libri

Asylums

Un’istituzione totale può essere definita come il luogo di resistenza e di lavoro di gruppi di persone che – tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo – si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato. Prenderemo come esempio esplicativo le prigioni nella misura in cui il loro carattere più tipico è riscontrabile anche in istituzioni i cui membri non hanno violato alcuna legge. Questo libro tratta il problema delle istituzioni sociali in generale, e degli ospedali psichiatrici in particolare, con lo scopo precipuo di mettere a fuoco il mondo dell’internato”. Così scrive Goffman in apertura di Asylums. Egli realizza una descrizione impressionante di “ciò che realmente succede” in un’istituzione totale, al di là delle retoriche scientifiche, terapeutiche o morali con cui chi detiene il potere nell’istituzione giustifica le degradazioni degli esseri umani che solitamente avvengono. Ciò che Goffman compie, in Asylums, è una sorta di esercizio morale: rovesciare la pretesa che le istituzioni dettino la loro logica alle scienze sociali, far “parlare” attraverso la rievocazione sociologica di semplici gesti la dimensione tipicamente umana della resistenza all’oppressione. (Prefazione di Alessandro Del Lago, postfazione di Franco e Franca Basaglia)

libri

Adelphi in sconto

Il libro degli emblemi. Secondo le edizioni del 1531 e del 1534

0 recensioni | scrivi una recensione

Autore:Andrea Alciato
Prezzo:€ 80,00 prezzo di copertina
Prezzo online:€ 64,00
Spedizione gratuita in Italia
Pronto per la spedizione
in 1 giorno lavorativo
Compra nuovo
Curatore:M. Gabriele
Editore:Adelphi
Collana:Classici
Codice EAN:9788845924415
Anno edizione:2009
Anno pubblicazione:2009
Dati:LXXVI-731 p.,libro rilegato
un esempio

Il connubio tra immagini e parole, oggi così pervasivo, ha in realtà una storia ben più antica e nobile di quel che si tende a credere, e autorevoli progenitori tanto celebrati in passato quanto ormai trascurati. Fra questi è certamente da annoverare Andrea Alciato, grande erudito, umanista, «austero e insofferente» giurista tra i più insigni del XVI secolo. Il suo «Emblematum liber» (1531), galleria di situazioni umane trasfigurate in metafore e in mirabili simboli ‘geroglifici’, ambiva a trasmettere – similmente agli «Adagia» di Erasmo – un patrimonio di saggezza e moralità, attraverso una efficace visualizzazione verbale e iconografica di alti concetti o di semplici pensieri. Divenne invece l’archetipo di un genere di letteratura che non solo conobbe in Europa fin dalla sua nascita uno straordinario successo, ma esercitò un decisivo influsso, tanto da diventare un riferimento inevitabile, se si vuole capire molta parte dell’arte e della letteratura successive. «Il libro degli Emblemi» viene qui proposto per la prima volta in una edizione che se darà piena soddisfazione agli studiosi, i quali da tempo denunciavano un inspiegabile vuoto editoriale, costituirà per tutti gli altri lettori un’entusiasmante scoperta: il volume accoglie infatti, oltre al testo latino – criticamente stabilito sulla base del raffronto fra le due prime edizioni (1531 e 1534) –, la traduzione, le illustrazioni di altre due fondamentali stampe (1550, 1621) e un vasto commento, che di ciascun emblema individua le fonti speculative e iconologiche. Sarà così possibile ritrovare le radici da cui scaturì un’idea semplice e geniale: creare parole dalle quali possano fiorire immagini e viceversa, in uno sposalizio etico e filosofico dove si ascolta l’immagine e si vede la parola.

Libraccio.it

libri, memorie

L’odore delle bugie

Fonte: EreticaMente

Le bugie hanno un odore acre e penetrante. L’aria ne è satura, i suoi miasmi penetrano ovunque. Persino in Vaticano, tra intrighi curiali e fumi d’incenso, si respira un greve tanfo di menzogne. I più non lo avvertono, essendo pseudofagi. Si cibano di bugie, e il loro olfatto vi è ormai abituato. Anzi, sono convinti che l’informazione ufficiale fornisca ogni giorno nuove razioni di sacrosanta verità.
Le bugie son composte di atomi, molecole, tessuti. Quando giungono a formare un intero organismo diventano ‘versioni ufficiali’, di natura pubblica o privata. Nella prima son contenuti i tipici olezzi del giornalismo ufficiale, della medicina ufficiale, della storia ufficiale, della religione ufficiale, dei comunicati ufficiali e così via.
Molti credono a tali esposizioni dei fatti perché affetti da una sorta di neotenia spirituale. Anche in età adulta conservano tratti di soggezione infantile nei confronti di esperti e autorità. Ne fanno le ipostasi di potenti e onniscienti Genitori, con conseguenze nefaste nella comprensione della realtà. Questi pseudo-genitori infatti non hanno scrupoli nel mentire. Paradigmatico è il recente caso della pseudo-pandemia, questa sorta di fiaba ipnotica e angosciante, apoteosi della ‘versione ufficiale’ e del suo carattere manipolatorio.
Ogni manifestazione ufficiale di carattere scientifico, morale o culturale, ha per i più natura apodittica, potenza oracolare. Ma tale fenomeno ha le sue prime origini nel privato. La versione ufficiale nasce come elaborazione dell’immagine di sé. È una specie di film in cui ognuno proietta la sua vita. Quando lo mostra agli altri ne taglia alcune scene, altre le modifica. Ma anche la copia per sé fa ampio uso di invenzioni e specchi deformanti.  Perché in realtà l’uomo ha bisogno di mentire a sé stesso prima che agli altri.
Così, ogni società composta di bugiardi deve di necessità mentire a sé stessa. I valori che esibisce sono ipocrite foglie di fico. La Versione Ufficiale, nata da una rimozione psichica, diviene prassi del mentirsi l’un l’altro, il conformismo della falsità. È l’intreccio di forze suggestive e autosuggestive; rappresentazione di sé con cui la società e gli individui che la compongono, in modo solidale, sostituiscono i fatti con versioni ad hoc.
La bugia è la più elementare e diffusa forma di potere perché permette a chiunque un controllo sulla realtà. Presenta un doppio vantaggio: illudere ed essere illusi. Col tempo il mentire forma un blocco compatto, la cui stabilità poggia sulla coerenza delle bugie che ne formano la base. Diviene così fondamento della personalità individuale e dei vari statuti sociali. Come un ammortizzatore, stempera gli attriti tra la coscienza e il reale.
La ‘versione ufficiale’ non è una copertura superficiale della verità. Se scavassimo, troveremmo altre bugie. Vi sono persone e società che mentono a sé stesse per nascondere una bugia più profonda che ne copre un’altra più profonda ancora. Forse esiste una Menzogna Madre, radicale e originaria. O forse la vita è come una cipolla, strati di bugie senza un nocciolo. Cercando potremmo forse scoprirlo, ma l’attenersi alle versioni ufficiali provoca un’atrofia progressiva nell’organo della realtà.
Se capita che qualcuno si metta a cercare è perché le bugie, a lungo andare, possono creare sofferenza. Se una bugia ne contraddice un’altra, se un complesso di bugie entra in conflitto con un altro, si incrina quella stabilità interiore fondata su un auto-inganno armonico, e si manifestano delle crepe, ossia disturbi psichici di natura personale o collettiva.
In tal caso si può prendere coscienza della propria inautenticità e intraprendere una dolorosa discesa agli inferi, negli abissi della realtà negata. Il primo passo verso la verità è smantellare le versioni ufficiali, quelle di dominio pubblico come quelle più personali. Si ritorna così gradualmente pseudo-sensibili e si impara nuovamente a riconoscere l’odore della bugia. Questo però costa tempo e fatica. Più comodo è inventarsi nuove bugie o puntellare quelle vecchie. Psicoterapie o artifici intellettuali possono rimpiazzare le menzogne traballanti con altre più solide e funzionali.
La versione ufficiale coincide in sostanza con la difesa di una identità. Non fidarsene significherebbe aprirsi a dubbi esistenziali. Governo, sanità e mass media non potrebbero ammannirci ogni giorno fanfaluche su contagi e vaccini se la gente non conservasse nel fondo dell’anima questa colpevole abitudine di fuggire la verità, di illudersi. È per questa tacita connivenza col falso che la gente si piega docilmente ai decreti; trova sensati protocolli assurdi, ed è pronta a consegnare la sua vita nelle mani di manipolatori scientifici senza scrupoli. E non si può dire se goda più chi inganna o chi è ingannato.
Alla gente non interessa la verità, non la cerca, ne ha paura. La rassicurano solo le versioni ufficiali. Ne ha bisogno come di una droga. Senza, potrebbe dubitare di esistere. Si guarda bene dal verificarne l’autenticità, dal vederne la fallacia o l’incoerenza. Il suo equilibrio mentale si fonda sulla complicità tra le bugie del Sistema e le sue. Prova quindi un’animalesca ostilità verso chi le metta in discussione. Teme chi minacci di smascherare la sua collusione con un sistema strutturalmente falso. Non si confronta sul piano dei fatti oggettivi, dove fiuta una minaccia per la sua bolla psicologica. Si limita a esorcizzare con formule magiche o con scomuniche ufficiali ogni forma di pensiero divergente. E definisce ‘negazionismo’ ciò che nega la sua negazione della realtà.
La nostra società, secondo vecchi canoni totalitari, si difende dai dissidenti classificandoli come casi patologici. Nel definirli ricorre alle solite infamanti etichette: “negazionisti, complottisti”. Per confutarli non porta prove reali ma sentenzia ex cathedra che i loro argomenti sono deliranti o farneticanti. Termini che suonano come anatemi e scongiuri, e rivelano la sua isterica paura della verità.
In fondo, la Versione Ufficiale è una religione, e oggi un esercito di chierici fa muro per proteggerne il dogma. Politici, medici, giornalisti, son tutti mossi da un’apparente preoccupazione per il bene comune. Mentono, e lo si vede benissimo. Ma la sensibilità comune non lo nota, essendo ostruita da vecchi coaguli di bugie. Eppure, in quei paladini dell’ufficialità, è evidente il conflitto tra la maschera e il volto, la frattura tra la coscienza e l’inconscio. Occorrono anni di ferrea, gesuitica disciplina, oltre a un eccezionale talento, per celare questi intimi dissidi. E i nostri pubblici bugiardi non sono certo dei Mazzarino.
Prendete un politico noto. La mimica innaturale, l’affettazione della voce, ogni parola tradisce in lui la falsità. Ma anche fosse maestro nel simulare e nel dissimulare, abile nell’illudere occhi e orecchi, non potrebbe ingannare un olfatto sano. Non il senso fisico, ma un organo più sottile, un naso spirituale. Allora, se anche cercasse di coprire il fetore delle bugie in un’aura profumata, pensereste di lui ciò che Napoleone diceva di Talleyrand: “merda in calze di seta”.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-odore-delle-bugie

fantascienza

Offerte di Natale

Nei giorni 24, 25, 26 e 27 dicembre, Elara offre la possibilità di ottenere un libro in omaggio per ogni libro acquistato, da scegliersi entrambi tra quelli indicati qui sotto:

Biblioteca di Nova Sf* voll. 1-2-5-6-11-12-13-14-15-19-21-23-25-26-27-29-30-32-40-41-42-44-45-47-48-49.

Nova Sf* voll. 1-2-5-9-10-15-16-18-20-21-22-23-24-25-27-33-34-35-38-40-41-44-47-48-53-55-56-57-58-59-65-70-71-72-73-74-80.

Opere di Clifford D. Simak: voll. 2, 4, 5, 8, 14, 21. 25, 32.

Libra Fantastica; voll. 0, 1, 2, 5, 7, 9, 11, 13, 15, 18, 19, 21, 22, 23 e gli speciali I sovrani delle stelle, La città degli invisibili, Il libro di Ptath, Il mondo oscuro.

Comics vol. 1 (Jaybird) e 3 (B. C. 1960-1961)

Portfolios nn. 2 e 3

Narratori Europei di Science Fiction: voll. 1, 5, 8, 9,12, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23. 26, 29, 31, 32, 36, 37, 38, 39, 41, 44, 45, 46

Per ordinare i volumi,

potete effettuare l’ordine con Paypal

oppure utilizzare il vecchio conto corrente postale di ELARA, 85282630

Potete quindi utilizzare se vi è più comodo

IBAN IT06 M076 0102 4000 0008 5282 630 intestato a ELARA S.r.l.

PAYPAL con carrello da sito Elara o versamento via mail

CONTO CORRENTE POSTALE intestato a ELARA S.r.l.

eFFETTUATE l’ordine del libro o dei libri scelti tra quelli indicati qui sopra CON PAYPAL O VERSAMENTO POSTALE:

inviate non appena effettuato l’ordine una mail, indicando il libro o i libri ordinati e la vostra scelta del libro o dei libri in omaggio.

Anche se non sono compresi nell’offerta, ricordatevi che molti tra voi devono ancora ordinare le novita’, e lo slogan È sempre questo… piu’ ordini arrivano, e piu’ libri si vedono!!!!!!

Se avete dubbi di qualsiasi tipo scriveteci una mail. (e se non ne avete, scriveteci lo stesso, è vero che dedichiamo solo il sabato alle risposte, ma ci piace tantissimo ricevere posta, anche se elettronica…)

UN SERENO NATALE A TUTTE LE AMICHE E GLI AMICI DI ELARA E DEL FANTASTICO

libri

La patologizzazione del dissenso

Fonte: Comedonchisciotte

Aldous Huxley: un metodo farmacologico per “piegare” le menti dei cittadini

“Credo che le oligarchie troveranno forme più efficienti di governare e soddisfare la loro sete di potere e saranno simili a quelle descritte in Il mondo nuovo“.

In una lettera del 21 ottobre 1949, lo scrittore Aldous Huxley scriveva a George Orwell che nel prossimo futuro il potere avrebbe presto attuato the ultimate revolution: “inducendo le persone ad amare il loro stato di schiavitù”.

Huxley si mostrava convinto che i governanti avrebbero assunto la forma della dittatura “dolce”, in quanto avrebbero trovato nell’ipnotismo, nel condizionamento infantile e nei metodi farmacologici della psichiatria un’arma decisiva per piegare le menti e il volere delle masse. Un’ipotesi che il romanziere inglese avrebbe confermato nel 1958 nel suo saggio Ritorno al mondo nuovo.

Nel 1932 lo stesso Huxley aveva ambientato il suo capolavoro distopico, Il mondo nuovo, in un mondo globale pacificato, in cui una droga di Stato, il soma, controlla lo stato d’animo dei cittadini.

Nella distopia huxleyana non c’è posto per le emozioni forti, per l’amore, per l’odio o per il dissenso. Non c’è spazio per l’intuizione, l’arte, la poesia, la famiglia.

Le persone sono arrivate ad amare le proprie catene perché  sono state manipolate prima ancora della nascita tramite l’eugenetica e da adulte sono totalmente spersonalizzate e manipolate nel profondo.

In questo modo non è possibile alcuna forma di ribellione. E il potere ha raggiunto il proprio scopo: fare in modo che i cittadini non diano fastidio.

Di fatto, per creare una società apparentemente perfetta e pacificata si devono controllare se non addirittura annientare, cancellare le emozioni, rendendo i cittadini degli zombie.

La patologizzazione del dissenso

La creazione di una sorta di “terrore sanitario” sta diventando il grimaldello per scardinare le libertà individuali e stringere le maglie del controllo sociale.

Come mostro nell’edizione ampliata e aggiornata di Fake news (Arianna Editrice), i casi di censura, boicottaggio e attacchi sempre più spietati contro l’informazione indipendente si fanno ormai quotidiani.

Ci dobbiamo chiedere se la biosicurezza non ci stia portando verso una dittatura sanitaria  e se non si stia tentando di patologizzare il dissenso per poter intervenire in maniera coatta e creare un pericoloso precedente: trattare e ospedalizzare i dissidenti.

Nella società del politicamente corretto coloro che non si allineano al pensiero unico vengono da tempo denigrati, perseguitati e marchiati con etichette diverse e tuttavia sempre denigratorie, per incasellare appunto il dissenso; ora, però, a quest’opera capillare di discredito si affianca il tentativo di curare i dissidenti per riportare costoro nel giusto binario e poterli riaccogliere nella società.

Nell’ultimo anno abbiamo assistito a inquietanti precedenti, dalla creazione della nuova espressione “sovranismo psichico” (1) alla proposta di una ricercatrice dell’Istituto italiano di tecnologia di utilizzare scariche elettriche  o magnetiche per influenzare il cervello e curare gli stereotipi e i pregiudizi sociali. (2)

Per Galimberti i negazionisti sono “pazzi”

Ultimo esempio in ordine di tempo di patologizzazione del dissenso sono state le dichiarazioni del filosofo Umberto Galimberti che, ospite della trasmissione Atlantide su La7, (3) ha equiparato i negazionisti del Covid ai pazzi:

“I negazionisti hanno paura della paura. Più che paura provano angoscia. Perdono i punti di riferimento. E arrivano a essere dei deliranti. Il negazionismo è una forma di contenimento dell’angoscia […]. Coi pazzi non è facile ragionare. Si può persuadere chi nega la realtà che la realtà è differente? Molto difficilmente”.

La sua esternazione non è isolata: negli ultimi mesi si sta cercando di indurre l’opinione pubblica a sostenere l’equiparazione tra negazionisti (ma anche complottisti e NO vax) ai pazzi, che andrebbero quindi sottoposti a cure psichiatriche per poter essere riaccettati in seno alla società.

Alla luce dei casi di Tso a Dario Musso (4) e all’avvocatessa di Heidelberg, Beate Bahner, molto critica con le misure prese dal governo per la quarantena da Coronavirus, (5) il tentativo di psichiatrizzare i dissidenti dovrebbe sollevare l’indignazione non solo degli addetti ai lavori, ma della popolazione.

Il problema di fondo è che sotto l’etichetta denigratoria di “negazionista” ma anche “complottista” rientra chiunque critichi la versione ufficiale della narrativa mainstream o si permetta di dissentire dai provvedimenti governativi basati sul biopotere.

Curare il dissenso

Ci troviamo di fronte a un atteggiamento paternalistico, autoritario e scientista del potere che mira a ottenere cieca obbedienza da parte dei cittadini e nel caso che questi si rifiutino di sottomettersi in modo acritico, di poter correggere il comportamento e il pensiero di costoro attraverso la psichiatria o la tecnologia.

Il totalitarismo dei buoni sentimenti (“buoni” solo in apparenza) ha i suoi cani da guardia pronti a riportare all’ovile chiunque dissenta od osi manifestare pubblicamente dei dubbi. Oggi la psicopolizia sembra pronta a elaborare nuovi strumenti degni di una psicodittatura.

Si vuole neutralizzare la coscienza critica e censurare qualunque forma di dissidenza. Chi dissente va censurato, deve arrivare a vergognarsi non solo di quello che ha detto, ma di quello che ha “osato” pensare.

Potrà pertanto essere riaccettato nella comunità solo a patto di umiliarsi, di chiedere pubblicamente perdono, di sottoporsi a cure psichiatriche per guarire da una malattia che il totalitarismo progressista spera di curare: pensare in modo libero e critico. Fake News 4D – Libro 4D

Letteratura

Ai posteri l’ardua sentenza

Facendo una piccola analisi retrospettiva, mi chiedevo se, nella seconda metà del ‘900, ci fossero stati romanzieri o poeti italiani degni di passare alla posterità. Non riuscendo a farmene venire in mente alcuno, ho girato la domanda ad Andrea Malaguti, assistant professor al dipartimento di Italiano presso la Columbia University di New York. Di seguito la sua risposta:

In verità, non ho ancora capito quando mai la buona scrittura, chiara e precisa, sia mai stata di casa in Italia. Ti cito un brano da una rivista del 1939:
Un’ attenzione che supera, nei più chiari momenti, il limite del troppo insistito diletto musicale, per penetrare e vibrare in un mondo sensibile nuovo, dove la consueta logica delle cose comuni pare che si sfaldi in una indeterminatezza continua di postulati, quasi che a ogni passo il terreno che siamo soliti battere minacci di franare sotto il nostro cauto piede. Generica impressione ancora, che rimarrebbe pur magra cosa se si esaurisse in sé, ma che poco a poco, procedendo il lettore fra continue emozioni e reali cadute, la cui colpa è spesso del medesimo poeta, pur giunge a raccogliere, da quell’apparente dissolvimento della realtà, un ordine nuovo, traducibile forse nei temini precisi di una continua conoscenza di morte, prolungata oltre lo stesso avvenimento del fatto fisico, inquantochè è essa un presente dello spirito più che del mondo esterno.
Siamo ai limiti della leggibilità; eppure è Giorgio Caproni a ventisette anni. Se penso che la generazione di Biagi e di Bocca all’epoca era al liceo, mi sento male; evidentemente sapevano diffidare degli insegnanti. Però questo mi dà l’idea dell’importanza della Guida al Novecento, dove invece si privilegiava un certo senso della realtà. Ma allora perché non si vedono ancora gli scrittori che hanno fatto il liceo negli anni settanta? (Bah, forse perché non siamo negli anni trenta e quindi c’è molta sfiducia nella letteratura-letteratura; ergo si evita di scriver bene per paura di non avere successo e si scrive male per poter vendere, anche se poi i romanzi fanno schifo e la gente li compra solo per farsi vedere à la page: così succede in Francia…)

È sempre faticoso rapportare il passato col presente, visto che per l’uno la storia ha già fatto la sua ampia tara e per l’altro no. Comunque, per amor di congettura, se la generazione che ha fatto il liceo con la Guida al Novecento di Salvatore Guglielmino alla mano non s’è ancora prodotta in niente di buono, forse è perché l’ansia del successo immediato è tale da non consentire i tempi lunghi e meditativi della letteratura seria. E soprattutto, dagli anni settanta in avanti, non solo non c’è più niente in cui credere, ma nemmeno niente a cui opporsi: la caduta in silenzio dei movimenti studenteschi (o addirittura il passaggio dei loro esponenti ai ranghi di difesa del capitalismo globale) ha tolto anche la voglia di polemizzare. A chi ti opponi, se a scuola t’insegnano solo un sacco di balle da rivendere bene e trovarti un posto grazie a papà?
Il libro deve solo essere accattivante e per essere venduto oggi e buttato nel cestino domani. Ogni insegnante delle varie scuole di scrittura creativa in Italia — conosco Carlo Lucarelli, della Holden di Torino — ti dirà che gli studenti scartano volentieri qualsiasi soggetto originale, qualsiasi storia veramente loro per uniformarsi al modello in vigore: giallo, noir o altro. L’importante è imparare il trucco vincente e pigliare i soldi facilmente (come Baricco, come la Tamaro).

Oggi le crisi che stimolavano tanta letteratura in passato non sono più una novità, ma uno stile di vita a cui ci siamo adattati; siamo tutti uomini senza qualità senza bisogno della filosofia di Musil e senza l’intelligenza per capirla. Quando l’unica cosa seria da scrivere, come suggerisci tu, è un saggio scientifico e ben documentato e meditato, alla Luciano Gallino, che ti porta a concludere che il mondo fa schifo e sarà sempre peggio, visto che fa comodo a tanti e che comunque nessuno, anche volendo, potrebbe metterci mano, a che serve scrivere romanzi? A fare il buffone in tv assieme a Maurizio Costanzo?

dalla prima edizione di bondeno.com Giovedì, 16 marzo 2006 alle 11:27:23 CET

editoria

Editoria USIS

L’opera silente ma efficiente dell’USIS (United States Information Service, poi Agency dal 1953) nell’Italia del dopoguerra

“Per quanto riguarda l’USIS in Italia, l’editoria italiana poté beneficiare delle attenzioni dell’agenzia fin dal principio delle sue attività: dai documenti emerge che già nel 1951 diverse opere furono pubblicate grazie all’intervento statunitense. Solo per citarne alcune, L’igiene mentale nella sanità pubblica di P. V. Lemkau e Imperialismo sovietico: la marcia della Russia verso il dominio del mondo di Ernest Carman per le edizioni Astrolabio; la Cappelli di Bologna pubblicò Storia degli Stati Uniti d’America di Charles e Mary Beard; per Longanesi venne pubblicato Ho scelto la libertà di Viktor Kravchenko; per Bompiani, Dentro l’America di John Gunther. Fra i resoconti delle attività dell’USIS è possibile individuare collaborazioni in Italia almeno fino al 1969. Non tutti i libri venivano inclusi nei programmi di sovvenzione: la diffusione di opere ritenute poco funzionali non era in alcun modo incoraggiata, come poté verificare l’editore vicentino Neri Pozza. Nel 1957 questi chiese l’intervento statunitense per dare alle stampe Common Sense di P. Henry Wicksteed; la risposta dell’agenzia fu affidata ad una lettera della responsabile dell’Ufficio culturale, Gertrude Hooker:
“Mi rendo conto del valore culturale e dell’importanza di una pubblicazione di Common Sense di P. H. Wicksteed in Italia, e al tempo stesso delle difficoltà di ordine finanziario inerenti ad un libro di grossa mole e di non grandi possibilità commerciali. Ci spiace però doverLe comunicare che, non trattandosi di un autore americano, non siamo in grado di fornirLe alcun contributo concreto.”
Pozza riuscì però a ottenere il supporto statunitense per la pubblicazione della collana “Tradizione Americana”: per ammissione dello stesso editore, libri che «nessun editore italiano s’è mai sognato di pubblicare». Titoli come L’uomo di fiducia di Herman Melville o Storia di New York di Washington Irving. Il contributo americano si concretizzava nell’acquisto – a un prezzo di favore – di una percentuale della tiratura di ogni volume oscillante fra il 30 e il 40%: dell’opera La Guerra civile di Miss Ravenel di John W. De Forest (1964) vennero acquisite dall’ente 800 copie su 3.000; per Strade maestre di Hamlin Garland (1965) l’acquisto fu di 800 copie su 2.000; per Storia di New York (1966) di 900 copie su 3.000 di tiratura complessiva.
I titoli pubblicati da Neri Pozza dovevano essere stati ritenuti meritevoli di supporto dagli addetti dell’Operations and Policy Research, un ente che si occupava della verifica dei testi per conto dell’USIA e provvedeva a suddividerli in sei categorie: “Maximum Promotion”, “High level normal use”, “Low level normal use”, “Normal use”, “Conditional use” e “Not suitable”. Le opere che rientravano nell’ultima categoria venivano così descritte:
“Libri mal scritti, di basso livello e lavori che distorcono i fatti e riportano conclusioni non supportate non hanno spazio nel programma. Libri che sono fortemente critici verso gli obiettivi della politica estera degli Stati Uniti sarebbero un intralcio effettivo al programma. I libri che rientrano nella categoria sono quelli che invocano la distruzione delle istituzioni libere, promuovono o rafforzano la propaganda comunista, o sono osceni, di scarsa qualità e sensazionalisti.”
Vita di uno scrittore di Henry D. Thoreau – evidentemente, ben valutato dai revisori americani – venne promosso con solerzia dalla Hooker; nel carteggio con Neri Pozza il funzionario metteva in evidenza la convenienza economica dell’operazione: «Appena possibile la pregherei di farci conoscere i dati e le condizioni necessarie per la stesura di un contratto, tenendo presente che l’USIS ha già provveduto a compensare il traduttore e che quindi Lei non dovrà sostenere a questo riguardo alcuna spesa».
L’agenzia acquistò 700 copie dell’opera e contribuì alle spese di rilegatura. Neri Pozza fece parte del ristretto gruppo di editori che instaurarono relazioni con l’ente americano pur non operando a Milano o Roma, centri nevralgici della produzione libraria italiana. Oltre alla casa editrice veneta, l’USIS ebbe proficui rapporti con il Mulino e Cappelli a Bologna; con Salani e La Nuova Italia a Firenze; con Guanda a Parma; con Nistri-Lischi a Pisa e con Marietti, Taylor ed Einaudi a Torino. Più numerose le collaborazioni con le case editrici milanesi (Longanesi, Mondadori, Bompiani, ecc.) e romane (Opere Nuove, Mundus, Saturnia, ecc.), rapporti che fra il 1951 ed il 1969 portarono alla pubblicazione di oltre 250 opere. La maggior parte delle collaborazioni avvenne nell’ambito del Book Translation Program, ma un numero significativo di testi – almeno 30 fra il 1961 e il 1969 – vide la luce grazie al Public Law 480 Textbook Program. I referenti italiani per l’attuazione di tale programma furono il Mulino, che propose la collana “Classici della democrazia moderna”, e la casa editrice romana Opere Nuove, che grazie al sostegno statunitense pubblicò opere come Ormond il testimonio segreto di Charles Brockden Brown o Vecchio mondo creolo di George Washington Cable. Come negli altri Paesi, la presenza dell’agenzia in Italia si configurava su un duplice livello: agli accordi riservati con gli editori si affiancavano le attività di pubblico dominio, portate avanti tramite gli Information Center presenti su tutto il territorio; questi si occupavano della promozione e diffusione della lettura, proponendosi come un punto di riferimento culturale nelle comunità dove l’accesso ai libri era difficoltoso. In Italia gli Information Center erano 8, a Catania, Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Bari.”

Da L’editoria e la United States Information Agency, di Andrea Marinello.

autori, Letteratura

Etienne de la Boétie

Si chiamava ÉTIENNE DE LA BOÉTIE e il 1° novembre compirebbe 490 anni!

Nacque infatti nel 1530. Fu filosofo, giurista e politico. Incantò Michel de Montaigne che lo portò nei suoi pensieri fino alla morte e lo amò di quell’amore particolare e unico che è l’amicizia pura, quella per cui si darebbe la vita.

Il suo “Discorso sulla servitù volontaria“, sicuramente il più celebre tra i suoi scritti, ancora oggi, a quasi mezzo millennio dalla sua prima pubblicazione, resta valido nella sua struttura essenziale.

Incredibile, vero?

Ma no, è che in fondo l’essere umano, quello che compone la “massa”, non è che nei secoli e nei millenni sia molto cambiato!

Del resto i romani avevano chiaro che il “popolo” lo tieni buono con panem et circenses e se questo non basta passi alle maniere forti.

Mutatis mutandis il panem et circenses si trasformò in feste, forche e farina. E qui già era chiaro da subito che se le feste e la farina non bastavano si aggiungevano le forche, che poi, se non ti riguardavano direttamente diventavano un passatempo. Ah gli umani, che perle del creato!

Ma la cosa fantastica che Etienne seppe mettere a fuoco è come fa a reggersi il potere di un essere qualunque, a volte anche insulso.

Per Étienne c’è una sorta di malinteso esistenziale che tiene in piedi il potere, e si basa su cosa? Sulla SERVITU’ VOLONTARIA.

Caro, grande Étienne, a vent’anni speravo che il tuo libro sarebbe stato presto obsoleto e invece no, uno lo riesuma e scopre – purtroppo – che è ancora valido.

Be’, buon compleanno. Tra dieci anni, quando compirai il mezzo millennio, ti faremo una festa grande, e sicuramente metteremo sul tavolo una nuova edizione del tuo Discorso sulla servitù volontaria che ancora, ci giurerei, non sarà diventato obsoleto.

Di Patrizia Cecconi, ComeDonChisciotte.org

01.11.2020

biblioteca

Chi l’ha letto?

► L’accesso a Sala Agnelli sarà consentito fino all’esaurimento dei 36 posti disponibili.

Biblioteca Ariostea

Telefono Tel. 0532 418200 – Indirizzo Via delle Scienze, 17 – 44121 Ferrara – Emailinfo.ariostea@comune.fe.it

Invito alla letturalunedì 2 novembre 2020 ore 17

CHI L’HA LETTO? “Cambiare l’acqua ai fiori” di Valerie Perrin

A cura di Fausto Natali e Carla Fiorini

Edizioni e/o, 2019
Torna CHI L’HA LETTO? con il caso letterario del momento: Cambiare l’acqua ai fiori di Valerie Perrin.
Un romanzo di una scrittrice francese poco nota arrivato in cima alle classifiche solo perché è piaciuto molto a moltissime persone. Il tutto, principalmente, grazie ai consigli dei librai e al passaparola tra i lettori. La storia di Violette Toussaint, guardiana del cimitero di una cittadina della Borgogna, ha conquistato tanti cuori senza grandi lanci editoriali o incontri con l’autrice. Discreta e gentile si prende cura delle tombe, accoglie vedove e amanti, consola parenti e amici con una chiacchiera o il silenzio, una tazza di tè, un bicchiere di buon vino. È sola dopo che il marito è partito per un viaggio senza mai tornare. Fino a quando si presenta un poliziotto di Marsiglia: la madre ha lasciato scritto nelle ultime volontà che le sue ceneri riposino sulla tomba di un avvocato a lui sconosciuto, sepolto nel cimitero. Aprire il registro su cui Violette annota i particolari di ogni funerale vuole dire spalanc are la verità anche sulla sua esistenza.
Venite a conoscere Violette e il suo amore per la vita.
A cura del Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara

RINVIATO A DATA DA DESTINARSI – La rivelazione indiana di Simone Weil

martedì 3 novembre 2020 ore 17

Biblioteca Ariostea Via delle Scienze, 17 Ferrara

Presentazione del volume a cura di Marco Vannini & Sabina Moser

RINVIATO A DATA DA DESTINARSI – 

Introduce Marcello Girone Daloli
Il libro raccoglie gli appunti dedicati al tema nei Quaderni weiliani. Alla ricerca della verità presente nelle varie tradizioni religiose, Simone Weil dedicò infatti gli ultimi anni della sua breve vita (1909-1943) all’India e ai suoi grandi testi sacri, ritrovando in essi quel che non trovava nella tradizione biblico-cristiana: il distacco dall’egoità, l’identificazione con l’Uno-Tutto e la concezione impersonale di Dio, una sola cosa con l’anima. Le si confermava così la convinzione della sostanziale unitarietà della mistica di tutte le grandi religioni e della presenza di rivelazioni diverse, oltre a quella biblica.
Sabina Moser, filosofa e teologa, si dedica da anni allo studio del pensiero weiliano, sul quale ha pubblicato diverse monografie. Ha curato anche l’antologia: S. Weil, L’attesa della verità (Garzanti). 
Marco Vannini, studioso del pensiero mistico, si è occupato più volte della filosofa francese; in questo libro è autore del saggio introduttivo: Rivelazione e rivelazioni.

Scarica  Incontri con la spiritualità applicata

Incontro con l’autoremercoledì 4 novembre 2020 ore 17

La bambina e il nazista

Presentazione del libro di Franco Forte e Scilla Bonfiglioli

Mondadori Editore, 2020
Sarà presente Scilla Bonfiglioli
Dialoga con l’Autrice Valeria Lenzi


Un romanzo sulla memoria e sugli orrori dell’olocausto, in una storia triste ma coraggiosa, in cui il desiderio della vita prevale sulla mostruosità dello sterminio.
Germania, 1943. Hans Heigel, ufficiale di complemento delle SS, vive con la moglie Ingrid e la figlia Annie, di otto anni, a Osnabrück, una piccola cittadina della Vestfalia. Non ha mai avuto incarichi operativi, e nella tranquillità del suo presidio cerca di non dare nell’occhio e di non far capire quanto sia disgustato da ciò che sta succedendo, soprattutto in relazione all’operazione di sterminio degli ebrei.La sua vita cambia all’improvviso quando la figlia si ammala di tubercolosi. Hans è disperato, lei è la sola cosa bella e pulita che gli resti al mondo, non può perderla. Nonostante tutti i suoi sforzi, però, Hanne non ce la fa e muore.
Franco Forte. Giornalista, traduttore, sceneggiatore, editor delle collane edicola Mondadori (Gialli Mondadori, Urania e Segretissimo), ha pubblicato per Mondadori i romanzi Romolo – Il primo re (con Guido Anselmi), Cesare il conquistatore, Cesare l’immortale, Caligola – Impero e Follia, Il segno dell’untore, Roma in fiamme, I bastioni del coraggio, Carthago, La Compagnia della Morte, Operazione Copernico, Il figlio del cielo, L’orda d’oro – da cui ha tratto per Mediaset uno sceneggiato tv su Gengis Khan – e La stretta del Pitone e China killer (Mursia e Tropea). Per Mediaset ha scritto la sceneggiatura del film tv Giulio Cesare e ha collaborato alle serie “RIS – Delitti imperfetti” e “Distretto di polizia”. Direttore della rivista Writers Magazine Ita lia, ha pubblicato con Delos Books Il prontuario dello scrittore, un manuale di scrittura creativa per esordienti.
Scilla Bonfiglioli. Ha pubblicato racconti in diverse antologie (Bacchilega, Delos Book, Edizioni Diversa Sintonia), collane (Delos Digital), sulle riviste Writers Magazine Italia e Robot. Vincitrice del premio WMI per tre volte consecutive, è autrice della saga fantasy L’Ultima Soglia (Delos Digital). Del 2012 è il racconto Skylla e Karybdis su Segretissimo Mondadori. Nel 2013 pubblica Pagare cara una pelle nell’antologia Giallo 24 su Giallo Mondadori. Nel luglio del 2014, il thriller storico La Corte della Seta esce nell’antologia “Anno Domini” per Mondadori. A dicembre 2017 pubblica per Mondadori il racconto Un’ombra sulla luna, vincitore del primo Premio Segretissimo. Nel 2018 vince il Premio Gran Giallo Città di Cattolica con il racconto Non si uccidono i dodi, pubblicato a novembre su Giallo Mondadori. Nel 2019 si aggiudica il Premio Altieri con il r omanzo Nero&Zagara – Fuoco su Baghdad uscito su Segretissimo ad agosto 2019.

Incontro con l’autorevenerdì 6 novembre 2020 ore 17

L’abitare come progetto, cura e responsabilità. Aspetti epistemologici e progettuali

A cura di Manuela Gallerani e Cristina Birbes

Zeroseiup, 2020
Dialogano Daniela Cappagli e Manuela Gallerani, co-autrice e curatrice del libro
Il volume esplora possibili strategie per promuovere un’ecologia integrale e inclusiva, a partire dalla co-costruzione di itinerari di conoscenza e stili di vita capaci di ricomporre l’alleanza tra ambiente naturale e antropizzato. Attraverso un approccio transdisciplinare, che mette in dialogo differenti prospettive teoriche e interpretative, la prima parte del volume delinea un’etica della cura e dell’abitare sottesi all’inedita prospettiva euristica della prossemicità con gli altri, le cose e la natura. Si tratta di una prospettiva innovativa che apre al dialogo, all’impegno e alla responsabilità nei confronti di quanto ci circonda, poiché ci riguarda.
Manuela Gallerani è docente ordinaria dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna dove insegna Filosofia dell’educazione, Educazione ai generi, Pedagogia generale e sociale. È Responsabile Scientifica del Centro Studi e Ricerche sull’Educazione e il Lifelong Learning (Cestriell) e membro del Centro Studi sul genere e l’educazione (CSGE).
A cura dell’Istituto Gramsci di Ferrara