresentasse un mondo largo ed escluso, o mal rappresentato, antagonista alla sinistra, al clericalismo e al progressismo. Eravamo nell’era democristiana, i comunisti non erano ancora stati ammessi nell’anticamera dei governi, non esistevano le Regioni, l’Italia si stava riprendendo alla grande almeno sul piano del benessere, aveva trovato un accettabile compromesso col passato fondato sul’oblio, c’era il boom economico e gli italiani figliavano tanto, soprattutto a sud. Cosa dovremmo dire adesso, che il mondo è cambiato, siamo nell’unione europea, il debito è alle stelle, le regioni ci hanno distrutto, siamo pieni di migranti e vuoti di giovani e di élite, l’Italia è più smorta di allora, i figli non se ne fanno più e i morti superano i nati? Che ci vorrebbe una Lega dei Fratelli d’Italia… Ma la Lega c’è e, se nel giro di un mese non mutano ancora gli umori di questo paese psicolabile, è ora addirittura il primo partito. Al suo fianco, piccino e vanamente alla ricerca di una sua visibilità e di un suo ruolo, c’è quel che resta di An e del Msi, denominato Fratelli d’Italia, guidato in realtà da una sorella romanesca, brava e incisiva in tv.

Com’è allora che ci sentiamo rappresentati solo di striscio, e il disagio ancora prevale sull’appartenenza, l’estraneità prevale sulla partecipazione? Dipende dall’età, dalle delusioni collezionate, dall’eterna sindrome scontenta del Depresso Nostalgico che vive imprecando tra le rovine? O c’è qualche buona ragione per sentirsi stranieri a casa propria, più dei migranti e non solo a causa loro? Certo, c’è la soddisfazione nel vedere i perdenti, la sinistra squagliata, l’establishment colto da lievi crisi di panico, i Papi, i Presidenti, gli Illustrissimi che fanno l’opposizione… È un po’ il piacere sadico che provammo con la vittoria di Trump, che fu sopratutto la sconfitta di quell’America padrona, di quelle 4 o 5 famiglie che comandano, di quel mondo liberal, radical, affetto da razzismo etico e culturale. Ma basta la soddisfazione di vedere i perdenti per gioire dei vincenti al governo? Nel nome del populismo inviso ai poteri forti e all’Europa, dobbiamo farci piacere perfino i grillini che sparano ancora ogni giorno minacce a chi sta bene per far godere chi sta male; ma godere solo col rancore, perché se togli i privilegi veri o presunti a uno, non fai star meglio con la redistribuzione egualitaria, cento o mille. Dividi solo briciole di risentimento, appaghi solo l’invidia e il malocchio… Ma noi speriamo, l’occasione è imperdibile, un cambiamento c’è stato, anche se non si capisce la rotta. Il mondo sta svoltando. E si confida, in Salvini e nella sua Lega, coi Fratelli d’Italia in frigorifero. E con l’incertezza se poi ritroveremo un centro-destra a trazione leghista, come si dice; o lo scenario è ormai cambiato e la lotta sarà davvero tra populisti e potentati. Non dite per favore tra élite e popolo, perché un popolo senza élite, senza classe dirigente, senza aristocrazia, non va da nessuna parte. Dite piuttosto oligarchie, sette, potentati senza legittimazione. Oltre i tribuni della plebe ci vogliono le élite capaci.

Ma torniamo alla Lega dei Fratelli d’Italia di Longanesi. Lui era il presidente, il giovane Piero Buscaroli ne era il segretario: due persone totalmente prive di senso politico e organizzativo, a parte libri e giornali. Debuttò con un affollatissimo convegno su “Cos’è la destra in Italia” al teatro Odeon di Milano. Con un discorso “bellissimo e inutile” di Longanesi, dirà Gianna Preda. Scettica come Mario Tedeschi sull’iniziativa. E infatti Longanesi si stancò presto del suo movimento, seccato dalla ressa di delusi, lamentosi, arrabbiati che c’era già allora e che lo incalzava ovunque. E la destra-destra sfumò ancora una volta, sfarinandosi tra missini, monarchici, destra dc e destra liberale. La storia di quell’aborto longanesiano un po’ la racconta Buscaroli ne Una nazione in coma, ripreso da Penne al vetriolo di Alberto Mazzuca (editi ambedue da Minerva). L’epilogo di quell’avventura è una tavolata al Rosati di Roma nel ’57 con Montanelli, Pannunzio, Flaiano, Benedetti. Montanelli, che deve la sua salvezza al suo scetticismo, accusò Longanesi di “averci fatto sedere sulle poltrone più scomode, in guerra con tutti… E tutto questo per difendere il mondo di Longanesi dove non c’era che Longanesi”. Montanelli racconta che lui, Leo, lo ascoltava “con la bocca atteggiata a un risolino compiaciuto. E aveva ragione perché tutte queste accuse contro Longanesi erano la sua apologia”. Così perì la Lega dei Fratelli d’Italia e si salvò il suo Autore. Ma poco dopo, a 52 anni, Longanesi se ne andò, breve e fulminante come sempre. Lasciando molti conti in sospeso e tutti i suoi giocattoli: la casa editrice, il Borghese, la destra, la Lega dei Fratelli d’Italia.

Marcello Veneziani *Da Il Borghese

biblioteca

Maratona di lettura

BIBLIOTECA BASSANI – Giovedi 16 agosto torna la Maratona di lettura

Sarà dedicata alla pace, al disarmo e alla noviolenza la tradizionale ‘Maratona di lettura di ferragosto’ della biblioteca G. Bassani di Ferrara. Giunta quest’anno alla sedicesima edizione, l’iniziativa si svolgerà giovedì 16 agosto dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18.30 nella sede di via Grosoli 42 a Barco.
Il titolo della Maratona “Leggere parole di PACE. Nonviolenza in azione: storie anche ferraresi” vuole in particolare richiamare l’impegno dei ferraresi Silvano Balboni e Pietro Pinna, che hanno dedicato la loro vita contro la guerra, per l’affermazione della pace e della convivenza attraverso la nonviolenza.
Gli stessi nomi di pacifisti che ritroviamo poi protagonisti anche nello spazio espositivo della biblioteca, dove, dal 1°agosto, sono state allestite due mostre raccolte sotto il titolo “Nonviolenza in azione: storie ferraresi. Con Silvano Balboni e Pietro Pinna” a cura di Movimento Nonviolento di Ferrara e Istituto di Storia Contemporanea (visitabili gratuitamente fino all’8 settembre negli orari di apertura della biblioteca: martedì-sabato 9-13; martedì-mercoledì-giovedì 15-18,30; lunedì chiuso).
La partecipazione alla Maratona (consiste nella lettura ad alta voce per la durata di 4/5 minuti di un brano scelto in biblioteca, a casa o in libreria) è libera e senza limiti di età, ma occorre prenotarsi (0532 – 797414) comunicando autore, titolo e orario scelti. I partecipanti dovranno essere iscritti ad una delle biblioteche del Polo Unificato Ferrarese. L’iscrizione è gratuita, potrà essere effettuata direttamente e consente di fruire dei servizi di tutte le biblioteche del sistema.
Per chi desideri preparare un intervento, negli ambienti della biblioteca sono disponibili libri, CD, DVD per adulti e ragazzi (narrativa, saggi, poesie, ecc.) sui temi della Pace, del disarmo e della Nonviolenza.
Immagine maratona: è stato scelto un manifesto tra quelli realizzati con i disegni dei bambini – per il concorso ‘Un poster per la Pace’ in occasione del Weekend della Pace UNESCO 2018 – rielaborati dai ragazzi dell’Istituto Einaudi e gentilmente concessi dal Lions Club Ferrara Estense.

LE MOSTRE: Nonviolenza in azione: storie ferraresi. Con Silvano Balboni e Pietro Pinna”

– 50 anni di Azione nonviolenta

Una copertina per ciascun anno, a partire dal 1964, ripercorre la storia della rivista voluta e fondata da Aldo Capitini della quale Pietro Pinna sempre curò edizione e diffusione e, divenuto direttore responsabile, lo restò fino alla morte.

La rivista, mensile, da qualche anno è divenuta bimestrale con numeri prevalentemente monografici, disponibili anche in versione telematica. Il sitowww.azionenonviolenta.it, attraverso articoli e rubriche, ne costituisce una integrazione più attenta all’attualità.
La mostra offre anche una prospettiva particolare, ispirata alla nonviolenza, su mezzo secolo di storia italiana e non solo.
– Senza offesa – Strategie di opposizione nonviolenta
La mostra consiste di cinque totem e presenta fotografie relative ad azioni del Movimento Nonviolento, fondato nel 1962 da Aldo Capitini e Pietro Pinna, all’indomani della prima marcia Perugia Assisi del 1961.
Il primo, con la riproduzione della testa del corteo della Perugia-Assisi 1961 – tra Italo Calvino e Giovanni Arpino, che reggono lo “striscione”, il cantautore Fausto Amodei – illustra il significato della mostra.
Poi seguono: “Perugia-Assisi. Le marce della pace” (dal 1978 al 2011), “Obiezione di coscienza. Il gruppo di Azione Nonviolenta”, che ricorda l’attività, sotto l’impulso e il coordinamento di Pinna, di un piccolissimo gruppo con l’obiettivo di porre all’attenzione l’obiezione di coscienza e ottenerne il riconoscimento legale, “Antimilitarismo. Le marce. Il 2 giugno e il 4 novembre” documenta alcune delle marce estive condotte in collaborazione con il Partito Radicale dal 1967 al 1976 , “Disarmo War Resisters’ International L’impegno continua”.
Per informazioni: info.bassani@comune.fe.it – tel. 0532 797414 – fax 0532 797417
Tutti sono invitati a leggere o anche al solo piacere dell’ascolto.
Locandina maratona e mostre “Leggere parole di pace”

maratona_e_mostre_2018.pdf

Link alla pagina di CronacaComune
http://www.cronacacomune.it/notizie/34214/agosto-di-pace-alla-biblioteca-g-bassani-di-ferrara.html

fantascienza

Non importa

Giorgio Cicogna è stato uno dei precursori della fantascienza italiana, importante soprattutto in quanto una figura quasi unica di scienziato-scrittore. Sebbene gli si debba una sola opera, una raccolta di racconti, il suo nome è stato regolarmente citato in tutte le storie della fantascienza nel nostro Paese. Molto probabilmente nella maggior parte dei casi si è trattato di citazioni di seconda mano, cioè riprese dalle trattazioni precedenti, perché la sua opera è stata per lunghi anni indisponibile e le poche copie sopravvissute del suo libro in mano a collezionisti. Solo nel 2012 il suo testo è stato ripubblicato permettendone così la conoscenza diretta.
Nato a Venezia da famiglia nobile (fra i suoi antenati pure un doge) intraprese la carriera militare dopo aver frequentato l’Accademia Navale di Livorno, partecipò alla Prima Guerra Mondiale come comandante di un sommergibile e si congedò nel 1929, occupandosi come addetto alla propaganda di un’industria ma dedicando tempo sia alla scrittura che all’attività di scienziato. In questo campo aveva già inventato l’idrofono, uno scandaglio acustico per rilevare la presenza di sottomarini, mentre nel 1931 vinse un premio del C.N.R per l’invenzione di un segnalatore di rotta che premetteva alle navi di annunciare reciprocamente la loro presenza nella nebbia (che fu lodato anche da Marconi). Stava lavorando a Torino alla messa a punto di un motore a reazione quando un’esplosione dello stesso mise fine alla sua esistenza, a poco più di 33 anni.

Le sue uniche opere pubblicate, entrambe nel 1931 ed entrambe per la casa editrice L’Eroica, furono una raccolta poetica e una antologia di racconti, che ebbero molto successo e il plauso di personalità quali Elsa Morante. Se anche nelle poesie dei Canti per i nostri giorni possiamo ritrovare il tentativo di coniugare due mondi apparentemente distanti, quello della letteratura e quello della scienza (indicative liriche quali “Inno alla matematica”, la leopardiana “Alla natura” o “Lo stelo d’oro” indirizzata agli uomini del futuro) è nei racconti de I ciechi e le stelle che questo rapporto viene meglio analizzato.

ciechi-stelleIl tratto comune dei racconti è l’aspirazione, derivata dalla sua formazione tipicamente positivista e forse anche al coevo movimento del Futurismo, da parte dell’uomo a superare i limiti della natura salvo poi arrendersi alla consapevolezza che l’universo è molto più grande e misterioso. E tuttavia l’uomo non deve arrendersi, deve andare avanti anche con la forza della fantasia. Così non importa se Alvise il protagonista di “L’uomo, la donna e i bambini”, vede il suo esperimento di vita artificiale distrutto dai figli che scambiano quella specie di medusa per un rospo; non importa se Cubra di “Beffa del cielo”, inventore di un telescopio potentissimo, viene deriso dagli incompetenti; non importa se il Màtter di “Asse del Mondo” che ha trovato il modo di raddrizzare l’asse terrestre venga prima osannato e poi dimenticato. Come dice di “Quen-lì” del racconto omonimo, ultimo discendente di una razza cinesa che decide di andare in catalessi e risvegliarsi fra trecento anni: Forse allora potrà trovare l’evoluzione degli uomini più avanzata, potrà trovare un ambiente che gli permetta di vivere senza soffrire. Bisogna andare avanti mantenendo la speranza. In altri racconti Cicogna ci narra di un abitante di Saturno che giunge sulla Terra e con la forza del suo magnetismo uccide uno scienziato e ne fa impazzire un altro, trovando poi ospitalità nel corpo del direttore dell’istituto che però crede agli spiriti (“I due resconti”); oppure della civiltà creatasi nelle caverne sottomarine dopo che l’oceano ha coperto l’America e che ambisce a ritrovare il Cielo, chiamato “Ovigdòi” (titolo del racconto).

Come si vede Cicogna si cimenta un po’ in tutte le branche della scienza, spaziando dalla fisica all’astronomia, dalla biochimica all’ecologia, mantenendo però il ruolo centrale dell’uomo, e proprio questo gli merita il titolo di pioniere della fantascienza italiana. Certo il suo linguaggio è aulico e poco adatto ai nostri tempi e la costruzione dei racconti, che pure gli valse il plauso di Salvator Gotta, oggi è da considerarsi inadeguata, ma restano il fascino del suo approccio al tema, che riesce a coinvvolgere il lettore, e la profondità delle sue riflessioni sulla natura umana. Come scrive lui stesso nello scritto autobiografico Scienza e poesia, pubblicato in appendice all’edizione 2012 della sua raccolta (che contiene anche un racconto inedito, “Il muro”): bisogna «proiettare lungo le vie dell’infinito il nostro desiderio di soprannaturale, e cercare di spegnere la nostra sete con l’acqua della conoscenza». (GFP)

Bibliografia
I ciechi e le stelle (1931), Incontri Editrice, 2012

Gian Filippo Pizzo

http://andromedasf.altervista.org/giorgio-cicogna-un-precursore-della-fantascienza-italiana/

fantascienza, Letteratura

Settimana Ugo Malaguti

Care lettrici, amici lettori,

inizia domani una settimana festosa per Elara, perché ci porterà, il 21 luglio, al compleanno del nostro direttore letterario, Ugo Malaguti, che quest’anno ha ripreso il suo lavoro del quale si stanno vedendo i primi frutti, e molti altri si vedranno nelle prossime settimane.

Nel sito http://www.elaralibri.it la settimanale sorpresa nel quadro di Estate Elara potrete trovarla nel Flash appena apparso, e riguarda proprio l’Ugo Malaguti scrittore, per chi lo conosce ma si fosse lasciato sfuggire uno dei suoi libri best sellers del catalogo Elara, o persino l’introvabile Mosaici di sonnolenta avventura, esaurito e non più acquistabile, del quale l’autore offre la possibilità di riceverlo in omaggio con sua dedica personale mettendo a disposizione le copie che lui si era riservato e intendeva conservare per sé.

Vi rimandiamo al Flash, ricordando anche che la sua durata copre eccezionalmente la settimana dal 15 al 21 luglio.

Ricordiamo anche agli amici Contradaioli che domani riceveranno Il giornale della Contrada delle Stelle no. 3, e che le spedizioni del grandissimo classico, per la prima volta presentato in una completa e splendida traduzione italiana, si sono concluse. Il libro può essere ordinato solo dagli iscritti alla Contrada delle Stelle, le copie, visto che la tiratura limitata e numerata è di sole 300 copie, sono ormai limitate, i Contradaioli che hanno dimenticato o aspettato prima di fare l’ordine sono invitati ad affrettarsi.

La settimana prossima tocca al bellissimo romanzo di Alessandro Fambrini, Girotondo. L’ultimo caso dell’ìspettore Jorgensen. Abbiamo speso molte parole e molti elogi per questo romanzo, che consideriamo imperdibile per chiunque ami la fantascienza d’autore e di atmosfera, scritto da quello che non a caso viene definito “lo Sturgeon italiano”. Per ordinarlo siete ancora in tempo. È il libro della vostra estate.

Ci sono ancora alcune copie disponibili del capolavoro di A. E. van Vogt, La città degli invisibili. Ordinatelo per leggerlo nella vostra estate, senza aspettare mesi e mesi per una ristampa.

A proposito di ristampe, siamo lieti di comunicare che sono di nuovo disponibili:

Steampunk a cura di Ann e Jeff Vandermeer (FAN 010)

La città dei santi e dei folli di Jeff Vandermer (FAN 012)

Il signore di Samarcanda di Robert E. Howard (FAN 014)

Veniss Underground di Jeff Vandermeer (FAN 0015)

Operazione Europa a cura di Pier Luigi Manieri (SPE 008)

Il calendario definitivo delle uscite potete leggerlo nel sito.

Per trovare i dettagli sui volumi, basta entrare nel Catalogo e cercare le collane indicate accanto al titolo (FAN indica Libra Fantastica, il numero d’ordine della collana segue l’indicazione; SPE sta per Speciali Elara.

http://www.elaralibri.it/

 

festival, giallo

Mystfest 2018

Grande successo di critica e pubblico per l’edizione gialli Myfest 2018 del Mystfest/Festival internazionale del giallo e del mistero – Gran Giallo Città di Cattolica, che si è tenuta dal 25 al 30 giugno scorsi nella rinomata località della riviera romagnola.
Noti scrittori e autori esordienti, critici letterarie giornalisti, semplici lettori e appassionati, si sono ritrovati a discutere e scambiarsi idee in un’accattivante atmosfera durata sei giorni e dedicata al genere di cui furono maestri Agatha Christie e Georges Simenon.
Tra gli incontri previsti dibattiti, talk show, mostre mercato di libri e gadget, incontri radiofonici con gli autori (con interviste su Radio Talpa) e soprattutto le premiazioni dei concorsi.
Nella serata conclusiva di sabato 30 sono stati proclamati i vincitori dei tre prestigiosi premi: per la categoria racconto il Concorso Gran Giallo Città di Cattolica e per i romanzi il Premio Tedeschi Mondadori 2018 e il Premio Alan D. Altieri – Segretissimo Mondadori.
In apertura della cerimonia il sindaco di Cattolica, Mariano Gennari, ha posto l’accento sull’importanza del MystFest come evento culturale di notevole rilevanza nella stagione estiva della città su cui, visti gli ottimi esiti, l’amministrazione comunale punterà anche in futuro.
La parola è quindi passata allo scrittore Franco Forte, che dirige le collane Il Giallo Mondadori, Segretissimo e Urania, nonché presidente della Giuria del Gran Giallo, il quale ha sottolineato che il MystFest è ormai un grande evento consolidato che fornisce agli autori di talento occasioni e visibilità.
Sono stati quindi proclamati i vincitori: sugli oltre cento lavori pervenuti alla 45° edizione del Premio Gran Giallo Città di Cattolica al primo posto si è classificata Scilla Bonfiglioli con il racconto Non si uccidono i dodi. Nel Premio Tedeschi invece si è imposto Alberto Odone con il romanzo giallo a sfondo storico La meccanica del delitto. Mentre la prima edizione del Premio Alan D. Altieri – Segretissimo, dedicato allo stimato scrittore scomparso lo scorso anno è andata all’action thriller di Alessio Gallerani Il nido dei predatori. Il romanzo di Odone sarà in edicola nei prossimi giorni, mentre quello di Gallerani ad agosto. Franco Forte ha assicurato che si tratta di opere scritte da professionisti della penna emersi anche grazie al MystFest – Gran Giallo Città di Cattolica, appuntamento di grande confronto e crescita nel mondo della narrativa di qualità.

Filippo Radogna

L’articolo Successo per il MystFest di Cattolica proviene da Associazione World SF Italia.

fantascienza

Urgente!

Si conclude domani la prima delle occasioni che Elara propone ai lettori nell’ambito di Estate Elara, che ogni settimana darà, per uno o due giorni prefissati, la possibilità di procurarsi libri altrimenti introvabili, edizioni speciali, ultime copie in via di esaurimento, e altre varie iniziative.

Per essere aggiornati, vi chiediamo di consultare regolarmente il sito www.elaralibri.it.

Ogni settimana apparirà un Flash con la proposta della settimana e l’indicazione del giorno, o dei giorni, in cui sarà valida.

La prima proposta è la possibilità, mai concessa né mai più ripetibile, anche per i non iscritti alla Contrada delle Stelle di acquistare le residue copie dei titoli ancora disponibili, e prenotare quelli in uscita.

Non è una semplice iniziativa promozionale, perché i volumi della Contrada vengono stampati in 300 esemplari numerati, non saranno mai ristampati, e dei quattro volumi già pronti e non ancora esauriti (i numeri 1, 3, 4 e 6) restano solo tra le 25 e le 40 copie. L’intento è quello di premiare i lettori più intelligenti e attenti, dando loro una possibilità unica di procurarsi libri di assoluto valore contenutistico e collezionistico, avendo anche la possibilità di studiarli e decidere se alla riapertura delle iscrizioni, prevista per settembre, saranno interessati a iscriversi per poter seguire quella che diventerà la collana più continuativa di Elara nei prossimi mesi.

Ricordiamo solo che la possibilità finisce alle ore 24 di mercoledì 27 giugno, che non potrà mai più essere riproposta, e che questi libri non saranno mai ristampati.

Pensateci, e state attenti da domenica in poi al sito, per la nuova proposta di Estate Elara. 

 

Van Vogt

e la Città degli invisibili

 

È uscito il nuovo Fuori Collana di Libra Fantastica, dedicato a uno degli autori più grandi e più amati della storia della fantascienza, A. E. Van Vogt, con uno dei romanzi che l’autore considerava il più importante della sua carriera, la storia di Slade, imprenditore di successo che dopo un incidente stradale scopre di essere dotato di tre occhi, e grazie a questa anomalia viene proiettato in un universo parallelo dove una città antica e decadente, protetta da una invalicabile barriera di energia, è in guerra con una grande astronave per il possesso del pianeta e la sopravvivenza stessa del genere umano.

Un grande romanzo, completato da due racconti fondamentali per la storia della sf, La nave delle tenebre e La barriera della luce. Imperdibile per chi ama la grande sf.

 

Libra Fantastica fuori collana no. 4 – FCT 004

Alfred E. van Vogt

LA CITTA’ DEGLI INVISIBILI

224 pagine

Eur 16,50

Traduzione e introduzione di UGO MALAGUTI 

 

 

Ristampe e uscite

 

Si sono concluse le spedizioni de Il Perdigiorno 1, la nuova collana letteraria inaugurata da Il mercatino dei sogni del grande scrittore e poeta Michael Ende.

Abbiamo terminato anche le spedizioni de La città degli invisibili di A. E. van Vogt (chi non l’ha ancora ordinato è pregato di affrettarsi)

A questo proposito, sono di nuovo disponibili

– La seconda edizione di STEAMPUNK a cura di Ann e Jeff Vandermeer (Libra Fantastica 10)

La seconda edizione di IL SIGNORE DI SAMARCANDA di Robert E. Howard (Libra Fantastic a 14)

Le ristampe di

– VENISS UNDERGROUND di Jeff Vandermeer (Libra Fantastica 15)

– LA CITTA’ DEI SANTI E DEI FOLLI di Jeff Vandermeer (Libra Fantastica 15)

– OPERAZIONE EUROPA a cura di Pier Luigi Manieri (Speciali Elara 8)

Potete ordinare tutti questi volumi con Paypal.

Per concentrare risorse all’uscita delle novità, tutte in fase avanzata di produzione, le tirature sono state rigorosamente limitate. Perciò chi desidera acquistare dopo una lunga attesa uno o più di questi volumi è invitato ad affrettarsi.

 

A luglio una inattesa novità

GIROTONDO. L’ULTIMO CASO DELL’ISPETTORE JORGENSEN

di Alessandro Fambrini

 

Una sorpresa di metà luglio per chi ama la migliore fantascienza non angloamericana, e in particolare l’arte e la qualità della prosa incantevole di Alessandro Fambrini, cattedratico germanista di grande prestigio ma anche autore di splendide opere di science fiction, compreso il capolavoro Le strade che non esistono che tanto successo ha riscosso tra i lettori.

Questo suo nuovo libro è certo il suo più affascinante e magico. Vi ritroviamo il suo personaggio più famoso, l’ispettore e poi commissario della Reale Polizia Danese, Johannes Jorgensen, un uomo solido, riflessivo, dotato di una capacità investigativa straordinaria, e di una profonda umanità, nella cui lunga carriera, iniziata nel lontano 1929, sembra destinato a confrontarsi con misteri quasi soprannaturali, mostri, alieni, e storie al limite dell’impossibile.

Siamo nel 1986. Jorgensen è ormai in pensione, ottantunenne, e vive solo, dopo la perdita dell’amata Magda. Ma il suo spirito irrequieto e indagatore è ancora vivo. Così, in un inverno particolarmente rigido, decide di rompere la monotonia delle sue giornate per visitare una mostra di pittura di grande interesse. Ma mentre si aggira per la galleria, qualcosa gli succede… uno smarrimento, un vortice, la sensazione di morire.

Ma non è la sua ultima ora. Invece, l’inizio di una prodigiosa avventura della memoria. In un luogo misterioso egli rivive molti dei casi della sua prestigiosa carriera, percorrendo quasi sessant’anni di storia e di misteri, nell’incantato mondo del Nord della Danimarca, con le sue isole e i suoi villaggi, le sue tradizioni e i suoi misteri, la sottile crudeltà che si rispecchia nelle inquiete acque del mare, e la frequentazione di esseri a volte umani, a volte appartenenti a mondi sconosciuti e misteriosi…

Un capolavoro autentico di quello che è oggi il maggiore scrittore italiano de fantastico, un libro che non dimenticherete facilmente.

Quando i mondi si scontrano

in uscita il 6 luglio

 

Per gli amici della Contrada che lo hanno già prenotato, e anche per chi ha voluto approfittare delle Cinque Giornate della Contrada per possedere e conoscere uno dei più grandi classici della storia della fantascienza, informiamo che le spedizioni di Quando i mondi si scontrano inizieranno il 6 luglio. 

Calendario aggiornato delle uscite

 

Un anno di lavoro del direttore Ugo Malaguti e soprattutto degli amici che hanno aderito alla lista della Fenice, mostrando amore per la fantascienza e vera passione, stanno cominciando a dare i loro frutti.

Dopo l’uscita dei primi tre titoli in attesa, che trovate indicata qui sopra, seguiranno

Biblioteca 47   C’era una volta il futuro di Renato Pestriniero

Contrada 8 Il   Clandestino dell’astronave di Lester del Rey

Biblioteca 45   Dumarest ai confini del nulla di E. C. Tubb

Contrada 9      I signori dell’infinito di Cordwainer Smith

Biblioteca 48   Dumarest: Ritorno alla Terra di E. C. Tubb

 

Per la necessità di tenere conto delle ferie della varie tipografie, non siamo ancora oggi in grado di indicare l’esatta data di uscita di ciascun volume, potendo solo avere finalmente la certezza che tutti usciranno entro l’estate. Nella prossima Newslettter contiamo di fornire dati più precisi. Chiediamo in particolare agli amici che attendono gli ultimi due volumi del monumentale ciclo di Dumarest di avere ancora un attimo di pazienza. Il grosso della lavorazione è stato concluso, ora si tratta solo di completare il lavoro tecnico, ma possiamo assicurare con certezza che ormai a breve anche questa impresa (che nessuno aveva mai tentato, vista l’imponenza e la lunghezza del ciclo) riusciremo a completarla.

Se poi nel corso dell’estate riusciremo con Estate Elara a risvegliare l’attenzione e l’interesse di un buon numero di lettori da troppo tempo in “sonno”, allora sì che non ci sarebbero limiti a quello che potremo fare per voi.

Buona lettura e buona estate a tutti. Noi ci saremo ogni settimana, per premiare i lettori più attenti e vivi.

Elara s.r.l.