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Asylums

Un’istituzione totale può essere definita come il luogo di resistenza e di lavoro di gruppi di persone che – tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo – si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato. Prenderemo come esempio esplicativo le prigioni nella misura in cui il loro carattere più tipico è riscontrabile anche in istituzioni i cui membri non hanno violato alcuna legge. Questo libro tratta il problema delle istituzioni sociali in generale, e degli ospedali psichiatrici in particolare, con lo scopo precipuo di mettere a fuoco il mondo dell’internato”. Così scrive Goffman in apertura di Asylums. Egli realizza una descrizione impressionante di “ciò che realmente succede” in un’istituzione totale, al di là delle retoriche scientifiche, terapeutiche o morali con cui chi detiene il potere nell’istituzione giustifica le degradazioni degli esseri umani che solitamente avvengono. Ciò che Goffman compie, in Asylums, è una sorta di esercizio morale: rovesciare la pretesa che le istituzioni dettino la loro logica alle scienze sociali, far “parlare” attraverso la rievocazione sociologica di semplici gesti la dimensione tipicamente umana della resistenza all’oppressione. (Prefazione di Alessandro Del Lago, postfazione di Franco e Franca Basaglia)

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Adelphi in sconto

Il libro degli emblemi. Secondo le edizioni del 1531 e del 1534

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Autore:Andrea Alciato
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Curatore:M. Gabriele
Editore:Adelphi
Collana:Classici
Codice EAN:9788845924415
Anno edizione:2009
Anno pubblicazione:2009
Dati:LXXVI-731 p.,libro rilegato
un esempio

Il connubio tra immagini e parole, oggi così pervasivo, ha in realtà una storia ben più antica e nobile di quel che si tende a credere, e autorevoli progenitori tanto celebrati in passato quanto ormai trascurati. Fra questi è certamente da annoverare Andrea Alciato, grande erudito, umanista, «austero e insofferente» giurista tra i più insigni del XVI secolo. Il suo «Emblematum liber» (1531), galleria di situazioni umane trasfigurate in metafore e in mirabili simboli ‘geroglifici’, ambiva a trasmettere – similmente agli «Adagia» di Erasmo – un patrimonio di saggezza e moralità, attraverso una efficace visualizzazione verbale e iconografica di alti concetti o di semplici pensieri. Divenne invece l’archetipo di un genere di letteratura che non solo conobbe in Europa fin dalla sua nascita uno straordinario successo, ma esercitò un decisivo influsso, tanto da diventare un riferimento inevitabile, se si vuole capire molta parte dell’arte e della letteratura successive. «Il libro degli Emblemi» viene qui proposto per la prima volta in una edizione che se darà piena soddisfazione agli studiosi, i quali da tempo denunciavano un inspiegabile vuoto editoriale, costituirà per tutti gli altri lettori un’entusiasmante scoperta: il volume accoglie infatti, oltre al testo latino – criticamente stabilito sulla base del raffronto fra le due prime edizioni (1531 e 1534) –, la traduzione, le illustrazioni di altre due fondamentali stampe (1550, 1621) e un vasto commento, che di ciascun emblema individua le fonti speculative e iconologiche. Sarà così possibile ritrovare le radici da cui scaturì un’idea semplice e geniale: creare parole dalle quali possano fiorire immagini e viceversa, in uno sposalizio etico e filosofico dove si ascolta l’immagine e si vede la parola.

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La democrazia in America

Da più o meno 160 anni uno spettro si aggira per l’Europa: si tratta de La Democrazia in America del visconte Alexis de Tocqueville, il libro a cui si deve ascrivere una delle più grandi finzioni della storia, ovvero  il mito del modello americano inclusivo, libero, dotato di un sistema di rappresentanza universale e privo di una vera e propria aristocrazia parassitaria che anche quando accennava a formarsi appariva comunque “poco diversa dalla grande massa del popolo di cui abbracciava facilmente le passioni e gli interessi”. Chi affronta lo studio della storia americana e della sua rivoluzione alla luce di questa classica e ingenua convinzione si rende però immediatamente conto che quella di Tocqueville è soltanto una sorta di favola e per giunta anche piuttosto superficiale perché tutte le discussioni dei padri fondatori della Repubblica avevano ben altro spirito e vertevano invece sulla costruzione di un sistema fortemente verticistico, teso a garantire in maniera ossessiva una elite di ottimati dagli errori del popolo dotato dell’arma del voto. E questo viene detto apertis verbis in molte delle documentazioni che abbiamo a disposizione. Tra parentesi è lo stesso clima che si è affermato quando si è cominciato a parlare di Stati uniti d’Europa, ma quello che interessa qui è capire da dove derivi la fortuna del libro di Toqueville, come mai sia diventato l’architrave di un gigantesco equivoco pur essendo poco più di una divagazione di un viaggiatore così disattento da non vedere quello che aveva davanti a gli occhi.

La risposta la si può trovare in Tocqueville stesso, appartenente al novero di quelle famiglie di piccola nobiltà terriera, non più sostentate dalle rendite dei piccoli feudi che avevano da tempo intrapreso la via delle professioni: era insomma a metà strada fra ancient regime e ascesa della borghesia, fra primo e terzo stato, ma ancora intensamente reazionario.  E del resto la madre di Alexis era nipote dell,’avvocato che difese Luigi XVI davanti alla Convenzione nazionale. Questa nevrotica scissione accompagnerà  Tocqueville per tutta la vita e si accompagnerà alle frustrazioni per la sua modesta cariera nella magistratura. La sua Democrazia in America nasce proprio all’interno di questa enorme e profonda faglia politica: nel 1830 una rivoluzione depone il re Carlo X di Borbone al quale Toqueville era fedele e mette sul trono Luigi di Orleans di idee più liberali, simili proprio a quelle che Tocqueville aveva cominciato a sviluppare leggendo  Montesquieu, Voltaire, Rousseau nella biblioteca paterna, ma soprattutto prendendo coscienza della sua appartenenza al mondo borghese. Insomma diviso tra la fedeltà al vecchio re e le idee del nuovo accettò di buon grado l’incarico di studiare le istituzioni carcerarie americane e salpò verso gli Stati Uniti dove rimase poco meno di un anno, parte del quale passato a vagabondare per il continente. Se ne tornò in Francia con l’idea che negli Usa ci fossero grande livellamento sociale, assenza di privilegi e uguali possibilità per tutti nella competizione sociale. In realtà questo era solo l’effetto non di un sistema politico ma dell’immenso eccesso di risorse in un Paese – continente abitato all’epoca da meno di 12 milioni di abitanti, esclusi i pellerossa che erano però stati praticamente già sterminati: insomma c’era posto per tutti anche se non si era a capotavola, il che nel folclore popolare e cinematografico si è tradotto nel Paese delle opportunità. E tutto questo è stato sostanzialmente vero sino alla metà del ‘900, ma oggi gli Usa sono il Paese che ha la minore mobilità sociale fra tutti quelli sviluppati, mostrando la filigrana di una rigida struttura elitaria che rende più chiaro e più confuso insieme ciò che sta avvenendo in questi giorni.

Non so dire se Tocqueville abbia subito delle romantiche suggestioni dallo zio, Renè de Chateaubriand che anni prima aveva vagabondato anche lui in Nord America e che condivideva la stessa appartenenza sociale, antica nobiltà dedita in seguito commerci e quindi sempre a cavallo fra due mondi, ma si rimane basiti dalla descrizione edulcorata e falsa di  un’America che in realtà era egemonizzata da un ceto possidente già prima dell’indipendenza tanto che nel 1770 l’1%  dei grandi patrimoni nelle città deteneva il 45 per cento della ricchezza e questa razza padrona era ossessionata in permanenza dalla possibile minaccia di rivolte e sovversioni che del resto non erano mancate e parevano sempre in procinto di dare l’assalto al potere. In questa logica, il tratto originale  insito nella nascita degli Stati Uniti d’America è un’operazione mimetica per creare consenso attorno alla posizione dominante di classe e mantenere il potere politico. Ma tutto questo è evidentemente sfuggito a Tocqueville che voleva solo fondare una mitologia. E si rimane anche basiti  dalla scarsissima attenzione posta al problema della schiavitù dei neri che avrebbe potuto essere un bel problema per l’idillio democratico messo in piedi  e sullo sterminio dei pellerossa: alla fine il nostro risolve tutto nel dire che queste popolazioni dovrebbero accettare completamente lingua, cultura e costumi anglosassoni per poter uscire dalla loro condizione subalterna . Insomma un tipico colonialista europeo, forse anche un tantino razzista se è vero che fu amico e mentore di Joseph Arthur de Gobineau, l’autore del Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane,  testo fondamentale del razzismo del XIX° e XX° secolo.

Ma probabilmente l’ evitare alla democrazia americana il problema razziale piaga insanabile dall’origine ai nostri giorni  accompagnata dall’invito ad essere assorbiti dalla civiltà bianca è probabilmente stato uno dei fattori di successo del libro, insieme alla denigrazione della rivoluzione francese che “aveva fatto dei morti” e all’esaltazione invece di quella americana che in realtà ne aveva fatti molti di più, ma, come dire, senza volere, senza dare alla violenza una carica politica. La grande borghesia continentale che pure era giunta al potere con i sanculotti voleva tagliare i ponti con una rivoluzione nella quale era nascosto in qualche modo il germe del socialismo e la favola americana che esaltava la libertà economica, il buon paternalismo e l’avidità nascondendone le origini e le conseguenze era l’idea giusta per costruirsi una legittimità. Se oggi non capiamo cosa cavolo stia succedendo è semplicemente perché abbiamo un’idea dell’America radicalmente lontana dalla realtà e assistiamo ai contorcimenti di un potere in qualche modo diviso, la cui etica è l’esatto contrario di quella che viene narrata.  La favola bella che ieri ci illuse e continua ad illudere.

https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/15/maledetto-tocqueville/

Argomenti vari

Letture vintage

Pubblicato il 12 gennaio 2021 da Mauro Poggi

Ho finito di rileggere “Diario di un Curato di Campagna“, di Bernanos, nell’edizione del 1954 della Medusa.
La collana è quella con copertina rigida verde, caratteri in oro impressi a incavo; ha sovracopertina con cornice verde, caratteri nero in campo bianco e logo che rappresenta il volto stilizzato di Medusa.
Avevo trovato il libro un paio di anni fa, in una bancarella del Centro storico di Genova, tenuta da un signore di colore che mi sorprese quando, chiesto il prezzo, mi rispose che i libri esposti erano a disposizione di chi li volesse, ma che se lo ritenevo potevo lasciare un contributo a piacere.
Presi quel volume insieme a un secondo libro, sempre della stessa collana ma in brossura: “Niente di nuovo sul Fronte Occidentale“, di Remarque, edizione 1950.
Non sono un collezionista di libri vintage, ma non so resistere quando mi capita di ritrovare qualche titolo o edizione che in anni lontani accesero le mie voglie adolescenti di accanito lettore e aspirante bibliofilo.

Altri volumi che ho trovato rovistando nelle bancarelle di libri usati:
“Resurrezione” di Tolstoi,  (Barion, Casa Per Edizioni Popolari, anno X-1933, dove X sta evidentemente per decimo dell’era fascista). La fragilità degli anni e della rilegatura americana ne sconsigliano la lettura: già solo una cauta ispezione mostra diverse pagine sciolte e altre precarie.  Peccato, perché la traduzione di Luigi Ermete Zalapy è di tutto rispetto.
“I Miserabili” di Hugo, editore Carlo Simonetti (1881) unica edizione “autorizzata dall’editore Carlo Barbini proprietario del diritto della traduzione italiana“; edizione “riveduta e riccamente illustrata“. È un grosso tomo rilegato secondo il gusto del tempo con copertina in cartone telato e dorso in pelle a caratteri dorati. Tra le pagine avevo trovato due stelle alpine, messe lì a essiccare più di un secolo fa (mi piace pensare da una mano di fanciulla), e lì dimenticate. Non vi si trova nessuna indicazione né del traduttore (Carlo Barbini è indicato solo come proprietario dei diritti di traduzione), né dell’autore delle numerose tavole ben disegnate.

Il Diario di un Curato di Campagna viene nella traduzione del poeta genovese Adriano Grande (1897-1972). 
Il romanzo è una sorta di “Cognizione del dolore” in chiave religiosa. Precede l’opera di Gadda di qualche hanno ed è altrettanto prolisso, ma privo di tutte quelle ghiotte invenzioni lessicali che animano l’opera gaddiana rendendone la lettura così stimolante.
Confesso che ho fatto fatica a finirlo. Sono quasi certo di averlo già letto, in passato, e se è così allora dev’essere accaduto durante gli anni della mia giovinezza, diciamo tra i quindici e i venticinque anni: ci sono letture possibili solo durante quell’età eroica, o sconsiderata – dove il tempo da consumare è inesauribile – e che a volte, molti anni più tardi, diventano riletture per una questione di nostalgia.
Tuttavia, anche se mi è famigliare e ho riconosciuto alcuni passaggi, non ne conservo la memoria percettiva, a differenza di altri libri di cui è rimasta ben chiara la sensazione tattile della consistenza e delle pagine sfogliate.

Leggendo, sono incappato in un paio di sottolineature di altri che su quelle pagine mi hanno preceduto:
La prima, a biro rossa, è stata tirata ordinatamente con il righello. Riguarda una frase del curato di Curcy, in amichevole visita al pretino: “Il medioevo l’aveva ben compreso, il medioevo ha capito tutto” che arriva al termine di una digressione sulla Vergine Maria all’interno di un suo lungo discorso.
La seconda è una sciatta sottolineatura a matita, tirata a mano libera: “Quei mattini, quelle strade… quelle strade mutevoli, misteriose, quelle strade piene del passo degli uomini“.
Il diverso stile delle sottolineature, induce a pensare che si tratti di due lettori diversi. Mi chiedo (ma senza particolare curiosità, in modo diciamo accademico), quali particolari interessi abbiano indotto quelle persone a sottolineare quelle due specifiche frasi.
La frase che avrei sottolineato io invece è questa: “L’unico eroismo alla mia portata è quello di non averne; e poiché mi manca la forza, vorrei, adesso, che la mia morte fosse piccola, piccola quanto è possibile; che non si distinguesse dagli altri avvenimenti della mia vita“.
Lo struggente eroismo di chi ne è privo…

Mi ha ricordato il personaggio di una canzone di Brassens, quel pauvre Martin che dopo aver vangato i campi degli altri per tutta la vita, quando si sente chiamato dalla Morte se ne va a scavare la propria tomba, per non disturbare la gente con l’impiccio della sua sepoltura:

Et quand la Mort lui a fait signe
de labourer son dernier champ,
il s’en alla creuser sa tombe,
pour ne pas déranger le gens.

libri, memorie

L’odore delle bugie

Fonte: EreticaMente

Le bugie hanno un odore acre e penetrante. L’aria ne è satura, i suoi miasmi penetrano ovunque. Persino in Vaticano, tra intrighi curiali e fumi d’incenso, si respira un greve tanfo di menzogne. I più non lo avvertono, essendo pseudofagi. Si cibano di bugie, e il loro olfatto vi è ormai abituato. Anzi, sono convinti che l’informazione ufficiale fornisca ogni giorno nuove razioni di sacrosanta verità.
Le bugie son composte di atomi, molecole, tessuti. Quando giungono a formare un intero organismo diventano ‘versioni ufficiali’, di natura pubblica o privata. Nella prima son contenuti i tipici olezzi del giornalismo ufficiale, della medicina ufficiale, della storia ufficiale, della religione ufficiale, dei comunicati ufficiali e così via.
Molti credono a tali esposizioni dei fatti perché affetti da una sorta di neotenia spirituale. Anche in età adulta conservano tratti di soggezione infantile nei confronti di esperti e autorità. Ne fanno le ipostasi di potenti e onniscienti Genitori, con conseguenze nefaste nella comprensione della realtà. Questi pseudo-genitori infatti non hanno scrupoli nel mentire. Paradigmatico è il recente caso della pseudo-pandemia, questa sorta di fiaba ipnotica e angosciante, apoteosi della ‘versione ufficiale’ e del suo carattere manipolatorio.
Ogni manifestazione ufficiale di carattere scientifico, morale o culturale, ha per i più natura apodittica, potenza oracolare. Ma tale fenomeno ha le sue prime origini nel privato. La versione ufficiale nasce come elaborazione dell’immagine di sé. È una specie di film in cui ognuno proietta la sua vita. Quando lo mostra agli altri ne taglia alcune scene, altre le modifica. Ma anche la copia per sé fa ampio uso di invenzioni e specchi deformanti.  Perché in realtà l’uomo ha bisogno di mentire a sé stesso prima che agli altri.
Così, ogni società composta di bugiardi deve di necessità mentire a sé stessa. I valori che esibisce sono ipocrite foglie di fico. La Versione Ufficiale, nata da una rimozione psichica, diviene prassi del mentirsi l’un l’altro, il conformismo della falsità. È l’intreccio di forze suggestive e autosuggestive; rappresentazione di sé con cui la società e gli individui che la compongono, in modo solidale, sostituiscono i fatti con versioni ad hoc.
La bugia è la più elementare e diffusa forma di potere perché permette a chiunque un controllo sulla realtà. Presenta un doppio vantaggio: illudere ed essere illusi. Col tempo il mentire forma un blocco compatto, la cui stabilità poggia sulla coerenza delle bugie che ne formano la base. Diviene così fondamento della personalità individuale e dei vari statuti sociali. Come un ammortizzatore, stempera gli attriti tra la coscienza e il reale.
La ‘versione ufficiale’ non è una copertura superficiale della verità. Se scavassimo, troveremmo altre bugie. Vi sono persone e società che mentono a sé stesse per nascondere una bugia più profonda che ne copre un’altra più profonda ancora. Forse esiste una Menzogna Madre, radicale e originaria. O forse la vita è come una cipolla, strati di bugie senza un nocciolo. Cercando potremmo forse scoprirlo, ma l’attenersi alle versioni ufficiali provoca un’atrofia progressiva nell’organo della realtà.
Se capita che qualcuno si metta a cercare è perché le bugie, a lungo andare, possono creare sofferenza. Se una bugia ne contraddice un’altra, se un complesso di bugie entra in conflitto con un altro, si incrina quella stabilità interiore fondata su un auto-inganno armonico, e si manifestano delle crepe, ossia disturbi psichici di natura personale o collettiva.
In tal caso si può prendere coscienza della propria inautenticità e intraprendere una dolorosa discesa agli inferi, negli abissi della realtà negata. Il primo passo verso la verità è smantellare le versioni ufficiali, quelle di dominio pubblico come quelle più personali. Si ritorna così gradualmente pseudo-sensibili e si impara nuovamente a riconoscere l’odore della bugia. Questo però costa tempo e fatica. Più comodo è inventarsi nuove bugie o puntellare quelle vecchie. Psicoterapie o artifici intellettuali possono rimpiazzare le menzogne traballanti con altre più solide e funzionali.
La versione ufficiale coincide in sostanza con la difesa di una identità. Non fidarsene significherebbe aprirsi a dubbi esistenziali. Governo, sanità e mass media non potrebbero ammannirci ogni giorno fanfaluche su contagi e vaccini se la gente non conservasse nel fondo dell’anima questa colpevole abitudine di fuggire la verità, di illudersi. È per questa tacita connivenza col falso che la gente si piega docilmente ai decreti; trova sensati protocolli assurdi, ed è pronta a consegnare la sua vita nelle mani di manipolatori scientifici senza scrupoli. E non si può dire se goda più chi inganna o chi è ingannato.
Alla gente non interessa la verità, non la cerca, ne ha paura. La rassicurano solo le versioni ufficiali. Ne ha bisogno come di una droga. Senza, potrebbe dubitare di esistere. Si guarda bene dal verificarne l’autenticità, dal vederne la fallacia o l’incoerenza. Il suo equilibrio mentale si fonda sulla complicità tra le bugie del Sistema e le sue. Prova quindi un’animalesca ostilità verso chi le metta in discussione. Teme chi minacci di smascherare la sua collusione con un sistema strutturalmente falso. Non si confronta sul piano dei fatti oggettivi, dove fiuta una minaccia per la sua bolla psicologica. Si limita a esorcizzare con formule magiche o con scomuniche ufficiali ogni forma di pensiero divergente. E definisce ‘negazionismo’ ciò che nega la sua negazione della realtà.
La nostra società, secondo vecchi canoni totalitari, si difende dai dissidenti classificandoli come casi patologici. Nel definirli ricorre alle solite infamanti etichette: “negazionisti, complottisti”. Per confutarli non porta prove reali ma sentenzia ex cathedra che i loro argomenti sono deliranti o farneticanti. Termini che suonano come anatemi e scongiuri, e rivelano la sua isterica paura della verità.
In fondo, la Versione Ufficiale è una religione, e oggi un esercito di chierici fa muro per proteggerne il dogma. Politici, medici, giornalisti, son tutti mossi da un’apparente preoccupazione per il bene comune. Mentono, e lo si vede benissimo. Ma la sensibilità comune non lo nota, essendo ostruita da vecchi coaguli di bugie. Eppure, in quei paladini dell’ufficialità, è evidente il conflitto tra la maschera e il volto, la frattura tra la coscienza e l’inconscio. Occorrono anni di ferrea, gesuitica disciplina, oltre a un eccezionale talento, per celare questi intimi dissidi. E i nostri pubblici bugiardi non sono certo dei Mazzarino.
Prendete un politico noto. La mimica innaturale, l’affettazione della voce, ogni parola tradisce in lui la falsità. Ma anche fosse maestro nel simulare e nel dissimulare, abile nell’illudere occhi e orecchi, non potrebbe ingannare un olfatto sano. Non il senso fisico, ma un organo più sottile, un naso spirituale. Allora, se anche cercasse di coprire il fetore delle bugie in un’aura profumata, pensereste di lui ciò che Napoleone diceva di Talleyrand: “merda in calze di seta”.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-odore-delle-bugie

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Prima dei blog c’erano le Radio private: quella della nostra associazione era Radio Alto Ferrarese che trasmetteva a Bondeno (Ferrara) sui 92.9; una delle rubriche settimanali era dedicata ai libri

Trasmissione settimanale sui libri di Radio Alto Ferrarese del dicembre 1980. Contiene il testo di un’intervista a Norberto Bobbio su intellettuali e potere. Accompagnano le musiche dell’album in modenese di Angelo Bertoli. Presenta Paolo Giatti