riviste

#provetecnichedibavaglio

Venerdì 1 maggio torna in edicola CulturaIdentità, il mensile fondato da Edoardo Sylos Labini e diretto da Alessandro Sansoni. Titolo del numero è “Prove tecniche di bavaglio”: una particolare attenzione sarà dedicata ai potenziali pericoli insiti nella task force anti fake news istituita dal governo, da più parti paragonata a una sorta di orwelliano Ministero della Verità. Più in generale la rivista tratterà della contrazione dei diritti civili e costituzionali legata all’emergenza coronavirus.

Molte, come sempre, le firme prestigiose: Alessandro Sallusti, Giampaolo Rossi ed Enrica Perucchietti si confronteranno nelle pagine di approfondimento. Francesca Totolo, gli avvocati Augusto Sinagra e Guido Colaiacovo e il magistrato Sergio Gallo affronteranno i temi connessi al rapporto tra diritto alla libertà di espressione e mondo del web e dei social network. Le relazioni tra guerra, potere e fake news nella loro dimensione storica saranno trattate da Marcello De Angelis, Gian Micalessin e Marco Gervasoni. L’ambigua relazione tra scienza e retorica sulle fake news sarà invece oggetto delle riflessioni del Prof. Mariano Bizzarri, direttore del System Biology Group Laboratory dell’Università La Sapienza di Roma. Da segnalare ancora gli interventi di Diego Fusaro, Angelo Crespi e Francesca Barbi Farinetti e le interviste all’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, al prof. Alessandro Miani, all’inviato di Striscia la Notizia Max Laudadio e al presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna. La copertina è opera di Mr. Save The Wall.

L’uscita del numero di maggio di CulturaIdentità sarà accompagnata dalla campagna social #provetecnichedibavaglio: tutti i lettori della rivista posteranno questo hashtag sul loro profilo con la foto della copertina del giornale. Da questo mese, infine, CulturaIdentità sarà in vendita a prezzo di 3 euro: “Mai come in questo momento di crisi del mercato editoriale e di allineamento totale dei media mainstream ci rivolgiamo ai nostri lettori affinchè ci sostengano e ci consentano di continuare a far sentire la nostra voce libera e politicamente scorretta”, hanno affermato Edoardo Sylos Labini e Alessandro Sansoni.

Cinema

Il mondo di Woody

Ma andiamo a questa nuova fatica di Escobar, “Il mondo di Woody” (Il Mulino, pag. 155, Euro 14). Intanto, sbaglierebbe chi pensasse al cineasta newyorkese come a un autore di commedie, e magari come a un comico, e Escobar lo spiega fin dal titolo, che potrebbe essere la traduzione del ben più impegnativo termine tedesco weltanshauung”; ma facciamo un passo avanti: quello che l’Autore disegna con continui, meticolosi riferimenti ai vari personaggi dei film di Allen, non è solo il mondo di un protagonista dello “showbiz”, bensì quello di una cospicua parte dei nostri contemporanei (e qui sta il richiamo del libro, che va oltre i gusti e gli interessi dei fan di Allen, come noto, più numerosi in Europa che non negli USA, “et pour cause”…).

 

Woody Allen, che nasce da una famiglia della piccola borghesia ebraica di Brooklyn (vero nome: Allan Stewart Königsberg), rappresenta il paradigma dell’uomo d’oggi, che si sente svincolato da scuole, tradizioni, appartenenze. In Woody però questa condizione è in qualche modo nobilitata dalla continua ricerca di verità che pure nega e di equilibri che pure teme. Nell’Autore brillante, capace di folgoranti aforismi, affiorano spesso l’angoscia della solitudine, del destino individuale e della personale collocazione nel mondo – il Piano, nel lessico di alcuni suoi personaggi – e la ricerca, azzoppata da uno scetticismo di fondo, di risposte alla questione del divino e dell’aldilà.

 

Escobar ricostruisce il percorso artistico di Woody quasi come in una seduta psicanalitica, e sappiamo quale ruolo abbia in Allen, questa disciplina, i cui echi si avvertono in molte pellicole, specie quando viene evocata la figura materna, vissuta come nume tutelare e insieme incapacitante (si veda “Radio Days”). Escobar mette insieme sfaccettature, battute e nomi di protagonisti e comprimari delle sue pellicole, secondo un metodo in qualche modo “obbligato”, perché in tutti i personaggi è inevitabile riconoscere il loro autore, un po’ come accade per gli eteronimi di Pessoa e come diventa evidente in “Zelig”, film dove la fisionomia del mutevole protagonista viene ricondotta ad unità proprio dalla sua vocazione proteiforme, di adattamento a questo o quell’interlocutore.

 

Punti di riferimento di questo percorso, che si ripete quasi fosse un esistenziale “gioco dell’oca”, sono la Donna, gli anni 20 del 900 – specie in Europa – il retaggio dell’ebraismo (sovente satireggiato, ma il debito verso l’umorismo yiddish è innegabile), il rapporto con Dio e con i codici morali. Spesso poi nei film di Allen viene messa in scena l’intersezione della realtà con la finzione cinematografica (esempio tipico: “La rosa purpurea del Cairo”) e ne derivano sovrapposizioni e intrecci del comico col tragico. In questa chiave, ad esempio, viene riproposto, in più di un film, il duello bergmaniano fra il Cavaliere e la Morte, quest’ultima nelle sue varie epifanie, da quella classica della tenebrosa figura con la falce a quella dell’angelo nero a quella del mostro assassino.

 

Dicevamo dei lasciti della cultura yiddish, specie nella declinazione mitteleuropea: da questa derivano certi approcci all’espressionismo e al teatro dell’assurdo alla maniera di Beckett e Adamov, evidenti, ad esempio, nel più volte citato “Ombre e nebbia”, il cui protagonista, l’Ometto, si trova a combattere, in un inquietante scenario notturno, contro un misterioso assassino, ma anche contro un “comitato” di cittadini benpensanti, che lo vogliono coinvolgere in avventurosi (e avventati) progetti di caccia all’uomo.

 

Altro “topos” della cultura europea presente in più di un film di Allen è lo specchio, variante dello schermo cinematografico, attraversabile in un senso o nell’altro, per farsi beffe – ancora una volta – della Morte, per ottenere una vittoria sempre illusoria, come nel mito di Sisifo. Troviamo però, nel ricco baule di Woody, anche cimeli che non ci aspetteremmo: ad esempio il pessimismo hobbesiano, che fa dire a un personaggio: “Nel profondo, l’umanità non è né buona né rispettabile”; ma di Hobbes manca ogni allusione al Leviatano, perché in Woody la politica resta sullo sfondo, ed è al massimo fonte di timori, come quando viene evocata la figura del capro espiatorio, che “solleva i linciatori dalle responsabilità del mondo, dei suoi guai, del suo veleno, e regala l’ebrezza di sentirsi uniti”. In tale panorama però non manca il riferimento all’”homo homini lupus” e il tono è quello di un nichilismo utilitaristico, venato di rancore e sensibile al desiderio; caratteristiche proprie, ad esempio, di Chris, il protagonista di “Match Point”, in qualche modo imparentato con il Raskolnikov di “Delitto e castigo”. E non sono pochi i personaggi di Allen che vedono il prossimo come insetti da schiacciare, magari per raggiungere un obiettivo meschino.

 

In molti personaggi, come abbiamo detto, ricorre il rovello dell’esistenza o meno di Dio, ma il risultato è sempre quello di un ateismo che nasconde le sue certezze e le sue debolezze dietro ragionamenti sofisticati, che poi sfociano in battute destabilizzanti. La vita è un film, insomma, e Dio ne è lo sceneggiatore (non da tutti ritenuto all’altezza…). Tali angosciose domande e le relative risposte, ambivalenti come quelle di un oracolo, attraversano tutta la filmografia di Allen, da quella in forma di commedia a quella in forma di dramma. C’è però una costante presenza divina in quei film, ed è quella del Caso, che non si limita a fare da “deus ex machina” per risolvere situazioni complicate, ed è indifferente alla morale, al discrimine fra giusto e ingiusto.

 

Così, sotto la patina del nichilismo, Woody mette a nudo l’angoscia del libero arbitrio, quello che contrappone, nell’io ragionante dell’Autore, la legge di un Dio lontano e quella di un sillogismo filosofico, la vanità delle opere e, al tempo stesso, la loro importanza (anche se poi spesso, dimostrano molti suoi personaggi, è l’istinto a decidere). Anche nel suo rapporto con le donne, il Woody di Escobar oscilla fra la foga dei sentimenti e il rimpianto di non essersi assoggettato alla loro legge. Ancora una volta, in definitiva, il destino dell’artista si snoda attraverso l’infelicità (come si vide, per limitarci ad un solo esempio, nel bel film di Claude Sautet, “Un cuore in inverno”). A noi però piace ricordare il Woody che scommette con Pascal (e se Dio esistesse?) o l’altro, che, su una panchina di “Manhattan”, elenca le dieci cose per cui vale la pena di vivere e, fra queste, “il sorriso di Tracy”.

Libri (di G. Del Ninno). I dubbi e l’arte di Allen ne “Il Mondo di Woody” di Escobar

poesia

Eugenio De Andrade

«In verità, egli nega dove altri affermano, svela quello che altri nascondono, osa amare quello che altri non sono nemmeno capaci di immaginare. (…) questo essere assetato di essere, che è il poeta, ha la nostalgia dell’unità, e quel che cerca è una riconciliazione, una suprema armonia fra luce ed ombra, presenza ed assenza, pienezza e carenza. (…) È contro l’assenza dell’uomo nell’uomo che la parola del poeta insorge. (…) La sua ribellione è in nome di questa fedeltà. Fedeltà all’uomo e alla sua lucida speranza di esserlo interamente; fedeltà alla terra in cui immerge le radici più fonde». Così scrive della sua poetica Eugenio De Andrade, una delle grandi voci della poesia portoghese del XX secolo. Nato il 19 gennaio 1923 a Pòvoa da Atalaia, un piccolo paese contadino dell’interno, studia a Lisbona dove inizia a interessarsi di letteratura, e poi si trasferisce a Oporto dove rimarrà fino alla sua morte il 13 giugno 2005. La sua biografia è piuttosto scarna, priva di grandi avvenimenti, lavora per trentacinque anni nei servizi ispettivi del Ministero della Salute, rifiutando ogni avanzamento di carriera per dedicarsi con più libertà alla poesia e alla letteratura. La sua prima raccolta poetica è As Mãos e os frutos (Le mani e i frutti) del 1948, cui seguiranno una ventina di libri di poesia, due di prosa, un libro per l’infanzia, varie traduzioni. Di carattere schivo, riservato, amante della classicità greca e della dimensione mediterranea, da lui sentita in modo quasi carnale, tese ad una poesia che univa al rigore formale, allo scavo sulla parola, alla rarefazione espressiva, la semplicità e l’immediatezza. Ne I frutti (tratta da Ostinato rigore del 1964) Eugenio de Andrade spiega in soli tre versi come dev’essere, per lui, la poesia:

«Così io vorrei la poesia:
fremente di luce, aspra di terra,
rumoreggiante di acque e di vento.»

Gli elementi naturali, i luoghi dell’infanzia, le origini contadine si colgono nell’essenzialità dei suoi versi, come in questa “È un posto nel sud” tratta dalla raccolta Bianco nel bianco del 1984:

«È un posto nel sud, un posto dove
la calce
si solleva a sfidare lo sguardo.
Dove hai vissuto. Dove a volte nei sogni
ancora vivi. Il nome impregnato d’acqua
trasuda nella tua bocca.
Sui sentieri delle capre scendevi
alla spiaggia, il mare sferzava
quelle scogliere, quelle sillabe.
Gli occhi si perdevano annegando
nel chiarore
del tramonto o dell’alba.
Era la perfezione.»

Si diceva della mediterraneità che affiora nei suoi versi e dell’amore per la classicità greca. Ecco alcuni versi tratti dalla poesia Arianna, che fa parte della raccolta Oscuro dominio del 1971, dove il richiamo al mito classico diventa un pretesto per un raffinato gioco intellettuale e per parlare del presente:

«Ora parlerò degli occhi di Arianna.
Parlerò dei tuoi occhi, visto che di Arianna
forse si ha memoria
solo fra le gambe di Teseo.
Di Arianna o no, gli occhi sono azzurri.
Azzurri di un azzurro molto fragile,
come se nel fare il colore un bambino
avesse calcolato male l’acqua.
(…)
Ora parlerò degli occhi greci di Arianna,
che non sono di Arianna, né sono greci,
di questi occhi che se fossero musica
sarebbero la musica di acqua degli oboi,
parlerò appena degli occhi del mio amore,
di questi occhi di un azzurro così azzurro
che sono proprio l’azzurro degli occhi di Arianna.»

Anche il mito di Roma esercita sul poeta una grande suggestione come nei soli cinque versi della poesia Roma (tratta da Escrita da terra del 1974):

«Era d’estate alla fine del pomeriggio,
come Adriano o Virgilio o Marco Aurelio
entravo a Roma per la via Appia
e per Antinoo e tutto l’amore della terra
giuro che ho visto la luce farsi pietra.»

Lo spirito mediterraneo (così caro al francese Camus e allo spagnolo Ortega y Gasset) è dovunque presente nei suoi versi. Proponiamo al lettore due liriche, Passeio Alegre e Rumori dell’estate, tratti rispettivamente da Rente a dizer (Vicino a dire) del 1992 e da Pequeno formato (Piccolo formato) del 1997:

«Sono arrivate tardi alla mia vita
le palme. A Marrakech ne vidi una
che Ulisse avrebbe comparato
a Nausicaa, ma solo
nel giardino del Passeio Alegre
ho cominciato ad amarle. Sono alte
come i marinai di Omero.
Davanti al mare sfidano i venti
venuti dall’est e dal sud,
dall’est e dall’ovest,
per piegarle alla cintura.
Invulnerabili – così nude.»

«Le cicale cantano
come d’inverno
arde la legna.
Un rumore puerile
e dolce di api
aggiunge la sete.
Quando il sole avvista
i fianchi del mare
si spoglia di corsa,
e danza danza danza.»

Non c’è alcuno iato nel poeta portoghese tra corpo e anima, tra uomo e mondo, tra interno ed esterno. Prendiamo ad esempio la lirica Sull’orlo del mare, tratta da A domani del 1956, dove la linea del viso si confonde col pensiero, col desiderio, col mare e col vento:

«Sull’orlo del mare,
nel rumore del vento,
dove è stata la linea
pura del tuo viso
o solo pensiero
(e abita, segreto,
intenso, solare,
tutto il mio desiderio)
lì coglierò
la rosa e la palma.
Dove la pietra è fiore,
dove il corpo è anima.»

L’eros, la solare sensualità, la palpitante e tangibile bellezza dei corpi, il desiderio travolgente sono cantati da de Andrade con versi di grande forza evocativa. Scrive la poetessa brasiliana Vera Lùcia de Oliveira, tracciando un profilo del poeta portoghese: «Poeta dell’amore, è stato definito più volte. Ed effettivamente l’Eros occupa una parte importante nella sua opera, un Eros spontaneo e solare. (…) Nella sua poesia il corpo, limpido ed apollineo, diventa quasi un’anima carnale: si cancella il dualismo caratteristico della nostra cultura cattolico-occidentale». Qua di seguito riportiamo Eros (da Mar de Setembro del 1961), alcuni versi da Ascolto il silenzio (da Ostinato rigore del 1964) e da Corpo abitato (da Oscuro dominio del 1971), “Tu sei dove lo sguardo comincia” (da Matera solar del 1980) e Corpo (da L’altro nome della terra del1988):

«Mai l’estate aveva indugiato
così sulle labbra
e sull’acqua
come potevamo morire,
così vicini
e nudi e innocenti?»

«Ascolto il silenzio: in aprile
i giorni sono
fragili, impazienti e amari;
i passi
minuti dei tuoi sedici anni
si perdono per le strade, ritornano
con resti di sole e pioggia
sulle scarpe,
invadono il mio dominio di sabbie
spente,
e tutto inizia ad essere uccello
o labbra, e vuole volare.
(…)
Un solo rumore di sangue
giovane:
sedici lune alte,
selvagge, innocenti e allegre,
ferocemente intenerite;
sedici puledri
bianchi sulla collina sopra le acque.
(…)
Ascolto un rumore: è solo silenzio.»

«Corpo su un orizzonte di acqua,
corpo aperto
alla lenta ubriachezza delle dita, corpo difeso
dal fulgore delle mele,
arreso di collina in collina,
corpo amorosamente inumidito
dal sole docile della lingua.
Corpo dal gusto di erba rasa
di segreto giardino,
corpo dove entro in casa,
corpo dove mi stendo
per suggere il silenzio,
sentire
il rumore delle spighe,
respirare
la dolcezza scurissima delle selve.
(…)»

«Tu sei dove lo sguardo comincia
a dolere, riconosco il pigro
rumore d’agosto, il carminio del mare.
Parlami delle cicale, di questo stile
di sabbia, i piedi scalzi,
il granello dell’aria.»

«Il mare – ogni volta che tocco
un corpo è il mare che sento
onda a onda
contro il palmo della mano.
Vespro è ora
così vicino che non posso più
perdermi in quella infaticabile
ondulazione.»

Terminiamo questa breve rassegna con una poesia dedicata alla madre morta, dove nella magnifica architettura del componimento gli elementi naturali (la pioggia, gli ulivi) si legano inestricabilmente alla tenerezza del ricordo:

«La pioggia, ancora la pioggia sugli ulivi.
Non so perché sia tornata oggi pomeriggio
se mia madre se ne è già andata via,
non viene più sulla veranda a vederla cadere,
non alza più gli occhi dal cucito
per chiedere: Senti?
Sento, mamma, è ancora la pioggia,
la pioggia sopra il tuo viso.»

NB: Tutte le poesie, salvo “È un posto nel sud”, sono tratte dall’antologia “Dal mare o da altra stella” (Bulzoni editore, 2006) tradotte e curate da Federico Bertolazzi

Cultura. Eugenio De Andrade voce libera della poesia portoghese del XX secolo

 

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Riapertura librerie

Bolzano

Abbastanza ligi alle misure restrittive, da questa mattina i bolzanini si sono ‘scoperti’ lettori di libri. Oltre al desiderio di lettura, c’era tanta voglia per concedersi un po’ piu’ della limitata ora d’aria dei giorni scorsi. A Bolzano, città bifronte, dalle molteplici culture, ci sono librerie esclusivamente dedicate alla cultura tedesca, quelle dei classici ‘Tirolensis’, altre piu’ internazionali. Nel tour delle librerie, prese abbastanza d’assalto sin dall’apertura le librerie della zona popolare a maggioranza italiana. “Per me è stata una seconda riapertura perché oggi era l’ottavo anniversario dalla prima apertura – dice parlando con l’AGI, Barbara Roncoletta di ‘Librarsi‘ in via Milano -. Davvero tanta gente, appena ho alzato la serranda c’erano già diverse persone. Non ho mai avuto coda, ma una o due persone attendevano fuori dal negozio”.

“Ho anche il reparto cartoleria – aggiunge Roncoletta – ma ho venduto pochissimo. Mi sono sorpresa perch ho venduto cose che non ero mai riuscita a vendere in due anni. Cosa? Alcuni giochi in legno che avevo più volte provato a vedere e invece oggi ne ho venduti diversi. I libri che sono andati per la maggiore, gialli, romanzi, libri per bambini e ovviamente nessuna guida di viaggi”.

Risalendo la città in direzione il centro storico, il quartiere mistilingue di Gries ha come libreria di riferimento quella di ‘Cappelli’ in piazza Vittoria a due passi dell’arco piacentiniano eretto negli anni ’30 e ancora in fase di restauro. “C’è stata un’affluenza alla spicciolata anche se in alcuni momenti abbiamo avuto coda all’esterno del negozio – dicono Adele Spallino e Mariagrazia Pantano di ‘Cappelli’ -. Molti telefonano prima per sapere se abbiamo disponibile un determinato libro e poi vengono a ritirarlo. Il genere piu’ venduto sono i thriller con i giovani che hanno acquistato anche Seneca. Abbiamo venduto qualche confezione di pennarelli”. Leggermente minore l’affluenza nelle librerie del centro storico, quartiere dove i residenti sono a maggioranza appartenenti al gruppo linguistico tedesco. Chiuse le librerie che vendono volumi religiosi.

AGI

editoria

Comunicazioni Elara

Alla chiusura delle librerie si deve aggiungere il blocco di molte delle catene on line, che hanno sospeso la raccolta di ordini e le ordinazioni dirette, mentre il nostro distributore per le fumetterie è a sua volta bloccato trovandosi in piena zona rossa, e questo ritarda anche le forniture alle grandi catene on line, attualmente sospese. Dalle ultime indiscrezioni sembra che queste attività di distribuzione possano sia pur gradualmente riprendere, con una limitata riapertura delle librerie e delle fumetterie. Ma questo è ininfluente fino a quando non sarà possibile ricevere almeno B. C., e cioè fino a quando le spedizioni internazionali al sud Europa non saranno ripristinate.

Come se tutto questo non bastasse, le più importanti fiere del settore, Collezionando, Napoli, Reggio Emilia, Vicenza, l’Italcon 2020, e molto probabilmente il Salone del Libro di Torino, sono state sospese o rinviate a data da destinarsi. Anche questo elimina i più importanti canali di vendita.

Grazie all’attività di Poste Italiane, resta come unico canale la vendita diretta per corrispondenza, che stiamo personalmente curando, e che procede regolarmente, con un ulteriore ostacolo, però.

Le vendite dirette immediate sono limitate ai titoli disponibili presso il nostro deposito di Bologna. Il magazzino centrale si trova infatti fuori provincia, quindi al momento non è raggiungibile. Questo significa che i titoli “in rifornimento” potranno subire qualche ritardo, sperando che la data del 3 maggio per la riapertura di questo nuovo confine e per la possibilità di uscire dalle provincie di residenza venga mantenuta, cosa possibile a quanto detto dal presidente della Regione Emilia-Romagna. Nel frattempo, stiamo richiedendo alla Prefettura un’autorizzazione a compiere almeno un viaggio di rifornimento.

Tutte queste misure, che nell’ottica della priorità della salute pubblica sono comunque opportune e auspicabili, hanno creato però una situazione drammatica. Le vendite di marzo hanno segnato un calo del 92% rispetto a quelle di gennaio e febbraio, in primis perché la gente pur avendo tanto più tempo libero e tanto più bisogno di occuparlo preferisce l’ossessionante sequenza dei servizi televisivi e delle chat alla soluzione più semplice ed economica, l’acquisto di un libro, poi perché ci sono alcuni che non effettuano ulteriori acquisti fino a quando non ricevono i libri prenotati, e/o per tanti altri motivi che ciascuno può intuire, tutti condivisibili in astratto ma perniciosi nella pratica..

Senza il più agguerrito manipolo di sostenitori fedeli e generosi, quelli legati alla Lista della Fenice e alla Contrada delle Stelle, e se negli ultimi due anni e mezzo non avessimo recuperato una buona parte del vecchio pubblico, questa situazione eccezionale sarebbe stata il colpo decisivo capace di annientare qualsiasi speranza di recupero e ripresa da parte di una casa editrice fragile ma non quanto può apparire, una casa editrice dalla cui esistenza comunque dipendono più di mezza dozzina di famiglie, quelle di collaboratori e operatori che si sono dedicati con abnegazione a questo lavoro.

La situazione è ancora gestibile solo perché la ripresa rigidamente controllata, la continua sollecitazione dei lettori, spesso male interpretata dai soliti disfattisti, pessimisti ed egoisti che – come è nel loro diritto – non pensano mai alle ragioni o alle difficoltà degli altri ma guardano solo i loro piccoli orizzonti senza neppure tentare di rivolgere lo sguardo oltre – ma che hanno sempre anticipato possibili problemi, gli sforzi di una consistente parte di quel gruppo piccolo ma scelto che ho citato, e che non ha certo colpa di avere fatto una scelta di cuore e di passione e non essere rimasto alla finestra a guardar correre le nuvole, per supportare i nostri sforzi, hanno reso concreta la possibilità di resistere alla tempesta che travolgerà tante, troppe piccole e medie aziende italiane. Anche il metodo dei pagamenti anticipati ai fornitori, sia pure scomodo, sia pure in questo momento abbia prosciugato diverse migliaia di euro, ha impedito un incremento del debito, anzi, lo ha ridotto, tanto che malgrado quanto ho elencato sopra, è possibile resistere, perché il problema maggiore è oggi quello di sopravvivere fino al momento in cui l’emergenza si sarà attenuata di quel poco che permetta una ripresa credibile. Vero, in questo momento ci siamo privati di una somma vicina ai 20.000 euro, più di un 10% del fatturato annuale, per pagare anticipatamente libri che non sappiamo quando potremo ricevere. Il fatto di aver dato vita a una forte ripresa con le sole nostre forze e quelle del pubblico diretto rende questo esborso particolarmente pesante, anche di fronte a oltre il 90% di decremento dei fatturati, ma rende anche possibile affrontare questo periodo emergenziale per tutti, e avere la concreta speranza non solo di sopravvivere, ma di uscire da questa prova finalmente più forti.

Viaggi

Il Mediterraneo in barca

Nel 1934 Georges Simenon (1903-1989) decise di intraprendere una traversata del Mar Mediterraneo su una barca a vela, per ricaricarsi, per cercare stimoli. In una parola, per alimentare la sua curiosità e soddisfarla come fece da giovanissimo quando scelse di occuparsi di cronaca nera per il quotidiano della sua città natale, la “Gazette de Liège”.

Così, alla vigilia di ogni viaggio, Simenon andava da un amico caporedattore a chiedere se era interessato a un reportage di un certo numero di articoli sul luogo che andava a visitare. Un giorno, il settimanale francese “Marianne”, nella tarda primavera del 1934, accettò un suo reportage sul Mediterraneo.

Simenon era stato un ottimo cronista di nera ed era un ottimo scrittore, padrone della scrittura letteraria come di quella giornalistica. I pezzi da cronista, definiti da lui stesso “Mes apprentissages”, il mio apprendistato, mostrano bene le sue grandi qualità di osservatore, di uomo capace di scandagliare l’animo umano ma anche le semplici vicende umane.

Affittò una barca a vela e partì per il Mediterraneo, partendo da Porquerolles (luogo eletto dello scrittore) e toccando i porti della Tunisia, di Sanremo, Genova, dell’isola d’Elba, di Messina, Siracusa, Malta, Arbatax. Il settimanale pubblicò, fra giugno e settembre del 1934, l’intero reportage corredato da belle foto riprodotte nel libro edito da Adelphi, casa editrice che sta per pubblicare una serie di scritti giornalistici di Simenon.

In questo primo libro mostra la bellezza del Mediterraneo e i pezzi sono stupendi per scrittura, per emozioni che trasmettono, per quella particolare idea che lo scrittore aveva del Mare nostrum inteso come un bacino, una conca, come un còrso d’acqua. Affiancate al testo le foto senza didascalie con scene di vita nella goletta con la quale Simenon e gli altri viaggiavano, momenti di divertimento, volti carpiti in uno scatto e rimasti anonimi, gente nei porti, immagini dei mercati del pesce, di feste a bordo di battelli, di pescatori e scorci degli angiporti e dei bistrot frequentati da marinai. E’ un reportage che mostra la volontà di scavare nell’anima del Mediterraneo, fatta da uomini, donne, luoghi, oggetti; per capire come fossero ricorrenti alcune realtà, come l’anima dell’uomo fosse alla fine universale nel suo modo di essere e mostrarsi. Insomma, un Mediterraneo non solo di pescherecci, yacht che incrociano al largo con capitani dal berretto bianco, navi da crociera lunghe e lustre. Ma anche navi mercantili che trasportano ferro, olive, arance, materiale di risulta. Ciò che animava lo scrittore belga era scrutare l’animo, come detto, magari nel silenzio e nelle pieghe del volto di un uomo, senza giudicare o voler spiegare perché, come diceva Simenon citando Robert Louis Stevenson, la sua vocazione era “raccontare storie”.

Ma ciò che emerge da questo reportage è la vita delle comunità e dei luoghi che descrive. Dalle storie di prostituzione dei porti del vicino Oriente e di Atene alla strana isola di Malta, alla vita luccicante del bel mondo anglofono nelle ville e nei locali della Costa Azzurra, fino ai piccoli villaggi.

Ma è nella semplicità della quotidianità scandita dal tempo che Simenon si incanta e narra; quella semplicità fatta di riti ma anche di affetti, consueetudini, lavoro manuale. Non mancano osservazioni politiche lusinghiere sull’Italia e sugli italiani degli anni Trenta, sulla politica mediterranea prevaricatrice degli inglesi, sulle abitudini dei turchi, sulle stranezze di certi turisti borghesi. Il filo conduttore di questi articoli è il significato del Mediterraneo che, secondo Simenon, resta un luogo unico, un mistero che lambisce tante terre, tutte da raccontare.

*Il Mediterraneo in barca di Georges Simenon (Trad. Giuseppe Girimonti Greco e Maria L. Vanorio; con una nota di Matteo Codignola), Adelphi ed. – 2019; Pp. 189; euro 16