libri, scuola

L’insegnamento dell’ignoranza

L’insegnamento dell’igno­ranza implicherà necessariamente che li si rieduchi, cioè che li si obblighi a “lavorare diversamente”, sotto il dispotismo illuminato di un’armata potente e ben organizzata di esperti in “scienze dell’educa­zione”. Il compito fondamentale di questi esperti sarà quello di definire e d’imporre (con tutti i mezzi di cui dispone un’istituzione gerarchica per assi­curarsi la sottomissione di coloro che ne dipen­dono) le condizioni pedagogiche e materiali di ciò che Guy Debord chiamava “dissoluzione della logica”40: ovvero la “perdita detta possibilità di rico­noscere istantaneamente ciò che è importante, ciò che lo è meno o ciò che non c’entra per nulla; ciò che è compatìbile o, inversamente, potrebbe essere complementare; tutto ciò che una tale conseguenza implica e ciò che, allo stesso tempo, essa vieta”. Un allievo formato in questo modo, aggiunge Debord, si troverà “fin dall’ini­zio al servizio dell’ordine stabilito, quando le sue intenzioni potevano essere completamente con­trarie a questo risultato. Egli conoscerà essenzial­mente il linguaggio dello spettacolo, il solo ad es­sergli familiare: l’unico in cui gli è stato insegna­li) a parlare. Egli vorrà forse mostrarsi nemico della sua retorica, ma utilizzerà la sua sintassi”41. Per quanto riguarda l’eliminazione di ogni common decency, cioè la necessità di trasformare l’al­lievo in consumatore incivile e, all’occorenza, vio­lento, è questo un compito che pone sicuramente meno problemi. Basta vietare qualsiasi disposizio­ne civica e sostituirla con una forma qualunque di educazione cittadina 42, ovvero con un polpettone concettuale talmente facile da diffondere che non tara che duplicare il discorso dominante dei me­dia e del mondo dello spettacolo; si potranno ugual­mente fabbricare in serie dei consumatori di diritto, intolleranti, litigiosi e politicamente corretti, che saranno proprio per questo facilmente manipolatali e presenteranno il vantaggio non trascurabile di poter arricchire., all’occorrenza, secondo l’esempio americano, i grandi studi di avvocati.
Gli obiettivi assegnati a quel che resterà della Scuola pubblica suppongono a lungo o a breve termine una doppia e decisiva trasformazione. Da una parte, quella degli insegnanti, che dovranno abbandonare lo status attuale di soggetti a cui si attribuisce un sapere per rivestire quello di anima­tori di diverse attività dell’area espressiva o trasver­sali, di percorsi pedagogici o dì forum” di discussione (concepiti, non c’è nemmeno bisogno di dirlo, su modello dei talk-show televisivi); animatori che saranno preposti, al fine di renderne redditizio l’uso, a diversi compiti materiali o di sostegno psi­cologico. D’altra parte, quella della Scuola in luo­go di vita democratico e gioioso, allo stesso tempo giardino d’infanzia cittadino — in cui l’animazio­ne delle feste (anniversario dell’abolizione della schiavitù, nascita di Victor Hugo, Halloween…) potrà essere affidata con profitto alle associazio­ni dei genitori più desiderosi & impegnarsi ~ e spa­zio liberalmente aperto a tutti i rappresentanti del­la città (militanti di associazioni, militari in pen­sione, impresari, giocolieri, mangiafuoco ecc.) e a tutte le merci tecnologiche o culturali che le grandi aziende, ormai partner espliciti dell’“atto educativo”, giudicheranno eccellente vendere ai diversi partecipanti. Penso che a qualcuno verrà
anche in mente di collocare all’ingresso di questo grande parco di divertimenti scolastici dei dispositivi elettronici molto semplici, programmati per rive­lare l’eventuale presenza di oggetti metallici.

40 Guy Debord, La società dello spettacolo. Commentare alla soaetà della spettacolo, Baldini&Castoldi, Milano 1992. Si tratta vale la pena notarlo, di una vera rivoluzione culturale poiché’ come precisa Debord, fino a poco tempo fa, “quasi tutti pensa­vano con un minimo di logica, con l’eclatante eccezione dei cretini e del militanti” (p. 39). In questo senso si potrebbe dire che la riforma scolastica ideale da una prospettiva capitalista è quella che riuscirebbe a più rapidamente possibile a trasformare ogni liceale e ogni studente universitario in un cretino militante
41 Guy Debord, cit., p. 40.
42 Quando la classe dominante si sforza di inventare una parola (“cittadino” impiegato come aggettiva) e d’imporne l’uso, anche se esiste, nel linguaggio corrente, un termine perfetta­mente sinonimo (civico) e il cui senso è completamente chiaro, chiunque abbia letto Orwell capisce immediatamente che la nuova parola dovrà in pratica significare l’esatto contrario della precedente. Ad esempio, aiutare una vecchietta ad attraversare la strada è stato fino ad oggi un atto civico elementare. Oggi potrebbe accadere che il fatto di picchiarla per rubarle la borsa rappresenti più che altro (con, bisogna dirlo, un po’ di buona volontà sociologica) una forma ancora un po’ ingenua di protesta con­tro l’esclusione e l’ingiustizia sociale, e costituisca, per questa ragione, l’embrione di un gesto cittadino.

Jean-Claude Michéa, L’insegnamento dell’ignoranza, 2005 Metauro Edizioni pp.46-49

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