illustrazione

Ursula K.Le Guin

a cura di Beppe Roncari

Ursula K. Le Guin “La saga di Terramare illustrata da Charles Vess”

 

Ursula K. Le Guin, “La saga di Terramare illustrata da Charles Vess”

Ursula K. Le Guin, “La saga di Terramare illustrata da Charles Vess”

La saga di Terramare è nata da un’illustrazione. Quando l’editore chiese a Ursula K. Le Guin di scrivere un romanzo fantasy per ragazzi, la prima cosa che fece, superato il panico, fu prendere un grande foglio di carta e tracciare la mappa di Earthsea e delle sue isole.

Come per la Terra di Mezzo di Tolkien, le isole di Terramare nacquero dall’amore per le parole. “Di esse non sapevo quasi niente, ma conoscevo i loro nomi. La magia risiede nel nome.”
Lo racconta l’autrice stessa nell’introduzione alla nuova edizione dell’intera saga illustrata da Charles Vess, appena pubblicata in Italia da Mondadori Oscar Fantastica.

Figlia di un antropologo, femminista e anarchica, con all’attivo cinque premi Hugo, sei Nebula e diciannove Locus, la Le Guin è una delle scrittrici che hanno lasciato maggiormente il segno nella fantascienza e nel fantasy contemporanei.

Chi non conosce Ursula K. Le Guin e leggerà questa saga per la prima volta scoprirà una vera pietra miliare del genere fantasy.

Prima dell’Antica Lingua di Eragon c’era il Vero Idioma, la Lingua della Creazione alla base della magia di Terramare. Magia che trova il suo apice in alcune geniali creazioni della Le Guin, come quella del Boschetto Immanente, misterioso luogo semovente dove non si possono compiere incantesimi, sebbene sia esso stesso un incantesimo, e nelle figure poderose e sapienti dei draghi.

Prima di Harry Potter c’era Ged, giovane mago in un’epoca in cui il prototipo degli stregoni erano Merlino e Gandalf, vecchi saggi con la barba bianca. Inoltre, Ged non era il tipico maschio bianco, ma un ragazzo dalla pelle scura, come tutti gli abitanti di Gont, l’isola da cui proviene. Particolare questo a cui l’autrice teneva in modo particolare, e che è stato tradito nella miniserie televisiva canadese (“La leggenda di Earthsea” 2004) e solo parzialmente restituito nella trasposizione animata di Gorō Miyazaki, figlio del più famoso Hayao (“I racconti di Terramare” 2006), che la Le Guin trovò visivamente apprezzabile, ma molto lontano dalla sua opera.

Prima di Hogwarths nell’immaginario fantastico esisteva già l’isola di Roke, con i suoi maestri incantatori, punto di riferimento per tutte le successive scuole, università e accademie di magia, diventate ormai un topos dell’urban fantasy.

La saga di Terramare, che comprende sei romanzi e alcuni racconti, non è sorta in un giorno. I primi tre romanzi sono stati scritti a cavallo degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso (’68, ’70 e ’72), mentre il quarto ha visto la luce ben diciotto anni dopo. Come scrive la Le Guin stessa nell’introduzione: “Nel 1972 avevo quarantadue anni, nel 1990 sessanta. Nel corso di quegli anni il modo di interpretare la società che siamo obbligate a chiamare femminismo […] era cresciuto e si era sviluppato.” E così, senza mai abbandonare il personaggio di Ged, nella saga assume sempre più importanza la figura femminile di Tenar.

Proprio così, anche in questo caso la Le Guin si è dimostrata un’anticipatrice, aprendo la pista alle eroine femminili nel fantasy e nella fantascienza, da Katniss di Hunger Games a Clarissa di Shadowhunters.

Purtroppo, l’autrice è scomparsa proprio nel cinquantesimo anniversario della pubblicazione del primo volume della saga, A Wizard of Earthsea (1968-2018), e non ha fatto in tempo a veder pubblicato questo libro, ma le 56 illustrazioni di Charles Vess, frutto di quattro anni di intenso lavoro, le aveva viste e approvate una a una. A differenza di altri adattamenti visivi che non l’avevano soddisfatta, la collaborazione con Vess, già fan della saga prima di iniziare, è stata gradita e fruttuosa per entrambi. L’artista stesso ha dichiarato: “abbiamo passato un anno a scambiarci idee su quale fosse l’aspetto dei suoi draghi.” E una tale dedizione, insieme all’amore per il mondo di Terramare, trapela da ognuna delle illustrazioni.

Vale la pena spendere due parole su Charles Vess, artista e fumettista statunitense, vincitore di molti premi nel campo dell’illustrazione, fra cui tre premi Eisner e due World Fantasy Award. Fra le sue collaborazioni eccellenti, ricordiamo quella con Neil Gaiman, iniziata, ironia della sorte, con un altro giovane mago, Timothy Hunter della miniserie a fumetti The Book of Magic, e poi proseguita con Sandman e Stardust.

Quando immagini e racconto si incontrano in modo così magistrale c’è un solo nome per un’opera di questo genere. E quel nome è Magia.

Società, sociologia

Terrore sanitario

Già in un libro pubblicato sette anni fa, che vale ora la pena di rileggere attentamente (Tempêtes microbiennes, Gallimard 2013), Patrick Zylberman aveva descritto il processo attraverso il quale la sicurezza sanitaria, finallora rimasta ai margini dei calcoli politici, stava diventando parte essenziale delle strategie politiche statuali e internazionali. In questione è nulla di meno che la creazione di una sorta di “terrore sanitario” come strumento per governare quello che veniva definito come il worst case scenario, lo scenario del caso peggiore. È secondo questa logica del peggio che già nel 2005 l’organizzazione mondiale della salute aveva annunciato da “due a 150 milioni di morti per l’influenza aviaria in arrivo”, suggerendo una strategia politica che gli stati allora non erano ancora preparati ad accogliere.

Zylberman mostra che il dispositivo che si suggeriva si articolava in tre punti: 1) costruzione, sulla base di un rischio possibile, di uno scenario fittizio, in cui i dati vengono presentati in modo da favorire comportamenti che permettono di governare una situazione estrema; 2) adozione della logica del peggio come regime di razionalità politica; 3) l’organizzazione integrale del corpo dei cittadini in modo da rafforzare al massimo l’adesione alle istituzioni di governo, producendo una sorta di civismo superlativo in cui gli obblighi imposti vengono presentati come prove di altruismo e il cittadino non ha più un diritto alla salute (health safety), ma diventa giuridicamente obbligato alla salute (biosecurity).

Quello che Zylberman descriveva nel 2013 si è oggi puntualmente verificato. È evidente che, al di là della situazione di emergenza legata a un certo virus che potrà in futuro lasciar posto ad un altro, in questione è il disegno di un paradigma di governo la cui efficacia supera di gran lunga quella di tutte le forme di governo che la storia politica dell’occidente abbia finora conosciuto. Se già, nel progressivo decadere delle ideologie e delle fedi politiche, le ragioni di sicurezza avevano permesso di far accettare dai cittadini limitazioni delle libertà che non erano prima disposti ad accettare, la biosicurezza si è dimostrata capace di presentare l’assoluta cessazione di ogni attività politica e di ogni rapporto sociale come la massima forma di partecipazione civica. Si è così potuto assistere al paradosso di organizzazioni di sinistra, tradizionalmente abituate a rivendicare diritti e denunciare violazioni della costituzione, accettare senza riserve limitazioni delle libertà decise con decreti ministeriali privi di ogni legalità e che nemmeno il fascismo aveva mai sognato di poter imporre.

È evidente – e le stesse autorità di governo non cessano di ricordarcelo – che il cosiddetto “distanziamento sociale” diventerà il modello della politica che ci aspetta e che (come i rappresentati di una cosiddetta task force, i cui membri si trovano in palese conflitto di interesse con la funzione che dovrebbero esercitare, hanno annunciato) si approfitterà di questo distanziamento per sostituire ovunque i dispositivi tecnologici digitali ai rapporti umani nella loro fisicità, divenuti come tali sospetti di contagio (contagio politico, s’intende). Le lezioni universitarie, come il MIUR ha già raccomandato, si faranno dall’anno prossimo stabilmente on line, non ci si riconoscerà più guardandosi nel volto, che potrà essere coperto da una maschera sanitaria, ma attraverso dispositivi digitali che riconosceranno dati biologici obbligatoriamente prelevati e ogni “assembramento”, che sia fatto per motivi politici o semplicemente di amicizia, continuerà a essere vietato.

In questione è un’intera concezione dei destini della società umana in una prospettiva che per molti aspetti sembra aver assunto dalle religioni ormai al loro tramonto l’idea apocalittica di una fine del mondo. Dopo che la politica era stata sostituita dall’economia, ora anche questa per poter governare dovrà essere integrata con il nuovo paradigma di biosicurezza, al quale tutte le altre esigenze dovranno essere sacrificate. È legittimo chiedersi se una tale società potrà ancora definirsi umana o se la perdita dei rapporti sensibili, del volto, dell’amicizia, dell’amore possa essere veramente compensata da una sicurezza sanitaria astratta e presumibilmente del tutto fittizia.
Fonte: Quodlibet

politica

L’agonia di una civiltà

Fonte: Italicum

 

Intervista ad Adriano Segatori, autore del libro “L’Europa tradita e l’agonia di una civiltà”, Ad Maiora 2020, a cura di Luigi Tedeschi

 

1) Con l’avvento della modernità si affermò l’eurocentrismo, il primato cioè scientifico, politico e culturale dell’Europa nel mondo. Tuttavia la modernità, di matrice illuminista ed empirista,  comportò l’erosione progressiva delle radici identitarie, culturali e religiose dei popoli europei, fino a quasi dissolverle del tutto. L’immigrazione e soprattutto l’islamismo non hanno potuto avere nella società europea questa rilevante incidenza a causa del vuoto di valori morali e religiosi generato dalla modernità e dal materialismo dominante in tutto l’Occidente?

Sul tracollo morale e religioso dell’Europa come fattore favorente l’aggressione islamista e la volontà di conquista e sottomissione della stessa da parte del radicalismo jihadista credo che non ci siano dubbi. Per altro, una parte almeno della nostra area – e io ne ho fatto parte senza alcun rimorso né rimpianto – ha salutato con entusiasmo il ritorno di Khomeini in Iran e la caduta del governo corrotto dello Scià. Era l’idea del ritorno del sacro e della sobrietà quasi spartana contro la degenerazione laica di tipo occidentale e la depravazione dei costumi secondo la mentalità capitalista. Abbiamo fatto, però un errore di calcolo, per certi versi simile a quello in cui è caduta la sinistra quando sosteneva il Fronte di Liberazione Nazionale algerino ed altri movimenti musulmani intransigenti. Il fatto che l’Islam, nella sua concezione totalizzante, è l’unica fede riconosciuta e, con essa, anche l’unico statuto giuridico accettato. Gli islamisti non riconoscono il dialogo, il confronto, l’interpretazione, perché il Corano è legge, ed ad essa deve assoggettarsi il pensiero, il comportamento, la vita, la stessa scienza. Abbiamo pensato che l’Islam poteva dare una sferzata alla sonnolenta società occidentale, raddrizzandola nei princìpi per una nuova visione del mondo e della vita. L’ottimismo si è scontrato con una realtà sanguinaria e regressiva.

2) L’Islam costituisce oggi una minaccia per l’Occidente in quanto portatore di una visione del mondo integralista – religiosa, che prescrive la “guerra santa”. Ma, secondo il pensiero di Danilo Zolo, non fu l’Occidente americano a teorizzare per primo lo “scontro di civiltà”? Non fu l’America di Bush che, disconoscendo il principio fondamentale del diritto internazionale della inviolabilità della sovranità degli stati, pose in atto a sua volta una “guerra santa” contro gli “stati canaglia”, in nome della pseudo religione dei diritti umani e della esportazione della democrazia? L’Islam radicale non trasse le sue origini nei paesi più strettamente legati all’Occidente quali l’Arabia saudita, gli Emirati Arabi, ed altri?

Ormai è accertato che l’Islam guerriero – Al Qaida è l’esempio primo – è stato finanziato, armato e supportato dagli americani in funzione antisovietica durante la guerra in Afghanistan. Potremmo fare un parallelismo scandaloso con l’Italia. Per combattere il fascismo, l’organizzazione antifascista ha reclutato i mafiosi, ha pianificato lo sbarco anglo-americano, ha facilitato la sostituzione degli uomini nelle istituzioni. Ci siamo trovati con i corrotti negli organismi di Stato, con la mafia strutturata nei centri di potere e le basi americane in una nazione ridotta a territorio di servitù. Così, l’Islam ha vinto sui russi, si è strutturato come esercito, ha impostato un progetto ideologico-religioso, ha pianificato una strategia contro l’Occidente seguendo tattiche diversificate e metodologie più o meno sofisticate. Quello che doveva essere un cobelligerante, o quanto meno un complice, contro il comunismo si è trasformato nell’antagonista più pericoloso della nostra civiltà. Una specie di eterogenesi dei fini: da alleato a padrone nel primo caso, da coalizzato a nemico nel secondo. Anche in questo caso si sono fatti male i conti: la troppa presunzione non ha calcolato le conseguenze delle azioni.

3) L’ideologia dei diritti umani dominante in Occidente ha come finalità la creazione di una società cosmopolita e multietnica. Pertanto l’Occidente ha incentivato per decenni l’immigrazione, esaltato i valori della diversità, della tolleranza e promosso politiche di integrazione nella società occidentale. Ma questa integrazione non si rivela impossibile, a causa del rifiuto degli immigrati (specie se islamici), in quanto queste comunità vogliono preservare la loro identità? Non è più esatto parlare di volontà di assimilazione all’Occidente (in base al modello americano), più che di integrazione, dato che il liberismo cosmopolita tende ad omologare ad un unica cultura egualitaria, materialista e mercatista tutta l’umanità? L’integrazione, non è invece una assurda pretesa europea di imporre agli immigrati la condivisione di valori della società civile in cui gli europei stessi non credono più?

Qui l’analisi si fa più complessa, con un rischio elevato di incomprensione nel sedicente ambiente. Sarebbe il caso di porci degli interrogativi seri e onesti. Siamo disposti a rinunciare alle comodità offerteci dalla tecnica? Siamo persuasi a rifiutare il benessere fino ad ora goduto? Siamo sicuri di poter accettare una riduzione dei diritti acquisiti in nome della parità con altre culture? Per quanto mi riguarda la risposta è no, e ritengo – con piena assunzione di responsabilità – che ogni risposta affermativa sia solo un ipocrita buonismo ed una farisaica demagogia. Secoli di storia hanno condotto alla nostra civiltà attuale. Che questa debba essere ridiscussa e ridimensionata nelle sue espressioni e nei suoi stili di vita è un fatto indiscutibile, ma il cambiamento deve essere praticato per decisioni e forze interne, non delegato alla pressione allogena. Il multiculturalismo è fallito nella sua deformazione monoculturale americana, ma anche l’integrazione, il policulturalismo, la coabitazione etnica ed altre amene illusioni hanno ceduto davanti alla realtà islamista. Parafrasando Lenin posso dire che il sistema attuale è un male rispetto alla nostra comunità di destino, ma è un bene a confronto dell’oscurantismo e dell’arretratezza musulmana.

4) Il senso di colpa diffuso tra gli europei come cultura di massa, è un rilevante elemento della decomposizione della nostra società. Esso si tramuta in passività e rassegnazione generalizzata alla decadenza della nostra civiltà. Tale senso di colpa per il passato imperialista e colonialista europeo viene collettivamente avvertito come assoluto ed irredimibile. Ed è dal senso di colpa che deriva il rinnegamento della propria storia e della propria identità. Esso ha la sua origine nell’ideologia liberale e, secondo me, più che condurre ad un atteggiamento di subalternità verso le minoranze etniche, si riassume in un fondamentale odio verso se stessi. Infatti, per omologarsi alla postmodernità incipiente, le istituzioni e soprattutto la Chiesa Cattolica, non odiano la loro storia e con essa, tutti i valori che ne costituiscono la loro legittimità e quindi la loro ragion d’essere? Gli europei, per trasformarsi in cittadini del mondo globale, non devono perdere il fondamentale senso della propria esistenza ed approdare ad un nichilismo globalista multietnico?

L’odio verso l’Europa, verso la nostra civiltà, verso la nostra storia ha origine lontane e radici comuniste. È del comunista Louis Aragon l’esaltato discorso ai giovani madrileni nel 1925 – novantacinque anni fa, tanto per sottolineare – per la condanna a morte dell’Europa, per l’esaltazione del disfattismo e l’apologia del terrore. E’ di Sartre la gioia sadica per l’Europa “fottuta”. E’ da questa matrice che nascondono i fomentatori del senso di colpa per ogni forma di orgoglio e grandezza della nostra civiltà. Da questi si è diffusa in maniera metastatica fino agli attuali loro nipotini il disprezzo per i proprio retaggio, il disgusto per la sua bellezza, l’odio per la sua potenza, la repulsione verso la sua stessa esistenza. E allora ben vengano – secondo loro – i distruttori di ogni ricordo e di ogni memoria; ben vengano i profanatori dell’arte e della magnificenza; ben vengano i calunniatori della sua stessa identità. Se al delirio terzomondista e al piagnisteo della colonizzazione ci aggiungiamo la teologia sovversiva del papato caratterizzata dal clerico-marxismo gesuitico, non vedo molte speranze di resurrezione dal connubio perverso tra relativismo religioso e capitolazione laica.

 

5) In merito alle problematiche affrontate da Alain de Benoist riguardo alla fine dell’eurocentrismo esaminate nel tuo libro, vorrei fare qualche osservazione. La diversità, quale sinonimo di identità, non è la fondamentale rivendicazione dei popoli di una Europa ormai assimilata e totalmente integrata nell’Occidente americano? L’affermazione della diversità presuppone pertanto la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli. I primi ad essere colonizzati già nel ‘900 non siamo stati noi europei? Quindi le potenze emergenti, quali la Russia, la Cina, l’Iran ed altre, non costituiscono un fronte di resistenza formato da stati nazionali avversi a quella globalizzazione, definita da Latouche come “l’occidentalizzazione del mondo? Questi stati sovrani, non si oppongono all’Occidente in quanto in essi sopravvivono valori della società premoderna, che invece in Europa sono quasi scomparsi?

Il problema identitario è strettamente legato a quello della sovranità: vale per i popoli e vale per l’individuo. Sia la psicologia delle masse che quella dell’Io singolo si basano su alcuni parametri ineludibili: uno è che il riconoscimento dell’Altro, quindi il confronto con il diverso, esige sempre una certezza ed una valorizzazione di sé; il secondo è la possibilità, oltre alla capacità, di poter decidere in totale autonomia ed assumersi la responsabilità delle decisioni assunte. Un esempio di questa armonia è stato, secondo me, la Mitteleuropa, dove più popoli, con lingue, culture, espressioni artistiche, economie diverse vivevano tra pari sotto l’insegna di un’unica autorità imperiale. Sono d’accordo con Te sul fatto che la colonizzazione è iniziata agli inizi del ‘900, con l’intervento degli americani nella prima guerra civile europea – sulle cui motivazioni, reali e non apparenti, sarebbe ancora molto da studiare – e con l’istituzione della Società delle Nazioni. Nella simbolica politica già il termine “società” è preoccupante: un contratto tra soci che viene stipulato e mantenuto fintanto che gli utili coincidono, e quindi può anche essere recesso unilateralmente. Ben altro sarebbe una comunità di destino nella quale i popoli si trovano in una visione del mondo condivisa. Il discorso su Cina, Russia e Iran aprirebbe una discussione da volumi, che per quanto di mia competenza si accentra su tre paradigmi: presenza di leader carismatici, elevato orgoglio nazionale e senso di appartenenza del popolo, sogno millenario della politica nazionale ed internazionale.

6) La pandemia del COVID 19 comporterà mutamenti rilevanti nella geopolitica mondiale. Non potrebbe verificarsi una riviviscenza degli stati nazionali, con ripristino dei confini, contenimento dell’immigrazione, rilocalizzazione della produzione e quindi determinarsi il progressivo tramonto dell’era della globalizzazione? Oppure, l’espandersi della pandemia a livello globale, non potrebbe invece favorire l’istaurarsi di un governo oligarchico e tecnocratico globale che avveri le profezie della distopia orwelliana? Quale orizzonte giudichi più plausibile?

Non essendo democratico, e di conseguenza non parlando di ciò che non conosco, escludo ogni commento che riguardi le questioni economiche. Dal punto di vista simbolico mi pare che la globalizzazione sia stata caratterizzata finora da due processi: la diffusione della povertà e quella del virus – due disgrazie concomitanti. Il dato significativo dal mio punto di osservazione è il tracollo dell’utopia europea così come è stata realizzata. Un sistema societario – secondo la definizione accennata prima – dove alcuni Stati si spartiscono gli utili e gli altri assistono alla predazione. Poi, al momento di una difficoltà comune, ogni contratto di solidarietà viene disdetto e ognuno si chiude alla ricerca del proprio profitto e del proprio interesse più miserabile. Che un nuovo ordine mondiale su base tecnocratica, e quindi sul controllo dei popoli attraverso strumentazioni sofisticate e pacifiche, possa prendere il sopravvento sulle sovranità nazionali mi pare che in una certa misura sia in atto da tempo. Un totalitarismo orwelliano sull’Occidente e sugli europei – gli “ovestoidi miti” di Zinov’ev, i mansueti abitanti occidentali – può anche essere nella mente di certi strateghi, ma questi sottovalutano il problema islamista da cui siamo partiti. I  musulmani sono circa il 23% della popolazione mondiale (1.8 miliardi), e se questi dovessero non dico partecipare attivamente, ma quanto meno passivamente aderire al sogno di riconquista dei loro predicatori, non ci sarebbe nessun strumento tecnologico né seduzione economica per fermarli. Un Occidente docile, incapace di reazione, indebolito da un benessere viziato, senza più nessun principio in cui credere né un futuro per il quale combattere non potrà fare nulla davanti alla massa islamista disposta a morire e ad uccidere per un dogma religioso e per l’intoccabilità di un profeta.

Se non si arriverà ad una rianimazione spirituale e politica insieme, con le forze non alienate della post-modernità, questa Europa sarà “fottuta”, per riprendere la terminologia di Sartre, e la responsabilità non sarà riversabile sui nemici esterni o sull’irreversibilità di un destino crudele.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-europa-tradita-e-l-agonia-di-una-civilta

politica

Andrea Zhok

Il mondo in cui viviamo è egemonizzato dalla prospettiva liberale e dal capitalismo. Certo, rispetto agli anni Settanta, la contemporaneità è attraversata da un diffuso pessimismo, alimentato dalla crisi del 2008, ed ora amplificato dalla pandemia da Covid-19. Molti ritengono che il «sistema liberale» sia giunto al capolinea. Viviamo una fase di lento tramonto di tale ideologia, anche se gli oppositori del liberalismo incontrano difficoltà a progettare un futuro diverso dal presente utilitarista. Può essere d’aiuto, allo scopo, un approfondimento teorico della «ragione liberale». La fornisce un libro del ricercatore triestino Andrea Zhok, Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente, da poco edito da Meltemi. Il volume ricostruisce in modo organico la genesi del liberalismo, giungendo all’esegesi del suo farsi mondo nella contemporaneità.

L’interpretazione dello studioso è transpolitica, in quanto la sua è storia filosofica. Zhok si interroga su due componenti indissolubilmente presenti nel percorso umano: la motivazione e la determinazione. La prima sfera è afferente ai bisogni e alle volontà degli uomini, la seconda è data dalle condizioni in cui essi si trovano ad agire: «Nella storia le determinazioni non sono mai cause necessitanti […] ma circoscrivono spazi di maggiore o minore possibilità» (p. 14), il che implica che sia possibile attingere a spazi politici apparentemente inattingibili. La teorizzazione della «fine della storia» (Fukuyama), pensata dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si fondava sulla constatazione che la liberal-democrazia capitalista era insuperabile in quanto fondata sul: «confluire di due istanze […] da un lato la ricerca dell’efficienza, dall’altro la ricerca del riconoscimento reciproco tra individui» (p. 17). Tale certezza è oggi venuta meno.

Per Foucault, al contrario, il liberalismo non è una teoria politica coerente, in quanto si è affermato in termini di prassi governamentale. Gli orientamenti del liberalismo classico, a suo dire, dopo il Secondo conflitto mondiale, si sono sviluppati nell’ordoliberismo e nel neoliberismo. Al centro di tali scelte, la biopolitica intesa quale: «politica economica che si appropria della vita umana e delle sue espressioni» (pp. 20-21). E’ possibile, comunque, individuare i due assetti portanti del «liberalismo storico»: 1) l’evidente individualismo normativo ed assiologico; 2) la visione della società strutturata attorno allo scambio economico. L’imporsi della ragione liberale va   letto in sintonia all’affermarsi del capitalismo. Tutto ebbe inizio con la Rivoluzione industriale inglese, nella quale trovarono sintesi le istanze filosofiche di Hobbes, Locke e Smith, attorno a tre assi portanti: la legittimazione dell’agire individuale, la creazione di un’efficiente pratica monetaria e la rivoluzione tecnico-scientifica, supportate dal capitale sociale ed istituzionale, ovvero da un solido Stato nazionale. Prerequisiti del liberalismo moderno vengono rintracciati da Zhok nel mondo antico, in particolare nell’affermazione della costituzione cognitiva individuale che rese l’uomo, attraverso forme alfabetiche semplici e flessibili, soggetto riflettente, atto a cogliersi come altro rispetto alla comunità. L’accelerazione decisiva di tale processo si manifestò nel 1455, con l’invenzione della stampa a caratteri mobili e, successivamente, con la Riforma protestante. In essa:    «l’anima individuale viene letteralmente innalzata senza mediazioni al cospetto di Dio» (p. 36).

La scienza moderna galileiana, riducendo la natura a dimensione meramente quantitativa, rese la natura comprensibile attraverso la matematizzazione: ciò aprì le porte alla manipolabilità tecnica: «Il mondo diviene […] un “grande oggetto” posto da un soggetto divino, che però viene immediatamente tolto anch’esso dal quadro» (p. 41). Ruolo significativo fu svolto dalla numerazione indiana, introdotta in Europa dagli arabi nel XII secolo, che adottava un alfabeto numerico di soli dieci numeri, per non dire, della nascita del denaro virtualizzato all’epoca della creazione della Banca d’Inghilterra nel 1695 (naturalmente privata). Il mercato liberale, sorse dalla fusione di due sfere differenti, il mercato locale e il commercio internazionale, messa a punto dalla monarchia inglese. Hobbes non fece che dare unità filosofica a quanto emerso nella scienza e lesse la natura quale: «luogo delle relazioni meccaniche tra corpi in moto» (p. 62), pensando la libertà quale semplice mancanza di coazioni esterne. Il suo stato di natura è il luogo del conflitto perenne, dal quale si esce delegando in toto la libertà individuale alla Stato assoluto. Per ovviare a tale soluzione, nient’affatto liberale, Locke pose i tre diritti naturali inalienabili: autoconservazione, libertà e proprietà. Quest’ultima è indiscutibile, in quanto la prima proprietà di ognuno di noi è il corpo, che deve poter agire liberamente.

Tolleranza e divisione dei poteri sono la risultante, per Locke, della delega parziale a vantaggio dello Stato del diritto di libertà. In ogni caso, l’individuo e i suoi diritti rimangono, anche in lui,  prioritari rispetto al bene comune. Smith giungerà a sostenere, ricorrendo alla mano invisibile del mercato, che il perseguimento dell’interesse privato (il vizio, secondo l’etica antica) è in grado di produrre il bene comune (la virtù). Se nel Settecento, le realizzazioni del liberalismo furono giudicate un progresso, nel corso della storia successiva, la ragione liberale è, andata «solidificandosi». Lo si evince, nella realtà contemporanea, dal politicamente corretto, che marca i confini di ciò che può essere pensato legittimamente. Ricorda Zhok, che chiunque intenda mettere in discussione i principi fondanti della ragione liberale, subisce la reductio ad Hitlerum. Inoltre, la religione dei diritti umani, di cui è parte integrante la teoria gender, ha fatto perdere di vista: «ogni interesse collettivo» (p. 266), in quanto centrata sui diritti del singolo, di un narciso, il cui mondo interiore svuotato di senso, è riempito in modo effimero dall’inseguimento delle merci e dal novum che il mercato offre. Il «totalitarismo» liberale mostra una capacità autosalvifica straordinaria: fa crescere opposizioni teoriche che restano interne la sistema. E’ il caso, dice Zhok, delle filosofie postmoderniste francesi: «E’ essenziale osservare come questa tendenza anti-olistica […] sia una perfetta incarnazione dell’individualismo liberale classico, e sia agevolmente metabolizzata dalle dinamiche di mercato» (p. 285). Egli individua in Nietzsche il padre di tale corrente di pensiero. Non condividiamo tale giudizio, in quanto in Nietzsche è evidente il riferimento paradigmatico alla classicità, quale antidoto al moderno rizomatico.

L’autore rileva che «uscita di sicurezza» dalla società liquida può essere colta solo in una prospettiva «socialista». Riteniamo che ciò non debba rinviare al marxismo, ma a un «socialismo» capace di coniugarsi con il pensiero di Tradizione, atto a svolgere ruolo raffrenante nei confronti della dismisura, quint’essenza della «ragione liberale».

*Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente, di Andrea Zhok, da poco edito da Meltemi (per ordini: redazione@meltemieditore.it, 02/22471892, pp. 374, euro 22,00) 

Giovanni Sessa

Primo piano

Spillover

spilloverIl virus più noto è quello dell’influenza, virus mutante in tre tipi principali che ogni anno fa il giro del mondo contagiando tre milioni di persone e uccidendone 250.000 l’anno (morti SCoV2 in due mesi: dichiarati 235.000, stimabili 400-500.000). Molto noto anche HIV la cui malattia AIDS ha fatto più di trenta milioni di morti in 38 anni. I coronavirus si sono affacciati alla nostra attenzione già due volte, SARS 2003 e MERS 2012, il primo con mortalità al 10%, il secondo al 34%, fortunatamente contenuti ai primi passi di diffusione, 774 morti il primo, 322 il secondo. Gran parte dei patogeni da raffreddore sono coronavirus. I virus sono in migliaia di tipi in natura e nel mondo umano rientrano nelle dinamiche della “teoria degli eventi” che studia i pettegolezzi, i meme, il panico, le infezioni. Le pandemie virali sono infezioni in cui al panico sanitario si somma quello dei “pettegolezzi” mainstream o su Internet, colpisse le pecore sarebbe solo sanitario. Con le pecore simbolico-parlanti la faccenda si complica ovvero la complessità aumenta.

Il libro poi illustra fattori quali il tasso di infezione, di guarigione, di mortalità, densità di soglia, super untori, competenza di serbatoio, carica virale, numero riproduttivo di base (R > o < 1 detto “erreconzero”) che confluiscono in una scienza detta epidemiologia teorica la cui nascita formale è negli anni ’50, negli studi sulla malaria. Uno dei casi peggiori non per gli effetti ma per la potenzialità, fu la prima SARS. Spuntato fuori il virus nel Guangdong cinese (più a sud di Wuhan) proveniente dai pipistrelli e per via delle strane abitudini alimentari della zona (i famosi wet market, gastronomia del selvatico detta “yewei”), arrivato a diffondersi in settanta ospedali pechinesi (gli ospedali sono il primo amplificatore di contagio sorprattutto per via della pratica di intubazione da evitare se non si hanno condizioni di massima sicurezza), poi imbarcatosi in volo da Hong Kong e sbarcato in Canada. Per fortuna fu preso all’inizio dell’evento, circolò poco e poi scomparve per mancanza di rete di replicazione. Venne cioè trattato con quello che noi chiamiamo oggi “modello Sud Corea” che però in realtà proviene proprio dalla Cina, non è un modello politico è un modello sanitario-epidemiologico che si può usare solo se si arriva all’inizio della diffusione, dopo c’è solo il lockdown. Poiché aveva mortalità del 10% si fece notare presto, paradossalmente il nostro che ha minor mortalità lo ha reso inizialmente meno evidente. Dava sintomi che potevano esser facilmente scambiati per influenza fino alla polmonite, il che lo rendeva infido poiché -come detto- per questo tipo di virus tutto sta a quanto presto lo si diagnostica. Era proprio un coronavirus il virus temuto come causa dell’aspettato Next Big One, per sue specifiche caratteristiche potenziali di diffusione e contagio, a prescindere dalla mortalità che nel caso del SC2 è infatti bassa, ma il cui tasso di infettività è alto.

Oggi noi sorridiamo degli antichi che quando ignoravano la cause materiali di qualche fenomeno inventavano Grandi Spiriti agenti sopra il teatro umano. Ma continuiamo a fare lo stesso. Oggi chi nulla sa di demografia, ecologia generale e virologica, biogeografia, zoonosi, statistica e biologia molecolare, inventa altri tipi di Grandi Spiriti agenti, cause misteriose, intrighi internazionali, cospirazioni. Non è detto del tutto queste cose non esistano, anzi esistono senz’altro, ma si dovrebbe discriminare caso per caso ove applicare queste cause ipotetiche, finezza del discorso da cui siamo molti lontani per ignoranza diffusa. Solo chi ha la conoscenza completa potrebbe passare all’analisi dell’ipotesi “cospirazione intenzionale” la quale non è negata in via di principio ma solo a coloro che partono da questa a priori senza nulla sapere del ciò su cui andrebbe applicata.

A chiusura, si potrebbero far tre considerazioni in forma di domande: 1) perché nel discorso pubblico chiunque voglia esprimere giudizi su qualsivoglia argomento sa di doversi procurare qualche conoscenza minima sullo stesso se non vuol far la figura del cretino, mentre nel caso in oggetto nessuno sa quasi niente di biologia ed ecologia e tuttavia parla di tutto ed il suo contrario? 2) perché nessun intellettuale fa notare che il problema non è se debbano decidere i biologi sulle cose sociali o i politici di biologia stante che nessuno dei due sa niente dell’altro argomento e non invece si nota la mancanza di una cultura ampia e diffusa che permetta a gli specialisti di esser utili a i generalisti e viceversa arrivando addirittura a “filosofi” che parlano di bio-politica e non sanno nulla di biologia? In filosofia, il trattato forse più importate di Politica è stato scritto forse non a caso dal primo proto-biologo dell’Antichità (Aristotele); 3) perché nessuno si domanda il perché del fatto che da più di venti anni i virologi temevano l’arrivo di una pandemia probabilmente di un qualche coronavirus e nessuno ha fatto nulla per approntare delle difese preventive?

Del senno di poi, come si dice in questi casi “son piene le fosse”. Quelle fosse che se potessero parlare chiederebbero di riaprire, non i negozi, la mente.

Pierluigi Fagan in https://www.ariannaeditrice.it/articoli/spillover

concorsi

La scatola dei bottoni

La scatola degli antichi bottoni

A cura di Carla Fiorini (Biblioteca Ariostea) e Lorella Ansaloni, Luciana Bruno, Francesca Ceresoli, Rosa Fogli (Gruppo New Voices del Distretto Lions 108 Tb)

Anche quando non si tiene più alle cose, non è affatto indifferente averci tenuto, perché era sempre per qualche ragione che sfuggiva agli altri…  
(Da “Un’eredità di avorio e ambra” di Edmund de Waal)

Chi nella propria casa non possiede una scatola del cucito?
Una scatola che è un vero tesoro: fili colorati, forbici, nastri e tantissimi bottoni, di varie dimensioni e fogge… Ma allora, perché non facciamo tutti insieme un gioco?
Apriamo i nostri armadi e prendiamo la scatola, tra quei bottoni ce ne sarà sicuramente uno che vi farà ricordare qualcosa: un momento della nostra vita, una persona speciale…
Raccontiamo la nostra storia, le emozioni che abbiamo provato, i sorrisi che abbiamo ricordato e le lacrime che avevamo versato!
Scrivete questi vostri ricordi e inviateli, le vostre memorie faranno parte di un libro collettivo, un e-book scritto e parlato che potrà essere “letto” anche da non vedenti.

  
La scatola degli antichi bottoni” è il nuovo gioco/passatempo “anticovid” nato dalla collaborazione fra il Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara e le New Voices Lions del Distretto 108 Tb. Una nuova idea per affrontare le giornate in quarantena e trarne qualcosa di utile. Con “La Scatola degli antichi bottoni” prosegue, infatti, il percorso di “scrittura personale” avviato da FINIAMOLA! con il quale cerchiamo di stimolare i lettori a saltare la barricata e a diventare anche scrittori.
In questo caso, si tratta di lasciarsi trasportare dall’emozione suscitata da un bottone, un oggetto della quotidianità al quale non diamo alcun valore fino a quando non si stacca o non ci aiuta a ricordare momenti belli o brutti della nostra vita. 
La scatola degli antichi bottoni” servirà a dare voce a donne, uomini e giovani che uniti in una grande catena di solidarietà desiderano donare le proprie emozioni attraverso la memoria legata ad un bottone per farci sentire meno soli.

  • Il gioco è aperto a tutti  e non richiede alcun tipo di iscrizione.
  • Per partecipare sarà sufficiente realizzare un testo non più lungo di 1000 battute spazi inclusi (in formato testo e non in pdf), non dovrà contenere volgarità, né nomi e cognomi di persone facilmente riconoscibili e dovrà essere titolato.
  • Il testo dovrà contenere solo il nome dell’autore (chi desidera potrà chiedere che il proprio nome venga omesso) e il luogo di provenienza.

► I testi dovranno essere inviati entro il 30 maggio 2020 al seguente indirizzo: c.fiorini@edu.comune.fe.it

Le referenti del progetto si riservano di escludere i brani che non corrispondano alle indicazioni fornite o che non siano ritenuti idonei.
Tutti i testi ricevuti verranno trasformati in un e-book scritto e parlato e pubblicati sui siti del Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara e delle New Voices Lions del Distretto 108 Tb.

Buona lettura e buona scrittura!

Iniziativa inserita nel calendario nazionale del Maggio dei libri 2020  


Le biblioteche sono chiuse (#iorestoacasa), ma gli utenti possono scaricare gratuitamente decine di migliaia di libri, periodici e quotidiani dalle seguenti pagine web
Bibliofe https://bibliofe.unife.it/SebinaOpac/.do
Emilib https://emilib.medialibrary.it/home/cover.aspx
 

riviste

#provetecnichedibavaglio

Venerdì 1 maggio torna in edicola CulturaIdentità, il mensile fondato da Edoardo Sylos Labini e diretto da Alessandro Sansoni. Titolo del numero è “Prove tecniche di bavaglio”: una particolare attenzione sarà dedicata ai potenziali pericoli insiti nella task force anti fake news istituita dal governo, da più parti paragonata a una sorta di orwelliano Ministero della Verità. Più in generale la rivista tratterà della contrazione dei diritti civili e costituzionali legata all’emergenza coronavirus.

Molte, come sempre, le firme prestigiose: Alessandro Sallusti, Giampaolo Rossi ed Enrica Perucchietti si confronteranno nelle pagine di approfondimento. Francesca Totolo, gli avvocati Augusto Sinagra e Guido Colaiacovo e il magistrato Sergio Gallo affronteranno i temi connessi al rapporto tra diritto alla libertà di espressione e mondo del web e dei social network. Le relazioni tra guerra, potere e fake news nella loro dimensione storica saranno trattate da Marcello De Angelis, Gian Micalessin e Marco Gervasoni. L’ambigua relazione tra scienza e retorica sulle fake news sarà invece oggetto delle riflessioni del Prof. Mariano Bizzarri, direttore del System Biology Group Laboratory dell’Università La Sapienza di Roma. Da segnalare ancora gli interventi di Diego Fusaro, Angelo Crespi e Francesca Barbi Farinetti e le interviste all’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, al prof. Alessandro Miani, all’inviato di Striscia la Notizia Max Laudadio e al presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna. La copertina è opera di Mr. Save The Wall.

L’uscita del numero di maggio di CulturaIdentità sarà accompagnata dalla campagna social #provetecnichedibavaglio: tutti i lettori della rivista posteranno questo hashtag sul loro profilo con la foto della copertina del giornale. Da questo mese, infine, CulturaIdentità sarà in vendita a prezzo di 3 euro: “Mai come in questo momento di crisi del mercato editoriale e di allineamento totale dei media mainstream ci rivolgiamo ai nostri lettori affinchè ci sostengano e ci consentano di continuare a far sentire la nostra voce libera e politicamente scorretta”, hanno affermato Edoardo Sylos Labini e Alessandro Sansoni.

Cinema

Il mondo di Woody

Ma andiamo a questa nuova fatica di Escobar, “Il mondo di Woody” (Il Mulino, pag. 155, Euro 14). Intanto, sbaglierebbe chi pensasse al cineasta newyorkese come a un autore di commedie, e magari come a un comico, e Escobar lo spiega fin dal titolo, che potrebbe essere la traduzione del ben più impegnativo termine tedesco weltanshauung”; ma facciamo un passo avanti: quello che l’Autore disegna con continui, meticolosi riferimenti ai vari personaggi dei film di Allen, non è solo il mondo di un protagonista dello “showbiz”, bensì quello di una cospicua parte dei nostri contemporanei (e qui sta il richiamo del libro, che va oltre i gusti e gli interessi dei fan di Allen, come noto, più numerosi in Europa che non negli USA, “et pour cause”…).

 

Woody Allen, che nasce da una famiglia della piccola borghesia ebraica di Brooklyn (vero nome: Allan Stewart Königsberg), rappresenta il paradigma dell’uomo d’oggi, che si sente svincolato da scuole, tradizioni, appartenenze. In Woody però questa condizione è in qualche modo nobilitata dalla continua ricerca di verità che pure nega e di equilibri che pure teme. Nell’Autore brillante, capace di folgoranti aforismi, affiorano spesso l’angoscia della solitudine, del destino individuale e della personale collocazione nel mondo – il Piano, nel lessico di alcuni suoi personaggi – e la ricerca, azzoppata da uno scetticismo di fondo, di risposte alla questione del divino e dell’aldilà.

 

Escobar ricostruisce il percorso artistico di Woody quasi come in una seduta psicanalitica, e sappiamo quale ruolo abbia in Allen, questa disciplina, i cui echi si avvertono in molte pellicole, specie quando viene evocata la figura materna, vissuta come nume tutelare e insieme incapacitante (si veda “Radio Days”). Escobar mette insieme sfaccettature, battute e nomi di protagonisti e comprimari delle sue pellicole, secondo un metodo in qualche modo “obbligato”, perché in tutti i personaggi è inevitabile riconoscere il loro autore, un po’ come accade per gli eteronimi di Pessoa e come diventa evidente in “Zelig”, film dove la fisionomia del mutevole protagonista viene ricondotta ad unità proprio dalla sua vocazione proteiforme, di adattamento a questo o quell’interlocutore.

 

Punti di riferimento di questo percorso, che si ripete quasi fosse un esistenziale “gioco dell’oca”, sono la Donna, gli anni 20 del 900 – specie in Europa – il retaggio dell’ebraismo (sovente satireggiato, ma il debito verso l’umorismo yiddish è innegabile), il rapporto con Dio e con i codici morali. Spesso poi nei film di Allen viene messa in scena l’intersezione della realtà con la finzione cinematografica (esempio tipico: “La rosa purpurea del Cairo”) e ne derivano sovrapposizioni e intrecci del comico col tragico. In questa chiave, ad esempio, viene riproposto, in più di un film, il duello bergmaniano fra il Cavaliere e la Morte, quest’ultima nelle sue varie epifanie, da quella classica della tenebrosa figura con la falce a quella dell’angelo nero a quella del mostro assassino.

 

Dicevamo dei lasciti della cultura yiddish, specie nella declinazione mitteleuropea: da questa derivano certi approcci all’espressionismo e al teatro dell’assurdo alla maniera di Beckett e Adamov, evidenti, ad esempio, nel più volte citato “Ombre e nebbia”, il cui protagonista, l’Ometto, si trova a combattere, in un inquietante scenario notturno, contro un misterioso assassino, ma anche contro un “comitato” di cittadini benpensanti, che lo vogliono coinvolgere in avventurosi (e avventati) progetti di caccia all’uomo.

 

Altro “topos” della cultura europea presente in più di un film di Allen è lo specchio, variante dello schermo cinematografico, attraversabile in un senso o nell’altro, per farsi beffe – ancora una volta – della Morte, per ottenere una vittoria sempre illusoria, come nel mito di Sisifo. Troviamo però, nel ricco baule di Woody, anche cimeli che non ci aspetteremmo: ad esempio il pessimismo hobbesiano, che fa dire a un personaggio: “Nel profondo, l’umanità non è né buona né rispettabile”; ma di Hobbes manca ogni allusione al Leviatano, perché in Woody la politica resta sullo sfondo, ed è al massimo fonte di timori, come quando viene evocata la figura del capro espiatorio, che “solleva i linciatori dalle responsabilità del mondo, dei suoi guai, del suo veleno, e regala l’ebrezza di sentirsi uniti”. In tale panorama però non manca il riferimento all’”homo homini lupus” e il tono è quello di un nichilismo utilitaristico, venato di rancore e sensibile al desiderio; caratteristiche proprie, ad esempio, di Chris, il protagonista di “Match Point”, in qualche modo imparentato con il Raskolnikov di “Delitto e castigo”. E non sono pochi i personaggi di Allen che vedono il prossimo come insetti da schiacciare, magari per raggiungere un obiettivo meschino.

 

In molti personaggi, come abbiamo detto, ricorre il rovello dell’esistenza o meno di Dio, ma il risultato è sempre quello di un ateismo che nasconde le sue certezze e le sue debolezze dietro ragionamenti sofisticati, che poi sfociano in battute destabilizzanti. La vita è un film, insomma, e Dio ne è lo sceneggiatore (non da tutti ritenuto all’altezza…). Tali angosciose domande e le relative risposte, ambivalenti come quelle di un oracolo, attraversano tutta la filmografia di Allen, da quella in forma di commedia a quella in forma di dramma. C’è però una costante presenza divina in quei film, ed è quella del Caso, che non si limita a fare da “deus ex machina” per risolvere situazioni complicate, ed è indifferente alla morale, al discrimine fra giusto e ingiusto.

 

Così, sotto la patina del nichilismo, Woody mette a nudo l’angoscia del libero arbitrio, quello che contrappone, nell’io ragionante dell’Autore, la legge di un Dio lontano e quella di un sillogismo filosofico, la vanità delle opere e, al tempo stesso, la loro importanza (anche se poi spesso, dimostrano molti suoi personaggi, è l’istinto a decidere). Anche nel suo rapporto con le donne, il Woody di Escobar oscilla fra la foga dei sentimenti e il rimpianto di non essersi assoggettato alla loro legge. Ancora una volta, in definitiva, il destino dell’artista si snoda attraverso l’infelicità (come si vide, per limitarci ad un solo esempio, nel bel film di Claude Sautet, “Un cuore in inverno”). A noi però piace ricordare il Woody che scommette con Pascal (e se Dio esistesse?) o l’altro, che, su una panchina di “Manhattan”, elenca le dieci cose per cui vale la pena di vivere e, fra queste, “il sorriso di Tracy”.

Libri (di G. Del Ninno). I dubbi e l’arte di Allen ne “Il Mondo di Woody” di Escobar

poesia

Eugenio De Andrade

«In verità, egli nega dove altri affermano, svela quello che altri nascondono, osa amare quello che altri non sono nemmeno capaci di immaginare. (…) questo essere assetato di essere, che è il poeta, ha la nostalgia dell’unità, e quel che cerca è una riconciliazione, una suprema armonia fra luce ed ombra, presenza ed assenza, pienezza e carenza. (…) È contro l’assenza dell’uomo nell’uomo che la parola del poeta insorge. (…) La sua ribellione è in nome di questa fedeltà. Fedeltà all’uomo e alla sua lucida speranza di esserlo interamente; fedeltà alla terra in cui immerge le radici più fonde». Così scrive della sua poetica Eugenio De Andrade, una delle grandi voci della poesia portoghese del XX secolo. Nato il 19 gennaio 1923 a Pòvoa da Atalaia, un piccolo paese contadino dell’interno, studia a Lisbona dove inizia a interessarsi di letteratura, e poi si trasferisce a Oporto dove rimarrà fino alla sua morte il 13 giugno 2005. La sua biografia è piuttosto scarna, priva di grandi avvenimenti, lavora per trentacinque anni nei servizi ispettivi del Ministero della Salute, rifiutando ogni avanzamento di carriera per dedicarsi con più libertà alla poesia e alla letteratura. La sua prima raccolta poetica è As Mãos e os frutos (Le mani e i frutti) del 1948, cui seguiranno una ventina di libri di poesia, due di prosa, un libro per l’infanzia, varie traduzioni. Di carattere schivo, riservato, amante della classicità greca e della dimensione mediterranea, da lui sentita in modo quasi carnale, tese ad una poesia che univa al rigore formale, allo scavo sulla parola, alla rarefazione espressiva, la semplicità e l’immediatezza. Ne I frutti (tratta da Ostinato rigore del 1964) Eugenio de Andrade spiega in soli tre versi come dev’essere, per lui, la poesia:

«Così io vorrei la poesia:
fremente di luce, aspra di terra,
rumoreggiante di acque e di vento.»

Gli elementi naturali, i luoghi dell’infanzia, le origini contadine si colgono nell’essenzialità dei suoi versi, come in questa “È un posto nel sud” tratta dalla raccolta Bianco nel bianco del 1984:

«È un posto nel sud, un posto dove
la calce
si solleva a sfidare lo sguardo.
Dove hai vissuto. Dove a volte nei sogni
ancora vivi. Il nome impregnato d’acqua
trasuda nella tua bocca.
Sui sentieri delle capre scendevi
alla spiaggia, il mare sferzava
quelle scogliere, quelle sillabe.
Gli occhi si perdevano annegando
nel chiarore
del tramonto o dell’alba.
Era la perfezione.»

Si diceva della mediterraneità che affiora nei suoi versi e dell’amore per la classicità greca. Ecco alcuni versi tratti dalla poesia Arianna, che fa parte della raccolta Oscuro dominio del 1971, dove il richiamo al mito classico diventa un pretesto per un raffinato gioco intellettuale e per parlare del presente:

«Ora parlerò degli occhi di Arianna.
Parlerò dei tuoi occhi, visto che di Arianna
forse si ha memoria
solo fra le gambe di Teseo.
Di Arianna o no, gli occhi sono azzurri.
Azzurri di un azzurro molto fragile,
come se nel fare il colore un bambino
avesse calcolato male l’acqua.
(…)
Ora parlerò degli occhi greci di Arianna,
che non sono di Arianna, né sono greci,
di questi occhi che se fossero musica
sarebbero la musica di acqua degli oboi,
parlerò appena degli occhi del mio amore,
di questi occhi di un azzurro così azzurro
che sono proprio l’azzurro degli occhi di Arianna.»

Anche il mito di Roma esercita sul poeta una grande suggestione come nei soli cinque versi della poesia Roma (tratta da Escrita da terra del 1974):

«Era d’estate alla fine del pomeriggio,
come Adriano o Virgilio o Marco Aurelio
entravo a Roma per la via Appia
e per Antinoo e tutto l’amore della terra
giuro che ho visto la luce farsi pietra.»

Lo spirito mediterraneo (così caro al francese Camus e allo spagnolo Ortega y Gasset) è dovunque presente nei suoi versi. Proponiamo al lettore due liriche, Passeio Alegre e Rumori dell’estate, tratti rispettivamente da Rente a dizer (Vicino a dire) del 1992 e da Pequeno formato (Piccolo formato) del 1997:

«Sono arrivate tardi alla mia vita
le palme. A Marrakech ne vidi una
che Ulisse avrebbe comparato
a Nausicaa, ma solo
nel giardino del Passeio Alegre
ho cominciato ad amarle. Sono alte
come i marinai di Omero.
Davanti al mare sfidano i venti
venuti dall’est e dal sud,
dall’est e dall’ovest,
per piegarle alla cintura.
Invulnerabili – così nude.»

«Le cicale cantano
come d’inverno
arde la legna.
Un rumore puerile
e dolce di api
aggiunge la sete.
Quando il sole avvista
i fianchi del mare
si spoglia di corsa,
e danza danza danza.»

Non c’è alcuno iato nel poeta portoghese tra corpo e anima, tra uomo e mondo, tra interno ed esterno. Prendiamo ad esempio la lirica Sull’orlo del mare, tratta da A domani del 1956, dove la linea del viso si confonde col pensiero, col desiderio, col mare e col vento:

«Sull’orlo del mare,
nel rumore del vento,
dove è stata la linea
pura del tuo viso
o solo pensiero
(e abita, segreto,
intenso, solare,
tutto il mio desiderio)
lì coglierò
la rosa e la palma.
Dove la pietra è fiore,
dove il corpo è anima.»

L’eros, la solare sensualità, la palpitante e tangibile bellezza dei corpi, il desiderio travolgente sono cantati da de Andrade con versi di grande forza evocativa. Scrive la poetessa brasiliana Vera Lùcia de Oliveira, tracciando un profilo del poeta portoghese: «Poeta dell’amore, è stato definito più volte. Ed effettivamente l’Eros occupa una parte importante nella sua opera, un Eros spontaneo e solare. (…) Nella sua poesia il corpo, limpido ed apollineo, diventa quasi un’anima carnale: si cancella il dualismo caratteristico della nostra cultura cattolico-occidentale». Qua di seguito riportiamo Eros (da Mar de Setembro del 1961), alcuni versi da Ascolto il silenzio (da Ostinato rigore del 1964) e da Corpo abitato (da Oscuro dominio del 1971), “Tu sei dove lo sguardo comincia” (da Matera solar del 1980) e Corpo (da L’altro nome della terra del1988):

«Mai l’estate aveva indugiato
così sulle labbra
e sull’acqua
come potevamo morire,
così vicini
e nudi e innocenti?»

«Ascolto il silenzio: in aprile
i giorni sono
fragili, impazienti e amari;
i passi
minuti dei tuoi sedici anni
si perdono per le strade, ritornano
con resti di sole e pioggia
sulle scarpe,
invadono il mio dominio di sabbie
spente,
e tutto inizia ad essere uccello
o labbra, e vuole volare.
(…)
Un solo rumore di sangue
giovane:
sedici lune alte,
selvagge, innocenti e allegre,
ferocemente intenerite;
sedici puledri
bianchi sulla collina sopra le acque.
(…)
Ascolto un rumore: è solo silenzio.»

«Corpo su un orizzonte di acqua,
corpo aperto
alla lenta ubriachezza delle dita, corpo difeso
dal fulgore delle mele,
arreso di collina in collina,
corpo amorosamente inumidito
dal sole docile della lingua.
Corpo dal gusto di erba rasa
di segreto giardino,
corpo dove entro in casa,
corpo dove mi stendo
per suggere il silenzio,
sentire
il rumore delle spighe,
respirare
la dolcezza scurissima delle selve.
(…)»

«Tu sei dove lo sguardo comincia
a dolere, riconosco il pigro
rumore d’agosto, il carminio del mare.
Parlami delle cicale, di questo stile
di sabbia, i piedi scalzi,
il granello dell’aria.»

«Il mare – ogni volta che tocco
un corpo è il mare che sento
onda a onda
contro il palmo della mano.
Vespro è ora
così vicino che non posso più
perdermi in quella infaticabile
ondulazione.»

Terminiamo questa breve rassegna con una poesia dedicata alla madre morta, dove nella magnifica architettura del componimento gli elementi naturali (la pioggia, gli ulivi) si legano inestricabilmente alla tenerezza del ricordo:

«La pioggia, ancora la pioggia sugli ulivi.
Non so perché sia tornata oggi pomeriggio
se mia madre se ne è già andata via,
non viene più sulla veranda a vederla cadere,
non alza più gli occhi dal cucito
per chiedere: Senti?
Sento, mamma, è ancora la pioggia,
la pioggia sopra il tuo viso.»

NB: Tutte le poesie, salvo “È un posto nel sud”, sono tratte dall’antologia “Dal mare o da altra stella” (Bulzoni editore, 2006) tradotte e curate da Federico Bertolazzi

Cultura. Eugenio De Andrade voce libera della poesia portoghese del XX secolo