geopolitica

Eurasia 1/2011

È uscito il numero 1/2011 della rivista di geopolitica “Eurasia”, intitolato */LA CERNIERA MEDITERRANEO-CENTRASIATICA/* <http://www.eurasia-rivista.org/la-cerniera-mediterraneo-centrasiatica/9532/>.

Il volume, composto di 31 articoli su 278 pagine, tratta della valenza geopolitica della regione che dal Mediterraneo giunge all’Asia Centrale passando per il Vicino Oriente, fungendo da cerniera tra l’Europa, l’Eurasia russa e l’Asia Orientale.

Ecco di seguito l’elenco ed un breve sommario di ciascuno degli articoli contenuti in questo numero.

*Tiberio Graziani, /Mediterraneo e Asia Centrale: le cerniere dell’Eurasia/ <http://www.eurasia-rivista.org/9539/mediterraneo-e-asia-centrale-le-cerniere-delleurasia/>*

La transizione dal sistema unipolare a quello multipolare genera tensioni in due particolari aree della massa eurasiatica: il Mediterraneo e l’Asia Centrale. Il processo di consolidamento del policentrismo sembra subire una impasse causata dall’atteggiamento “regionalista” assunto dalle potenze eurasiatiche. L’individuazione di un unico grande spazio mediterraneo-centroasiatico, quale funzionale cerniera della massa euroafroasiatica, fornirebbe elementi operativi
all’integrazione eurasiatica.

/T. Graziani è direttore di “Eurasia” e presidente dell’IsAG/

*Aldo C. Marturano, */*I Bulgari dimenticati*/

Sin dal primo Medioevo la steppa e i suoi popoli ebbero un ruolo sconvolgente con i loro transiti verso l’Europa sia nella trasformazione e nella divisione dell’Impero Romano sia nella costituzione dei primi stati occidentali influendo, molto positivamente, sulle comunicazioni con la grande Asia e col nordest d’Europa. In particolare dobbiamo riconoscere alla pianura russa d’aver agito da tramite geografico, commerciale e culturale, e non solo logistico.

/A. Marturano è autore di numerosi libri sulla Russia/

*Claudio Mutti, */*Ananda K. Coomaraswamy e l’unità dell’Eurasia*/

Facendo ricorso ad una straordinaria erudizione fondata sull’accurata analisi filologica dei testi e delle opere d’arte, Ananda Kentish Coomaraswamy (1877-1947), storico dell’arte indiana originario dello Sri Lanka, ci consente di toccare con mano, al di là della varietà delle forme tradizionali asiatiche ed europee, una essenziale unità eurasiatica. La sua opera sterminata è perciò, al tempo stesso, una denuncia del provincialismo eurocentrico ed un costante richiamo alla stretta parentela spirituale che collega tra loro la parte orientale e quella occidentale dell’Eurasia.

/C. Mutti è redattore di “Eurasia”/

*Daniele Scalea, */*L’Asia Sudoccidentale nella geopolitica anglosassone*/

In quest’articolo si evidenziano il valore ed il significato assegnati all’Asia Sudoccidentale dal pensiero geostrategico anglosassone. Lo si fa ricorrendo agli spazi dedicati alla regione nelle principali opere dei quattro maggiori geopolitici anglosassoni: Alfred Thayer Mahan (1840-1900), Halford John Mackinder (1861-1947), John Nicholas Spykman (1893-1943) e Zbigniew Brzezinski (1928).

/D. Scalea è segretario scientifico dell’IsAG, redattore di “Eurasia”/

*Maged Rida Butros, */*Le relazioni tra Egitto e Stati Uniti: il loro contenuto e il loro futuro*/

Questo studio analizza le vicissitudini diplomatiche e politiche intercorse tra Egitto e Stati Uniti dalla Rivoluzione degli Ufficiali Liberi fino ai giorni nostri. L’Autore – docente universitario e politico del Partito Nazionale Democratico (PND) – ha espresso un punto di vista che poteva dirsi, a suo tempo, quello “ufficiale”, ossia governativo, dal momento che lo studio fu condotto e pubblicato prima della recente ondata “rivoluzionaria” e del rovesciamento del presidente Mubarak. L’Autore dimostra l’uso strumentale che Washington ha fatto dei suoi programmi d’aiuto, non solo per indirizzare la politica estera
egiziana in senso filo-statunitense, ma talvolta pure in senso filo-israeliano. Posto che ciò si trova in linea con la tradizionale “diplomazia del dollaro”, l’articolo offre uno spunto interessante se considerato proprio alla luce dei recenti sviluppi, dato che la linea di politica estera della nuova amministrazione del Cairo rivelerà qualcosa in più in merito alla natura del recente fenomeno rivoluzionario. È auspicabile un cambiamento della posizione egiziana verso linee più coerenti con l’andamento regionale, sulla scia dell’esempio turco. Il saggio è tratto da “Al-Majalla al-‘Arabiyya li’l-‘Ulum al-Siyasiyya” (“Rivista Araba di Scienze Politiche”), no. 26/2010.

/M.R. Butros è docente di Scienze politiche all’Università di Helwan (Cairo)/

*Giovanni Andriolo, */*Iraq: l’alfa e l’omega dell’unipolarismo USA*/

Ormai giunto l’annuncio del disimpegno della missione statunitense in Iraq,mun bilancio sui quasi otto anni di attività della “Coalizione dei Volonterosi” nel paese dei due fiumi s’impone. L’entità dei mezzi, delle persone e del denaro impiegati dagli Stati Uniti in Iraq solleva alcune considerazioni sull’importanza che il paese riveste per la strategia statunitense. Un’analisi delle ragioni alla base dell’invasione rivela come a sostegno della missione in Iraq stesse un piano di chiusura dell’Iran e di successiva espansione dell’Unipolarismo statunitense all’intera area geografica che va dall’Europa all’Asia Centrale. E da qui, all’intero blocco eurasiatico. Il fallimento della missione in Iraq potrebbe sancire la fine definitiva del piano di imposizione dell’Unipolarismo statunitense al mondo intero, proprio nel paese in cui tale progetto era cominciato. A meno
che con l’Iran…

/G. Andriolo è ricercatore dell’IsAG/

*Elena Mazzeo, */*La Turchia tra Europa e Asia*/

La Turchia ha mostrato negli anni recenti un attivismo, per certi versi inconsueto, nella propria politica estera, mantenendo lo sguardo rivolto tanto a Occidente quanto a Oriente. Questo nuovo atteggiamento ha coinciso con la vittoria elettorale dell’Akp (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) nel 2002 e, soprattutto, con gli anni successivi all’avvio della procedura di ammissione nell’Unione Europea (2005). La Turchia ha intrapreso un importante processo riformistico. Per proseguire in questo percorso il ruolo dell’Unione Europea potrebbe essere fondamentale nello spronare la Turchia, fornendo il sostegno necessario a superare le resistenze interne che tuttora si oppongono ai cambiamenti nel paese. Tuttavia, anche tra i paesi dell’Unione sussistono resistenze all’idea di un ingresso del paese.

/E. Mazzeo è ricercatrice dell’Area studi, ricerche e statistiche dell’ICE/

*Luca Bianchi e Federica Roccisano, */*Il Mediterraneo: un possibile scudo contro la crisi?*/

La crisi finanziaria internazionale ha avuto un impatto relativamente contenuto sui Paesi in via di sviluppo dell’area del Mediterraneo. Il presente lavoro ha l’obiettivo di dimostrare come proprio questa particolare reazione possa fare dell’Area del Mediterraneo un’area di difesa o uno scudo alla crisi finanziaria per i Paesi europei e, in particolare, per il Mezzogiorno d’Italia. Il testo si divide in due parti. Nella prima parte viene fatta un’analisi degli effetti della crisi finanziaria in relazione a due aspetti caratterizzanti quali l’andamento dell’occupazione e l’andamento delle rimesse dei migranti in patria. La seconda
parte del lavoro approfondisce con maggiore attenzione la reazione dei Paesi dell’area alla crisi finanziaria.

/L. Bianchi è vice-direttore del SVIMEZ, F. Roccisano è ricercatrice e coordinatrice delle relazioni internazionali di MEDAlics/

*Claudio Bertolotti, */*Attacchi suicidi in Afghanistan*/

In Afghanistan il fenomeno degli attacchi suicidi, nonostante lo stato di guerra più che trentennale, ha iniziato a manifestarsi in maniera preoccupante a partire dalla seconda metà del 2005. I gruppi di opposizione armata antigovernativi – nel testo indicati come Goa – hanno ormai adottato la tecnica suicida come parte della loro strategia, avendola appresa dai volontari stranieri giunti da altri teatri di guerra. È un fenomeno quantitativamente e qualitativamente in aumento in quanto tecnica vincente. E se l’impennata del numero degli attacchi condotti nel periodo 2005-2007 può spaventare, non
deve illudere la stabilizzazione del triennio 2008-2010, caratterizzata dall’aumento del numero di attentatori impiegati per ogni singola azione. Questo studio si basa sul confronto tra dati primari raccolti dall’autore in Afghanistan messi a confronto con dati secondari provenienti da organi di sicurezza internazionali e altri enti di ricerca.

/C. Bertolotti è stato analista della NATO in Afghanistan/

*Gianluca Serra, */*La problematicità “normativa” del negoziato coi Talebani*/

SOMMARIO. 1. L’azzardo di Karzai. 2. Uno Stato per i Talebani? Profili internazionalistici della questione 3. Un negoziato coi Talebani? 3.1 Problemi concreti: dipendenza esterna e polivocità dell’interlocutore. 3.2 Questioni di diritto pubblico interno: Talebani e Stato di diritto 4. Postilla metodologica. 4.1 Stato di diritto e universalità. 4.2 Stato di diritto e dover/ voler essere.

/G. Serra è dottore di ricerca in Diritto pubblico interno e comunitario (Seconda Università di Napoli)/

*Ruxandra Guillama Camba, */*L’UE e il conflitto georgiano*/

Quanto verificatosi nel Caucaso, più specificamente in Ossezia del Sud e in Abcasia, ha suscitato il nostro interesse. Per avvicinarci alla complessa situazione areale siamo partiti dal rapporto redatto sull’argomento dall’Unione Europea (UE). Con questa analisi ci si propone di rispondere ad alcuni quesiti: perché l’UE si è interessata a questo conflitto e quali sono i reali interessi che risiedono in quest’area ed hanno portato a un conflitto armato.

/R. Guillama Camba è docente di Storia dell’Europa in Età Contemporanea all’Università dell’Avana./

*Andrea Fais, */*Il Kazakistan, perno eurasiatico*/

Dotato di giganteschi giacimenti a cielo aperto, di grandi potenzialità ancora inespresse, il Kazakistan è più che mai al centro del Grande Gioco centroasiatico. In questo saggio si descrivono passato e presente di un Paese dai grandi spazi
e dalle tante risorse. Le prospettive, malgrado le frenate degli ultimi due anni e le previsioni di un netto calo del sorprendente tasso di crescita fatto registrare tra la fine degli anni Novanta e il 2008, restano buone, ed il Kazakistan sembra avere tutti i requisiti per poter recitare un ruolo di vero protagonista nello scacchiere eurasiatico e nelle logiche più stringenti del grande progetto continentale, a partire essenzialmente dalla cooperazione energetica e strategica.

/A. Fais è giornalista pubblicista/

*Nikolaj Vasilevič Lukianovič, */*“OPEC del gas”: mito o realtà?*/

Le cause geopolitiche della creazione del Forum dei paesi esportatori di gas o, come viene definito dai mezzi di comunicazione, OPEC del gas, sono connesse al desiderio della Russia e degli altri paesi esportatori di gas, di elevare il loro
status nella politica e nell’economia mondiale. Eppure il funzionamento dell’OPEC del gas è vantaggioso sia per la Russia sia per l’UE e in particolare per l’Italia. Quest’organizzazione sarà capace di soddisfare regolarmente tutte le necessità dei paesi e delle regioni UE, che hanno bisogno di questo bene energetico.

/N.V. Lukianovič è docente di Economia mondiale all’Università Finanziaria del Governo della Federazione Russa/

*Mario Sposato, */*Ucraina tra regionalismi e oligarchia*/

Diversi fattori concorrono a formare la cultura o le culture politiche in Ucraina: l’identità, l’appartenenza etnica, la regione, la tendenza riformatrice, condizioni socioeconomiche, la lingua, la “questione russa”, ecc. Tali fattori agiscono correlati o anche in maniera indipendente. Alcuni esercitano una maggiore influenza in detedrminate regioni, altri in altre. Tutti quanti però contribuiscono a produrre un medesimo risultato: la regionalizzazione delle attitudini politiche e, più in generale, la dicotomizzazione della società ucraina tra l’est e l’ovest. La classe politica non solo è incapace di evitare l’esasperazione di questa dicotomia favorendo un confronto costruttivo, ma le rappresenta in maniera interessata e distorta.

/M. Sposato è dottore in Relazioni internazionali e diplomatiche/

*Matteo Pistilli, */*Alle origini del concetto di “sviluppo”: dalle colonie alla SdN*/

Il termine sviluppo, oltre a poter essere inteso come un termine “neutrale”, è diventato nel sistema politico, economico e sociale internazionale un vero e proprio concetto, un’ideologia, propria delle odierne organizzazioni globali, per larga parte controllate oggi dagli Stati Uniti. In primis l’Onu, ma anche le altre agenzie quali la Banca Mondiale, Il Fondo Monetario Internazionale, l’Undp e via dicendo fanno riferimento a questo concetto di difficile comprensione, irto di contraddizioni, ma che può essere inteso meglio se guardato da lontano, sin dalle sue origini. Per porre brevemente le basi di tale concetto, il presente saggio sottolinea come dalle origini del sistema internazionale moderno, dall’epoca del colonialismo alla costituzione della Società delle Nazioni, si sia evoluta un’ideologia giunta fino ai nostri giorni, egemonizzata dalle potenze e dal pensiero cosmopolita.

/M. Pistilli è vice-presidente dell’IsAG/

*Sebastian A. Cutrona, */*L’immutabilità della geopolitica classica*/

Il saggio è stato originariamente presentato durante l’insegnamento di Geopolitica del XXI secolo relativo al corso di laurea specialistica (/Maestría/) in Geografia, all’Universidad de Costa Rica, nel febbraio 2009. La traduzione italiana si basa sulla versione pubblicata in “Revistas Ciencias Sociales”, vol. 121, no. 3, pp. 149-165, col titolo /La inmutabilidad de la Geopolítica Clásica/. Malgrado risalga ad oltre due anni fa, come risulta evidente dagli esempi proposti al suo interno, il saggio del prof. Cutrona rimane pienamente attuale nelle sue tesi e conclusioni, che possono essere riassunte, riprendendo il “/Resumen/” originale, come segue: «Nel quadro del postmodernismo, le principali basi teoriche della Geopolitica tradizionale cominciarono ad essere messe fortemente in dubbio da una nuova corrente di ricercatori identificati nella Scuola critica della disciplina. Eppure, le diverse ombre nei rapporti tra Russia e Stati Uniti d’America sembrano riconfermare le premesse fondamentali della Geopolitica tradizionale: l’Heartland di Halford Mackinder, il contenimento e le sfere d’influenza di George Kennan». Il “reset” nelle relazioni russo-statunitensi, registratosi nel 2010, si può interpretare come una fase di distensione contingente e temporanea, non molto diversa da quella che avvenne nel 2001-2002. A nostro giudizio, il discorso sulla dialettica USA-Russia imbastito da Cutrona non risulta invalidato dagli eventi successivi. Inoltre, in esso si possono ravvisare spunti di riflessione molto interessanti ed attuali, come quello sulla logica della “influenza incrociata” nella costruzione delle rispettive sfere d’influenza.

/S.A. Cutrona è docente di Politica internazionale all’Università Nazionale di La Rioja/

*Marcello Gullo, */*Malvine: da Cristoforo Colombo a Juan Peron*/

Il generale Perón ha svelato una verità largamente nascosta: il fatto che l’Argentina è passata dalla dipendenza ufficiale dalla Spagna alla dipendenza ufficiosa dalla Gran Bretagna. La dolorosa verità, la verità nascosta, è che l’Argentina ha cambiato il collare ma non ha smesso d’essere cane. Si è passati dal collare visibile spagnolo al collare invisibile inglese. Si sono avuti bandiera, inno e esercito ma, l’Inghilterra l’ha incatenata ai suoi piedi con il prestito Baring Brothers e la sottile colonizzazione culturale. Dopo l’indipendenza l’Argentina è diventata una colonia ufficiosa dell’impero britannico.

/M. Gullo è un politologo e saggista argentino/

*Alfredo Musto, */*Nella fase post-atlantica c’è l’incertezza strategica di Washington*/

Quella che possiamo indicare come la fase post-atlantica costituisce il torno temporale del passaggio dall’epoca bipolare e dalla tentazione unipolare ad un riassetto multipolare in via di definizione. Per forza di cose, nello stesso tempo costituisce una graduale decomposizione della struttura sistemica a matrice americana. In questo incerta transizione, tra le diverse carte giocabili, quella di un rinnovato controllo dei mercati dell’area asiatica – come dimostrano gli eventi – rimane per Washington prioritaria. La globalizzazione non sfugge alla geopolitica.

/A. Musto è ricercatore dell’IsAG/

*Pavel Provintsev, */*Il ruolo della comunità scientifica per la sicurezza tecnologica globale*/

Tutti i processi globali, politici, economici e sociali, sono stati ampiamente determinati dal livello di conoscenza scientifica e del potenziale tecnologico in uno specifico momento storico. Le analisi e le previsioni di cambiamenti dell’ambiente di vita e dell’uomo stesso, come le valutazioni di vittoria o sconfitta in ambito militare o economico, non sono possibili da fare senza considerare il fattore tecnologico. Oggi, il genere umano è entrato in una nuova fase del suo sviluppo, caratterizzata dall’apparente incapacità di realizzare l’impatto delle applicazioni tecnologiche globali e di evitare le minacce causate dall’espansione tecnologica.

/P. Provintsev è direttore della Fondazione Russa per lo Sviluppo delle Alte Tecnologie/

*Vasile Simileanu, */*Il dialogo geopolitico*/

Concetti come quelli di civiltà, progresso, democrazia, diritti umani, economia di mercato, sicurezza ecc., costruiti per definire un mondo ormai al tramonto, stanno esaurendo il loro potenziale descrittivo e sono sempre meno in grado di
costituire criteri di valutazione globale. La transizione verso una società globale impone analisi geopolitiche ampie, che sappiano studiare le particolarità culturali, linguistiche e religiose. D’altra parte, le manifestazioni di unificazione cumulate con quelle separatiste o pan-nazionaliste genereranno nuove fonti di conflitto e nuove provocazioni sul piano geopolitico. Nel clima internazionale che si va prefigurando, si impone l’avvio di un dialogo geopolitico, in cui le strategie bellicose siano sostituite da strategie di promozione della pace e di disponibilità al dialogo tra civiltà. La geopolitica può adempiere ad una funzione unica, trasformando le teorie del secolo XX in teorie di promozione della pace e del dialogo tra culture, religioni e civiltà.

/V. Simileanu è direttore della rivista rumena “Geopolitica”/

*Ernest S. Sultanov, */*Crisi del sistema e problema dell’élite*/

L’attuale classe dirigente mondiale proviene dalle esperienze della “new economy” e dalla “nuova politica”, condizionando le prospettive del mondo. Non si tratterà solo di produrre e consumare in modo più efficiente, ma anche di cambiare tutto il meccanismo di vari indici, fra quelli anche i dominus – il PIL e il tasso d’interesse. La stessa società dovrà mutare visto che qualcosa dovrà sostituire il consumo nella scala sociale. Con il cambiamento dei valori cambierà anche l’arte, dovendo forgiare i nuovi tipi di eroi.

/E. Sultanov è membro del Comitato Scientifico di “Eurasia”/

*T. Graziani, */*Intervista a Muratbek S. Imanaliev*/

/M.S. Imanaliev è segretario generale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai/

*M. Coppola e T. Graziani, */*Intervista a Jakhongir Ganiev*/

/J. Ganiev è ambasciatore dell’Uzbekistan a Roma/

*E. Verga, */*Intervista a Alfredo Mantica*/

/A. Mantica è sottosegretario per gli Affari esteri/

*D. Mraovic, */*Intervista a Falco Accame*/

/F. Accame è presidente dell’ANA-VAVAF/

*L. Bionda, */*Intervista a Roberto Pace*/

/R. Pace è presidente della Camera di Commercio e Industria Italo-Moldava di Chisinau/

*A. Bulgarelli, */*Intervista a Costanzo Preve*/

/C. Preve è un filosofo e saggista italiano/


Tiberio Graziani

Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG)
Presidente

Eurasia. Rivista di studi geopolitici
Direttore

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Primo piano, Società

L’omologazione mediatica

Apriamo questo blog di approfondimento sottoponendovi un articolo di Massimo Ragnedda, docente universitario, del quale abbiamo pubblicato nel 2002 un suo libro sullo stesso argomento.

http://uac.bondeno.com/afenice/vetrina/ragnedda.htm

“Ogni epoca ed ogni società, per quanto piccola, propone e fornisce ai suoi membri, attraverso le proprie istituzioni, gli strumenti interpretativi con i quali ela­borare i dati che provengono dall’esterno. Per essere ancora più precisi: ogni epoca e società fornisce i “propri” strumenti interpretativi. La particolarità della nostra epoca, caratterizzata dall’avvento dei mass media e dalla diffusione degli stessi messaggi e valori a livello globale, sta nel fornire gli stessi strumenti interpretativi e gli stessi parametri di valutazione ai cittadini. Hardt e Negri in Impero (2002: 48) parlano di un sistema che «costruisce le fabbriche sociali che svuotano o rendono inefficaci le contraddizioni; crea situazioni in cui, prima di neutralizzare le differenze con l’uso della forza, cerca di assorbirle in un insignificante gioco di equilibri che si generano e regolano da soli».
Questo non significa in nessun modo che non esistono voci discor­danti o alternative, ma più semplicemente che i messaggi che esaltano, anche in maniera trasversale e indiretta, le virtù del sistema neoliberi­sta e consumista troveranno più spazio per diffondersi e tenderanno ad influenzare, in misura maggiore rispet­to alle idee antagoniste, il nostro sistema percettivo. Dunque questi “assordanti messaggi”, solo apparentemente invisibili, ci permeano e ci influenzano nella nostra crescita offrendoci costantemente e ripetu­tamente valori e modelli di riferimento che impariamo a fare nostri sin dalla più tenera età.
Nel mondo accademico sono molti gli studi sul “consumo dei media” che hanno messo in evidenza come i bambini tendono a trarre dai media lezioni di vita che collegano e connettono alla loro esperien­za. Alcuni di questi studi hanno chiaramente messo in luce come la presentazione siste­matica e continua di alcune immagini della vita sociale tenda a pla­smare e influenzare le aspirazioni dei bambini che fanno propri i valori e modelli culturali provenienti dall’esterno. Questa influenza è molto incisiva in quanto agisce nel periodo più delicato della crescita e della formazione della personalità e dei modelli culturali di riferimen­to. Così facendo tendiamo ad interiorizzare un’unica visione del mon­do, veicolata ed amplificata dai mass media e dall’industria culturale: idea del mondo che rinforza lo status quo e la situazione di privilegio nella quale si trova l’èlite al governo. Essa, infatti, possedendo i main media, e più in generale l’industria culturale, ha tutto il vantaggio a fornirci – attraverso film, notizie, pubblicità, gossip e intrattenimento – un’unica visione della “realtà”. Il nostro mondo, quello che ha come unico parametro di giudizio la crescita infinita del PIL e del consumismo (non è un caso che tutti i governi del mondo occidentale si pongono come obiettivo primario della loro attività di governo la crescita del PIL), viene oramai accettato non solo come il migliore, ma come l’unico mondo possibile.
Il no­stro io più profondo, i nostri sentimenti e le nostre ambizioni, i nostri desideri e le nostre fobie solo in parte nascono spontaneamente in noi, e molto più spesso sono invece il frutto del processo di colonizzazione del nostro immaginario. Tale processo sarà tanto più efficace quanto maggiore sarà l’esposizione, inconsapevole e volontaria, a questi messaggi; così come sarà più forte quanto minore è la nostra capacità critica di elaborazione delle informazioni e degli input provenienti dall’esterno. Si nota una tendenza all’omogeneizzazione non tanto dei prodotti, ma della richiesta degli stessi beni. Le nostre opinio­ni, i sogni, le ambizioni e più in generale tutto quello che per noi è quanto di più intimo e personale possediamo, proviene in realtà dall’esterno ed in modo particolare dal mondo mediatico. Questo comporta, data l’u­niformità dei messaggi mediatici a livello globale, una tendenza: un’u­niformità dei desideri e delle opinioni, che inizia sin dalla più tenera età. «Nel linguaggio delle istituzio­ni – come fa notare Goodman (1995: 225) – un bambino ascolta e percepisce un’unica visione del mondo. Tutti i media non fanno che esprimere e confermare un solo, grande comune denomina­tore che investe la formazione dell’opinione e il gusto».
Resta pur vero che tale rischio è in parte mitigato dall’esistenza di altre forze e istitu­zioni che influenzano gli individui e la formazione delle loro opinioni, in primis la scuola e la famiglia, spingendole in altre direzioni che non siano solo quelle imposte dai media commerciali. Resta però il fatto che i media  svolgono una funzione primaria come agenti di socializ­zazione e di educazione valoriale poiché è anche attraverso i media che i bambini si affacciano nel e sul mondo, interiorizzando principi e valori che li accompagneranno nel processo di crescita e di passaggio all’età adulta.”


28 giugno 2011