sociologia

La mancanza di benessere sociale

Siamo senza benessere sociale. In primo luogo questa affermazione ha il valore di una constatazione, di uno stato di fatto. Se infatti si esaminano tre grandi aree della vita sociale, quella delle condizioni di vita, quella dei rapporti sociali, quella della cultura e della comunicazione si constata che L’era della globalizzazione ri­flessiva o era planetaria comporta l’aprirsi di un insieme di nuovi rischi, ossia di minacce inedite sia in termini quantitativi (ad esempio, 800 milioni di poveri sotto il livello di sussistenza, secondo le stime Onu) sia sul piano qualitativo (vale a dire la comparsa di problematiche, malesseri, disagi, patologie non presenti finora in questa forma e complessità).
Vi sono tuttavia altre ragioni che giustificano questo titolo e la tesi che sottende. Infatti l’idea di un benessere costruito collettivamente e di una ricaduta del benessere sociale sullo “star bene” personale non è più al centro dell’interesse tanto in termini culturali, quanto in termini politici. Si può anzi parlare di una vera e pro­pria eclissi o scomparsa dal momento in cui la crisi del welfare state sta portando non verso una welfare society, come si era ipotizzato (Saraceno 1997, Tognetti 2000), ma verso quella che viene definita come “società del rischio”, “società globalizzata”, “società dell’informazione”, “società della conoscenza”, “società degli individui”, “postmodernità” e via dicendo. Mentre l’epopea dello sviluppo del wel­fare nel corso del novecento, che ha visto il suo culmine fra gli anni settanta e ot­tanta, si basava sul presupposto che il benessere individuale fosse strettamente di­pendente da quello collettivo, nell’attuale era planetaria si diffonde l’idea che il be­nessere individuale sia concorrenziale verso quello altrui e, ancor più, che esso vada sacrificato al godimento di beni posizionali, tanto materiali quanto simbolici. L’ altro assume le caratteristiche del concorrente nel campo del lavoro, in quello dei consumi, in quello delle conoscenze, in quello della ripartizione delle risorse pubbliche; l’altro è estraneo (non conosciuto), spesso straniero (non appartenen­te), mobile (non radicato in un territorio), flessibile (non legato a modi di vita pre­fissati), diverso (non condividente determinati habitus culturali).

Marco Ingrosso

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