storia

Le invasioni barbariche

E lo fa a partire dalla ristampa di un saggio francese sugli ultimi due secoli dell’Impero, il cui enorme successo di vendite fa ancora sperare che non tutti abbiano messo il cervello all’ammasso: “Gli ultimi giorni dell’Impero romano”, di Michel De Jaeghere (LEG). La tesi di De Jaeghere è che Roma ha condannato se stessa alla rovina quando ha abbandonato le sue virtù primigenie: pietas, l’adesione alla legge degli antichi e degli Dei, e fides, la virtù del rispetto della parola e della benevolenza verso i deboli e gli sconfitti.

Un abbandono che è avvenuto molto prima della caduta. Già alla fine della Repubblica se ne avvertivano gli effetti, che man mano aumentarono con l’Impero, perfino nel secolo d’oro degli Antonini: scarsa natalità (difetto di pietas, poiché non si considera più l’avere un figlio come l’assolvimento di un dovere verso i genitori, verso gli antenati e verso la Patria), disaffezione per le armi (difetto di pietas, poiché si preferisce l’egoistica vita borghese alla difesa della patria), corruzione (difetto di fides, poiché si perde il senso dell’onore) e ancora fine della volontà di espansione dell’Impero (difetto di fides, poiché si rinuncia alla missione civilizzatrice di Roma).

Il combinato disposto di questi vizi trasformò l’Impero in un gigante malato, la cui cura – spiega l’articolo di Emanuele Mastrangelo – fu peggiore del male: l’immigrazione di milioni di barbari all’interno del Limes. “I barbari fanno i lavori che i romani non vogliono più fare”, un refrain vero allora come oggi. I barbari furono la risposta al calo demografico, alla mancanza di braccia per le legioni (una vera industria, non solo una forza armata da tenere in caserma) e per l’agricoltura, alla corruzione delle classi dirigenti e al loro ripiegarsi sugli affari privati a discapito della res publica. Ma la medicina fu una droga: ben lontana dal risolvere i problemi li incancrenì e i “medici” di allora – come quelli di oggi – non ebbero migliore idea che aumentarne le quantità. Finché l’overdose fatale non condusse a morte il paziente…

http://www.storiainrete.com/11546/edicola/storia-in-rete-n-132-134-ottobre-dicembre-2016/

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