editoria

Le leggi fondamentali della stupidità umana

Scritto originariamente in lingua inglese, “The Basic Laws of Human Stupidity” fu stampato per la prima volta nel 1976 in edizione numerata e fuori commercio sotto l’improbabile sigla editoriale dei “Mad Millers”, i mugnai pazzi. L’autore riteneva che il suo testo potesse essere pienamente apprezzato soltanto nella lingua in cui lo aveva scritto, e per molto tempo declinò la proposta di tradurlo. Solo nel 1988 accettò l’idea di pubblicarlo in versione italiana nel volume “Allegro ma non troppo”, insieme al saggio “Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo”, esso pure scritto in inglese e stampato fuori commercio dai Mad Millers per il Natale del 1973. Come volume a sé la versione inglese delle “Leggi fondamentali della stupidità umana” è poi stata pubblicata, sempre dal Mulino, nel 2011. Sia in quell’edizione, sia in questa prima italiana viene riproposta in apertura la nota al lettore scritta da Cipolla per l’edizione originale del 1976.

Acquistalo su Amazon: copertina rigida €12,75

Annunci
Letteratura

La vita imita l’arte o è l’arte che imita la vita?

Proviamo a inaugurare una rubrica culturale domenicale come fanno i giornali “veri”?
Una miniera di spunti li offre l’opera di Honoré de Balzac (1799-1850). Il brano che qui riportiamo è tratto da Papa Goriot (1834) e il personaggio che parla è Vautrin, che fu anche il protagonista di un’opera teatrale, sempre di Balzac, scritta nel 1840, della quale (non a caso), fu proibita la rappresentazione.
Vautrin qui spiega a un giovane di 21 anni la sua visione della vita parigina:
“Sapete come qui ci si fa strada? Col lampo del genio o con l’accortezza della corruzione. Bisogna penetrare in questa massa d’uomini come una palla di cannone, o infiltrarvisi come la peste.
L’onestà non serve a nulla. Ci si piega sotto il potere del genio, lo si odia, si cerca di calunniarlo, perché esso prende ma non da; ma ci si piega a lui, se persiste; in una parola, lo si adora in ginocchio quando non lo si è potuto seppellire sotto il fango. Di corruzione ce n’è tanta, il talento è raro. Perciò, la corruzione è l’arma della mediocrità che abbonda, e voi ne sentirete ovunque la punta, (omissis)
Ma cosa credete che sia l’uomo onesto? A Parigi, l’uomo onesto è colui che tace, e si rifiuta di condividere un tal sistema di vita. Non vi parlo di quei poveri iloti che ovunque sgobbano senza esser mai ricompensati del loro lavoro, e che io chiamo la confraternita delle ciabatte del buon Dio. Certo, là è la virtù in tutto il fiore della sua sciocchezza, ma là è anche la miseria. Vedo da qui la smorfia di questa brava gente, se Iddio ci giocasse il brutto tiro di assentarsi al momento del giudizio universale. Se dunque volete far presto fortuna, bisogna essere già ricco o sembrarlo.
Per arricchire, si tratta qui di giocare grossi colpi; se no, il gioco è da spilorcio, e… servitor vostro! Se nelle cento carriere che potete intraprendere, s’incontrano dieci uomini che riescono rapidamente, il pubblico li chiama ladri. Traete le vostre conclusioni. Ecco la vita così com’è. Non è più bella della cucina, puzza. quanto questa e bisogna imbrattarsi le mani se si vuoi mangiare bene; sappiate tuttavia lavarvi bene la faccia; qui è tutta la morale dell’epoca nostra”.

Nota: l’articolo proviene dall’archivio di bondeno.com ed è datato 19 ottobre 2003. Il libro Papà Goriot di Balzac lo trovate ovunque in molteplici edizioni; anche per Kindle a 2 euro.

storia

Storia della Balilla

La Balilla, 1968

Cantava Giorgio Gaber 50 anni fa, in milanese, in quel 1968 di mutamenti epocali:

Mi vu in gir de chi e de là

           mi vu in gir per laurà

troevi tanti bigliett de mila

me vegnù in ment de cumprà una Balila.

E la surpresa dei me fradei

che m’han mangià anca i budei

mia cusina che la stà in via Larga

la m’ha mangià anca la targa.

La mia zia de Gurgunzoela

cunt i gomm l’ha fa la cassouela.

El mè nonu che el g’hà l’angina

l’ha ciapà la ciucca cu la benzina.

La Maria che la stà in la mia porta

la m’ha mangià la roda de scorta

el cines cicic e ciscofen

el ancamò li chel pisa in del cofen.

Na visina de la ringhera

la s’hà digerì anca una purtera

el Carlet stu stupidot

el s’è fa un vestì cun la capot.

L’unic che l’è restà fregà

l’è un mè cusin che l’era suldà,

l’è turnà ca e l’ha truvà sulament

el fum del tubum de scappament.

Mi vu in gir de chi e de là

Mi vu in gir per laurà

Troevi tanti bigliett de mila

ma cumpri pu un’altra Balila…

Testo un po’ diverso quello interpretato da “I Gufi” e, comunque, sempre “variabile” in quanto a lunghezza…  Comicità poetica e surreale (o demenziale) alla pari di quella di Iannacci, Cochi e Renato, Toffolo, Nanni Svampa, Andreasi ed altri esponenti del teatro comico-satirico milanese di quel tempo.

E conferma del mito inossidabile della “Fiat Balilla”, la prima utilitaria italiana. Una piccola  Ford A Tudor sedan –  presentata al  pubblico  ad  ottobre  del  1927  (le auto statunitensi

erano sempre un modello per il patron della Fiat) in fondo, motore più grande e freni a parte:          

Ford A, Tudor sedan, 1927-’31

Il 12 aprile del 1932, in occasione del Salone dell’Automobile allestito all’interno della Fiera di Milano, la Fiat presenta la Balilla, il primo esempio italiano di vettura di massa. Il pubblico del Salone non parlava d’altro e, come se occorresse, un altoparlante trasmetteva ogni trenta minuti la canzone ” Nina già t’aspetta la Balilla”. Ed in tanti aspettarono pazientemente il loro turno per effettuare un giro di prova. La nuova vettura Fiat sarebbe stata innovativa soprattutto nel prezzo. I precedenti modelli di auto avevano costi proibitivi. La balilla invece, al costo di sole 9.800 lire, rappresentava finalmente un sogno realizzabile: la vettura (quasi) a portata di tutti (salario mensile operaio: circa 300 lire, un impiegato 400). Mussolini, dopo averla guidata, si congratulò con il senatore Agnelli, elogiando “la robustezza, l’eleganza e soprattutto la modicità di prezzo della Balilla”. Da abile politico concede l’agognato provvedimento che esenta dal pagamento della tassa di circolazione, fino al 30 giugno 1933, tutte le “utilitarie nazionali con motore fino a 12 cavalli fiscali”, cioè la nuova nata di Casa Fiat…

La Balilla permetteva di coprire (guidata da Carlo Salamano) la distanza Torino-Napoli in sole 15 ore, ad una media di circa 65  km. orari. La Fiat realizzò anche un divertente spot “Non è più un sogno”, dove il protagonista mostra tutti i vantaggi derivanti dal possesso della vettura: “costi modici della benzina, libertà di movimento e, soprattutto, basta tram affollati!”.

Lo spot terminava con una domanda, retorica, ma ad effetto per i tempi: Andrete ancora a piedi?

Fiat 508 Balilla, 1932

                                                           

Il geniale illustratore Plinio Codognato si occupò della pubblicità grafica. La pubblicità è stato uno strumento sul quale costruire una storia, una storia eroica, e unire tutti i pezzi di un Paese unito solo sulla carta. All’epoca, la comunicazione visiva dei manifesti era potente, persuasiva. Estendeva il suo potere non solo alla vendita di un prodotto, ma a tutti gli ambiti della vita quotidiana. Tutte le esortazioni venivano espresse per mezzo della pubblicità. La grafica italiana visse da protagonista un periodo di grande splendore. Molti contributi arrivavano dal futurismo, che s’identificava con l’auspicata idea d’Italia. Dinamica, veloce, in costante mutamento verso il progresso. L’Italia ed il Fascismo incarnavano il mito di una macchina austera, ma efficiente. E la Fiat Balilla tendeva a confondersi con tale mito e macchina.

Marcello Dudovich è, invece, l’autore del manifesto del restyling dell’autovettura del 1934, anche se il tocco (e la prosperosa figura femminile) paiono risentire assai della lezione stilistica del grande Gino Boccasile, il maggiore disegnatore di quegli anni. Particolare interessante: forse per la prima volta in Italia – pur ancora rurale e prevalentemente arretrata – la donna diviene obiettivo della pubblicità di un’automobile, segno che i messaggi di emancipazione femminile, veicolati soprattutto attraverso i film americani, giungono con forza, al di là del teorico maschilismo di regime. Favoriti anche dalla maneggevolezza di nuove auto leggere, come la Balilla, guidabili con maggiore facilità rispetto a vetture anteriori.

Da dove veniva quel nome, Balilla?

‘Il 5 dicembre 1746 a Genova gli austriaci rimasero impantanati con un cannone nel quartiere Portoria. L’ufficiale ordinò alla folla di aiutarli scatenando la rivolta, iniziata appunto con la pietra lanciata dall’undicenne Giovan Battista Perasso, detto Balilla. Nell’Ottocento fu assunto a mito della volontà italiana di «risorgere» contro l’occupazione straniera mentre nel Novecento divenne addirittura uno dei principali simboli dell’italianità: l’Ansaldo chiamò con il suo nome un caccia ricognitore, per non parlare del fascismo. Durante il Ventennio la Fiat gli dedicò un’utilitaria ed il regime un sommergibile ed un Ente per l’educazione dei bambini…

Fu infatti proprio con un sasso, scagliato il 5 dicembre 1746 contro un soldato che Giovan Battista «Balilla» Perasso scatenò la rivolta di Genova contro l’occupante austriaco. Ma soprattutto entrò «gigante nella storia». Anche se ancor oggi, a distanza di molti anni e dopo innumerevoli ricerche, la sua figura è ancora a cavallo tra realtà e mitologia. Certa è comunque la grande rivolta popolare che nel 1746 consentì a Genova di liberarsi delle truppe austriache da poco entrate in città… Il 5 dicembre un reparto asburgico stava trascinando un pesante cannone attraverso il popolare quartiere Portoria, quando le ruote sprofondarono nel fango. L’ufficiale ordinò ai popolani di liberarlo ma all’intimazione rispose appunto Giovanni Battista Perasso detto «Balilla» che scagliò un sasso contro i soldati gridando «Che l’inse?», cioè «La comincio?», «Volete che cominci io?». La rivolta divampò per tutta Genova e costrinse dopo cinque giornate di furiosi combattimenti gli austriaci alla fuga. Il fatto entrò subito nella leggenda della città per assurgere cent’anni dopo a simbolo di tutti gli italiani in lotta per l’unità nazionale dalle occupazioni straniere. Quando il fascismo decise di creare un popolo di guerrieri e per questo d’iniziare gli italiani all’educazione militare fin dalla più tenera infanzia, nacquero i «Figli della lupa», dai 6 agli 8 anni, i «Balilla», fino ai 10, i «Balilla moschettieri», fino ai 13 e gli «Avanguardisti», fino ai 18 anni. Le ragazze dai 6 anni erano «Figlie della lupa», per poi diventare «Piccole italiane» a 8 e «Giovani italiane», dai 14 ai 18 anni’.

(Enrico Silvestri, Un sasso contro il soldato e Balilla entra nella storia, 2014, in http://www.ilgiornale.it/news/sasso-contro-saldato-e-balilla-entra-nella-storia).

Finalmente le bambine e ragazzine potevano uscire di casa, e per ordine del Duce, che sognava l’antica Sparta! Il tutto sotto la supervisione di un Ente creato nel 1926, l’Opera Nazionale Balilla. All’adolescente genovese venne dedicata una canzone, di autore anonimo, per narrarne l’epica: «Fischia il sasso,/il nome squilla/del ragazzo di Portoria/e l’intrepido Balilla/sta gigante nella Storia/Era bronzo quel mortaio/che nel fango sprofondò/ma il ragazzo fu d’acciaio/e la Madre liberò». La Madre, naturalmente, era la Patria. Un ideale popolare e duraturo (ancora oggi, infatti, si gioca a calcio balilla).  Per la generazione di mio padre la prima fotografia fu spesso con l’uniforme da balilla (che veniva fornita gratuitamente alle famiglie bisognose).

L’automobile Balilla rappresentò il primo modello prodotto su larga scala dalla Fiat ed il volano del processo di motorizzazione in Italia, che prese le mosse a partire dalla prima metà degli anni Trenta, grazie alla relativa accessibilità del modello prodotto dall’azienda piemontese.

Il progetto della Fiat 508 nasce all’alba del decennio, quando la crisi economica originatasi a Wall Street nel 1929 – che si traduce in un aumento della disoccupazione e nel calo della produttività – tocca anche l’azienda torinese. In reazione al contesto economico del tempo, la Casa automobilistica fondata da Giovanni Agnelli decide di produrre un’auto, solida ma economica, in grado di offrire buone prestazioni; in altre parole, un’utilitaria per il lavoro ed il tempo libero che vada ad integrare la gamma di modelli ‘500’. Lo sviluppo del nuovo modello viene affidato inizialmente sia a Oreste Lardone, sia ad Antonio Fessia. Il primo lavora ad una vettura sospinta da un motore bicilindrico, raffreddato ad aria, a trazione anteriore.

Durante i test di collaudo, il prototipo prende fuoco ed il progetto viene accantonato. Fessia, invece, mette a punto un prototipo più ‘classico’, equipaggiato con un propulsore a quattro cilindri raffreddato ad acqua e con trasmissione posteriore. Alla realizzazione della 508 collaborarono altre figure di eccellenza nella scena automobilistica di quegli anni: Bartolomeo Nebbia curò la realizzazione del motore, Votta e Martinotti si occuparono del telaio ed a Rodolfo Schaeffer venne affidata la carrozzeria. Tra loro pure un giovane ingegnere da pochi anni in azienda, ma già nominato capo ufficio tecnico per le indubbie abilità dimostrate. È Dante Giacosa, colui che firmerà i più importanti modelli del marchio Fiat fino agli anni Settanta. Il 27 settembre 1931, a sei mesi dal debutto ufficiale, venne presentato il primo prototipo: “Non aveva niente di originale” – ricorderà successivamente Fessia – “ma era perfettamente equilibrata“.

La Fiat 508 Balilla era un’auto (a due porte e quattro posti) lunga 3145 , larga 1400 e alta 1530 mm, con una massa a vuoto di appena 675 kg. (torpedo). Il motore era un quattro tempi con quattro cilindri in linea, alimentato a benzina, 2 valvole per cilindro, valvole laterali, con un asse a camme nel basamento; con un unico carburatore e dotato di un sistema di raffreddamento a circolazione d’acqua. La cilindrata di 995 centimetri cubici, con un rapporto alesaggio:corsa pari a 65×75 mm. Il motore era in grado di erogare una potenza massima di 20 CV a 3.400 giri al minuto che diventavano 24 CV al regime di 3.800 giri. L’unità motrice era connessa ad un cambio manuale a tre marce (non sincronizzate nella prima serie). La velocità massima dichiarata dal costruttore era di 80 km/h. Sospensioni anteriori e posteriori a ponte rigido, con molle a balestra semiellittica ed ammortizzatori idraulici. Freni idraulici a tamburo. Strumentazione essenziale.    Tutto classico, robusto, quasi minimalista (“Quello che non c’è non si rompe!”, soleva dire il senatore Agnelli!).

Il riscontro della stampa è ottimo. Per la rivista del Touring Club, la Balilla “non è un giocattolo dalla vita effimera e dalle limitate possibilità, ma vera, completa, superba automobile: “Industriali, commercianti, esercenti ed impiegati, medici, ragionieri, avvocati, geometri, impresari, periti, ecclesiastici, giovani sportivi e maturi possidenti di campagna, signorine e mammine, tutti hanno riconosciuto nella nuova Fiat che nasce la tanto invocata automobile finalmente accessibile nel prezzo, nell’uso e nella manutenzione. Fatta per durare e per servire, da accontentare ogni più disparata e più severa esigenza”. (Le Vie d’Italia, maggio 1932). Entusiasta il commento di “Motor Italia”, secondo il quale “è proprio l’automobile che mancava sul nostro mercato. Ne siamo davvero entusiasti e la consideriamo come uno dei più riusciti modelli della Fiat: piccola auto costruita da una grande Casa. Senza esagerare si può affermare che la 508 ha già vinto, in modo brillante, la gran battaglia che attende ogni nuovo modello alla prima comparsa in una mostra internazionale. Il successo commerciale della Balilla è ormai assicurato”. Tecnico il commento di Aldo Farinelli de “L’Auto Italiana”: “molto più semplice della 509, più accessibile, più adatta agli strapazzi, più leggera pur essendo molto più robusta, più tranquilla come meccanica, più sicura come guida, in mano al profano, molto più indifferente a cure di manutenzione, più agile e maneggevole nel traffico intenso o nei viottoli campestri, più docile nella tenuta di strada, più comoda, infine, come carrozzeria”.

Nel 1934, la Fiat lancia sul mercato una seconda versione della Balilla. Le differenze rispetto alla versione precedente non sono molte. La Fiat 508 B Balilla  si differenzia dalla serie anteriore per la carrozzeria, modificata per essere più aerodinamica, e la trasmissione. I modelli prodotti dal 1934 in poi, infatti, hanno il cambio a quattro marce, III e IV sincronizzate.

Fiat 508 B Balilla, 1934)

                                         

Gli esemplari prodotti fra le varie serie dal 1932 al 1937 furono 112.000. In un periodo analogo Ford, solo uno tra i vari fabbricanti di auto economiche USA, produsse oltre 5 milioni di unità del modello A, circa 50 volte tanto, tale era il differenziale economico ed industriale con l’Italia. La Balilla fu protagonista della motorizzazione delle Forze Armate negli anni Trenta. Il Regio Esercito l’acquisì sia nella versione berlina (per gli ufficiali dei Reali Carabinieri), che nelle versioni Fiat 508M Torpedo Militare e Spider Militare come veicolo tattico. L’auto veniva prodotta negli stabilimenti torinesi del Lingotto e fu venduta in varie configurazioni diverse, berlina, torpedo, coloniale, camioncino con cassone di legno e furgoncino di metallo, sport spider, berlinetta Mille Miglia, facendo anche la fortuna di molti carrozzieri che ne sfruttarono il telaio: Ghia, Garavini, Bertone, Farina, Savio, Touring, Casaro, Balbo, Castagna, Viotti, Zagato, Siata, Borsani, Brianza.

Nel 1933 Ghia prepara la Fiat 508 Sport, disegnata da Mario Revelli di Beaumont, e conosciuta come “Coppa d’Oro”, la più ricercata dai collezionisti. Dal 1934 fu realizzata con cambio a 4+1 marce, distribuzione con valvole in testa ed altre modifiche, che portarono la potenza a 36 CV. Vince il Campionato Italiano di Categoria, numerose gare di regolarità, partecipò alla MilleMiglia (nella versione berlinetta).

Fiat 508 S, Balilla ‘Coppa d’Oro’, 1933

Oltre che in Italia la Balilla venne anche prodotta in Polonia e messa in vendita con il marchio Polski-Fiat 508. Fu prodotta in 3 versioni successive. Venne fabbricata pure in Francia dalla neonata Simca-Fiat. Presentata il 18 settembre 1932, fu prodotta in 26.472 esemplari fino al 1937. Così come dalla NSU-Fiat in Germania. E dalla ceca Walter Engines, a Jinonice, con la denominazione Walter Junior. Fino al 1936 vennero realizzati circa 1.000 veicoli, tutti con cambio a tre marce.

L’ultima evoluzione del fortunato modello fu la Fiat 508 C, del 1937, che la Casa all’inizio denominò Nuova Balilla 1100, ma che gli automobilisti chiamarono sempre “1100”. La Balilla era solo e soltanto quella nata nel ’32! La carrozzeria differiva completamente dalle precedenti. Il motore era il Fiat 108C, 4 cilindri in linea a benzina, a valvole in testa, di 1089 cm³  (destinato a lunghissima vita) erogante 30 CV a 4.400 giri/min, con cambio a 4 marce più retromarcia, capace di spingere la vettura a 95 km/h. La sospensione anteriore era a ruote indipendenti, con bracci trasversali, molle ed ammortizzatori idraulici a bagno d’olio.

Salva

storia

Lo spirito Prussiano

A volte si afferma, “Lavorate per il re di Prussia!” Per dire che si favorisce il nemico.    Ad un prof cattivo gli studenti dicono sempre, “È un prussiano!” Oggi i figli replicano ai genitori, “Questa casa è una caserma prussiana!”  Nella quotidianità l’aggettivo prussiano risulta  sfavorevolissimo. La storia tuttavia è più ampia. Fortunatamente. Tutto ciò che è definito prussiano non può essere inteso solo come militaresco. L’anima prussiana ha una complessità. Ha una ricca vicenda storica  che intercettò pure le libertà illuministiche. Perché, mentre nell’Europa settecentesca la giustizia era scellerata, nella terra prussiana invece la legge era una certezza, i profughi ugonotti venivano accolti e assistiti, il sistema fiscale tentava di essere il più moderno.

Alcuni docenti dicevano che la Prussia fu un esercito con uno Stato, non uno Stato con un esercito. Ma le società andrebbero interpretate interamente. Andrebbe approfondito il tutto con il libro di Hans Joachim Schoeps, ‘Lo spirito prussiano’, pubblicato dalla Oaks editrice. Questo testo del 1964 schiude un’antologia di punti di vista, di citazioni, di esperienze che, per un bilancio storico, dicono come l’anima prussiana non è  “un appiattimento sui valori ‘da caserma’ o una esaltazione della brutalità primitiva.”

Per un primo atavico campione della moralità prussiana, ecco la lettera di un principe elettore Johan Cicero (1486-1499). Ecco emergere il principe che curava le sue proprietà così come provvedeva ai poveri del paese, “Prendi sotto la tua protezione i poveri. Non potrai consolidare meglio il tuo trono di principe che se aiuterai  gli oppressi, se baderai a che i ricchi non sopraffacino gli umili,..” Viaggiando tra i documenti di Schoeps, troviamo l’idea della difesa dei bisognosi, il richiamo ad un originario welfare state, come nella frase di Hans von Seeckt, “La Prussia è stata  uno Stato sociale nel senso migliore del termine. L’assistenza sociale consiste anzitutto nel dare ad ognuno la possibilità di lavorare, di conservare e impiegare le proprie forze,..”

Insomma, una questione di stile sociale. Remoto stile prussiano. O meglio c’era un popolo da sostenere, ciò rappresentava il dovere primario dello Stato. Si comprende di più sfogliando il primo capitolo “Lo stato prussiano e la sua etica” in cui la parola dovere riecheggia in diverse accezioni.  Per secoli i prussiani discussero del tempo dei  doveri che, attenzione, coincideva con la dignità umana. Proprio l’idea del dovere è commentata da Giovanni Sessa, che, nell’introduzione, scrive, “Tale esaltazione della religione dei doveri è ben sintetizzata  su una lapide sepolcrale   della Marca di Brandeburgo: ‘Preferì cadere in disgrazia  quando l’obbedienza non fu più compatibile con l’onore’, il dovere per il dovere, senza alcun riferimento all’utile, senza occhieggiare il profitto, questa è la nobiltà!” E l’elaborazione critica di tale frase spinge a riflettere sulla civiltà del  dovere in un  presente condizionato dai diritti per convenienza di cui le bocche sono piene.

La silloge di Schoeps sa tenere alto  l’interesse del lettore proponendo aneddoti, versi, canzoni di quella terra europea. Vi sono rarità letterarie ritrovate che possono entusiasmare lo studioso di storia della guerra. Versi scritti di sergenti audaci. Parole lanciate nella battaglia e trascritte sui taccuini bruciati dallo zolfo. Come queste, “La palla del moschetto fa un buchetto / La palla del cannone ne fa uno assai più grosso / le palle son fatte  tutte di ferro e piombo / E a qualcuno le palle passano vicino.”

Ritornano le memorie leggendarie imparate a scuola: i fucilieri di Forcadè, la cavalleria prussiana nella battaglia di Jena, poi Clausewitz, von Molthe, von Schlieffen, i generali delle grandi strategie, delle grandi sconfitte, dei destini militari incrociati, delle frasi famose sul letto di morte, “Rinforzate l’ala destra!” Vittorie, sconfitte, uomini che, grazie a Schoeps, scoviamo sinceri. Come in questa citazione del generale von Schlieffen,“Fare molto, non emergere, tenere più ad essere che a sembrare.”

Le parole di von Schlieffen o di von Clausewitz  utilizzate nei manuali di management dei nostri giorni. La ricerca affannosa della felicità di Heinrich von Kleist: al poeta Kleist ogni anno è intitolato il famoso premio per la letteratura tedesca. La Croce di Ferro di Prussia oggi sui mezzi dell’aviazione tedesca, un simbolo mai nato nazional-socialista. In nuce, questo e altro rappresentano la Kultur prussiana da cui trarre considerazioni, per allontanarsi  dalle superficialità di certa storiografia contemporanea che attribuisce, all’esemplarità di una terra, solo significati oscurantisti.

Ora il lettore può incontrare una Prussia cristiana e tradizionalistica che seppe gestire  lo Stato con saggezza; concesse la Costituzione ai suoi sudditi nel 1848; ed ebbe la drammatica speranza di abbattere la tirannide il 20 luglio 1944, quando  i suoi figli tentarono di uccidere Hitler, con “un ultimo puro riflesso dell’antica severa idea prussiana intesa in termini etici.” Nel  capitolo XV, con differenti testimonianze, emerge l’idea di una terra anti-nazista. Julius Evola non era d’accordo perché ricordava che l’aristocrazia prussiana sostenne il nazismo con von Hindenburg. Per tutto ciò, quindi,  la lettura dell’antologia di Schoeps può mettere il lettore nelle condizioni di farsi una sua idea, leggendo questi pensieri dedicati ad una civiltà europea.

Hans Joachim Schoeps, ‘Lo spirito prussiano’ Traduzione di Julius Evola, Oaks editrice, pagg. 270, euro 18.00 – ordinabile  su:  info@oakseditrice.it

editoria

Leo Longanesi

Quando Salvini e la Meloni non erano ancora nati, nacque in Italia, dal grembo de Il Borghese, la Lega dei Fratelli d’Italia. Il padre era naturalmente Leo Longanesi. Sognò di far nascere un movimento nazionale, conservatore, popolare e borghese, che non fosse neofascista, liberale e tantomeno democristiano. Ma fosse seriamente postfascista, giacché notava Longanesi: “la nostra democrazia ha un solo male, ha una sola tara: quella di esistere come avversario del fascismo; essa per vivere non trova altra giustificazione che quella di combattere un fascismo morto con Mussolini. Così assistiamo a una lotta di cadaveri verticali contro un cadavere orizzontale”. Fantastico. Era il 1955 e 63 anni dopo siamo allo stesso punto, anche coi grillini al governo.

Allora come adesso, si avvertiva la necessità di doversi inventare, un movimento che rappresentasse un mondo largo ed escluso, o mal rappresentato, antagonista alla sinistra, al clericalismo e al progressismo. Eravamo nell’era democristiana, i comunisti non erano ancora stati ammessi nell’anticamera dei governi, non esistevano le Regioni, l’Italia si stava riprendendo alla grande almeno sul piano del benessere, aveva trovato un accettabile compromesso col passato fondato sul’oblio, c’era il boom economico e gli italiani figliavano tanto, soprattutto a sud. Cosa dovremmo dire adesso, che il mondo è cambiato, siamo nell’unione europea, il debito è alle stelle, le regioni ci hanno distrutto, siamo pieni di migranti e vuoti di giovani e di élite, l’Italia è più smorta di allora, i figli non se ne fanno più e i morti superano i nati? Che ci vorrebbe una Lega dei Fratelli d’Italia… Ma la Lega c’è e, se nel giro di un mese non mutano ancora gli umori di questo paese psicolabile, è ora addirittura il primo partito. Al suo fianco, piccino e vanamente alla ricerca di una sua visibilità e di un suo ruolo, c’è quel che resta di An e del Msi, denominato Fratelli d’Italia, guidato in realtà da una sorella romanesca, brava e incisiva in tv.

Com’è allora che ci sentiamo rappresentati solo di striscio, e il disagio ancora prevale sull’appartenenza, l’estraneità prevale sulla partecipazione? Dipende dall’età, dalle delusioni collezionate, dall’eterna sindrome scontenta del Depresso Nostalgico che vive imprecando tra le rovine? O c’è qualche buona ragione per sentirsi stranieri a casa propria, più dei migranti e non solo a causa loro? Certo, c’è la soddisfazione nel vedere i perdenti, la sinistra squagliata, l’establishment colto da lievi crisi di panico, i Papi, i Presidenti, gli Illustrissimi che fanno l’opposizione… È un po’ il piacere sadico che provammo con la vittoria di Trump, che fu sopratutto la sconfitta di quell’America padrona, di quelle 4 o 5 famiglie che comandano, di quel mondo liberal, radical, affetto da razzismo etico e culturale. Ma basta la soddisfazione di vedere i perdenti per gioire dei vincenti al governo? Nel nome del populismo inviso ai poteri forti e all’Europa, dobbiamo farci piacere perfino i grillini che sparano ancora ogni giorno minacce a chi sta bene per far godere chi sta male; ma godere solo col rancore, perché se togli i privilegi veri o presunti a uno, non fai star meglio con la redistribuzione egualitaria, cento o mille. Dividi solo briciole di risentimento, appaghi solo l’invidia e il malocchio… Ma noi speriamo, l’occasione è imperdibile, un cambiamento c’è stato, anche se non si capisce la rotta. Il mondo sta svoltando. E si confida, in Salvini e nella sua Lega, coi Fratelli d’Italia in frigorifero. E con l’incertezza se poi ritroveremo un centro-destra a trazione leghista, come si dice; o lo scenario è ormai cambiato e la lotta sarà davvero tra populisti e potentati. Non dite per favore tra élite e popolo, perché un popolo senza élite, senza classe dirigente, senza aristocrazia, non va da nessuna parte. Dite piuttosto oligarchie, sette, potentati senza legittimazione. Oltre i tribuni della plebe ci vogliono le élite capaci.

Ma torniamo alla Lega dei Fratelli d’Italia di Longanesi. Lui era il presidente, il giovane Piero Buscaroli ne era il segretario: due persone totalmente prive di senso politico e organizzativo, a parte libri e giornali. Debuttò con un affollatissimo convegno su “Cos’è la destra in Italia” al teatro Odeon di Milano. Con un discorso “bellissimo e inutile” di Longanesi, dirà Gianna Preda. Scettica come Mario Tedeschi sull’iniziativa. E infatti Longanesi si stancò presto del suo movimento, seccato dalla ressa di delusi, lamentosi, arrabbiati che c’era già allora e che lo incalzava ovunque. E la destra-destra sfumò ancora una volta, sfarinandosi tra missini, monarchici, destra dc e destra liberale. La storia di quell’aborto longanesiano un po’ la racconta Buscaroli ne Una nazione in coma, ripreso da Penne al vetriolo di Alberto Mazzuca (editi ambedue da Minerva). L’epilogo di quell’avventura è una tavolata al Rosati di Roma nel ’57 con Montanelli, Pannunzio, Flaiano, Benedetti. Montanelli, che deve la sua salvezza al suo scetticismo, accusò Longanesi di “averci fatto sedere sulle poltrone più scomode, in guerra con tutti… E tutto questo per difendere il mondo di Longanesi dove non c’era che Longanesi”. Montanelli racconta che lui, Leo, lo ascoltava “con la bocca atteggiata a un risolino compiaciuto. E aveva ragione perché tutte queste accuse contro Longanesi erano la sua apologia”. Così perì la Lega dei Fratelli d’Italia e si salvò il suo Autore. Ma poco dopo, a 52 anni, Longanesi se ne andò, breve e fulminante come sempre. Lasciando molti conti in sospeso e tutti i suoi giocattoli: la casa editrice, il Borghese, la destra, la Lega dei Fratelli d’Italia.

Marcello Veneziani *Da Il Borghese

biblioteca

Maratona di lettura

BIBLIOTECA BASSANI – Giovedi 16 agosto torna la Maratona di lettura

Sarà dedicata alla pace, al disarmo e alla noviolenza la tradizionale ‘Maratona di lettura di ferragosto’ della biblioteca G. Bassani di Ferrara. Giunta quest’anno alla sedicesima edizione, l’iniziativa si svolgerà giovedì 16 agosto dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18.30 nella sede di via Grosoli 42 a Barco.
Il titolo della Maratona “Leggere parole di PACE. Nonviolenza in azione: storie anche ferraresi” vuole in particolare richiamare l’impegno dei ferraresi Silvano Balboni e Pietro Pinna, che hanno dedicato la loro vita contro la guerra, per l’affermazione della pace e della convivenza attraverso la nonviolenza.
Gli stessi nomi di pacifisti che ritroviamo poi protagonisti anche nello spazio espositivo della biblioteca, dove, dal 1°agosto, sono state allestite due mostre raccolte sotto il titolo “Nonviolenza in azione: storie ferraresi. Con Silvano Balboni e Pietro Pinna” a cura di Movimento Nonviolento di Ferrara e Istituto di Storia Contemporanea (visitabili gratuitamente fino all’8 settembre negli orari di apertura della biblioteca: martedì-sabato 9-13; martedì-mercoledì-giovedì 15-18,30; lunedì chiuso).
La partecipazione alla Maratona (consiste nella lettura ad alta voce per la durata di 4/5 minuti di un brano scelto in biblioteca, a casa o in libreria) è libera e senza limiti di età, ma occorre prenotarsi (0532 – 797414) comunicando autore, titolo e orario scelti. I partecipanti dovranno essere iscritti ad una delle biblioteche del Polo Unificato Ferrarese. L’iscrizione è gratuita, potrà essere effettuata direttamente e consente di fruire dei servizi di tutte le biblioteche del sistema.
Per chi desideri preparare un intervento, negli ambienti della biblioteca sono disponibili libri, CD, DVD per adulti e ragazzi (narrativa, saggi, poesie, ecc.) sui temi della Pace, del disarmo e della Nonviolenza.
Immagine maratona: è stato scelto un manifesto tra quelli realizzati con i disegni dei bambini – per il concorso ‘Un poster per la Pace’ in occasione del Weekend della Pace UNESCO 2018 – rielaborati dai ragazzi dell’Istituto Einaudi e gentilmente concessi dal Lions Club Ferrara Estense.

LE MOSTRE: Nonviolenza in azione: storie ferraresi. Con Silvano Balboni e Pietro Pinna”

– 50 anni di Azione nonviolenta

Una copertina per ciascun anno, a partire dal 1964, ripercorre la storia della rivista voluta e fondata da Aldo Capitini della quale Pietro Pinna sempre curò edizione e diffusione e, divenuto direttore responsabile, lo restò fino alla morte.

La rivista, mensile, da qualche anno è divenuta bimestrale con numeri prevalentemente monografici, disponibili anche in versione telematica. Il sitowww.azionenonviolenta.it, attraverso articoli e rubriche, ne costituisce una integrazione più attenta all’attualità.
La mostra offre anche una prospettiva particolare, ispirata alla nonviolenza, su mezzo secolo di storia italiana e non solo.
– Senza offesa – Strategie di opposizione nonviolenta
La mostra consiste di cinque totem e presenta fotografie relative ad azioni del Movimento Nonviolento, fondato nel 1962 da Aldo Capitini e Pietro Pinna, all’indomani della prima marcia Perugia Assisi del 1961.
Il primo, con la riproduzione della testa del corteo della Perugia-Assisi 1961 – tra Italo Calvino e Giovanni Arpino, che reggono lo “striscione”, il cantautore Fausto Amodei – illustra il significato della mostra.
Poi seguono: “Perugia-Assisi. Le marce della pace” (dal 1978 al 2011), “Obiezione di coscienza. Il gruppo di Azione Nonviolenta”, che ricorda l’attività, sotto l’impulso e il coordinamento di Pinna, di un piccolissimo gruppo con l’obiettivo di porre all’attenzione l’obiezione di coscienza e ottenerne il riconoscimento legale, “Antimilitarismo. Le marce. Il 2 giugno e il 4 novembre” documenta alcune delle marce estive condotte in collaborazione con il Partito Radicale dal 1967 al 1976 , “Disarmo War Resisters’ International L’impegno continua”.
Per informazioni: info.bassani@comune.fe.it – tel. 0532 797414 – fax 0532 797417
Tutti sono invitati a leggere o anche al solo piacere dell’ascolto.
Locandina maratona e mostre “Leggere parole di pace”

maratona_e_mostre_2018.pdf

Link alla pagina di CronacaComune
http://www.cronacacomune.it/notizie/34214/agosto-di-pace-alla-biblioteca-g-bassani-di-ferrara.html

fantascienza

Non importa

Giorgio Cicogna è stato uno dei precursori della fantascienza italiana, importante soprattutto in quanto una figura quasi unica di scienziato-scrittore. Sebbene gli si debba una sola opera, una raccolta di racconti, il suo nome è stato regolarmente citato in tutte le storie della fantascienza nel nostro Paese. Molto probabilmente nella maggior parte dei casi si è trattato di citazioni di seconda mano, cioè riprese dalle trattazioni precedenti, perché la sua opera è stata per lunghi anni indisponibile e le poche copie sopravvissute del suo libro in mano a collezionisti. Solo nel 2012 il suo testo è stato ripubblicato permettendone così la conoscenza diretta.
Nato a Venezia da famiglia nobile (fra i suoi antenati pure un doge) intraprese la carriera militare dopo aver frequentato l’Accademia Navale di Livorno, partecipò alla Prima Guerra Mondiale come comandante di un sommergibile e si congedò nel 1929, occupandosi come addetto alla propaganda di un’industria ma dedicando tempo sia alla scrittura che all’attività di scienziato. In questo campo aveva già inventato l’idrofono, uno scandaglio acustico per rilevare la presenza di sottomarini, mentre nel 1931 vinse un premio del C.N.R per l’invenzione di un segnalatore di rotta che premetteva alle navi di annunciare reciprocamente la loro presenza nella nebbia (che fu lodato anche da Marconi). Stava lavorando a Torino alla messa a punto di un motore a reazione quando un’esplosione dello stesso mise fine alla sua esistenza, a poco più di 33 anni.

Le sue uniche opere pubblicate, entrambe nel 1931 ed entrambe per la casa editrice L’Eroica, furono una raccolta poetica e una antologia di racconti, che ebbero molto successo e il plauso di personalità quali Elsa Morante. Se anche nelle poesie dei Canti per i nostri giorni possiamo ritrovare il tentativo di coniugare due mondi apparentemente distanti, quello della letteratura e quello della scienza (indicative liriche quali “Inno alla matematica”, la leopardiana “Alla natura” o “Lo stelo d’oro” indirizzata agli uomini del futuro) è nei racconti de I ciechi e le stelle che questo rapporto viene meglio analizzato.

ciechi-stelleIl tratto comune dei racconti è l’aspirazione, derivata dalla sua formazione tipicamente positivista e forse anche al coevo movimento del Futurismo, da parte dell’uomo a superare i limiti della natura salvo poi arrendersi alla consapevolezza che l’universo è molto più grande e misterioso. E tuttavia l’uomo non deve arrendersi, deve andare avanti anche con la forza della fantasia. Così non importa se Alvise il protagonista di “L’uomo, la donna e i bambini”, vede il suo esperimento di vita artificiale distrutto dai figli che scambiano quella specie di medusa per un rospo; non importa se Cubra di “Beffa del cielo”, inventore di un telescopio potentissimo, viene deriso dagli incompetenti; non importa se il Màtter di “Asse del Mondo” che ha trovato il modo di raddrizzare l’asse terrestre venga prima osannato e poi dimenticato. Come dice di “Quen-lì” del racconto omonimo, ultimo discendente di una razza cinesa che decide di andare in catalessi e risvegliarsi fra trecento anni: Forse allora potrà trovare l’evoluzione degli uomini più avanzata, potrà trovare un ambiente che gli permetta di vivere senza soffrire. Bisogna andare avanti mantenendo la speranza. In altri racconti Cicogna ci narra di un abitante di Saturno che giunge sulla Terra e con la forza del suo magnetismo uccide uno scienziato e ne fa impazzire un altro, trovando poi ospitalità nel corpo del direttore dell’istituto che però crede agli spiriti (“I due resconti”); oppure della civiltà creatasi nelle caverne sottomarine dopo che l’oceano ha coperto l’America e che ambisce a ritrovare il Cielo, chiamato “Ovigdòi” (titolo del racconto).

Come si vede Cicogna si cimenta un po’ in tutte le branche della scienza, spaziando dalla fisica all’astronomia, dalla biochimica all’ecologia, mantenendo però il ruolo centrale dell’uomo, e proprio questo gli merita il titolo di pioniere della fantascienza italiana. Certo il suo linguaggio è aulico e poco adatto ai nostri tempi e la costruzione dei racconti, che pure gli valse il plauso di Salvator Gotta, oggi è da considerarsi inadeguata, ma restano il fascino del suo approccio al tema, che riesce a coinvvolgere il lettore, e la profondità delle sue riflessioni sulla natura umana. Come scrive lui stesso nello scritto autobiografico Scienza e poesia, pubblicato in appendice all’edizione 2012 della sua raccolta (che contiene anche un racconto inedito, “Il muro”): bisogna «proiettare lungo le vie dell’infinito il nostro desiderio di soprannaturale, e cercare di spegnere la nostra sete con l’acqua della conoscenza». (GFP)

Bibliografia
I ciechi e le stelle (1931), Incontri Editrice, 2012

Gian Filippo Pizzo

http://andromedasf.altervista.org/giorgio-cicogna-un-precursore-della-fantascienza-italiana/