convegno, Letteratura

I 30 anni di Neuromante

La letteratura conserva il suo potere ammonitore anche ai tempi di Internet, e avremmo dovuto capire prima quanto le storie di Gibson ci fossero vicine. Non dimenticherò mai un corso di comunicazione che frequentai quindici anni fa. Il funzionario di una grossa casa editrice tenne una lezione sulle nuove tecnologie. Disse che grazie alla posta elettronica e all’impaginazione su computer (allora due novità) per fare i libri si sarebbe risparmiato il 30% del tempo. Tutti rimanemmo ammirati. Soltanto una ragazza – capelli viola e Neuromante sulle ginocchia – alzò la mano e chiese: “mi scusi, ma vi pagano il 30% di più?”. “No”. “Lavorate il 30% di meno?” “Al contrario”, rispose il funzionario. “E allora”, concluse la ragazza con un sorriso di disprezzo, “qualcuno, da qualche parte” (laggiù, nel cyberspazio) “vi sta fregando senza che ve ne accorgiate”.(grassetto nostro)

Nicola Lagioia

http://www.minimaetmoralia.it/wp/laggiu-nel-cyberspazio-qualcuno-ti-sta-fottendo-i-30-anni-di-neuromante/

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sociologia

Status e ruolo

Quali siano le caratteristiche e le differenze lo spiega bene la Prof.ssa Gabriella Giudici in

http://gabriellagiudici.it/status-e-ruolo/#more-28692

cui acclude un video di esercitazione per i suoi alunni:

Nel video, uno spezzone de Il massacro del Forte Apache di John Ford, va in scena una serie di conflitti inter-ruolo e di dominio territoriale che vengono segnalati dalla comunicazione verbale e non verbale dei personaggi. La scena si svolge nell’alloggio del Sergente O’Rourke (spazio territoriale della famiglia O’Rourke). All’inizio, seduti attorno al tavolo, sono presenti  i componenti della famiglia che è composta dal Sergente Maggiore Michael O’Rourke (marito e padre); Emily Collingwood (moglie e madre) e dal Luogotenente Michael Shannon, “Mickey” O’Rourke  (il figlio).

Bussa alla porta ed entra Philadelphia Thursday (figlia del Tenente Colonnello Owen Thursday che comanda  il forte) ed infine arriva come una furia, preannunciato da una terrorizzata inserviente, il Tenente Colonnello Owen Thursday. Nell’episodio, Michael O’Rourke è il padre, il marito e il “capo della casa, che funge da alloggio privato” ma, secondo la gerarchia militare del forte è, tra i  presenti, il soldato di grado inferiore. Michael Shannon O’Rourke, figlio di Michael ed Emily e spasimante ricambiato di Philly, è fresco di accademia militare ed ha un grado superiore a quello del padre ed è un sottoposto del Tenente Colonnello Owen Thursday. Il Tenente Colonnello Owen Thursday è il padre vedovo di Philly e l’ufficiale più alto in grado di Fort Apache, ma nell’alloggio è un ospite. Emily Collingwood è la padrona di casa, la moglie e la madre di due militari ed ex amica della madre di Philly che è morta.

fotografia

I ragazzi del ’77

Una Storia condivisa su Facebook

Libro I Ragazzi del '77Enrico Scuro
con la collaborazione di Marzia Bisognin e Paolo Ricci
Baskerville-SonicPress Editori, 2011

 

Da un album fotografico sul ‘77 a Bologna, pubblicato quasi per caso su Facebook da Enrico Scuro, è nato un fenomeno che ha coinvolto e appassionato un migliaio di persone. Una comunità che sembrava dispersa nel tempo, si è ritrovata nella piazza virtuale del social network, ricreando quella speciale dimensione umana che era la piazza reale degli anni Settanta: le case porti di mare, la vita quotidiana come evento collettivo, il modo di vestire, amare, sentire, parlare. E poi la politica, la novità del linguaggio di Radio Alice, i viaggi in India, le feste giovanili, i concerti rock, il teatro in piazza.
Con più di 1200 foto, corredate da migliaia di commenti, riflessioni, ricordi, il libro I Ragazzi del ‘77 ricostruisce questa singolare esperienza condivisa su Facebook, e racconta un’epopea del passato con gli occhi del presente.

Enrico Scuro
con la collaborazione di Marzia Bisognin e Paolo Ricci
Baskerville e SonicPress Editori
544 pagine, 1272 fotografie, formato 29×21 cm

Viaggi

Reportage

Forse i reportage più belli di Tommaso Besozzi sono quelli scritti dall’Africa, in seguito  raccolti nel volume Il sogno del settimo viaggio, pubblicato da Fazi nel 1999.

Come recita il titolo del primo pezzo, inserito anche nel meridiano Scrittori italiani di viaggio, Besozzi era attratto innanzitutto dalle mille peripezie de I disperati dell’Africa orientale. Cioè, dice il sottotitolo, da “Come vivono i camionisti italiani tra gli avanzi dell’impero sulle strade tra Addis Abeba e Gondar”.

Sono gli “insabbiati”, gli ultimi rappresentanti di un mondo coloniale in putrefazione. Coloro i quali, dopo la fine della guerra, si sono arenati in Africa, non volendo o non potendo fare ritorno in Italia. L’assurdità della loro vita è racchiusa da Besozzi in poche righe: “Nel 1940 gli autocarri veloci che trasportavano la frutta impiegavano trentasei ore a compiere il tragitto Asmara-Addis Abeba, che è di 1075 chilometri. Oggi, se tutto va bene, un autotreno impiega un mese tra l’andata e il ritorno. Ma quel ‘tutto va bene’ è un po’ come il dodici alla Sisal.”

Il viaggio in realtà dura molti mesi in più. Non ci sono più strade che siano tali, non c’è più asfalto, i ponti sono crollati, le pietre spuntano aguzze metro dopo metro. Attraversare l’Africa orientale vuol dire viaggiare a 3-4 chilometri all’ora, quando non si è costretti a fermarsi per giorni interi.

Il tempo non conta più, è una variabile impazzita. Eppure sono ancora diverse centinaia i camionisti “insabbiati”, legati ai loro camion (la loro unica fonte di sostentamento, arenatasi con loro nei dintorni di Asmara). I reportage di Besozzi diventeranno un modello per quei pochissimi giornalisti e scrittori che proveranno a narrare il nostro post-colonialismo. Nelle sue pagine non c’è né il trionfalismo del passato, né l’esotismo o l’orientalismo di tante scritture di viaggio. L’Africa in fondo non gli interessa se non come immenso scenario tragico. I protagonisti che escono dalla sua penna sono questi antieroi melanconici, ultimi epigoni di un’Italia scomparsa, che non hanno più alcun rapporto con la nuova Italia.

estratto da http://www.minimaetmoralia.it/wp/tommaso-besozzi/

autori

Veblen: La teoria della classe agiata

di Mario Tronti
veblencover.jpgveblen.jpgVi ricordate la conversazione tra Mrs e Mr Bridge nel film di Ivory? Dice lei, con il libro in mano: «Mi stavo chiedendo se hai mai letto Veblen. – Chi? – Thorstein Veblen, La teoria della classe agiata». Dice lui, in poltrona: «Senti, ho avuto una giornataccia. Non posso passare la serata a parlare di un socialista svitato … ». Ecco. Forse non si può ripetere tale e quale la definizione di Wright Mills: «Thorstein Veblen è il miglior critico dell’America che l’America abbia prodotto». Bisognerebbe dire oggi: è uno dei migliori. Comunque, senz’altro vera, e più attuale che mai, è quest’altra definizione di Wright Mills: «Thorstein Veblen si rese conto che il mondo in cui viveva era dominato da quello che si potrebbe il “realismo dei pazzi”.» Stiamo parlando di un libro, un classico delle scienze sociali ma anche degli studi storici del Novecento, che compie cento anni, appunto La teoria della classe agiata, ripubblicato da Comunità, nella stessa traduzione Einaudi di Ferrarotti, risalente a cinquant’anni fa.

Un testo dunque che ha circolato nella nostra cultura, ma che forse ha inciso nelle sue pieghe meni di quanto avrebbe dovuto. Il riformismo debole di casa nostra non ha trovato il coraggio nemmeno di riferirsi a questa anticipata critica interna delle società affluenti, attraverso il racconto dello stile di vita delle classi dirigenti.
Perché questo è il discorso. «. Il termine “agiatezza” come qui è usato, non indica ignavia né ozio. Ciò che esso indica è un consumo, non produttivo di tempo. Il tempo è speso senza un lavoro produttivo. 1) per un senso di indegnità del lavoro produttivo, e 2) come un segno della capacità finanziaria di condurre una vita oziosa». Il termine di «classe agiata» viene da lontano. Si trova già nei più alti gradi della civiltà barbarica.
Comprende guerrieri e sacerdoti, anzi classi nobili e sacerdotali, insieme a molti elementi del loro seguito. « … L’istituzione di una classe agiata è emersa gradualmente durante il trapasso dal primitivo stato selvaggio alla barbarie; o più precisamente, durante il trapasso da un’abitudine di vita pacifica a un’altra costantemente bellicosa». La distinzione tra occupazioni industriali e non industriali «è una forma derivata della distinzione barbarica fra impresa gloriosa e lavoro degradante». Due classi, «delle gesta e dell’industria»: gesta e acquisto per rapina da una parte, occupazione industriale dall’altra, come distinzione antagonistica. «Non c’è nessun momento nell’evoluzione culturale prima del quale non si incontri la lotta… Così è impraticabile una civiltà di rapina nei tempi antichi, finché le armi non si sono sviluppate a un punto tale da fare dell’uomo un animale temibile». Poi, «nell’ulteriore evoluzione culturale il sorgere di una classe agiata coincide con l’inizio della proprietà».

Leggi tutto su http://www.carmillaonline.com/2004/02/05/veblen-la-teoria-della-classe-agiata/

Mario Tronti

Militante del Partito Comunista Italiano durante gli anni cinquanta, fu con Raniero Panzieri tra i fondatori della rivista Quaderni Rossi, da cui si separò nel 1963 per fondare la rivista Classe operaia, della quale fu il direttore. Questo percorso lo portò ad allontanarsi dal PCI, pur senza mai uscirne formalmente, e ad animare l’esperienza radicale dell’operaismo. Tale esperienza, che va considerata per molti versi la matrice della nuova sinistra degli anni sessanta, si caratterizzava per il fatto di mettere in discussione le tradizionali organizzazioni del movimento operaio (partito e sindacato) e di collegarsi direttamente, senza intermediazioni, alla classe in sé e alle lotte di fabbrica.

Eletto senatore nel 2013 nelle liste del PD

Argomenti vari, autori

Autori, editori, distributori

Gli autori avranno certamente firmato contratti, ma con il loro editore (Hachette o i suoi imprint, in questo caso) e non con Amazon. In quei contratti si saranno stabiliti anticipi e royalty sulle copie, non il prezzo di vendita finale, che decide l’editore; e infatti qui il merito nella questione sta negli accordi tra gruppi editoriali e Amazon sul prezzo di vendita degli e-book (tanto per stare in argomento: poi Bezos sconta anche il cartaceo, ma non come sconta, o vorrebbe scontare, l’e-book). Mi stupirei, inoltre, se i contratti firmati tra editori e autori lasciassero a questi ultimi voce in capitolo sui canali di vendita: vale a dire che non sono certa possano rifiutarsi di essere venduti su Amazon. Non voglio dire che sia impossibile, se un autore vende bene ha un certo potere contrattuale che potrebbe comprendere anche questo tipo di libertà, ma non so se possa esercitarla a posteriori.

A ogni modo, da cliente Amazon (COMING OUT!) e da traduttrice sottopagata e il cui diritto d’autore viene costantemente calpestato, penso che il pesce puzzi dalla testa, cioè IMHO fin dalle norme nazionali in materia di industria culturale, che non si sono preoccupate dell’effetto che avrebbero avuto le grandi concentrazioni di potere economico in un settore con caratteristiche diverse rispetto a quello dei salumi o delle piastrelle. È vero che Amazon ha contribuito alle chiusure di librai indipendenti, ma vi hanno contribuito anche tutti i grandi editori – almeno italiani – ai quali si è permesso di diventare distributori e librai di catena, con i bei risultati che vediamo in termini di qualità: sempre più libri, sempre più brutti e inutili, a fronte di grandi difficoltà nel trovare le produzioni ancora indipendenti. (@Franca: giusto, l’editore è una cosa e il libraio un’altra, ma nel caso di Mondadori e Feltrinelli tutti vanno ad arricchire tutti. O nessuno, giacché l’editoria italiana si dibatte in una crisi di fatturati spaventosa–dice).

Ed è vero che Amazon ha contribuito alla diffusione di un lettore di e-book con certe caratteristiche (e certi svantaggi, come anche certi vantaggi). Però i soldi per svilupparlo, promuoverlo e commercializzarlo ce li hanno messi loro, perché non avrebbero dovuto cercare di diffonderlo? E d’altro canto, tutti sanno che esistono software di conversione tra formati non-Kindle e il formato .mobi (anche se non sarò certo io a farne i nomi…), quindi non è precisamente vero che Kindle può leggere solo libri venduti da Bezos. Ovunque si è permesso che Amazon diventasse il gigante che è diventato, senza osare mettere il naso, per esempio, nelle sue modalità di relazione industriale: se ne parla, di questi operai-schiavi, ma è difficile capire se qualcuno stia tentando di fare qualcosa. (A margine, in Europa gli unici a dire ALT all’ultima emanazione di Amazon, vale a dire AmazonCrossing, perché proponeva e propone contratti inaccettabili, sono stati proprio i traduttori.)

Se il libro è un prodotto come un altro, e il suo mercato un mercato come un altro, allora sì, certo, che editori e librai se la cavino da soli, s’inventino qualcosa per arginare il Colosso e – gli editori soprattutto – la smettano di piatire sovvenzioni pubbliche. Ma se invece il libro (prodotto d’arte e artigianato insieme, inutile fare finta di no) è una cosa diversa, allora il suo destino non può essere lasciato in mano alla finanza, ai “manager” (che in editoria fan più danni della grandine) e a Jeff Bezos. Solo che ci vuole un coraggio politico che passi molto, molto sopra la testa di tutti i soggetti coinvolti, e che purtroppo non vedo da nessuna parte.

Isabella Zani in http://www.minimaetmoralia.it/wp/mille-scrittori-contro-amazon-ecco-la-lettera-aperta-pubblicata-stamattina-sul-new-york-times/

sociologia

Pareto

A partire da Weber e Pareto, i sociologi della prima metà del novecento appaiono disillusi circa le possibilità della ragione di costruire un modo migliore.

Karl Mannheim (1893 - 1947)Karl Mannheim (1893 – 1947)

Tra questi, oltre a Pareto, secondo il quale buona parte delle azioni compiute dagli uomini sono non-logicheintendendo per logiche quelle che uniscono in modo razionale «i mezzi ai fini», e quelle in cui il fine soggettivo coincide con quello oggettivo – si può citare Robert Michels – un elitista, come Pareto – il quale evidenziò tra i primi i limiti della rappresentanza democratica, attraverso un’analisi della progressiva autonomizzazione delle oligarchie di partito dalla base e lo sviluppo di una cultura d’élite in conflitto con gli interessi dei rappresentati; e Karl Mannheim, che travolse il mito positivista della scienza neutrale, evidenziando come ogni teoria in campo sociale fosse ideologica, cioè parziale e orientata alla difesa di determinati interessi a danno di altri.

 

Le azioni non-logiche e la teoria della circolazione delle élite

Il marchese di Salina: se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi Il marchese di Salina: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi

La riflessione di Pareto inizia con l’osservazione che, dal punto di vista di chi agisce, le azioni appaiono logiche, perché le persone tendono a giustificarle con motivazioni razionali. Ad un esame obiettivo, esse però rivelano la mancanza di consequenzialità tra fini e mezzi:

Per i marinai greci, i sacrifizi a Posidone e l’azione di remare erano mezzi egualmente logici per navigare […] Gli uomini hanno una tendenza spiccatissima a dare una vernice logica alle loro azioni.

Secondo Pareto gli studiosi di politica e di scienze sociali hanno trascurato le azioni non-logiche e si sono concentrati su quelle logiche o sulle razionalizzazioni degli individui. Se si vogliono capire gli equilibri sociali effettivi, è però necessario studiare le azioni non-logiche. Pareto ritiene che la spinta principale all’azione venga da quelli che chiama residui, che sono istinti ereditati su base biologica e determinano l’inclinazione umana a fare accostamenti e combinazioni, a riunirsi e vivere in società, a manifestare con il comportamento i propri sentimenti, ad appropriarsi di ciò che è utile ecc.. Intorno ai residui si aggregano i principi di giustificazione, individuati nei sentimenti, nell’autorità, ecc. che Pareto chiama derivazioni. Questo, in sintesi, è il meccanismo di formazione delle azioni non-logiche, la gran parte delle azioni umane, prodotte in modo difforme a procedure razionali ideali.

estratto da : http://gabriellagiudici.it/pareto/

Società, sociologia

Max Weber

Prima di Weber, Comte aveva guardato alla società nel suo complesso, considerandola un’organismo e distinguendovi una struttura e una dinamica; Marx aveva centrato l’attenzione sulle classi sociali, sulle disuguaglianze e i conflitti tra classi; Durkheim aveva colto che la società è al tempo stesso fuori degli individui e dentro di essi, concentrandosi però sul lato esterno, sulle realtà e sui fatti sociali. Anche Weber osserva le strutture, i processi sociali e i fatti sociali, ma gli elementi fondamentali della sua sociologia sono le azioni individuali dalla cui comprensione la ricerca sociologica comincia sempre.

L’azione sociale è tale solo in quanto è dotata di senso, cioè ha una motivazione che è presente a chi la compie.  In base a tale motivazione, si può agire socialmente:

Kamikaze. Azione razionale rispetto al valoreKamikaze. Azione razionale rispetto al valore

1. in modo razionale rispetto allo scopo [l’individuo utilizza oggetti del mondo esterno e altri uomini come mezzi per scopi voluti e considerati razionalmente];
2. in modo razionale rispetto al valore [l’individuo agisce consapevolmente in base a credenze o valori etici, estetici, religiosi, prescindendo dalle conseguenze;
3. affettivamente [l’azione è motivata da affetti e stati del sentire];
4. tradizionalmente [l’azione è spiegata da un’abitudine acquisita].

inquinamentoRazionalità capitalistico-industriale

Nella società capitalistico-industriale prevale il tipo di razionalità orientato allo scopo, cioè una razionalità strumentale che guarda all’efficienza dei mezzi più che al valore del fine.

estratto da http://gabriellagiudici.it/weber/

Società

La sociologia come scienza

Émile Durkheim ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo della sociologia come scienza, alimentando un dibattito serrato sull’autonomia della disciplina dalla filosofia e dalle altre scienze umane e dandole dignità accademica, insegnandola per primo all’Università di Bordeaux (1857) – il corso prese il nome di Sciences sociales –, poi alla Sorbonne (1902), dove tenne fino al 1911 importanti corsi sull’educazione [L’éducation morale, 1902-3; L’évolution pédagogique en France, 1904-5; Éducation et société, 1922] da una prospettiva sociologica.

Negli anni, Durkheim ha concepito sempre più la sociologia come una scienza empirica ed esatta. Lo studioso ha insistito, in particolare, sulla specificità del suo oggetto di studio rispetto a ciò di cui si occupano le altre scienze. La realtà sociale, infatti, è irriducibile agli individui e li trascende, esercitando su di loro un’influenza irresistibile, imponendosi sulla loro volontà. Tale influenza, infine, ha caratteristiche distintive, perché penetra nella coscienza degli individui, instilla loro convinzioni che vengono, più o meno consapevolmente, interiorizzate e ne guida i comportamenti. La società, infatti,

«oltrepassa le coscienze individuali, e nello stesso tempo è loro immanente»,

sta al di fuori e al di sopra degli individui, ma anche dentro le loro teste.

Leggi tutto su: http://gabriellagiudici.it/durkheim/#more-28536